Midnight in Paris

Woody (e noi) e la nostalgia dei tempi andati. Quelli che non abbiamo mai vissuto, che sono stati mitici e che mitizziamo ancor di più per non averli toccati con mani, occhi, cuore.
Midnight in Paris rappresenta uno scarto netto rispetto ai ragionamenti portati avanti da Allen nei suoi ultimi film: quelli sull’amore, la coppia, la vita. Le sue difficoltà e le sue illusioni. Perché Midnight in Paris non è semplicemente la storia di un uomo che, alle soglie del matrimonio, nella Parigi che ha sempre amato, vede le sue crisi esistenziali esplodere per via dell’incontro con un’altra donna.
Recuperando la dimensione immaginifica e sognante di opere come La rosa purpurea del Cairo e similari, Allen fa del Gil ottimamente interpretato da Owen Wilson – che (non) è l’ennesima incarnazione del suo autore – un uomo che sogna un passato, quello della Parigi degli anni Venti, e che ne viene letteralmente rapito nel corso di una peregrinazione notturna, allo scoccare della mezzanotte. E allora Gil abbandona il suo presente e finisce a una festa con Scott Fitzgerald e Zelda, a bere con Hemingway, a far leggere il suo tribolato romanzo a Gertrude Stein, a innamorarsi della musa di Picasso e a disquisire della paradossale situazione che vive (?) con i surrealisti Dalì, Man Ray e Buñuel. E che, così facendo, saltando avanti e indietro nel tempo, realizza gradualmente tutte le insoddisfazioni professionali e sentimentali del suo presente.
Ma. C’è un ma. Perché se nell’ultimo, deludentissimo Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, Allen parlava in maniera triste e senescente di come abbandonarsi alle illusioni fosse l’unico, seppur fallimentare, modo per vivere meglio, qui il regista da un film all’anno recupera uno smalto da tempo era stato opacizzato da una patina di stanchezza e disillusione. Con Midnight in Paris, infatti, Allen torna a ragionare con grande lucidità e intelligenza sul senso della nostalgia e dell’illusione: da un lato continuando ad esaltare il sogno romantico, la (momentanea) fuga fantastica, come necessario carburante propulsivo del vivere, dall’altro rimarcando come il confronto col presente sia non solo necessario, ma inevitabile.
Fondamentale.
Nella Parigi degli anni Venti Gil trova tutto quel che desidera, e per questo nei suoi ritorni alla realtà trova la forza e il coraggio per vedere quel che negava: un rapporto insoddisfacente, un tradimento chiaro ma ignorato, il suo progressivo castrarsi nel nome di un pragmatismo che non fa affatto rima con realismo.
Allen però è lucido, e sa bene realismo non è nemmeno abbandonarsi a un sogno che prima o poi si trasformerà in una nuova spirale d’insoddisfazione, perché sognare e basta è una fuga vigliacca di quelle che Hemingway non perdonerebbe. Realismo è il coraggio che Gil ha nel non seguire il sogno del suo sogno, la splendida Adriana di Marion Cotillard, che come lui mitizza un altro âge d’or che non ha mai vissuto, e alla quale non riesce a rinunciare quando la abbraccia.
Realismo è aver voglia di sognare e avere il coraggio di portare il sogno nel presente, nella vita vera. Di capire che se una donna è sbagliata, e un’altra è solo utopia, ce ne deve essere una terza che è giusta, che condivide i nostri sogni ma che sogno non è. Di vivere la vita con idealismo, ma senza velleitarismi.
Nel suo film, Allen fa dire a Gertrude Stein che l’artista non è colui che fugge, ma colui che con la sua opera cerca di dare senso e speranza di fronte all’insensatezza dell’esistenza.
Non occorre aggiungere molto. Forse solo che la classe, l’arguzia, l’umorismo, il sentimento e persino la politica (quella spicciola e quella esistenziale, ma pesantissima, considerati i tempi che viviamo) che Allen mette dentro la declinazione in film di questo concetto non sono cosa di tutti i giorni.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Gil (sceneggiatore hollywoodiano con aspirazioni da scrittore) e la sua futura sposa Inez sono in vacanza a Parigi con i piuttosto invadenti genitori di lei. Gil è già stato nella Ville Lumiêre e ne è da sempre affascinato. Lo sarà ancor di più quando una sera, a mezzanotte, si troverà catapultato nella Parigi degli Anni Venti con tutto il suo fervore culturale. Farà in modo di prolungare il piacere degli incontri con Hemingway, Scott Fitzgerald, Picasso e tutto il milieu culturale del tempo cercando di fare in modo che il ‘miracolo’ si ripeta ogni notte. Suscitando così i dubbi del futuro suocero.
Woody Allen ama Parigi sin dai tempi di Hello Pussycat e ce lo aveva ricordato anche con Tutti dicono I Love You. Nella sequenza di apertura fa alla città una dichiarazione d’amore visiva che ricorda l-ouverture di Manhattan senza parole. Ma anche qui c’è uno sceneggiatore/aspirante scrittore in agguato pronto a riempire lo schermo con il suo male di vivere ben celato dietro lo sguardo a tratti vitreo di Owen Wilson. Solo Woody poteva farci ‘sentire’ in modo quasi tangibile la profonda verità di un ‘classico’ francese che nella parata di personalità che il film ci presenta non compare: Antoine de Saint Exupery. Il quale ne “Il piccolo principe” fa dire al casellante che nessuno è felice per dove si trova. Il personaggio letterario verbalizzava il bisogno di cercare sempre nuovi luoghi in cui ricominciare a vivere. Il Gil alleniano vuole sfuggire dalla banalità dei nostri giorni ma trova dinanzi a sé altre persone che esistono in epoche che ai posteri sembreranno fulgide d’arte e di creazione di senso ma non altrettanto a chi le vive come presente.
Se il Roy di L’uomo dei tuoi sogni era solamente uno scrittore avido di successo Gil è affamato di quella cultura europea di cui da buon americano si sente privo. Ma ha lo sguardo costantemente rivolto all’indietro. Forse, sembra dirci Woody, ha ragione ma è comunque indispensabile uno sforzo costante per cercare nel presente le ragioni del vivere e del creare. A Gil Allen concede quella speranza che invece negava perentoriamente (e con ragione) a Roy. Ricordandoci (ancora una volta e con delle evidenti analogie con La rosa purpurea del Cairo) che nulla può consentirci di sfuggire a noi stessi e al nostro tempo e che forse (nonostante tutto) è bene così.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Una giovane coppia di americani, Gil e Inez, si trova a Parigi al seguito dei genitori della ragazza, John e Helen. Mentre per John si tratta di un viaggio d’affari, per Gil, uno sceneggiatore stanco del mondo di Hollywood, la vacanza è invece un’occasione per trovare l’ispirazione per il suo primo romanzo. La fidanzata cerca però di scoraggiarlo, ritenendo che la carriera di sceneggiatore sia molto più remunerativa. Ma il fascino della capitale francese, che aveva già ammaliato Gil quando da ragazzo vi aveva trascorso un periodo, non tarda a farsi sentire nuovamente: conquistato dalla notte parigina, lo sceneggiatore si troverà a vivere negli anni Venti, incontrando i suoi più amati scrittori e artisti dell’epoca.
