RCL – Ridotte capacità lavorative

Pomigliano d’Arco. Trenta giorni dopo il referendum (indetto e indotto dalla Fiat) sull’intesa tra azienda e sindacati per il piano di rilancio dello stabilimento a spese di “alcuni” (sostanziali) diritti dei lavoratori, Paolo Rossi approda nella provincia napoletana per i sopralluoghi di un ipotetico film. Accompagnato da una troupe ridotta e naïf, il piccolo “maestro” di Monfalcone osserva, sotto un Borsalino e la canicola estiva, un comune cresciuto, trasformato e stravolto dalla presenza della celebre industria automobilistica, insediatasi intorno agli anni Sessanta.
Respirando un’aria di “surrealismo civile”, Paolo Rossi interroga il sindaco (di destra), il prete (di sinistra), il sindacalista, gli operai e le loro consorti senza manipolare e senza semplificare. Lo sguardo della compagnia Brancaleone e del suo capocomico si colloca allora in un’adesione permeabile alla realtà osservata, assorbendone il ventaglio complesso di umori, tinte, sfumature. All’ombra del Vesuvio e lungo le strade, le vie e le piazze intitolate al Po, a Torino e all’Alfa, dove si consuma l’ennesimo crimine della globalizzazione, matura l’idea di girare un film di fantascienza, l’unico genere in grado di illuminare i coni d’ombra e di aderire agli incubi di un’epoca. Solo il “fantastico”, superando per sua natura ogni limite (anche cinematografico), turbando la fiducia del pensiero logico e spalancando l’intrusione dell’irrazionale, è abilitato alla messa in scena dello “strano caso” di Pomigliano d’Arco. Su un “pianeta” neanche troppo lontano un gruppo cospicuo di lavoratori si è ritrovato improvvisamente arbitro del proprio destino professionale: essere licenziato o rinunciare ai propri diritti contrattuali e costituzionali, conquistati in anni di battaglie sindacali. Il reality movie, ideato da Alessandro Di Rienzo, diretto da Massimiliano Carboni e interpretato da Paolo Rossi, offre allo spettatore la possibilità di “vedere meglio” qualche cosa che una storia finzionale o un “semplice” documentario non avrebbe potuto rivelare. Con Ridotte Capacità Lavorative siamo nel territorio della poesia mordace, che smaschera quello che c’è dietro la realtà fattuale e che di norma non ravvisiamo. Sognando il suo utopistico soggetto (Nino D’angelo affrancatore della classe operaia di Pomigliano sulle note di un “manifesto” neomelodico e nei panni di Karl Marx), Paolo Rossi è lo scatto di fantasia, l’iperbole satirica, il guizzo di indignazione e il guitto indignato che serviva al cinema italiano. Facendosi garante di una de-strutturazione parodica, l’attore-autore si prende gioco dei codici del documentario, denunciando e (di)mostrando in chiave leggera e accessibile il proibitivo sviluppo industriale promosso da Sergio Marchionne.
