Passione

Lo scenario di base della sceneggiata napoletana è il vicolo ed è esattamente in esterni, sulla strada e nelle piazze che si svolge Passione, il documentario musicale di John Turturro sulla relazione ardente tra Napoli e le sue canzoni.
Regista di un cinema sofisticato (e istruito) con un’anima radicalmente popolare, Turturro ancora una volta va al cuore delle cose esprimendo la sua incontenibile “passione” per la musica dopo Illuminata e Romance & Cigarettes. Già travolto dall’opera lirica e dal bel canto, il regista italo-americano rilancia e prosegue la sua ricerca in direzione ostinata e contraria all’atteggiamento snobistico delle culture “alte” italiane nei confronti della canzone napoletana. Passione si potrebbe definire senza esagerare un’opera di “ridefinizione dei valori”, che prevede il recupero di un patrimonio culturale dimenticato o emarginato dalla critica ufficiale e dai normali circuiti e che ancora individua e promuove le canzoni più significative del repertorio “pop” partenopeo. La febbrile attività di Turturro, favorita dalla sensibilità di Peppe Barra, anima e voce della Nuova Compagnia di Canto Popolare, è risalita indietro nel tempo fino a intonare le “villanelle”, canzoni bucoliche a tema amoroso cantate a più voci dalle lavandaie del Vomero. Infaticabile indagatore, ha adattato al suo documentario gli schemi e le convenzioni del cinema napoletano, inserendo e “sceneggiando” canzoni celebri come “Era de maggio” o “Malafemmena”, “Maruzzella” o “Tammuriata nera”, e più recenti come “Don Raffae” (di De Andrè) o “Nun te scurda” di Raiz.
L’humus culturale da cui nasce la “sceneggiata” di Turturro è naturalmente quella del sottoproletariato ma in un’accezione reale e non mitica, la Napoli attraversata dal suo sguardo è quella della precarietà sociale, oppressa dalle invasioni, dagli usi, dalle speculazioni, dalle mistificazioni, dai miracoli pretesi, dall’idealizzazione turistica da esportazione. Lasciate indietro le strade del Queens, spazzate dalle coreografie dei suoi netturbini e battute dal carpentiere innamorato di James Gandolfini, Turturro fa ballare e cantare artisti nazionali e internazionali, turisti e napoletani davanti a un marechiare e dentro na jurnata ‘e sole. In cerca di zaza e in sella a nu cammello affittato Turturro esplora la musica e la musicalità di Napoli, invitando sul suo caravan petrol una messe di artisti oltremodo ispirati, che con la loro interpretazione hanno dato rilievo ai testi delle canzoni, esplicitazione e sintesi della Storia di una città e di un’intera nazione. Storie d’amore e tradimento per Massimo Ranieri e Lina Sastri, passioni sperimentali e signorinelle sfrontate per Raiz, scorrerie sul litorale campano e femmene impressionate per Peppe Barra, festa di San Gennaro e virtù invocata per Pietra Montecorvo, cariche ritmiche e turbanti per Fiorello, ‘800 e canzoni prima dei microfoni per la voce e il sax di James Senese.
Turturro spedisce all’Italia la sua cartolina appassionata, pagando il debito che la musica nazionale ha contratto con la canzone napoletana. Mina apre con “Carmela”, Pino Daniele chiude con “Napul’è”. Una donna e una città che si incontrano sotto un sole amaro che passa e se ne fuje.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Napoli amata vissuta cantata
di Boris Sollazzo Liberazione
Rutilante, eccessivo, a volte urlato, quasi sempre cantato. Ecco Passione di Turturro, un (docu)musical che ci porta in una Napoli amata, vissuta, suonata – in tutti i sensi – e raccontata da un newyorkese “terrone” che ne coglie l’anima ironica ed entusiasta. Laddove da decenni la città è colpita da stereotipi negativi di violenza inaudita – dall’immondizia alla criminalità -, con cui soprattutto da Nord si cerca di soffocare la vitalità meridionale, Turturro decide di respirare a pieni polmoni le atmosfere magiche partenopee, quelle che fanno amare un luogo che è insieme inferno e paradiso. E prendendo spunto da quest’ultimo, l’unico difetto di questo lavoro, forse, è proprio non aver inserito la canzone Dduje paravise, perfetta sintesi del viaggio compiuto nel film: Turturro che con sorriso sornione ci racconta come nasce la sceneggiata – semplice trucco fiscale di cantanti a cui conviene fare gli attori – o altri segreti napoletani, assomiglia ai due vecchi professori ‘e concertino della canzone, che pur stando nell’Eden, per nostalgia decidono di tornare a Napoli. «Il paradiso nostro è quello là», dicono, e a nulla valgono le rimostranze di San Pietro, che dà loro dei pazzi. Ecco, è da folli amare Napoli, ma è inevitabile. E nel suo film, di cui tanti già reclamano la necessità del sequel, c’è questa passione insana e inevitabile, questo amore che questa città, da sempre troppo generosa, dà e riceve. Turturro, grazie anche all’ottima e competente consulenza del critico musicale Federico Vacalebre, si è fatto strada tra 2000 canzoni per sceglierne un pugno. Non contento, fatta eccezione per pochi “classici”, dalla Malafemmena cantata e sceneggiata dalla coppia Sastri-Ranieri alla Napul è di Pino Daniele come saluto finale passando per gustoso materiale di repertorio (in cui si rende giustizia, tra gli altri, al grande Sergio Bruni), affida testi e musiche all’espressione più moderna e viscerale della musica partenopea.
