Terraferma

Dopo lungo cercare ecco finalmente un serio candidato al Leone d’oro di Venezia. La sessantottesima edizione della Mostra del cinema ha infatti trovato, secondo il parere di chi scrive, un film estremamente soddisfacente, sia in fase di sceneggiatura che di regia, con degli attori molto validi e persino un’aderenza allo stato di cose del nostro Paese (ma non solo) che rende Terraferma, l’ultima opera di Emanuele Crialese, un degno successore del capolavoro Nuovomondo.
In una sempre anonima isola siciliana, dietro la quale è lecito pensare si nasconda Lampedusa, la vita di una famiglia di pescatori viene sconvolta dal salvataggio di un gruppo di immigrati clandestini, tra cui una giovane donna in sul punto di partorire. Questa anomale situazione si scontrerà poi con le diverse prospettive per il futuro che ognuno dei membri del nucleo vorrebbe imporre agli altri: c’è chi vede come unica possibilità il turismo e quindi nega asilo ai rifugiati, chi vuole vivere come un pescatore, secondo il codice del mare (e quindi opponendosi alle legge dello Stato) che vieta di lasciare morire degli uomini se è possibile salvarli, e chi semplicemente vorrebbe un futuro migliore per il proprio figlio, obiettivo praticabile solo raggiungendo la terra ferma.
Crialese riprende tutti i propri elementi stilistici più riconoscibili, ma lo fa con stile e coerenza, senza mai appesantire il proprio discorso. Ecco allora ritornare le inquadrature dal fondo marino, l’attenzione ai visi scavati dal sole e dalla salsedine, sottolineati da una fotografia intensa che privilegia spesso il chiaroscuro e dipinge splendide fotografie della terra amata dal regista. Il tutto al servizio di un gruppo di attori (Beppe Fiorello, Donatella Finocchiaro, Filippo Pucillo, Mimmo Cuticchio) che incarnano, letteralmente, in maniera perfetta il proprio personaggio.
Durante la conferenza stampa si è parlato di politically correct e di film a tesi: niente di più sbagliato, perché il film del regista di Respiro, con il quale intercorrono molti legami, non vuole proporre una propria verità, né si permette di giudicare tradizionalisti, conservatori, modernisti, immigranti o forze dell’ordine. La grande forza della sceneggiatura sta nell’intrecciare i diversi fili tessuti dalle azioni dei protagonisti e nel mostrare come ogni posizione non solo possegga diverse sfaccettature, ma è anche direttamente collegata al suo opposto.
Non solo ricco di spunti di riflessione e molto intelligente: Terraferma è anche un film dal fortissimo impatto emotivo, che colpisce nel profondo lo spettatore, grazie alle suggestive musiche di Franco Piersanti, e gli pone degli interrogativi etici sulle scelte che ognuno compie per definire la propria umanità. Niente di politico, a meno che non si intende la politica come convivenza civile tra popoli e persone, significato forse ormai caduto in disuso.
di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

In “NUOVOMONDO” era un transatlantico, eravamo all’inizio del ventesimo secolo e gli immigrati erano italiani. In “TERRAFERMA”si viaggia in gommone, i passeggeri hanno i volti scuri dell’Africa e parliamo di oggi e domani, di viaggi della speranza che continuano senza interruzioni possibili né oggi né in un prossimo futuro. EMANUELE CRIALESE unisce due dei temi principali delle sue passate pellicole (“ RESPIRO” e, per l’appunto, “Nuovomondo”), la vita su un’isola vista da un isolano e l’emigrazione, per firmare uno splendido film fatto di acqua, sabbia, solidarietà e incertezze nel futuro. Partire o non partire? Se c’è chi pensa di lasciare l’isola, la sua povertà (se non nei due mesi esitivi grazie al turismo), la tradizione della pesca e un intero mondo di luoghi e cultura che, purtroppo, non danno da mangiare, c’è chi in quel pezzettino di terra pensa di aver trovato il primo passo verso una soluzione ai problemi della vita, cioè vivere in un Paese più ricco.