Amministratore delegato del gruppo Fiat e Chrysler e ridimensionatore in pullover degli stabilimenti Fiat, Marchionne vuole migliorare la competitività aziendale ed espandersi in nuovi e importanti mercati. Per favorire il piano evolutivo della Fiat vale tutto: (ri)portare la produzione della Panda da Tychy (Polonia) a Pomigliano, condannare Termini Imerese, passare ai piani B, ‘rieducare’ gli operai ai fini di migliorarne l’efficienza. La Fiom non ci sta ma vincono i sì e con quelli il desiderio di lavorare a un regime di attività rigido e spersonalizzante. Alla fine gli irriducibili e gli impediti, quelli che non si adeguano e quelli che hanno ridotte capacità lavorative, finiscono “esiliati” in un altrove che non è il paradiso ma il pianeta Lapo.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.com”

Tempi moderni a Pomigliano
di Michele Anselmi Il Riformista

“Rcl” sta per ridotte capacità lavorative: così la Fiat indica gli operai che accusano guai di salute non del tutto invalidanti. Di solito sono sistemati in reparti “ad hoc” insieme agli attivisti sindacali più indocili. Parte da lì Paolo Rossi per girare questo reportage su Pomigliano d’Arco all’insegna del “surrealismo civile”. Quattro giorni di riprese, budget ridotto all’osso, tanta improvvisazione. Una piccola troupe sbarca nella città sotto un sole che squaglia. “Sento odore di fantascienza” commenta il regista, appunto Rossi, aggirandosi per la stazione della Circumvesuviana. Con lui un collaboratore chitarrista, un operatore-operaista, un fonico neopapà, un assistente tuttofare e un fotografo. Impegnati nei sopralluoghi per un film, i sei girano per piazze e viuzze. Non sapendo bene che fare, il regista si rivolge idealmente al Chaplin di “Tempi moderni”. Ma nella Stalingrado campana oggi governa un sindaco del Pdl, mentre il parroco è più a sinistra di Vendola. Urge incontro con veri lavoratori per capire se davvero stare alla catena di montaggio è “come camminare su una scala mobile ma all’incontrano”. Rossi glissa sui temi dell’assenteismo o ne offre una spiegazione para-antropologica (l’industrializzazione vorace e clientelare ha sfregiato l’antica cultura contadina). Del resto il film, simpaticamente sgangherato, vuole cogliere uno stato d’animo, sbriciolare luoghi comuni sul meridione, sfotticchiare la retorica aziendalista di Marchionne. Pensate: per migliorare «lo spirito di squadra», la Fiat ha mostrato agli operai “Ogni maledetta domenica” con Al Pacino.
Da Il Riformista, 11 dicembre 2010

Rossi a Pomigliano
di Alberto Crespi L’Unità

Nonostante la battuta di Paolo Rossi riportata su vari siti, il pezzo dal Torino Film Festival non l’ha scritto Marchionne, ma il sottoscritto. E possiamo solo ribadire che RCL è un film molto brutto e lievemente fastidioso, per come «usa» la vertenza Fiat di Somigliano d’Arco e la situazione degli operai in quella e in altre fabbriche del gruppo per dare la stura ai tormentoni di un comico a corto d’ispirazione. Niente di grave, per carità: solo un’occasione sprecata. Non essendo dirigenti della Fiat, il nostro dissenso nei confronti del film non ha nulla di sindacale né di ideologico: è solo estetico ed etico. Sì, etico: perché ci sembra brutto realizzare un documentario su Pomigliano d’Arco e far parlare gli operai solo nel finale, dopo aver aperto il film con un’interminabile intervista ad un sindaco (Lello Russo, del Pdl) che riesce a dire solo ovvietà. In quanto a Marchionne, se mai vedrà questo film, si tranquillizzerà: se questo è il livello dei suoi avversari, può dormire sonni tranquilli.
