LE IDI DI MARZO

Dopo la buona prova registica offerta da Good Night, and Good Luck, George Clooney torna dietro la macchina da presa per raccontare, attraverso storie e personaggi fittizi, la situazione politica degli Stati Uniti d’America. Tratto dalla pièce teatrale di Beau Willimon Farragut North, e scelto come film d’apertura della 68° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Le idi di Marzo è un film che, se da una parte richiama il grande dittatore romano Giulio Cesare, dall’altro si avvicina al tono quasi epico delle tragedie shakespeariane. Con un cast di prima categoria – oltre allo stesso Clooney, troviamo anche Ryan Gosling, nominato ai Golden Globe nel 2010 per Blue Valentine – The Ides of March usa il proprio tema portante – ovvero la politica – per parlare di rapporti umani e della necessità – tanto ostentata in psicologia – di “uccidere il proprio padre” per costituirsi come essere umano pensante.
Stephen Meyer (Ryan Gosling) è un addetto stampa alle elezioni primarie presidenziali del partito democratico degli Stati Uniti. Sotto la supervisione di Paul Zara (Philip Seymour Hoffman), Stephen si occupa della campagna del governatore Mike Norris (George Clooney) che, ai suoi occhi, appare come l’uomo capace di salvare l’America. Tuttavia, l’intervento dell’addetto stampa avversario (Paul Giamatti) e una defaillance amorosa con Molly (Evan Rachel Wood), obbligheranno Stephen a fare i conti con la realtà, ponendolo di fronte ad una scelta difficile tra l’uomo che vorrebbe essere e quello che è costretto a diventare.
Con un titolo imponente, che richiama la storica cospirazione di Bruto contro Giulio Cesare,Le idi di Marzo pone immediatamente al centro della narrazione il legame tra il politico e l’uomo che si occupa di ciò che deve dire e il modo in cui deve dirlo. Tra i due uomini si instaura una sorta di rapporto a specchio; entrambi affascinanti e pieni di determinazione, sembrano uno il riflesso dell’altro. Mike Morris appare il modello da emulare e da proteggere contro le brutture del mondo. Per Stephen, il governatore per cui lavora è una sorta di messia della politica, sincero e onesto, capace di riportare l’America ad essere la prima potenza mondiale. Tuttavia, l’ingenuità dell’addetto della comunicazione, ben presto si scontrerà con una realtà sotterranea, fatta di intrighi e machiavelliche macchinazioni che impongono a Stephen di scegliere tra l’illusione e la più brutale verità. Ed è proprio in questa oscillazione che si cela il punto forte del film di Clooney; pur vestendosi da thriller politico, la pellicola sembra piuttosto un romanzo di formazione, ma al contrario. Il protagonista, infatti, segue una parabola inversa rispetto a quella dei classici bildungsroman; perché quella di Stephen Meyer è in realtà una discesa negli inferi, una gita nei meandri oscuri non solo della politica, ma della stessa natura umana. E soprattutto The Ides of March – come appunto suggerisce il titolo – è la storia di un tradimento dalle dimensioni mastodontiche. Da una parte, il ragazzino pieno di illusioni che cade davanti ai dispetti della realtà, dall’altra l’uomo politico investito delle stesse responsabilità di un profeta che si vede costretto a piegarsi di fronte ai ricatti di personaggi più deboli, di cui quasi non aveva tenuto conto. E intorno tutta una serie di personaggi secondari che, a loro volta, devono vedersela con altri tradimenti e altri stratagemmi amorali per emergere, per vincere.
Ma è senza dubbio al cast che si deve l’alta qualità di una pellicola capace di tenere lo spettatore incollato allo schermo, grazie ad una sceneggiatura ben scritta, colma di tensione e di suspance. Clooney appare più che credibile nelle vesti di un governatore osannato da tutti come il salvatore d’America, ma sottomesso ai giochi di corruzione del mondo politico. Amabile e rassicurante, il volto di Clooney si trasforma man mano che la pellicola avanza, mostrando l’altra faccia – quella oscura – del suo personaggio, arrivando quasi ad assomigliare all’ Humphrey Bogart della migliore tradizione noir. Al suo fianco Ryan Gosling conferma di essere uno dei migliori attori della sua generazione, capace di passare dal dramma di Blue Valentinealla commedia sentimentale di Crazy Stupid Love, passando per melo come Le pagine della nostra vita fino allo splendito Drive. Come succedeva già per il film di Refn premiato al festival di Cannes, anche qui l’attore utilizza il corpo e lo sguardo per esprimere emozioni e stati d’animo che non hanno bisogno di parole. Fra di loro, una meravigliosa Evan Rachel Wood, vittima e insieme artefice del destino dei due uomini. Intorno una serie di comprimari da Oscar, da Giamatti a Seymour Hoffman, senza dimenticare la bravissima Marisa Tomei. Tutti personaggi ben tratteggiati fra le maglie di una storia avvincente che, unito a quanto già detto in precedenza, rende Le Idi di marzo un film assolutamente imperdibile.
Di Erika Pomella, da silenzio-in-sala.com

