Non lasciarmi

A guardarli così, in/nella superficie, due film come Blade Runner e Non lasciarmi sembrano non avere nulla in comune. Da un lato l’estetica noir e cyberpunk del film di Scott, dall’altro le ambientazioni e le atmosfere squisitamentre old England dell’opera seconda di Mark Romanek.
Eppure, i punti di contatto sono numerosi. E di certo non solo per l’avere in comune una matrice letteraria (Philip K. Dick in un caso, Kazuo Ishiguro nell’altro) o per il dare una personale declinazione a quel termine ombrello che è ‘fantascienza’. Ad accomunare i due film, e a caratterizzare soprattutto quello di Romanek, c’è primariamente la volontà di raccontare dei rapporti e degli amori sotto i quali si agitano ingombrantissimi interrogativi etici e filosofici (e affatto fantastici, ma al contrario concreti e quotidiani) sul senso e la funzione dell’esistenza, dell’essere umani.
È fin troppo facile, però, che la carica emotiva che t’investe in maniera lenta ma inesorabile durante la visione di Non lasciarmi (più simile ad uno schiacciasassi che lentamente ti stritola che non all’impatto di un tir, seppur la forza sia la stessa) faccia scivolare via queste considerazioni.
Perché il lavoro svolto da Romanek – cui hanno contribuito in maniera più che decisiva la sceneggiatura di Alex Garland, la fotografia di Adam Kimmell e le interpretazioni di una Carey Mulligan sempre più sorprendente e di un ottimo Andrew Garfield – cattura e affascina con una storia che, al di là delle sue implicazioni, tratta di amore e morte in senso universale, seppure estremo e particolare.
Un’universalità sottolineata anche dall’aver donato alla storia e ai suoi portati un setting spaziale e temporale aereo e impalpabile, specificato eppur tutt’altro che specifico, capace di essere cornice perfetta e affascinante per una storia dalla densità morbida e sognante, amniotica, eppure di scottante e carnalissima realtà.
È un bene, senza dubbio, che in Non lasciarmi le identità e i destini dei protagonisti e dei loro compagni siano esplicitati fin dalle prime scene, per non appesantire col mistero le traiettorie (in)definibili di un triangolo (amoroso) formato da due vertici di differenti e divergenti consapevolezze femminee e da un singolo elemento scentrato e dalla passività ingenua tipicamente maschile.
Un triangolo che via via si apre, al tempo e allo spazio, per comprendere nella sua area in costante variazione virtualmente infinita tutti quegli elementi che dall’amore nascono ma che l’amore trascendono e sublimano. Elementi umani, appunto, emotivi, razionali, sentimentali, scientifici. Relazionali ed esistenziali.
Col coraggio – quasi politico in tempi come questi – di lasciare che sia l’indefinito, il sottratto, il non detto e il non mostrato a costituire l’ossatura primaria del suo film, e non dimenticando ma al contrario esaltando il senso vero dell’eleganza formale, Mark Romanek firma un film emotivamente devastante, sinceramente profondo.
Inquietante nel ritrarre una generazione costretta da un diktat sociale a trasformarsi da soggetti a oggetti di consumo.
Commovente nel raccontare l’emergere di consapevolezze e sogni, la devozione e la rassegnazione nello strazio programmatico e programmato delle proprie carni e delle proprie anime. Straziante nel raccontare e (far) riflettere (su) dovere e aspirazione, obbligo e volontà, vita e morte, amore e Passione.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Kathie, Ruth e Tommy sono tre ragazzini che crescono insieme in un college inglese. Presto però scoprono che le loro vite sono state programmate e che vanno incontro ad un destino comune. Una volta divenuti maggiorenni, infatti, vengono mandati in alcuni cottage a prepararsi per il loro compito primario. Gli amori e le gelosie che da sempre intercorrono tra i tre, saranno alla base di alcune scelte di vita che compiranno, ma non ci sarà niente da fare per impedire che il suddetto destino si compia.
“Non lasciarmi” è un film che può lasciare interdetti per varie motivazioni. Può stupire per la particolarità della tematica trattata e per il modo di raccontarla, può lasciare lo spettatore agghiacciato per le implicazioni etiche che sottostanno al tema di fondo, può soprattutto emozionare e colpire forte allo stomaco per i toni del racconto. Trattasi, infatti, di una storia molto triste e angosciante che corre costantemente sul binario del dramma e costringe chi guarda ad uno sforzo deciso per non commuoversi, non solo al procedere della narrazione sempre più crudele nel mostrare la tragedia di fondo, ma soprattutto alla vista di paesaggi immobili, plumbei, a tratti desolanti che fanno da contraltare ad interni altrettanto claustrofobici e deprimenti. Il risultato però non è di quelli fastidiosi e nemmeno ruffiani, anche se bisogna dire che forse nell’utilizzo della colonna sonora si è premuto un po’ sul tasto della pietà, con note sempre più struggenti e soprattutto sempre più presenti ad accompagnare il racconto.
Al di là di questo, però, bisogna dire che la pellicola è contrassegnata da una delicatezza e da un equilibrio non indifferente, dato anche dalla rigorosa regia, dalla suddetta fotografia dai toni freddi, e dalla misurata interpretazione dei tre giovani attori protagonisti, sui cui svetta una coinvolgente Carey Mulligan che con l’opacità e la rassegnazione del suo sguardo ci restituisce molto del significato dell’intera pellicola.
“Non lasciarmi” è infatti un film che parla di accettazione del proprio ruolo sociale, di ineluttabilità del proprio destino e soprattutto dell’inesorabilità del tempo che scorre, molto più velocemente di come vorremmo, e dell’inevitabilità della morte. Ma anche se è la morte ad incombere fatale sui tre protagonisti, il film riesce a parlare magnificamente anche di vita, analizzando due elementi che la rendono degna di questo nome come l’amore e l’arte. Sono questi due elementi che in qualche modo riescono a scuotere l’impassibilità e la passività delle figure prese in esame, figure sulle quali viene posta l’attenzione mirando al particolare, ma comunicando un intero universo. E anche se l’intrecciarsi delle loro storie, dei loro sentimenti, dei loro rapporti, per certi versi appare prevedibile e poco originale, ciò che sta sotto e dentro questo triangolo di amori e amicizie, riesce a sollevare di parecchio la qualità del contenuto, laddove la forma si fa già apprezzare di per sé.
Lo spettatore, così come gli stessi protagonisti, sin dall’incipit sa che non c’è nessuna possibilità di salvezza e così prosegue nella visione della pellicola senza aspettarsi grossi colpi di scena, ma assaporando tutte le implicazioni che sottostanno al percorso formativo e sentimentale dei tre. Grazie alla metafora dell’arte come specchio dell’anima e dell’illusione che l’amore possa cambiare le cose, il film guadagna anche una patina emozionale non indifferente, capace di suggerire, piuttosto che gridare, la forza dell’anima che scalcia per farsi ascoltare e la resa della stessa di fronte alla storia già scritta, alla messa in atto di un percorso prestabilito.
Si rimane a volte di stucco di fronte all’estrema accettazione che caratterizza i tre giovani protagonisti, cresciuti nella ferma convinzione di avere un unico scopo, quello di terminare le proprie esistenze quasi prima che possano realmente iniziare. Ma si rimane altrettanto di stucco di fronte all’insensibilità altrui nei confronti delle palesi grida di aiuto che loro sembrano lanciare, nel tentativo di manifestare la propria umanità e dimostrare la loro capacità di amare. Ciò che si evince, però, alla fine di questa storia struggente e uggiosa è che l’amore non si può dimostrare, si può solo provare.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it”

