Melancholia


Un pianeta enorme e affascinante. Incombente e pericoloso, che gioca con la Terra (quindi con gli uomini) come al gatto col topo. Che si nasconde dietro il sole, spunta fuori e affascina irresistibilmente come una seconda luna. E che è destinato a distruggerci. 
È questa, per Lars von Trier, la malinconia. Una forza magnetica e affascinante, nella quale ci si perde, che si teme, che si cerca di esorcizzare attraverso un uso impossibile della razionalità. Un’entità sterminatrice, di fronte alla quale, nel precipitare degli eventi, è possibile trovare terrore e pacificazione al tempo stesso. 
Come ogni vero artista, il regista danese dipinge e in questo modo esorcizza i suoi demoni personali. Personali e universali, raccontando di quella molle e romantica inclinazione al mal di vivere che ben conosce e che regala possibilità d’ispirazione tanto magnifiche quanto inquietanti. E Melancholia è esattamente quello, è magnifico e inquietante. Eppure, paradossalmente, salvifico e lanciato verso un futuro nuovo e differente, a dispetto della distruzione totale che annuncia nel suo sinfonico prologo. 
Mettendo da parte le controversie più esplicite e più triviali del suo cinema, e battendo invece là dove la complessità vera del suo cinema è sempre stata, invisibile ai più, a quanti si fermavano alla provocazione che per lui è sempre stato ironico sberleffo intellettuale, Lars von Trier pare voler segnare l’ennesimo punto a capo di una carriera multiforme e coerentissima, con una maturità e una consapevolezza (anche stilistiche) che stupiscono. E colpiscono diritte al cuore. E allo stomaco. 
Un prologo, due capitoli, una narrazione dalla complessissima semplicità. Un coinvolgimento emotivo potente ottenuto tramite elegante freddezza e melodrammaticità congelata, proprio come nel The Tree of Life di Terrence Malick. Un accavallarsi di temi e situazioni che travalicano il sentimento del titolo, se ne nutrono, lo rispecchiano e ci rispecchiano. 
Come e ancor più che nel precedente Antichrist, Lars von Trier si regala completamente al suo film e a noi che guardiamo, commoventemente sincero nell’ammissione di sé stesso. Ci si offre nudo e abbandonato, come la Kirsten Dunstsuo chiaro alter ego che si offre come in un dipinto romantico ad una tintarella diMelancholia. 
Di Federico Gioni, da coomingsoon.it

Justine arriva con il neomarito alla festa delle nozze che il cognato e la sorella Claire le hanno organizzato con un ritmato protocollo. Justine sorride molto ma dentro di sé prova un disagio profondo che la spingerà ad allontanarsi in più occasioni dai festeggiamenti provocando lo sconcerto di molti, marito compreso. Non si tratta però solo di un malessere esistenziale privato. Una grave minaccia incombe sulla Terra: il pianeta Melancholia si sta avvicinando e, benché il mondo scientifico inviti all’ottimismo, il rischio di collisione e di distruzione totale del globo terrestre è più che mai realistico. Tempo dopo, con Melancholia sempre più vicino, sarà Claire a invitare a casa sua la sorella.
Dopo il harakiri a tutto schermo di Antichrist Lars Von Trier decide di rinunciare ai colpi bassi nei confronti dello spettatore offrendogli, in versione apocalittica, la sua visione delle sorti dell’umanità su questa Terra. Lo fa con un prologo wagneriano (“Tristano e Isotta”) di alta e simbolica qualità estetica a cui fa seguire una bipartizione che vede protagoniste le due sorelle (prima Justine e poi Claire). Due sorelle, due donne che il ‘misogino’ per definizione del cinema europeo prende questa volta, in particolare Justine, come rappresentanti di se stesso. Di Justine condivide la sensazione viscontiana di fine di un mondo che merita di dissolversi e, al contempo, il dissacrante e sofferente distacco da tutte le convenzioni. In Claire vede il bisogno (registico) di ‘mettere ordine’, di trovare un senso, di controllare anche l’ineluttabile. Le circonda di una folla vinterberghiana (Festen) ritrovando parte degli stilemi del Dogma, nella prima parte, per poi, progressivamente, lasciarle sole con il figlio bambino della seconda e con la Natura. Una Natura che in Von Trier è sempre ‘avanti’ rispetto all’essere umano sia che avverta i segni di una catastrofe sia che ne anticipi la dissoluzione. Sulla complessità di un mondo che vorrebbe poter amare non riuscendoci, il regista danese fa intervenire il suo amore per l’Arte che si è data il compito di ‘leggere’ per noi la realtà nel profondo. Nel farlo getta un ponte (più o meno conscio non sappiamo) con un Maestro del Cinema comeAndrej Tarkovskij. Come non pensare a Lo specchio dinanzi alla doppia proposizione de “Il ritorno dei cacciatori” di Pieter Brueghel il Vecchio? Ma, soprattutto, come non ricordare Sacrificio, l’ultimo film del regista russo che affrontava una tematica analoga partendo da premesse differenti ma con la stessa volontà di messa in gioco di uno sguardo e una ricerca ‘alti’? Uno sguardo e una ricerca che Von Trier vuole condividere con lo spettatore, convinto com’è che “può darsi che non ci sia nessuna verità per cui provare un ardente desiderio ma che il desiderio di per sé stesso è già vero”.
Di Giancarlo Zappoli  , da mymovies.it

Il mondo finisce, ma non è la fine del mondo per la bella e depressa Kirsten Dunst: se il pianeta blu è una pillola blu, purtroppo Lars von Trier non l’ha mandata giù. 
Almeno a parole: sproloqui antisionisti, antisraeliani e antisemiti al festival di Cannes, e Melancholia suicidato sull’altare del colore giornalistico, della polemica cineapatica. Ridicolo, in ogni caso, dichiarare Lars persona non grata al festival francese, ma torniamo al film, che ne val davvero la pena. Melancholia ci regala la meglio ouverture della settima arte ultima scorsa: sulle note del celeberrimo prologo wagneriano del Tristano e Isotta, apre una sinfonia meccanicamente al ralenti, un indice immaginifico di quel che sarà, con una sposa prigioniera, una madre e il suo bambino che sprofondano in un campo da golf, un pianeta blu e comunque saturnino pronto a fagocitare la Terra. 
Tableaux vivants a bulino nella memoria melanconica di Dürer, ma incisi nella materia di cui sono fatti i sogni, quelli terapeutici, ovvero chimici: la reazione è familiare, il ph fisiologico a un’implosione autobiografica e filmografica che ordina il caos delle precedenti opere di Trier. Il regista porta la sua creatura a rassegnarsi, anzi, consegnarsi a una fine dolente e curativa, ineluttabile ma non straziante, come l’originaria ambivalenza del pharmakon vuole. 
I reagenti di questa soluzione insoluta sono gli attori: magnifici Kiefer Sutherland (John),Charlotte Rampling e John Hurt, e soprattutto le due “sorelle coltelle” Kirsten Dunst (Justine, protagonista del primo movimento sinfonico: da antologia la sua tintarella di “luna”…) e Charlotte Gainsbourg (Claire, secondo movimento), tra cui Lars divide i suoi Sussurri e grida, mutando mood: glacialità pittorica per la Dunst, realismo emotivo per la Gainsbourg. Fino alla confessione che costa cara, ancor più per un control freak patentato quale von Trier: l’ex Mr. Dogma mette alla gogna la (im)possibilità del controllo, sia sociale (il matrimonio di Justine) che scientifico (i calcoli di John). Rimane in piedi, magistralmente tracciata tra fantascienza e escatologia, autobiografia e psicoterapia, la rotta di collisione su un’attesa senza sorprese, melanconicamente – Justine – pronta a tutto perché autoconcessa al niente. E in medio stat Lars von Trier. Che dire, se (s)parlasse di meno e continuasse a girare così, non ci sarebbe apocalisse (mediatica) che tenga, ma solo grande cinema.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