L’apertura della Mostra del Cinema di Venezia numero 68 è di quelle che si faranno ricordare. E per fortuna non solo per il gossip da parrucchiera o per le lussureggianti passeggiate dei divi del primo giorno sul red carpet. 
E’ infatti con applausi convinti ed un religiosa partecipazione in sala che i tantissimi giornalisti presenti nella Sala Darsena hanno accolto Le idi di marzo, quarto film da regista di George Clooney che ha aperto in pompa magna la kermesse lagunare.
Prodotto dalla Smokehouse di George Clooney e Grant Heslov insieme alla Appian Way Productions di Leonardo DiCaprio, il film è tratto dalla piece teatrale Farragut North, scritta nel 2004 dal giovane scrittore Beau Willimon che fece tesoro della sua esperienza appena conclusa in Iowa all’interno dello staff dell’aspirante candidato alla Presidenza Howard Dean. 
Quello che Clooney porta sul grande schermo è un avvincente intrigo politico ambientato durante gli acerrimi scontri elettorali delle primarie americane in Ohio per la candidatura alla presidenza del Partito Democratico, ambita dal governatore Mike Morris (Clooney) e dal suo avversario Pullman. Deliri di onnipotenza, regole infrante senza alcuna remora e vergognose manipolazioni del processo democratico disegnano i contorni di una guerra all’ultimo voto, una battaglia senza esclusione di colpi mirata all’occupazione del posto più importante della nazione. Il tutto visto con gli occhi del giovane addetto stampa del governatore, il giovane Stephen Meyers (Ryan Gosling), un idealista considerato da tutti il migliore sulla piazza per lealtà e diplomazia ma che alla fine della fiera sarà costretto, suo malgrado, a cambiare radicalmente la sua visione del mondo e a scendere a compromessi con se stesso pur di arrivare al suo obiettivo. 
Grande prova per Ryan Gosling, assoluto protagonista della scena dal primo all’ultimo minuto, attore sagace dallo sguardo beffardo che riesce nell’ardua impresa di rubare il campo al divo Clooney che per sé ha ritagliato un ruolo decisamente minore, cinico e distaccato come pochi ne ha avuti in passato, ma dal grande potenziale drammatico. Una sfida recitativa superata a pieni voti visto anche il ruolo cruciale per il funzionamento dell’intero film che Clooney ha affidato sapientemente all’attore già protagonista a Cannes con l’osannato Drive di Nicolas Winding Refn, disegnando su di lui un personaggio duplice e scomodo che subisce una dolorosa e traumatica evoluzione morale. Un thriller teso, Le idi di marzo, che svela il dietro le quinte della politica americana senza appesantire lo spettatore con divagazioni in politichese o forzature di sorta raccontando senza timori ipocrisie, giochi di potere, compromessi, ricatti, strategie, ruffianerie di facciata, colpi bassi a ripetizione, complotti e intrighi sessuali che si susseguono all’ombra di una gigantesca bandiera a stelle e strisce.
Grandiosi Philip Seymour Hoffman e Paul Giamattiin due ruoli collaterali ma assai efficaci, agli antipodi come ideali e di grande impatto sulla narrazione, bravissima anche la giovane Evan Rachel Wood nel ruolo della stagista, fondamentale nella svolta thriller del film che segna un repentino cambio di ritmo che ad un certo punto si fa decisamente più incalzante. 
Ironia tagliente, dialoghi affilati come lame di coltello, faccia a faccia aspri che lasciano il segno ed arrivano a toccare le corde giuste tenendo sempre alta l’attenzione dello spettatore, letteralmente catturato nella fitta trama tessuta da Clooney che si conferma come uno dei cineasti più brillanti e talentuosi degli ultimi dieci anni. Sorprende ancora una volta per l’eleganza registica, per l’audacia interpretativa, per l’accuratezza della sceneggiatura (scritta a quattro mani con il suo socio in affari Heslov) e per la scelta del cast che ha dato vita ad un’opera corale di straordinaria intensità emotiva. 
Volti che trasudano tensione quelli che vediamo ne Le idi di marzo, un film si apre e si chiude con l’immagine di un uomo al buio posizionato davanti a un microfono per una prova audio. A parlare però, alla fine, non è più lo stesso di prima ma un uomo profondamente cambiato, che ha perso entusiasmo e, quel che è più grave, ha perso la dignità sacrificandola in nome del potere e della vendetta.
Di Luciana Morelli, da movieplayer,it

Stephen è un addetto stampa che nonostante la giovanissima età si è già costruito una carriera che farebbe invidia a uomini con il doppio dei suoi anni. Nel corso delle elezioni primarie presidenziali in Ohio, la sua fulminea ascesa viene bruscamente interrotta dalle manovre politiche dietro le quinte operate da persone più esperte, e dalla sua avventura di una notte con un membro adolescente dello staff, che gli crea più problemi del previsto…
Good Night, and Good Luck è stata l’assoluta rivelazione per tutti. Prima c’era stato il riuscitoConfessioni di una mente pericolosa, è vero, ma è stata la seconda prova a stupire tutti quanti. Una conferma definitiva per il regista George Clooney, tra gli attori-simbolo di Hollywood e tra i più politici. Anche il resto della carriera da attore è proseguita con titoli più o meno impegnati (Syriana, Michael Clayton, Tra le nuvole, L’uomo che fissa le capre): una scelta ben precisa di voler dire la propria dall’interno di un sistema potente e commerciale sin dalla nascita. Certo, poi c’è stato l’insipido In amore niente regole, terza prova registica, e altri film da attore meno interessanti, ma è il gioco.
Comunque Good Night, and Good Luck., si diceva. Con Grant Heslov l’attore-regista affrontava la “caccia alle streghe” del maccartismo e ci regalava una straordinaria lezione di cinema morale e di liberalismo. Pur se ambientato negli anni 50 e pur se girato buttando più di un occhio al bel cinema americano che fu, Clooney ed Heslov era chiaramente al presente (al 2005) che guardavano (l’era Bush). Oggi con Le Idi di Marzo i due ritornano a lavorareassieme e continuano a guardarsi attorno, nell’era Obama che ha fatto vincere il loro schieramento. Ma non hanno perso la voglia di raccontare storie in modo “giusto”, anche se è scomodo innanzitutto per loro: perché il governatore Morris è candidato per il Partito Democratico.
Da cineblog.it