Che autore è, oggi, Woody Allen? A dare un’occhiata ai suoi film dell’ultimo decennio viene da domandarselo (ancora). Pare un regista in costante ricerca d’ispirazione. Un’ispirazione che non sempre è arrivata. L’altalenante incontro con Londra (la presunta “trilogia” inglese Match Point, Scoop, Sogni e delitti), il discusso incontro con Barcellona (Vicky Cristina Barcelona). Poi il ritorno a New York con Basta che funzioni, uno dei suoi risultati più alti degli ultimi anni (ma lo script era degli anni 70). Poi torna a Londra, con Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, e si va ancora giù in questa giostra impazzita in cui neanche il regista sembra essere convinto di ciò che vuole.
Arriva così un nuovo territorio da esplorare, ovvero Parigi. Con tutta la sua storia, la sua magia, la sua atmosfera. Terra di cinema, di arte, di letteratura: c’è forse un posto migliore per ritrovare quindi l’ispirazione? Allen fa un po’ quello che aveva fatto con La rosa purpurea del Cairo (uno dei suoi più bei capolavori): invece di giocare con il cinematografo, gioca con la letteratura e l’arte. L’intuizione di partenza: ogni giorno a mezzanotte Gil prende un taxi che lo trasporta direttamente nella sua epoca preferita, ovvero nella Parigi degli anni 20.
Qui incontra i suoi idoli di sempre, da Francis Scott Fitzgerald a Hemingway (impagabili i suoi discorsi serissimi!). Fa anche leggere il suo romanzo a Gertrude Stein, mentre Picasso tenta di fare il ritratto ad una certa Adriana. Gil inizia a frequentare tutte le sere questa ragazza, mentre i rapporti con Inez iniziano ad incrinarsi. Dopotutto forse Gil e Inez sono sempre stati incompatibili: lei vuole sposarsi e andare a vivere a Malibu, mentre lui vorrebbe vivere ovviamente a Parigi. E poi i genitori di lei sono ultra-repubblicani e patriottici…
Allen rischia grosso a creare una trama che gira attorno praticamente solo agli incontri del suo protagonista con figure illustri. Ma, con una grazia che il regista non ritrovava davvero da anni ed una capacità di gestire il materiale da vero maestro, scrive e gira un film delizioso, divertente e coltissimo, con attimi di puro genio. I surrealisti, che ovviamente dicono che il fatto che Gil abbia viaggiato nel tempo è normale!, vedrebbero la sua storia come soggetto perfetto per un loro progetto: Man Ray per una fotografia, Buñuel per un film. Gil tra l’altro suggerisce praticamente al regista il soggetto per il suo futuro L’angelo sterminatore, lasciandolo pensieroso sul fatto che dei borghesi non riescano ad uscire dalla casa in cui sono “intrappolati”…!
A fare da collante alla serie di incontri, vero perno della sceneggiatura, c’è ovviamente Parigi. Ma non si tratta di uno spot come Vicky Cristina Barcelona: Allen apre il film con una serie di inquadrature della città, con il Louvre, la Torre Eiffel, il Moulin Rouge, le strade i tetti i fiumi i cafè le macchine la gente… Fattò ciò, si dedica al film, e ad una storia d’amore, quella tra Gil e Adriana, che descrive con vera delicatezza, facendoci entrare nel cuore i due personaggi. Il tutto mentre lo spettatore continua a ridere di gusto per le “solite” battute geniali del’autore e per alcuni gustosi cammei (Brody è impagabile come Dalì).
Bravo Owen Wilson nel ruolo del protagonista, ed è sicuramente ben accompagnato da attori in stato di grazia, ad incominciare da una magnifica Marion Cotillard. La loro “ultima” scena assieme fa capire pienamente il senso ultimo del film, e ci ricorda quindi davvero che autore sa essere Allen. Perché Midnight in Paris è sicuramente un’opera sognante e nostalgica, che guarda con amore ad un’epoca che fu. Ma sa anche che quell’epoca non tornerà mai più, che la vita è qui e ora, nel presente, e che ogni presente avrà la sua “epoca d’oro” di riferimento (Gauguin vorrebbe vivere… nel Rinascimento!). Allen, dopo aver girato quindi un film nostalgico, torna coi piedi per terra e ammazza con un colpo d’ala tutta la nostalgia accumulata: tanto la pioggia, che rende la città unica al mondo secondo Gil, a Parigi c’è anche oggi…
da “cineblog.it”

Facendo una passeggiata notturna per le vie di Parigi mentre la fidanzata è a ballare con degli amici, un turista statunitense si ritrova, senza neanche capire come, in compagnia di Ernest Hemingway e Gertrude Stein, ma soprattutto della bellissima Adriana, l’amante di Picasso…
«New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata» dice la voce fuori campo di Woody Allen all’inizio di Manhattan. Lo stesso vale proprio per Woody Allen, che pur avendoci ormai abituati ad ambientare i suoi film in una grande città europea mette nuovamente al centro della sua storia un personaggio non appartenente a quella città. Questo gli permette di lavorare con attori statunitensi, ma soprattutto di sfruttare in senso cinematografico l’occhio da turista che lui necessariamente ha per i luoghi in cui si svolge il film. La cosa è acuita ancor di più qui e in Vicky Cristina Barcelona, i cui protagonisti sono turisti in visita “guidata” e in cui all’intreccio sentimentale vero e proprio si affianca il senso di meraviglia e l’amore che i personaggi sviluppano per la città che li ospita.
Nel caso di Midnight in Paris, a un eccesso didascalico nella visione turistica della Capitale francese è abbinata l’idea del viaggio nel passato, anch’esso in realtà esagerato ma divertente e ben congegnato. Certo il discorso che Allen fa in questa pellicola non può rivaleggiare con quelli del suo periodo d’oro, né in quanto a contenuto né come esposizione, ma è comunque brillante e tutto sommato interessante.
Come sempre, Allen ottiene il meglio dagli attori e dalle attrici che ha scelto – compreso un Owen Wilson che non è esattamente Marlon Brando – e costruisce dei personaggi gustosi anche se spesso macchiettistici, ma qui non è degnamente supportato dal grande Darius Khondji, che dirige una fotografia artificiosa e in fondo poco adatta alle atmosfere del film. Film che è, comunque, il migliore che Allen ha mai ambientato in una città non anglofona, e uno dei migliori tra quelli che girato in Europa.
Alberto Cassani, da “cinefile.biz”

Quando Gil, durante un soggiorno a Parigi con la fidanzata Ines, si ritrova a passeggiare da solo in uno stretto vicolo della città, un gruppo di strani individui lo invita a raggiungerli sulla loro automobile antica. Incuriosito, Gil accetta la richiesta e si ritrova catapultato nella magica Parigi degli anni ’20, abitata da celebri artisti e scrittori.