L’amato e al tempo stesso odiato, venerato e bistrattato Lars Von Trier riparte dal vinterberghiano Festen, dall’impasse di quei momenti di aggregazione famigliare che di spensierato hanno a malapena la forma (qui la silhouette di un romantico castello con annesso campo da golf e gli sfarzosi abiti da cerimonia), per affrontare il tema cupo (neanche a dirlo) della depressione umana, cui fa da contraltare l’apocalisse terrena. Dunque un viaggio che si prospetta oscuro sin dal titolo (Melancholia) e dalle prime suggestive inquadrature, fermi (o quasi) immagine e scene al rallentatore che scorrono davanti ai nostri occhi per svelare qualche anticipazione di quella che sarà la fine del viaggio che ci apprestiamo a fare, negli abissi della mente umana e verso l’ipotetica fine del mondo. Ma non disperate, almeno non per ora, perché è in un incipit di romantica atmosfera wagneriana e pomposa solennità che il controverso regista danese apre le danze, schiudendo la soglia di quella malinconica valle di lacrime – pervasa da una luce gialla – in cui immergerà la storia di due sorelle divise in vita e unite (forse) dal destino infausto e apocalittico che le attende. E ancora una volta sono loro, le donne, capro espiatorio e simbolo incarnato della dannazione terrestre a immolarsi in un sacrificio che avrà potere catartico ed epifanico ai fini della narrazione. Un film che creerà il solito, incolmabile divario di giudizio tra quelli che ritroveranno intatta nel genio di Von Trier la rappresentazione e percezione di quello stesso cupo mondo che essi stessi immaginano, e quelli che allontaneranno con sdegno le fosche tinte del suo modo di fare cinema, nel bene o nel male sempre fortemente attraversato da rabbia, ingiustizia, dolore e l’amara percezione di una vita terrena invariabilmente ‘cattiva’. Nel primo capitolo conosciamo Justine (una vibrante Kirsten Dunst), sguardo e sorriso sospesi nel vuoto, persa – più che presa – nel bel mezzo delle sue nozze dorate (con uno sposo ancora poco addentro al male di vivere della futura moglie) pagate dal ricco cognato, organizzate dall’amorevole sorella (la sempre brava Charlotte Gainsbourg) e affollate da un variegato quanto infiammabile gruppo di parenti e conoscenti (ovviamente della depressa sposa): la pazza e velenosa madre, il padre bighellone, il sadico datore di lavoro pronto a fare i propri interessi con ogni mezzo. Siamo nel clima Festen e dell’atmosfera di gioiosa concitazione, a breve, non rimarranno che un manipolo di vinti, lasciando di nuovo la depressa Justine(incapace di ‘sposare’ i vuoti rituali della realtà terrena) a sé stessa e al suo universo, inconciliabile con quello pseudo-normale degli altri, ma che di lì a poco troverà la pace dei sensi grazie a Melancholia (un pianeta che sta compiendo intorno alla terra una suggestiva quanto pericolosa danza di morte). Al contrario di sua sorella Justine, Claire è la classica donna del reale, assolutamente a suo agio e (quasi) perfetta nel ruolo di amorevole moglie e madre. Ma sarà proprio l’amore per la vita e per la sua famiglia, quell’attaccamento (quasi irrazionale agli occhi di Von Trier) alle cose terrene, a gettarla nella disperazione (al contrario di sua sorella che invece ritroverà la calma di chi non ha niente da perdere) di fronte alla minaccia di una possibile Fine. Un secondo capitolo in cui le diverse nature delle due sorelle verranno messe a confronto e osservate muoversi nel limbo di un’attesa, aggrappata a una disperata speranza nel caso di Claire, avvolta da una ‘placida’ rassegnazione nel caso di Justine. E mentre Melancholia procede nella sua ‘danza di morte’ con la Terra, le un tempo unite e ora distanti sorelle sembrano avvicinarsi sempre più, proprio come (sopra di loro) stanno facendo i due pianeti in rotta di collisione. Nel liberatorio e scioccanteAntichrist, Von Trierparlava del “pianto di tutte le cose che sono destinate a morire”. Qui, in una veste ben più elegante e sobria (per i suoi parametri), il regista riprende proprio quel discorso sulla ‘estemporaneità’ della vita, ripartendo dal vagito di quel pianto per mostrarci come, paradossalmente, i depressi accettino la fine con una calma quasi sovrannaturale che gli ‘integrati nel mondo’ non hanno, annichiliti come sono dalla paura di perdere ciò che hanno nel tempo costruito. Una dinamica che lui, quintessenza del depresso, sembra conoscere molto da vicino e che inMelancholia assume le vivide sembianze di una ragazza che affonda nel fango, osteggiata nel suo cammino dalle ramificazioni filamentose che l’avvolgono. Ed è proprio in questa nitida immagine, inscritta in una storia dal prologo lucidamente malinconico che tende a sfilacciarsi vero l’epilogo, che Von Triersublima la narrazione del dramma umano per apoteosi, quello della fine cui tutti andiamo incontro. In questo senso sembra quasi che Melancholia rappresenti lo Yin del contemporaneo ma ben più speranzosoThe Tree of Life di Terrence Malick. Qualcuno storcerà il naso di fronte all’ardito paragone, eppure, nella loro apodittica differenza di stile, i due registi sembrano convergere verso la stessa ibridazione filmica di terreno e universale, volgendo lo sguardo al cielo e raccontando l’inizio (Malick) e la fine (Von Trier) del mondo attraverso gli occhi di una famiglia terrena e la sua privata percezione dell’universo. Il positivo e il negativo di una stessa realtà, che (incredibilmente) cristallizzano e moltiplicano il loro significato uno nella visione dell’altro. Come per ogni film di Lars Von Trier che si rispetti, il giudizio unanime è qualcosa di inconcepibile. Filtrato attraverso la sensibilità di ciascuno spettatore, Melancholiapuò dare origine a incredibili sensazioni epifaniche oppure al netto rifiuto di chi si trovi di fronte a un film incomprensibile, lungi dall’essere compiuto. Le sensazioni coesistono non solo in Melancholia ma in tutta la filmografia di Von Trier, ma è per questo motivo che ogni spettatore in cuor suo già saprà come porsi, e con quale margine di giudizio, di fronte a questo film. Rimane comunque, quali che siano le posizioni di ognuno, da sottolineare che la fascinazione esercitata da Von Trier nell’analisi di un mondo anarchico e fortemente contaminato da impulsi negativi, unita a una regia sempre originale e insinuante caratterizzata dall’uso spregiudicato delle luci (e non solo), dal realismo ricercato nei molti movimenti di camera a mano, e dalla capacità di sedurre nelle trame dei suoi film sempre attori di primissimo livello (o, al contrario, di immaginare per loro ruoli che li vestano a pennello), resta una freccia pericolosa e dannatamente capace di colpire a segno, sempre disponibile all’imprevedibile arco dell’enigmatico Von Trier. Lars Von Trier è tornato. Un ouverture in pompa magna sulle note di Wagner apre la danza di morte di Melancholia, film sul nichilismo cosmico del regista danese che ha assuefatto il suo pubblico a tutto, ma di certo non all’indifferenza. E dunque ancora una volta, ostinati a non cedere al giogo della morte o stregati dalla malia della Folle originalità di Von Trier, non ci resta che osservare spaesati l’orbita irregolare percorsa da Melancholia e decidere infine se rimanere impassibili di fronte a tante, inutili circonvoluzioni o lasciarci stregare dal suo travolgente nichilismo, sottomesso alla massima che vuole la vita sulla terra cattiva ed attraversata da una fisiologica malinconia: in fondo anche la gioia non è che un momento di estemporanea armonia, sublimata dalla nostalgia della sua ‘finitezza’.
Di Elena Pedoto , da everyeye.it

A due anni dal disturbante e particolarmente discusso (perfino per Lars von Trier) Antichrist, il regista danese torna a Cannes con Melancholia, che lo stesso cineasta definisce come come “un bel film sulla fine del mondo” e “un film profondamente radicato nel romanticismo tedesco, alla Wagner… un film che sembra realizzato da una donna!”. E’ la più classica delle trappole di un regista che da tempo ci ha abituato a dichiarazioni perfino più provocatorie dei suoi film, perchéMelancholia è prima di tutto una pellicola dolorosa e angosciosa, quello che, per sadismo e assoluta mancanza di speranza, si potrebbe definire il film definitivo di Von Trier. Fin dal prologo, una vera e propria ouverture musicale che ci introduce ai temi del film, è evidente che non solo per i protagonisti ma per l’umanità intera non vi è alcuna possibilità di salvezza; il pianeta Melancholia ha infatti inspiegabilmente cambiato orbita e si dirige verso la Terra e fin da subito noi spettatori possiamo assistere all’inevitabile collisione. Concluso il prologo, torniamo a quando Melancholia è appena apparso nei cieli ed i festeggiamenti per un matrimonio sono appena iniziati: la pragmatica Claire ha organizzato tutto alla perfezione affinché questo sia il giorno più bello per la sorella Justine, ma quest’ultima nonostante le apparenze e i sorrisi di circostanza è tutt’altro che felice; una gravissima forma di depressione la colpisce nel corso dei festeggiamenti rovinando inevitabilmente la serata a tutti i presenti. Solo Justine è riuscita ad intuire, forse solo inconsciamente, che ci troviamo all’inizio della fine. 
Se la prima parte del film, intitolata appunto “Justine”, ci mostra la depressione della bella sposina interpretata da Kirsten Dunst, la seconda, “Claire”, si concentra sul personaggio interpretato dCharlotte Gainsbourg, la sorella forte e attaccata alla vita, che teme per l’incolumità di sé stessa e della sua famiglia e vive con estrema angoscia questi ultimi cinque giorni mancanti al “passaggio” del pianeta, anche se secondo gli esperti dovrebbe solo sfiorare la nostra Terra. La depressione sempre più nera della sorella, e un senso di incombente pericolo nell’aria porteranno anche Claire a dover fare i conti con l’inevitabile.
Il cuore del film è qui, nella contrapposizione di queste due sorelle diverse come il giorno e la notte non solo nell’aspetto ma anche nel modo in cui approcciano la vita e la fine di essa, e nelle straordinarie interpretazioni di due attrici che, come sempre accade, vengono valorizzate al massimo da un regista come von Trier che alle sue donne chiede tanto, spesso troppo, ma al tempo stesso riesce sempre a “spremere” al massimo tirando fuori performance memorabili. E se della Gainsbourg già in passato avevamo potuto apprezzare appieno l’immenso talento, la Dunst è una piacevolissima sorpresa e potrebbe con questa pellicola finalmente distanziarsi dai ruoli di “fidanzatina d’America” che troppo a lungo le sono rimasti addosso.
Ma Von Trier non si limita solo a regalare immagini di rara bellezza o momenti di struggente malinconia, il regista ci trascina verso un finale appassionante nonostante la bieca disperazione, ci chiede di abbracciare la sua cupa visione dell’universo in cui non c’è niente, null’altro se non la nostra vita comunque destinata prima o poi a concludersi, ci chiede di essere come Justine e semplicemente accettare la fine. Lui d’altronde, romantico che non è altro, la pensa esattamente così da oltre trent’anni. Come dice la sua bionda eroina nel film: “Cos’altro potevamo aspettarci?”.
Di Luca Liguori, da movieplayer.it