Veniamo così squassati dalla voce di Pietra Montecorvino, una forza della natura, dalle istrioniche e avvolgenti esibizioni di Peppe Servillo e Peppe Barra, dalla trascinante potenza degli Almamegretta, dal soul di Senese, da tante espressioni diverse del rock folk napoletano, che da un terreno comune si dipana in una capacità di contaminazione musicale e culturale totale. Turturro mostra una sensibilità registica sempre più raffinata, con vezzosa vanità si concede d’essere voce fuori (e dentro) campo e, ciliegina sulla torta, si abbandona a un balletto con Rosario Fiorello sulle note di Caravan Petrol che ci ricorderemo a lungo. Il tutto, anche se John forse non lo sa, alla faccia di Umberto Bossi. Benvenuti al sud.
Da Liberazione, 22 ottobre 2010

Turturro, l’americano di CantaNapoli
di Valerio Caprara Il Mattino
Di slancio «Passione» appare un film euforizzante, solare, sincero, riuscito. Ma anche a mente fredda, le ragioni per augurare al cinetour del napoletano onorario John Turturro un ampio consenso ci sembrano tutt’altro che peregrine: l’amato attore e regista di Brooklyn non si atteggia a documentarista né a musicologo e cerca di motivare la sua miscellanea di canzoni glocal, partenopee e insieme internazionali, in base a un’idea del tutto personale di messinscena; l’apparato tecnico di questa rilettura, riveduta e corretta dal prezioso superesperto Federico Vacalebre, di pezzi classici, moderni e rivisitati è di primissima qualità (a cominciare dalla stupenda fotografia di Marco Pontecorvo); il contatto d’istintiva e persino ingenua adesione istituito con l’odiosamata metropoli assicura momenti di puro godimento, scatena la voglia di ballare e cantare in platea, tramanda la classe e la grinta di moderni interpreti – come la blueswoman Pietra Montercorvino – mai abbastanza promozionati. Come si è capito una trama non c’è, o meglio la trama si modella sulle avventure audiovisive di Turturro tra i vicoli, le piazze, le chiese in cui il «genius loci» si traveste da angelo e demone, dissipa tesori di tradizione e recupera giacimenti di modernità, si spegne nel degrado e poi rinasce con un irridente sberleffo o una nostalgica lacrima. È vivamente sconsigliato, pertanto, chiamare in causa «Carosello napoletano» che resta un unicum per la sua insuperabile armonia di canto, recitazione e danza dispiegati sull’intero profilo storico della città; nel caso di «Passione», invece, prorompe soprattutto una corda, quella della visceralità popolare, del vitalismo indomabile, del Viviani antitetico a Eduardo, del meticciato etnico-sonoro fortemente contemporaneo, dell’immersione tutta carne e sensi nell’iperrealismo quotidiano che rischia, pour cause, l’oleografia e il compiacimento. La serie delle rappresentazioni, una suite vorticosa di episodi, bozzetti, flash non può che prefigurarsi in questo senso, il disincanto e persino la rabbia di coloro, tra i cultori e i consumatori, che si scopriranno amputati di una melodia o di un nome. Un fenomeno – con Roberto Murolo e Peppino Di Capri nel ruolo dei grandi desaparecidos – più che legittimo, ma destinato a confrontarsi proprio con l’approccio non filologico di «Giuà» Turturro & Co. Lo stesso, per intenderci, che disintegra lo schermo con il «Comme facette mammeta» scarnificato dalla voce di carta vetrata della Montecorvino e coreografato da trascinanti ballerine hip hop nel Palazzo dello Spagnuolo; cade nel goffo quando si concede l’inutile sceneggiata di «Malafemmina»; si esalta con la «Tammurriata nera» di Peppe Barra e si prende in giro deliziosamente con il «Don Raffaé» dello stesso chansonnier procidano; fa intravedere in un bianco e nero anticato le qualità inimitabili della primadonna Angela Luce e si arresta di colpo, quasi meravigliato, a percepire il sussurro di Cigliano all’ombra delle tele di Caravaggio o lo straziante dialogo di superman Senese con il suo sax; insegue «Nun te scurdà» sui passi perduti di Raiz o della conturbante M’Barka Ben Taleb e incita Fiorello e Max Casella a stargli dietro mentre estremizza l’humour carosoniano di «Caravan Petrol» alla Solfatara (come se s’aggirasse in uno dei meandri nonsensici dei fratelli Cohen).
Da Il Mattino, 22 ottobre 2010

Turturro a Napoli tra assenze e candore
di Gino Castaldo La Repubblica
Di passione si ferisce e ci si ferisce. John Turturro presenta la sua Napoli come un innamorato felice. «Seguitemi» dice sornione davanti alla cinepresa e con la mano invita il pubblico a seguirlo nel suo viaggio di scoperta. Ma quello che scopre non è sempre il meglio. Il tributo è amoroso, s’ intende, e sarebbe sbagliato pretendere accuratezza e completezza storica. Passi dunque che nel film tributo alla musica napoletana manchino Pino Daniele, Edoardo Bennato, Peppino Di Capri, Roberto De Simone, Nino D’ Angelo, o anche oriundi adottati come Renzo Arbore, tanto per citare le assenze più vistose, e se per questo manca anche la più piccola traccia, ovviamente di repertorio, di un gigante come Roberto Murolo. Passi che, incomprensibilmente, si affidi a James Senese la title track, ovvero la classica, bellissima, Passione, a lui che non è mai stato un interprete e che se ha fatto cose buone, le ha fatte in tutt’ altra direzione. Passi tutto, ma indubbiamente alcune pregevolissime scene, come il duetto tra gli Avion Travel e la portoghese Misia su Era de maggio, o la versione “sceneggiata” di Malafemmena con Massimo Ranieri e Lina Sastri, piuttosto che la divertente Caravan Petrol rifatta alla Solfatara di Pozzuoli da Fiorello e dallo stesso Turturro, o ancora le teatrali spiegazioni di Beppe Barra, o il primitivo studio musicale su San Gennaro di Enzo Avitable e dei suoi Bottari, si alternano a scene a dir poco discutibili. Vedi il gruppetto di pseudoveline che balla in stile Shakira in un vecchio cortile napoletano mentre Pietra Montecorvino (che nel film canta ben tre pezzi, come se fosse la maggior interprete in circolazione) riduce in pezzi Comme facette mammeta. Se voleva essere una cartolina a uso e consumo del pubblico straniero, si potevano trovare cartoline migliori, e anche più spendibili. A convincere di più in fondo è proprio il candore di Turturro che si aggira tra melodie e luoghi della città come Alice nel paese delle meraviglie canore. La sua fede è genuina e a tratti centra il bersaglio come nel lungo pezzo che alterna le parole di Raffaele Cutolo («Io sono pazzo, ma pazzo intelligente, non pazzo scemo») alla ottima rivisitazione di Don Raffaé ad opera di Peppe Barra, anche questa “sceneggiata” tra boss e carcerieri, ricordando appunto la tradizione della Sceneggiata, inventata perché i cantanti potessero passare per attori e quindi pagare meno tasse. In fondo quello che rimane è un forte senso di occasione perduta. Belle ed emozionanti scene, come quella di Raiz che canta Nun te scurda’ tra i vicoli del centro, si alternano a episodi evitabilissimi, tipo Misia che replica la sua presenza nel film con una retorica versione di Indifferentemente, che invece andrebbe più saggiamente cantata con un sussurro, episodi che abbassano il tono di quello che poteva a buon diritto essere (e forse nelle intenzioni voleva essere) il nuovo Carosello napoletano (in memoria del film di Ettore Giannini del 1954).
Da La Repubblica, 23 ottobre 2010

Napoli canta e balla insieme a Turturro
di Maurizio Acerbi Il Giornale
Consideratela la risposta napoletana a Buena Vista Social Club. La pellicola è, prima di tutto, un atto d’amore dell’italoamericano John Turturro per Napoli e la sua cultura, che è poi filosofia di vita, che è essenzialmente musica. Una passeggiata per il capoluogo campano alla riscoperta delle canzoni più famose e suggestive della tradizione napoletana. Un jukebox proposto ballando tra i palazzi, facendo cantare la gente, dandogli «corpo» attraverso le classiche sceneggiate napoletane (dove spicca il duetto tra Ranieri e la Sastri ma anche un divertito Fiorello). Insomma, vedi Napoli e poi canti.
Da Il Giornale, 22 ottobre 2010

Un Turturro napoletano
di Paola Casella Europa
Così come per raccontare la musica turca al resto del mondo c’è voluto un turco-tedesco come Fatih Akin con il suo bel documentario Crossing the bridge, per raccontare la canzone napoletana e la sua importanza all’interno del panorama italico c’è voluto un italoamericano come John Turturro, che con Passione salta avanti e indietro, all’interno e all’esterno della tradizione melodica partenopea senza la soggezione (o la spocchia) che avrebbe avuto un italiano (vieppiù un napoletano), sia che fosse un musicologo o un regista cinematografico. Turturro, più noto al pubblico come attore-feticcio dei fratelli Coen e di Spike Lee, è già alla sua quarta regia, dopo il bellissimo Mac che raccontava la storia di suo padre, operaio e poi microimprenditore edile emigrato dalla Puglia, seguìto da Illuminata e Romance and Cigarettes, e l’anno scorso è stato sceneggiatore del documentario Prove per una tragedia siciliana che rendeva omaggio sia alla tradizione dei pupari siculi che a sua madre, originaria di Aragona. Le esperienze italiane di Turturro includono anche il ruolo del protagonista di La tregua di Francesco Rosi e la regia di un adattamento teatrale di Questi fantasmi di Eduardo, adattamento che Turturro porterà prossimamente anche sul grande schermo, sotto l’egida di Domenico Procacci.
Questo preambolo per dire che con Passione Turturro si concede le libertà creative e narrative di un regista straniero, ma lo fa sulla base di una conoscenza approfondita e di una passione autentica, praticamente inscritta nel suo Dna, per la musica italiana. Dunque il suo documentario spazia attraverso i vicoli e le piazzette di Napoli dove il regista filma concerti «improvvisati» che vedono protagonisti tanto cantanti e musicisti noti quanto gente di strada, e che recuperano in pieno la tradizione teatrale della musica napoletana. Turturro fa scelte musicali molto personali, ad esempio lasciando fuori la sceneggiata alla Mario Merola o alcuni grossi nomi della canzone napoletana contemporanea, da Gigi D’Alessio (per fortuna) a Nino D’Angelo, da Edoardo Bennato con tutta la sua band (principalmente Tullio De Piscopo e Tony Esposito, mentre invece Eugenio Bennato ha firmato molti degli arrangiamenti per il film), a Roberto Murolo, dai 99 Posse a Roberto De Simone a Teresa De Sio, nomi che citiamo per sottolineare che il regista ha evitato non solo la deriva pop della canzone partenopea, scelta facilmente comprensibile, ma anche un eccessivo purismo filologico.
La sensazione è che Turturro sia andato, semplicemente, a suo gusto, ed è stata una decisione felice. Nel suo percorso musicale, poiché Passione non è un musical (le narrazioni intermedie sono parlate e non c’è una trama che leghi fra loro le varie esecuzioni), il regista, coadiuvato dall’esperto di musica napoletana Federico Vacalebre, accosta liberamente passato e presente, melodie antiche e ritmi contemporanei, stili diversi e persino diverse etnie, mettendo insieme senza soluzione di continuità, ma con un forte senso del fluire melodico e narrativo, Massimo Ranieri e gli Avion Travel, Petra Montecorvino e James Senese, la straordinaria fadista portoghese Misia e l’interprete tunisina di world music M’barka Ben Taleb, tre giovanissime cantanti che si cimentano in una nenia del 1200 e Raiz degli Almamegretta, tutti intervallati da spezzoni d’archivio (il produttore di Passione è Cinecittà Luce) che ricordano chi erano, e come suonavano e cantavano, Angela Luce ed Enrico Caruso, Fausto Cigliano e Renato Carosone (cui dedicano un omaggio surreale Fiorello, l’attore italoamericano Max Casella e lo stesso Turturro). Il pezzo forte, sia per l’interpretazione che per la regia, è la Tammuriata nera di Peppe Barra, che da sola inserirebbe di diritto Passione fra i documenti storici imprescindibili sulla musica napoletana.
L’unica nota critica riguarda alcuni intermezzi sui vicoli di Napoli (la sporcizia, la povertà, le lenzuola stese) che sembrano aderire un po’ troppo pedissequamente allo stereotipo dell’Italia maccheroni e mandolino e che fanno pensare ad un’eccessiva attenzione al marketing globale. Passione piacerà moltissimo agli italiani, ma farà impazzire (e commuoverà fino alle lacrime) gli italoamericani (laddove per America intendiamo anche Buenos Aires) e in generale gli emigrati italiani nel mondo non solo perché fa vedere e ascoltare tanta buona musica, ma un po’ anche perché confermerà il loro ricordo folkloristico del Belpaese.
Da Europa, 23 ottobre 2010

Musica e balli con pathos Bella la Napoli di Turturro
di Lietta Tornabuoni La Stampa
Pathos e divertimento in Passione di John Turturro, film musicale raro. In singoli quadri successivi, un’antologia di canzoni napoletane classiche e moderne, interpretate da cantanti presenti e passati, bene ambientate, accompagnate a volte da balletti (lo stesso Turturro, che avrebbe voluto essere ballerino, danza accanto a Fiorello per Caravan Petrol di Carosone).
Sono magnifici: Peppe Barra con la sua dolce ferocia in Tammurriata nera; Sergio Bruni in ‘O sole mio (la sua voce di zucchero è ideale nell’incipit «Che bella cosa ‘na jurnata ‘e sole»); Pino Daniele nella sua Napul’è. Tutte le canzoni sono illustrate come espressioni della Storia e dello spirito della città.
Da L’Unità, 22 ottobre 2010

Non un documentario, bensì un vero e proprio film: un’opera d’arte fortemente personale e originale diretta da John Turturro.
Un lavoro intimo e geloso delle proprie scelte dove la musica, la canzone napoletana, diventa l’epicentro e il tessuto connettivo di un lavoro personale che più o meno inconsapevolmente sembra seguire la definizione del cantautore canadese Leonard Cohen secondo cui “la vera santità ha i piedi nel fango e la testa nei cieli.”
John Turturro dirige Passione in maniera attenta e autoriale, un film che, senza compromessi, partendo dall’idea del produttore Carlo Macchitella di fare una sorta di Buena Vista Social Club partenopeo, si perde volutamente tra i vicoli di Napoli dove inseguiamo Turturro e la sua macchina da presa in una sorta di smarrimento del filmaker americano dinanzi Napoli e i suoi testimonials come Raiz, Peppe Barra, Peppe Servillo e tanti altri.
In questo senso chi ama la canzone napoletana e conosce la sua storia potrebbe restare deluso, perché Passione non è un saggio, bensì un percorso intimo che sceglie in maniera autonoma e ironica di chi parlare e soprattutto, come farlo. Assenti Roberto Murolo, Roberto De Simone e il fenomeno nuovo e unico dei Neomelodici, Turturro concentra la sua attenzione su Renato Carosone, Fiorello e molti altri rivendicando il potere e il dovere di una scelta dichiaratamente non ortodossa di seguire il proprio istinto nell’approccio con Napoli e la sua storia musicale bimillenaria.
Passione poi enfatizza le contaminazioni di generi e di stili presenti nella tradizione della città, giocando sull’incontro di culture differenti in un crescendo emotivo e narrativo dove la musica è e resta al centro della storia.
Colpisce lo spettatore che una Star hollywoodiana realizzi in Italia una storia priva di compromessi commerciali e artistici, che prosegue a tutti gli effetti il percorso di regista intrapreso da film complessi e sofisticati quali Mac, Illuminata, Romance & Cigarettes in cui Turturro mette in mostra un gusto e una raffinatezza unici nella scelta di temi e soggetti diversi dalla sua esperienza di attore per altri grandi autori come, su tutti, i Fratelli Coen.
In qualità di regista, e questo è la spiegazione del senso ultimo del lavoro svolto, per Passione, Turturro opera scelte personali: non nazional – popolare, ma apparentemente accessibile, Passione offre un duplice piano di lettura: da un lato ‘avventura musicale’ dichiaratamente personale e, per certi versi, festosa. Dall’altro sguardo altrettanto originale e forse malinconico su un passato di Napoli che tocca le radici italiane del regista che ammanta la propria nostalgia di note e di movimenti.
Passione, quindi, offre allo spettatore la possibilità di un incontro con Napoli mediata attraverso la sensibilità di un regista straniero che sfrutta la propria distanza per sfuggire al cliché e il proprio istinto per proporre con energia un’immagine della città e della sua storia, raccontata attraverso le proprie emozioni.
Un’opportunità unica che potrà stupire e, perfino, lasciare perplessi storici e musicologi, ma certamente divertire moltissimo il pubblico e, senza dubbio, fargli scoprire il desiderio di perdersi, come Turturro, nel cuore pulsante di una città senza tempo, dove la musica è espressione e parte integrante di una cultura unica al mondo, così come lo è Passione il cui titolo gioca sul doppio riferimento al sentimento che anima la musica e la città di Napoli, nonché ad una delle più belle canzoni della storia della musica mondiale.
Marco Spagnoli, da “primissima.it”

4 settembre 2010. Il Festival di Venezia si ricorderà per tanto tempo di questa data. Marco Muller e John Turturro, presente con un progetto made in Italy anche l’anno scorso, Prove per una tragedia siciliana, arrivano in sala con una bellissima e coloratissima corte dei miracoli. Gli interpreti della canzone napoletana sfilano sul red carpet su cui avevano messo il tacco 12 anche Maya Sansa, Cristiana Capotondi e Laura Chiatti. Belle, sorridenti, colorate, allegre, ma soprattutto appariscenti, interpreti come M’barka Ben Taleb, Pietra Montecorvino, Misia e Angela Luce forse non saranno famosissime quanto Ligabue, in arrivo a breve su queste passerelle, ma insieme ai colleghi come Max Casella, Peppe Barra o Gennaro Cosmo Parlato hanno portato in laguna una ventata di semplicità e passione decisamente fuori dal comune. Ce n’era bisogno, visti gli strascichi delle angoscianti anteprime dei film in concorso, tutti accomunati quest’anno da atmosfere davvero lugubri. In Passione invece, presentato nella categoria Fuori Concorso, c’è una gamma di emozioni straordinaria. Nelle canzoni napoletane, tradizione vuole, si parla di amore, rabbia, gioia, problemi sociali e speranza nel futuro. Per questa strana passione per i contrasti questa tipologia di musica continua a piacere a tutte – ma proprio tutte! – le età. Il segreto del clamore suscitato da questa piccolissima produzione Italia-Stati Uniti è davvero molto semplice: si prende una macchina da presa, la si porta tra i vicoli per qualche intervista oppure la si piazza davanti ai sopracitati artisti per registrare performance “live in Napoli”.
Il film parla di musica e di vita, di arte e di difficoltà. Forse in alcuni momenti l’indicatore del sentimentalismo va a fondo scala, ma il tutto viene equilibrato dalle follie di Turturro che ha trovato il tempo per ballare Caravan Petrol insieme a Fiorello, per snocciolare qualche qualche frase in dialetto e per scherzare con i napoletani. Segnaliamo questo stranissimo documentario, alieno come tanti lavori recenti di Turturro a dire il vero, non solo per l’entusiasmo suscitato in sede di proiezione. Anche se sono partiti applausi durante tutta la proiezione fino al gran finale (in un locale si intravede una fotografia di Diego Armando Maradona!) è giusto riconoscere le virtù di questo piccolo grande film, l’unico quest’anno in grado di conquistare tutti per la qualità visiva (alcune riprese cittadine sono veramente da brivido) e per l’allegria in stile Ciprì e Maresco. Grande Turturro che è andato a ripescare alcuni grandi nomi della storia della canzone napoletana infilando un pezzo di Pino Daniele, ha strappato una battuta a Enzo Avitabile e ha recuperato dalle teche RAI un Sergio Bruni d’annata o un sempre straordinario Renato Carosone.
Consigliato per chi ha amici napoletani – chi scrive ne ha una e ha allungato fazzoletti in grande quantità! – ma anche a chi vuole girare un documentario e non ha tanti mezzi a disposizione. Con una sola grande idea Turturro è riuscito a cogliere l’anima di un’autentica città-juke box.
Sandro Patè, da “film.review.it”

Napoli è: mille colori, mille paure, a volte un sole amaro oppure una carta sporca… Così canta Pino Daniele la sua città alla quale Turturro rende omaggio con un occhio “da straniero” che guarda, sì, dal di fuori ma mette l’animo dentro lo spirito partenopeo, quello che l’attore/regista ha conosciuto grazie a Francesco Rosi nel periodo in cui girava con lui La tregua.
Lo scenario che si è spalancato di fronte a Turturro è stato quello non già di una “semplice” città ma di un universo sfaccettato pieno di fascino e di contraddizioni che si esprime, in tutta la sua bizzarra magia, attraverso le canzoni.
Passione, infatti, non è mero folkolore ma un vero e proprio viaggio, tra il documentario e il videoclip, attraverso le note che hanno caratterizzato – e continuano a farlo – il popolo e la cultura napoletani.
I vicoli antichi e fatiscenti, la folla del mercato, gli angoli delle strade in cui la pietra secolare è ferita dai colori acidi dei disegni dei writers sono lo sfondo naturale sul quale ogni canzone viene, letteralmente, interpretata. E poi il mare, certo, quel mare dal quale affiorano melodie celeberrime che hanno girato il globo portando ovunque un pezzo di questo Sud che non somiglia a nessun altro.
Turturro, come un direttore d’orchestra metropolitano, coordina i musicisti collocandoli nel tempo di una canzone e nello spazio della città, alternando le loro voci a quelle dei cantanti di un tempo e affidando alle moderne icone della tradizione partenopea, come Massimo Ranieri e Lina Sastri, il compito di far rivivere tutta la potenza della sceneggiata di Malafemmena.
E’ tradizione, è musica e anche gioco perché il regista, sedotto e divertito, non si sottrae alla allegra e sbilenca performance di Caravan Petrol cantata da Fiorello.
La canzone napoletana, infatti, diventa qui il mezzo per raccontare lo spirito profondo di una città il cui genio musicale si presta alle più straordinarie contaminazioni, come la splendida versione di Tammurriata Nera che mescola le sonorità partenopee della voce di Peppe Barra con la vocalità potente della tunisina M’Barka Ben Taleb e il sound di Max Casella. E ancora: Angela Luce, Raiz degli Almamegretta, Gennaro Cosmo Parlato, Fausto Cigliano, James Senese ed Enzo Avitabile. Il sottofondo di Mina e di Pino Daniele apre la scena alla sensualità di Pietra Montecorvino, al ritmo degli Spakka-Neapolis 55, ai virtuosismi degli Avion Travel e alle splendide alternanze vocali di Peppe Servillo e la portoghese Misia che soffia, con maestria, il dialetto napoletano dentro una ballata struggente.
Un film che attinge dalla melodia classica collocandola in una modernità in cui si fondono passione – appunto – e sentimento, gelosia e dolore, sesso e protesta per un ritratto, tra pennellate di note e di colore, di una città e del suo (in)canto.
Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

Giuà. Così i napoletani hanno ribattezzato John Turturro, il regista italoamericano di Passione, il film- documentario sulla musica popolare napoletana, omaggiato con 15 minuti di applausi all’ultimo Festival del cinema di Venezia nella sezione Fuori concorso e da poco uscito in tutte le sale italiane.
Con Passione Turturro si propone di restituire dignità artistica alla canzone napoletana, troppo spesso etichettata semplicisticamente come “musica popolare”, che nei più è stata a lungo erroneamente sinonimo di “bassa cultura”.
Intanto, chi è questo regista dal nome inglese e il cognome italiano?
John Turturro è figlio di emigranti pugliesi e nasce negli Stati Uniti nel 1957. È noto soprattutto per la partecipazione a numerosi film di Spike Lee, a partire da Fa’ la cosa giusta del 1989.
Ha lavorato con i migliori registi di Hollywood, da Martin Scorsese ai fratelli Coen, oltre ad avere diretto il bellissimo Romance & Cigarettes interpretato da James Gandolfini, Susan Sarandon e Kate Winslet.
Da sempre interessato alle sue radici italiane, recita e scrive la sceneggiatura di Prove per una tragedia siciliana, per poi dedicarsi con entusiasmo a Passione.
Turturro ha trascorso più di un anno e mezzo ad ascoltare musica “registrazioni antiche e riletture moderne cercando di capire un po’ dell’anima di Napoli provando al contempo ad eliminare i cliché che la riguardano, con lo scopo di fare un film che parli a un pubblico italiano e viaggi oltre, in tutto il mondo, come ha fatto la canzone napoletana in passato”
Molti gli artisti chiamati a partecipare a questo stupendo progetto: da Mina che apre Passione con Carmela a Pino Daniele che la chiude, con la struggente Napul’è; Peppe Barra, voce della Nuova Compagnia di Canto Popolare, ci offre una suggestiva versione di Don Raffaé di Fabrizio De André e Massimo Ranieri reinterpreta un pezzo cult della tradizione napoletana, Malafemmena. Non dimentichiamo gli Avion Travel, con un Peppe Servillo ispirato e sensuale in Era de maggio; e non manca un tris di voci femminili eccezionale composto da Pietra Montecorvino, la portoghese Misia e M’Barka Ben Taleb; senza tralasciare Caravan Petrol di Renato Carosone o Tammurriata nera, altro successo del repertorio partenopeo. E la lista di canzoni e artisti continua…
La cantante Misia canta Indifferentemente
Henry James diceva che “Napoli è una città dove il piacere è attivamente coltivato” e questa è esattamente la sensazione che traspare dal film di Turturro. Il regista non nasconde la “ferite” della città partenopea, scegliendo di non celare la spazzatura per strada o ambientando alcuni pezzi in luoghi diroccati. Tuttavia, guarda a Napoli con gli occhi di un innamorato, un filtro che trasforma tutto in poesia, entusiasmo, voglia di cantare nonostante tutto. Si entra in una dimensione di suoni, colori, profumi, totalmente rapiti da questo viaggio musicale che ripercorre decenni di musica e tradizioni. Insomma, un inno alla vita difficile da dimenticare. Da vedere.
da “wuz.it”

Viaggio nella storia e nel folklore di Napoli attraverso la musica che l’ha fatta grande. I migliori interpreti della canzone napoletana fanno rivivere le melodie del passato e del presente, guidati da uno straordinario John Turturro…
Mai titolo fu più azzeccato. “Passione” è davvero la parola chiave che viaggia sulla superficie di tutto il racconto che il regista John Turturro – indipendente, intelligente e originale come è sua abitudine – narra con sguardo lucido e sincero. Napoli non è una città. Troppo riduttivo come termine. Napoli è una continua contraddizione, è meticcia nei colori, nella cultura, nei luoghi e nei volti; è la dimostrazione che dalla contaminazione culturale può nascere qualcosa di veramente originale, ricco di sfumature, naturalmente non tutte positive.
Lo sguardo del regista si posa sull’intrico dei tetti delle case, all’interno delle quali si svolge una vita dura, dove quelle stesse qualità che la fanno grande sono l’origine dei suoi problemi, della sua decadenza, dei suoi mali. Ma il carattere napoletano supera queste difficoltà grazie alla solarità dei volti e, guarda caso, alla passione che anima ciascuno.
Le immagini che il regista italo-americano gira sono di volta in volta poetiche o ironiche, documentaristiche o da videoclip, sono immagini di repertorio oppure tracciati audio d’epoca. Ancora più illuminanti sono le immagini in cui semplici napoletani, in mezzo alla gente che li guarda con un misto di stupore e simpatia, cantano la loro canzone preferita. E’ qui che si coglie quanto la musica sia davvero popolare, quanto sia compenetrata nella cultura di chi vive la città.
Ci sono momenti davvero meravigliosi nel film. Ciascuno si ritroverà nell’interpretazione di questo o quel cantante; chi amerà il pezzo reggae-napoletano di Raiz, il leader degli Almanegretta, chi “Malafemmina” cantata da Massimo Ranieri. Tutti ameranno “Caravan Petrol” interpretata da Fiorello e con Turturro che, svestiti i panni di regista, balla con lui in un modo che non può essere raccontato ma che sarebbe un peccato lasciarsi sfuggire.
Il film, al di la del dato puramente musicale, il film riesce a descrivere l’atmosfera di Napoli, la magia che la anima, sia in senso positivo sia nei suoi dati più negativi. Anche chi non conosce e non ama la musica napoletana sentirà vibrare le corde giuste, al di là dei luoghi comuni. Anzi, proprio partendo da quelli, li vedrà inquadrati all’interno di una cornice che non semplifica ma spiega, non banalizza ma descrive.
Alessandro Barbero, da “cinefile.biz”

Passione è un affettuoso omaggio alla canzone napoletana come specchio del popolo partenopeo, nel quale si passa con estrema disinvoltura dai grandi nomi della ricerca filologica (Barra, Avitabile), agli innovatori (Raiz, Senese) fino ai cantanti di strada, senza mai abbassare la carica emotiva che resta, sempre e comunque, altissima
Forse per uno sguardo “straniero” è più facile che per il nostro cercare di afferrare l’essenza profonda di un popolo attraverso la sua musica. E così lo “straniero” Turturro gira il suo “Buena Vista Social Club” a Napoli e ci spiega, con estrema naturalezza, che le canzoni napoletane dicono, ad esempio “io ti amo tantissimo e voglio stare insieme a te, ma se tu non vuoi stare con me ok, mi metterò con tua sorella!” perché (aggiunge Turturro nel film) i napoletani sono così. Quale sintesi migliore per spiegare quel mix di ironia e ostinazione che caratterizza gli abitanti di questa città unica al mondo?
Turturro, poi, è la persona più adatta ad afferrare il profondo contenuto emotivo di queste canzoni, visto che già in Romance and Cigarettes aveva deciso di veicolare tutta la “Romance” attraverso le canzoni. Ed inoltre, si era già interessato alla nostra cultura popolare con un documentario sui pupi siciliani: Prove per una tragedia siciliana, presente l’anno scorso sempre quì a Venezia.
Passione è, dunque, un affettuoso omaggio alla canzone napoletana come specchio del popolo partenopeo, nel quale si passa con estrema disinvoltura dai grandi nomi della ricerca filologica (Barra, Avitabile), agli innovatori (Raiz, Senese) fino ai cantanti di strada, senza mai abbassare la carica emotiva che resta, sempre e comunque, altissima.

In perfetto stile partenopeo, poi, Turturro trasforma i classici in “sceneggiate”, così, “Comme facette mammeta” si trasforma in proto-video di Jennifer Lopez, “Malafemmina” rievoca la genesi della canzone (che Totò scrisse quando fu lasciato dalla moglie) attraverso i volti di Massimo Ranieri e Lina Sastri, fino al divertentissimo “Caravan petrol” con Fiorello e Turturro che inscenano una esilarante balletto in una solfatara. Certo, come tutte le sceneggiate, viaggia sempre ai limiti dell’eccesso rimandando, a volte, un’immagine forse un po’ abusata della città. Ma questo, comunque, non nuoce al prodotto anzi, forse, ne rafforza le possibilità d’esportazione che, si ha spesso la sensazione, siano uno degli obiettivi del film.
da “sentieriselvaggi.it”

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