Anche i grandi uomini e artisti del passato guardavano con nostalgia i tempi d’oro delle epoche precedenti, rammaricati di non averne fatto parte. È questo il pensiero che Woody Allen traspone nell’affascinante sua ultima pellicola “Midnight in Paris”, una riflessione sulla condizione dell’uomo moderno, che riesce ad identificarsi solo con il modello dell’antico e non trova adesione nella mentalità dei suoi contemporanei, tanto da cercare di evadere dalla realtà, rifugiandosi nel passato.
Nei suoi film precedenti, il regista ha cercato collegamenti con il mondo antico, richiamando sia un passato lontano, come il mondo tragico della grecità, centrale in film come “La dea dell’amore” e “Match point”, sia un passato più recente, come il cinema dei fratelli Marx; raramente ha ostentato un’appartenenza alla società a lui contemporanea, sia nelle sue sceneggiature, che nella vita privata.
Il cambiamento del suo pensiero in “Midnight in Paris” è evidente fin dall’apertura: il consueto sottofondo musicale jazz non accompagna i titoli di testa, ma una serie di vedute parigine, omaggio alla bellissima città, alle quali seguono i classici titoli bianco su nero, su cui si innesta originalmente il primo dialogo.
Protagonista del film è un inedito Owen Wilson, che quattro anni dopo “Il treno per il Darjeeling” riesce ad ottenere un ruolo che gli permetta di dimostrare il suo talento nell’arte della recitazione; interpreta Gil, uno scrittore che si lamenta di essere nato nell’epoca sbagliata ed è quindi costretto a confrontarsi con uomini per lui insignificanti, come il pedantic gentleman amico della sua futura moglie, interpretata da Rachel McAdams, il quale non perde occasione per celebrare la sua presunta superiorità culturale. Il regista affida al biondo attore californiano un ruolo che avrebbe interpretato lui stesso in passato: suggerisce infatti a Wilson una mimica facciale ed una serie di movimenti molto simili a quelli da lui stesso interpretati, per esempio il Mago Splendini in “Scoop”; anche il look trasandato scelto dalla costumista Sonia Grande sembra volto all’identificazione dei due attori.
Il nucleo dell’intreccio si avvia quando Gil, stanco della vita mondana della moglie, decide di passeggiare da solo per Parigi e, intorno a mezzanotte, viene invitato a bordo di una tipica automobile anni ’20, che lo trasporta indietro nel tempo. Una storia surreale, che ricorda vagamente “La rosa purpurea del Cairo”.
Tutte le pellicole di Woody Allen nascondono riferimenti culturali dotti, percettibili solo dopo un’attenta visione; questa volta il regista decide di renderli evidenti allo spettatore, creando un intreccio basato in parte sulla ricerca storica della vita parigina negli anni ’20 del secolo scorso. Gil si ritrova così a dialogare con i maggiori artisti di inizio Novecento, residenti a Parigi: Cole Porter, Scott e Zelda Fitzgerald, che esprimono i loro problemi di coppia, Ernest Hemingway, che dà a Gil alcuni consigli in tema di scrittura, quali concedersi tempo per scrivere, senza curarsi della propria situazione sentimentale, Pablo Picasso, la cui vita privata precede l’interesse per le sue opere, Salvador Dalì, che non si stupisce quando Gil confessa di venire dal futuro, Geltrude Stein, rispettabile donna con un grande occhio artistico, Luis Bunuel, a cui Gil suggerisce la trama de “L’angelo sterminatore”, Henri de Toulouse-Lautrec, impegnato a ritrarre le sue celebri ballerine del Maxime.
Una componente interessante, affrontata in quasi tutti i film di Woody Allen, è la futilità e l’impalpabilità dell’amore; questa tematica è stata sviluppata nei film degli anni Settanta, come il celebre “Io e Annie”, e ripresa ultimamente, per esempio in “Basta che funzioni”. Il protagonista di “Midnight in Paris” è combattuto tra l’amore per la fidanzata e quello per l’affascinante Adrianne, conosciuta nel salto nel passato ed interpretata da una brava Marion Cotillard.
Ines, la fidanzata di Gil, appartiene ad un ceto sociale alto, che ricorre spesso ultimamente nei film di Woody Allen: i protagonisti di “Match point” e “Scoop”, piuttosto che le due turiste di “Vicky Cristina Barcelona”, sono ricchi aristocratici, che amano concedersi lussi e sfarzi.
Nel cast sono presenti Kathy Bates, nell’importante ruolo di Geltrude Stein, Adrien Brody, interprete di Salvador Dalì, e Carla Bruni, il cui breve cammeo è stato oggetto di numerose futili disussioni.
Woody Allen presenta al pubblico un film magico e cinico, che non dimentica di sottolineare che la vita è insoddisfacente: l’uomo guarda con nostalgia al passato e non si cura di costruire un futuro migliore, perché l’antico è visto come insuperabile. Il regista cerca di stimolare gli artisti di oggi, sottolineando che l’arte è frutto di una continua ricerca. Il pensiero filosofico alleniano si avvicina finalmente ad una conlusione, capace di placare (parzialmente) l’inquieto animo del regista.
Giulia Bramati, da “storiadeifilm.it”

Midnight in Paris di Woody Allen, con Owen Wilson e Rachel McAdams, ha il sapore di una deliziosa fiaba senza tempo. Gil è uno sceneggiatore hollywoodiano che aspira ad essere scrittore. Proprio come Cenerentola veniva continuamente vessata dalla matrigna e dalle sorellastre, lui lo è dalla futura moglie Inez e dagli irritanti genitori di lei, tutti insieme “appassionatamente” in vacanza a Parigi. Ma se per la bella schiavetta a mezzanotte l’incantesimo magico svaniva, per Gil si avvera. Alla coincidenza delle lancette si ritrova improvvisamente nella fiorente Paris degli anni Venti. Lì incontrerà le più fervidi menti artistiche del tempo: da Pablo Picasso a Ernest Hemingway, da Scott Fitzgerald a Gertrude Stein, da Salvador Dalì a Luis Bunuel.
Midnight in Paris è il nuovo tassello di quella “tetralogia di set europei”, già composta da Match Point (ambientato a Londra) e Vicky Cristina Barcelona (ambientato a Barcellona), che si chiuderà con Nero Fiddled ambientato a Roma. Anche in questo caso è una dichiarazione d’amore ad un luogo significativo per la vita di Allen. Una dichiarazione resa esplicita sin dalla sequenza iniziale che, come una sorta di citazione interna e amarcord dei suoi esordi, pur priva della voce fuoricampo, ricorda molto da vicino l’intro di Manhattan. Ne emerge una Parigi da cartolina, magica e romantica, che mette in bella mostra tutte le sue meraviglie: dalla Torre Eiffel a pont Saint-Michel, da Notre Dame a l’Arco di Trionfo, dal Moulin Rouge ai boulevard alberati.
Una pellicola che è omaggio all’Arte con la A maiuscola e al cinema come contenitore che abbraccia tutte le arti. C’è la letteratura (incarnata da Gil come da Hemingway, T.S.Eliot e Scott Fitzgerald), c’è la scultura (ne Il pensatore di Rodin), c’è l’architettura (negli splendori di Versailles), c’è la pittura (nel “Ritratto di Gertrude Stein” di Picasso ben visibile nel “salotto artistico” e nelle vedute del ponte giapponese su laghetto costellato di ninfee di Monet).
Come già in passato, ad esempio in Basta che funzioni, Woody Allen farcisce la sua pellicola con uno zibaldone ragionato di contenuti: il rapporto immaginazione-realtà, letteratura-sceneggiatura, il feeling tra presente (dipinto come noioso e affidato a generazioni prive di fantasia) e passato (vivo e vitale, mai morto, forse neppure trascorso). Ma non viene meno l’immancabile sentimento dell’amore, che, come dice il personaggio di Hemingway, è l’unico antidoto contro la morte. Un’aura “filosofica”, quindi, nella quale però non mancano le solite freddure e frasi sentenza alleniane, tra cui la memorabile “Il valium è la medicina del futuro”. E tutto ciò passa con quel brio leggiadro che già ha contraddisto Vicky Cristina Barcelona.
In merito al cast artistico, sono bravi ma non brillano Owen Wilson e Rachel McAdams. Il primo, dietro il suo sguardo smarrito da baccalà, non cambia mai espressione; la seconda è algida, non punge, rimane ai margini. Ottimi invece tutti gli attori di contorno: breve ma intensa la prova di Adrien Brody nei panni di uno schizzato Dalì, puntuale e piacevolmente fastidiosa quella di Michael Sheen nei panni del sapientino incerto, istrionica e intellettuale quella di Corey Stoll nelle vesti di Hemingway. Nel reparto femminile sono dolcissime le performance di Marion Cotillard, Lèa Seydoux, Carla Bruni.
Tommaso Tronconi, da “cinemaerrante.it”

Si può avere nostalgia di epoche mai vissute? Decisamente. Anzi, forse si tratta di una sindrome piuttosto comune per coloro i quali guardano al passato come una cura per il male del presente. Ma chi l’ha detto che le epoche alle quali dedichiamo i nostri sospiri e la nostra nostalgia siano state altrettanto affascinanti per chi le ha vissute? È questo il magnifico insegnamento di Woody Allen: bisogna trarre il meglio dal presente in cui si vive, perché questo è il nostro tempo ed è qui che la nostra vita deve trovare il suo corso e la sua ragion d’essere. La tanto temuta Parigi da cartolina si trasforma così in un bel viaggio nel passato, dove lo scrittore Gil (che rientra perfettamente nell’archetipo anedonico del regista newyorkese) conosce quell’epoca per lui meravigliosa e affascinante, ma noiosa e poco stimolante per chi l’ha vissuta a tutti gli effetti.
Gil è uno scrittore in erba, prossimo al matrimonio con la bella Ines. I due, insieme ai genitori di lei, partono per Parigi, per passare qualche giorno nella Ville Lumiere. Durante una passeggiata notturna e solitaria, Gil si ritrova catapultato nella Parigi da lui sempre sognata, quella degli anni Venti, nella quale incontra i vari Scott Fitzgerald, Cole Porter, Ernest Hemingway, Gertrude Stein, Pablo Picasso, Salvador Dali, Luis Bunuel, Man Ray e molti altri personaggi dell’epoca d’oro della Parigi di quel periodo. Gil vive finalmente il tempo a cui ha sempre guardato con nostalgia, scoprendo però che i suoi protagonisti lo considerano un presente noioso e senza grandi stimoli.
Woody Allen firma la sua dichiarazione d’amore per Parigi, una città che ha sempre amato: «Se si pensa che nel nostro universo freddo e violento esiste Parigi! Le sue luci, i cafè con la gente che beve e che canta: Parigi è l’angolo più affascinante del mondo», afferma Gil scendendo per una delle tante scale di Montmartre, con uno scorcio di Sacre Coeur che sembra accarezzagli le spalle. Ed è nelle mirabolanti ispirazioni che questa città sa regalare che il protagonista impara a conoscere e ad apprezzare il suo tempo, finendo per rendere la sua esistenza un qualcosa di unico, senza più sguardi malinconici al passato, ma con una rinnovata speranza per il futuro.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Dopo cadute e risalite, dopo il trionfale ritorno al cinema, il cambio di rotta di Match Point e la ‘trilogia’ londinese, dopo gli intrighi amorosi di Vicky Cristina Barcelona, il ritorno alla commedia con Basta che funzioni e all’introspezione con Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, l’osannato e prolifico Woody Allen – che al momento dell’uscita di Midnight in Paris avrà già da tempo terminato le riprese del successivo Bop Decameron, ambientato e girato a Roma – riguadagna l’elemento ‘fantastico’ che si era fatto cifra stilistica di alcuni suoi capolavori come Provaci ancora, Sam o La rosa purpurea del Cairo. Il protagonista di Midnight in Paris, un convincente Owen Wilson che interpreta in pratica un Allen più giovane, scrittore in crisi creativa e sentimentale, non vede Humprey Bogart e non fuoriesce da uno schermo cinematografico, ma durante un soggiorno a Parigi con la fidanzata che non ama (Rachel McAdams) si rende conto di poter viaggiare nel tempo, trovandosi magicamente trasportato nella Ville Lumière degli anni ’20. L’evasione diventa l’occasione per riflettere su sé stesso e sulle proprie reali aspirazioni, quasi una metafora di ciò che accade a un regista quando ‘sfugge’ momentaneamente alla realtà immaginando storie sempre diverse. Deve essere un po’ ciò che è accaduto ad Allen: gli estimatori del suo cinema ritroveranno in Midnight in Paris toni e situazioni che da tanto, troppo tempo mancavano nell’opera del regista newyorchese, rielaborate però, com’è naturale, in un’ottica più matura e riflessiva.
A spasso nel tempo, a Parigi…
Gil sembrerebbe un uomo che non ha nulla da chiedere alla vita: è uno sceneggiatore hollywoodiano richiestissimo e strapagato, ha una fidanzata sexy che sta per sposare, una vita agiata. Eppure non è felice. Vorrebbe fare lo scrittore, ma purtroppo l’ispirazione necessaria a portare a termine il primo romanzo latita, e certo non lo aiutano la sua donna, i suoi suoceri e gli amici, che lo scoraggiano ritenendo la carriera di sceneggiatore preferibile a quella di romanziere squattrinato. Lui sogna di vivere a Parigi, ricordando il fiorire d’arte e letteratura che caratterizzarono la Ville Lumière negli anni ’20, il suo periodo storico preferito. Così, quando il suo scorbutico suocero si reca in Francia per un incarico, ne approfitta per una puntatina, alla ricerca della concentrazione perduta. La vacanza però non sembra andare come dovrebbe: lui e la sua compagna Inez, piuttosto che riavvicinarsi, sembrano scoprire sempre maggiori divergenze, tanto che una sera, mentre lei va a ballare con un amico saccente, Gil preferisce una passeggiata, nel tentativo di sgranchirsi le gambe e soprattutto di schiarirsi i pensieri. Complice un bicchiere di troppo, si perde. In un vicolo alcuni amichevoli sconosciuti gli offrono un passaggio, in un’automobile decisamente retrò. E’ così che, senza spiegazione apparente, lo scrittore si ritrova trasportato proprio negli anni ’20, dove incontra celebri personalità del calibro di Gertrude Stein, Ernest Hemingway e Salvador Dalí, ricevendo da loro dritte e consigli, per il romanzo e per la vita. Qui si innamora di Adriana (Marion Cotillard), che a sua volta sogna di vivere durante la Belle époque. Così, Gil si rende conto che l’idealizzazione di un passato glorioso e perduto è comune a ogni età storica.
Imparerà allora ad affrontare sé stesso e ad abbracciare un futuro più incerto ma reale.
Il signor Hemingway, suppongo…
Diciamoci la verità: Match Point ci è piaciuto e tutto sommato abbiamo apprezzato la volontà di Allen di esplorare strade nuove nel corso delle ultime fasi di carriera, ma lo spirito ironico, intelligente, pungente e al contempo riflessivo delle sue prime opere ci è mancato, e in fondo al cuore ciascun ‘alleniano’ non faceva che godersi la pur piacevole parentesi alternativa confidando però in un ritorno dei ‘tempi d’oro’. Cosa in parte già accaduta con Basta che funzioni, ma solo con Midnight In Paris il regista di Brooklyn ritrova in pieno il suo equilibrio. Non si tratta certo del suo capolavoro, ma chi conosce e apprezza il primo Allen ci sguazzerà a meraviglia, così come – ça va sans dire – tutti coloro che hanno lasciato il cuore a Parigi, a cui è dedicata la sequenza d’apertura con scorci meravigliosi della Ville Lumière. Divertente Owen Wilson, specie durante le sue scorribande nel passato, che lo vedono sempre più sbigottito nell’apprendere che si trova di fronte a personaggi storici di gran rilievo, da lui stesso idolatrati. Menzione speciale per il cameo di Adrien Brody nei panni di un eccentrico Salvador Dalì. Gli intellettuali andranno in visibilio, mentre quelli che, a scuola, durante le lezioni di letteratura e arte moderna sonnecchiavano invece di stare attenti, si sentiranno probabilmente infastiditi da questo gioco compiaciuto che, va ammesso, ha un che di snob. Ma Allen conosce il suo pubblico e si può permettere di ‘coccolarlo’ come vuole. Così, tra una fugace apparizione di Carla Bruni nei panni di una guida turistica e una riflessione sull’utopia dei tempi andati, la breve pellicola si lascia guardare con gran piacere, salutandoci con un sorriso e una pioggia battente tipicamente francese.
Midnight in Paris vede il ritorno di uno stile che da tempo Woody Allen aveva abbandonato, arricchito da una visione romantica e dalla maturità della terza età. Piacciono l’elemento fantasy – il viaggio nel tempo del protagonista – che rimanda a lavori come La rosa purpurea del Cairo, e la ritrovata verve ironica, mentre i meno ‘acculturati’ potrebbero restare infastiditi o annoiati dal compiaciuto gioco citazionista-intellettuale che vede il convincente protagonista Owen Wilson messo costantemente a confronto con personaggi del calibro di Gertrude Stein, Ernest Hemingway e Salvador Dalí. Se a scuola sonnecchiavate, meglio che vi rivolgiate altrove…
VOTOGLOBALE7
Andrea Guglielmino, da “everyeye.it”

Allo scoccare della mezzanotte la Parigi di Woody Allen rinasce attraverso la magia creativa di una Ville Lumiere immersa nel viavai artistico dei ruggenti anni ’20, popolandosi di tutti quei personaggi dal talento straordinario che hanno plasmato le sorti dell’arte e della letteratura internazionale. E proprio in quell’atmosfera retrò, frequentando le feste dei volubili coniugi Fitzgerald (tormentati dalla instabile malia di Zelda), dibattendo di letteratura con il sanguigno Hemingway o di pittura con il vulcanico Picasso, e traendo perfino utili consigli di scrittura dalla saggia Gertrude Stein, il simpatico Gil (Wilson), uomo sensibile e aspirante scrittore intrappolato in una vita che non sente sua e in una relazione che non lo soddisfa, riuscirà a entrare in contatto con l’uomo che – davvero – vorrebbe essere. L’inossidabile genio di Allen (forse un tantino sopito da un po’ di tempo a questa parte) tira fuori dal cappello della sua fantasia una coinvolgente storia di realismo magico, un incontro di epoche che sarà utile a vedere con più chiarezza e sincerità la vita del presente, per poi – in ultimo – abdicare a quella fuga immaginativa in un passato idealizzato e trovare, invece, la forza di vivere coraggiosamente il presente che desidereremmo.
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

L’âge d’or de Paris
Interamente ambientato in una “magica” Parigi, Midnight In Paris segna il ritorno nei cinema del migliore Woody Allen, quello che ci aveva abbandonato sul finire degli anni ’80 in favore di commediucole ben realizzate ma mai così acute.
Con questo suo nuovo lungometraggio il sempre più esperto Woody fissa tramite l’obiettivo della macchina da presa un altro pezzettino d’una grande e sfaccettata autobiografia che è data dall’insieme di tutti i suoi film. Anche se lui non è sulla scena, infatti, la sua personalità cosparsa di fobie e intellettualismo è ovunque, in ogni singolo fotogramma.
La storia narra le vicissitudini del promesso sposo interpretato da Owen Wilson, in quel di Parigi. Scrittore valutato esclusivamente per il suo valore commerciale, riscopre tutto il suo amore per lo scapigliato stile di vita bohémien di fine ‘800/inizio ‘900 che ha caratterizzato la belle époque parigina. Tra incomprensioni e litigate con la fidanzata, ecco che la romantica magia di una Parigi non solo contenitore di persone, ma entità dotata di personalità propria, regala al protagonista attimi di pura felicità…
L’amore per le città ha sempre contraddistinto le opere di Allen. All’inizio fu New York, Manhattan nello specifico, poi fu la volta di Londra, Barcellona e ora Parigi, con la sua discrezione e la sua pittoresca nostalgia dei bei tempi andati che emana ancor’oggi negli angoli più caratteristici della città. Assolutamente perfetta, in questo senso, è l’introduzione del film con quei quasi quattro minuti di successione d’immagini, di fotografie di scorci d’una città che trasuda il proverbiale romantisme parisien, quasi Allen fosse un nuovo Eugène Atget a caccia di quei vicoletti così unici e suggestivi, che persino i parigini stessi paiono aver un po’ dimenticato.
Inoltre, a livello tecnico, come non ricollegare questo splendido avvio di pellicola, con quello storico, magistrale che apriva le danze nel capolavoro Manhattan del ’79? Là fu il bianco e nero a caratterizzare il caldo grigiore del cuore pulsante della grande mela mentre qui è proprio il colore che colma di vita i luoghi, e anche se manca la voce fuori campo di Allen a commentare la frenetica vita newyorkese, una splendida colonna sonora la sostituisce alla grande donando allo spettatore tutti gli stimoli necessari per immergersi nella sognante atmosfera parigina.
E’ un Allen con meno fobìe del solito, quello che ci immortala la capitale francese. E’ un Allen quasi sereno, sicuramente nostalgico, che in questa stessa malinconica assenza non reclama a ogni occasione ma sa immergere il protagonista pienamente in ciò che gli accade, senza troppi timori e remore. Non che il Wilson alleniano sia uno spavaldo, ma nemmeno si tira indietro dall’esperire nella calda e confortevole Parigi dei tempi andati.
Ritrovandovisi immischiato per chissà quale surreale motivo, ecco che nella notturna pittoresca vita parigina il protagonista entra senza mezze misure nei suoi sogni e li vive appieno, interagendo con ogni elemento in scena. E’ un sogno reale quello che vive, con un procedimento che ci riporta alla mente [ma con altri fini] gli incontri ultraterreni dei protagonisti di Scoop del 2006.
Il sogno per Allen, dunque, come momento di reale esperire, come parte integrante e fondamentale della vita umana, seguendo quanto teorizzato da artisti alla Dalì e alla Buñuel. E non è un caso. Tant’è che il protagonista s’imbatterà incredulo nella conoscenza di tutte le più importanti personalità culturali delle epoche nelle quali si ritroverà: i già citati Buñuel e Dalì, ma anche Ernst Hemingway, Henry Matisse, Henri de Toulous-Lautrec, Paul Gauguin, Edgar Degas, Man Ray, Scott Fitzgerald, Cole Porter e Pablo Picasso, con annessa una delle sue muse Adriana della quale finirà per innamorarsi, come nella migliore tradizione degli amori impossibili della letteratura.
Ma gli agganci con la cultura dell’epoca non sono solo di facciata e allora ecco che una delle prime scene è una citazione assolutamente letterale di uno dei dipinti più famosi di Claude Monet. Al contempo Allen rincara la dose, ancor più di quanto già accennato negli ultimi suoi lavori, contro il finto intellettualismo d’apparenza di uno dei personaggi in scena. Allen dimostra di non digerire l’arroganza e la saccenza con la quale i nuovi finti intellettuali [americani, perlopiù] inscenano i loro inutilissimi show per allietare l’ignoranza altrui.
Allen, per contro, mette in scena una commedia intellettuale come pochi [forse nessuno] sono stati in grado di fare in questi ultimi anni, e lo fa attraverso una tecnica registica magistrale, che si avvale di una fotografia meravigliosa, che già da sola sa definire epoche e atmosfere, nonché sogni e speranze dei protagonisti.
E poi la macchina da presa, con il suo sguardo mai banale, che si muove alla perfezione negli spazi, regalandoci scene di cinema perfetto come il piano sequenza nei giardini di Versailles, meraviglioso spaccato d’un cinema della naturalezza che i nuovi registi sembrano aver perso la volontà di rischiare e i nuovi attori paiono aver smarrito la capacità d’interpretare.
Midnight In Paris è un film per sognatori e nostalgici che hanno ancora la speranza che i sogni possano avverarsi e che esista un mondo dove il bello estetico e l’intelligenza delle persone regnino sovrane. La nuova Cenerentola, da oggi, vive a Parigi e frequenta fumosi locali in legno bevendo calvados al fianco di letterati e artisti. Grazie Woody.
Danilo Cardone, da “cinefobie.com”

Un imprevedibile ‘grande ritorno’ per il cineasta statunitense che ritrova un’ispirazione d’altri tempi. Un viaggio indietro nel tempo anche nel suo cinema, una sovrapposizione reale/finzione come in La rosa purpurea del Cairo con giochi di specchi con le derive di Cocteau e una danza macabra dove riprendono forma gli anni ’20 e la Belle Epoque come se fosse l’aldilà
Porta bene Parigi a Woody Allen. A 15 anni da Tutti dicono I Love You il cineasta statunitense ritrova un’ispirazione d’altri tempi e un improvviso slancio in avanti. Midnight in Paris c’è un film notturno, luogo di improvvise magie, quasi il suo ‘ritorno al futuro’ dove stavolta non è la macchina del tempo di Zemeckis ma un auto d’epoca che trascina nel passato e materializza i fantasmi degli anni ’20 e della Belle Epoque. Gil e Inez sono una giovane coppia statunitense ormai prossima al matrimonio che va in vacanza a Parigi e la magia della metropoli francese opera una profonda trasformazione su entrambi. Attraverso la figura di Owen Wilson, attore sempre più straordinariamente astratto, si entra in una danza dei fantasmi con incarnazioni surrealiste (da Man Ray a Buñuel), spettri che riprendono forma come Hemingway e Scott Fitzgerald, con una luce fiammeggiante che stavolta inghiotte in un aldilà che fortunatamente ha perso l’artificialità di Scoop. Midnight in Paris è un film fatto di attese, di volontarie fughe dal presente, tracciando già nel protagonista il suo disagio esistenziale. L’arrivo della notte come l’oscurità dei vampiri, un balletto macabro con un andamento quasi musicale dove alla fine i veri mostri diventano soltanto i personaggi più contemporanei. Il presente in cui Gil è costretto a tornare si trasforma improvvisamente nel passato, in un’epoca irraggiungibile. Inoltre, con intelligenza, Allen non gioca sulle presunte visioni future del protagonista – a Buñuel dà solo lo spunto per L’angelo sterminatore – e ritrova una vivacità nei dialoghi che ultimamente sembrava perduta (“Voi siete surrealisti e io sono un tipo normale”, o ancora lo scambio tra Inez e Gil “Chi te l’ha detto che ho una relazione con Paul?” “Ernest Hemingway”). Midnight in Paris torna anche sui luoghi di Io e Annie nel mostrare un certo tipo di intellettualismo borghese incarnato soprattutto dalla figura di Paul (altra attraente metamorfosi di Martin Sheen), che col suo atteggiamento pedante esibisce la sua superiorità e che è protagonista di una discussione dialettica su Rodin alla presenza di Carla Bruni, o dalla solarità di Marion Cotillard, una specie di angelo che arriva nel futuro, lasciando lettere d’amore (dis)perse nelle pagine di un libro. Si riflettono poi ancora le ‘luci nella notte’ della Senna, riciclaggio di un set, di un ritorno di un luogo riattraversato nel suo cinema con la familiarità avuta soltanto con Manhattan a New York. Quello spazio del passaggio temporale, al rintocco della campana di mezzanotte, rompe ogni barriera temporale, come quella tra realtà e finzione presente in La rosa purpurea del Cairo. Gioco degli specchi con le derive di Cocteau, in una commedia dai mille volti. Forse si tratta anche un viaggio indietro nel tempo per Allen, al suo cinema degli anni ’80, un’immersione più d‘istinto che di sguardo (si veda il regista provvisoriamente cieco di Hollywood Ending), dove stavolta ciò che è immaginato e vissuto conta di più di quello che viene inquadrato.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

Che succede a Parigi, quando scocca la Mezzanotte? Succede che se vi siete persi tra i vicoli della città e sedete sconsolati sui gradini di una chiesa, un auto potrebbe invitarvi a salire e portarvi… negli anni Venti. L’Age d’Or della capitale francese, un’epoca in cui nei caffè sulle due rive della Senna potevi incontrare Cole Porter e Scott Fitzgerald, Pablo Picasso ed T.S.Eliot, Salvador Dalì e Luis Bunuel. È quello che accade a Gil (Owen Wilson), sceneggiatore hollywoodiano frustrato in cerca di una seconda carriera come romanziere, nella nuova fantasia europea di Woody Allen, Midnight in Paris. Gil è a Parigi con la fidanzata Inez (Rachel McAdams), figlia dell’alta società californiana, e con i genitori di lei. Il padre, in particolare, è un uomo d’affari che in Francia deve concludere un’importante fusione societaria, mentre la moglie gira per i negozi d’antiquariato in cerca di un pezzo di valore che possa arricchire la sua collezione. Gil e Inez dovrebbero sposarsi l’autunno a venire, ma la vacanza non fa che allargare la distanza che li separa. Mentre Gil fantastica sulle locande in cui Joyce potrebbe aver mangiato delle salsicce e si concede lunghe passeggiate nostalgiche sotto la pioggia, in cerca d’ispirazione, Inez accompagna la madre a fare shopping. Senza contare Paul (Micheal Sheen), intellettuale inglese a Parigi per tenere una lezione alla Sorbona ed ex fiamma di Inez, che non perde occasione per esibire la propria cultura e il proprio savoir faire durante una serie di visite museali (Versailles, l’Orangerie, il Louvre). In fuga da una vacanza (e da una vita) che lo soffocano, Gil si ritrova all’improvviso in quegli anni Venti vagheggiati tanto a lungo nelle sue fantasie. Dove a dargli consigli di scrittura sono Ernest Hemingway e Gertrude Stein, dove a cena ti ritrovi accanto Toulouse Lautrec, e dove finirai per prenderti una cotta micidiale per Adriana (Marion Cotillard), francese di Bordeaux, venuta a Parigi per studiare la moda con Coco Chanel e poi diventata musa e amante dei più grandi pittori dell’epoca (Modigliani, Braque, Picasso).
Woody Allen usa Parigi esattamente come fece quarant’anni fa con Manhattan, ovvero con l’occhio dell’innamorato che anche quando vive nei luoghi del suo desiderio percepisce se stesso altrove (in un altro tempo e in un altro luogo), e attraverso quella falsa distanza costruisce lo sguardo poetico. La capitale – i suoi paesaggi, i suoi monumenti, la sua storia – non sono solo lo sfondo del racconto, ma l’espressione di uno stato d’animo, quello del protagonista e quello del regista. Che evidentemente, considerandosi un autore di talento ma non un’artista (“non sono Kurosawa o Fellini”, dice in conferenza stampa, “il ritratto dei personaggi celebri non cerca la profondità o l’introspezione, ma lo sketch”), rimpiange – attraverso Parigi e attraverso i grandi personaggi che l’hanno abitata in passato – ciò che manca alla sua ispirazione. E tuttavia il tono non è mai pedante (anzi, l’approccio accademico è continuamente irriso attraverso il personaggio di Micheal Sheen): la commedia è romantica, ben educata, a tratti farsesca, ma l’equilibrio tra divertissemant colto e recita in maschera (con tante grandi star nei ruoli di contorno – da Brody/Dalì a Hiddleston/Fitgerald, passando per Bates/Stein) regge e intrattiene, senza diventare mai auto-indulgente. Su un piano meno autorefenziale, poi, Midnight in Paris è un ritratto del rapporto simbiotico tra passato e presente, rapporto che nelle grandi capitali della cultura è molto più evidente che altrove: il passato non passa, è una condizione del presente, e – in qualunque epoca si viva – l’Eta dell’Oro l’avremo sempre alle spalle (il Gauguin incontrato da Gil avrebbe voluto vivere il Rinascimento, Adriana il 1890). Come a dire che il rimpianto è la condizione stessa del nostro immaginare.
Mi piace
La leggerezza e la naturalezza con cui Woody Allen rende credibili anche le fiabe
Non mi piace
L’introduzione “turistica” sui panorami parigini è fin troppo insistita
Consigliato a chi
A chi ama sognare ad occhi aperti
Voto: 4/5
Giorgio Viaro, da “bestmovie.it”

Dopo anni di spudorato e triste riciclaggio di temi e figure, con Midnight in Paris Woody Allen tematizza infine la genesi di una separazione, e la conseguente irreversibilità di una crisi: quella tra l’artista e il “suo” tempo, tra il narratore e la contemporaneità. Con l’intermediazione simbolica del protagonista Gil, sceneggiatore hollywoodiano (un Owen Wilson che “alleneggia” come d’uopo), il regista confessa a chiare lettere la sua impotenza ed incapacità di parlare del presente, di essere nel presente; ammette l’inattualità del suo discorso, la rivendica, la ostenta. Fin da subito.
Allen ignora cosa sia la “vera” Parigi, e non lo nasconde, così come ha da sempre ignorato il Bronx di New York e, più recentemente, Mestre e i sobborghi di Londra. Chi rimprovera all’autore di Io e Annie un’eccessiva idealizzazione cartolinesca della città, accusandolo contestualmente di gettare uno sguardo esotizzante sulla ville lumière, ha probabilmente dimenticato i primi minuti di Manhattan. L’incipit di Midnight in Paris replica, infatti, testualmente (cosa che oramai il regista ha l’abitudine di fare) la sequenza d’ambiente che apriva il film del 1979: una serie di inquadrature componenti un mosaico inevitabilmente parziale e idealizzante della città. E’ un atto d’amore che, alla maniera delle ricostituzioni d’epoca “amorose”, sublima, trasfigura e denatura l’oggetto venerato, modellando uno spazio visibile (i primi arrondissements di Parigi, le tracce di un passato “sublimabile”) che rigetta nell’invisibilità lo spazio marginale (la seconda decina di arrondissements, i segni di un presente non idealizzabile).
Se nelle sue ultime, faticose opere del regista, l’unico passato dal quale attingere pareva essere il suo (la sua filmografia), in Midnight in Paris il passato nel quale vivere e dal quale continuare ad attingere è storico. Allen, in un certo senso, mette en abyme l’impasse, ritornando alle fonti di cui la sua cinematografia alta costituirebbe la filiazione ideale e rivendicata. Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni segnalava l’impossibilità di andare avanti se non ripiegando narcisisticamente. Midnight in Paris manifesta, invece, la necessità di tornare indietro anche per giustificare l’impossibilità di andare avanti; un avanzare regredendo che segna un mutamento strutturale: dalla stasi, occultata da un dinamismo geografico degno di Jules Verne, all’apertura di una faglia temporale. Allen rinverdisce così il realismo magico de La rosa purpurea del Cairo – la salita sull’auto d’epoca allo scoccare della mezzanotte e il “naturale” salto nel tempo ricordano, a contrario, l’uscita dallo schermo dell’eroe funzionale e l’interazione di più livelli della Rosa – e riesce, spiazzando tutti, a rinvigorire un cinema oramai esangue. Da patetico e triste, il gioco diviene qui tragico e struggente, grazie soprattutto alla breccia temporale e alle figure che popolano questo allucinato simulacro, storiche (Hemingway, Buñuel, Dali e i suoi rinoceronti, Gertrud Stein) e non, come l’Adriana di Marion Cotillard. Quest’ultima permette all’autore di dilatare e approfondire la dimensione tragica dell’inattualità. Ogni epoca è destinata a rimpiangere il passato remoto o prossimo, come si evince dalla sequenza migliore del film, sorta di breccia nella breccia, in cui Gil e Adriana saltano dagli anni ’20 alla Belle époque, tempo in cui la donna deciderà di rimanere. Della serie: amiamo ciò che non conosciamo, amiamo la distanza che ci separa dall’oggetto da contemplare e da “vivere”, almeno fino a quando quell’oggetto resterà inattingibile. La storia d’amore tra Gil e Adriana, appena abbozzata, è certamente l’elemento più accattivante e ambiguo del film. L’ambiguità è dovuta al carattere sottilmente incestuoso della loro relazione: lo sceneggiatore Gil, figlio o nipote dell’epoca nella quale sogna di vivere, si innamora di una delle figure esemplari di quell’epoca…
La parte ambientata in un “oggi” assolato e mesto, corretta e sicuramente più brillante degli ultimi lavori, non vale comunque gli squarci autenticamente surreali sul e nel passato; i personaggi sono più scontati, le dinamiche narrative più ovvie e risapute. Ma è un peccato veniale. Il presente è, infatti, puramente funzionale alle “aperture” oniriche e diacroniche, queste ultime danno senso e sostanza al primo. Nel finale, Gil, abbandonando il folle sogno di fuga, formula un compromesso che gli permetta, per quanto possibile, di trasfigurare, proprio come il regista, anche il presente: un barlume di speranza (e di sopravvivenza) nella messa in scena di un incontro inverosimile tra due solitari “inattuali”, sotto la pioggia.
Il cast, corretto, si segnala per l’inutilità di alcune presenze (Carla Bruni, sulla cui imbarazzante marginalità il sottoscritto ha una teoria di cui, per carità di patria, non preciserà i termini in questa sede) e per la bella riuscita di altre: dalla struggente ed hemingwaiana (nel senso di Ernest) Cotillard alla raggiante e hemingwaiana (nel senso di Mariel) Léa Sedoux.
Manuel Billi
Voto: 8
Manuel Billi, da “spietati.it”

Sognare, per ritrovarsi felici dove si è
Chi non vorrebbe ascoltare Dalì parlare di rinoceronti e orologi molli; e a chi non farebbe piacere sorseggiare una boulle di rosso con Man Ray o incontrare a una festa Djuna Barnes?
L’ouverture, è la dichiarazione d’amore per una città magica e dall’indiscutibile splendore. Dal clarinetto di Sidney Bechet con If you see my mother, sono i campi lunghi e gli scorci di vita della Ville Lumière, rilucente d’oro e di tinte pastello, dall’alba al tramonto.
Sabrina (Billy Wilder 1954), diceva che nel primo giorno a Parigi occorre procurarsi un po’ di pioggia perché dona alla città un profumo speciale. Qualche decennio dopo, Gil Pender, scrittore americano costretto a sceneggiare film, alla sua fidanzata dice che vorrebbe un po’ di pioggia e vorrebbe anche aver vissuto nella Parigi degli scrittori e degli artisti degli anni ‘20 e che, una volta sposati, lascerebbe volentieri le piscine e il clima californiano per vivere all’ombra della Tour Eiffel, per scrivere ispirato. Lo sfondo di queste parole è la realtà del giardino di Giverny e il remoto del quadro di Monet. Così, semplicemente, sovrapponendo evidenza ad evocazione, Woody Allen dipinge il suo film con le tinte delle ninfee, per accompagnarci a scoprire dove ancora può stare di casa la felicità.
Una commedia romantica, avvolta in un velo di nostalgia. Un passato ormai remoto che per incanto si materializza di notte quando un’auto d’epoca si ferma per far salire Gil. Alla stessa ora in cui la carrozza di Cenerentola ritorna zucca, Alice Toklas apre la porta della casa di Gertrude Stain, dove c’è anche il giovane Picasso. Joséphine Baker canta in un locale davanti a Francis Scott e Zelda Fitzgerald e in un bistrot, Hemingway confessa le sue umane debolezze, mentre la fragile bellezza di Adriana incanta tutti. A giorno fatto, con la consapevolezza di aver incontrato il passato, Gil ritorna al presente, in compagnia della sua bionda fidanzata intellettualmente sciatta, dei ricchi e grossolani genitori di lei e di una coppia d’amici americani incontrati per caso: una donna insignificante e un accademico mentore un po’ trombone. Con la forza delle emozioni reali, Gil vive la felicità e l’eccitazione in un isolamento onirico e come un addormentato nel bosco sarà risvegliato dalla bella Adriana.
Leggerezza e ironia animano un raffinato compendio d’arte e cultura degli anni ‘20; una carrellata di donne e uomini che riconoscere è puro divertimento. Owen Wilson, dal terzo millennio a ritroso, attraversa i luoghi del passato, permettendosi anche il divertimento di suggerire a Bunuel il soggetto de L’angelo sterminatore. Un cast stellare, raccontato in ordine d’apparizione nei titoli di coda, sempre gli stessi; con il biondo protagonista che per locuzione inciampata e le movenze impacciate è affine al grande maestro, ma che a questo aggiunge un personale, fanciullesco, incanto.
Woody Allen, regala verità con i colori delle fiabe. Lieve e profondo, abbandona il pessimismo del precedente Incontrerai l’uomo dei tuoi sogni, per accompagnare tutti noi verso un finale di speranza La conclusione? Che la nostalgia per un tempo passato e idealizzato è una costante di tutte le epoche. Un illusorio intrattenimento e un riparo dalle avversità, che può distogliere dalla possibilità di ritrovarsi felici dove si è. Per non sfuggire a noi stessi, al nostro tempo, non ci vuole molto. Un incontro per caso in una notte parigina, su un ponte dorato, può essere un invito a restare nel presente, forse anche per cambiarlo. E per chi non dovesse proprio riuscirci, beh, c’è sempre il salotto di Gertrude Stain, ovviamente dopo mezzanotte.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

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