Melancholia (Danimarca, 2011) di Lars Von Trier. Con Kirsten Dunst, Charlotte Gainsbourg, Kiefer Sutherland, Charlotte Rampling, Alexander Skarsgård, Stellan Skarsgård, Udo Kier, John Hurt e Brady Corbet. Esordisce finalmente al Grand Théâtre Lumière l’atteso film di Lars Von Trier, atteso al varco per questo suo ultimo, “malinconico” lavoro. Anche se, alla luce della proiezione a cui abbiamo assistito, il titolo del film appare anche troppo soft rispetto ai contenuti.
Inutile negare, in ogni caso, l’interesse suscitato già dalle premesse. Cosa aspettarsi dal regista danese allorquando deve confrontarsi con argomenti come la “fine del mondo”? Parliamo di quello che un tempo i francesi definivano état d’esprit, fenomeno che ciclicamente si ripropone. E qual è uno dei principali état d’esprit di questi ultimi anni, se non la fine del mondo – con profezie annesse? Certo, niente ha lasciato anche solo ipotizzare che potessimo trovarci dinanzi ad un nuovo 2012, anche perché il ricorso alla computer grafica è davvero contenuto. Resta comunque una generosa concessione dal regista di Idioti.
Ma Melancholia non è semplicemente incentrato sulla definitiva scomparsa del nostro pianeta. Von Trier, tra le innumerevoli vicende su cui poteva rivolgere la propria attenzione, sceglie di narrare gli ultimi giorni di vita sulla Terra seguendo la brevissima storia di due sorelle: Justine e Claire. La prima, novella sposa. La seconda, amorevolmente alle prese con l’organizzazione del ricevimento.
Se c’è un una cosa che non si può fare a meno di riconoscere al regista, però, è la sua spietata sincerità. Difatti, dopo i primi dieci minuti, sappiamo già come finirà: muoiono tutti! Stilisticamente parlando, saranno anche dieci minuti di pregevolissima fattura, con una fotografia di altissimo livello. Ma è così, non si tratta di un’opinione, né, più ragionevolmente, della classica uscita da annoiato guastafeste. Già questo ci dice molto sul tenore della pellicola. Che il mondo finirà insensatamente, su questo Von Trier non ha dubbi. Resta da chiedersi se esista qualche spiraglio in vista di un’altra vita, o se quella che stiamo vivendo, in questa valle di lacrime, valga la pena di essere vissuta.
Anche in questo caso, il titolo ci aiuta parecchio. Anzi, ci aiuta anche troppo, smorzando qualsivoglia velleità interpretativa. No, sembra dirci il regista… nulla di ciò che accade entro i confini del nostro mondo e delle nostre esistenze ha senso. Tantomeno ce l’ha ciò che avviene all’esterno. Le poche, sfuggenti inquadrature nello spazio cosmico ci suggeriscono proprio questa deprimente considerazione, avallata da un contesto a sua volta senza speranza.
Tutto parte alla grande, con moglie (Kirsten Dunst) e marito (Alexander Skarsgård) che si avviano verso la lussuosa villa in cui si tiene il loro ricevimento. E’ il loro giorno, e gli invitati aspettano da due ore. I due, però, si scambiano sguardi dolci, manifestando una deliziosa sconsideratezza, tipica di un amore acerbo, quello che forza ad essere spensierati. Ed è questo il quadro a cui s’intende dare vita. Questo è davvero il giorno più bello della loro vita.
Giunti in loco, però, qualcosa sconvolge tutto. Non subito, però. Dopodiché, vecchi dissapori, evidentemente mai sopiti, innescano una serie di tragici episodi a catena. Padre e madre della sposa si odiano, e non intendono nasconderlo. Mossa sbagliata per inaugurare un nuovo matrimonio da poco venuto in essere. Justine viene promossa ad art director dal capo dell’agenzia pubblicitaria presso cui lavora, il che contribuisce ad alimentare l’insostenibile situazione. Nel giro di pochi minuti il mondo della sorridente e bellissima sposa si trasforma in un incubo. Un vortice di paure ed angosce la attanagliano, rendendola mentalmente e fisicamente inabile.
Dall’altra parte della barricata troviamo la sorella (Charlotte Gainsbourg), personaggio decisamente più pacato, quasi dall’impulsività repressa oseremmo dire. E’ lei che, per amore della sorella, si sobbarca, insieme al proprio marito, l’onere di ogni cosa. Si prende cura di lei, insomma. Ma spostiamo la nostra attenzione a ciò che succede più avanti, senza eccedere nei dettagli.
Improvvisamente salta fuori che un pianeta, che prende il nome di Melancholia, sta per impattarsi con la Terra. Ed è qui che tutto crolla irrimediabilmente, anche se le prospettive sono molteplici. Claire realizza che nemmeno il proprio senso di responsabilità, la propria forza d’amare potrà salvare lei e i suoi cari. La vediamo cercare risposte in maniera compulsiva dal proprio marito (Kiefer Sutherland), anche fossero bugie. La sorella, Justine, comincia ad accettare con serena rassegnazione il proprio destino.
Insomma, Melancholia non risparmierà nessuno, non esiste via di scampo. Quel pianeta, tanto più minaccioso quanto più si avvicina, soffoca qualsiasi tipo di reazione, anche tra i più coraggiosi. Più la sua visione diventa nitida, più diventa profondo il pozzo d’angoscia in cui si sprofonda. Ecco allora, perché, ancora una volta, il rimando al titolo chiarisce meglio e piuttosto sinteticamente. La depressione, quella vera, non fa prigionieri. Al contrario! Ti rapisce in malo modo, per poi annientarti in un singolo, eterno istante.
Da cineblog.it