La disperazione è biunivoca, ma non c’è miseria economica che tenga, né possibilità di non rispettare la morale della “legge del mare”: quando c’è bisogno di aiutare chi sta peggio di noi, non ci si può girare dall’altra parte per evitare di correre dei rischi. Quello di Emanuele Crialese è un film denso tanto nei contenuti, quanto nella forma. L’estate di “formazione” del suo protagonista è solo un pretesto narrativo per dare un inizio e una fine ad una serie di eventi che si ripetono circolarmente e periodicamente in tante zone del mondo, Italia come Spagna o altre nazioni ancora. Ciò che è prettamente italiano è il modo di approcciarsi agli altri, quella generosità che spesso si maschera dietro la diffidenza, ma di cui non possiamo fare a meno. Non c’è polemica strettamente politica nella sceneggiatura scritta da Crialese, si parla di uomini, sentimenti, ricatti morali a cui non si può non ubbidire perché anche se è vero che ci si sente costretti ad avere certi comportamenti, in fondo si pensa che sia anche la cosa più giusta da fare.
Le luci si accendono improvvisamente sul mare così come un mappamondo di notte balla sopra le teste di questo eterogeneo gruppo di rifugiati – chi dalla Libia, chi dalla propria casa – ora stretti tutti in un garage a pensare a come sarà il futuro, a quale nuova “terraferma” bisognerà ambire per vivere e non solo sopravvivere. E seppure qualche passaggio si riveli un pochino semplicistico ed oltremodo ideologico, come la clandestina che ripete la parola “mangiare” o i carabinieri con la mascherina sul bagnasciuga, la forza di questa pellicola è così intensa che su questi difetti si può passare tranquillamente sopra. La poesia per immagini di Crialese commuove e diverte, racconta la storia di un adolescente e racconta la storia di tutti noi, anche di chi vive in città. Anche lui, quando accende il televisore e gli viene mostrato l’ennesimo sbarco, affronta i filmati con una propria opinione, di condanna o di comprensione che sia. Non ha potere diretto sull’evento, non può decidere se respingerli o accoglierli, ma sa bene che incontrerà quegli stessi stranieri sull’autobus, quelle storie saranno proprio lì accanto a lui. Se si sentiranno o meno nuovi italiani, dipenderà prima di tutto dal mondo in cui li guarderà negli occhi.
Di Andrea D’Addio da film.it

Terraferma è un film di confini, quello fra il mare e il continente, fra un lavoro antico come la pesca e le sirene della modernità, fra le leggi del mare e quelle scritte. Fatto di orizzonti, di luci lontane nel mare che per i disperati che cercano di attraversarlo verso nord sembrano fari di speranza, ma si dimostrano spietate illusioni.
In un’isola siciliana una famiglia di pescatori è alle prese con la crisi della pesca, divisa fra chi vuole aprirsi alla modernità e lavora con i turisti e chi vorrebbe che le cose non cambiassero mai. Nel frattempo continuano ad arrivare clandestini. Una donna africana col figlio viene salvata dal peschereccio e nascosta in casa.
Un film che cerca e raggiunge la semplicità, scrosta via sovrastrutture e complessità ciniche della società contemporanea per far risaltare gli elementi base dell’uomo, il suo rapporto con l’altro, la natura, le tradizioni. Un po’ puro e un po’ spietato è un mondo in cui le leggi del mare sono in conflitto ormai con quelle scritte e imposte da chi viene da lontano, da chi non vive in un mare ormai privo di pesci ma pieno di uomini disperati. Un mondo in contrasto fra chi viene dalla terraferma per turismo e porta ricchezza e chi arriva alla ricerca di una nuova vita, verso un nuovomondo. In fondo sono sempre uomini, spogliati di tutto diventano confondibili, tanto che la consueta immagine di un barcone strapieno di immigrati in mezzo al mare che spuntano ovunque e si buttano qui diventa quella di un gruppo di turisti che ballano e cantano in una delle tante immagini forti che rimangono impresse in Terraferma.
Quando si parla di immigrazione si rischia spesso il politicamente corretto o il suo opposto qui il film arriva all’essenza del rapporto fra gli uomini, quasi primordiale, quello che segue l’istinto di porgere la mano all’altro in difficoltà, ad aiutarlo, a rispettare le leggi del mare.
Qui non si fugge dalla Sicilia come in Nuovomondo, ma si ha a che fare con chi fugge, con l’accoglienza di chi arriva. Ma Terraferma è soprattutto un film su un microcosmo che si ribella ad un mondo che cambia istericamente, spesso senza riflettere.
Qualcuno abuserà del termine buonismo (parola mai troppo odiata) per una vicenda che piuttosto ha il grande merito della semplicità, come quella di due donne, senza uomini per motivi diversi, una vedova isolana e una africana arrivata con il figlio. Un rapporto fatto di sguardi, diffidenza, rispetto, che diventa il vero nucleo emotivo del film, con la donna che custodisce il focolare, segna il territorio, ma lo apre anche all’accoglienza. La dimostrazione di come si possa fare del buon cinema anche senza una storia troppo originale.
Di Mauro Donzelli da comingsoon.it

Nonostante siano passati 5 anni dal celebrato Nuovomondo che lo aveva portato alla ribalta internazionale, Crialese è ancora lì, a filmare le sue piccole storie di pescatori, isolani ai margini di un mondo forse non più estraneo come un tempo, ma anzi pericolosamente invasivo. Novella morale nuovamente immersa negli spazi estesi di un’isola siciliana che sembra lontana anni luce dalla “terraferma” industrializzata, per la prima mezz’ora Terraferma pare replicare il contatto inconciliabile tra Vecchio e Nuovo che l’ultima parte di Nuovomondo ci aveva raccontato. Il capofamiglia Ernesto è un pescatore di 70 anni che si ostina a non vendere il peschereccio e ad abbandonare l’isola. A niente valgono le intenzioni di Giuliana, del figlio Nino e del nipote Filippo, ingenuo ragazzo di mare che non ha mai lasciato l’isola in cui vive. Poi un improvviso cambio di rotta veicola il film sui territori dell’attualità e della cronaca. Durante un’escursione in mare Filippo e il nonno caricano a bordo un gruppo di clandestini abbandonati. Tra questi c’è una donna incinta che la famiglia decide di ospitare dopo averla aiutata in piena notte a dare alla luce la bambina. E’ la molla che porta il film verso strategie relazionali nuove. Verso storie che si aprono e altre che si chiudono. Quella di Giuliana con la madre etiope che deve raggiungere Torino per rivedere il marito dopo cinque anni e quella di Filippo che anzichè innamorarsi della turista del nord deve ancontantarsi di vederla andar via, tornare a una terraferma troppo lontana dal suo mondo. Del resto il Nuovo di mondo, quello delle leggi razziali e del turismo a buon mercato, sembra fare di tutto pur di aumentare la distanza tra isola e Stato, favorendo il contatto con lo straniero in una specie di simbiosi civile primitiva e ritrovata, dettata dall’intensità di un contatto umano che va oltre le sovrastrutture.
A più riprese Terraferma rischia di essere un film a tesi. Certo. Ma non solo. A tratti è l’opera del regista italiano dove il rapporto tra l’ambizione visionaria e la sapienza di narratore verista denuncia lo scarto maggiore, anche a causa degli evidenti schematismi nelle sue caratterizzazioni psicologiche ed etiche. Ma è forse proprio in virtù dei suoi limiti e di alcune ingenuità di fondo che Terraferma ancor di più lascia intravedere i germi di un cinema che ha il coraggio di credere nelle immagini e nelle storie che racconta senza filtri commerciali o intellettualistici. Crialese non chiede nulla agli altri, puntando solo sulla sua capacità di creare immagini dentro le storie e viceversa. Alcuni momenti rimangono impressi con una forza poco comune nell’attuale panorama cinematografico italiano. Si vedano le due sequenze in mare con i clandestini che chiedono disperatamente soccorso, cariche di una fisicità e di una scioccante visionarietà neorealista che immergono improvvisamente la pellicola in territori di grande violenza espressiva. Crialese si apre al respiro della terra e dell’acqua, qua e là sbanda quando deve per necessità drammaturgiche tessere le dinamiche relazionali tra i personaggi, ma porta avanti un discorso cinematografico potente, di originale spessore percettivo, sinceramente morale. Anche perchè puro, semplice, aperto a tutti.
Di Carlo Valeri da sentieriselvaggi.it

In un’isola del Mare Nostrum, Filippo, un ventenne orfano di padre, vive con la madre Giulietta e il Nonno Ernesto, un vecchio e irriducibile pescatore che pratica la legge del mare. Durante una battuta di pesca, Filippo ed Ernesto salvano dall’annegamento una donna incinta e il suo bambino di pochi anni. In barba alla burocrazia e alla finanza, decidono di prendersi cura di loro, almeno fino a quando non avranno la forza di provvedere da soli al loro destino. Diviso tra la gestione di viziati vacanzieri e l’indigenza di una donna in fuga dalla guerra, Filippo cerca il suo centro e una terra finalmente ferma.
Terraferma è la terza opera che Emanuele Crialese dedica al mare della Sicilia in un’instancabile ricerca estetica avviata con Respiro nove anni prima. Come Conrad, Crialese per raccontare gli uomini sceglie “un elemento altrettanto inquieto e mutevole”, una visione azzurra ‘ancorata’ questa volta al paesaggio umano e disperato dei profughi. Sopra, sotto e intorno a un’isola intenzionalmente non identificata, il regista guarda al mare come luogo di infinite risonanze interiori. Al centro del suo ‘navigare’ c’è di nuovo un nucleo familiare in tensione verso un altrove e oltre quel mare che invade l’intera superficie dell’inquadratura, riempiendo d’acqua ogni spazio.
Dentro quella pura distesa assoluta e lungo il suo ritmo regolare si muovono ingombranti traghetti che vomitano turisti ed echi della terraferma, quella a cui anela per sé e per suo figlio la Giulietta di Donatella Finocchiaro. Perché quel mare ingrato gli ha annegato il marito e da troppo tempo è avaro di pesci e miracoli. Da quello stesso mare arriva un giorno una ‘madonna’ laica e nera, che il paese di origine ha ‘spinto’ alla fuga e quello ospite rifiuta all’accoglienza. La Sara di Timnit T. è il soggetto letteralmente ‘nel mezzo’, a cui corrisponde con altrettanta drammaticità la precarietà sociale della famiglia indigena, costretta su un’isola e dentro un garage per fare posto ai vacanzieri a cui è devoto, oltre morale e decenza civile, il Nino ‘griffato’ (e taroccato) di Beppe Fiorello. Ma se l’Italia del continente, esemplificata da tre studenti insofferenti, si dispone a prendere l’ultimo ferryboat per un mondo di falsa tolleranza dove non ci sono sponde da lambire e approdare, l’Italia arcaica dei pescatori e del sole bruciante (re)agisce subito con prontezza ai furori freddi della tragedia. Di quei pescatori il Filippo di Filippo Pucillo è il degno nipote, impasto di crudeltà e candore, che trova la via per la ‘terraferma’ senza sapere se il mare consumerà la sua ‘nave’ e la tempesta l’affonderà. Nel rigore della forma e dell’esecuzione, Crialese traduce in termini cinematografici le ferite dell’immigrazione e delle politiche migratorie, invertendo la rotta ma non il miraggio del transatlantico di Nuovomondo. Dentro i formati allungati e orizzontali, in cui si colloca il suo mare silenzioso, Terraferma trova la capacità poetica di rispondere alle grandi domande sul mondo. Un mondo occupato interamente dal cielo e dal mare, sfidato dal giovane Filippo per conquistare identità e ‘cittadinanza’.
Di Marzia Gandolfi da mymovies.it

Terraferma è un film su una partenza ma anche su un ritorno, quello di Emanuele Crialese nella “sua” Lampedusa, quasi dieci anni dopo le riprese di Respiro. La roccia assolata dall’anima selvaggia, che qui si fa luogo quasi mitico di agognati approdi, è, semplicemente, l’Isola: un porto di speranza in cui arrivare, fuggendo dall’inferno e da dove partire per cercare un futuro nuovo. Tutt’intorno acqua, profonda e azzurra, ma anche baratro nero dove si può precipitare.
Crialese lavora sugli opposti e sembra riconciliare i contrasti con un sapiente gioco speculare dei contrari: Giulietta e Sara, Ernesto e Nino, Filippo e Maura. C’è chi vuole lasciare e chi non vorrebbe mai muoversi e in questi desideri agli antipodi alberga un ardente desiderio di vita. In una dimensione che sembra, nel contempo, immaginaria e reale, si muovono personaggi di autentica forza umana che Crialese tratteggia con ampie pennellate di verità. Il dolore e il bisogno, ma anche la tenacia e l’amore, si esprimono attraverso i suoni del dialetto e le sfumature degli accenti, mentre la lingua dello “straniero” si pronuncia negli sguardi più eloquenti delle parole.
In perfetta sintonia con lo spazio che li circonda, gli ottimi attori (e non) – da Filippo Pucillo (che esordì a nove anni in Respiro) alla intensa Donatella Finocchiaro, fino alla giovane Timnit T. che, qualche anno fa, dopo un terribile viaggio dall’Africa Centrale trovò la salvezza sulle coste siciliane – si appropriano dell’animo isolano, così attaccato alla roccia di verghiana memoria ma anche irrequieto nel solcare quel mare, alla scoperta di un altro mondo. Nell’Isola, però, qualcos’altro è possibile e, pescando, si può tirar su qualcosa di più pesante di un mucchio di pesci. La coscienza, per esempio, e se la legge impone le sue regole, quelle del mare non si possono, né si devono, infrangere. Crialese si muove, così, in un terreno insidioso e, mettendo in campo argomenti di scottante attualità, riesce sapientemente ad evitare le trappole del mero buonismo e del manifesto solidale.
La dimensione quasi atemporale del film colloca la storia in un “realismo fiabesco” che si fa racconto universale di possibile riconciliazione degli opposti e di emotiva comunanza d’intenti. All’asciutta intensità narrativa di Respiro, Crialese in questo film si concede un palpito emotivo più manifesto che, in alcune scene, sfiora il pericolo della facile commozione. Sfiora, appunto, perché il regista è in grado di equilibrare la suggestione degli eventi con quella, più intima, dei personaggi. Non si ritrova l’afflato del primo film girato a Lampedusa, né l’avvolgente potenza di Nuovomondo, tuttavia Terraferma risulta un’opera convincente e matura; uno sguardo ampio, lucido e partecipe su una realtà che ci appartiene, da qualsiasi “isola” essa provenga.
Di Eleonora Saracino da cultframe.com

Il nuovo film di Emanuele Crialese “Terraferma” ha creato scompiglio al Festival di Venezia di quest’anno, poiche’ incentrato su una tematica molto scomoda per il nostro paese, ovvero l’immigrazione e l’inarrestabile arrivo di poveri naufraghi provenienti dai paesi piu’ poveri a bordo di gommoni sovraffollati.
In uscita nelle sale il prossimo 7 settembre 2011, il film del regista siciliano in concorso a Venezia 68 irrompe nel festival come una perla del cinema italiano degli ultimi tempi, raccontando una storia importante e dalle mille sfaccecattature che assume le sembianze di una favola moderna in azzurro, nonostante il tema molto realistico e attuale intorno a cui la trama e’ costruita. Il nostro mare da qualche tempo e’ scenario di arrivi inaspettati, e riguardo questo fenomeno si sono fatte strada mille opinioni contrastanti con basi politiche ma anche umane. Crialese in “Terraferma” prende lo spunto dai fatti di cronaca per mettere in scena comunque una storia sua, vista con gli occhi di un ragazzo di venti anni, Filippo, che vive in un’isola siciliana di cui non viene reso noto il nome e si ritrova a dover prendere delle scelte importanti. Recuperare gente in mare sembra essere vietato dalle forze dell’ ordine italiane, ma lui e il nonno non esitano nemmeno un secondo per soccorrere con il loro peschereccio alcuni dei poveri profughi, deboli e provati da un lungo viaggio. Per questo se la dovranno vedere con una serie di scomode conseguenze, che comunque non serviranno a fermarli.
L’immigrazione e la polemica sul modo in cui il regista ha affrontato il tema delicato degli sbarchi clandestini non sono mancate, ma e’ solo un lieve contorno del vero significato di questo film. Infatti, queste tematiche sono solo lo sfondo di una storia molto intensa e coinvolgente che affronta la diversita’, l’amore per il prossimo e la compassione per coloro che non sono invasori, come ritratti da qualcuno, ma sono persone che non si sentono al sicuro nel loro paese e cercano semplicemente la pace. La famiglia di Filippo accoglie in particolare Sara, una povera donna rinvenuta in mare e interpretata da Timnit T., una vera naufraga arrivata in Italia in grave condizioni, che lo stesso Crialese ha contattato per conoscere meglio la sua storia e raccontarla. Lei e la mamma di Filippo, Giulietta, interpretata molto bene da Donatella Finocchiaro, sono due donne uguali appartenenti solo a due culture diverse, ma desiderano entrambe una nuova vita con i propri figli. Con questo rapporto articolato e forte, potente e delicato nello stesso tempo, il regista ha voluto proprio dimostrare che non c’e’ diversita’ tra noi e loro, ma semplicemente la fortuna di vivere nel paese giusto e’ l’unica differenza che ci contraddistingue.
Con un cast molto convincente, da Beppe Fiorello, a Donatella Finocchiaro e il giovane Filippo Pucillo, “Terraferma” coinvolge lo spettatore in un vortice di emozioni, immergendolo in un oblio in bilico tra realta’ e mito, con la descrizione di rapporti umani veri e forti e una ricerca estetica che arriva al suo scopo piu’ nobile ed emozionante. Scene memorabili: il confronto tra Giulietta e Sara in un abbraccio che dice tutto senza parole, il tuffo di gruppo dalla barca turistica diventata anche la locandina ufficiale del film poiche’ magica e spettacolare dal punto di vista visivo e il soccorso finale del gruppo di profughi sullo spiaggia, in cui anche la gente in vacanza mette da parte i luoghi comuni e l’atmosfera di relax per aiutare il prossimo che ha bisogno in quel momento di loro.
Di Letizia Rogolino da newscinema.it

Emanuele Crialese non è un regista che realizza molti film. Dal 1997, anno di “Once We Were Strangers”, al 2011, anno di “Terraferma”, il regista ha realizzato solo altri due film (“Respiro”, “Nuovo Mondo”). Esagerando, potremmo paragonarlo a due altri grandi registi, Terrence Malick e Quentin Tarantino (nonostante poetiche molto lontane le une dalle altre), cioè paragonarlo a quei registi che si mettono dietro la macchina da presa solo quando sono sicuri di poter portare sul grande schermo un progetto di ottima fattura. E con “Terraferma”, Crialese si conferma uno dei pochi registi italiani a sapere scandagliare l’animo della nostra società, con storie e personaggi che hanno una valenza universale; un po’ come fecero a loro tempo i neorealsti. Dopo essersi confrontato con il passato (anni ’70 e inizio Novecento), il lavoro, presentato stamattina in concorso al Festival del cinema di Venezia 2011, è ambientato ai nostri giorni e mette in scena una storia scomoda, politicamente parlando, per il nostro Paese: la drammatica realtà degli sbarchi dei clandestini sulle isolette del Mediterraneo e con gli abitanti di queste terre, così reitti nei confronti della “terra ferma”, impersonificata dalla autorità militare arrivata solo per rovinare le cose. Del resto l’unica legge che esiste in questi luoghi è quella del mare, che gli umili pescatori non possono che rispettare, agendo al di là di cioè che viene imposto dai palazzi romani.
Ancora una volta ritorna nel cinema di Crialese il mare, visto da chi parte come luogo di speranza, ma che a volte, troppo spesso negli ultimi anni, si trasforma in un luogo di morte. Il regista racconta con sguardo appassionato una storia di scelte: chi parte, chi resta. Racconta un mondo fatto di veri rapporti umani: famiglia di sangue o amicizie per la pelle. Il mondo di Terraferma è speranzoso e non si ferma davanti a niente, come un urlo disperato di chi non sa nuotare e si trova tra le onde, non sa cosa fare, ma non si dà per vinto.
Alla realtà banale del turista, che vuole prendere il sole in barca, esiste la realtà di chi la barca deve utilizzare per sopravvivere: pescatore o clandestino, che sia. In un perfetto contrappasso allegorico, si rincorrono queste due realtà che co-esistono in un medesimo ristretto angolo sperduto del mondo.
Questo film inoltre dà speranza anche a tutto il cinema italiano. Infatti, vedendo questi buoni progetti si ha l’illusione che anche nel nostro Paese si possano realizzare pellicole impegnate, che non cedano il passo all’imbecillità spicciola alla ricerca della comicità a tutti i costi, ma che con arguzia portino tutti a riflettere sulle drammatiche condizioni di alcune realtà che troppo spesso tutti tendiamo a dimenticare perché fin troppo scomode.
Di Davide Monastra da filmforlife.org

Il legame con le tradizioni, la spinta verso il nuovo. Tutt’intorno c’è il mare, le sue antiche leggi. E le attuali leggi degli uomini, che proprio nel mare lasciano annegare la speranza di un mondo ancora capace di salvare, salvarsi, attraverso l’altruismo, la pietas.
Filippo (Pucillo, alla terza prova d’attore con Crialese), è un 20enne di Linosa, orfano di padre, pescatore insieme al nonno Ernesto (il “puparo” palermitano Mimmo Cuticchio), cresciuto senza aver mai abbandonato l’isola, “incastrato” tra gli echi di una realtà quasi mitologica e la fascinazione verso un nuovomondo vagheggiato dalla giovane mamma Giulietta (Donatella Finocchiaro) e già fatto proprio dallo zio (Beppe Fiorello), che agli inesistenti guadagni della pesca ha preferito la certezza dell’effimero, “animando” le vacanze dei tanti turisti che in estate affollano quel lembo di terra. Ferma, in questo insanabile conflitto tra le proprie radici e la modernità: a spezzare lo stallo, la comparsa in mare di alcuni disperati che rischiano di affogare. Lasciarli lì è fuori discussione, salvarli è fuorilegge: ma è il mare, in mare, a comandare. E il cuore a regolare l’azione di Ernesto e Filippo, che “clandestinamente” danno asilo a Sara (Timnit T., immigrata la cui storia ha realmente ispirato Crialese per il soggetto), a suo figlio e alla bambina che nascerà da lì a poco.
Respiro, Nuovomondo, Terraferma: la profondità, la separazione, il confronto; il mare quale paradigma di un cinema, quello di Emanuele Crialese, che inghiotte di volta in volta lo sguardo e riporta in superficie l’essenza delle cose, della natura umana, senza scorciatoie o vezzi inutili.
E che in questo caso esplode con forza nell’incontro tra Sara e Giulietta, entrambe desiderose di raggiungere la propria “terraferma”, con la seconda consapevole del rischio corso di fronte alla legge per aiutare l’altra: “favoreggiamento all’immigrazione clandestina”, il reato che oggi viene imputato a chi offre asilo ai disperati del mare. Umanità che rimette alla prova se stessa, la risposta che Crialese affida al suo ultimo, bellissimo film, consegnando infine al giovane Filippo il timone di un avvenire che ritrovi la luce dopo il buio di una difficile traversata.
Di Valerio Sammarco da cinematografo.it

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