Da L’unità, 10 dicembre 2010

Con Paolo Rossi sopralluoghi a Pomigliano
di Silvana Silvestri Il Manifesto

La risposta di Pomigliano ad Avatar, un film che parte dalla città del conflitto per far capire cos’è oggi l’Italia, la fantascienza surreale: forse un po’ troppe aspirazioni per Ridotte capacità lavorative condotto da Paolo Rossi in uno dei luoghi conflittuali del nostro paese, spia di contraddizioni più generali. Si potrebbe piuttosto parlare di un on the road, di sopralluoghi surreali che l’attore conduce con la sua compagnia ad incontrare i personaggi chiave della città come gli operai, i protagonisti della vicenda. O come il sindaco che commenta la votazione operaia e pensa che i no sarebbero stati di meno e in quanto medico non sa bene dire cosa comporti in fatto di salute la catena di montaggio, non l’ha mai provata (come del resto neanche il suo amico della Fiom, dice). Si incontra anche il parroco (“lei mi sembra un prete sudamericano” commenta Paolo Rossi) che analizza il passaggio tra la civiltà contadina e le illusioni dell’industrializzazione, il sindacalista che tra le palazzine costruite dagli architetti razionalisti dell’epoca del fascismo parla del clima che ha montato la Fiat e il sindaco al momento del referendum, del servizio investigativo aziendale volto a scoprire chi si è opposto al piano aziendale e in particolare sui 16 impiegati (su 400) che hanno votato “no”. Il sindacalista racconta del periodo di rieducazione: sono venuti i fratelli Abbagnale per parlare che si deve avere un obiettivo da raggiungere, hanno fatto vedere Ogni maledetta domenica con Al Pacino dove facevano vedere che c’è una squadra che deve vincere per dire che gli operai devono lavorare in un certo modo. “Non avere un tono da Report” avverte Paolo Rossi a uno del suo gruppo di cineasti musicanti e dal tono disinvolto e scanzonato si vengono a sapere cose come la natura dei “Rcl”, figura particolare, i lavoratori che dopo un certo numero di anni hanno discopatie, problemi ai polsi ecc. Di solito li tolgono dalla catena e li mettono in una sede distaccata dove chiudono tutti quelli che danno fastidio sulle linee, i luoghi punitivi, una vecchia cosa che si faceva in Fiat (e non solo).
Da Il Manifesto, 10 dicembre 2010

Paolo Rossi e la sua Italia… da fantascienz
di Boris Sollazzo Liberazione

Ridotte Capacità Lavorative. E’ una dicitura odiosa come solo il capitalismo- soprattutto italiano, perversamente innamorato delle definizioni-descrizioni inquietanti- sa inventare. Ma quell’RCL, titolo del film di Massimiliano Carboni per i testi e l’interpretazione di Paolo Rossi, lascia, come il film, spazio a tante interpretazioni, fatte di rabbia e nobile e popolare rassegnazione. Potrebbe essere, visto com’è finita la vicenda FIAT (fin dal logo-titolo è evidente di cosa parla il film), Ridotte Capacità Legislative. E ci si potrebbe sbizzarrire ancora come ha fatto lo stesso Rossi, calato a Pomigliano D’Arco per indagare la spaccatura sindacale di un paese-simbolo del capitalismo italiano (post)moderno, quello del Marchionne pensiero e di centinaia di vite appese alla fabbricazione di una Panda che si vorrebbe delocalizzata. Di un capitalismo di Stato e distratto, in cui il privato succhia al pubblico da decenni (la rottamazione ormai è divenuta una categoria filosofica e morale) e che ora volta le spalle con sovrana indifferenza allo stesso. Ma Paolo Rossi, che è l’anima del progetto e ci mette tutto se stesso, con generosità e lucidità, senza voler fare “Report, Annozero o Ballarò”, scende sul campo. Percorre le vie di Pomigliano D’Arco, prende un caffè col sindaco, cazzia l’operatore operaista, scende la scala (mobile?) delle responsabilità pubbliche e private- interessante, per una volta, l’intervento del sindacalista- per arrivare solo alla sera, a cena, agli operai. Perché in altre ore non possono. E lì- secondo il principio del “sempre allegri bisogna stare perché il nostro piangere fa male al re”- in una situazione conviviale escono fuori riflessioni profonde e riflessi (dis)umani della crisi.
Rossi aveva cominciato volendo fare un film di fantascienza, un’opera che mettesse insieme Shakira e Nino D’Angelo, polacchi e italiani in un campo da calcio (con la cantante di Waka Waka a cantarne gli inni) e, naturalmente, un’astronave. E trova sì, una realtà da fantascienza. Perché neanche lui, uomo di sinistra e ribelle per natura, giullare che sbugiarda i potenti, immagina cosa succede a qualche centinaio di chilometri da lui e che inquadra con gli impietosi cartelli finali. Con umiltà e una rabbia dignitosa e pudica fa un viaggio al centro della Fiat, per le vie di Pomigliano D’Arco (erede, ovvio, di Giovanna D’Arco), sente la gente, cerca di capire la realtà della fabbrica. Alla fine, spinto dalla metafora popolare e suggestiva, decide di percorrere, con fatica, una scala mobile al contrario. “Perché la catena di montaggio- gli dice un operaio- è come lavorare mentre si scende una scala mobile che sale”. Raramente si ferma a momenti più didattici che didascalici- la lettera degli operai francesi, quella meravigliosa che lui detta a chi lo accompagna anche musicalmente, alla Totò e Peppino- e si dedica al suo surrealismo civile. Il Paolo Rossi che qui è autore e attore, che è davvero a suo agio solo col prete “sudamericano”, accarezza col suo genio quello che non vuole essere né un reportage né un documentario, ma un film in progress. Vien voglia di vederne un altro, di portarlo in giro per l’Italia, per spiare i nostri lavori in corso. Perché l’insostenibile leggerezza di Paolo Rossi è un arma potente contro l’ingiustizia civile, sociale e morale. E perché se una risata ci seppellirà, poi tutti finiremo in una cassa. Integrazione.
Da Liberazione, 10 dicembre 2010

Paola Casella
Europa

Ci sarebbero molte cose su cui riflettere in questo film-documentario ufficialmente diretto da Massimiliano Carboni e ufficiosamente pilotato da Paolo Rossi, che ne è l’interprete principale: l’argomento, attualissimo, è l’attacco al lavoro da parte del governo italiano e delle grandi aziende, in particolare la Fiat di Marchionne, e la protesta degli operai di Pomigliano che hanno rifiutato in blocco un accordo già approvato dai sindacati. Peccato che lo stile Rossi soverchi i contenuti e che questo viaggio a Pomigliano, intervistando operai, politici locali e sindacalisti voglia ancora seguire un impianto cinematograficamente superato: non l’incazzatura conclamata, che sarebbe giustificata e cinematograficamente interessante, ma il cazzeggio, l’avventura picaresca e la comicità surreale, un format che magari funzionava (perché era una novità) negli anni Settanta, quando le battaglie operaie avevano alle spalle ben altri sostegni, ma oggi fanno un effetto retrò che indebolisce la storia e gli argomenti del narratore.
Da Europa, 11 dicembre 2010

La fabbrica dei sogni o degli incubi?
articolo a cura di Luciana Morelli
Realizzato usando un linguaggio diverso dalla solita cronaca giornalistica e dotato di un insolito tocco farsesco, lontano dai toni drammatici che spesso gravano su questi argomenti, RCL sfrutta per il suo scopo unicamente il mezzo cinematografico e l’estro di un grande attore teatrale come Paolo Rossi.
Divertentissimo, amaro, sagace, brillante. E’ RCL – Ridotte Capacità Lavorative, il reality-movie ideato dal giornalista e autore napoletano Alessandro di Rienzo e diretto da Massimiliano Carboni che racconta in maniera bizzarra le vicende della Fiat di Pomigliano d’Arco, il ‘fantomatico’ paesino vesuviano di cui tutti parlano ma in cui nessuno è mai stato a vedere realmente cosa accade. Una piccola comunità a vocazione rurale, quella di Pomigliano, che da anni si ritrova al centro delle lotte operaie contro il regime dei padroni di una delle più grandi fabbriche di automobili d’Italia. Realizzato usando un linguaggio diverso dalla solita cronaca giornalistica e dotato di un’insolito tocco farsesco, lontano dai toni drammatici che spesso gravano su questi argomenti, RCL sfrutta per il suo scopo unicamente il mezzo cinematografico e l’estro di un grande attore teatrale come Paolo Rossi. Paolo è infatti un regista cantastorie che sogna di sfornare un film di fantascienza ambientato in Italia, un Paese di lavoratori, la Repubblica fondata sul lavoro, o per meglio dire sullo sfruttamento dei lavoratori. Un film sotto il Vesuvio con protagonisti tutti gli operai delle fabbriche della zona con le loro famiglie, la risposta di Pomigliano d’Arco (“dev’essere stato parente di Giovanna d’Arco, sicuro”) ad Avatar, un film in 3D di tre ore ambientato in fabbrica, sulla catena di montaggio della Fiat, “pensate come ne uscirebbe il pubblico, devastato!”. Non segue regole, fa semplicemente un pittoresco giro turistico sui luoghi della vita quotidiana di un paesino come tanti, sfondo di accese lotte operaie, cercando di capire che aria si respira, chi ci vive e soprattutto che tipo di film fare in una cittadina così. Assoluto mattatore dal primo all’ultimo minuto un Paolo Rossi in preda al delirio creativo nel ruolo di un regista che prende quello che viene come viene, sognando di ambientare nel campo di calcio di Pomigliano il suo kolossal di fantascienza in cui Shakira, un’aliena venuta dal pianeta Lapo che, in coppia con Nino D’angelo, un cantante neomelodico vestito come Karl Marx, viene a salvare la classe operaia di Pomigliano e del mondo portandola al sicuro su un altro pianeta con un’astronave nascosta nella bocca del Vesuvio.
15-20 luglio 2010. Parola d’ordine ‘realismo civile’, obiettivo primario respirare l’aria di un paese del Mezzogiorno in cui c’è una sola piazza, tre fontanelle, una chiesa e un polo industriale. Sente odore di fantascienza Paolo, perchè quel che lui e la sua troupe trovano all’arrivo a Pomigliano è solo un paese civile, tranquillo, in cui a ricoprire i muri non sono le scritte velenose di chi protesta per i propri diritti ma le scritte d’amore dei ragazzi. Perchè dove c’è la lotta, c’è amore, e Marchionne diventa Melchiorre, uno degli innominabili Re Magi. C’è odore di fantascienza a Pomigliano d’Arco, perchè nella cittadina che è sempre stata la Stalingrado della sinistra (così la definisce Rossi) c’è ora un sindaco di destra. “Solo in Italia può succedere una cosa del genere, per questo in film di fantascienza è quello che più si addice al nostro caso”, sentenzia Paolo con rassegnazione, “è l’unico genere che può descrivere quel che sta succedendo in Italia”.
Un primo piano di Paolo Rossi nel film RCL – Ridotte Capacità Lavorative di M. Carboni
Per le strade della cittadina la sgangherata squadra fa i suoi sopralluoghi alla ricerca di ispirazione: si parla con i sindacalisti, con il parroco, con il sindaco, si vanno a visitare le normalissime case dei lavoratori, si cena con loro, si parla con loro, e poi la stazione, che tutti si immaginano degradata è in realtà un edificio funzionalissimo e moderno che “pare l’aereoporto di Francoforte”. Si parla dell’atrocità della catena di montaggio, delle conseguenze causate negli anni alla salute degli operai, quella ‘fantomatica’ catena di montaggio, una cosa che solo Chaplin è riuscito a filmare nel suo Tempi Moderni. “La catena di montaggio fa male a chi non la fa”, parola del sindaco, che dice tanto senza dire nulla, lasciando esterrefatto Paolo Rossi e compari quando tra una banalità e l’altra riesce a dire che gli agricoltori, come gli artigiani, si impegnano molto di più nel lavoro rispetto agli operai, perchè quando l’attività non è propria non c’è alcun interesse affinchè essa vada per il meglio. Poi la parola passa a chi nella catena di montaggio ci ha lavorato “se anche una sola volta si riuscisse ad entrare con una telecamera sulla catena di montaggio” assicurano i lavoratori di Pomigliano “tutti capirebbero perchè stiamo protestando e si unirebbero a noi”.
Si alternano momenti trascinanti da ridere a crepapelle, come quello in cui Rossi riprende il suo ‘operatore operaista’ che incapace di controllare la lingua puntella qualche frecciatina ‘alla Ballarò e alla AnnoZero’. Ma anche momenti di smarrimento e rabbia quando si sente il rappresentante sindacale della Fiom parlare di investigazioni private da parte dell’azienda, di corsi per la ‘rieducazione’ del lavoratore, e d’improvviso un senso di impotenza pervade lo spettatore che non sa se ridere o piangere di quel che ha di fronte agli occhi. Ma in RCL, nelle sale dal 10 dicembre grazie a Iris Film, ci si emoziona e ci si commuove quando Rossi legge di fronte alla telecamera la lettera inviata ai colleghi italiani dagli operai degli stabilimenti Fiat di Tychy, in Polonia, alla vigilia del referendum con cui sono stati chiamati a esprimersi sulle loro condizioni di lavoro. La Fiat ha infatti accettato di investire sulla fabbrica di Pomigliano per la produzione della Panda, che al momento veniva prodotta a Tychy per via del costo assai minore del lavoro, ma alle sue condizioni: lavorare di sabato, fare tre turni al giorno invece di due e taglio delle ferie. Tre sindacati su quattro hanno accettato queste condizioni, la Fiom ha resistito, ma alla fine, anche se non con un plebiscito, hanno vinto i sì. Aanche se il verbo vincere, in questo caso, è del tutto inappropriato.
Paolo Rossi nel film RCL – Ridotte Capacità Lavorative di Massimiliano Carboni
Una figura a parte è quella degli RCL, lavoratori con Ridotte Capacità Lavorative causa le condizioni di salute rese precarie dal lavoro duro, lavoratori relegati in un altro edificio, esterno all’azienda, soprannominato da tutti l’isola dei famosi, una sorta di casta di intoccabili bisognosi di postazioni particolari, trecento lavoratori tenuti dalla Fiat da parte come esempio tangibile della sua ‘sensibilità’. Alla fine Paolo il suo film non lo farà, perchè Nino D’angelo è impegnato a difendere il suo teatro a Forcella, perchè il comune non rilascerà i permessi per l’uso del campo di calcio e perchè Shakira ha il cellulare spento. E’ ora per Paolo di radunare la troupe sulla terrazza dell’hotel per liberare in aria verso il cielo delle piccole mongolfiere colorate in segno di speranza. E’ un voto a Chaplin: “Mandaci tu un’idea buona per raccontare il lavoro in fabbrica di oggi”. La preghiera è stata esaudita.

Paolo Rossi sbarca a Pomigliano d’Arco con una piccola troupe per realizzare i sopralluoghi di un film sulla liberazione della classe operaia, che nelle sue intenzioni dovrebbe essere la prima opera di un nuovo genere, il «surrealismo civile». Il paese è al centro dell’attenzione nazionale per il referendum sull’accordo firmato dalla Fiat con i sindacati. Il protagonista incontra quindi tre personalità importanti della città, il sindaco, il parroco e il sindacalista, e partecipa a una cena con gli operai per capire cos’è una catena di montaggio.
RCL – Ridotte capacità lavorative. Il titolo di questo bislacco documentario fa riferimento ad un’espressione utilizzata nello stabilimento Fiat di Pomigliano d’Arco per definire lavoratori “diversamente abili”, impossibilitati a reggere i ritmi infernali della catena di montaggio. Questi lavoratori sono “delocalizzati” a qualche chilometro dal complesso principale, mortificati a svolgere mansioni di second’ordine, isolati dal resto dei lavoratori. Da qualche tempo, a seguito delle note vertenze contrattuali, nel capannone RCL sono stati spediti anche operai sindacalizzati particolarmente agguerriti nel rivendicare i propri diritti. «Colpirne uno per educarne cento», recitava una frase celebre di Mao Zedong successivamente ripresa dalle Brigate Rosse. Quale che sia la politica di gestione del personale della multinazionale guidata da Sergio Marchionne, mi permetto di dire, che non è molto bello, forse nemmeno possibile da praticarsi. Ma tant’è…
Nello scenario della Pomigliano D’Arco, trenta giorni dopo il referendum indetto dalla Fiat sull’intesa tra azienda e sindacati per il piano di rilancio dello stabilimento, piomba Paolo Rossi con un troupe per girare la prima opera di un nuovo genere cinematografico: il “surrealismo civile”. Ben presto però l’idea muta nell’intenzione di girare sopralluogo per la futura realizzazione di un film, di fantascienza («il solo genere in grado di raccontare l’Italia del 2010»), sulla liberazione della classe operaia. Rossi col suo scalcagnato manipolo di uomini (fra i quali spicca un Emanuele Dell’Aquila sempre con la chitarra in mano) si aggira per la cittadina in provincia di Napoli incontrando il Sindaco, sindacalisti e lavoratori, scivolando fra i volti e le storie delle persone che vivono quella realtà. Lo fa con la sua solita ironia e leggerezza, seguito da una regia ed un montaggio che eliminano ogni possibile tono drammatico, fra un’invocazione a Chaplin, chitarre, pastasciutta e tante parole. Ed in mezzo a tutto questo prende forma, nella fantasia e nell’eloquio di Paolo Rossi il kolossal fantascientifico della classe operaia con tanto di Nino D’Angelo, Shakira e Marchionne.
RCL è stato girato in cinque giorni, ed il fatto è comunicato con grande enfasi e fierezza. Che sia girato in cinque giorni si vede, si vede eccome. Il problema non sta certo nella resa cinematografica, poco mi importa la precisione tecnica in un documentario che intende raccontare la storia di una città appesa ad un filo per la possibilità di chiusura di uno stabilimento che, senza tener conto dell’indotto, dà lavoro a 5100 persone, ma si vede nella chiusura alla realtà che passa davanti alla macchina da presa. Girare in cinque giorni significa però applicare una visione pre-costituita al momento delle riprese, significa avere le mani legate rispetto ad imprevisti, privarsi della possibilità di percorrere “vie traverse” rispetto a quanto preventivato. Ciò succede oramai stabilmente nel cinema indipendente italiano, troppe opere risultano infatti “ingessate” da una certa rigidità realizzativa, col rischio di produrre una gran quantità di opere “a tesi” e poche realmente vive.
Due gli aspetti, o i momenti, che maggiormente hanno colpito la mia memoria. La prima è la frequenza con la quale i lavoratori (o ex) incontrati/intervistati descrivono, tutti con le stesse parole, cosa sia il lavoro in catena di montaggio: salire una scala mobile in senso contrario svolgendo delle attività con le mani. L’altro momento è quando un anziano ex operaio Fiat racconta di come ancora la notte sogni la catena di montaggio, quell’ansia di inseguire i ritmi di produzione. Un racconto che chiama alla mente un film di tutt’altra natura e pasta: “La classe operaia va in paradiso”.
A quando un film sulla liberazione della classe operaia?
Alessio Galbiati, da “rapportoconfidenziale.org”

I discendenti morali di Charlie Chaplin
di Ilaria Falcone
“Tutti gli usi della parola a tutti. Non perché tutti siano artisti, ma perché nessuno sia schiavo” (Gianni Rodari). “Rcl: ridotte capacità lavorative” è un reality movie sulle vicende della FIAT a Pomigliano, che racconta il surrealismo civile che vivono gli operai della fabbrica. La FIAT potrebbe andare via da Pomigliano, a rischio ci sono 5100 posti di lavoro bianco in terra di camorra. Una troupe guidata da Paolo Rossi, in una torrida estate arriva in treno a Pomigliano d’Arco. Il paese è salito agli onori della cronaca nazionale per il referendum interno dei dipendenti della FIAT sulle nuove modalità contrattuali vincolate alla missione produttiva.