Stephen Meyers è il giovane guru della comunicazione nella campagna per le primarie presidenziali del Partito Democratico negli Stati Uniti di un molto prossimo futuro. Il candidato che sostiene, sotto la supervisione del più anziano Paul Zara, è il governatore Mike Morris. Morris parte svantaggiato ma ha dalla sua l’appeal di un richiamo ai più profondi valori della Costituzione americana visti sotto una luce contemporanea e accattivante. Stephen avrà modo di scoprire progressivamente che Morris, che pensava fosse sufficientemente coerente con gli ideali professati, ha un lato oscuro.
Viviamo davvero in tempi poco raccomandabili se anche George Clooney, progressista doc, lancia l’allarme nei confronti dei meccanismi di una democrazia che procedono grazie all’olio della corruzione e del ricatto. È un romanzo di formazione quello che ci viene proposto sotto le spoglie del thriller politico (dei cui sviluppi è bene sapere il meno possibile prima della visione) e quella formazione coincide con il degrado. Il fatto che Clooney, ispirandosi a un testo teatrale di Beau Willimon, si muova all’interno del campo democratico mostra come sia animato dal desiderio della messa in guardia. Non è una novità per il cinema americano scoperchiare le malefatte del potere, ovunque esso eserciti il suo perverso fascino. Che però questo avvenga in piena era Obama deve preoccuparci ancor più direttamente. Clooney non è diventato un qualunquista di basso livello pronto ad affermare “i politici sono tutti uguali”. Si muove su un piano più elevato e perciò molto più significativo. Attraverso il mutamento (anche di espressioni) dell’efficace Ryan Gosling sembra volerci ricordare come la democrazia stia sempre più trasformandosi in una parola che si è svuotata del significato originario per includere invece opportunismi e compromessi da cui nessuno è esente. I rapporti tra esseri umani finiscono con il dissolversi facendo sì che le parole stesse perdano totalmente il loro valore. 
Clooney non risparmia neanche il mondo dei media, grazie al personaggio affidato a una Marisa Tomei in grado di mostrare come il ruolo della giornalista che si occupa di politica sia al contempo quello di cacciatore e preda. I pugnali delle Idi di marzo possono anche uccidere ma, soprattutto, sono in grado di infliggere ferite che sembrano apparentemente rimarginarsi mentre in realtà danno inizio a un processo di putrefazione delle coscienze che rischia di coinvolgerci tutti.
Di Giancarlo Zappol i, da mymovies.it

Un’opera che lascia a bocca aperta. Non c’è altro modo per definire “LE IDI DI MARZO”, quarta regia diGEORGE CLOONEY. Già “GOOD NIGHT AND GOOD LUCK” ci aveva allertato, ma stavolta Clooney realizza un completo home run e soprattutto vince su un terreno solitamente minato: l’adattamento di un testo teatrale. I problemi in questo tipo di operazioni sono fondamentalmente due: primo, si rischia di realizzare un film dall’impianto, manco a dirlo, teatrale, dunque statico e che poco sfrutta la dimensione aggiuntiva del cinema. In secondo luogo, quando attori di grande talento si trovano a “masticare” un copione di stampo teatrale, il rischio è che si tramutino in un’allegra compagnia di gigioni insopportabili. Se nessuna delle due cose accade, il merito è pienamente di Mr. Clooney: da un lato, sa infondere al suo film un ritmo lento ma costante, capace di esplodere quando le carte vengono scoperte e le azioni dei personaggi arrivano al pettine. Dall’altro si dimostra sensibile e accurato nel dirigere i propri attori, cosa che deve risultare di certo più semplice a quei registi che vengono dalla recitazione, ma non è scontata.
Il risultato è un dramma politico girato come un thriller, in cui ad ogni azione corrisponde una reazione solitamente tremenda, e in cui ogni personaggio gioca con gli altri come se fossero pedine in un’enorme scacchiera. In particolare citiamo PAUL GIAMATTI, maestro manipolatore dall’aspetto quasi dimesso ma che nasconde un cinismo senza precedenti. Un cinismo che, inizialmente, sembra invece non intaccare per nulla il giovane Stephen Myers (RYAN GOSLING), che guida la campagna del candidato alla presidenza Mike Morris(Clooney) sotto l’esperta supervisione di Paul Zara (PHILIP SEYMOUR HOFFMAN). Stephen ha visto già tante campagne elettorali, pur avendo solo trent’anni, ma ancora è un idealista che antepone ciò che ritiene giusto al semplice guadagno personale. Ma sta per scoprire quanto sordido possa essere quel mondo.
Quando si avvia alla conclusione e le trame si chiudono, incastrandosi come uno stupendo meccanismo ad orologeria, “Le idi di marzo” cala la maschera e si palesa in tutta la sua agghiacciante, sconvolgente onestà. Clooney ha detto che con questo film voleva parlare soprattutto di morale, ma è innegabile che, anche a livello politico, si aprano scenari inquietanti. Lasciando però più domande insolute che risposte, Clooney evita anche la trappola del qualunquismo, del “tanto sono tutti uguali”. Standing ovation per tutto il cast: Hoffman, Giamatti, MARISA TOMEI ed EVAN RACHEL WOOD danno il massimo, ma Gosling ruba la scena a tutti. Il suo Stephen emana un’intensità capace di oscurare i pur ottimi colleghi, e non stupirà vederlo gareggiare agli Oscar 2012 come miglior attore. 
Gli ideali finiscono fuori dalla finestra, la lealtà è un sentimento vecchio e gli amici sono pronti a pugnalarti alle spalle: proprio come in quel lontano giorno del 44 a.C., quando la democrazia imparò la sua prima, sanguinaria lezione.
Di Marco Triolo, da film.it

Democraticamente parlando, la politica non nasce a carte scoperte, ma al contrario tende a confondere, demistificare, fino a seppellire la concreta pulizia della verità. George Clooney, regista e interprete del film “Le idi di marzo”, conosce a memoria l’inghippo, e nello scendere a compromessi con il proprio personaggio narcisisticamente si ripulisce a nuovo, riprendendo le redini del vecchio; ossia, discorso sostenuto brillantemente per un film di stampo classico. Liberamente tratto dal testo teatrale “Farragut North” di Beau Willimon, che scrive parte della sceneggiatura del film in collaborazione con il produttore, regista e protagonista George Clooney e con Grant Heslov, “Le idi di marzo” dice egregiamente e con senso della misura quel che deve dire e che tutti ormai sanno fin troppo bene, e lo fa senza esagerare né con i compromessi né con il tiro a segno sulle tortuose pecche del potere.
Nel film Clooney è il governatore Mike Morris, che in vista delle nuove elezioni predispone il gioco a proprio favore. Crede fortemente in lui un rampante guru della comunicazione, Stephen Meyers (Ryan Gosling, in panni che ben gli si confanno), che preme per una campagna di tutto rispetto. Molly Stearns (Evan Rachel Wood) fa la stagista e il suo mestiere, a quanto pare, è quello di sedurre per cadere poi sedotta. Paul Zara (Philip Seymour Hoffman, mai fuori ruolo) lavora dietro le quinte in attesa di una losca promozione. Tom Duffy (Paul Giamatti, la consueta ciliegina sulla torta) rema controvento cercando di attirare a sé le attenzioni di Stephen, che si lascia travolgere dagli eventi; eventi più grandi di lui, più grandi di tutti quelli che abbordano la politica da una postazione in retrovia, in confronto a quelli che sono i reali scenari dei giochi sottobanco. Ida Horowicz (Marisa Tomei) ne condiziona i progetti, facendo buon viso a cattivo gioco. Fanno buon viso a cattivo gioco quasi tutti, pur di accaparrarsi un po’ di favori, scendendo più volte a compromessi, fra gli inganni del mestiere.
Con un linguaggio classico, il film ha il suo punto di forza nei dialoghi più che nel complessivo della sceneggiatura, perché ogni personaggio sproloquia con energia quello che da lui con tutta tranquillità ci si aspetta, mentre il colpo di scena non fa scena e finisce per indebolire l’assunto del disadorno quadro di acidi umori in odore di vendetta. Il quadro però non si arena, e nelle scelte di regia Clooney sa come solleticare la fantasia di chi si attende un massacro verbale e, perché no, suicida. In fin dei conti “Le idi di marzo” è un film fatto di discorsi formalmente brillanti, di parole apparentemente fuori posto, e di sguardi che allenano l’impossibile desiderio di uscirne fuori una volta per tutte.
Di Federico Mattioni, da filmedvd.dvd.it

George Clooney è uno che le idee chiare. Perlomeno sul cinema, e soprattutto su quello che firma come regista. 
Perché perfino lavorando su una sceneggiatura di Charlie Kaufman, come nel caso dell’esordio di Confessioni di una mente pericolosa, Clooney ha subito mostrato che le sue aspirazioni e i suoi riferimenti erano legate a un’idea molto classica di film, in senso sia stilistico che narrativo. 
In questo senso, Good Night, and Good Luck e In amore niente regole sono state delle facili conferme, che coloravano di tinte differenti un canovaccio che concettualmente era sempre lo stesso: raccontare l’America di oggi attraverso il suo cinema di ieri. 
Le idi di marzo è una nuova versione nel cinema secondo Clooney, che questa volta però guarda leggermente più in avanti da un punto di vista temporale e firma un thriller politico che strizza l’occhio a certi titoli liberal degli anni Settanta, ai Pollack, ai Lumet. La matrice teatrale del testo (adattamento di una pièce di Beau Willimon, accreditato come sceneggiatore a fianco dello stesso Clooney e di Grant Heslov) non irrigidisce la messa in scena e garantisce una solidità di scrittura davvero notevole, che il regista supporta con uno stile lineare e soprattutto con una serie d’interpretazioni di altissimo livello. 
Solido, elegante, misurato senza essere inutilmente trattenuto, Le idi di marzoracconta attraverso una vicenda squisitamente politica una storia che riguarda anche la società americana (e non poteva essere altrimenti); quella società che – come recitato da una battuta messa in bocca al candidato alle primarie democratiche per la Presidenza interpretato dallo stesso Clooney – deve essere migliore e più giusta dei suoi singoli componenti. E allora non sorprende che la discesa agli inferi raccontata sia quella di un singolo, Stephen Meyers, l’addetto stampa che possiede la coolness e l’intensità dell’ottimo Ryan Gosling. 
La parabola del personaggio di Gosling è tanto più interessante quanto più racconta non la scontata perdita di un’utopica e ingenua innocenza, ma quella, ben più grave, di un sano e pragmatico idealismo nel nome del quale ci si può a volte, con misura, sporcare le mani. Perché non si arriva dove è Stephen Meyers all’inizio del film senza essere smaliziati e con un po’ di pelo sullo stomaco, ma si arriva dove è Stephen Meyers alla fine del film solo quando il marcio che ti circonda uccide anche il più concreto dei sogni e spinge invariabilmente verso il lato oscuro della forza. Ed è così, quindi, che si chiude tristemente il circolo virale tra società e individuo. 
Non ci sono grossi elementi di novità nella denuncia un po’ pessimista e quasi rassegnata, ma assai realista, de Le idi di marzo, ma il fatto non rappresenta un problema. A scalfire un po’ la compattezza e l’eleganza del film sono, paradossalmente, proprio l’estremità della sua compattezza e della sua eleganza. L’equilibrio ricercato e sapientemente raggiunto da Clooney trova infatti dei limiti in una certa sottile anemia, in una incapacità di essere, pur con classe, un po’ più sporco e un po’ più cattivo. Ma Clooney, con tutta evidenza, non è un cinico, forse non lo sarà mai, e non vuole seguire davvero, moralmente, il suo protagonista fin dentro il suo privato inferno. Per lui questa denuncia è il più pragmatico degli idealismi che il marcio che lo circonda non ha ancora ucciso.
Di Federico Gironi, da coomingsoon,it

Esiste una fisiologia del racconto cinematografico che ricorda e replica quella del corpo umano. Come al risveglio dopo un anno di sonno, il Festival di Venezia comincia con la prima sequenza del film di apertura, Le idi di marzo, di George Clooney.
Stephen (Ryan Gosling), l’addetto stampa di uno dei due candidati democratici alla presidenza degli Stati Uniti, prova il microfono e le battute dal pulpito da cui il suo principale – il governatore Morris (George Clooney stesso) – poco dopo risponderà alle domande dei giornalisti. La sala è vuota, e il silenzio è rotto da un’eco elettrica. Poco dopo la scrivania di un tecnico del suono spunta dal pavimento e sale verso di lui, accompagnata da un ronzio. La politica è un discorso pensato e ripensato sulla base di una colonna di sondaggi, scritto e riscritto sulla base di sondaggi più recenti, provato e riprovato ascoltando l’eco in una sala vuota, infine pronunciato. Poche parole, pochi suoni e pochi movimenti, introducono i titoli di testa, il film, il festival, la spettacolo della politica, mentre si destano.
«Ho tracciato una linea sulla sabbia e poi ho dovuto spostarla. E poi spostarla ancora», dice Morris alla moglie in un momento di intimità. È l’argomento del film: Le idi di marzo parla della deriva di quella linea durante una campagna presidenziale, raccontando un segmento delle primarie tra due candidati democratici. La posta in gioco è la maggioranza nello stato strategico dell’Ohio e soprattutto l’appoggio di un senatore e dei deputati che gli fanno capo. Tutto alla fine sarà condizionato dal comportamento imprevedibile di una stagista nemmeno ventenne (Evan Rachel Wood).
Non c’è alcun tentativo di confondere le acque: Clooney, da liberal di ferro (ma figlio di un giornalista), ribadisce la funzione del cinema come sentinella civile, e in un periodo storico in cui le presidenze USA di tutti i colori e le bandiere continuano a sostenere i poteri finanziari che stanno facendo a pezzi il pianeta, mostra in essere il progressivo processo di corruzione delle coscienze, all’interno di un gruppo di uomini che pur sembrano animati dai migliori propositi.
Il nocciolo della questione è che la deriva, almeno all’inizio, non è mai di principio, ma circostanziale, legata al quotidiano e alle tentazioni più comuni. (SPOILER) «Se vuoi avere il sostegno della gente puoi mandare in bancarotta il paese, puoi scatenare una guerra, puoi imbrogliare tutti quanti, ma non puoi portarti a letto una stagista», dice Stephen a Morris in un confronto tra i due. (fine SPOILER) Come a dire che la moralità – in politica – non è una questione di codici costituzionali («la Costituzione è la mia unica religione», dice Morris nel suo primo discorso) o di valori condivisi, quanto piuttosto di umori popolari e del modo in cui possono essere manipolati.
In questo groviglio di aspirazioni e tentazioni, le istanze morali finiscono non tanto annichilite o distrutte, quanto contaminate. Al suo capo ufficio stampa (Philip Seymour Hoffman) che è a tal punto legato al concetto di lealtà da mettere in pericolo la sua stessa campagna (oltre che il suo posto di lavoro), Stephen – che pure sembra animato da propositi assolutamente sinceri – non reagisce con ammirazione o sdegno, quanto piuttosto con sorpresa, come se all’improvviso qualcuno si fosse messo a giocare fuori dalle regole. Così come alla giornalista del Times (Marisa Tomei), che manipola i rapporti con entrambi in cerca di scoop non si sa – noi stessi, come spettatori – se dedicare ammirazione o sdegno, perché la sua strada passa ancora per il raggiro e non si capisce più quale ne sia l’obiettivo ultimo. Un raggiro, per giunta, che ha perso tutta la sua naiveté, che non sembra più in buona fede (ricordate i due giornalisti di Tutti gli uomini del presidente? Lì a un Dustin Hoffman più spregiudicato si accompagnava come contraltare morale un Robert Redford più onesto e idealista, una figura che qui manca completamente).
Va detto infine che il film manca di qualsiasi pretesa avanguardista nella forma e nella scrittura, e che è umanista solo grazie alla qualità straordinaria degli interpreti, ma drasticamente ancorato al Messaggio, cui tutto viene sottomesso. Eppure la sua energia polemica è corroborante, la sua secchezza efficace, la sua urgenza sempre ovvia.
Di Giorgio Viaro, da bestmovie.it

Le idi di Marzo. Un evento tragico, tra i più conosciuti dell’antica Roma. Un evento che vanta, a ben vedere, più di un significato simbolico, e che spinge alla riflessione sulle insidie del potere e sui limiti del ‘buon governo’. In un periodo di grave crisi economica, segnato da un repentino crollo dei valori -un tempo- comuni e della fiducia nelle istituzioni, il cinema più di una volta ha fatto fuoriuscire una voce dal coro in favore di un riesame del cosiddetto ‘potere costituito’, legislativo o amministrativo che sia. Ora ci prova anche George Clooney a dire la sua, con un progetto pensato a lungo e che ha atteso il momento adatto per divenire realtà: The ides of March.
Il titolo si rifà, per l’appunto, alla disgraziata congiura che pose fine alla vita di Gaio Giulio Cesare, il 14 marzo del 44 a.C., da parte di Bruto e Cassio. Un titolo, naturalmente, dalla valenza simbolica, e che trova, in un perfetto gioco di specchi, più di una collocazione all’interno della trama del film. Film presentato in anteprima, e come pellicola di apertura, alla 68esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.  Si avvicinano le presidenziali, e il Governatore Mike Morris (George Clooney), integerrimo e progressista candidato democratico, si prepara agli atti decisivi della spietata campagna elettorale.
Nel suo staff ha un uomo di grande esperienza, Paul Zara (Philip Seymour Hoffman) in grado di coordinare il tutto perfettamente (e alla larga da intrighi e scandali che possano rovinarne l’immagine) e un ambizioso ed idealista giovane organizzatore dell’ufficio stampa, Stephen Meyers (Ryan Gosling). Stephen ha fiducia nel suo candidato, così come ha fiducia in un certo percorso politico ed idealista. L’intervento dell’intriganteTom Duffy (Paul Giamatti), coordinatore per il candidato concorrente, e dell’insidiosa giornalista d’assaltoIda Horowicz (Marisa Tomei), insidieranno però nel ragazzo il dubbio di cosa sia giusto e sbagliato, lecito o sleale, quando si fa politica ad alti livelli. Decisivo sarà però il passaggio, nella sua vita, di una giovane e bella stagista, Molly (Evan Rachel Wood), che ribalterà molte delle sue convinzioni… Originariamente tratto dall’opera teatrale Farragut North,Le idi di Marzo oltrepassa il confine tra teatro e cinema presentando, semplicemente, una grande storia con dei grandi attori. In poche parole, un notevole esempio di buon cinema. Un cinema fatto di grandi interpretazioni attoriali, di idee e tematiche attuali ed interessanti, di un approccio, in sostanza, intelligente al medium cinematografico, che intriga lo spettatore ma non si accontenta di imboccare un’idea o una visione in particolare. L’ambiguità di fondo dei suoi personaggi è ben resa e assolutamente funzionale alla storia, e il finale aperto ad interpretazioni di varia natura è semplicemente un tocco di classe che arricchisce ulteriormente l’opera, che non si perde sul finale come purtroppo capita spesso a pellicole del genere.
La sceneggiatura e la regia di Clooney non si perdono in verbosità fini a sé stesse ma anzi si limitano all’essenziale, fornendo tuttavia spesso molto più informazioni di quanto potrebbe sembrare a prima vista, grazie soprattutto al lavoro di un cast in gran spolvero, su cui tutti spicca Gosling, che sembra oramai destinato ad una sicura carriera. Ottimi tutti, ad ogni modo, da Giamatti a Hoffman, e interessante l’apporto di Clooney, che appare su schermo molto meno del previsto, ma ogni occasione è decisiva. 
Ambiguità, seduzione, perdita di valori: il gioco politico si confonde coi giochi di potere, le certezze crollano, gli amici si trasformano in nemici. Clooney torna alla regia dopo quattro anni, con un dramma morale sull’importanza della lealtà e dei valori e sulla facilità di perderli sulla strada del compromesso. Un’opera completa, intelligente, ben scritta e ancor meglio recitata.
E che, nonostante il contesto politico americano alieno alla maggior parte del pubblico nostrano, si fa ben intendere da tutti. Perché non importa se si è Repubblicani o Democratici, ma solo in cosa si crede veramente.
Di Marco Lucio Papaleo , da everyeye.it

Giorno festivo, nel calendario romano, dedicato al dio della guerra, le Idi di marzo indicano anche la data dell’assassinio di Giulio Cesare che cadde sotto i colpi dei cospiratori. Emblematico, quindi, dei tragici risultati delle macchinazioni del potere, il titolo transla il senso della congiura applicata alla politica moderna dove l’assalto all’arma bianca si fa meno, apparentemente, efferato, ma si rivela ugualmente sanguinoso. Le armi, infatti, sono “semplicemente” le parole o, ancora meglio “le notizie”: vere, false, tendenziose o costruite ad arte. Nel terrificante gioco del “chi sa cosa di chi” non c’è spazio alcuno per l’errore ed ogni mossa deve essere studiata secondo un fittizio, quanto rigoroso, codice di lealtà. Un paradossale apparato nel quale i candidati e il loro staff si muovono con la padronanza e la destrezza maturate in anni di lavoro sul campo e dove impartiscono la lezione con cinica maestria ai giovani idealisti come Meyers.
Clooney costruisce un’architettura dell’intrigo e vi colloca, sapientemente, attori di straordinaria levatura che, come pedine, si muovono sulla scacchiera politica, pericolosamente in bilico tra la capacità di sopravvivenza e il pericolo (costante) del fallimento. Il film si sviluppa in un crescendo e crea, tassello dopo tassello, l’autentica suspence di un thriller. Crudelmente raffinato, Le Idi di marzo– liberamente ispirato all’opera teatrale Farragut North di Beau Willimon –  getta uno sguardo impietoso e veritiero sulla spietata impudenza dell’arte del governo in cui il senso etico, per primo, viene piegato alle logiche di potere, spesso spacciate per ragion di Stato.
Fin troppo facile pensare ad una mera critica all’odierna situazione degli Stati Uniti (e non solo), poiché Clooney amplia lo sguardo oltre il reale che ci circonda e affonda il colpo su un malcostume che appartiene all’uomo quando vuole afferrare lo scettro del comando. Da Giulio Cesare – appunto – in poi.
Il regista- attore si fa, stavolta, da parte, ritagliandosi un ruolo di secondo piano (nella pièce originale in candidato non compare mai) e lasciando l’ottimo Ryan Gosling a dominare la scena, che dà anima e corpo ad un Meyers sempre più disincantato e privo di scrupoli, obbligato a quel gioco sporco in cui, in ultima analisi, non pare trovarsi così male. Rifuggendo la previdibilità – rischio nel quale non era difficile incappare considerando l’argomento – Clooney si affranca dall’ovvietà del facile moralismo, grazie ad una sceneggiatura intelligentemente equilibrata, tra battute taglienti e cinica ironia. Ma è soprattutto la scelta felice del cast che eleva il film al di sopra, della seppur ottima, pellicola di genere per farne uno spaccato umano di realismo tragico.
Di, Eleonora Saracino, da cultframe.com

Se spesso in passato la bontà nei film di George Clooney veniva dai suoi script, questa volta è proprio evidente. Nelle parole messe in bocca agli attori, nei risvolti di trama e nel modo in cui sono delineate le figure in gioco si misura il piacere indubbio di vedersi scorrere davanti Le Idi di Marzo, film che – come spesso capita agli attori quando fanno i registi – è tutto giocato sulle interpretazioni.
Lo si capisce da subito quando Mike Morris, candidato alle primarie democratiche, sostiene un dibattito con il suo avversario principale. I due argomentano colpo su colpo e a scontro finito, quando è il momento degli applausi, dietro le quinte Paul Giamatti e Phillip Seymour Hoffman si scambiano uno sguardo che spiega tutto: è la prima volta che li vediamo e già abbiamo capito. A scontrarsi sono stati loro due, i responsabili delle due campagne, quelli che hanno scritto i due discorsi e curato le immagini dei due candidati. Una raffinatezza non comune che non rimarrà isolata.
Le Idi di Marzo guarda fin dal titolo al Giulio Cesare anche se non è ben chiaro se quel politico interpretato da George Clooney, che fa di tutto per sembrare Obama, sia quello che si prende la coltellata. Lo scontro di intelligenze tra gli entourage dei due candidati miete più di una vittima, infatti, e al centro di tutto sta il personaggio di Ryan Gosling, delfino dello staff di Mike Morris e principale interprete della dialettica che anima il film, tra morale personale e compromessi della politica.
A vedere tutte quelle sagome che si stagliano su una gigantesca bandiera degli Stati Uniti (una delle scene più importanti), e a sentire i discorsi di speranza e fiducia nel sistema che contrappuntano un racconto di marcio che sorregge la politica, è impossibile non pensare a Robert Redford e a quella visione del cinema liberal, fatta di un misto tra fiducia e ammonimento, denuncia e speranza.
Le Idi di Marzo dunque sorprende anche se si è abituati alla mano sicura e asciutta di Clooney regista (che qui, con buona percezione di sè e del suo corpo, si affida il ruolo non protagonista del candidato, il volto fascinoso che presenta le parole del bolso e barbuto Phillip Seymour Hoffman) e benchè sul fronte politico non riesca a non far risuonare la campana dell’ovvietà, su quello dell’umanità è capace di dire qualcosa di acuto e toccante.
Di Gabriele Niola , da badtaste.it

Ci mette la faccia George Clooney che in concorso a Venezia porta in scena la sua personalissima visione della politica. Già dal titolo, “Le idi di marzo” – riferimento classico che rende globale la presa di posizione dell’artista – capiamo di essere in un film che fa della congiura, della trama oscura, il suo punto focale.
È esattamente così fin dalla prima inquadratura, programmatica, spietata, un monologo da ghost writer che diventa Vangelo in bocca al Governatore Mike Morris. Ci mette la faccia, si diceva, Clooney, e si circonda di un cast straordinario, da Philip Seymour Hoffman a Paul Giamatti, da Marisa Tomei a Evan Rachel Wood. Cuore della narrazione è però un intenso Ryan Gosling, brillante ufficio stampa, convinto Democratico che si trova a gestire la comunicazione della campagna del Governatore Clooney alle primarie in Ohio e poi chi sa, in prospettiva verso la presidenza degli Stati Uniti.
Si stenta a non intravedere in questo strano ed ipotetico futuro politico americano disegnato da un Clooney regista vicende del passato, recente e non. Si stenta ancor di più a non generalizzare l’ottica  – deformante – del regista che per chi scrive ben si adatta alla trasvolata atlantica che separa la vecchia Europa dagli Usa. Intrighi di ‘corte’, guru della comunicazione, scandalo sessuale sempre dietro l’angolo, tutto sembra avere un nome ed un cognome nelle ‘Idi di Marzo’, ma la forza di questo film sta tutta nel saper parlare diverse lingue, adattarsi agevolmente a vari sistemi politici ed economici, a molte, troppe società.
I detrattori si aggrapperanno allo spauracchio dell’antipolitica. Quel che non diranno invece è che molte delle battute in sceneggiatura vengono direttamente dalla cronaca, politica ma anche nera, di molti posti geograficamente distanti nel mondo. Un film come quello diretto e interpretato da George Clooney e da un manipolo di ottimi attori stava bene nel concorso di Venezia e sarà a suo agio in sala. Il suo primo trofeo lo ha guadagnato al Lido, allontanando dalla laguna i discorsi su starlette e amori balneari vecchi e nuovi, concentrandosi per fortuna su un racconto a tinte fosche, nel quale il bel tenebroso George sceglie la parte peggiore e coraggiosamente ci mette la faccia…
Di Rocco Giurato, da film.35mm.it

Sguardo di ghiaccio, sorriso irresistibile, abiti firmati. In poche parole: potere. Cosa sei disposto a fare per averne sempre di più? Questo si chiede Le idi di marzo, film d’apertura della sessantottesima Mostra del Cinema di Venezia. Storia di intrighi politici (tanti) e di lealtà (poca) con un cast a dir poco eccezionale: George Clooney, Philip Seymour Hoofman, Paul Giamatti, Marisa Tomei ed Evan Rachel Wood.
Siamo nell’Ohio durante la campagna per l’elezione del Presidente dei Democratici. Il governatore in carica Mike “impossibile non volergli bene” Morris assume un giovanissimo ghost writer, Stephen Myers (Ryan Glosling). “La politica è la mia vita”, dice alla vigilia delle Primarie questo promettente guru della comunicazione. È vero, anche se non ha nel proprio curriculum elezioni nazionali o campagne di comunicazione particolarmente importanti, si capisce ben presto che è la persona giusta per guidare uno staff di partito verso il successo. E con il capo, la persona che ci mette la faccia ed entra nelle case degli americani, quel George Clooney che de Le idi di marzo firma anche la regia, c’è anche un grande feeling. Tutto è perfetto, insomma. L’ottimo “Farragut North”, il romanzo a firma Beau Willimon, tuttavia, a un certo spunto scatta come un interruttore che frigge, in cui scorre troppa corrente. Un paio di scene a orologeria e la storia facile di un inevitabile successo elettorale, piena zeppa di battute brillanti e pacche sulle spalle “alla West Wing”, diventa un thriller tiratissimo.
La brillante stagista Molly Stearns, Evan Rachel “non so recitare solo in True Blood” Wood, è costretta dall’amico-collega-e-forse-non-solo-quello Steve ad abortire. Qualcuno ha festeggiato un successo politico e si è dimenticato di utilizzare precauzioni. La cosa potrebbe risolversi in delle scuse pubbliche “alla Bill Clinton”. Oppure si potrebbe insabbiare tutto. Il Quinto Potere è in grado di farlo senza sprecare neppure un falso comunicato stampa. Invece l’evento investirà tutti i membri dello staff presidenziale, il più importante stratega della squadra avversaria, un grandePaul Giamatti, e a catena tutto il mondo dei media. Quest’ultimo idealmente rappresentato da quell’avvoltoio pettinatissimo che risponde al nome di Ida Horowicz (Marisa Tomei), qui una giornalista del Time.
Il senso dell’intrigo da insabbiare è quello di Sesso e potere di Barry Levinson, la rappresentazione della macchina dei media come potere occulto di cui nessuno capisce davvero il funzionamento è da Confessioni di una mente pericolosa. Le idi di marzo, forse, non è il film meglio riuscito sul ‘sexgate’, ma è quello che riesce a mostrare i personaggi più orrendamente coinvolgenti di questo filone cinematografico. È difficile amare anche solo per un momento il credo di uno dei burattini manovrati da questa spregevole lotta per il potere. È impossibile, tuttavia, prenderne davvero le distanze. Le persone che conosci hanno vestiti impeccabili, il sorriso che conquista e (poco o tanto che sia) potere da difendere. Forse provi persino dell’invidia per la loro posizione. Un giorno, forse, ti daranno appuntamento in una stanza buia e ti diranno sottovoce cosa vogliono esattamente da te. A quel punto la scelta sarà tua. Ida, stupita dell’attaccamento di Steven a quell’uomo equivoco di Mike Morris, gli dice: “Hai assaggiato la mela avvelenata”. Steven risponde: “Sì, ed era deliziosa”. 
Di Sandro Paté, da film-review.it

Da anni associamo in automatico la figura del “bel George” all’impegno politico, eppure Le idi di marzo è il suo primo affronto diretto al mondezzaio dei retroscena governativi. Senza presunzione e didatticismi, com’è nel suo stile, Clooney restituisce fango al fango smontando il Sistema un pezzo alla volta: polverizzati altari e altarini, ogni meccanismo dell’occulto s’incrina all’istante e del fantomatico paradiso di promesse & ideali non resta che una porzione di mappamondo alla mercé del solito duopolio: gli dei Potere e Denaro. Cambieranno gli scenari, si susseguiranno le facce, ma questo teatrino di marionette già visto e rivisto ricorrerà ancora, per un tempo potenzialmente infinito. Così va il mondo e di questo bisognerà continuare a parlare. Valido compromesso tra impegno e spettacolo, con un Gosling in gran forma che custodisce inaspettata scaltrezza nello sguardo da finto sempliciotto; date le sorprendenti affinità non sarebbe da stupirsi se proprio lui si dovesse rivelare naturale erede del divo del Lago di Como.
Da cinerepublic.film.tv.it

Se non fosse che Le idi di Marzo è un film ambientato in un futuro prossimo, si potrebbe pensare a questo ultimo titolo di George Clooney come uno di quei bei film di Howard Hawks che hanno soddisfatto i gusti cinematografici di passate generazioni di cinefili. I dialoghi serrati, le inquadrature audacemente vicine o audacemente lontane, il decoupage tornito fino alla maniacalità hanno un sapore classico inconfondibile. La storia è quella di Steven (Ryan Gosling), consulente dell’aspirante presidente degli Stati Uniti d’America (George Clooney), che gioca nell’arena della persuasione delle masse. A metà strada tra spietato manipolatore e devoto sostenitore dei propri ideali, Steven fa i conti con la propria morale e con le aspettative di chi gli sta attorno. Quando gli viene offerto di cambiare partito e lavorare per il nemico, il suo personale assetto valoriale e l’inevitabile narcisismo si guardano in faccia e la decisione non sarà senza conseguenze. Le idi di Marzo è una storia di tradimenti e di cinismo che intrappola lo spettatore come solo il buon cinema di genere sa fare. Grazie anche ad una squadra di attori di calibro, tra i quali vediamo anche Marisa Tomei, Paul Giamatti e soprattutto Philip Seymour Hoffman, che qui, nei panni del ‘persuasore capo’, offre un’ennesima interpretazione da pelle d’oca. A dire il vero, a volte Clooney calca un po’ la mano con la sua voglia di dare per forza un profilo ai personaggi, come nella sequenza in cui il protagonista guarda gli sviluppi della campagna elettorale mentre è a letto con una donna. Nonostante ciò Le idi di Marzo non delude le aspettative e apre uno spiraglio nelle contraddizioni dei meccanismi di affiliazione e, allo stesso tempo, mette a nudo alcuni fili che connettono il nostro voto alle urne, il potere dei media e i calcoli di chi sta sullo scranno. Film non indimenticabile ma ben fatto.  
Di M. Santello, da cinema4stelle.it

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog