Sorelle mai

Giorgio legge Čhecov, si rifugia dalle zie a Bobbio e si prende amorevolmente cura di sua nipote Elena. Sara recita Shakespeare, rifugge la provincia emiliana e lascia che siano le sue vecchie zie a crescere la sua bambina. Giorgio e Sara si rinfacciano i loro destini sfumati e lontani da Bobbio, ma è davanti al Trebbia che finiscono sempre per tornare, tuffarsi e volersi ancora bene, cavandosi a turno dagli impacci. Attrice senza successo lei, attore con un futuro incerto lui, Sara e Giorgio aspettano l’occasione della vita, eternamente attesi dalle zie e “amministrati” da Gianni Schicchi, doppio pucciniano e amico di famiglia che li ama e li consiglia. Sulle sponde del Trebbia scorre intanto la loro giovinezza e fiorisce quella di Elena, ormai adolescente e desiderosa di sperimentarsi.
Ogni film di Marco Bellocchio è una tappa, qualcosa di nuovo rispetto a quello precedente. Così il suo film successivo non lo trovi mai dove te lo aspetteresti. Dopo la parabola di un regista che si interroga sull’identità di chi fa cinema e quella di una donna sacrificata dal potere che riflette sui “cattivi” padri della nazione, il regista piacentino torna a bagnarsi coi suoi protagonisti “familiari” nelle acque fresche del Trebbia. Sorelle mai è un “film per caso” composto da sei episodi girati in sei anni, compresi tra il 1999 e il 2008, e puntuale proseguimento di Sorelle, medio metraggio realizzato quattro anni prima in collaborazione con gli studenti del laboratorio “Fare Cinema”. Interpolando le immagini digitali con la pellicola in bianco e nero del suo debutto, Bellocchio torna ad abitare la casa dei Pugni in tasca affollandola di parenti, amici, comparse e attori. Il “richiamo di questo paese è immutabile”, dichiara Piergiorgio Bellocchio nel film, confessando alla sorella della Finocchiaro l’impossibile “addio al passato” che ha contagiato le nuove generazioni, incapaci di chiudere con l’ossessione familistica, la provincia e la ribellione. Eppure questa volta Bellocchio lascia che sorelle, figli e nipoti, sue ideali proiezioni, trovino una riconciliazione con un ingombrante passato. Cercare di realizzare una forma di disubbidienza non implica più l’assassinio della madre.
Come già inteso e messo in scena nell’Ora di religione, al delitto si sostituisce la separazione, la fuga. Incessante come quella di Giorgio e Sara, sempre in arrivo, sempre in partenza contro la stanzialità confortante delle zie. Un’altra vacanza in Val Trebbia per i Bellocchio, un altro battesimo nelle sue acque gelide anche d’estate, da non intendere come sfogo narcisistico ma piuttosto diario intimo, che rivela un’idea di cinema con cui riprendere un contatto più intimo e profondo.
C’è il racconto familiare e c’è ancora e sempre il melodramma verdiano, che muove le deflagrazioni interiori dei personaggi, di cui Bellocchio rivela fin l’ultima piega emotiva. Ovunque, e soprattutto nel cuore, c’è Bobbio, la provincia da fuggire e insieme il luogo da abitare. Nell’epilogo, che si lascia trascinare in acqua dall’iperbole della fantasia, c’è Gianni Schicchi, complice affettuoso cucito nel frac di Modugno. Coi pugni in tasca e un cilindro per cappello interpreta l’ “addio al mondo e ai ricordi del passato”.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

La vita della famiglia Mai, composta da Giorgio, attore senza successo, la sorella Sara che tenta anch’essa una strada nel mondo dello spettacolo, la figlia di lei Elena che è accudita da due zie/sorelle residenti nell’antica magione di famiglia a Bobbio, più un amico di famiglia che si occupa dell’amministrazione della casa.
Nato dalle sperimentazioni condotte da Bellocchio con i suoi studenti di Fare Cinema presso Bobbio, paese natale del regista che ospita tra l’altro un festival annuale di cinema indipendente, è un film suggestivo e misterioso, forse il primo esempio di compiuta postmodernità nel cinema italiano.
Composto di 6 episodi, che si dipanano tra il 1999 ed il 2008 (e sono stati girati nei rispettivi anni, per un totale di circa un decennio di lavoro) il film è sconnesso, pieno di ellissi, enigmatico ed affascinante. La sua attrattiva risiede innanzitutto nell’ambientazione: rigirando nei luoghi del suo scioccante film d’esordio I pugni in tasca, Bellocchio sembra voler chiudere i conti, a quarant’anni di distanza, con un fantasma che è ancora lì: il film è inframezzato da frammenti della pellicola sovracitata, quasi a rendere la casa di Bobbio (set di entrambi i film nonchè casa del regista stesso) un’abitazione stregata da uno spettro filmico assetato di ri-proiezione.
Tutti i personaggi principali del film sono parenti del regista: figli, nipote e sorelle. Proprio queste ultime danno il titolo al film: sorelle che (nel film come nella realtà) non hanno mai abbandonato la casa natìa perchè non si sono mai sposate, e rimangono testimoni, allora come oggi, di situazioni conflittuali e disturbanti all’interno del nucleo famigliare (e non solo). Certo le stridenti cotrapposizioni fra individui non si traducono più in pulsioni tanato-incestuose come ne I pugni in tasca, ma si fanno forse più sotterranee e meno evidenti, all’insegna del non detto, del rimpianto, di un’amarezza esistenziale.
In tutto questo, sorprendentemente, ecco che Bellocchio inserisce parentesi di inaspettato umorismo (come l’episodio del consiglio di classe in cui una professoressa, interpretata da Alba Rohrwacher, si batte per la promozione di uno studente pusillanime) o di spiazzante, magico mistero (il finale, mistico ed emozionante, un colpo di genio registico).
Il tutto senza trascurare la vivace realizzazione tecnica: girato con svariati modelli di handycam digitali, quindi con gradi di definizione diversi, fotografia sgranata e spesso fuori fuoco, girato a colori eppure spesso così simile ad un film in B/N per le sue scale di blu e di grigi, autocitazionista, diegeticamente frammentario.
Cinema postmoderno italiano, da vedere preferibilmente dopo il film del 1965.
Alessandro Giovannini, da “storiadeifilm.it”

Film intimo e familiare, risultato del laboratorio di cinema che Bellocchio tiene da più di dieci anni, Sorelle mai, nonostante la sua natura sperimentale, mantiene tutte le caratteristiche che fanno grande il cinema del regista piacentino, sospeso tra lo sguardo per i suoi personaggi e l’acutezza con cui racconta il macro.
Marco Bellocchio tiene da più di un decennio un laboratorio di cinema dove attraverso l’esperienza con i corsisti è nato il progetto di Sorelle mai. Film costituito di sei episodi compresi tra il 1999 e il 2008, nei quali viene raccontata la storia di una famiglia, attraverso la crescita di Elena (Elena Bellocchio) dai suoi 5 ai 13 anni, il rapporto con la madre Sara (Donatella Finocchiaro) molto spesso fuori casa a rincorrere il sogno di diventare una grande interprete di teatro e lo zio Giorgio (Pier Giorgio Bellocchio), a lei molto vicino. Tutte le vicende sono ambientate a Bobbio, snodo geografico che lega tutti i personaggi, dove Elena vive con due vecchie zie, di cui una sordomuta, e dove vive l’amministratore interpretato da Gianni Schicchi.
Alba Rohrwahcer in una scena del film Sorelle Mai Nonostante la natura sperimentale di film a episodi (derivante da un mediometraggio a cui sono stati aggiunti altri episodi), girato in un digitale a basso costo, Sorelle mai calza perfettamente nella filmografia di Marco Bellocchio che qui dà vita a un progetto in cui la serialità implicita, risultante da una realizzazione che copre dieci anni, non impedisce al film di avere una compattezza narrativa (sciolta provvisoriamente solo nella parentesi scolastica interpretata da Alba Rohrwacher) e stilistica ben distinguibile. Anzi la natura realmente diacronica delle vicende finisce per fornire forza al verbo narrativo e alla crescita dei personaggi. Come distinguibili sono i temi e le suggestioni visive più classiche del cinema del regista piacentino.
Film intimo e familiare ricco di momenti molto intensi, Sorelle mai è un’opera che conferma, anche all’interno di un contesto produttivo così piccolo, la grande maturità del cinema di Bellocchio, sempre sospeso tra lo sguardo per i suoi personaggi e l’acutezza con cui racconta il macro, in questo caso l’immobilità della vita di campagna, dei suoi riti e consuetudini. Particolarmente riusciti il quarto ed il sesto ed ultimo episodio, quelli in cui il film esce maggiormente dalle mura domestiche e si confronta con una realtà che opprime e sfugge.
Adriano Aiello, da “movieplayer.it”

Frammenti di vita vera, diluiti in una finzione solo apparente. Una descrizione che ci sembra calzante per definire questo inspiegabile, affascinante, misterioso nuovo esperimento cinematografico di Marco Bellocchio. Dopo l’impegno altisonante di “Vincere”, il regista piacentino torna a casa, in tutti i sensi. Usa i mezzi della scuola di Bobbio, suo paese natale e luogo dove girò il suo primo capolavoro, “I pugni in tasca”. Gira insieme a vere zie, vere sorelle, veri figli. Un affresco familiare ripreso, realmente, in diversi momenti nel tempo. Dal 1999 a oggi, ci sono scene che, nel loro insieme, vanno a comporre questo “Sorelle Mai”, simbolico titolo sulla storia semifittizia di una famiglia, il cui perno è la piccola Elena (l’ultimogenita di Bellocchio), attorniata da parenti (quasi tutti veri, anche se alcuni recitano un ruolo diverso rispetto al loro vero grado di parentela) e con una madre, Sara, che spesso non c’è perché fa l’attrice a Milano.
Sara è Donatella Finocchiaro, al suo meglio in questo ruolo di donna indecisa, titubante, che riflette, che vive i cambiamenti della vita con ritmo quasi naturale. Perché la bellezza di “Sorelle Mai” è questa: un affresco familiare come non l’avevamo mai visto, un documentario che mischia tracce di reale a una sceneggiatura di finzione. Un film sulla memoria, sull’importanza del recupero delle radici, un ritratto sul fascino della provincia. Bellocchio mette insieme i pezzi girati in un decennio con una facilità disarmante: impossibile credere che davvero, nel 1999, il regista avesse già una piena idea di che cosa creare infine. Eppure, sarà questa l’impressione che avrete. Perché il quadro, con i volti che cambiano e la bimba che cresce, parrà in conclusione davvero naturale.
Bellocchio non si ferma più. Questa sua ennesima nuova vita, esplosa con i suoi ultimi lavori, va a comporre un mosaico così poliforme da lasciare atterriti. Ma una cosa c’è in comune ovunque posiamo lo sguardo: sia che ragioni sulla storia d’Italia, sia che parli di sentimenti, di amore, di guerra, di famiglia, Bellocchio non smette mai d’interrogarsi. Con uno stile che sa variare a seconda del registro, l’autore di “Sorelle Mai” non smette di porre interrogativi a se stesso e al suo pubblico. In chiave a volte ironica, a volte violenta e drammatica, il suo cinema è sempre e continuamente prezioso.
E se dimenticherete alcune piccole incongruenze (la Finocchiaro che non riesce a nascondere un minimo di accento siciliano) e alcune lentezze sul percorso, anche il suo ultimo film, che pure è quasi dichiatamente un episodio minore, resta qualcosa da conservare con affetto.
Giancarlo Usai, da “ondacinema.it”

Sono trascorsi ormai quasi cinquant’anni dai Pugni in tasca, uno dei più folgoranti esordi che il cinema italiano ricordi, manifesto per nulla consolatorio di una generazione in lotta contro padri (e madri) troppo ingombranti, eppure Bobbio, il paese sperduto nel piacentino dove Marco Bellocchio è nato e cresciuto, sembra aver perso ben poco di quell’atmosfera di irrealtà sospesa e occlusiva che, nel film del 1965, gravava sui protagonisti fino ad inghiottirli. È Bobbio, con i suoi luoghi e le sue liturgie immutabili, a rappresentare il filo conduttore di Sorelle mai, il nuovo film di Bellocchio presentato in anteprima alla Mostra di Venezia dello scorso anno, una sorta di viaggio domestico e collettivo, a metà strada fra narrazione e filmato di famiglia, che sarebbe ingeneroso catalogare esclusivamente come esperimento didattico. Il film si presenta come una sorta di seguito ideale, distribuito su un quadro temporale più lungo, di Sorelle (2006), opera di cui condivide personaggi, trama e gestazione. Anche stavolta il prodotto finale è infatti inscindibile dalla sua storia produttiva: anima e ispiratore del Festival del Cinema di Bobbio, Bellocchio trascorre qui due settimane ogni estate, dirigendo personalmente (eccezion fatta per la scorsa stagione, durante la quale era impegnato nell’allestimento mantovano del Rigoletto) il laboratorio Fare Cinema che, di anno in anno, ospita un ristretto gruppo di aspiranti lavoratori del settore. Budget ridotto, camera a mano e scorci bobbiesi sono gli irrinunciabili ingredienti delle riprese svolte nell’arco di quasi dieci anni, da troupe ogni volta differenti e sempre improvvisate, con l’ausilio di alcuni storici collaboratori. L’idea di costruire un lungometraggio, montando alcuni spezzoni girati dai partecipanti al seminario fra il 1999 e il 2008, è nata soltanto in itinere, eppure (grazie anche al sapiente montaggio di Francesca Calvelli) la nettezza della scansione episodica non altera un’armonia di sguardo e di tono che attraversa tutta la pellicola, di tanto in tanto inframmezzata, con ironia quasi beffarda, da frammenti tratti dai Pugni in Tasca (in un lampo la confusa rievocazione della madre da parte delle anziane sorelle è alternata all’immagine della madre cieca, vittima e carnefice, del primo film; la visita delle sorelle al cimitero è accostata a quella di un Lou Castel già colmo di propositi delittuosi). Attori professionisti (Donatella Finocchiaro, Alba Rohrwacher) e non si mescolano con naturalezza ai membri del clan Bellocchio, che realmente crescono all’interno del film (ed è uno degli aspetti più involontariamente geniali), evolvono interiormente e mutano aspetto, altezza e voce: il figlio Piergiorgio e la figlia Elena (rispettivamente zio e nipote nel film), le sorelle (“Mai” è il loro cognome nel film, e mai si sono allontanate da Bobbio, mai si sono sposate, come, con disarmante candore, fa loro notare la piccola Elena) o l’amico-amministratore Gianni Schicchi (la fantasmatica figura che ha attraversato tutto il cinema di Bellocchio). C’è meno rabbia nello sguardo del regista, che tuttavia non si abbandona a scontati effetti nostalgici, ma mantiene uno spirito saldo e disincantato di fronte ad una provincia avvoltolata su se stessa, emblema della difficoltà metter in gioco se stessi, di liberarsi delle proprie eredità (la casa di famiglia, forse impegnata, in parte venduta; la tomba da ampliare per i prossimi cent’anni), di tagliare le proprie radici per spiccare il volo senza protezioni. Al centro del racconto ci sono i due fratelli, Pier Giorgio e Sara, scissi fra il desiderio di costruire la propria esistenza in un altrove e l’incapacità di emanciparsi davvero, fra la paura di rimanere imprigionati in un guscio troppo piccolo e un’irrisolutezza di fondo che costringe sempre a tornare sui propri passi (“prometto, prometto e forse non mantengo”, confida Pier Giorgio alla sorella). In un clima che pare immune al cambiamento (questo il rimprovero rivolto anche alla “forestiera” Alba Rohrwacher dal fidanzato), dove gli impegni coincidono troppo spesso con i rinvii (il matrimonio di Pier Giorgio, il ritorno di Sara, un nuovo lavoro), Elena, prima bambina e poi giovane donna, è una speranza di vitalità nuova, mentre le sorelle appaiono come le eterne e solerti custodi di un ordine silenzioso e immutabile. Eppure forse alla fine qualcosa accade davvero, quasi impercettibilmente un ciclo si chiude, con la misteriosa, quasi sognante scomparsa nel Brenta di Gianni Schicchi, l’uomo in frac che scivola nel nulla, lasciandoci con un cappello fra le mani.
Sofia Bonicalzi, da “indie-eye.it”

Divertimento. Freschezza. Leggerezza. Semplicità. Queste sono le prime parole che ci vengono in mente e che vogliamo accostare al film di Marco Bellocchio Sorelle mai.
Si tratta di un’opera girata nell’arco di quasi dieci anni e che non nasceva con l’intento di essere vista, giudicata dalla critica, ospitata in un festival, distribuita. Un lungometraggio fatto senza soldi, durante i periodi estivi; a partire dal 1999, fino al 2008.
Gli allievi del laboratorio Fare Cinema, la giovanissima figlia Elena (che vediamo crescere dai cinque ai tredici anni), il figlio Pier Giorgio, parenti, amici e attori. Un cast multiforme, improvvisato, ma perfettamente affiatato, addirittura equilibrato.
Durante dieci anni se ne vedono di tutti i colori: tensioni collettive e individuali, pranzi e cene, situazioni non proprio esaltanti, gioia e dolore, innamoramenti e discussioni private, situazioni grottesche e deliranti. Il tutto, però, sembra svolgersi nella più totale fluidità, nel suo libero manifestarsi senza i condizionamenti di una cinematografia calibrata per il mercato. Il racconto visuale diviene flusso di una psicologia familiare in divenire e mai prevedibile, un mix di riflessione e confusione molto simile alla vita reale.

Qualcuno potrebbe definire Sorelle mai un piccolo film, noi preferiamo pensare a questa prova anomala come a un lavoro totalmente libero, così come viene dichiarato dallo stesso Bellocchio nelle note di regia presenti nel press book.
Pur passando gli anni e pur cambiando la tecnologia (e gli allievi), l’impianto stilistico dell’opera rimane sempre solidamente attaccato a una spontaneità visuale e narrativa che solo la mano (e lo sguardo) di un maestro del cinema avrebbe potuto elaborare.
Si respira nel corso degli episodi che si succedono l’aria di un cinema che si autodetermina, che si forma nel suo farsi, senza sovrastrutture culturali, linguistiche e drammaturgiche.
A edificare questa naturalezza espressiva sono anche gli interpreti principali, tutti leggeri, soavi, mai fuori dai loro ruoli, sempre curiosi, vivaci e istintivi (Pier Giorgio Bellocchio, Elena Bellocchio, Donatella Finocchiaro, Alba Rohrwacher).
Maurizio G. De Bonis, da “cultframe.com”

La storia- Il film è costituito da 6 capitoli girati a Bobbio durante i laboratori di “Fare cinema”. I protagonisti sono i familiari di Bellocchio (il figlio Piergiorgio, le sorelle Letizia e Maria Luisa, la nipotina Elena) e le attrici Donatella Finocchiaro (nei panni di Sara, la sorella di Giorgio) e Alba Rohrwacher.
Andare a vedere Sorelle Mai di Marco Bellocchio è stata un’esperienza per certi aspetti catartica, di rappacificazione generazionale (tra quelli che erano giovani nella fine degli anni Sessanta in Italia e chi si appresta a solcare la soglia dei trenta oggi) prima che biografica (per gli espliciti riferimenti al film esordio del regista I pugni in tasca famoso per la sua irriverenza rivoluzionaria). In I pugni in tasca dominava una voce maschile che vedeva nell’uccisione della madre e del fratello handicappato l’unico modo per Alessandro (Lou Castel) di definire la propria identità. In Sorelle mai è la sorellanza a dare voce ad un’esigenza rappacificatoria. Ad accogliere i continui andirivieni dei fratelli Giorgio (attore poco soddisfatto) e Sara (aspirante attrice che lascia la figlia Elena alle zie) rimane la casa di Bobbio e le zie apparentemente immutabili. Adesso, il richiamo allo scorrere del tempo avviene per contrasto, con il permanere degli esistenti, e per analogia, con il Fiume Trebbia dove tutto ha inizio e fine.
Il cinema si piega alla realtà. Ed è in questo panorama che la sperimentazione nel plot e nelle forme della visione raggiunge livelli di grande interesse, di emozionante leggerezza non priva di sguardo conciliante. La famiglia diviene il luogo dove tutto ha inizio e fine, persino la finzione (nel suo precipitato tragico e comico), l’assunzione di ruoli e la lotta contro dei fantasmi ingombranti.
…in un tweet: Sorelle Mai tesse, ancora una volta, le fila di un racconto universalmente attuale.
Katiuscia Incarbone, da “duellanti.com”

Una bambina. Due giovani fratelli. Due anziane sorelle. Strane – o normali – geometrie familiari, in una Bobbio piacentina, luogo d’origine di Marco Bellocchio. Un luogo da cui partire, o tornare per stare, o per nascondersi o infine per fuggire.
Ma anche casa natale, e ora scuola di cinema, da cui nasce Sorelle Mai, realizzato con la complicità dei figli di Marco – Elena e Pier Giorgio – delle sorelle Letizia e Maria Luisa, dell’amico di sempre Gianni Schicchi – ma anche dell’affettuosa e disinteressata partecipazione di Donatella Finocchiaro, Valentina Bardi, Silvia Ferretti, Giovanna Beretta…- e degli studenti della scuola “Fare Cinema”.
Sorelle mai è un film per caso. Tanti racconti improvvisati, decisi per la stagione (estiva). Un film che non poteva essere più condizionato e allo stesso più libero” ha detto il regista.
Il film è costruito intorno a sei episodi, ma la storia è una, girata in sei anni, compresi tra il 1999 e il 2008. Il filo conduttore sono: una bambina Elena (Elena Bellocchio), nella sua crescita, dai cinque ai tredici anni, sua mamma Sara (Donatella Finocchiaro), sorella di Giorgio (Pier Giorgio Bellocchio), e i loro rapporti. Elena cresce con le zie a Bobbio, perché Sara è sempre in giro a fare provini come attrice, anche se non abbandona mai la figlia, ma torna appena può. Tanto che un giorno, appena ottenuta una parte importante decide di portare Elena a vivere con lei a Milano.
Ma a Bobbio ritornano, madre e figlia, qualche anno dopo, per concludere affari di famiglia. Nella casa patronale ritrova le zie e il fratello sempre più smarrito e inquieto. La casa patronale delle zie, ventre materno, rifugio, nascondiglio, con la sua tavola apparecchiata, la credenza con la chiave, i centrini, le importanti sedie da pranzo, è una protagonista. Bobbio stessa è la capofamiglia. Qui, i protagonisti ritornano sempre, più tendono ad allontanarsi più sovente ritornano, per intrecciare le loro vite, scacciare i demoni, mentre “il fiume scorre lento”.
Sorelle mai riprende il mediometraggio Sorelle rielaborandolo completamente e aggiungendo tre nuovi episodi. Bellocchio osa, crea, inventa, divaga, elabora come solo lui sa fare; gioca con le immagini distraendo il tempo che passa. La luce trasforma la trama, gli specchi rivelano nostalgia attraverso uno stile compatto e insieme frammentario.
“Addio al mondo, ai ricordi del passato, ad un sogno mai sognato, ad un attimo d’amore, che mai più ritornerà”. L’illusione del dramma, la seduzione dei ricordi, i fratelli (due personaggi shakespeariani) e le due zie (perfette per un’opera di Checov), personaggi melodrammatici (Gianni) e lirici (Alba Rohrwacher) sono racchiusi in un filmino di famiglia,grezzo, nel senso di puro, incontaminato da distrazioni.
Sorelle mai regala quel tocco di improvvisazione e quell’indecifrabile indifferenza, che ne fa un’opera poetica.
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Sorelle Mai nasce dall’esperienza di Marco Bellocchio al Laboratorio Fare Cinema di Bobbio, un progetto di formazione cinematografica che si tiene ogni anno nella cittadina emiliana fin dal 1997. Nelle edizioni dal 1999 al 2008, saltando a piè pari gli anni dal 2000 al 2003, Bellocchio diresse sei cortometraggi sulla vita della famiglia Mai. Protagonisti sono le sorelle Mai, che ispirano il titolo, i loro due nipoti, Giorgio e Sara e la figlia di questa, la cui infanzia è interamente percorsa dalle vicende della saga. Nell’ultimo vediamo anche la talentuosa Alba Rohrwacher nei panni di una angosciata professoressa che vive in affitto in una delle camere della grande casa di famiglia. Oltre a questi la fa da padrone lo scorrere del tempo, che grazie anche alla particolare genesi del film risalta ancora più chiaro ed intenso agli occhi dello spettatore. La famiglia Mai di oggi è più pacifica e conciliante di quella che vedemmo quarant’anni fa nel folgorante I Pugni In Tasca, esordio cinematografico di Bellocchio di cui, non a caso, vengono evocativamente inseriti alcuni spezzoni nel film.

Il suo centro, obsoleto e morituro, sono le due vecchie zie, che, con molta sensibilità, il regista ha dipinto pensando a “quelle signorine ottocentesce recluse sempre nella vita di famiglia, essendo scoraggiate a formarsene una propria”. Intorno a loro gravitano i due nipoti, per interesse di comodo ma anche per l’affetto che li lega ai luoghi della loro infanzia. Giorgio si fa vivo una volta ogni tanto, per saluti di cortesia e respirare l’aria dell’infanzia, similmente Sara, che però ha lasciato dalle zie la sua bambina, l’ultima della famiglia a poter crescere nella bucolica e dolce atmosfera di Bobbio. I sentimenti dei due ricordano da lontano quelli dei fratelli de I Pugni In Tasca, entrambi hanno paura di marcire a Bobbio, ‘a fare l’uno l’albergatore, l’altro l’animatrice, e talvolta nelle biliose parole di Giorgio si anima il fantasma di Lou Castel, che a denti serrati rimembrava le rime di Leopardi (“che l’età verde sarei dannato a consumare in questo natio borgo selvaggio”).

Tuttavia è qui la grande differenza tra le due opere, il nero scintillio della prima e la soave bellezza della seconda. Mentre nel primo film, l’odio per il castrante paese natio permeava ogni attimo e uccideva ogni tipo di amore familiare, fino a sfociare nell’omicidio familiare vero e proprio e molteplice; in Sorelle Mai l’aria di Bobbio porta con se molta dolcezza. E più che la paura di marcire nel borgo, c’è la sensazione di poter qui ritrovare i vecchi calori dell’infanzia. La crescita infatti non passa e finisce nei bollori e nel sangue della ribellione, ma si conclude nella rappacificazione fraterna e l’unico dramma della pellicola, simboleggiato dalla beffarda morte dell’amico di famiglia Gianni, è quello della fine del tempo che fu, di tutto un mondo ancora ottocentesco di cui fin dagli anni ’60 il cinema italiano fa i canti funebri (cfr. ad esempio anche Vaghe stelle dell’Orsa di Luchino Visconti) e che forse, ad oggi, a.d. 2011, sta davvero esalando i suoi ultimi respiri.
Cristiano Caliciotti, da “silenzio-in-sala.com”

Sara e Giorgio, nati e cresciuti a Bobbio, in provincia di Piacenza, sono due fratelli, anime delicate e costantemente in fuga dal paese d’origine. Sara vive a Milano, dove tenta da anni di coronare il sogno di diventare attrice, ha una figlia, Elena, che vive a Bobbio con le due zie Letizia e Maria Luisa. Anche Giorgio è andato via dalla cittadina natale in cerca di un futuro diverso, che non lo ancori ad un destino predeterminato e banale. Gli anni passano, Elena cresce, Sara ha un’importante occasione di lavoro e Giorgio torna in paese per sfuggire i debitori. Con il tempo, i rapporti tra i due protagonisti miglioreranno e alla fine la famiglia al completo assisterà ad un’insolita rappresentazione sulle sponde del Trebbia…
Il film di Bellocchio nasce dall’esperienza alla direzione dei corsi Fare Cinema tenuti a Bobbio, città in cui il regista è nato e dove nel 1965 gira l’opera d’esordio “I pugni in tasca”. La pellicola è suddivisa in sei episodi, cronologicamente datati tra il 1999 ed il 2008, che seguono indirettamente le fasi della crescita di Elena, tra l’altro figlia del regista, come Giorgio. “Sorelle Mai” rappresenta una testimonianza quasi autobiografica, il delicato rapporto con Bobbio che tormenta Sara e Giorgio, le limpide acque del Trebbia che fanno da sfondo ai momenti più forti della storia, gli anni della ribellione e l’incertezza rispetto al futuro.
Il regista porta un po’ di sé in questo lavoro: le citazioni sono molteplici e interessanti, gli scorci sul passato si aprono prepotenti mostrando fotogrammi degli esordi da “I pugni in tasca”, la coesione tra gli elementi è resa mistica dalla scelta di trasportare la realtà nella finzione, la famiglia Bellocchio traspone sé stessa sul set, ad esclusione delle bravissime Donatella Finocchiaro ed Alba Rohrwacher.
Stavolta tocca alla realtà diventar finzione, e non il contrario, ma il risultato è dolce e ironico, rabbia e pessimismo sfociano a tratti dalle letture di Cechov da parte di Giorgio. Fuga e partenza si mescolano inesorabilmente nei ritorni dei fratelli scanditi dalla presenza costante e rassicurante di Letizia e Maria Luisa Bellocchio. Questo film è dedicato alle due zie del regista, come dice egli stesso: “Mai (“Sorelle Mai”) è un cognome di fantasia, ma anche allude a quella trappola che per le due sorelle è stata la famiglia. Senza aver avuto la possibilità di una vita autonoma (nel senso che sono sempre state scoraggiate ad averla), sono rimaste sempre in casa come certe signorine dell’Ottocento, in un mondo gozzaniano o pascoliano, o cecoviano. Io, che sono più giovane, non ho responsabilità oggettive di questa loro “prigionia”, ma sento ugualmente una certa tristezza per la loro vita di confortevoli rinunce. E tanto affetto. Sorelle Mai è dedicato a loro.”
Bobbio è lo sfondo del film e della realtà della famiglia che si racconta attraverso i virtuosismi di Bellocchio. L’ambiente si trasforma e si modella attorno ai personaggi, o forse sono loro che modellano se stessi nell’evoluzione dell’amata/odiata città. Il presente e il passato si mescolano, l’odio cede il posto al rammarico e la vita di Elena che fiorisce testimonia la fine dei sogni di gioventù di Giorgio e Sara. Gianni Schicchi caro amico del regista, qui fedele amico e consigliere delle due donne che fanno da pilastro al tutto, chiude il lungo sguardo sul passato di Bellocchio e, se tutto comincia dalle sponde del Trebbia, allora non vi sarebbe altro modo di finire se non in prossimità delle stesse acque. Sulle note di Modugno, Schicchi si veste di un frac, attraverso il suo volto il riconciliatore addio con la terra natia, nell’inaspettato finale dai risvolti onirici.
Nadia Fontanella, da “ecodelcinema.com”

Per chi ha avuto un bavaglino con ricamato“non baciatemi”, per chi ha una zia con l’impellente necessità di una capace tomba di famiglia, per i defunti passati, presenti e futuri; per chi ha pensato di andarsene per poi tornare, sconfitto ma amorevolmente riaccolto; per chi desidera, senza riuscire e per chi si è distratto, per poi pentirsene. L’ultimo film di Marco Bellocchio è dedicato a chi si sente imperfetto, e sa cogliere le imperfezioni.
Giorgio e Sara, si allontanano da Bobbio, dalle stanze di famiglia. Sara ha la colpa di non essere come le donne d’un tempo, che si sacrificavano senza chiedere nulla per sé. Affida la piccola Elena alle cure delle anziane zie, per tentare di recitare Shakespeare a Milano; Giorgio, anche lui aspirante attore, torna da Roma, con una futura moglie e un progetto che ha bisogno di un finanziamento e chiede alle zie di aiutarlo. Ama e odia Sara, per quel suo sfuggirgli, per quel suo non essere lì quando lui c’è, e per quella sua indipendenza, di donna fragile ma determinata; e ama Elena che cresce, velocemente, all’ombra di una casa che la protegge, in un luogo che, per chi ritorna, sembra non essere cambiato.
Un tempo si andava via, per fare fortuna, e si ritornava solo se si poteva mostrare il proprio successo. Il cambio generazionale segna qualcosa di molto diverso: i vecchi sostengono i giovani e si fanno carico della loro felicità. Avvezze e rassegnate alle trappole della famiglia, le zie, serene e sostenute da un’incrollabile fede, assolvono con pazienza al compito dell’accudire; un compito che sembra non avere fine.
Dopo aver restituito luce al coraggio di una donna sacrificata dalla storia, in Vincere, Marco Bellocchio torna al territorio fisico e psicologico delle origini e dei Pugni in tasca, per mescolare la realtà di un luogo con le mezze verità di un lavoro di laboratorio e la memoria di un film di formazione; e ricorsivo guarda alle sue radici restituendo loro valore.
Una storia incardinata nella terra e nell’acqua di un fiume, tra le pareti spesse della casa avita e cadenzata dai tocchi delle campane, di oggi, come ieri. Le sorelle, Maria Luisa e Letizia, la nipote Elena, il figlio Pier Giorgio, l’amico di sempre Gianni Schicchi e la comparsa di due giovani donne, Donatella Finocchiaro e Alba Rohrwacher; tutti impegnati in un film percorso che racconta autenticamente il passare degli anni: sei episodi, girati dal ‘99 al 2008, nati in seno ai laboratori estivi che il regista conduce a Bobbio.
Eterogeneo nella forma, con momenti alti alternati a quelli più amatoriali, Sorelle Mai, tiene sospeso lo spettatore catturato da una storia che appare vera. Pellicola e digitale, luci naturali che sgranano e colori saturi sono imperfezioni che contribuiscono a dichiarare il valore documentario; ma la cosa che sorprende è che, al di là di una immediata valutazione di discontinuità e di imprecisione, Bellocchio offre al pubblico un film generoso di spunti di riflessione, ambientato in un microcosmo quasi cristallizzato, capace però di contenere tutti i tormenti e le frustrazioni del nostro tempo. Con evidente lucidità crea un confronto generazionale sul tema della rinuncia e della determinazione di sé. Quel che resta dei tentativi abortiti, delle speranze e degli abbandoni, quel che riesce ad accogliere e a lenire è l’appartenenza, sono le radici, pur con tutti i sentimenti contrastanti e oltre a qualsiasi atto sorprendente, o eclatante, richiesto dal copione.
Le fresche, dolci acque del Trebbia, con le sue pozze profonde che accolgono i ricordi e i ritorni, fanno da alveo anche alla teatrale messa in scena della fine di un uomo in frac, che involontariamente ha superato la mediocrità di Giorgio e Sara.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Quaderni piacentini
Scorre come una sorgente sotterranea sotto un decennio di cinema rigoglioso Sorelle Mai, affascinante precipitato filmico, tra il documentaristico e il lirico, di temi e umori dell’opera del regista piacentino affiorati e rielaborati nel frattempo nella produzione “ufficiale” (dieci anni di film stordenti, immaginifici, potenti), work in progress liquido e impossibile per sua stessa natura da contenere ed ultimare, in perenne movimento, in continua trasformazione. Home movie che assume le fogge di un agrodolce racconto cechoviano (Piergiorgio legge in apertura i Quaderni del grande autore russo), filmino estivo che assurge a lezione di cinema, block-notes di un regista che diventa romanzo privato e familiare. Ancora vacanze in Val Trebbia (il mediometraggio autoanalitico realizzato negli stessi luoghi da Bellocchio nel 1980) venti/trent’anni dopo, a ritrovarsi in quel paesaggio e nuovamente perdersi. Un lavoro multiforme e inafferrabile, continuamente sospeso tra istintività estiva e riflessione autunnale, ma di una compattezza emotiva esemplare.
Nato nell’ambito dei corsi di Fare Cinema, il laboratorio tenuto dal regista ogni estate nella natia Bobbio, e realizzato in collaborazione con i suoi giovani allievi, articolato in sei episodi girati in sei anni diversi, tra il 1999 e il 2008 (col titolo Sorelle era già comparsa nel 2006 una prima versione limitata ai tre episodi iniziali), Sorelle Mai è un “film per caso” come lo definisce il suo autore, frutto di un intento didattico antiautoritario, contaminazione felicemente anarchica di elementi di realtà e di finzione, mestiere e improvvisazione, immersi in un lavorio di mutuo scandaglio e arricchimento: “avendo girato nel corso di dieci anni e senza alcuna idea di raccogliere gli episodi in un film, abbiamo lavorato in maniera libera, spontanea. Gli episodi nascevano uno dall’altro, da un anno all’altro. È il tempo il vero protagonista del film, ciò che ne regge l’intero senso (MB)”.
Tutto ruota ancora una volta attorno alla famiglia, peccato originale del cinema bellocchiano, e ai suoi luoghi, fisici e dell’anima: Bobbio, la provincia morbida ed immobile, culla quieta e prigione dorata, e la casa patronale, rifugio al tempo stesso confortevole e opprimente, magnete irresistibile e totem da abbattere. Spazi abitati, percorsi e fuggiti da tre generazioni di una famiglia che Bellocchio ricrea di fronte alla macchina da presa mescolando i suoi parenti più prossimi ad attori professionisti: i fratelli Giorgio e Sara (il figlio del regista Piergiorgio e Donatella Finocchiaro, presenza luminosamente dolente), la figlia di quest’ultima Elena (ultimogenita di Marco e sorellastra di Piergiorgio), le due anziane zie (Letizia e Maria Luisa Bellocchio, le sorelle del regista già comparse in brevi camei in altri suoi film). Un album di famiglia sul quale pesa silenziosa la mancanza delle figure genitoriali (forse già “uccise” dai figli), quella madre e quel padre la cui fragorosa assenza dilatata a vuoto morale e politico è al centro di diversi capolavori bellocchiani. Unico personaggio accostabile a un presumibile ruolo paterno è quello impersonato da Gianni Schicchi Gabrieli (sodale di lunga data di Marco), vecchio amico di famiglia nonché fidato consigliere e amministratore del patrimonio, figura propositiva ma attraversata dalla consapevolezza crepuscolare di un’uscita di scena non più rimandabile, di un tempo che ha fatto il suo tempo e che deve lasciar scorrere altro tempo, come suggerisce il malinconico ed enigmatico finale, di una drammaticità dolcemente ovattata e ritualmente liberatoria, sulle rive e nelle acque del Trebbia.
Le sorelle dell’ambiguo titolo (Mai come cognome ma anche come connotazione temporale-esistenziale) sono proprio le due zie (a loro il film è dedicato), splendide creature gozzaniane, remissive custodi della memoria, numi tutelari di un focolare domestico al quale sono state incatenate da logiche familiari che le hanno destinate a un nubilato quasi forzato, ad una esistenza placidamente fuori dal mondo, benignamente fantasmatica ma che non ha conosciuto mutazioni né progresso, incapace di tracciare una distinzione netta tra vita e morte (l’insistito interesse per le cappelle del cimitero durante la seduta notarile, gag tenera e crudele). Lo sguardo che Bellocchio lancia su questo mondo, sul suo mondo, è comunque all’insegna di una serenità nuova che pur non essendo mai conciliante smussa la sottile asprezza delle situazioni raccontate (le difficoltà economiche, le divisioni della proprietà, i contrasti tra i fratelli, le loro aspettative deluse). In quelle stesse stanze tenute in ordine dalle due anziane donne, instancabilmente rassettate e spolverate in un’illusione di eterno presente, quasi mezzo secolo prima Bellocchio aveva fatto esplodere l’ordigno dell’epocale I pugni in tasca, urlo scomposto di ribellione, attentato violento all’istituzione familiare. Frammenti fulminei di quel film s’inseriscono e si sovrappongono alle nuove immagini non come mera (auto)citazione ma come esorcismo, legame ineliminabile col passato e al tempo stesso liberazione dai suoi fantasmi.
I personaggi in scena, sempre basculanti tra adesione psicologica all’identità del proprio io reale e invenzione narrativa, non sono mai figure dai contorni netti, definiti una volta per tutte. Giorgio, anima inquieta e smarrita, doppio obliquo del padre-regista, cerca di costruirsi una famiglia lontano da Bobbio avviando un’attività di commerciante di preziosi ma fallisce, poi sembra voler intraprendere la strada della recitazione (e lo spezzone de La Balia che compare in tv suggerisce una sua temporanea riuscita, quasi in gara con la sorella), la persecuzione subita da oscuri strozzini lascia intendere dissesti finanziari, infine l’ultima sequenza lo vede nei panni di regista. Parallelamente la sorella Sara, madre single che affida la figlia alla cura delle zie, vive divisa tra Milano e la provincia, tra una carriera d’attrice che tarda a consolidarsi e l’ipotesi di una vita quieta da albergatrice tra le colline piacentine, anch’essa rosa da un continuo fuggire e ritornare ma addolcita dalla presenza della figlia e dal progetto di reinventare tra loro un rapporto. Per un breve periodo sfiora le sorti della famiglia anche un’insegnante liceale, pensionante presso le zie, interpretata da Alba Rohrwacher. Un episodio che nel suo essere vistosamente distaccato dal canovaccio principale rilancia l’origine didattica del lavoro, di Sorelle Mai come serbatoio di sguardi e storie, oltre a costituire un segmento intensamente bellocchiano per tematica e ambientazione con la giovane docente in preda a pene d’amore che si trova a riflettere sulla freddezza e la “disumanità” delle istituzioni (e degli uomini e delle donne che le incarnano) nella cornice di un collegio scolastico tenuto in quella che un affresco indica come un’antica cappella (il preside è interpretato da un altro membro della famiglia Bellocchio, uno dei fratelli di Marco, il poeta Alberto).
Su questo materiale apparentemente caotico è dunque sostanzialmente il tempo a far emergere un disegno narrativo tenue ma unitario i cui volatili contorni Bellocchio cerca di afferrare e fissare su pellicola tramite un digitale grezzo, immediato, emotivo, in cui la registrazione dei fatti è inseparabile da una dimensione onirica e allucinatoria, catturando dei luoghi la luminosità naturale e smorzandola nel suo risvolto spettrale. Si trovano così incastonati e quasi sorpresi di sé attimi di cinema folgorante: la breve e nervosa nuotata notturna in piscina di Giorgio conclusa da una concitata telefonata alla sorella; Elena e la fidanzata di Giorgio che giocano con antichi abiti da sposa; il colpo di pistola durante l’audizione, squarcio di assurdo illuminante; l’inquadratura del giardino di casa diviso dal viale d’accesso che separa la vecchia generazione da quelle di zio e nipote; i bagni al fiume come inconsapevoli riti quotidiani di purificazione; le passeggiate serali per Bobbio passate al filtro deformante dei vetri del trenino urbano; tutti i primi piani della Finocchiaro, istanti di puro innamoramento; gli incubi di Giorgio in forma di ombre cinesi sul muro; la messinscena conclusiva nelle acque del fiume, liquido amniotico e sudario. In questo ritmo non lineare fatto di fughe e stasi, allontanamenti e ritorni, pause e slanci in avanti, l’annotazione palpabile e delicatamente inesorabile della crescita di Elena, la trasformazione sensibile del suo corpo da bimba a ragazzina, la ricognizione della sua innocenza ancora aurorale s’impongono come metronomo “in diretta” dell’opera, suo baricentro emotivo e morale. Il melodramma verdiano (antica passione del regista) s’intreccia alla canzone popolare d’autore, l’addio del passato (l’aria della Traviata che dà il titolo al bel mediometraggio realizzato da Bellocchio in occasione del centenario della morte del suo compositore) si unisce al reiterato adieu al mondo di Modugno, si accetta la disillusione svestendola dei rimpianti e guardando oltre. Sorelle Mai è sperimentalismo vitale nel quale si respira una sensazione salutare di incompiuto, di non finito, di uno sguardo sul futuro ancora da costruire.
Filmare come fluire, filmare come vivere.
Michele Favara
Voto: 8
da “spietati.it”

Il tempo che scorre
Il regista Marco Bellocchio segue le vicende che avvengono nella casa dove è cresciuto con le sue sorelle Letizia e Mariuccia. Quello è il luogo dove torna sempre, nella bellissima Bobbio, nel Piacentino dove il Trebbia scorre tranquillo. Nella casa vive la piccola Elena, figlia di Sara, la bambina di cui si segue l’evoluzione, prima a tre poi a cinque e a dieci anni. Elena vive con le zie nel paese perché sua madre fa l’attrice ed è costretta a spostarsi di continuo. Ma la bambina non è sola. Suo zio Pier Giorgio la adora e sua madre non l’ha abbandonata: appena le è possibile torna per trascorrere del tempo con lei. Un giorno, però, Sara arriva con una novità. Vuole portare Elena con sé a Milano. È arrivato il momento in cui la bambina dovrà lasciare il paese, la sua casa natale e separarsi dalle zie, forse definitivamente… (sinossi)
La bellezza di un’operazione cinematografica come quella imbastita da Marco Bellocchio nel dittico familiare comprendente Sorelle e quest’ultimo Sorelle Mai risiede esclusivamente nella articolata semplicità di realizzare un’opera libera, estremamente personale ma anche didattica, perché realizzata insieme agli studenti della scuola di Bobbio, paese dove il regista è nato e ha mosso i primi passi. Ed è proprio il comune del piacentino a fungere da metaforico asse attorno al quale ruotano i destini dei vari personaggi – tutti più o meno riconducibili al cognome Bellocchio – mentre la macchina da presa si limita, apparentemente, a registrarne i cambiamenti sia fisici che esistenziali. Anche Sorelle Mai infatti, al pari del precedente Sorelle, è articolato in differenti periodi temporali: dopo un prologo nel 1999 troviamo segmenti narrativi (o meglio, episodi di vita…) girati nel 2004, 2005, 2006, 2007 e 2008, osservando ancora la crescita dell’ultimogenita del regista Elena nonché il ritorno sulla scena delle sorelle del regista Maria Luisa e Letizia e dell’altro figlio Pier Giorgio, il quale nella finzione diventa Giorgio, zio di Elena – invece che fratellastro maggiore con padre in comune – perché fratello del personaggio fittizio di Sara, sempre interpretata dall’ottima Donatella Finocchiaro, brava e credibilissima anche quando talvolta tradisce leggermente un incongruo accento siciliano.
Se, giunti a questo punto, chi legge stenta ad orientarsi sappia che la confusione è voluta e pianificata; perché Sorelle Mai vive, come il suo predecessore, di continue contaminazioni tra realtà ed elementi di finzione, passato e presente e persino tra passaggi quasi documentaristici ed altri la cui artefazione è resa così esplicita da far apparire l’opera quasi una summa di tutto il cinema bellocchiano, dagli esordi lontani alle ultime fatiche. Un contrasto che dà vita ad un lungometraggio – sperimentale nel senso più pieno e compiuto del termine – di nuovo eccezionalmente stimolante, che conduce però ad uno scarto ulteriore rispetto alla dolcezza protettiva di Sorelle, per certi versi sintetizzabile a racconto ciclico della tenera infanzia di Elena nel simbolico ventre protettivo di Bobbio, amorevolmente accudita dall’affetto infinito delle zie. Se nel film primigenio prevaleva, pur non evitando la descrizione delle varie problematiche dei personaggi, l’intento di documentare la dolce magia di un momento unico e irripetibile della crescita di una persona, in Sorelle Mai entra prepotentemente in scena il fattore temporale, il cui scorrere inesorabile modifica tangibilmente situazioni ed esseri umani. Si coglie una vena poetica decisamente più aspra, in Sorelle Mai: Giorgio, alle soglie dei quaranta anni, non sa ancora quale strada prendere nella vita ed avverte che il Destino lo sta riportando al punto di partenza, cioè Bobbio. E non certo a caso ritorna il parallelismo formale e simbolico con il Lou Castel de I pugni in tasca, qui riproposto però in chiave pessimistica piuttosto che come ipotetica ribellione rispetto ad un futuro non ancora scritto. Di contro sua sorella Sara, che fa l’attrice di basso profilo ormai da troppo tempo, vorrebbe vendere la casa di Bobbio e trasferirsi a Milano con la figlia Elena, ma è ancora incerta sul da farsi, perché la vita alla fin fine non propone mai scelte troppo facili. Come del resto ben dimostra l’inserimento nel film del personaggio “estraneo” interpretato da Alba Rohrwacher, una giovane insegnante di liceo che ha il coraggio di mettere in discussione se stessa e ammettere i propri errori per salvare, in sede di scrutinio, un suo studente difficile da una bocciatura sicura. Un gesto di altruismo paragonabile a quello delle due sorelle Letizia e Mariuccia Bellocchio, alle quali il film è dedicato sin dal titolo; quel Sorelle Mai in cui la seconda parola è sì il cognome di famiglia delle stesse e messa in scena nel film ma anche significativo di una sorta di sacrificio esistenziale che le ha viste rimanere a Bobbio per tutta la vita, senza sposarsi e costruirsi una famiglia, alla stregua di vestali di un simbolico tempio che probabilmente non sopravviverà alla sua Storia secolare.
Un epilogo che Marco Bellocchio lascia intravedere nel finale del film, acuto, simbolico e spiazzante come nella più felice vena dell’autore de Il regista di matrimoni e Vincere, dove l’amico di famiglia di una vita Gianni Schicchi Gabrieli – sorta di coscienza vivente del macrocosmo familiare “bobbiano” – compie l’ultimo rituale possibile per chi ha provato a resistere sino in fondo a tutte le contraddizioni di una realtà comunque difficile da decifrare in senso logico anche, o forse a maggior ragione, se osservata attraverso la lente (non) deformante di un cinema che vuole a tutti i costi farsi verità. Riuscendoci appieno.
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

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