Massimiliano Carboni, regista e videomaker, ha avuto la maestria di saper trattare un report di cronaca, usando un linguaggio che non fosse quello dei giornali o della televisione. Il linguaggio filmico scelto è una composizione che incastra l’effetto reality alla fiction e al documentario (il film è stato girato con camere digitali HD a colori), dando valore alle immagini. Carboni mostra quanto Pomigliano sia una realtà moderna, un paese che lotta strenuamente per affermare i propri diritti conquistati nella storia sindacale italiana.
E il regista ha dato mano libera alla teatralità di Paolo Rossi, con il suo teatro dell’assurdo, che smuove gli animi, con una cifra linguistica che ammalia e rapisce, con una protesta da palcoscenico gloriosamente di strada e dalla strada. Ridotte capacità lavorative, raccontando la realtà, punta a destare la coscienza civile, raccontando l’odore di “fantascienza”, che si respira a Pomigliano. Perchè il primo comma della Costituzione Italiana, quello che recita “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto” a Pomigliano sembra non valere.
Presentato al 28. Torino Film Festival RCL è un voto a Chaplin: “Tu che con Tempi Moderni hai saputo raccontare la catena di montaggio, mandaci un’idea buona per raccontare il lavoro in fabbrica oggi”.
Questo è quello che succede: quando la troupe arriva in paese, dalla Circumvesuviana, i componenti si rendono conto di quanti luoghi comuni ci siano sulla cittadina del Mezzogiorno. La stazione che immaginavano decadente e abbandonata in realtà è moderna e funzionale “sembra l’aeroporto di Francoforte”, le scritte sulle mura dei quartieri non sono operaiste e di lotta ma quasi tutte d’amore. La troupe incontrerà diverse personalità che la aiuteranno a farsi un’idea di cosa sia veramente accaduto a Pomigliano con il referendum. Rossi si renderà conto di cosa sia realmente la globalizzazione e di come questa venga vissuta e interpretata a Pomigliano. Intanto un pallino monta nella testa di Rossi: capire realmente cosa è la catena di montaggio. Nelle ore di pausa raduna la troupe sulla terrazza dell’Hotel che li ospita e li invita a simulare una catena di montaggio senza la possibilità di scioperare, di ammalarsi e di contestare.
Il viaggi continua con l’incontro con Don Peppino Gambardella, che si rivela come la seconda smentita ai loro pregiudizi: con sorpresa scoprono che nella Stalingrado del Sud il prete è di sinistra e opera una strenua difesa dei diritti degli operai. Nel frattempo nella mente del protagonista prende sempre più forma l’idea del film da farsi: dovrà essere di genere fantascientifico e tratterà la liberazione della classe operaia di tutto il pianeta. Paolo Rossi dinanzi agli stabilimenti della Fiat incontra il sindacalista Andrea Amendola che gli racconta la vita dentro lo stabilimento, il lavoro logorante e gli Rcl. Tutti gli incontri “istituzionali” non bastano. Paolo Rossi vuole capire di più sul lavoro in fabbrica e la catena di montaggio. Amendola indica a Rossi la possibilità di incontrare degli operai a una cena nella masseria Li Dottori della famiglia Guadagno.
Per strada Rossi inciampa nell’integerrima lettera che gli operai polacchi della Fiat di Tychy hanno scritto ai colleghi di Pomigliano. Paolo ha finalmente chiaro il film che vuole fare e scrive una lettera al produttore: servono un’astronave, Shakira e Nino D’Angelo nei panni di Karl Marx. Da un altro pianeta verranno a liberare la classe operaia di Pomigliano e del mondo. Insomma, la risposta di Pomigliano ad Avatar, per ribadire diritti e dignità ai lavoratori.
da “nonsolocinema.com”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog