Nowhere Boy

La storia – La tumultuosa adolescenza di John Lennon, segnata da due importanti e opposte figure femminili – la zia Mimi e la madre Julia -, dal rock’n’roll e dall’incontro decisivo con Paul McCartney.
Che vi piaccia o no, John Lennon è una leggenda e l’idea di conoscere una leggenda prima che diventasse tale è sempre irresistibile. Il film dell’artista concettuale Sam Taylor Wood non delude le aspettative e riesce a tratteggiare un Lennon inedito e privato, un 15enne tormentato in bilico tra l’amore per la severa zia Mimi, con cui è cresciuto, e quello per Julia, la madre un po’ folle ritrovata dopo l’abbandono nell’infanzia. Una specie di “triangolo amoroso” molto emozionante, amplificato dalle intense interpretazioni dei tre protagonisti (anche se Aaron Johnson ha la pecca di sembrare un po’ più grande di un 15enne, ed è pure troppo belloccio). Taylor Wood mette in scena la bella sceneggiatura di Matt Greenhalgh (già vincitore di un BAFTA per Control, biopic su Ian Curtis) con uno sguardo curioso e mai banale. Onore al merito per non aver mai nominato i Beatles. E manco a dirlo, la colonna sonora curata dal duo elettronico Goldfrapp è super rock.
In un tweet: Due madri, il rock’n’roll e i segreti di famiglia: John Lennon prima di diventare John Lennon.
Glenda Manzi, da “duellanti.com”

“Sono sempre stato uno strano, nessuno mi trovava amabile, ero sempre e solo Lennon”.

Entriamo nella vita di un John Lennon quindicenne. È un ragazzo ribelle, come lo sono tutti i giovani della sua età, con i capelli scompigliati e una repulsione innata per gli occhiali da vista. La musica fa parte della sua vita, ma non coincide ancora con essa. Abita con la zia Mimi e lo zio George, che muore nelle prime scene. Al suo funerale farà un incontro che gli cambierà la vita. È presente infatti sua madre, Julia, che lo aveva abbandonato quando aveva appena cinque anni e che vive, con la sua nuova famiglia, a pochi isolati da lui. Qui inizia il film e anche uno splendido gioco di contrasti, che dominerà l’intera pellicola. A partire dal carattere delle due sorelle, la maggiore Mimi Smith (Kristin Scott Thomas) e la minore Julia (Anne-Marie Duff), l’una austera, l’altra frizzante. Due donne simbolo della svolta epocale, che, nel giro di una generazione, segnò un cambiamento culturale di non poco conto: le vibrazioni del Rock‘n ‘Roll iniziarono a far scatenare l’intero mondo. Rivediamo lo stesso contrasto anche in numerosi altri dettagli, primo su tutti l’abbigliamento. Mimi castigata con indumenti formali, specchio della donna che vuole essere, priva di emozioni, eppure piena d’amore e di sentimenti puri nei confronti del nipote che ha cresciuto come un figlio e Julia, una macchia rossa e vivace che danza sullo schermo senza mai fermarsi, che nasconde qualcosa dentro al cappotto vermiglio, una fragilità e un’emotività che in passato l’hanno fatta perdere nell’oscuro labirinto della depressione. Evidente è anche il cambiamento della moda tra i protagonisti più giovani, che in massa passano dai gilet di lana ai giubbotti in pelle, da pettinature incolte a ciuffi impomatati. E ancora domina il contrasto tra i caldi interni delle case e il freddo mare inglese, tra le caratteristiche porte variopinte di Liverpool e i suoi palazzi grigi, tra la musica classica e i riff di chitarra. Fotografia, costumi e montaggio ballano all’unisono come Mimi, Julia e John, creando dinamiche perfette e reali. E finalmente, insieme allo spettatore, l’eclettico John non resiste e si innamora del Rock ‘n ‘Roll. Vuole essere come Elvis e creerà una band, grazie alla quale conoscerà il suo più grande amico e collega: Paul McCartney. Nonostante il lutto del finale, la consapevolezza di ciò che diventò John Lennon, toglie ogni tipo di retrogusto amaro alla pellicola, lasciando solo la voglia di rispolverare i vecchi vinili nascosti in cantina, di celebrare i 70 anni di questo genio della musica e, tenendo in mano la copertina, sussurrando le parole della zia Mimi: “Non dimenticare gli occhiali, John!”.
Valeria Bartolini, da “ecodelcinema.com”

“Nowhere Boy” è un film biografico diretto da Sam Taylor Wood e basato sul libro “Imagine: growing up with my brother John Lennon” di Julia Baird, sorellastra del celeberrimo leader dei Beatles.
In “Nowhere Boy” John Lennon ha soltano sedici anni. Mentre vive con gli zii da cui è stato cresciuto scopre che la sua vera madre non solo è viva ma abita a pochi isolati da lui. Deciso a conoscerla si reca a trovarla: scopre così una giovane donna divertente, frivola, emotivamente instabile ma allo stesso tempo estremamente affascinante. Specie per un figlio che da sempre anela il suo amore. John inizia così a frequentare assiduamente la madre ritrovata e grazie a lei scopre il rock’n roll e impara a suonare la chitarra. Quando però viene di nuovo abbandonato e per sempre a causa di un tragico incidente John sfoga tutti i suoi sentimenti nella musica…
“Nowhere Boy” è un film sorprendente perché ci svela (in maniera più o meno autentica) una parte della vita di John Lennon che forse in pochissimi conoscevamo. Ovvero quella parte in cui esisteva un Lennon prima dei Beatles. Scopriamo un’infanzia e un’adolescenza difficili e dolorose e così ci sembra di capire meglio lo spirito di questo meraviglioso mito, forse anche del suo rapporto così stretto con Yoko e con ogni sua canzone (ascoltare “Mother” dopo aver visto il film è davvero un’altra cosa).
Tecnicamente parlando poi “Nowhere Boy” è un film davvero piacevole e ben fatto. L’ambientazione inglese anni ’50 è resa benissimo, la colonna sonora è ovviamente ineccepibile e il cast funziona perfettamente (forse c’è solo qualche problemino con le somiglianze ma in fondo poco importa).
“Nowhere Boy” arriva quando si celebrano i 30 anni dalla morte di Lennon. Ma è in ogni momento un buon film per ricordare una persona (e un personaggio) che non se ne andranno mai.
Luisa Scarlata, da “cineradar.it”

Liverpool 1955: un giovane adolescente ribelle e intelligente, una famiglia complicata e custode di un grande segreto, due donne in conflitto per il passato e per il suo futuro, il futuro di John Lennon (Aaron Johnson, The Illusionist).
Allevato con severità ma con molto affetto dalla zia Mimi (Kristin Scott Thomas, Il paziente inglese) John, a 15 anni, scopre che sua madre (Anne Marie-Duff, Diario di uno scandalo), che non vede da quando era molto piccolo, vive nel medesimo quartiere.
L’incontro tra i due sarà all’inizio pieno di tensioni per poi diventare il fuoco ispiratore per l’amore più importante e passionale della sua vita, quello per la musica e il rock’n’roll.
Sam Taylor Wood, artista contemporanea al suo primo lungometraggio, dimostra bravura e sensibilità non comune nel ritrarre una personalità giovanile così complessa e che prefigura quel che sarà poi il mito musicale per eccellenza, nonostante vi siano cadute di tono e qualche eccesso melodrammatico negli scontri generazionali tra questo adolescente dal destino siderale e le sue due figure femminili di riferimento.
Le ottime interpretazioni della sempre perfetta Scott Thomas, della fascinosa e fragile Anne Marie-Duff e, soprattutto la presenza conturbante e magnetica del giovane Aaron Johnson, riescono a regalare efficacia ai personaggi, alle loro caratterizzazioni, senza cadere in noiosi e facili stereotipi.
Una biografia giovanile apprezzabile che racconta, attraverso un punto di vista originale, una parte segreta di vita di una delle icone musicali più grandi dei nostri tempi e che non mancherà di appassionare anche i suoi fan più scettici.
Silvia Levanti, da “delcinema.it”

Nel 1965 lo storico gruppo dei Beatles si esibì in una doppia data al teatro Adriano di Roma. Quarantacinque anni dopo lo stesso luogo, divenuto cinema, ha ospitato la prima nazionale del film ‘Nowhere Boy’, al cinema dal 3 dicembre.
Chi non ha ancora sentito parlare di questo film diretto da Sam Taylor-Wood, probabilmente non è un vero fan dei mitici Fab4, dato che della pellicola se ne parla ormai da un anno perchè presentata in anteprima allo scorso Torino Film Festival. Protagonista è un giovanissimo John Lennon alle prese con un’adolescenza difficile.
Raccontare la storia di un adolescente ribelle e sensibile di Liverpool facendo dimenticare allo spettatore che in realtà si tratta di qualcuno che fatto la storia della musica, non è impresa da poco. Niente mitizzazioni, solo il percorso di crescita di un ragazzo tirato su da una zia fredda e severa, che – pare, almeno all’inizio – lo abbia portato via in tenera età ad una madre affettuosa e fragile, con la quale John instaura un rapporto solo a 16 anni.
Sarà proprio la madre di John, Julia, a trasmettergli la passione per la musica, ad insegnargli a suonare il banjo, a rivelargli che ‘rock’ significa anche ‘sesso’, qualcosa che in una cittadina inglese degli anni ’50 equivale alla trasgressione. John mette su una band con i compagni di scuola, conoscendo anche Paul McCartney e George Harrison. E’ l’inizio del mito.
‘Nowhere Boy’ è un film è ben fatto, e anche ben scritto: le vicende dell’adolescenza di John sono tratte in maniera fedele dal libro della sorellastra Julia dal titolo ‘Imagine This: Growing Up with my Brother John Lennon’, ben conosciute dagli appassionati. Per gli altri sarà un’occasione per scoprire le vicende personali che segnarono la vita di un mito del rock.
Con un look fedelissimo al Lennon di quegli anni, ad interpretarlo ci ha pensato Aaron Johnson, ventenne in ascesa nel mondo del cinema, che riesce a dare al suo personaggio la giusta dose di tormento e carisma. Meravigliosa Kristin Scott-Thomas nel ruolo di zia Mimi, la donna che crebbe John e con il quale aveva un rapporto di odio e amore.
Se Mimi è severa e distante, l’altra parte della medaglia è rappresentata dalla solare e sprovveduta Julia, interpretata da Anne-Marie Duff. John è diviso tra l’amore per queste due donne così diverse, si sente legato a loro ma anche solo e abbandonato: da qui il titolo, che si ispira anche alla canzone del gruppo ‘Nowhere Man’. Paul, con il quale John instaura da subito un rapporto di sana competizione, ha il volto pulito di Thomas Sangster, ex bambino prodigio conosciuto in ‘Love Actually’.
Il sogno di John ha inizio come quello di qualsiasi altro coetaneo, la musica è il suo unico interesse – ragazze a parte – , è la strada per diventare qualcuno, un riscatto dalla scuola che non gli interessa, ma soprattutto un modo per rendere sua madre fiera di lui. Dalle vicende narrate in ‘Nowhere Boy’, del resto, è più facile comprendere l’essere tormentato e contraddittorio del Lennon che tutti conoscono.
Malgrado nell’intera pellicola il nome dei Beatles non venga mai menzionato, il film è disseminato di piccoli omaggi al mondo in cui John e gli altri crebbero, dal parco Strawberry Fields al Cavern, locale in cui tennero i primi concerti con il look alla Elvis, mito per gli adolescenti dell’epoca. Significativo il momento in cui John dice alla madre: ‘Perchè Dio non mi ha fatto Elvis?’. La risposta è un’intuzione: ‘Perchè ti ha destinato ad essere John Lennon’.
Marta Marrucco, da “cinema.excite.it”

A trent’anni dalla morte di John Lennon, esce nelle sale Nowhere Boy, biopic diretto dall’esordiente Sam Taylor-Wood e dedicato all’adolescenza del famoso musicista.

1955, Liverpool: il giovane Lennon (Aaron Johnson), insofferente nei confronti dell’autorità scolastica e di quella familiare, vive un’adolescenza da tormentato ribelle alla ricerca della sua strada. Ai ferri corti con la zia Mimi (Kristin Scott-Thomas) che lo ha cresciuto, John cercherà di recuperare il rapporto con la madre Julia (Anne-Marie Duff), dalla quale era stato separato in tenera età. Si troverà così conteso tra due carismatiche figure femminili, l’una agli antipodi dell’altra: l’algida e severa zia che, pur nella sua intransigenza, nutre per lui un profondo affetto, e la fragile madre, donna instabile e inaffidabile che prova però per il figlio un amore intenso, a tratti quasi incestuoso. Se da un lato il rapporto con la madre sconvolgerà ulteriormente il precario equilibrio del giovane, dall’altro sarà proprio la carismatica donna a indirizzare il figlio verso la musica, creando un universo segreto da loro condiviso nel quale Lennon troverà finalmente una dimensione in cui convogliare l’inquietudine che lo agita.

Chi si aspetta dal film dettagli sulla nascita e la formazione della storica band inglese, così come una resa rigorosa delle vicende biografiche del musicista, rimarrà certamente deluso. Pur introducendo accenni alle glorie future, per esempio raccontando l’amicizia con Paul McCartney, la linea narrativa del film si concentra più sulle vicende personali di Lennon che su quelle collegate ai Beatles, raccontando la storia privata dell’adolescenza di un ragazzo che, francamente, potrebbe chiamarsi in qualsiasi altro modo. Diventando un racconto universale, Nowhere Boy riesce a evitare la tendenza all’aneddoto o alla celebrazione tipica di certi film biografici. D’altro canto, la narrazione cade a volte vittima di facili contrapposizioni e manca forse di originalità, tanto nella rappresentazione delle situazioni quanto dei personaggi. A una linea narrativa a poco innovativa sopperisce comunque l’interpretazione degli attori, in particolare le interpretazioni femminili, che riescono a disegnare, pur all’interno dei confini in cui sono costrette, personaggi complessi, e a creare situazioni di forte coinvolgimento emotivo.
Elisa Fontana, da “icine.it”

Abbiamo atteso più di un anno per vederlo nelle sale e, finalmente, è arrivato (anche se in pochissime copie). Nowhere Boy il film racconta la travagliata adolescenza di uno dei miti più amati e celebrati al mondo: John Lennon. Presentato in apertura alla 27° edizione del Torino Film Festival, il film è tratto dal libro Growing up with my brother John Lennon di Julia Beird (la sorellastra del cantante) e racconta una parte della vita semi-sconosciuta di John.
Siamo a Liverpool nel 1955. John Lennon ha 17 anni e vive con la zia Mimì (Kristin Scott Thomas). Una zia anacronisticamente classica e fortemente legata alle regole. Insomma, tutto ciò che John aborra. Ribelle ma desideroso di conoscere la sua “vera” famiglia, il cantante decide di incontrare sua madre, Julia: una donna frizzante e gioiosa dai capelli rossi che gli trasmette la sua passione per il rock’n’roll. Questo John che odia i suoi tondi occhialetti da vista, che ha un look alla teddy boy, con il ciuffo alla Elvis, che disegna caricature dei professori e risponde arrogante e pungente a tutti i suoi interlocutori si presenta già profandemente enigmatico ed affascinante. Eppure la figura della madre si presenta come un pretesto per tirare fuori la sensibilità di questo personaggio divertente e appassionato di musica. Dapprima fu il banjo, poi l’agognata chitarra. Poi furono i Quarryman (il primo gruppo musicale del cantante, con strumenti arrangiati), fino all’incontro con la sua anima gemella/rivale Paul McCartney e, infine, di George Harrison.
Questo biopic inizia con una corsa che ricorda terribilmente il primo film che vedeva i Beatles come protagonisti (Hard Day’s Night) e lo spettatore si ritrova a correre insieme a John che, prima di essere un musicista, era un adolescente come tanti; certo, con un destino decisamente grandioso ma anche tragico dietro l’angolo. Una nota di merito va alla regista Sam Taylor Wood che non trasforma questo biopic in un film eccessivamente lacrimevole (anche se la storia l’avrebbe potuta tentare) ma soprattutto all’interprete di John Lennon, Aaron Johnson (compagno della regista nonostante i quasi trent’anni di differenza) che imita movenze e tono di voce del cantante in maniera impressionante. Un film che, per i non-fan dei Beatles, potrebbe essere un buon pretesto per conoscere John Lennon e che, allo stesso tempo, non deluderà per niente gli ammiratori del cantautore di Liverpool.
Francesca Casella, da “silenzio-in-sala.com”

Tratto dal libro di memorie scritto da Julia Baird, adattato dallo sceneggiatore Matt Greenhalgh (“Control”) e diretto dall’artista Sam Taylor Wood (“Love You More”), “Nowhere Boy” è un biopic atipico, incentrato sull’adolescenza di John Lennon nell’Inghilterra degli anni ’50. John è un diciassettenne dotato ed inquieto, diviso tra il suo rapporto con Mimi, la zia severa che lo ha cresciuto, e quello con Julia, la mamma che non ha mai conosciuto. La sua vita procede tra la scuola, frequentata svogliatamente, ed i primi passi come musicista, con il suo talento musicale esternato come chitarrista dilettante, seguendo la corrente della nuova musica –il Rock and Roll- che esplode in quegli anni.
I successi con Paul McCartney, Ringo Starr e George Harrison, come favolosi Beatles, sono ancora molto lontani, ma al regista Sam Taylor Wood interessava soprattutto raccontare un Lennon adolescente, teenager nella Liverpool del 1955. Il film illustra l’inizio dei grandi cambiamenti sociali e di costume nell’Inghilterra di quegli anni, con l’arrivo del Rock, la ribellione giovanile verso la rigida educazione familiare e scolastica e il fenomeno dei Teddy Boys, attraverso gli occhi di un ragazzo con un passato familiare non proprio facile, che nella musica sfoga le proprie inquietudini, trovando sicurezza, estasi artistica e, soprattutto, la propria strada nella vita. Il regista è abile ad illustrare questo lato della personalità di Lennon, con i suoi turbamenti ed i primi passi musicali che culmineranno con l’incontro con Paul e George, in una cronaca veritiera della sua giovinezza senza però essere elegiaca, non concentrandosi solo sulle origini della leggenda, ma raccontando la vita di un ragazzo come tanti, in maniera tanto naturale quanto intensa e, specie nel finale, commovente.
Il film un biopic musicale e di formazione forse un po’ troppo lineare e con qualche convenzione narrativa, ma comunque sincero ed apprezzabile per l’impegno profuso, anche da parte dei due interpreti principali, ovvero Aaron Johnson (“Kick Ass”), che restituisce con impegno sul grande schermo l’irruenza e la ribellione adolescenziale di Lennon, insieme a Kristin Scott Thomas (“L’Amante Inglese”, “Quattro Matrimoni ed un Funerale”), che interpreta magistralmente il ruolo della zia Mimi, algida e severa, facendo trasparire delle punte di profonda amarezza e fragilità.
Paolo Pugliese, da “occhisulcinema.it”

A quindici anni John Lennon scopre che la sua vera madre, Julia, è viva e abita a pochi passi da casa. L’incontro tra i due sarà fonte di eccitazione ma pure di turbamento per il giovane John, che viene persuaso dalla madre a percorrere la via del rock’n’roll.
Il bio-pic sulle rockstar rappresenta ormai un genere a sé, codificato fino all’eccesso e pericolosamente incline a rifugiarsi nei cliché; se poi la rockstar in questione si chiama John Lennon va da sé che il rischio sia destinato ad aumentare esponenzialmente. L’operazione che Sam Taylor-Wood tenta di intraprendere è un’indagine sui primi vagiti dell’uomo destinato a divenire più famoso di Gesù Cristo, per capire quanto del Lennon che tutti conosciamo dipenda dalla sua adolescenza travagliata. Il rischio di una deriva agiografica è sempre dietro l’angolo, ma resta apprezzabile il tratteggio dei personaggi-apostoli che ruotano attorno al giovane John; in primis la vera madre di John, ossia Julia, fonte di complessi edipici, imbarazzo, problemi a non finire, ma pure della folgorazione del ragazzo sulla via del rock’n’roll (fatto di per sé sufficiente a garantirle un posto fisso in paradiso). Non è dato sapere se le cose siano andate davvero così, ma è bello credere che la Julia sognata durante i mille ascolti del brano omonimo del White Album sia quella sbarazzina e un po’ folle della ricostruzione di Taylor-Wood.
Lontano dall’approccio coraggioso di un Backbeat – incentrato su Stu Sutcliffe e con Lennon e l’universo Beatles collocati sullo sfondo – come da quello radicale del Control di Corbijn, Nowhere Boy non teme il ricorso a stereotipi per risolvere snodi narrativi anche cruciali, né il rischio di sfociare in quel bozzettismo caricaturale che affligge una discreta fetta del cinema britannico di oggidì (anzi finisce spesso per avvalersi di ambedue). L’importante è concedere al popolo beatlesiano quel che il popolo beatlesiano in buona sostanza chiede e da questo punto di vista Nowhere Boy soddisfa in toto le (sue) aspettative.
Emanuele Sacchi, da “mymovies.it”

Ispirato al libro Imagine: Growing Up with My Brother John Lennon (traducibile in Immagina: crescere con mio fratello John Lennon) scritto da Julia Baird, sorellastra di Lennon, il film mantiene questo sguardo personale, familiare e domestico sul ragazzo John Lennon lontano dalla mitologia del personaggio, del cantante e dei Beatles. La regista Sam Taylor Wood non racconta un romanzo di formazione, né vuole (psico) analizzare l’adolescenza di Lennon alla ricerca di spiegazioni dietrologiche sulla sua carriera e sulla sua vita o sulla alla sua relazione con Yoko Ono, è piuttosto interessata a fornire uno scorcio sulla vita nella Liverpool degli anni ’50. Volutamente, infatti, l’arco temporale narrato si limita ai mesi compresi i 15-16 anni di John e termina con la partenza per la sua prima tournee ad Amburgo. Come si viveva a Liverpool ? Cosa si faceva per divertirsi a quell’epoca? Come era la vita in famiglia? Come era la scuola? Com’erano le prime esperienze affettive e sessuali? Come ci si vestiva? Che musica si ascoltava?
E’ proprio la musica che accompagna in maniera inaspettata le immagini con pochissimi pezzi dei Beatles e molti brani del primo Rock & Roll,una fusione tra Blues, R&B, Bluegrass e Country. Se l’ascolto della musica è influenzato dalle persone care a John – un po’ di classica, amata dalla zia Mimi, la passione per Elvis e per tutta la musica rock della madre Julia- è nell’affrontare le prime esperienze della vita che nasce la voglia di suonare e poi fare musica passando da una piccola armonica a bocca Hohner a una chitarra Höfner. La narrazione si snoda raccontando del gruppo dei Quarryman, dell’incontro con l’altro ragazzino Paul Mc Cartney (l’attore Thomas Sangster, che sapeva già suonare la chitarra con la destra ma per interpretare il mancino Paul ha dovuto imparare a suonarla con la sinistra) e dell’altro incontro più sullo sfondo con George Harrison. La formazione passata alla storia, invece, e le dinamiche relazionali, di amicizia, supporto, a volte scontro fra di loro sono più fugaci quasi accennate così come le scene in cui suonano in concerto per impossibilità degli attori, come di nessun altro, nonostante il grande impegno, di confrontarsi con gli originali senza scontentare tutti.
Cuore della narrazione sono le due figure femminili che si contendono l’affetto di John, la zia Mimi (Kristin Scott Thomas) e la madre Julia (Anne-Marie Duff), la loro recitazione quasi sovrasta quella degli altri interpreti. La scelta della regia privilegia inquadrature a figura intera o in piano americano per dare all’attore, ma soprattutto alle attrici, maggiore libertà espressiva e d’azione per mostrarci i personaggi, senza calcarne forzatamente e in maniera artefatta le emozioni e le espressioni.
Ludovica Cerone, da “filmfilm.it”

Per essere un’ artista concettuale, la neoregista Sam Taylor Wood, (unico precedente il cortometraggio Love you more realizzato sotto l’ egida di Anthony Minghella), ha scelto una strada relativamente convenzionale, una narrazione filata e naturalistica di una delle vite più indagate, anzi vivisezionate, della storia recente: John Lennon. “Nowhere boy” evita in blocco la tentazione di cedere alle sirene irresistibili della saga beatlesiana, si limita a raccontare il Lennon ragazzo, la sua formazione nella adolescenza di Liverpool tra disobbedienze scolastiche, dischi blues arrivati per mano di portuali compiacenti e soprattutto nel tanto decantato e complesso rapporto con le due donne della sua vita di ragazzo. La prima, come ogni appassionato sa, è la celebre Zia Mimì, tutrice severa, rigida; l’ altra,è la madre Julia (a cui è intitolato un brano del White album) ovvero il brio, la leggerezza, e la totale inaffidabilità. La mamma lo ha abbandonato quando aveva cinque anni, lui la ritrova a quindici, con lei impara la spudoratezza ebbra di cui è capace la musica, prima di perderla di nuovo, e per sempre. Aaaron Johnson è un convincente Lennon adolescente, decisamente troppo bello per essere verosimile, ma sufficientemente sfrontato, anarchico e imprevedibile come le testimonianze ci raccontano. Il gusto concettuale della regista si rivela casomai nell’ accuratezza delle inquadrature, nella lieve e carezzevole tecnica dei movimenti di camera, nella precisione sobria del montaggio. Ma non trascende mai l’ intenzione di base: raccontare la genesi di un artista geniale, la sua iniziazione alla vita, come fosse un bildungsroman, un classico romanzo di formazione, solo che invece di un personaggio fittizio, su cui volare liberi, si tratta di un personaggio reale, anzi, più che reale, di gigantesco ingombro. Così che sulla storia incombe la presunzione di raccontare la verità, di dire una parola definitiva almeno su quella prima fantasticata parte della vita di Lennon, quella in cui passava in bicicletta davanti a un parco di nome Strawberry Fields, in cui si dibatte disperatamente, con qualche caduta melò, tra incerte figure materne e paterne, in cui sogna di diventare Elvis senza ancora sospettare che sarebbe diventato John Lennon, in cui nella palestra della St.Peter’ s Church Hall incontra Paul McCartney, incontro fatale e determinante non solo per lui, ma per la storia della musica e per il gaudio supremo di milioni di ascoltatori. Il giovane John è un eroe popolare che trova nella marginalità della working class di Liverpool la strada per ridisegnare il mondo. Ma la storia si ferma alle soglie dei Beatles. E per opportuno verismo non c’ è traccia della loro musica, tranne il malizioso accordo che suona in apertura e che i fan riconosceranno come l’ accordo iniziale di “A hard day’ s night”. Tutto qui, tranne alla fine, il primo pezzo solista del vero Lennon, ovvero l’ urlo di “Mother”, (“Mother, you had me, but I never had you”), che arriva sulla parola fine come un drammatico e liberatorio colpo di maglio.
Gino Castaldo, da “la repubblica”

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