Solitudini di corpi in attesa della fine. Giovani cuori sradicati dai sogni d’amore per prepararsi a donare i propri organi. Sono i ragazzi protagonisti del film Non lasciarmi tratto dal romanzo di Kazuo Ishiguro Never Let Me Go. In un presente distopico, spazio narrativo caro a molta letteratura, lo sceneggiatore Alex Garland e il regista Mark Romanek trasfigurano la materia letteraria plasmandola per una radicale e interessante trasposizione cinematografica.
Solitudini di corpi in attesa della fine. Giovani cuori sradicati dai sogni d’amore e di vita per prepararsi a donare i propri organi. Sono i ragazzi cresciuti ed educati nel college Hilsham, Gran Bretagna, protagonisti del romanzo best seller di Kazuo Ishiguro (Never Let Me Go il titolo originale). In un recente passato distopico, spazio narrativo caro a molta letteratura (1984 di Orwell, Il mondo nuovo di Huxley o Il tallone di ferro di London), la scienza ha superato i limiti delle malattie utilizzando cavie umane per le donazioni di nuovi organi da impiantare ai pazienti. Una generazioni di cavie umane viene tirata su con affetto e attenzione dalla preside di Hilsham, Madam (Charlotte Rampling) e destinata, dopo un isolamento dorato dall’esterno, ad assecondare i bisogno di salute. Kathy (Carey Mulligan – An Education, Wall Streer il denaro non dorme mai), Tommy (Andrew Garfield – Leoni per agnelli, The Social network) e Ruth (una sorprendente Keira Knightley – Pirati dei Caraibi, Espiazione, Seta) trascorrono insieme l’infanzia ad Hilsham intrecciando le loro vite e condividendo i primi sussulti dei sentimenti che legheranno la loro amicizia. Nata prima tra Kathy e Ruth e nel tempo diventata per le due amiche una rivalità, vissuta nel silenzio da Kathy, per il solitario Tommy. Sarà Kathy a narrare le vicende di Hilsham e il suo rapporto con la coppia, mentre il tempo verso la maturità li condurrà innesorabilmente allo scopo per cui sono stati messi al mondo. Lo sceneggiatore e produttore di Non lasciarmi, Alex Garland (28 giorni dopo, Sunshine) trasfigura la materia letteraria plasmandola, alla sua maniera, per una radicale e interessante trasposizione cinematografica. Insieme al regista Mark Romanek (One Hour Photo), Garland sceglie una strada assai distante da altrettante pellicole che hanno contribuito a fare la fortuna del genere al cinema: Farheneit 451, V per vendetta, The island, I figli degli uomini. Quella di non sviluppare le risposte alle domande socio-politiche, di presentarci ciò che accade fuori Hilsham isolando i tre protagonisti su un palcoscenico e illuminando solo i volti e i sentimenti. Ecco che Romanek raramente accelera sul mistero. Scarse le tracce da seguire, se non in un colonna sonora esageratamente pedante. I paesaggi costieri inglesi e gli spazi vittoriani di Hilsham predominano in molte scene avvolgendo i protagonisti e dimostrandosi assai importanti nella prima parte del film. L’amore, la gelosia e il tradimento sono le forze che animano la pellicola di Romanek immersa in una luce del Nord attenuata e filtrata come ad impedire ogni riflesso caldo sul destino dei tre donatori. Ma le vite di Kathy, Ruth e Tommy assomigliano senza condizionamenti a quelle dei loro coetani ‘fuori campo’. La loro disperazione per l’amore non corrisposto, in Kathy, il sesso ostentato, Ruth, l’inquietudine maschile, Tommy, sono voragini che dissanguano le loro esistenze. E ne invadono ogni piccolo gesto fin dall’inizio. Solo a pochi passi dalla fine i tre si ritroveranno per scoprire quanto il destino possa ridarci ciò che con dolore e amarezza ha tolto in passato. La felicità scavata dalle lacrime di Kathy per l’amore finalmente corrisposto di Tommy e la sua assistenza al compagno nell’ultima donazione sono solo i flebili lampi di una normalità estenuamente desiderata. Nessuna domanda avrà risposta. Pochi uomini avranno trovato la loro strada. E per i ragazzi maturi di Hilsham tutto è andato come era prestabilito.
Francesco Maggi, da “sentieriselvaggi.it”

Nel college di Hailsham, nella campagna inglese, alcuni studenti vengono educati, fin da bambini, ad essere docili e sottomessi. In realtà sono dei cloni che servono a donare, in un futuro non lontano, organi all’umanità. La storia ci viene raccontata da Kathy (Mulligan), segretamente innamorata del collega e amico Tommy (Garfield), che con l’amica Ruth (Knightley) condividono un’ infanzia già compromessa. Quando i tre ragazzi scoprono il segreto oscuro e angoscioso riguardante il loro futuro, decidono di fuggire dal collegio/lager. Ma questa decisione va contro la loro educazione di stampo militare, legata ad un forte senso del dovere. E così, inesorabilmente si avviano verso un destino sconvolgente che li vede diventare adulti e continuare a confrontarsi con i profondi sentimenti di amore, gelosia e tradimento che rischiano di dilaniarli.
Dalla penna di Kazuo Ishiguro, scrittore nato nel Paese dove è avvenuta la clonazione della pecora Dolly e che ha ispirato la sceneggiatura di questo film, non poteva mancare un confronto con le conseguenze del progresso scientifico. La fantascienza come pretesto per aprire una serie di interrogativi sulla vita, sul dolore, sui rapporti sentimentali, sul sacrificio di sé, sul senso dell’etica, sull’atteggiamento dell’uomo rispetto al progresso: l’universale e il particolare, il macroscopico e il microscopico. Il suo romanzo “Never let me go” , al quale ha lavorato per quindici anni, anche se descrive un mondo parallelo dominato dalla clonazione, è tragicamente umano.
I protagonisti del film – Kathy, Tommy e Ruth – trascorrono l’infanzia nel collegio inglese di Hailsham, un luogo apparentemente idilliaco. Sono in realtà vittime predestinate ad un sacrificio necessario per far progredire il genere umano; i bambini che si trovano a vivere nella realtà ovattata di Hailsham si sentono al sicuro dai pericoli del mondo esterno. Ma solo perché non si tratta di bambini comuni. Ognuno di loro è nato con una missione, semplice e chiarissima: crescere robusto e sano, per poter servire come “pezzo di ricambio” ai fragili corpi umani.
Niente sembra turbare la quiete del collegio, finché una tutrice rivelerà ai bambini che il loro destino era già stato pianificato.
I tre protagonisti non accenneranno mai ad un’origine o ad un legame di parentela nel orso di tutta la narrazione – che si svolge in un unico lungo flashback, da parte della protagonista Kathy. Vivono questa condizione di orfani, assuefatti alla grigia e silente crudeltà di Hailsham come tanti polli da batteria per servire il progresso scientifico.
Ambientazioni soffuse, con prevalenza di toni pastello e grigi – dalle divise collegiali alle mura degli ospedali – rendono il dramma fin troppo piatto. Si ha l’impressione che il film prenda più le pieghe di un diario/racconto intimista che non di denuncia. La scenografia firmata da Mark Digby (The Millionaire) è tutt’uno con lo stato d’animo e la condizione larvale della vita dentro Hailsham. L’unica vibrazione che scuote lo stato emotivo, destando sogni e desideri, è espressa dal ritornello di una canzone : “Darling, hold me and never never never let me go”.
La regia e il gusto fotografico per l’inquadratura di Mark Romanek – celebre autore di video musicali come “Scream” di Michael Jackson – fedele alle intenzioni di Hishiguro, riesce a condurre l’esperienza reale e ordinaria della vita del college inglese verso un piano sempre più astratto e metaforico.
La tragedia di questa lenta rassegnazione al destino è tramata con un’eleganza tipicamente nipponica, senza contrasti, atti di forza o ribellione. La scelta degli attori adulti è suggestiva oltre che ispirata. La coppia Ruth – Tommy (interpretata da una fin troppo apatica Keyra Knightley e uno stilizzato Andrew Garfield) è lunare e consunta. Entrambi sembrano emergere dal dolore dei dipinti di Munch. Nessuno di loro metterà al mondo bambini perché generare è un atto creativo e la “creatività” è bandita dalle loro vite. Per questo c’è una sessualità triste, frustrata come quella immortalata dagli espressionisti. Si tratta di una prigionia psichica, più affilata e capillare di quella schiavistica, che non contempla la salvezza.
Ma non sono anche loro umani, in fondo? Esseri che soffrono e sperano, temono e desiderano, come tutti gli altri? Allo spettatore non vengono lasciati dubbi al riguardo.
Matteo Triola, da “storiadeifilm.it”

La pubblicità, almeno qui da noi, lo ha contrabbandato “furbamente” come film di amori giovanili, facendo leva su un triangolo di protagonisti freschi carini eccetera. Non lasciarmi invece è una storia di fantascienza ucronica, raccontata kafkianamente da tale Kathy H e ambientata in un 1978 alternativo in cui ingegneria genetica e clonazione umana hanno anticipato i tempi, stravolgendo tutte le implicazioni etiche, sociali e scientifiche.

Cloni sacrificabili per il progresso: è un classico del genere. Michael Bay ne farebbe un’avventura esplosiva e patinata con due super belli da spot, anzi, l’ha già fatto nel 2005 con The Island, Mark Romanek ne fa invece un film agli antipodi stilistici. Lui, regista di moltissimi videoclip (Madonna, Bowie, R.E.M., The The, Michael Jackson, Coldplay) e pochi film (l’ultimo, One Hour Photo, nel 2002), opta per un tono intimista e trattenuto, a tinte color terra e vegetazione, asciutto anche quando distribuisce colpi (di scena) allo stomaco e al cuore.

Merito anche dell’omonimo romanzo di partenza, di Kazuo Ishiguro, presente anche qui come produttore esecutivo, dello sceneggiatore Alex Garland (già tre film con Danny Boyle), dell’ambientazione british — dall’infanzia nel collegio di Hailsham, alla fine dell’adolescenza nei cottage delle campagne inglesi — e del giovane cast: la brava e oscura Keira Knightley, il sensibilissimo Andrew Garfield (prossimo Spider-Man al posto di Tobey Maguire), e Carey Mulligan (Wall Street), forse fin troppo compressa nel ruolo. Il triangolo insomma c’è, e anche l’amore. Ma la vera protagonista è una generazione impossibilitata a realizzarsi, dolce nelle sue ingenuità, disturbante nell’incapacità di cambiare il proprio destino, abbandonata come un barcone arrugginito su una spiaggia d’inverno. Nella caccia ai simboli si può frugare tra fantasie orwelliane o scomodare la storia di oscuri regimi più o meno lontani. Oppure scoprire, al contrario, che quella generazione è già qui, adesso.
Gabriele Guerra, da “freequency.it”

Dopo “Static” e “One Hour Photo“, Mark Romanek questa volta torna in sala con “Non lasciarmi” (Never let me go), pellicola che ha ottenuto uno straordinario successo di critica e ha ricevuto anche diversi premi nei vari concorsi internazionali.
Tratto dall’omonimo romanzo del nippo-britannico Kazuo Ishiguro, “Non lasciarmi” è una storia che si snoda dagli anni ’70 fino ad arrivare alla metà dei ’90 e, sebbene sia ambientata in un presente alternativo, è più attuale che mai. Per chi ha saputo apprezzare le capacità narrative di George Orwell, l’angoscia e il senso di repressione di “1984“, “Non lasciarmi” segue la stessa scia, solo apparentemente meno politica, ed è un’altra opera degna di nota, sia per quanto riguarda l’ambito narrativo (il migliore romanzo del 2005 secondo il Time e tra i cento migliori romanzi in lingua inglese dal 1923 al 2005) che quello cinematografico.
Mark Romanek porta in sala una storia che è fatta di amore, amicizia, passione, rassegnazione. Siamo nell’Inghilterra della seconda metà degli anni ’70, Kathy (Carey Mulligan), Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Knightley) sono tre amici e vivono ad Hailsham, un collegio che si trova in piena campagna inglese, delimitato da recinzioni che i bambini credono essere invalicabili, poiché non sanno cosa potrebbero trovare al di fuori. O meglio, quel che hanno raccontato loro del mondo esterno, è davvero terribile. I tre amici, come tutti gli alunni di Hailsham, credono di vivere in un mondo idilliaco, tra ore di ginnastica, letteratura ed arte, sempre pronti a stimolare la loro creatività per mandare i loro disegni alla Galleria di Madame (Nathalie Richard). In realtà, il destino di ogni bambino è segnato: una volta completata la loro educazione nel collegio, diventeranno degli “assistenti” e subito dopo dei “donatori”. Tutti gli alunni di Hailsham sono dei cloni, nati e cresciuti al fine di donare i propri organi a chiunque ne abbia bisogno, carne da macello buona per la scienza in continua evoluzione. I loro disegni, come i loro corpi, servono alla scienza, che tenta di capire-come se non lo sapesse già- se anche i cloni possono avere dei sentimenti.
La realtà di fronte alla quale ci mette di fronte Ishiguro, prima, e Romanek, poi, è davvero terribile ed angosciante. I tre amici costruiscono un legame solido, che però non manca di ostacoli, tra la gelosia di Ruth e l’incapacità di Tommy di relazionarsi “normalmente” agli altri, soprattutto a Kathy. Ogni clone cresce con la consapevolezza di dover morire lentamente, una donazione dopo l’altra, e di non poter condurre una vita normale. I tre ragazzi, dopo gli studi ad Hailsham, finiscono nei Cottages, in attesa di scoprire quale sarà il loro destino, anzi, quando sarà. L’amore tra Kathy e Tommy, nato fin dal primo sguardo, non avrà modo di vivere e le loro strade si separeranno per molti anni, fin quando Kathy, ormai diventata un’assistente, non incontrerà Ruth, debole e fiacca, pronta ad andarsene.
Per quanto possa definirsi “presente alternativo” o “realtà distopica“, la storia di “Never let me go” si incastra perfettamente nella vera realtà, quella che viviamo quotidianamente, quella degli esperimenti scientifici volti a trovare una soluzione alle malattie che ci affliggono. I protagonisti sono dei pezzi di ricambio, messi al mondo solo ed esclusivamente per assolvere a questo compito perverso.
Mark Romanek, inoltre, lascia scoperti molti punti della trama senza approfondirli, lasciando che sia lo spettatore a mettere insieme i pezzi del puzzle e capire le origini di questo assurdo meccanismo che si consuma ogni giorno davanti ai nostri occhi. Una denuncia? Quale messaggio vuole inviare l’autore della storia? Quello che più appare palese a prima vista, è la rassegnazione dei personaggi. Quasi come se non ci fossero pulsioni vitali, i ragazzi non sfuggono al loro destino ma lentamente gli vanno incontro, consapevoli di non poter far nulla per cambiare le cose, di non poter vivere normalmente e di non poter nemmeno amare normalmente. Kathy e Tommy riescono a vivere la loro storia solo quando il loro percorso è quasi giunto al termine, mentre Ruth riesce ad ammettere i propri-umani- errori, solo quando la consapevolezza della morte inizia a divorarla.
Mark Romanek si avvale di un cast che non può passare inosservato, in cui per una volta l’espressione assente di Carey Mulligan e i suoi occhioni malinconici e tristi, sono finalmente adatti per la parte di Kathy; il promettente e futuro “Spider-Man” Andrew Garfield, dimostra di essersi calato bene nella parte di Tommy, bambino incompreso e messo all’angolo da tutti, incapace di realizzare ciò che realmente vuole; per finire, Keira Knightley è stata brava ma non troppo, in questo caso avrebbe potuto fare sicuramente di meglio.
Una menzione a parte va alla fotografia, curata da Adam Kimmel. Eccelsa e straordinaria, rispecchia ogni singolo stato d’animo dei protagonisti, tra i colori cupi e la pioggia inglese, che rende ulteriormente l’idea dello strazio di queste giovani anime, che si avviano incontro a un destino che non hanno chiesto, ma che qualcuno ha deciso per loro. Ottime anche le musiche di Rachel Portman, che incorniciano le sofferenze e le emozioni dei tre ragazzi e ci accompagnano all’interno delle loro vite, tra aspirazioni sgozzate e passioni represse. “Non lasciarmi” è un’opera davvero interessante, che con tutta probabilità in Italia finirà seppellita da qualche commediola, ma che merita assolutamente d’essere vista e d’essere seguita da lunghe riflessioni sulla società in cui viviamo.
da “cinezapping.com”

Kathy H. è una badante che affianca i pazienti durante le donazioni degli organi. In un lungo flashback ricorda l’infanzia e l’adolescenza trascorse nel college inglese di Hailsham, l’amicizia con Ruth e l’amore per Tommy. Durante quegli anni i protagonisti vennero informati da una tutrice che il loro destino era già stato pianificato. Kathy si presenta con l’iniziale del suo cognome: ‘H’. Questa mutilazione anagrafica (oltre che citazione kafkiana) prefigura già una privazione dell’identità. I tre protagonisti non accenneranno mai ad un’origine o ad un legame di parentela. Vivono questa condizione di orfani, assuefatti alla grigia e silente crudeltà di Hailsham, un college mengheliano che li riduce a polli da batteria per servire il progresso scientifico. Sono creature che non diranno mai ‘io’.
Il film è un thriller soffuso, cadenzato, con tinte fosche e angoscianti. Prevalgono tonalità grigie dalle divise collegiali alle mura degli ospedali. La scenografia firmata da Mark Digby (The Millionaire) è tutt’uno con lo stato d’animo e la condizione larvale della vita. L’unica vibrazione che scuote lo stato emotivo, destando sogni e desideri, è espressa dal ritornello di una canzone :‘Darling, hold me and never never never let me go’. Dalla penna di Kazuo Ishiguro, scrittore nato a Nagasaki e cresciuto nel Paese dove è avvenuta la clonazione della pecora Dolly, non poteva mancare un confronto con le conseguenze del progresso scientifico. Un confronto che diviene interrogativo sulla condizione umana, sull’omologazione, la libertà individuale e la pressione di un potere che vorrebbe livellare il pensiero. Il suo romanzo ‘Never let me go’ al quale ha lavorato per quindici anni, anche se descrive un mondo parallelo dominato dalla clonazione, è tragicamente umano. Ci sono dentro gli interrogativi sulla scienza, sul senso dell’amore, dell’amicizia e dell’arte.
La regia di Mark Romanek (celebre autore di video musicali come ‘Bedtimestories’ di Madonna o ‘Scream’ di Michael Jackson) fedele alle intenzioni di Hishiguro, riesce a condurre l’esperienza reale e ordinaria della vita di un college inglese, verso un piano sempre più astratto e metaforico. La tragedia di questa lenta rassegnazione al destino è tramata con un’eleganza tipicamente nipponica, senza contrasti, atti di forza o ribellione. La scelta degli attori adulti è suggestiva oltre che ispirata. La coppia Ruth – Tommy (interpretata da una metafisica Keyra Knightley e uno stilizzato Andrew Garfield) è lunare e consunta. Entrambi sembrano emergere dal dolore dei dipinti di Munch, Kirchner e Kokoschka. Nessuno di loro metterà al mondo bambini perché ‘generare’ è un atto creativo e la ‘creatività’ è bandita dalle loro vite. Per questo c’è una sessualità triste, frustrata come quella immortalata dagli espressionisti. Si tratta di una prigionia psichica, più affilata e capillare di quella schiavistica, che non contempla la salvezza.
L’immagine dell’uomo che non può più mettersi in viaggio e cercare, è espressa dalla nave sdraiata sulla sabbia, arrugginita ed in-ferma. Una nave che non può più sperare l’orizzonte. Vale la pena vivere se l’identità è censurata? Cosa resta all’uomo se può fare a meno della creatività per rispondere ad una volontà estranea al cuore? Se perdiamo noi stessi a che vale il progresso scientifico? Veniamo consegnati alla morte se le idee si spengono, sembra svelarci sottovoce questo film esangue e magnifico.
Andreina Sirena, da “mymovies.it”

“Non lasciarmi” di Kazuo Ishiguro è stato uno dei pochi – e giustificati – casi letterari degli anni 2000. Definito da molte testate come uno dei migliori se non addirittura il migliore romanzo del decennio, la potente parabola distopica di Ishiguro contava su mezzi molto letterari e affilava le lame dei generi per una storia densissima, la cui narrazione in prima persona saltava nel tempo addensando i ricordi dell’assistente Kathy H. in un’atmosfera volutamente nebulosa e sospesa che si fa più netta col passare del tempo e dei capitoli. Nel film di Mark Romanek l’intreccio è ridotto a un unico lungo flashback che ordina gli eventi cronologicamente, rendendo anche più chiari i contorni e le sfumature dei misteri che avvolgono i destini dei “donatori”. Si perviene quindi al dubbio che la mancanza dell’inquietudine che attraversava il romanzo di Ishiguro e si andava rivelando per una suspense disinnescata (praticamente si intuisce la verità e quando essa viene affermata, pur atterrendo, non sorprende), sia un quid che costringa la pellicola a comprimere i tempi, a carrellare gli eventi dell’infanzia con eccessiva celerità, riuscendo a trovare un ritmo equilibrato e posato solo nella seconda parte. Probabilmente l’ingerenza in fase di scrittura dello stesso autore, qui in veste di executive producer, può essere stata tanto pesante da costringere a quella fedeltà letterale che non è necessariamente foriera di riuscita cinematografica.
Pertanto i limiti dell’opera terza di Mark Romanek si trovano praticamente nell’adattamento, poiché a ben vedere il film nella sua sostanza si fa pregevole. La regia geometrica di Romanek segue i bambini con la stessa dolcezza e timore con cui guarda gli adulti. L’alternanza di campi lunghissimi, lunghi e medi è volta a raffreddare un materiale emotivo magmatico, avendo poi l’intelligenza di intercettare i primi piani e cogliere l’incrinatura di un labbro, la discesa di una lacrima, uno sguardo distolto. La resa atmosferica, dall’istituto di Hailsham fino ai Cottage e ai centri di completamento, è perfettamente aderente allo spirito del romanzo, disvelando un mondo esterno suddiviso tra gli autunnali colori della campagna inglese e le architettura squadrate, replicate e spersonalizzate della città.
I tre personaggi si muovono come eterni fanciulli in una realtà sempre estranea e per loro crudele, dove hanno e avranno per sempre qualcosa da imparare, soprattutto su di sé, sul loro ruolo nella società. Molto deve il film alle interpretazioni: Carey Mulligan dà a Kathy la giusta dose di dolcezza e forza d’animo, così come il sorriso di Andrew Garfield fornisce un’adolescenziale impaccio a Tommy; anche se forse l’interpretazione più sorprendente, dato il tempo contenuto di presenza in scena, è la regressione di Keira Knightley (impressionante anche la vicinanza con la sua interprete da bambina), inizialmente forte e svettante su tutti, infine pallida smunta e spezzata dall’inizio del ciclo di donazione.
“Non lasciarmi” mostra con l’inquietante ricollocamento temporale nella realtà distopica la possibilità di un progresso medico dove la libera clonazione ha strutturato una società cannibale, il cui unico scopo è prolungare il più possibile la vita degli uomini a scapito di “povere creature” plasmate a nostra immagine e somiglianza, ma destinate a una vita limitata. Al contrario di molte opere su simili tematiche quello che stupisce è l’inoppugnabilità di questa premessa: a Kathy, Tommy, Ruth non solo non è data la possibilità di fuggire il loro destino, ma sono gli stessi personaggi a non tentare niente che non sia “legale” per non sottrarsi a quella catena di eventi predeterminata. Fin dall’infanzia venivano abituati a cantare il tremendo futuro che li attendeva: l’inno ad Hailsham che sentiamo all’inizio (e poi sul finire dei titoli di coda) parla proprio dei corpi che oggi stanno cantando e che un giorno saranno smembrati, e si volteranno indietro ai giorni felici della loro infanzia, al periodo ovattato e protetto al quale tutti si sentono legati. Consci dell’indispensabile importanza per le altre persone, che grazie a loro sopravvivranno, si consegnano nelle mani dei loro creatori/aguzzini. E’ l’essere umano che si limita a essere solo corpo, neutra sacca di organi.
La progressione drammatica, suturata dai nostalgici archi di Rachel Portman, che porta alla consapevolezza del perfido meccanismo del mondo, ha il suo apice nel finale straziante, dove la voce di Carey Mulligan considera bladerunneriamente su donatori e riceventi. Forse le loro vite non sono poi così diverse dalle persone che salvano. Nessuno capisce fino in fondo cosa ha passato e ciascuno crede di non aver avuto abbastanza tempo. Eppure, è già tempo di morire.
Giuseppe Gangi, da “ondacinema.it”

Non lasciarmi 210×300 NON LASCIARMI | Mark Romanek

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Mark Romanek, un signor nessuno noto alle cronache per la sua coraggiosa e apprezzabile fuga dal set di The Wolfman e per il mediocre One Hour Photo. Non Lasciarmi anche per questo risulta essere una sorpresa, tra le più luminose di questo primo scorcio di 2011. Romanek mantiene i temi di una leggera fantascenza da futuro prossimo e possibile, questa volta però si appoggia sulle solide basi del romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro, sorta di Blade Runner in salsa vecchia inghilterra. Non Lasciarmi è tanto lontano per tempi e ambientazioni dal capolavoro di Scott quanto prossimo per urgenza vitale e puro esistenzialismo. Ragazzi cloni “allevati” con il solo scopo di donare organi alle loro controparti “reali”, uomini oggetto la cui vita è a tempo, breve e determinato, sacrificabile per il protrarsi della vita d’altri. L’autore scava dentro l’anima di personaggi sospesi tra il vivere incoscienti e lo spendere l’esistenza nel chiedersi e spiegarsi, nell’indagare e nel fallire nel tentativo di comprensione del non comprensibile, unica via realmente decente e percorribile nell’esistenza, oltre che amare. L’amore già, il caro vecchio tema che torna, qui però come veicolo della scoperta e coscienza di un se tanto sofferente da palesare l’insensatezza del vivere comune, la fugevolezza di istanti brevi o lunghissimi, lasciati scorrere via senza attenzione, preda di un sentire superficiale e distratto. Romanek è ora incantevole ora stucchevole, inevitabile e necessaria strada per il disegnare la banalità del vivere e del sentire, le piccole cose come i massimi sistemi. Salvezza dalle derive radical chic del narrare è affidata ad una scrittura delicatissima nella sua densità e sopratutto ad una fotografia eterea nei suoi campi aperti e pittorici ed intima nei primi piani di attori sorprendenti per assenza e partecipazione, visi immobilizzati dal vivere e stravolti dal fuggire dello stesso. Una Carey Mulligan prossima diva.
da “40secondi.com”

Nel 2005 lo scrittore nippo-britannico Kazuo Ishiguro, già autore dell’indimenticabile Quel che resta del giorno, diede alle stampe Non lasciarmi, un’opera sconvolgente e distopica ambientata nel Regno Unito in un recente passato alternativo. Un romanzo potente, angoscioso e visionario, che pone inquietanti interrogativi al lettore in merito a temi come l’anima e la natura umana, l’amore e la possibilità di corrispondersi anche a dispetto di un destino ingiusto e feroce, l’arte e il suo essere specchio dell’interiorità degli uomini, o di coloro che sono creati a loro immagine. Eh già, coloro che sono creati a loro immagine: i cloni, immaginati senz’anima e senza sentimenti, utilizzati come pezzi di ricambio per gli esseri umani in un mondo che grazie al loro contributo ha sconfitto malattie come il cancro. Fedele alla tragica e dolorosa vicenda proposta, Mark Romanek, tornato a dirigere un lungometraggio a otto anni da One Hour Photo, porta sullo schermo il romanzo di Ishiguro affidandosi alla sceneggiatura di Alex Garland e a un trio di interpreti di assoluto livello come Keira Knightley, Andrew Garfield e Carey Mulligan.
Non lasciarmi si apre sui ricordi di una donna, Ruth, che rievoca il suo passato, il periodo d’infanzia trascorso insieme agli inseparabili amici Tommy e Ruth, in una scuola isolata situata nella campagna inglese. Siamo ad Hailsham, collegio quasi occultato al mondo esterno, in cui vengono educati dei “bambini speciali”. L’educazione è affidata a dei tutori che sollecitano ripetutamente le doti artistiche di ragazzini che sanno poco o nulla di ciò che avviene nel mondo esterno. A sedici anni, Kathy (Carey Mulligan) Tommy (Andrew Garfield) e Ruth (Keira Kneightley), come tutti i loro coetanei, completano gli studi e vengono trasferiti nei cottage. Qui si comincia a pianificare il loro futuro: prima “assistenti” e poi “donatori”. La loro vita può raggiungere i trent’anni, o poco più, il loro scopo è quello di fornire i pezzi di ricambio ai loro omologhi umani bisognosi. Ma chi ha detto che i cloni non provano sentimenti? Chi ha stabilito che questi esseri non possono provare emozioni, innamorarsi? Manifestare tracce di un mondo animico che proprio l’arte riuscirà a svelare.
Da un romanzo splendido, uno dei migliori apparsi nell’ultimo decennio, tanto agghiacciante quanto poetico, struggente, doloroso e denso di rabbiosa malinconia, Mark Romanek ne fa derivare un film assolutamente degno, che non tradisce una virgola della narrazione di Ishiguro, né tanto meno le rarefatte atmosfere restituite con tocco leggero dallo scrittore di Nagasaki. Il film, sulla scia del romanzo, lascia filtrare una critica spietata e senza appello alle derive bioetiche che vagheggia -e che sempre più sovente mette in pratica – la scienza attuale, immaginando la possibilità di una società in cui l’uomo sopravviva a se stesso grazie ai pezzi di ricambio. L’utopia rovesciata terrificante che ne deriva è un modo estremo ed assoluto per insinuare il dubbio, per opporre ai deliri della ragione un’anima senziente capace di germogliare in chi da uomo è cresciuto e ha imparato a provare emozioni, ad usare l’intelletto come ad abbandonarsi al più puro e spontaneo sentimento. Ecco che l’anima, per Ishiguro, come emerge con delicatezza ed estrema sensibilità dall’opera di Romanek, è qualcosa di appreso e non innato, quasi una struttura che edifica grazie al vivere di tutti i giorni e all’interazione tra esseri senzienti, che siano essi uomini o cloni modellati sulla loro stessa “misura” fisico-animica. Temi forti, per un film che riesce a trattenere e restituire in un’ora e tre quarti le innumerevoli suggestioni di un romanzo che avvince per la grazia con cui approccia un argomento tanto insidioso e – diciamola tutta – davvero odioso per chiunque privilegi la dignità di qualsiasi essere all’ossessione di certa scienza per una vita che, per quanto prolungata, non potrà mai essere eterna né tanto meno sostituibile o ricomponibile trancio per trancio.
Grandi le prove degli attori, tra i quali il sempre più convincente – e prossimo Spider-man sul grande schermo – Andrew Garfield (Boy A, Parnassus, The Social Network), l’ottima e affascinante Keira Knightley (Espiazione) e soprattutto una straordinaria Carey Mulligan (An Education), vincitrice per quest’interpretazione del British Indipendent Film Award. C’è anche Charlotte Rampling, con la sua recitazione elegante, nei panni di una delle insegnanti di Hailsham. Notevole la colonna di Rachel Portman, misurata nel sottolineare le implosioni rabbiose dei protagonisti e i passaggi malinconici di una pellicola che inquieta disturba e commuove evitando ogni tipo di gratuità narrativa o stilistica. La fantascienza, in fondo, è solo un pretesto per Ishiguro, il quale attraverso le sue pagine interroga la coscienza del nostro tempo su una questione fondamentale dal punto di vista etico e soprattutto filosofico, recuperando idealmente le categorie aristoteliche di forma e sostanza, atto e potenza, tutte riconducibili al concetto ultimo di identità. Davvero un ottimo film, per un romanzo imperdibile o quanto meno da riscoprire.
Federico Magi, da “lankelot.eu”

Distopia?
Tratta dall’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, la pellicola diretta da Mark Romanek e sceneggiata da Alex Garland si fregia di un cast d’eccezione, che ne sostiene abilmente le nuance e la complessità con eleganza e rigore. La sempre impeccabile e glacialmente umana Charlotte Rampling offre una performance di supporto asciutta e senza sbavature, ma che guadagna grande spessore soprattutto verso la conclusione della vicenda. La celebrata stella del momento, Carey Mulligan, che già aveva conquistato una meritata candidatura all’oscar per An Education (2009), interpreta la protagonista e narratrice con grazia e fragilità, caratteristiche indispensabili per dare vita al personaggio di Kathy. Bravissimo Andrew Garfield nel ruolo di Tommy, interesse amoroso di entrambe le amiche/rivali Kathy e Ruth, quest’ultima interpretata da una Keira Knightley forse alla sua prova migliore. Perfino la proverbiale bellezza della testimonial Chanel è mitigata dai toni malinconici della storia, che Romanek racconta senza particolari vezzi stilistici, ma nascondendo la sua mano di consumato regista di clip musicali dietro ad una narrazione classica che ben si addice alla delicatezza dei sentimenti e alla complessità delle implicazioni morali ed etiche sollevate dalla geniale e semplicissima premessa: in un mondo alternativo non troppo diverso dal nostro la scienza medica ha trionfato sui suoi nemici di sempre attraverso un progresso miracoloso nel ramo dei trapianti di organi. La conseguenza più ovvia è un allungamento prodigioso dell’aspettativa di vita, ma anche il vertiginoso aumento della richiesta di donazioni. Ecco allora che Ishiguro ci presenta il lato oscuro della vicenda, ovvero il ricorso alla più controversa delle procedure genetiche, la clonazione, per soddisfare l’attaccamento alla vita del genere umano.
La produzione di individui la cui stessa esistenza è messa al servizio della società dei viventi diventa allora pratica corrente. Il solo fattore di cui il mondo sembra non tenere conto sono i sentimenti di queste strane creature, questi fragili serbatoi di vita su cui si poggia l’intero sistema, la cui traiettoria su questa terra è portata al compimento in giovane età, e alla quale sembrano serenamente rassegnati. Almeno finché l’amore per uno dei propri simili non interviene a complicare le cose, perturbando l’equilibrio già così precario di questo mondo parallelo. Una fantascienza classica, quella di Ishiguro, che parte da una premessa semplice e ne segue lo sviluppo nel corso dei decenni, osservando l’evoluzione (o l’involuzione) della società con occhio clinico ma non distaccato, sicuramente empatico. Difficile parlare di distopia, visti i risultati straordinari possibilmente positivi della combinazione di procedure mediche (trapianto e clonazione). Impossibile d’altro canto parlare di utopia, vista la dubbia eticità delle pratiche di matrice eugenetica su cui si regge questo mondo. Meglio vederci un universo parallelo, appena (e fortunatamente) fuori portata, ma in fondo non così diverso da quello in cui viviamo. Accettando questa premessa, il misurato Never Let Me Go prende vita e solleva, senza pretendere di offrire facili risposte, questioni esistenziali affascinanti e controverse.
Alberto Zambenedetti
Voto: 8
da “spietati.it”

L’amore al tempo della clonazione
Kathy, Tommy e Ruth sono tre amici, cresciuti da bambini ad Hailsham, uno splendido collegio inglese immerso nella campagna verde. Una volta adulti dovranno fare i conti con un terribile segreto riguardante la loro esistenza e con un sentimento che li legherà ai limiti del triangolo amoroso; in più i protagonisti dovranno affrontare il mondo esterno, con il quale non hanno avuto mai modo di confrontarsi… (sinossi)
Quando la fantascienza si tinge velatamente con i colori pastello dell’amore e della tragedia, il risultato è un prodotto elegante e raffinato nel suo insieme, che spinge a considerazioni “oltre le pagine”.
Non lasciarmi è infatti tratto dallo splendido romanzo omonimo, capolavoro del nipponico Kazuo Ishiguro naturalizzato inglese, già conosciuto in ambito di trasposizione cinematografiche per il suo Quel che resta del giorno di James Ivory.
Purtroppo, la particolarità e la magia del libro di Ishiguro è incentrata su questo continuo border-line del detto e non detto, del rivelato e il celato, che allontanava il lettore dalla “verità” della clonazione a fini puramente medici, particolarità che il film di Romanek (One Hour Photo) si gioca nella prima mezz’ora, spiattellando il nucleo della pellicola nudo e crudo, cosa che stravolge considerevolmente la poetica del libro. La sceneggiatura pone uno squilibrio narrativo ad hoc per “sfruttare” al meglio gli attori noti : se nel libro la vita adulta dei ragazzini era lasciata nelle ultime pagine, concentrando il tutto proprio sull’infanzia, nel film di Mark Romanek fa l’esatto contrario. Certo, non c’è da biasimarlo per questa scelta: benchè i puristi della trasposizione grideranno facilmente allo scempio, c’è da ammettere che Andrew Garfield, Keira Knightley e, più di tutti, Carey Mulligan (astro nascente del cinema british, battezzata da An Education), regalano una prova d’attore intensa e struggente, degna di Oscar. E’ vero che la Kathy di Carey Mulligan è diversa da quella pensata da Ishiguro, ma nella pellicola in questione è solo un valore aggiunto; e la forza di questo trio di giovani talenti regala facilmente punti al film.
Grazie alla splendida fotografia e alla colonna sonora incalzante e avvolgente, Non lasciarmi aggira volutamente il concetto di fantascienza, non soffermandosi sugli elementi tipici che ne contornano la trama (la clonazione a fini medici) ma facendo luce sugli aspetti più intimi dei protagonisti, che tutto sono tranne che automi cresciuti per lo scopo e senza sentimenti, ma ragazzi che nella loro totalità si innamorano, si arrabbiano, sperano. E la speranza è declinata in una maniera del tutto particolare, sfociando in rassegnazione, come da scritto d’origine. Ruth, Tommy e Kathy, seppur intrecciati da un legame profondo di amore e amicizia, non tentano di fuggire o di far defluire l’amore nella cancellazione del destino a loro designato. Loro sanno cosa devono fare e perchè, e consapevoli del proprio ruolo lo rispettano con rassegnazione, con l’unico picco emotivo del rimandare la loro sorte, ma non di annullarla. Per assurdo, questa poetica rende il film drammaticamente british ed affascinante. Riportando il tutto su un piano tipicamente americano, ci azzardiamo a supporre che il risultato non si sarebbe allontanato troppo dall’action-movie pieno di eroi ed eroine come fu The Island (film del 2005 con Ewan McGregor e Scarlett Johansson per la regia di Michael Bay.
Insomma, non si può certo dire che Non lasciarmi non si sobbarchi la voglia, perlomeno, di curare nei minimi dettagli un film pacato e raffinato. Nel riadattamento generale e nelle modifiche applicate al fine di renderlo un prodotto maggiormente fruibile al grande pubblico, lascia un po’ perplessi il tono leggermente dimesso del tutto, che seppure facente fede al libro, nella trasposizione doveva necessariamente mettersi alla ricerca di qualcosa in più.
Roberta Bonori, da “cineclandestino.it”

Trasponendo su grande schermo l’omonimo romanzo di Kazuo Ishiguro, scrittore nipponico naturalizzato inglese, Non lasciarmi (in originale Never let me go), il regista Mark Romanek (One hour photo) combina il materiale fantascientifico della storia alla nervatura triste e romantica dei suoi protagonisti, creature smarrite in un universo simile al nostro, anonime (non hanno cognomi ma solo lettere a distinguere gli uni dagli altri), e segnate da un futuro plumbeo, nondimeno capaci di volersi bene, amare e sperare come, e forse più, di qualsiasi altro essere umano. Una storia che indaga con mano lieve e dolorosa sui temi dell’accettazione incondizionata di regole e sogni infranti, assenza di futuro e coscienza della mortalità, ponendo l’universo parallelo eppure familiare ritratto nel romanzo di Kazuo Ishiguro, in una sorta di affinità elettiva col mondo precario che viviamo. Un racconto allegorico che ci induce a riflettere sull’inscindibile intreccio di vita e morte tramite una delicata estetica esistenzialista.
Confinati ad Hailsham
Inghilterra, 1978. Il collegio inglese di Hailsham, all’apparenza uno dei tanti, rigorosi istituti scolastici costruiti su disciplina e sani principi britannici, nasconde in realtà un oscuro segreto. Confinati nell’area del collegio, quasi come fosse un paesaggio racchiuso nell’incanto di un mondo parallelo, i bambini vivono le loro giornate in placida armonia, seguendo le istruzioni delle loro istitutrici senza porsi domande sul mondo che esiste al di là dei recinti del college, che nessuno osa sconfinare. Kathy, Tommy, Ruth (rispettivamente Carey Mulligan, Andrew Garfield e Keira Knightley nella versione adulta) fanno parte di questo nutrito gruppo di bambini, ma sono legati tra di loro da un legame particolare, un confuso triangolo di amore, affetto e amicizia. E mentre la placida Kathy è segretamente innamorata di Tommy, sarà la vivace Ruth a legarsi al ragazzo in una storia che durerà molto a lungo, davanti agli occhi impotenti e sofferenti di Kathy. Solo molti anni dopo, oramai trentunenne, Kathy ripercorrerà con la maturità di donna quella loro infanzia già segnata da un futuro ineludibile (alluso e mai apertamente esplicitato), eppure tormentata, come altre mille infanzie, dagli stessi sentimenti di gioia e tristezza. Di fianco alla loro ‘natura’ speciale, i tre ragazzi si scopriranno infine animati da una loro natura profondamente umana, inesorabilmente contaminata dalla creatività e dai tumulti sentimentali dell’animo umano. Loro, esseri clonati al solo scopo di fornire organi umani a garanzia di vite longeve, si scopriranno molto più fragili e umani del ‘reale’ mondo circostante di casette a schiera con finestre a bovindo di cui non sanno nulla (neanche come ordinare da mangiare in una caffetteria), ma del quale hanno nel tempo scorto un vago riflesso.
A deep blue mood
È un’atmosfera di malinconia asfissiante quella che si respira lungo tutto il film di Mark Romanek, molto attento a mantenere in vita la matrice poetico-decadente del romanzo di Kazuo Ishiguro, una matrice di fatto molto presente sia nel cinema sia nella letteratura orientale. Il regista sceglie, seguendo questa linea, di non contestualizzare i dettagli della storia, (causando forse una sorta di smarrimento concettuale di base che inficia solo in parte il ritmo della narrazione) lasciando piuttosto che siano i personaggi e gli ambienti (nella bellissima fotografia di Adam Kimmel, buio d’interni e luce tenue d’esterni) a raccontare. L’uggiosa quanto estremamente rigogliosa campagna inglese, perennemente bagnata da logoranti stille di pioggia e attraversata da un flebile chiarore, una luce persistente e permeante che accompagna le vite dei ragazzi nel loro stato di torpore indotto, senso di rassegnazione a una vita che è già stata scritta, e che non è in alcun modo eludibile. Un mesto e distopico paesaggio che si fa portavoce di quelle anime strizzate in corpi controllati, misurati (senso di misura esaltato dalle ottime interpretazioni dei protagonisti). Vibra nei volti dei protagonisti (i bambini al pari degli adulti) un senso di maturità e aderenza alle regole della vita che è a un tempo doloroso e atavico, molto vicino alla stoicismo che di fatto appartiene ai popoli orientali, e che rimbalza dal romanzo al film senza perdere la grazia della prosa per immagini.
In secca sulla barca della vita…
Merito di Romanek è quello di aver prediletto una regia attenta alla fonte che almeno in un paio di inquadrature (il bar e il pontile) gode di un’eloquente simmetria, e non scalpita nel tentativo di narrare ogni dettaglio ma si sofferma piuttosto a mostrare i silenzi, i vuoti, gli sguardi di un’implosione emotiva che è il cuore della storia. Di queste tre vite intrecciate, poi slegate e poi nuovamente intrecciate ciò che colpisce è l’intensità dei momenti vissuti, il valore unico concesso a un tempo che nella sua finitezza è estremamente prezioso, insostituibile, e che va condito di anima e sentimento perché acquisti senso. Arenate su di una spiaggia vuota come una barca in secca, le vite di Kathy, Tommy e Ruth raccontano la precarietà della vita e delle sue analogie con la morte, e di quel cerchio che, volenti o nolenti, è destinato prima o poi a chiudersi, e dal quale neanche l’amore, forse, può salvarci. Una consapevolezza dolorosa ma dalla quale non si può prescindere.
Traducendo per immagini il romanzo fantascientifico-esistenzialista di Kazuo Ishiguro, Mark Romanek dirige un film dai canoni per certi versi orientali, cercando di non tradire la vena poetico-introspettiva della fonte. Il risultato è un’opera bivalente con un’anima narrativa piuttosto frammentaria che suscita nello spettatore più di un quesito sulla contestualizzazione storica, ma che ciononostante riesce grazie alla carica espressiva delle immagini e dei protagonisti a colmare in parte i salti narrativi, grazie a una permeante ed eloquente dicotomia di gioia e tristezza, amore e dolore.
VOTOGLOBALE7
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Inghilterra, anni Settanta. Kathy, Ruth e Tommy trascorrono l’adolescenza a Hailsham, un austero collegio vittoriano circondato da bellissimi prati verdi. Come tutti i bambini, anche gli studenti di Hailsham giocano a immaginare il loro futuro, ancora inconsapevoli del fatto che nelle loro vite sia già tutto prestabilito. Miss Emily li ammonisce: devono stare attenti alla loro forma fisica e alla loro salute, perché sono dei ragazzi “speciali”. Ogni mattina passano il loro braccialetto elettronico davanti a un dispositivo che ne registra la presenza. Continueranno a farlo per tutta la vita, ovunque si troveranno. Non tenteranno mai di fuggire dal loro destino: sono stati educati ad accettarlo con coraggio, serietà e senso del dovere.
Gradualmente Non lasciarmi svela il suo impianto fantascientifico, a piccoli passi, man mano che i giovani protagonisti comprendono il fine macabro e spaventoso che li attende. In un mondo in cui finalmente sono stati sconfitti il cancro e la sclerosi multipla, esiste un certo numero di esseri umani che è stato clonato per un apposito scopo: costituire una riserva di organi sani da trapiantare. I protagonisti del film infatti sono dei “donatori”. La salvezza degli altri sembra pesare tutta sulle loro spalle. Ma non sono anche loro umani, in fondo? Esseri che soffrono e sperano, temono e desiderano, come tutti gli altri? Allo spettatore non vengono lasciati dubbi al riguardo. Tommy e Kathy si amano, Ruth è gelosa, e presto si insinua tra i due. Le loro vite sentimentali insomma sono uguali a quelle di tutti gli altri, fatte di gioie e rancori, felicità e solitudine. E allora è questo è il progresso scientifico, infine? Barattare una vita in cambio di un’altra?
I ragazzi crescono, si perdono di vista, infine si ritrovano poco prima della “fase di completamento” delle loro brevi vite, a quasi trent’anni. Il tempo per amarsi e per rimediare ai propri errori è poco, e il mondo non sembra disposto a cambiare il suo corso. Tratto dal romanzo omonimo di Kazuo Ishiguro – acclamato autore di Quel che resta del giorno – Non lasciarmi usa la fantascienza come pretesto per aprire una serie di interrogativi sulla vita, sul dolore, sui rapporti sentimentali, sul sacrificio di sé, sul senso dell’etica, sull’atteggiamento dell’uomo rispetto al progresso: l’universale e il particolare, il macroscopico e il microscopico.
Pur racchiuso in una dimensione immaginaria, il film guarda in profondità dentro allo spettatore parlando un linguaggio semplice e diretto. I colori, caldi e autunnali nella descrizione degli anni dell’infanzia (a Heilsham), poi freddi e asettici negli angosciosi ospedali dove i protagonisti si ritrovano da adulti, ci dipingono dei luoghi familiari, che abbiamo la sensazione di conoscere. Ecco allora che la verità sul destino dei tre ragazzi appare ancora più penosa e sconcertante. In un certo senso però il mondo di Non lasciarmi in fondo è anche, è già – purtroppo – il nostro mondo, dove non tutte le vite umane hanno lo stesso valore. La differenza è che nell’universo postulato nel film tutto questo è ormai istituzionalizzato, universalmente accettato: si legge a chiare lettere – sebbene coi ritmi, le cadenze e le atmosfere proprie del dramma più che con quelli della fantascienza – un preciso monito sul nostro futuro.
Ottime le interpretazioni dei protagonisti Carey Mulligan (Kathy), Andrew Garfield (Tommy), e Keira Knightley (Ruth), coadiuvati da una eccezionale, impenetrabile Charlotte Rampling nei panni della severa direttrice del collegio. Curatissime le scenografie di Mark Digby, già scenografo per The millionaire, accattivante la fotografia di Adam Kimmel: sono molti i pregi di Non lasciarmi, diretto da un regista, Mark Romanek, che fin’ora si era distinto soprattutto per la realizzazione di videoclip di artisti di rilievo come David Bowie, Beck, Iggy Pop, R.E.M., Mick Jagger. Essenziale nell’impianto drammaturgico, il film di Romanek in conclusione fa sua una complessa riflessione di portata sociale e anche politica insieme al racconto “privatissimo” di un triangolo amoroso, e fa tutto questo attraverso un linguaggio quanto mai chiaro e accessibile che è quello delle emozioni.
Arianna Pagliara, da “close-up.it”

Dal difficile romanzo dello scrittore nipponico Kazuo Ishiguro, Mark Romanek , autore del raffinato One Hour Photo, estrae un film bellissimo, struggente, un manifesto plumbeo dei dolori di una vita che sembra non trovare identità e valore preciso se non quello di essere un corpo allevato come un magazzino ad uso, salvezza e consumo di altri. La storia è radicata all’interno di una realtà contemporanea distopica, visivamente uguale a quella che conosciamo, in un isolato collegio inglese chiamato Hailsham.
In questo mondo esiste però una peculiarità che è per noi oggi inattuabile: è stato sviluppato un piano di umani clonati con lo scopo di donare in età adulta i propri organi a persone bisognose. Questi bambini vengono educati per restare sani (il riferimento alle sigarette iniziale), studiano relegati nell’istituto, hanno un braccialetto che li identifica e che usano sopra un apparecchio che ne segnala a cadenza la presenza. La storia ci narra di Kathy H. (Carey Mulligan), uno dei cloni; mentre assiste alla terza operazione dell’amore della sua vita, Tommy (Andrew Garfield), scattano in lei i ricordi di una vita passata tra loro due e Ruth (Keira Knightley). Amori, gelosie e teneri incontri adolescenziali scorrono nel suo cervello.
Quante domande, quante riflessioni ci porta questa trama, un affresco che ci apre il cervello chiusi nella sala buia del cinema, i riflessi della vicenda sono molteplici e pongono tutti valori altisonanti. È giusto concepire in provetta degli esseri umani a tutti gli effetti privandoli completamente della loro dignità, non dandogli un vero cognome (H. è abbreviativo di Hailsham) e un destino segnato? Costringerli a fare una vita blindata e controllata sperando che muovendo i sentimenti ed innamorandosi tra loro possano trovare un rinvio alla crudele procedura standard? Nel sottovalutato L’uomo bicentenario un robot cercava di diventare uomo; in Non lasciarmi (titolo emblematico di un distacco tragico) degli uomini devono dimostrare di esserlo in un percorso meta-politico che non vuole riconoscere loro uno status di sopravvivenza autonomo e mentale, come ne La fuga di Logan hanno un timer che consacra giovinezza e morte insieme.
In un’estetica strepitosa quanto esasperata (fotografia superba, inquadrature soffuse e icone di cui parleremo più avanti), vediamo come i ricordi di Kathy siano comunque quelli di una normale vita da adolescente: i cloni non solo pensano e ragionano (per cui sono uomini a tutti gli effetti) ma si rubano gli amori (Ruth in mezzo alle donazioni e in punto del completamento, cioè la morte, chiederà scusa a Kathy di essere stata in mezzo), gioscono per i poveri giochi scartati dai bambini «normali» che magari in età adulta salveranno con il loro dovere di nascita, scoprono il sesso come qualunque altra persona. Si parlava delle logiche del dolore e delle icone: Hailsham è l’unico istituto che cerca di dare loro una vera dignità, sapere che hanno un’anima e non sono solo pezzi di ricambio – per questo lo chiuderanno per lasciare che l’educazione venga gestita da una sorta di allevamenti e non scuole, la troppo sensibile maestra Miss Lucy (la brava Sally Hawkins) verrà prontamente allontanata.
La barca arenata nella spiaggia ci parla di viaggi interrotti e sogni spezzati, le difficili corse sono ansia di poter essere sempre normali anche dopo le donazioni, lo sguardo dietro un vetro a chi potrebbe essere stato il tuo «genitore» biologico (in fondo copia originale) voglia di entrare in un mondo a cui purtroppo possono solo affacciarsi. E l’ultimo strepitoso ragionamento che ci parla di perpetuazione dell’orribile ma ineluttabile perché scelto dalla società per i suoi scopi avviene di fronte a un prato verde pronto da seminare per qualcosa di nuovo. Un film di grande impatto emotivo a cui dovete avvicinarvi con dovuto impegno e accortezza: il ritmo è splendidamente lento e dominano i ragionamenti, i pensieri, il dolore estremo. Entrare in sala senza rispettarlo a dovere sarebbe un sensibile e sincero peccato. Presente nel cast anche Charlotte Rampling in un’altra breve quanto di peso interpretazione della direttrice di Hailsham, che dice la frase emblema del film: «Noi non volevamo guardare nella vostra anima, ma dimostrare che l’avevate».
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

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