“Ho deciso allora di conoscere la sapienza e la scienza, come anche la stoltezza e la follia e ho compreso che anche questo è un inseguire il vento, perché molta sapienza, molto affanno: chi accresce il sapere, aumenta il dolore.”
Libro di Qoelet
Prima di procedere con l’analisi di questo film è doveroso fare una premessa. Capita purtroppo assai frequentemente che i trailer di un film, studiati per attrarre il pubblico in sala, siano fuorvianti o addirittura nocivi al film stesso. Questo è stato sicuramente il caso dell’ultima opera di Lars von Trier, che ha subito un grave nocumento proprio a causa della pubblicità stessa che le è stata fatta. Pertanto si invita chi ancora non avesse visto né il film né il suotrailer a visionare “Melancholia” senza neppure sapere di che cosa tratti e senza leggere quanto segue.
La storia prende avvio con una limousine enorme che resta bloccata in una stretta strada di campagna. A bordo dell’auto ci sono Justine (Kirsten Dunst) e Michael (Alexander Skarsgård, figlio di Stellan), novelli sposi, che si stanno recando al loro ricevimento nuziale, il quale si tiene nella lussuosa tenuta di John (Kiefer Sutherland) e Claire (Charlotte Gainsbourg), sorella di Justine. A causa del contrattempo provocato dalle imponenti dimensioni della limousine, gli sposi arrivano al ricevimento con un ritardo di due ore, facendo infuriare il direttore di cerimonia (Udo Kier). Ben presto, durante il ricevimento, la sposa alterna momenti di brillante euforia ad altri che sono indice di un profondo disagio interiore. Questo suo stato psicologico calato in un parnaso di personaggi assolutamente al di sopra delle righe fa naufragare il ricevimento nel peggiore dei modi possibili.
Se i trailer e le recensioni di “Melancholia” si fossero limitati ad una sinossi di questo genere, non avrebbero preparato lo spettatore al tipo di film cui va incontro, eppure questo non sarebbe stato disonesto e forse avrebbe attirato nelle sale un maggior numero di spettatori che, magari, sarebbero anche rimasti sorpresi dal precipitare degli eventi.
In questa sede, per una corretta analisi del film non si può prescindere da tutti i suoi contenuti, inclusi il suo finale. Malgrado questi siano già stati sbandierati dalla pubblicità del film, si invita il lettore che ancora non avesse visto “Melancholia” ad astenersi dalla lettura di quanto segue.
Lars von Trier da tempo ha abituato il pubblico ad assistere a film i cui tempi sono scanditi in capitoli. “Melancholia” si compone di un prologo e di due segmenti narrativi, ciascuno dei quali è incentrato su una delle due protagoniste. La prima parte è dedicata a Justine, la seconda è dedicata a Claire. I registri narrativi sono assolutamente differenti, ma perfettamente complementari.
Il film si apre con un intenso primo piano di Kirsten Dunst, il cui personaggio ancora non ha un nome, e da una serie di immagini oniriche struggenti che si alternano al moto dei corpi astrali. L’intera sequenza è accompagnata dalla musica del preludio al primo atto dell’opera “Tristano e Isotta” composta da Richard Wagner. Su questo prologo torneremo in seguito passando prima ad analizzare le due parti del film.
I due segmenti cinematografici si reggono sull’antitesi caratteriale delle rispettive protagoniste.
Justine è passionale, carnale, palesemente irrazionale, emotivamente instabile, vive al di fuori degli schemi. Sua sorella Claire è una moglie e una madre e prima che in qualsiasi altro ruolo, lei si cala in questi due. È una donna dal carattere controllato, amante delle forme e che cerca le proprie sicurezze nel controllo e nell’organizzazione del mondo che le ruota intorno.
Il ricevimento per il matrimonio di Justine e Michael è il teatro in cui le due differenti personalità si avvicinano e si distanziano, s’incontrano e si scontrano. A facilitare il tutto ci sono i veleni familiari, l’odio e il disprezzo mai sopito fra i loro genitori (Charlotte Rampling e John Hurt), le meschinità di alcuni invitati fra cui spicca il testimone dello sposo (Stellan Skarsgård) che è anche il datore di lavoro di Justine. È in questo contesto che il film perde una parte del proprio valore artistico a causa di una scrittura cinematografica non sempre compiuta.
Lars von Trier ha dichiarato di essersi inspirato all’opera del commediografo francese Jean Genet e, in particolare, alla sua pièce “Le Serve” per costruire le atmosfere ed i personaggi della festa. Purtroppo, quella che inizialmente sembra essere una sintesi dell’umanità in scala assai ridotta, si rivela ben presto un’accozzaglia di personaggi fuori dalle righe con manifestazioni eccessive delle loro rispettive individualità. Manifestazioni che in più casi si rivelano gratuite o parzialmente gratuite.
Tuttavia, fra eccessi quali quello esternato dal direttore di cerimonia che si copre la faccia per non vedere Justine ogni volta che la incrocia accusandola di aver rovinato il matrimonio, come se questo appartenesse a lui e non fosse la festa di lei, fra datori di lavoro che prima promuovono la sposa per poi sguinzagliarle dietro un apprendista affinché prima della fine festa lei gli fornisca un nuovo slogan pubblicitario per la sua agenzia, fra padri davvero così “qualunque” da dimenticarsi il nome della figlia, troviamo una serie di legami e di equilibri precari perfettamente descritti e analizzati sapientemente.
Tuttavia, si deve stare attenti poiché in queste “scene da un matrimonio” non si assiste allo sfascio di una società, né di una classe sociale, né all’acquisizione della consapevolezza del proprio fallimento. Quello che accomuna queste differenti scene di un matrimonio all’opera di Bergman è la perdita di un centro di riferimento, di quell’aristotelico primo motore immobile, che sta alla base della Cinematica Cosmica, intorno al quale tutto ruota acquisendo un senso.
Risulta evidente come però sia impossibile spiegare tutto questo senza avere conoscenza di ciò che accadrà poi. Il matrimonio di Justine con tutte le sue dinamiche disgregatrici è in realtà privo di senso, fin quando non si assiste alla seconda parte di “Melancholia” dedicata a Claire. Da ciò discende il fatto che, malgrado i registri narrativi assolutamente differenti, il capitolo “Justine” e il capitolo “Claire” sono complementari e non possono prescindere l’uno dall’altro.
Questo quindi è il momento di introdurre Melancholia. Si tratta di un pianeta che si sta avvicinando alla Terra e che secondo i catastrofisti intercetterà l’orbita del nostro pianeta, distruggendolo. Questo elemento, che per evidente onestà narrativa von Trier introduce fin dal prologo annunciando quella che sarà la sorte dell’umanità, si nasconde inizialmente nella liricità onirica delle visioni di Justine, scompare nel primo segmento narrativo per poi manifestarsi nel secondo divenendo protagonista assoluto.
Il capitolo dedicato a Claire, infatti, assume un registro narrativo profondamente intimista. Il teatro della vicenda continua a essere la lussuosa residenza di John e Claire, ma essa è apparentemente spoglia di tutto lo sfarzo del capitolo precedente. I colori sono più tenui e desaturati; le luci rarefatte. Gli ambienti assumono una dimensione di quotidiano. La cura dei dettagli che Claire manifesta preparando una camera da letto ornandola con fiori e posando un cioccolatino di benvenuto sul cuscino, diventa lo specchio del carattere della donna, perdendo qualsiasi ostentazione ornamentale o decorativa. Claire sa che il pianeta Melancholia si sta avvicinando e ne ha paura, malgrado John cerchi di rassicurala affermando che non c’è nessun pericolo di collisione con la Terra. Claire si rifugia nelle proprie certezze prendendosi cura della sua famiglia, di sua sorella Justine, della casa e del suo giardino. Questa necessità di controllare il mondo che la circonda, dandogli ordine e quindi senso, permette a Claire di esorcizzare le proprie paure.
Justine inizialmente ha bisogno di Claire e delle sue sicurezze per riuscire a trovare il coraggio e la forza per andare avanti. Poi, quando Claire vede tutte le sue sicurezze sgretolarsi e comprende che si trova di fronte ad eventi incontrollabili, i ruoli si ribaltano. Adesso è lei che ha bisogno di appoggiarsi a Justine, ormai divenuta più forte poiché ha accettato un destino ineluttabile. In questo senso i due personaggi sono orchestrati da un moto non differente da quello che regola le orbite della Terra e di Melancholia.
In questo segmento cinematografico Justine rivela finalmente le proprie capacità divinatorie che ne fanno una novella Cassandra, che però tiene per sé le sventure che prevede. Il nipote la chiama “zietta spezza acciaio” fin dal principio. E questo epiteto allude chiaramente a un carattere forte, che però fino a questo momento non si è mai manifestato. Chi scrive avrebbe preferito che la traduzione italiana di “Steelbreaker” fosse stata magari un poco meno letterale e, tenuto conto che Steelbreaker è anche il personaggio di una serie di videogiochi e che quindi è a questi che forse fa riferimento il nipotino di Justine, fosse scelta come traduzione quella che è la caratteristica di questo personaggio cui allude esplicitamente il suo nome: l’indistruttibilità. Certo il senso non cambia, ma vi è una differente eufonia fra “zietta spacca acciaio” e “zietta indistruttibile”.
Justine sa che il pianeta Terra sta andando incontro alla sua fine, sa che sarà distrutto dall’impatto col pianeta Melancholia. Lo sa e lo tiene per sé. Si fa carico di una consapevolezza devastante che le strazia l’anima. In questa nuova dimensione tutti i suoi sbalzi d’umore e i suoi comportamenti durante la festa di nozze assumono senso.
Tutti gli esseri umani hanno la consapevolezza che un giorno moriranno. Infatti, non è la paura di morire che tormenta Justine. È la conoscenza del come e del quando la sua vita avrà fine, unitamente alla consapevolezza che l’intera Vita terrestre sarà cancellata in un solo attimo. Da un lato è straziata dall’attesa di un evento prossimo e inesorabile, dall’altro subisce una maggiore frustrazione dalla coscienza che di lei non resterà nessuna traccia. La cancellazione integrale della Vita terrestre, sopprime anche la memoria e il ricordo. Al cospetto di un Universo indifferente, dopo la collisione col pianeta Melancholia sarà come se la Terra non fosse mai esistita.
Di fronte a questa conoscenza tutto perde senso per Justine. Sono assolutamente giustificate le sue paturnie, quando lo sposo le regala la fotografia dell’appezzamento di terra che le ha comprato e le parla degli alberi di mele che saranno cresciuti da lì a dieci anni e ai rami dei quali potranno appendere l’altalena dei figli che nasceranno dalla loro unione. Nessun progetto ha più senso, né nessun programma. Ci si può finalmente sfogare dicendo al proprio datore di lavoro quello che si pensa di lui, perché non ci sono conseguenze temibili. Si può orinare sul tanto osannato campo da golf di John proprio di fronte alla bandierina che segnala la decantata e finale diciottesima buca, tanto non ne resterà che cenere. Si deve cercare di consumare immediatamente tutto quello che ci dà piacere, poiché presto non resterà più niente né dei nostri desideri, né dei nostri sentimenti, né delle nostre passioni. Ogni azione ha un senso solo se può essere consumata nell’immediatezza.
Di fronte alla consapevolezza dell’annientamento tutti gli individualismi presenti durante il ricevimento nuziale diventano qualcosa di effimero ed evanescente e l’ultima speranza è volata via insieme con quelle mongolfiere che Justine osserva allontanarsi nel cielo e che le rimandano l’immagine dell’immensità del cosmo.
Dopo la perfetta presa di coscienza della propria impotenza, simboleggiata divinamente da un cavallo che non ubbidisce e che si rifiuta di attraversare un ponte, quello che resta a Justine è abbandonarsi e lasciarsi possedere da Melancholia offrendosi nuda, senza difese, al suo arrivo. L’incontro definitivo fra Eros e Thanatos.
È stata la presenza del pianeta Melancholia e la sua rivelazione nei trailer a massacrare questo film al botteghino. Qualcuno ha parlato dell’Apocalisse (o della fine del Mondo) secondo Lars von Trier; altri hanno parlato di un film di genere catastrofico o addirittura della cosiddetta sci-fiction. Niente avrebbe potuto essere più sbagliato sia in un’ottica commerciale sia sul profilo dell’onestà intellettuale. Qui lo spettatore non si trova di fronte a “L’ultima Spiaggia” (“On the Beach”, 1959), a “Terremoto” (“Earthquake”, 1974), a “Il Diavolo alle 4” (“The Devil at 4 o’clock”, 1961), a “Deep Impact”(1998), o ai recenti “2012” (2009) e “Segnali dal Futuro” (“Knowing”, 2009).
Lars von Trier ha sempre attinto dai vari generi cinematografici senza mai restarne intrappolato. Per essere ancora più precisi, si può candidamente affermare che von Trier in ogni sua opera ha destrutturato le regole del genere in cui essa era apparentemente inquadrata. Se questo è vero per tutta la filmografia dell’autore danese, è maggiormente vero per questa sua ultima opera.
Lars von Trier non ha dato al pianeta che minaccia la Terra il nome di Nibiru né quello di Pianeta X, lo ha chiamato Melancholia.
Questo è il momento di domandarsi che cosa sia la malinconia (melancholia in latino). La malinconia, che non deve essere mai confusa con la depressione, è uno stato psicologico passivo ingenerato da un senso di inadeguatezza o di inattitudine e si manifesta attraverso l’incapacità decisionale, la tendenza a subire passivamente gli eventi e a distaccarsi dagli stati emotivi che li concernono, uno stato di tristezza quasi auto compiaciuta che ingenera la capacità di vivere.
Lars von Trier ci mostra fin dal principio l’inadeguatezza di Justine attraverso i movimenti goffi della limousine. La passività ritorna nell’incapacità di Justine di chiamare un taxi o di entrare nella vasca da bagno, nella difficoltà a camminare senza barcollare. L’impotenza è esternata dal cavallo che si siede a terra rifiutandosi di attraversare quel ponte. E ancora durante la festa nuziale si assiste allo scontro fra l’Io di Justine rappresentato dalla sua euforia, dalla sua gioia di vivere che esige l’immediatezza del piacere per ottenere soddisfazione, e fra il suo Super-Io rappresentato in modo conflittuale su molteplici fronti. Abbiamo i genitori da un lato, Claire e John da un altro, Michael, novello sposo semplicione ed inetto, il datore di lavoro e il suo giovane nipote apprendista su un altro fronte ancora, il direttore di cerimonie, il resto dei convitati. L’Io di Justine è svuotato dalla gioia non soltanto dalla consapevolezza della fine imminente, ma da tutte queste pressioni che ne stigmatizzano l’attitudine malinconica. Da un lato ci sono Claire e John che offrono la festa al patto che Justine sia felice. Justine ricerca l’affetto dei propri genitori in poche parole di conforto o nella semplicità di un gesto elementare come fare colazione insieme. Michael rappresenta la felicità e il futuro, ma la consapevolezza di un futuro negato distrugge sistematicamente anche la sua figura rendendo più appetibile un rapporto sessuale senza speranza con un perfetto sconosciuto che non può offrire niente a Justine se non l’immediato ed effimero piacere del momento. Tutte queste figure attaccano e feriscono in modi differenti Justine, proprio come il Super-Io attacca l’Io per punirlo della sua passività.
Prima di impattare la Terra, la malinconia ha invaso una festa privandola del suo elemento principale: la gioia. E la vita senza gioia di vivere si trasforma in tedio, in una lenta ed estenuante attesa della fine.
In altre parole e più semplicemente, un’umanità vittima della malinconia è già preda delle pulsioni di morte freudiane, senza attendere un pianeta che ne cancelli l’esistenza.
Quest’opera è intrisa di un pessimismo acuto di cui von Trier si rende anche testimone compiaciuto, oltre che autore. In alcuni casi questo pessimismo è semplicistico e grossolano. È più facile descrivere un parnaso di personaggi così piccoli e meschini da meritare la fine che li attende, piuttosto che descrivere personaggi che, malgrado loro stessi, cercano di migliorarsi magari fallendo e restando vittime delle loro meschinità.
Il solo personaggio che fa eccezione è quello di Justine. Di quello che fosse il suo carattere prima della consapevolezza dell’evento catastrofico, non ci è dato di sapere quasi nulla, vanificando qualsiasi raffronto concernente un mutamento di personalità. Malgrado ciò Justine fa del suo meglio per rendersi una persona migliore e questo la rende il personaggio più positivo, forse il solo davvero positivo, di tutto il film. Tuttavia, questa scelta non deriva da una consapevolezza narrativa volta a creare un contrasto fra i personaggi ma è, invece, indice dello sconfinato narcisismo di Lars von Trier, perché lui è Justine. E questa Justine von Trier si contrappone al resto dell’umanità invitata al ricevimento, poiché è il solo che sa vedere oltre e che è schiacciato dal peso di questa visione.
In altri casi il pessimismo cosmico di von Trier risulta anche gratuito, come nel caso dell’affermazione apodittica secondo la quale la vita sia un errore che è stato commesso solo sul pianeta Terra e che ben presto sarà cancellato.
Lars von Trier è stato più volte e, a parer di chi scrive, a sproposito tacciato di misoginia da critici forse dimentichi di pellicole come “Le Onde del Destino” (“Breaking the Waves”, 1996).
“Melancholia” è un film al femminile in cui gli uomini sfilano come comparse. Al più sono inutili orpelli, frivoli o vanesi, persi nel proprio orgoglio individuale, piatti e insignificanti, utilizzabili al massimo alla stregua di un cavallo da monta. Chissà che qualcuno, dopo essersi lanciato nell’ennesimo inutile sproloquio sulle esternazioni rilasciate da von Trier durante la conferenza stampa a Cannes, questa volta non lo accusi di femminismo, non diciamo di misantropia, poiché la sfiducia che il regista danese nutre nei confronti dell’essere umano è palese e manifesta.
La chiave femminile non si limita alle due protagoniste del film, ma si estende alla Natura, alla Terra, a Melancholia, alla Vita e alla Morte. È quasi saffico il rapporto fra Justine e la luce emanata dal pianeta.
Inoltre, Justine è come abbiamo detto alterego di von Trier e ne trasmette il pensiero, le difficoltà psicologiche e sociali.
“La Terra è cattiva”, dice Lars von Trier con la bocca di Justine. “Nessuno ne sentirà la mancanza!”.
Questa frase nefasta, esternazione del pensiero dell’autore, sembrerebbe alludere a una punizione nei confronti di questo Male rappresentato dalla Vita sulla Terra. In una posizione assolutamente atea e nichilista come quella di Lars von Trier, in cui tutto è affidato al caso (inteso anche come caos) e alla sua indifferenza, questa affermazione risulta stridente poiché imputerebbe alla Terra una colpa che ne giustifichi l’olocausto. Implicitamente presupporrebbe quindi l’esistenza di quel motore immobile di cui parlavamo sopra e di un senso a tutto. Comunque, questo scivolone/esternazione del pensiero dell’autore non incide più di tanto sulla distaccata e, appunto, nichilista visione delle sorti del genere umano.
Quello che risulta più struggente è la dolcezza del moto planetario definito nel film come “una danza di morte”. Ed è proprio questa elegante dolcezza la cosa più atroce del tutto. È l’indifferenza della natura nei confronti della vita. È solo un’intersezione di pianeti. Niente di più.
Melancholia non è mai presentato come una minaccia, né come un nemico. La sua è quasi una presenza rassicurante e di innegabile bellezza. È l’avvicinarsi di un appuntamento cui tutti sappiamo di doverci presentare. Come accennato non è per la paura della fine, ma per la consapevolezza della caducità e per l’attesa del momento finale noto che tutto perde senso, divenendo effimero.
Il prologo di “Melancholia” è senza dubbio il momento più alto di tutto il film ed esso già da solo ne giustifica la visione. Sono otto minuti di arte e poesia, capaci di raggiungere i massimi livelli del lirismo visivo. È qui che la regia di Lars von Trier dà il suo meglio. La fotografia si sposa perfettamente con una suggestione visiva che trae spunto immediato dalla pittura. Abbiamo il riferimento esplicito al quadro di Pieter Brueghel “Il ritorno dei Cacciatori” che prende fuoco trasformandosi in cenere. Assistiamo a Justine che come Ofelia è trascinata dalle acque del fiume in mezzo alle ninfee, mentre indossa l’abito da sposa e stringe il proprio bouquet. Il riferimento artistico è il quadro Ophelia di John Everett Millais, che è anche visibile nella biblioteca della casa di Claire, quando Justine sostituisce tutti i libri d’arte esposti sugli scaffali, rendendo l’ambiente simile a quello della propria visione della fine.
E ancora vediamo Justine intrappolata nei fili di lana che l’avvinghiano come tentacoli ostacolandone i movimenti.
Ci sono uccelli che cadono dal cielo già morti con la stessa leggerezza delle foglie d’autunno.
Assistiamo alla fuga disperata di Claire che avanza col figlio fra le braccia mentre i suoi piedi affondano nel green perfetto del loro campo da golf in prossimità dell’inesistente diciannovesima buca.
Una meridiana al centro del parco proietta una duplice ombra (l’alfa e l’omega?) prodotta dalle due differenti sorgenti di luce: il Sole e Melancholia.
Un cavallo si arrende posandosi al suolo.
E poi l’immagine eloquente in cui Justine e Claire avanzano nel parco della tenuta di John con il piccolo Leo in mezzo a loro. Nel cielo in corrispondenza delle loro teste ci sono tre corpi astrali. Melancholia è su Justine, la Luna è su Leo e il sole è su Claire. Questa immagine è la sintesi di tutto il film.
Un prologo intenso, dolcissimo e di una bellezza struggente.
E non ci si deve far fuorviare dalla presunta onestà narrativa di Lars von Trier poiché, malgrado il prologo termini con la scomparsa della Terra alla collisione con un pianeta diecine di volte più grande, il sapore onirico non assicura la certezza del tragico finale e quella stessa speranza cui si appiglia Claire durante il corso del film, attanaglia anche lo spettatore che fino all’ultimo istante auspica di scampare a un destino ormai inesorabile.
Durante tutto il resto del film Lars von Trier ricorre costantemente all’uso della steadycam offrendo al pubblico inquadrature dalla fotografia assai accurata, ma mai fisse. La macchina da presa è sempre in movimento, come se l’operatore avesse eliminato il sistema di ammortizzazione della steadycam col risultato che in più occasioni, specie durante il primo segmento cinematografico, le inquadrature sono traballanti o, forse, sarebbe più appropriato dire barcollanti come la protagonista del film e come il suo stesso regista. La scelta non guasta, ma a volte il movimento è così artificioso da risultare sgradevole.
Resta comunque una regia di grandissimo livello artistico.
Le sue scelte artistiche risentono evidentemente dell’influsso del maestro Andrej Tarkovskij, cui Lars von Trier aveva già dedicato il suo “Antichrist”, e in particolare delle ultime opere della filmografia del regista russo che sono “Nostalghia”(1983) e soprattutto “Sacrificio”(1986).
A nobilitare maggiormente l’opera c’è l’eccellente lavoro svolto dagli interpreti.
Kirsten Dunst è protagonista assoluta e la sua interpretazione malinconica è perfetta, misurata e mai sopra le righe. La vittoria della Palma d’oro a Cannes come miglior attrice protagonista non avrebbe potuto essere più meritata e chissà che magari non arrivi anche a concorrere al premio Oscar.
Tutti gli altri interpreti sono favolosi e, malgrado interpretino personaggi assolutamente fuori dalle righe, la loro recitazione si dimostra perfettamente misurata e adeguata al ruolo. Inutile nominare l’intero parnaso di grandi attori, tuttavia non si può non menzionare la bravissima Charlotte Gainsbourg ed un redivivo Kiefer Sutherland che finalmente si è liberato dai personaggi che ultimamente gli sono stati troppo cuciti addosso.
“Melancholia”, malgrado sia ben lungi dall’essere il capolavoro cui tanti hanno osannato, è un film splendido specie per la propria dimensione artistica, ma anche per il suo contenuto allegorico. È un’opera raffinata di un regista particolare che è avvezzo trasmettere il proprio malessere nell’esercizio della propria arte. È un film visivamente suggestivo, intimamente artistico e impregnato di una bellezza malinconica e di una dolcezza struggente, malgrado la sua inesorabile spietatezza.
È comunque bello abbandonarsi, lasciandosi prendere per mano e facendosi condurre in questa disperata dimensione, proprio come fa Justine con il piccolo Leo dicendogli:
“Prendi la mia mano. Chiudi gli occhi”
Di Carlo Baldacci Carli , da filmscoop.it

Se alla fine di una giornata non esattamente da ricordare vi imbattete in Melancholia non è certamente un caso. Justine siete voi, creature inadatte, nervi scoperti che assorbono ogni impercettibile variazione e ne portano memoria, svelano ogni pantomima, avvertono la malinconia ancora prima che sia nell’aria, sanno il loro destino di esseri smarriti. E a voi, che avete alzato una quinta di troppo, non resta nemmeno la consolazione della bellezza. Votate alla morte perchè troppo vere per la vita. Un lussuoso abito da sposa è imbrattato da fili di lana che si attorcigliano alle caviglie e obbligano all’abisso. Justine (Kirsten Dunst) ha un marito splendido che la attende in una villa fiabesca, e sorride, ma ha un velo desolato sugli occhi. Lei già vede la fine: della festa, delle luci, dell’amore. Perchè lei sa. E il suo sapere la paralizza, la costringe al sonno e a bagni caldi nel tentativo di un ventre amniotico in cui spegnersi. La sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) invece è donna volitiva, madre e moglie assuefatta alla recita, si prende cura di Justine quando lei si lascia scorrere, si fa carico della sua insostenibile gravezza. Ma Claire è terrorizzata da Melancholia, un pianeta che a breve transiterà molto vicino alla terra. Di fronte alla possibilità della catastrofe i ruoli si invertono, le quinte cedono, come sorrisi di cartapesta. Melancholia è vicino. E Justine sa che distruggerà la terra perchè la vita sulla terra è malvagia. E’ lei la sola a non avere paura.
I vincenti, gli efficienti, sono i primi a non farcela, vinti da qualcosa che non possono misurare in calcoli, denaro e ammirazione. E quando persino i cavalli sfaranno silenzio sarà segno che nulla resta se non l’accettazione. Non sarà facile per Claire, votata alla soluzione, all’azione. Fuggirà pur sapendo che non esiste luogo in cui trovare riparo, e nel suo accasciarsi, muta meto, con il figlioletto al petto, ci sarà il senso di una sconfitta totale. Justine invece attende una sentenza già pronunciata e giusta, lascia che il suo corpo assorba l’influsso di un pianeta forse più meritevole d’esistere. E allora non resterà che costruire una capanna magica che renda la fine calma e dignitosa. La donna instabile smetterà di barcollare e sosterrà sorella e nipotino. Melancholia è la conferma di ciò che anche voi sapete. Un’opera potente, a partire da un preludio onirico e visionario degno di un museo di surrealisti e preraffaeliti sulle note immense di Wagner. Se sarete incapaci di alzarvi dalla poltrona sarà perchè avrete colto che non c’è nulla di irreale. E mancherà l’ossigeno. Le polemiche autoriali sono futili quanto sapere l’esatto numero di fagioli in una bottiglia. E’ un film che deve essere visto. Se poi in sala con voi c’è Filippo Timi, quella giornata funesta muterà volto. Dovrete fare i conti col fatto che saremo spazzati via come ciglia nel vento, ma, spendere gli ultimi minuti ascoltando i commenti di Filippo a fine visione, è comunque un buon modo di andarsene.
Di DANIELA FREGONI , da cinema-tv.corriere.it

Melancholia, di Lars von Trier. Un bel film sulla fine del mondo (come recita uno degli slogan che lo accompagnano), in un prologo e due atti. Un atto per ognuna delle protagoniste (Kristen Dunst eCharlotte Gainsbourg), sorelle che attendono, con sentimenti radicalmente opposti, lo scontro del pianeta Melancholia con la Terra. Una delle due proverà a sposarsi, a credere in una vita ordinata e migliore, mentre l’altra cercherà di conservare la sua idea di vita ordinata e migliore e di non farla scivolare nell’incubo della paura e della rassegnazione.
Sappiamo come sono lavorati (e come lavorano sullo spettatore) i film di von Trier: potenti e pungenti, non lasciano all’animo di chi guarda molto spazio per respirare, ma anzi, se provano ad aprire (e aprirci) verso qualcosa, questo altro non è che la claustrofobia e l’oppressione. Possiamo dire che Melancholia, sia severo, spietato con il cuore dello spettatore, ma è anche limpido e chiaro in questa sua impostazione: non si può non sapere come sia, non si può ignorare a cosa si vada incontro se si intrattiene una qualsivoglia relazione con lui. O, almeno, sarebbe meglio essere preparati. Melancholia è anche un’opera rigorosa, che presenta delle scelte cinematografiche perpetrate dall’inizio alla fine, quale che sia il costo per lo spettatore e di questo, nella maniera in cui può esserlo un film, se ne compiace: quindi, apparendo orgoglioso di sé, non dimostra un fare scontroso, difficile, ma si lascia avvicinare da chiunque – salvo poi propinare a chiunque, senza eccezioni, gli stessi effetti della sua compagnia.
Insomma, Melancholia è, con grande sforzo di semplificazione, più o meno, un film alla mano e travolgente, affabile e distruttivo. Ovvio che la questione sia ben più complessa, ma sulle prime potremmo descriverlo così e indirizzarvi correttamente nel formulare le vostre prime (e uniche, poi vedremo perché) impressioni il giorno che farete la felice scelta di conoscerlo.
Affabile e distruttivo. A leggerla così, questa sommaria descrizione, potrebbe essere, anche attribuita a un qualsiasi film di Michael Bay o (sperando che apprezziate la nostra ora meno sottile ironia) di Uwe Boll. Siamo sicuri che Lars von Trier, che pure ha parlato in toni (apparentemente) schizoidi del suo film – ora bene, ora male – non apprezzerebbe molto i nostri accostamenti: e avrebbe ragione. Melancholia è un film come pochi altri sotto ogni punto di vista.
L’opera ha una struttura narrativa placida e chiara – come d’abitudine nei film del regista danese – e, se ci concedete un piccolo spazio per inserire un nostro personalissimo giudizio (ma provate a giudicare diversamente da come abbiamo fatto noi), ha un prologo che da solo vale, come soddisfazione degli occhi e della mente, quasi tutta la visione. Von Trier gioca a carte scoperte fin dall’inizio e lo fa su tutti i livelli: non nasconde nulla né delle scelte di regia, né riguardo a quelle di fotografia o di sceneggiatura. Questo non è, infatti, un film con qualcosa di inaspettato o sull’inaspettato, ma, piuttosto, un film sul noto e sull’inesorabile. Tutti sanno all’interno di Melancholia – e quando sembra che non sappiano, poco dopo viene suggerita l’ipotesi che semplicemente fingano di non sapere.
Tutto è evidente, tutto è chiaro, tutto è alla luce del sole (e del pianeta Melancholia) e, così come è palese che von Trier abbia attinto a piene mani dal romanticismo tedesco (per sua stessa ammissione, comunque), è altrettanto manifesto che sia riuscito a fare qualcosa di diverso, di attuale, di emancipato dalla sua matrice, senza rinnegarla.
Qualcuno, a prescindere dalle brevi note di regia che poi formuleremo, potrebbe dire che un film di oltre due ore, con relativamente poca polpa narrativa possa essere poco interessante, soprattutto se quel poco che c’è viene esaurito in poco tempo e dunque abbandonato alla lunga attesa che tutto l’annunciato si compia. A ben pensare, l’attesa di qualcosa di noto è un’espressione di suspance che, al cinema, è largamente sfruttata, seppur raramente così tanto a lungo. Quando un gruppo di ventenni entra in una casa nel buio bosco durante un temporale sappiamo più o meno tutti come andrà a finire e, forse proprio per questo, non tarderemo molto per vedere le nostre aspettative – in linea di massima – soddisfatte. L’attesa di quel qualcosa di noto, in effetti, appartiene più, però, al campo delle nostre aspettative, soprattutto nei film di genere, ampiamente codificati, che molto si servono di suddette aspettative. Quello che definiamo come già noto (per esempio, l’assassino che stermina i giovani di cui sopra, tranne uno) non è un’aspettativa che ci conferma in maniera esplicita il film, ma una che coltiviamo noi: e siamo certamente aiutati da ciò che appare sullo schermo, ma non completamente indirizzati – rimane comunque una nostra scelta quella di immaginare in toto cosa accadrà. Ed ecco un’altra notazione interessante su Melancholia (una delle moltissime, quasi infinite): è, probabilmente (e molto alla lontana, sia chiaro), qualcosa di simile a un film di genere (con tutta la polemica critica che ne consegue) – ma non permette allo spettatore di costruire l’esperienza filmica tramite aspettative, perché è l’opera stessa a aprirsi dinanzi a chi la guarda, quasi in maniera didascalica. E non permette a nessuno di non guardarla. È il film stesso che guida le danze, nel buio della sala, ma senza muoversi o senza farsi desiderare, solo mostrando ciò che è. Stesso comportamento che, d’altronde, contraddistingue la splendida Kristen Dunst: infatti, sia lei che l’opera Melancholia sono nude, distese, in attesa che quel qualcosa che tutti sappiamo certo si verifichi – guidano la danza perché hanno la consapevolezza che le cose devono andare in una tale maniera e che non esiste verso di sfuggire a questo meccanismo. La fatalità, dopotutto, è un tema narrativo che a volte ritorna nei film di von Trier, ma questa volta il regista danese ha deciso di renderla non solo con una sfumatura della narrazione, ma bensì, in qualche modo, con l’intera narrazione stessa.
Per servirci questa danza inesorabile e finale, egli si affida ai suoi nervosi movimenti di macchina a mano e a una messa a fuoco imprecisa e a tratti anche un po’faticosa, al punto di richiedere un ulteriore piccolo sforzo allo spettatore, che si ritrova sempre più così catturato dall’atmosfera (è proprio il caso di dirlo) di Melancholia. Nel prologo, invece, lo stile di regia è completamente differente e non intendiamo dire nulla a riguardo, se non di sforzarsi di comprenderlo alla luce (anche) dei riferimenti alla pittura romantica e ai primi minuti di Antichrist (2009), opera che, se analizzata con Melancholia, suggerisce una precisa direzione estetica percorsa da von Trier, il quale, dopo il sottovalutato Il grande capo (2006), dove rinunciava a quanto più controllo possibile sulle inquadrature, ora le costruisce, al contrario, con la massima cura e perizia, anche laddove possono sembrare più casuali.
In questo 2011 cinematografico, fatto di fasi alterne dal punto di vista della qualità, ora calanti, ora ascendenti, consigliamo, per rifarsi occhi e palato, di vedere Melancholia. Un consiglio alquanto banale, in effetti, ma allora cambiamogli tono: Melancholia sta venendo verso di voi. Se sarete capaci di accoglierlo a braccia aperte, cosa che vi consigliamo di fare, sarà un’esperienza fantastica; ma se sarete prevenuti, se vorrete fare altro dall’essere felici e orgogliosi di vederlo, lui verrà verso di voi lo stesso. E in un modo o nell’altro, cambierà il vostro modo di vedere e giudicare i film per tanto tempo.
Di Gianni Barchiesi, da persinsala.it

Al regista danese non basta un asteroide per portare la fine della vita sulla Terra, nel film scomoda un intero pianeta proveniente dal sistema stellare di Antares, Melanchonia.
Questo non è un’anticipazione, per dirla all’inglese spoiler, perché il buon Lars inizia i suoi 130 minuti di film proprio con la fine di esso, annunciando il disastro che incombe come una spada di Damocle sulle vite dei protagonisti.
Non ci si aspetta dunque nessun happy ending nella storia travagliata e, usando un gioco di parole, melanconica, delle due sorelle protagoniste Justine (Kirsten Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg).
Justine, una meravigliosa Kirsten Dunst che ha meritato di gran lunga il premio come Miglior Attrice al Festival di Cannes, appare inizialmente come una sposa felice e serena (di Micheal aka Alexander Skasgard) salvo poi mostrare il suo lato fragile, discostante con la vita, e la sua personalità turbata e apatica lungo il corso della prima parte del film, quella dedicata alla sua storia che si lega a doppio filo a quella della sorella, Claire, diametralmente opposta a Justine. La conclusione è comune, e proprio quella certezza della fine di ogni cosa terrena le unisce e le lega.
Attraverso gli occhi di Justine, Lars Von Trier racconta il suo personalissimo punto di vista sulla vita nell’Universo e oltre la morte, entrambe assenti per lui, arrogandosi il diritto di coscienza totale e presa visione sul mondo. Justine confessa alla sorella di “sapere le cose”, ma, ovviamente, non è dato sapere il modo in cui ne è venuta a conoscenza.
“Melancholia” è un film denso, cupo, affascinante, che incanta lo spettatore per le riprese in altissima definizione del cosmo e le introspettive inquadrature oniriche sulle vite delle protagoniste. Una modalità di ripresa molto simile a quella utilizzata in “The Tree of Life”, che celebra l’enigma e il mistero, e ci fa riflettere sugli interrogativi più importanti della vita, che Von Trier affronta con disillusione e con un pessimismo cosmico in stile Leopardiano.
Di Eva Carducci, da ecodelcinema.com

Melancholia è un pianeta che minacciosamente si avvicina alla terra (cinque giorni al possibile impatto), ma è anche uno stato d’animo che ci accompagna nelle due ore e più di questa ultima produzione targata Lars Von Trier. Il regista danese ha deciso di mostrarci la sua personale visione sulla fine del mondo e lo fa attraverso gli occhi di due sorelle, Justine e Claire, decisamente agli antipodi.   Il film inizia con un  prologo (come in “Antichrist”) da fine del mondo: uccelli che cadono in una macabra pioggia della morte, una madre che disperata e con il figlio in braccio tenta disperatamente di sfuggire al terreno (di un campo da golf) che inesorabile li sta inghiottendo, cavalli che si accasciano e pianeti in rotta di collisione. Quasi alla Malick, Von Trier parte in quarta con una irresistibile sequenza tra sogno e realtà, tra distruzione e pace, il tutto condito dalle note del Tristano e Isotta di Wagner. In seguito al prologo/epilogo, “Melancholia” si divide in due parti. Un capitolo a testa per le due straordinarie interpreti della pellicola: Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg. Nella prima parte la protagonista è Justine (Dunst) nel giorno del suo matrimonio con Michael ( Alexander Skarsgård). La coppia sembra apparentemente felice ma quelli di Justine sono solo sorrisi di circostanza di una ragazza che nasconde una depressione interiore all’ultimo stadio. Alla cerimonia, organizzata in modo sfarzoso dalla sorella di lei, Claire e dal Marito John (un Kiefer Sutherland come non l’avevamo mai visto), Justine mostra i primi squilibri (scomparirà per immergersi – vestita – in una vasca da bagno) mentre noi facciamo conoscenza dei genitori: un padre alienato che si diverte a dileggiare i camerieri e una madre odiosa e insensibile (interpretata da Charlotte Rampling). Nonostante gli sforzi di Claire – ed economici  di John –  il ricevimento si trasforma in una paradossale sfilata di personaggi al limite come Jack, il capo di Justine, ossessionato dal lavoro (vuole che la ragazza tiri fuori uno slogan per l’ultima pubblicità) e Tim collega della sposa con cui quest’ultima finirà a letto. Nella seconda parte del film la protagonista è Claire che si divide tra le cure alla sorella malata e le ricerche su internet riguardo alla storia del pianeta Melancholia che potrebbe coinvolgere la terra in una “danza della morte” entrando in collisione con essa e mettendo fine al genere umano. L’imminente catastrofe sembra rincuorareJustine che aspetta l’evento con tranquillità cercando di convincere la sorella di come il pianeta Terra si meriti tutto questo. “Melancholia” è stato presentato durante lo scorso Festival di Cannes. L’ultima opera di Von Trier è stata “macchiata” dalle deliranti esternazioni del regista danese che durante la conferenza stampa si scagliò violentemente contro lo stato d’Israele, sostenendo di provare una certa simpatia per Hitler. Nonostante l’allontanamento  forzato dal Festival subito da Lars, Kirsten Dunst si è aggiudicata il premio come migliore attrice protagonista e non possiamo che essere d’accordo. L’attrice originaria del New Jersey sfodera una interpretazione convincente riuscendo a portare il suo personaggio agli opposti in tempi brevissimi destreggiandosi tra amore, passione, delusione e rabbia. Agghiacciante nel prologo iniziale dove ricorda la Ofelia Shakesperiana, cinica e rassegnata nei dialoghi con la sorella, una Charlotte Gainsbourg organizzata ma terribilmente terrorizzata da eventi che non può tenere sotto controllo. Interessante il dualismo tra le due sorelle, mai sullo stesso piano. Alla sicurezza di una è strettamente collegata la debolezza dell’altra in una alternanza  che si definirà con chiarezza solo alla fine del film. Una delle sorprese più piacevoli viene da Kiefer Sutherland e fa un certo effetto non vederlo nei panni di Jack Bauer. Sutherland veste i panni di uno “scienziato”, ricco che nella prima parte del film si diverte a rinfacciare i soldi spesi per il wedding planer, mentre nel secondo capitolo si mostra entusiasta del passaggio del pianeta così vicino alla terra (non vuole credere a una possibile collisione). Nel complesso Kiefer non se la cava male dando ragione a Von Trier che lo ha scelto per un ruolo decisamente delicato, di difficile interpretazione. Nonostante le polemiche, Lars Von Trier si dimostra ancora una volta come uno dei cineasti più innovativi e brillanti dell’ultimo secolo, e ci regala una pellicola costantemente in bilico che sembra poter esplodere improvvisamente, molto visiva e con dialoghi mai banali.  Il regista danese si è giocato la carta dell’apocalisse senza immagini catastrofiche o accelerate e senza particolar effetti speciali. Il ritmo basso del film è sicuramente voluto, e lascia un perenne senso di angoscia, permettendoci di scavare più a fondo nei personaggi, aspettando con loro la fine. Uno stato di empatia quasi necessario visto che, come ci ricorda Justine, siamo “solo noi” nell’universo.  
Da cinezapping.com

“Può darsi che non ci sia nessuna verità per cui provare un ardente desiderio ma che il desiderio di per sé stesso è già vero”.
Queste le parole che il regista danese Lars Von Trier vuole comunicarci e forse l’unica nota ottimistica che possiamo estrapolare da questa pellicola così coinvolgente. Una riflessione sulle relazioni umane, sull’amore in particolare, davvero fin troppo realistica, cinica per certi versi.
Lo  scenario è quello di un ricevimento nuziale dai toni angoscianti.
Non è soltanto l’arrivo di quel misterioso pianeta, la collisione imminente, ma l’emergere del conflittuale rapporto tra due sorelle: Justine e Claire, interpretate da Kirsten Dunst e Charlotte Gainsbourg. Via via che la pellicola si srotola, viene a crearsi un drammatico piccolo regno psicologico in cui, tra l’attesa e le riflessioni, emerge la perdita di quell’autocontrollo emotivo che sfugge e turba ogni candido sogno.
C’è il desiderio di una donna che si ostina a credere nell’infinito amore…un sentimento acerbo che prova a farsi strada nonostante tutto e tutti,  proprio come la voglia di non rassegnarsi, di non morire…al di là di ogni logica.
Una grande esperienza cinematografica assolutamente da vivere anche sul piano della fotografia, di altissimo livello. Primeggiano la cura e l’eleganza delle immagini, evocative si, ma senza pathos.  Un effetto mozzafiato ci pervade mentre osserviamo certe scene, così ben modellate che ci illudono gettandoci quasi in un paesaggio fiabesco, oppure ci turbano per le ambientazioni dark. Qua e là si fanno vivi gli spruzzi cinematografici di una nervosissima camera a mano e primissimi piani sgranati, testimoni di scene fortemente sincere. 
Piccola curiosità: il grande scalpore del nudo di Kirsten Dunst (Palma d’oro come migliore attrice), così particolare da scatenare controverse opinioni, tanto da rischiare di compromettere la fruibilità dell’opera al grande pubblico, un vero peccato che un film così ben articolato fosse rimasto tra le mani di pochi eletti.
Un film complesso, difficile e psicologico, certo, come ogni grande opera d’arte degna di nota.  Frutto della  mente di un uomo, Von Trier, che al di là del nichilismo esistenziale è portatore e dispensatore di una grande genialità. Forse è proprio per questo che alcuni passaggi risultano accessibili a  pochi, così da apparire noiosi o irritanti alle menti ottuse e superficiali…ma per chi ha la sensibilità di cogliere queste piccole sfumature, lo spettacolo è  garantito.
Da cervelliamo.blogspot.com

La vita è una parata di gesti e riti inutili, ciascuno in sé senza il minimo valore. La vita “borghese” ancorata al benessere, alla carriera e almascheramento della polvere degli egoismi e dei tradimenti sotto il tappeto dell’ipocrisia, bè, è una vera schifezza. Le colpe e le ferite dei genitori siincancreniscono nei figli. L’umanità – ma questo lo sapevamo già da Lars Von Trier e dal suo pur eccellente “Dogville” – fa decisamente pena, è crudele, non merita redenzione. E se mai (ecco quello che sembra voler essere il colpo di scena del regista danese nel suo ultimo film “Melancholia” cioè: “Depressione”, in uscita nelle sale italiane il 21 ottobre) un colossale corpo celeste, un pianeta verde e minaccioso, si dirigesse verso la Terra per schiantarvisi sopra con sovrana indifferenza, noi non si dovrebbe fare una piega. Seguendo l’esempio della prima protagonista della storia, unaKirsten Dunst mai così bella e tragicamente shakespeariana: è lei, nel ruolo della novella sposa Justine, giunta in una regale residenza per il banchetto nuziale, a sostenere, poco prima del Disastro, che lo si dovrebbe attendere tutti riuniti “in un cesso”. Quando la sorella Claire (Charlotte Gainsbourg) invece, disperata, vorrebbe affrontare il trapasso nel conforto dei cari, ascoltando musica e facendosi forza illudendosi di poter controllare il destino proprio come aveva stilato impeccabilmente i momenti salienti della serata di nozze di Justine.
Von Trier, nemmeno da dire, è più vicino al personaggio della Dunst. Melanconico prima, caustico poi, indifferente (ma chissà se lo sarebbe davvero) nel Momento della Verità. Non solo: rispetto alla metafora biblico-cristiana di “Dogville”, Von Trier chiude definitivamente i conti con qualsiasi pensiero sulla trascendenza. Si va verso il Nulla, punto e basta. Perché il geniale, talvolta imbarazzante (vedasi le sparate “nazistoidi” a Cannes), sicuramente provocatorio ma altrettanto sicuramente “adolescenziale” regista danese è sempre così. Per l’appunto, veemente e adolescenziale: tutto “o bianco o nero”. E siccome il suo pessimismo ammorbante è cosmico a livelli da Guinness dei Primati, eccolo mettere in scena un conto alla rovescia claustrofobico verso lo schianto interplanetario. Il Pianeta Melancholia sta per cadere sulla Terra, e “non c’è posto dove potersi nascondere”. Si agitano i cavalli nel maneggio dei ricchi, si muovono febbrilmente gli insetti nei prati del sontuoso possedimento dove vivono i protagonisti, impazziscono gli uomini, ma nulla cambierà. Fuori dal racconto – di un peso psicologico (come di tradizione Von Trier) quasi insostenibile – c’èl’impatto visivo, sontuoso e potente, nel tessere il quale il regista danese è indubbiamente un maestro. Gli effetti visivi computerizzati, poi, oggi sono una vera manna per chi, visionario come Von Trier, sa usarli in modo coerente. Dai “quadri liquidi” dell’incipit musical-sinfonico alle immagini che seguono, “Melancholia” è veramente notevole. Le prove degli attori (oltre a Dunst e Gainsbourg, impeccabili anche Kiefer Sutherland, Stellan Skarsgaard e Charlotte Rampling) sono un valore aggiunto a un film che però, sembra quasi una resa del suo autore. A cosa? Bè, ai propri tic apocalittici. Giunti, per così dire, al capolinea. Cosa ci può essere peggio dello schianto di Melancholia sulla Terra? Il manierismo.
Di Ferruccio Gattuso, da it.cinema.yahoo.com

La fine del mondo è vicina, o almeno, è presumibilmente vicina, un pianeta, Melancholia appunto, ci minaccia con la sua affascinante posizione, talmente vicina al globo terrestre da sfiorarci, anzi, da colpirci. La storia dell’ultimo film di Lars Von Trier è chiara da subito, ci illumina letteralmente con chiare visioni degli ultimi istanti di vita dei protagonisti, definendone carattere, modo di reagire e di affrontare la fine e contemporaneamente la vita stessa. Si parte dalla catastrofe, per poi staccare e tornare indietro a delineare delicatamente gli ultimi giorni di vita sulla terra attraverso queste due figure di donne: Justine e Claire, due sorelle così diverse e controverse, con la loro vita e le loro storie. Justine è la bella e bravissima Kirsten Dunst, (che merita a pieno titolo la Palma d’oro di Cannes), una ragazza malata di depressione che prova con tutte le sue forze ad essere “normale” e per riuscirci si lancia in un matrimonio sfarzoso ed elegante sperando che questo aiuti a farlo funzionare, ma dal profondo della sua malattia emerge una spiazzante lucidità che le fa dire “cos’altro ti aspettavi?”. E’ malata Justine, ed è speciale, e come tutte le persone di questo tipo, lei sente le cose, entra in contatto più degli altri con le sensazioni, le emozioni e i dolori del mondo, in cui vede tutte le sue malattie e corruzioni. Al fianco di Justine troviamo Claire, interpretata da Charlotte Gainsbourg, che è una donna con una situazione famigliare stabile, un marito ricco, un figlio, una bella tenuta dove rifugiarsi, l’amore per la sorella e la voglia di spronarla a vivere. Ma Claire è frustrata, è impaurita, è vittima inconsapevole di un marito codardo, è la fragilità di una madre che ha paura per suo figlio, eppure Claire è colei che tiene uniti i pedoni di questo strano  gioco. Amalgama la quotidianità con una fittizia normalità, fino a quando non si rende conto che deve arrendersi e lasciare che le cose prendano il sopravvento. 
Il controverso autore di Antichrist, ci racconta la sua personale visione dell’angoscia, della scansione del tempo, in una pellicola dura, profonda eppure a tratti ironica, che concentra questi sentimenti verso un pianeta terribilmente distruttivo eppure profondamente affascinante. Un po’ come la natura umana, e i suoi più famosi protagonisti.
Di Sonia Serafini  , da voto10.it

Lars von Trier torna come sempre a far parlare di sé, ma soprattutto a stupire enormemente, non solo con la provocatorietà delle sue idee e delle sue affermazioni, ma principalmente per la forza comunicativa, riflessiva e visiva del suo cinema. Molti sono i punti di contatto di “Melancholia” col precedente “Antichrist”, forse più ostico e complesso, a cominciare dalla straordinarietà dell’incipit e dell’epilogo, passando per il tema della depressione, non tralasciando il binomio uomo-natura che qui diventa uomo-universo, fino ad arrivare allo stile registico ed estetico.
Fondendo alla perfezione l’utilizzo della camera a mano con il ricorso al ralenti e alla ricostruzione artistica delle inquadrature, alternando un forte realismo ad una grande visionarietà, von Trier racconta della condizione umorale e psicologica della protagonista, da lui stesso condivisa e per questo profondamente conosciuta, dandole il nome del pianeta che incombe minaccioso sulla Terra e su tutti i suoi abitanti.
Non si tratta ovviamente di un tipico disaster-movie, dal momento che l’attenzione del regista è puntata sullo smascheramento di determinati borghesismi e convenzionalismi, a cui fa da contraltare, appunto, l’atteggiamento della giovane sposa triste e melanconica, costretta a sorridere a comando e a perpetuare quei riti e quei gesti richiesti dalla morale e dall’atteggiamento comune. Ad essere raccontata è soprattutto l’incomprensione di questo personaggio da parte del resto dell’umanità, come dimostrano le varie pedine che le si affiancano nel corso del film. Il padre fin troppo infantile e assente, la madre cinica e insensibile, il cognato venale e aristocratico, la sorella, infine, metodica e schematica (più volte sarà proprio lei a dire di odiare sua sorella per i suoi “sbalzi d’umore”).
Justine, invece, preferisce lavare con l’acqua tutti i rituali di una società che la disturba con un bagno nel mezzo della cerimonia che assume una forte potenza metaforica. Del resto soltanto agli occhi di un bambino, il nipotino, innocente e non ancora inglobato nel meccanismo, Justine può sembrare una persona “indistruttibile”, da cui il soprannome a lei riservato. Infatti, nonostante l’instabilità emotiva, si ritrova ad essere la forza trainante per la sorella, nel momento del più cupo sconforto, all’approssimarsi del pianeta.
La pellicola, infatti, è suddivisa in due funzionalissimi capitoli (altro punto di contatto con “Antichrist”), il primo dedicato proprio a Justine (interpretata magnificamente da Kirsten Dunst che ha meritatamente vinto il premio come miglior attrice all’ultimo Festival di Cannes), la sorella depressa e insofferente nei confronti del mondo; il secondo incentrato su Claire (impersonata dalla bravissima Charlotte Gainsbourg, che nel film precedente aveva il ruolo di protagonista assoluta), la sorella che di fronte al pericolo imminente comincia a farsi trascinare dallo sconforto e dal terrore.
Due donne in qualche modo complementari che stemperano leggermente la latente misoginia presente nel più volte citato “Antichrist”, anche perché affiancate da uomini inconsistenti (il marito), quando non estremamente materiali (si pensi non solo al cognato interpretato da Kiefer Sutherland, ma anche al capo), o addirittura vanagloriosi (il wedding planner totalmente disperato per il suo perfetto matrimonio mandato a rotoli da una sposa lunatica).
Con un cast di attori da capogiro, comprendente anche i grandi Udo Kier, Charlotte Rampling, Stellan Skarsgard e figlio Alexander (star del telefilm “True Blood”), e con un comparto musicale basato sulle splendide note di Wagner, von Trier ci regala un mondo di considerazioni intense e mai banali, comunicandole con uno stile unico e inconfondibile, reso ancora più suggestivo e stimolante da alcune straordinarie immagini che ricordano dei dipinti (come l’Ophelia di John Everett Millais), e da un finale visivamente coinvolgente ed emotivamente deflagrante.
Da ale55andra.splinder.com

Se la melanconia cosmica di Tarkovskij si addensava nell’intoccabile pianeta Solaris coagulando e incarnandosi nei rimpianti e nel dolore dei personaggi, facendosi così tangibilmente umana, carne e sangue, quella di Von Trier assume la forma del pianeta Melancholia che avvicinandosi alla Terra minaccia di disgregare ogni essere umano, ogni possibile felicità e speranza. Dalle malate incarnazioni di Tarkovskij all’annunciata scarnificazione di una malata umanità in Von Trier, si passa attraverso la medesima ipnotica atmosfera, che nel crescendo di una tanto irreale quanto concreta angoscia, cattura i personaggi – e gli spettatori – conducendoli verso il finale annichilimento della Terra rivelato già dall’ultima immagine del prologo. Il sentiero verso la fine è già intrapreso; il cammino è tutto ciò che resta.
Come già “Antichrist” anche questa pellicola gemella si apre infatti con un prologo: questa volta però racchiude l’esposizione allegorica dell’intero svolgersi del film nel succedersi di quadri in movimento tratteggiati da una calligrafia che lascerà molto parlare i detrattori, dei quali, per altro, Von Trier non si è mai curato d’imbonire le grazie. Morbosa pubblicità del senso di terrore. È questa una rappresentazione metaforica, calcolata in ogni dettaglio e flessione, in una composizione delle immagini, rallentate e virate nei colori, che rievoca immediatamente e apertamente la pittura fiamminga. Rasentando le logiche dell’incubo in una stridente intensità che accorda lo stato d’animo dello spettatore a “l’epoca dei miracoli crudeli” di Von Trier – con l’accompagnamento di una fotografia sontuosa e del prologo al “Tristano e Isotta” di Wagner – è un’ouverture grandiosa e solenne che non lascia spazio a speranze alcune: piogge di uccelli morenti, piedi che affondano in un terreno marcio, Melancholia che infine distrugge la Terra. 
Nella sua abbagliante bellezza questo prologo, composto da tableau vivant che decidono d’animarsi, offre uno dei momenti più estetizzanti del cinema degli ultimi anni. Con buona pace di trascurabili interpretazioni psicologistico-biografiche circa l’autore è importante invece restare aderenti al tessuto del filmato. Al cammino delle due sorelle, Justine (Kirsten Dunst) e Claire (Charlotte Gainsbourg), verso l’inevitabile morte.
“Parte prima JUSTINE”, ovvero lo sfacelo di ogni gioia. Estenuante, di contro al lento ritmo cadenzato della pellicola, è la frenetica scaletta del matrimonio di Justine che, già attratta dall’aura gravitazionale di Melancholia, sprofonda in un’ansietà cui non sa dar nome nell’aprirsi dentro e attorno a lei un vuoto, un nulla – che ricorda quel nulla e quel vuoto ripreso da Antonioni. È il giorno delle sue nozze, ma invece che partecipare ai festeggiamenti da primadonna cerca di fuggire ogni volta che può, occultandosi agli occhi di tutti. La parola “felicità” risuona spesso nei discorsi di coloro che la circondano, ma il suo sguardo ne tradisce l’ignoranza. In un clima di distacco quasi onirico dalla realtà degli eventi, il principio rivela la sua natura di fine: quel sentimento sottile che si fa largo nella sposa come un mal de vivre diventa sempre più una depressione che la soffoca e immobilizza e che il regista proietta sugli spettatori attraverso i lenti e laceranti movimenti della camera mossa a mano. 
Tra tutti i personaggi, fallimentari figure di un mondo del pro-gettare e del pro-durre, emergono la sorella Claire, col suo curarsi e preoccuparsi di Justine, e soprattutto la madre delle due, Gaby (Charlotte Rampling), che decostruisce la falsa natura dei doveri sociali e delle istituzioni borghesi. Eccellente, Von Trier con una mano fa di tutto per renderla odiosa agli spettatori, la guastatrice di un matrimonio che già sta andando a rotoli, e con l’altra la innalza a unica figura capace di guardare oltre la banalità del rito, la mediocrità del vivere quotidiano.
“Parte seconda CLAIRE”, ovvero l’ineluttabilità della morte. Se la forza di Claire emergeva nella prima parte, ora viene progressivamente catturata e soffocata dal minaccioso corpo celeste Melancholia. Si prende cura della sorella depressa con instancabile energia, ma l’incombenza della morte la getta in un’ansia che le sottrae il respiro quanto la vicinanza del pianeta stesso. 
In questa parte la scienza rivelerà la sua connaturata fallibilità in quanto prodotto umano – e nel suo autoreferenziale porsi al di sopra dell’uomo – e l’uomo ordinario di fronte al nulla eterno della morte perderà ogni barlume di ragione logica e pratica. Solo il bambino, Leo (Cameron Spurr), sfugge ai giochi malati dell’uomo con l’ingenua bellezza dello stupore infantile. Meglio: solo il bambino e il malato si sottraggono al teatro della banalità umana. Infatti, è solo nell’approssimarsi inevitabile della morte che Justine finalmente sboccia con la bellezza d’una ninfea; nello svanire delle incertezze e delle fragilità del vivere diviene vestale della cosmica melanconia cui si offre completamente. È ora una nuda umanità la sua, nella profferta del corpo e del sentimento al (ormai quasi divino) morire che consegna finalmente un senso alla vita stessa. E nella conclusione, giunta alla diciannovesima buca, infatti, Justine rivela tutta la sua grandezza costruendo una uterina “grotta magica” che dolcemente conduce il nipote Leo ad affrontare la morte senza paura alcuna nel più tragico e apocalittico dei lieto fine – o nel più dolce e delicato dei tragici finali.
Ancora una volta Von Trier attinge molto dall’immaginario visivo-simbolico di Tarkovskij in un affascinante virtuosismo rappresentativo di citazioni e contraddizioni; per citarne solo alcune: le mongolfiere rinchiuse nei quadri (“Solaris”) rompono la cornice e si protendono nel cielo notturno (“Melancholia”); i “Cacciatori nella neve” di Bruegel diviene un’immagine ripiegata su se stessa nell’andare in fiamme; mentre in “Solaris” i personaggi si librano in aria, in “Melancholia” sprofondano di passo in passo quasi inghiottiti dal suolo. Ma anche il ritornare continuamente sulle immagini del cavallo che, come per il regista russo, simboleggia la vita nel pieno della sua forza (si veda a proposito la galleria equina di Tarkovskij in “Solaris” e, ancora più significativamente, in “Andrej Rublev” dove un cavallo cade da una scalinata, artificio umano per innalzarsi laddove all’uomo non è concesso arrivare) e del ponte, artificio umano per oltrepassare un limite naturale, che consente di aprire suggestivi confronti col “The Tree of Life” di Malick che nella medesima selezione cannense era stato proiettato 48 ore prima del film di Von Trier.
Il solco naturale della morte è l’orizzonte di “Melancholia”, o meglio: lo scarto abissale tra la certezza della propria morte e la certezza nella data della propria morte. Nel primo caso l’uomo conduce la propria vita come fosse immortale, nel secondo è chiamato ad affrontare la sua più intima natura, quella dell’essere votato alla fine. Dell’essere un destino di morte. Se perciò il sentiero è già intrapreso è il cammino tutto ciò che conta.
Annus mirabilis per la settima arte, il 2011 partorisce una ennesima preziosa gemma: la radicalmente antidogmatica “Melancholia” di Lars Von Trier è un’opera affascinante, ricca visivamente e simbolicamente, densa d’una cosmica sensibilità. Le atmosfere rarefatte e surreali rendono uno straziante senso d’incubo misto a una strana sensazione di sollievo che difficilmente lo spettatore sarà capace di scrollarsi di dosso.
Di Simone Pecetta, da ondacinema.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog