L’altra verità

Fine indagatore di quei sobborghi esistenziali generati perlopiù dall’industrializzazione, dal capitalismo e dal dio denaro, di realtà asfittiche dove la miseria economica va di pari passo con la miseria umana, Ken Loach è stato sempre, e più di ogni altro regista occidentale, interessato a portare alla luce i mali della società e l’identità umana dei ‘deboli’, aggrappati alla vita con le unghie o pronti a recidere il sottile filo che li lega a quest’ultima, ma quasi sempre dotati di forze umane estranee alla società degli agi. In questo suo ultimo film il regista britannico affronta un argomento per certi aspetti nuovo al suo cinema, incuneandosi tra la violenza e il sangue della guerra in Iraq, tramite la storia di due amici inseparabili che solo la guerra riuscirà, per breve tempo, a separare. Un nuovo affresco di valorose esistenze finite negli ingranaggi di un mondo ingiusto.
Frankie e Fergus sono amici da sempre. Da quando marinavano la scuola per andare a bere sidro sul traghetto del fiume Mersey. Anni dopo Frankie diventerà paracadutista, mentre Fergus un soldato delle forze speciali (SAS). Poi, nel settembre 2004, dopo il congedo, Fergus convincerà l’amico a lavorare nella sua squadra di contractor a Baghdad. Un modo per fare un po’ di soldi (10mila euro al mese) scortando clienti privati in una terra bagnata dal sangue, seguendo un codice (l’Ordine 17 non più in vigore) che è pura anarchia armata e dove il rischio di morire è parte integrante del lavoro. E infatti nel settembre 2007 Frankie tornerà a casa privo di vita, corpo e volto irriconoscibili. La versione ufficiale è che il contractor sia morto sulla route irish, la strada considerata da molti come la più pericolosa al mondo, che collega l’aeroporto di Baghdad alla Zona Verde, ma l’amico Fergus, dilaniato dal rimorso per averlo coinvolto in quel mondo e dal dolore lacerante della perdita che condivide con la vedova dell’amico (Rachel), non crede a quella ‘facile’ versione dei fatti. Intraprenderà perciò una sua personale indagine volta a scoprire la verità, che pian piano porterà alla luce gli interessi economici che regolano quella roulette russa di vite umane e che acuirà in Fergus un senso ultimo di impossibilità a riconciliarsi con (quel)la vita, dimostrando ancora una volta quanto la guerra uccida le anime delle persone quanto e più dei loro corpi.
Loach is Loach
Negli anni Loach (già nel 1966 faceva scalpore con il deflagrante dramma famigliare di Cathy Come Home) ci ha accompagnati per mano attraverso i prati armati della ribellione irlandese (Il vento che accarezza l’erba), o la sordida periferia di Glasgow testimone di adolescenze ‘rubate’ (Sweet Sixteen), più recentemente anche nei meandri della grigia vita, poi rifiorita, del ‘visionario’ postino Eric (Il mio amico Eric) e in tanti altri luoghi di umana fragilità, con una incredibile profondità di sguardo e una rara capacità di portare alla luce le problematiche endemiche, sociali ed interiori dell’uomo. In Un’altra verità Loach parla apertamente della guerra in Iraq, ma senza mostrarne gli orrori reali, e infatti il sangue, quasi in conformità con il pensiero dei suoi protagonisti “niente sangue, niente peccato” rimane sempre fuori campo, e di quella guerra spietata vediamo solo le immagini confuse catturate da un cellulare. Ciò che emerge invece con sempre più urgenza/violenza è la morte interiore che gli orrori della guerra provocano in chi è, volente o nolente, costretto a prenderne parte, in qualità di carnefice o di vittima. L’insano meccanismo secondo cui una guerra è generata e deve sottostare alle leggi di mercato quanto e più di ogni altra cosa, proiettando fiumi e fiumi di persone in un cinismo umano da cui è impossibile uscire, e che crea un inquietante fil rouge con le altre catastrofi a richiamo economico, legando a doppio filo l’indifferenza di questi ‘commercianti di morte’ che frequentano i lussuosi circoli del golf a spese di quelle tante vittime, con le risate che ancora riecheggiano nelle nostre menti di gente capace di gioire di fronte alla distruzione di un terremoto. Sceneggiato dal fido Paul Laverty L’altra verità scava a fondo nella psicologia del bene (amicizia, solidarietà, affetto, amore) e in quella del male (morte, rimorso, sete di vendetta, pazzia) individuandone punti d’incontro e di rottura attraverso il protagonista Fergus (Mark Womack) e la coprotagonista Rachel (Andrea Lowe), entrambi alla prima prova per il grande schermo eppure straordinariamente intensi. E il crescendo di violenza che trasformerà Fergus in una macchina da vendetta incapace di altro, oramai incapace perfino di amare la donna da sempre desiderata, è in realtà il modo più eloquente per spiegare esternamente cosa accade a un’anima martoriata nel suo interno. È una violenta lotta interiore che, incapace di restare nei confini del corpo, trabocca all’esterno, preannunciando la fine di quell’esistenza cosi com’era un tempo, prima che la guerra la corrompesse.
Forse non il miglior film di Loach, ma di certo un altro dei suoi notevoli affreschi sul tema della disperazione umana, in cui si distingue il tocco a un tempo serio e indulgente precipuo del regista britannico frammisto a un’atmosfera da pseudo-thriller che esula un po’ dalla sua consueta cifra stilistica. Una commistione di generi che avevamo già apprezzato in Il mio amico Eric, e che qui, pur confinata al genere dramma, inscrive il discorso intimista in una cornice a tratti ‘avvincente’, che permetterà forse al film di catturare un pubblico addirittura più vasto di quello costituito degli intramontabili aficionados di Loach.
VOTOGLOBALE7.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Frankie e Fergus sono due moderni mercenari al soldo dei governi per fare i lavori sporchi in zona di guerra. Quando Frankie muore in Iraq Fergus vorrebbe indagare sull’accaduto ma non può lasciare l’Inghilterra, il che lo pone in svantaggio rispetto a chi tira i fili del suo stesso mondo…
La Route Irish del titolo originale è generalmente considerata dai militari la strada più pericolosa del mondo, perché collega l’Aeroporto Internazionale di Baghdad con la zona verde, sorvegliata dalle forze di coalizione statuniense ed europea. In quel breve tratto di strada si è registrato un numero tristemente elevato di attentati dinamitardi, imboscate, attacchi di kamikaze contro militari e civili in transito. Da questo infernale tratto di strada parte la storia de L’altra verità, ma per non tornarci mai più.
Il punto di vista scelto per parlare delle violenze e degli abusi dei militari nel conflitto iracheno è quello di un contractor, un moderno mercenario, che viene posto in una condizione di forzata impotenza. Bloccato in Inghilterra a causa di un problema di passaporto, il nostro si improvvisa detective per scoprire le ragioni della morte del suo migliore amico e soprattutto stanare chi vuole occultare tutta la faccenda. Questa frizione tra l’indole militare ormai interiorizzata dal protagonista e un contesto in cui tutti sembrano voler passare oltre, o risolvere la questione con metodi molto più sottili, rende l’idea della prospettiva straniante che pervade tutto il film. Tutti i personaggi sono in qualche modo fuori posto, in un luogo o in un ruolo sbagliati, e più di tutti lo è il protagonista, mercenario in un paese di pace, amante della donna del suo migliore amico, in un altro paese piuttosto che in Iraq dove sembrano accadere tutti gli eventi che contano davvero.
La tensione derivante da questa serie di elementi che non sono mai dove dovrebbero, tiene desta l’attenzione verso una pellicola che talvolta si serve di situazioni già abusate da altri film di spionaggio per mandare avanti la storia, come il posizionamento delle cimici o la scena della tortura. Un film colpevole anche di una definizione dei personaggi talvolta superficiale o rifatta a stereotipi di genere (uno su tutti, la protagonista femminile), che contribuisce a creare una distanza verso la storia principale dell’indagine di Fergus, ma che riesce comunque a trasmettere alla perfezione i messaggi di cui si fa carico. La guerra vista come un business, la capacità di infangare la verità tramite la violenza, l’alienazione che subisce un soldato se riesce a sopravvivere al campo di battaglia: tutto questo emerge perfettamente dalla storia di Fergus e Frankie, nonostante la temperatura emotiva non sia sempre misurata al meglio nel corso della pellicola, e questo basta per considerare L’altra verità come una riuscita testimonianza dell’occultato e dell’invisibile.
Enrico Sacchi, da “cinefile.biz”

Dopo Il mio amico Eric, il regista britannico torna a parlare di temi piuttosto scottanti. Nel caso specifico, trattasi anche di una questione tutt’altro che risolta, quindi di assoluta attualità. Non necessita affatto alcuna ardita speculazione per inquadrare L’altra verità come un film di denuncia, aspetto per niente taciuto e su cui poggia l’intero apparato narrativo. A dispetto di ciò che si potrebbe pensare, però, la critica approntata ai danni dell’ultima guerra in Iraq non è di natura prettamente politica.
E’ chiaro, trattasi di questioni che, in ultima istanza, vanno affrontati dalla politica. Anziché però puntare il dito sui “soliti noti”, in relazione ai motivi che hanno spinto ad intraprendere questa guerra, Loach si sofferma su un altro aspetto, per certi versi complementare. La critica non è rivolta a questa guerra nello specifico, bensì all’infame circolo vizioso che trae linfa vitale da contesti di estrema instabilità come la situazione in Medio Oriente.
Ad iniziarci a questo viaggio, nei meandri di un mondo che i più sconoscono, sono Fergus e Frankie, due amici inseparabili dall’età di cinque anni. Insieme hanno condiviso di tutto e di più, instaurando un rapporto d’amicizia che il tempo non ha fatto altro che impreziosire anziché logorare. Da giovani sognano di girare il mondo, ed è ciò che Fergus riuscirà a fare entrando nelle fila delle forze speciali inglesi, il SAS.
Il tempo passa, finché nel 2004 Fergus fa la proposta al suo amico di una vita: unisciti alla mia squadra per un’operazione a Baghdad. Frankie è un ex-parà, e Fergus, dopo anni di “dipendenza”, decide di mettersi in proprio aprendo un’attività di “consulenza”. Cosa si cela dietro quest’ultime virgolette è un po’ la raison d’être di questa pellicola. Oggi la guerra, a differenza di quanto si possa pensare, non è più un affare esclusivamente di stato/i. Esistono società private a cui viene deliberatamente concessa la possibilità di intervenire nella maggior parte delle zone calde del pianeta, o almeno… in quelle da cui si può trarre profitto, quale che sia la sua natura.
Sono quelli che un tempo venivano chiamati mercenari, termine che oggi ha assunto una connotazione decisamente negativa. Altri, con un tono più “professionale”, li chiamano contractor. A ben vedere, quest’ultima definizione calza a pennello. Questa gente non opera in base a ideali più o meno nobili quanto discutibili, nient’affatto. Si tratta di compagnie a caccia di contratti, stipulati con governi e multinazionali che possono permettersi il loro esoso cachet. Dove c’è guerra ci sono loro, in un mondo dove la sofferenza è praticamente soggetta a gara d’appalto.
Tornando alla proposta di Fergus, Frankie, dopo un primo momento di esitazione, decide di imbarcarsi in questa sciagurata spedizione: diecimila stelline esentasse rappresentano un incentivo più che soddisfacente. Tuttavia, inutile negarlo, è sempre quel ferreo legame d’amicizia ad aver influito in maniera preponderante. La gioia di pochi istanti sarà nulla in confronto al vortice di dolore che travolgerà tale rapporto.
Qualcosa, non si sa bene cosa, va storto. Frankie perde la vita sulla Route Irish, nota per essere considerata la “via più pericolosa del mondo”. E’ qui che qualcosa s’inceppa. Fergus dubita di tutto e di tutti, non riuscendo a darsi pace per la morte del suo miglior amico. Di mezzo c’è anche la donna di Frankie, Rachel, anch’essa distrutta dal dolore. Il meccanismo che si viene ad innescare è diabolico. Il nostro protagonista, oramai rimasto solo, vuole la verità, costi quel che costi!
Tale predisposizione, però, non inganni nessuno. L’azione non manca, ma non è certo l’impatto visivo ciò a cui tende il film. Loach vuole colpirci per vie traverse, lasciando che la violenza traspaia dall’assurdo scenario a cui assistiamo. A toccarci non sono tanto le immagini, quanto la mole di informazioni a cui veniamo sottoposti, e Fergus con noi. E’ un tipo di violenza più subdola, che fa più male di una serie di pugni nello stomaco o, al peggio, una pallottola nella nuca. La “passività” che di solito contraddistingue la fruizione filmica (o letteraria), si trasforma qui in quel mostro abominevole che è l’impotenza. Quella che frantuma lo schermo irrompendo nella nostra realtà. E noi lì a domandarci quale e dove sia il confine tra quest’ultima e la finzione.
Ma quale sia realmente la verità, lasciamo che sia il film a svelarvelo. Tuttavia ci sembra opportuno evidenziare come, una volta tanto, il titolo italiano risulti efficace, forse anche più dell’originale. Sì perché la verità per cui Fergus è disposto a dannarsi l’anima non è necessariamente quella a cui anela immediatamente, mosso dal rancore e con la vista annebbiata dal dolore.
La verità che cerca di mostrare il lavoro di Loach è l’altra, per l’appunto. Quella di un mondo in perenne stato di confusione, tale da indurre ad una continua sofferenza. Il tutto, confezionato senza traccia di apparenti banalità. Scadere nelle facili sentenze era un rischio, a nostro parere scongiurato da chi di dovere. E al di là dei messaggi più immediati che filtrano, ci pare che in fondo ce ne’è un po’ per tutti. Senza giustificazioni, eppure con qualche fondata attenuante.
Che la guerra, quale che sia, fosse redditizia non è certo una novità. E’ provare ad indagare da vicino per chi lo è che rappresenta una sfida. Il regista britannico, a suo modo, tenta di aprire uno squarcio su quella verità che noi stentiamo a scorgere, e non sempre per colpa nostra. Quella verità che è “altra” solo per Fergus, ma che, in quanto tale, è unica. “Basta” solo ricercarla. E hai detto nulla…
da “cineblog.it”

Prostitute e mercenari, Venere e Marte, sesso e morte. Da sempre esistite (cortigiane e Lanzichenecchi), da sempre ritenute immorali e pertanto esercitate nell’ombra, ai nostri tempi “moderni” e “disinvolti” queste attività sono uscite alla luce del sole, assurte anzi ad uno status socialmente accettato (quando non agognato). Si tratta di un caso esemplare di rivoluzione semantica: è bastato infatti rinominare le categorie suddette “escort” e “contractor” per far sì che il termine anglofono ne mutasse radicalmente la percezione popolare.
Il film di Ken Loach ha il pregio di chiamare le cose con il loro nome e di mostrarne la sempiterna (altra) verità: i “contractors” sono mercenari con licenza di uccidere, per denaro nel migliore dei casi, per godimento psicopatico nel peggiore. Redacted (De Palma, 2007), The Hurt Locker (Bigelow, 2008), Green Zone (Greengrass, 2010): la filmografia sulla guerra in Iraq sembra ripercorrere le stesse, dolorose tappe di quella sul Vietnam, una sorta di lacerante espiazione cinematografica del mai sopito anelito colonialista occidentale, amplificato dall’incombente crisi energetica. E forse L’Altra Verità, pervaso da un’insopprimibile esigenza di chiarezza intellettuale, finisce per cadere in un eccesso di schematismo per cui gli Occidentali sono tutti cattivi, corrotti e senza speranza di riscatto, mentre gli Iracheni si riducono a vittime, senza volto, senza storia, semplici catalizzatori del senso di colpa, meri strumenti narrativi.
Detto questo, il film di Loach mostra la solita schiettezza registica, l’abituale secchezza narrativa cui l’autore ci ha abituati, e mantiene un buon equilibrio tra passato e presente, tra Liverpool e Baghdad, tra amicizia profonda e rivoltante tradimento, tratteggiando emozioni e sensazioni di un legame virile che trascende regole e ragione. L’Altra Verità è quella inutile che si ottiene con la tortura, per cui la vittima è disposta ad ammettere ciò che l’aguzzino vuole sentire, anche se falso. L’Altra Verità è diversa da quella, appagante, dei revenge-movies, genere al quale Loach si accosta con spietata lucidità: la vendetta non sempre ripara il torto e, comunque, non risana mai le ferite dell’anima, ma lascia il vendicatore da solo di fronte al proprio vuoto morale.
Giovanni Romani, da “cultframe.com”

Liverpool. Fergus e Frankie sono stati amici sin dall’infanzia sognando, sul traghetto che attraversa il fiume Mersey, viaggi impossibili. Divenuti adulti Fergus ha viaggiato come membro della SAS, le forze armate speciali britanniche. Una volta congedato ha convinto l’amico Frankie (ex paracadutista) ad andare in Iraq con lui. Entrambi operano come contractors (i guardiaspalle armati fino ai denti ingaggiati per proteggere privati). Nel settembre 2007 Frankie viene ucciso sulla Route Irish, la strada più pericolosa del mondo che si trova a Baghdad. Fergus, sconvolto dall’accaduto, non crede alla versione ufficiale e prende ad indagare sulla morte dell’amico. Al suo fianco ha Rachel, la vedova.
Ken Loach, aasieme al fedelissimo Paul Laverty, torna ad occuparsi del macrocosmo in cui il potere economico e quello militare si mescolano in maniera inestricabile e perversa. Lo aveva fatto nell’ormai lontano 1996 con La canzone di Carla in cui denunciava la presenza in Nicaragua di ‘consiglieri’ americani istruttori di tortura per le forze paramilitari con l’interpretazione di uno straordinario Scott Glenn. Ora come allora Loach ha bisogno però di partire dal microcosmo ‘umano’ per dare ancora piu’ forza alla propria denuncia. Se all’epoca prendeva le mosse da un amore che portava alla scoperta di un mondo di soprusi e sevizie oggi inizia da un’amicizia di quelle destinate ad essere più forti della morte. Una morte della quale (ci ricorda Loach che da tempo si è assunto il compito di fare luce su quanto tendiamo a rimuovere dalla coscienza collettiva) i portatori sono quelli che un tempo si chiamavano con spregio mercenari e che oggi vengono gratificati dalla eufemistica denominazione di ‘contractors’. Uomini non al servizio di un ideale (per quanto sempre da verificare) come i militari ma pronti a calpestare qualsiasi regola pur di rispondere alle esigenze dei loro munifici ‘padroni’. Fergus è uno di loro, non è un good guy ma ha conservato dentro di sé (o crede di averlo conservato) il senso del limite. Così come Frankie, incapace di accettare l’indifferenza morale di chi uccide bambini senza il benché minimo rimorso.
L’umanista Ken Loach non può fare finta di nulla dinanzi a un potere economico che sfugge a qualsiasi controllo portando la morte ieri in Iraq e oggi forse già in Darfur o altrove nel mondo con il silenzio complice di chi sa ma preferisce volgere lo sguardo in un’altra direzione. Esattamente il contrario di quello che continua a fare il suo cinema.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Kean Loach, 74 anni a sinistra, appartiene ad una generazione che ha avuto modo di conoscere, fin dall’infanzia, le asprezze della vita.
Asprezze che dispiega sempre nel suo cinema “contro”: contro la sistematica demolizione del welfare, contro il liberismo sfrenato, contro il dominio del capitalismo occidentale, contro lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, contro le lacerazioni della sinistra europea. Cinema ideologico, certo, ma sempre realistico e coraggioso.
E onesto, soprattutto.
Un cinema senza sentimentalismi e senza eccessivo didascalismo, disegnato sulle facce dei suoi personaggi, spesso proletari, con una visione sempre netta delle cose e l’aspirazione verso quel socialismo democratico e trotzkista, a cui da anni, non fa mistero di credere.
Con “L’altra verità”, Kean Loach, coadiuvato dall’inseparabile sceneggiatore e amico Paul Laverty, rivolge il suo sguardo “contro”, all’Iraq e alla sporca guerra di Bush e Blair, che da anni, ormai, insanguina le sue strade.
Ed in particolare al mondo dei contractors (potenza del significato occulto delle parole, per cui, basta semplicemente chiamare contractors i vecchi mercenari, oppure esportatori di democrazia gli speculatori imperialisti interessati al petrolio, o ancora escort le giovani prostitute al servizio dei potenti perchè, in una sorta di traslazione semantica, il significato negativo originario di questi termini acquisti nuovo valore, assolutamente accettabile dall’immaginario popolare) che quella guerra combattono, assoldati da società private per svolgere, dietro lauti compensi, azioni belliche e paramilitari a sostegno degli eserciti dei paesi occupanti, o per provvedere alla sicurezza delle grandi corporation che operano nella martoriata capitale irachena speculando sugli affari che girano attorno a quella guerra.
E in Iraq, dal 2003 al 2009, quelle azioni belliche e paramilitari, spesso si sono trasformate in lavoro sporco, non assoggettato alle leggi locali in base al discusso “Ordine 27” (poi abrogato da Barak Obama), una disposizione imposta al Governo iracheno dalle forze d’occupazione, che assicurava loro l’impunità dalle leggi locali anche nei numerosi casi di massacri e torture, di cui si sono resi responsabili nei confronti della popolazione civile. Episodi ampiamente provati e documentati.
Mercenari prezzolati, in un paese che odora di dollari americani e puzza di sangue e di petrolio, sono Frankie e Fergus, due giovani di Liverpool, dove si svolge parte del film attraverso numerosi flashback, amici fraterni fin dall’infanzia.
Sin dal primo giorno di scuola, e per i successivi venti anni, hanno condiviso tutto Frankie e Fergus, gioie e dolori, sogni e aspirazioni. Hanno sognato insieme viaggi lontani e bevuto sidro sul battello che percorre il fiume Mersey; hanno amato le stesse donne e fatti gli stessi tatuaggi. Hanno vagheggiato, soprattutto, la carriera militare.
Entrambi, infatti, hanno fatto carriera nelle forze armate britanniche: Frankie come parà e Fergus nello Special Air Service (SAS), reparto speciale della British Army.
Una volta congedati Fergus convince Frankie a condividere con lui anche l’Iraq ed entrare in una squadra di contractors in missione a Bagdad.
10.000 sterline al mese, esentasse, in una Gran Bretagna in crisi, non si rifiutano facilmente, tanto più che, probabilmente, quel lavoro è la loro ultima occasione per fare “un po’ di soldi”.
E qui, due anni dopo, si consuma la tragedia che li separa per sempre.
Nel corso di una missione sulla Rout Irish (cui il titolo originale) – la strada più pericolosa al mondo, che unisce l’aeroporto di Bagdad con la Green Zone, dove hanno sede le ambasciate e i comandi militari – Frankie salta per aria, vittima di un agguato, e torna in patria, nemmeno tutto intero, in una bara, senza musica solenne, senza bandiere, senza picchetti d’onore e senza orazioni funebri – rituale retorico e abusato che accoglie il ritorno delle spoglie di un soldato caduto in terra straniera.
Bloccato a Liverpool da una grana con la giustizia, Fergus non ci sta: non crede alla versione ufficiale dei fatti, sente che qualcosa di oscuro si cela dietro quella morte e va fuori di testa.
Disperato e oppresso dai sensi di colpa – si ritiene responsabile della morte dell’amico per essere stato lui a convincerlo affinché accettasse quel lavoro in Iraq – l’affetto quasi morboso che lo legava all’amico del cuore non gli permette di rassegnarsi a quella morte e comincia ad indagare da solo per scoprire “l’altra verità”, quella che si cela dietro la versione ufficiale dei comandi militari, per cui Frankie si è trovato “nel posto sbagliato nel momento sbagliato”, ritenendo impossibile che il suo migliore amico possa essere morto per errore, per essersi cacciato nella situazione data a intendere dai militari (conosce bene, lui, i “signori della guerra”, come il losco Haynes che, cinicamente cerca di ingaggiarlo nuovamente, subodorano già nuovi scenari di guerra, come in Darfour).
Facendosi aiutare dalla vedova della vittima, quella Rachel che anche lui ha amato (e che ancora ama) prima che sposasse Frankie, Fergus, che non può allontanarsi dall’Inghilterra, si chiude nel suo spoglio appartamento e, perseguitato da demoni che gli tengono compagnia anche da sveglio, riesce a decifrare un filmato registrato su un misterioso cellulare che Frankie gli aveva fatto recapitare poco prima di morire.
Quando crede di aver scoperto cos’è realmente accaduto su quei maledetti 12 Km d’asfalto, Fergus dà libero sfogo a tutta la rabbia che si porta dentro.
Ma la verità è diversa, sta tutta da un’altra parte.
Una verità ancora peggiore fatta di corruzione, soldi a palate e interessi che esulano da qualsiasi intento etico morale e democratico, e tutte le volte che Fergus ne scopre un pezzetto, è un passo avanti verso la discesa all’inferno.
“Si doveva esportare democrazia e invece abbiamo importato barbarie”.
Si respira un tanfo di sangue e di morte, di bugie e di omertà, di ostentato razzismo e di bieco cinismo.
La sua stessa vita verrà risucchiata in un vortice di violenza e di crudeltà, che non gli permette più di riconoscere il sottile confine che passa tra giusto e sbagliato e lo condurrà diritto all’autodistruzione.
Sono questi i fatti che costituiscono il filo conduttore di un racconto che procede a sbalzi tra presente e passato, con una incredibile profondità di sguardo e di pensiero su quell’universo in cui politica, affari e potere militare si intrecciano in un rapporto perverso per fare della guerra un enorme business.
Mentre dall’altra parte, dalla parte dei mercenari, la degenerazione degli istinti e la dissociazione della realtà crea quel disturbo da stress che impedisce loro di rientrare nuovamente a far parte della società civile e ritrovare se stessi.
Sono i danni collaterali che ogni guerra si porta con sé. Sono le ferite dell’anima, che la vendetta non risana e che lascia l’uomo svuotato della propria morale.
Fergus ne è un esempio, il simbolo di una persona vendicativa e violenta, accecata dall’ira e guidata dal rancore e dalla voglia di farsi giustizia da solo che lo porterà a comportarsi peggio degli uomini cui dà la caccia, utilizzando le stesse tecniche apprese sul campo.
Ma Fergus non cerca solo giustizia, cerca vendetta, perché ormai la violenza gli si è attaccata addosso , perché è un eroe mancato che ha perso l’anima sulla quella maledetta Ruote Irish, perchè ormai è persino incapace di amare la donna che ha sempre desiderato.
Emblematici della sua schizofrenia sono quell’appartamento vuoto entro cui si aggira come in gabbia, quel suo quotidiano salire sul traghetto di Liverpool per ritrovare l’atmosfera di quando vi beveva vino scadente con Frankie, dopo aver saltato la scuola, o la frase che dice a Rachel per dirle addio: “criminali che si vendono per soldi, questo siamo noi”.
Un film crudo e rabbioso, illuminato dalla luce fredda e straniante di un’anonima Liverpool, piovosa e malinconica, cui fa da contrasto una Bagdad sanguigna e assolata, persino ferina nelle tragedie che si consumano nelle sue case e per le sue strade.
Un film che ci porta in un mondo orribile, che esibisce immagini molto crude, che ci addentra in una realtà che non è più tale, che usa corpi martoriati lasciati marcire al sole ed esibiti nel loro orrore di fronte alla macchina da presa, che ci mostra il lato più oscuro della guerra (se mai la guerra ne abbia avuto uno luminoso), ancor più, se possibile, che in “The Hurt Locker” di Kathryn Bigelow.
Del resto non è nuovo alla guerra Kean Loach, lo aveva già fatto nel ’96 con “La canzone di Carla”, in cui denunciava la presenza in Nicaragua di “consiglieri americani” per addestrare alla tortura le forze paramilitari contro i rivoluzionari sandinisti.
Aveva poi illustrato la lotta per l’indipendenza irlandese contro gli inglesi in “Il vento che accarezza l’erba” e la guerra civile spagnola in “Terra e libertà”, nei quali aveva sostenuto incondizionatamente i sui eroi oppressi dal potere; qui invece punta il dito anche contro di loro perché, forse, “non è più tempo di eroi”. Ora gli eroi sono mercenari senza ideali e uccidono per denaro e forse, anche per godimento psicopatico.
E così, partendo da un’amicizia virile che trascende regole e ragione, Loach assiste all’evoluzione psicologica e fisica del suo contractor, con straordinaria capacità di portare alla luce le sue (e dell’umanità in genere) contraddizioni interiori e sociali fino alla agghiacciante sequenza della tortura con il metodo waterboard.
Fergus è interpretato da Mark Womack, un attore televisivo alla sua prima prova sul grande schermo, il cui volto scavato e stanco riesce a rendere straordinariamente convincente il personaggio complesso e ambiguo di un uomo in crisi d’identità, forte ma vulnerabile, ferito nei sentimenti e guidato dal rancore e dalla voglia di vendetta.
Anche Andrea Lowe (Rachel) è protagonista per la prima volta di un lungometraggio e anche lei offre una prova intensa ed estremamente valida, mentre John Bishop (Frankie), un cabarettista inglese, è il terzo vertice del triangolo, l’agnello sacrificale alla logica della guerra moderna, dove si combatte per denaro e si muore per calcolo.
E morire in guerra è assurdo, crudele e sbagliato, sembra dire Loach, specie se si muore non per affermare un ideale di libertà e giustizia per il proprio paese, ma per servire una cinica azienda che fa affari milionari sulla pelle di ragazzi strozzati dal bisogno e allettati da lauti compensi, lucrando sulle infinite possibilità di guadagno offerte dalla guerra. Che sono guerre di aggressione, come quella in Iraq, assolutamente ingiustificabile dal diritto internazionale.
Una guerra lunga e difficile, che doveva finire in fretta e che invece non finirà mai… e se finirà ne comincerà un’altra, in qualche altra parte del mondo, perchè è facile trovare un nemico da abbattere o un altro infedele a cui insegnare la giustizia infinita.
E Loach ci dà l’anima per denunciare tutto questo, e si vede, ed anche se, a tratti, affiora un certo schematismo nell’assegnazione dei ruoli tra aggressori e vittime, la pellicola resta comunque un altissimo esempio di cinema di denuncia.
E tutti sappiamo quanto ce ne sia bisogno.
da “filmscoop.it”

Liverpool, settembre 2004. Dopo essersi congedato dalle forze speciali inglesi, Fergus convince Frankie, suo amico d’infanzia, ad unirsi alla sua squadra di contractor a Baghdad: è un’occasione, per due ex militari esperti come loro, per guadagnarsi un bel po’ di soldi. Qualche anno dopo, mentre Fergus è a Liverpool e non può fare rientro in Iraq perché gli è stato ritirato il passaporto, Frankie rimane ucciso sulla Route Irish, la strada più pericolosa al mondo. Il suo corpo rientra quasi in segreto in patria per il funerale e Fergus, sentendosi in colpa per la morte dell’amico, decide di svolgere indagini private, animato più da un senso di vendetta che di giustizia; ad affiancarlo c’è Rachel, vedova di Frankie, che di entrambi ha conosciuto solo la loro parte migliore: quella senza il fucile in mano.
Route Irish, titolo originale de L’altra verità di Ken Loach, è il nome convenzionale della strada che, dall’aeroporto della capitale irachena, conduce alla zona blindata delle Ambasciate e dei palazzi del potere. Il regista, da sempre interessato a tematiche sociali nonché attento osservatore delle realtà politiche internazionali, torna a firmare una delle sue pellicole-denuncia che tanto aspettavamo: pluripremiato a Cannes e Leone d’oro a Venezia, dopo una iniziale carriera televisiva ed i difficili esordi nel cinema per ragioni di natura politica, è oggi considerato dai cineasti non solo britannici un maestro.
Nel 2010 con L’altra verità Loach a Cannes ha disorientato la critica, che lo ha sempre amato per il suo modo riflessivo e non polemico di fare film-inchiesta; di questa storia non è stata apprezzata la tensione e la violenza da film d’azione, i modi duri e vendicativi del protagonista, mezzi con i quali il regista affronta l’argomento della presenza anglo-americana in Iraq dal punto di vista dei contractor, mercenari che in cambio di danaro si congedano dall’esercito per farsi assumere da società private per compiere azioni militari in conflitti ufficiali.
E’ invece da apprezzare la lucida analisi che il regista fa delle esistenze ambigue di questi “eroi dimenticati” del nostro tempo, sin dalle fasi del loro reclutamento, dell’estremo pericolo delle loro missioni e del pesante silenzio sulle loro morti, con il quale si accompagna senza onori militari il rimpatrio dei loro corpi dilaniati. Il film, ambientato completamente a Liverpool, è percorso dall’inizio alla fine dal forte malessere di cui è affetto Fergus (Mark Womack), un disturbo post-traumatico da stress di combattimento che gli genera un senso di lutto perenne per la persona che era un tempo e che ora non è più. Seppur Ken Loach in passato abbia prodotto capolavori, L’altra verità ha tuttavia il merito non solo di puntare il dito sullo sporco giro di affari che circonda gli attuali “conflitti di pace”, ma anche di far incarnare al rabbioso Fergus il frutto della privatizzazione del business-guerra, facendo emergere solo sul finale parte della sua perduta umanità: “Criminali che si vendono come puttane, questo siamo noi. Rivoglio indietro un pezzetto dell’uomo di prima”.
Maria Letizia Panerai, da “nonsolocinema.com”

Non si esaurisce mai l’interesse di Ken Loach per il mondo in cui vive e per quel cinema sempre “al lavoro” che procede in profondità nelle relazioni, nei legami tra le persone, nelle scelte che quelle persone fanno, mancando magari il goal della vita ma centrando un passaggio impeccabile a smarcare un amico. E di assist, rigorosamente d’autore, si ragiona nuovamente ne L’altra verità, dramma amicale ambientato tra Liverpool e Baghdad e abitato da una coppia di amici, battitori liberi in una guerra fortemente privatizzata. Archiviata la ricchezza emotiva del calcio, la ritrovata solidarietà popolare e il perfetto tocco di esterno di Eric Cantona (Il mio amico Eric), il regista inglese recupera il pessimismo radicale e sconfortante delle sue storie e ritrova i finali secchi e cupissimi del suo cinema precedente.

Mercenari in questo mondo libero e globalizzato, Frankie e Fergus sono amici dall’estate del ’76, fratelli di sangue e di sidro su un cheap ferry avanti e indietro dal porto. Diventati grandi e soldati di una compagnia militare privata, Frankie finirà ucciso sulla Route Irish e Fergus tornerà nel democratico Regno Unito a non farsi mai una ragione di quella morte e della sua supposta versione ufficiale. Convinto da sempre che il cinema possa esprimere e tradurre in concrete proposte politiche una nuova coscienza morale da opporre alla cultura dominante, Loach conduce un’indagine investigativa e insieme affettiva, appoggiandosi a un protagonista forte e vulnerabile, nobile e introverso, ostinato ed estremo, che rifiuta l’economia come unica regola per il progresso e invoca la ricostruzione del bene comune come concetto non negoziabile. Corrispondendo i suoi navigators, Loach punta il dito contro l’orrore antropologico prodotto dalla guerra e contro la privatizzazione dell’economia britannica, che “marciando verso il progresso” manda al macero le relazioni umane e “suicida” l’integrità dell’io. La verità secondo Loach è che a contare sono solo gli uomini e le loro esistenze in guerra (e in pace).
Marzia Gandolfi, da “freequency.it”

Il famoso regista britannico Ken Loach, dopo aver magistralmente diretto nella commedia Il mio amico Eric il discusso calciatore, ora attore più che mai affermato, Eric Cantona, racconta la storia di due uomini – Frankie e Fergus – legati a doppio filo da un’amicizia che dura da moltissimi anni. Fergus – Mark Womack – dopo il congedo dalle forze militari britanniche impegnate in Iraq, convince Frankie – John Bishop – a unirsi alla sua squadra di contractor – più comunemente conosciuti come mercenari – per racimolare un bel po’ di soldi. Frankie morirà in un attentato sulla strada più pericolosa del mondo, la Route Irish, che collega l’aeroporto di Bagdad alla green zone. Fergus, non credendo alla versione ufficiale, cercherà a suo modo di scorpire cosa realmente fosse successo all’amico.

Loach dirige un ottimo revenge-movie, un viaggio che condurrà alla scoperta di una verità scomoda. Il regista britannico mostra un mondo dominato dalla violenza, dove l’Ordine 17 – protocollo che permette ai soldati di comportarsi come dei cowboys durante il conflitto iracheno – non è stato ancora abolito. Fergus, un uomo destinato all’autodistruzione, divorato dal rimorso per aver convinto suo “fratello” a combattere in Iraq, conduce le sue personali indagini in modo non convenzionale, pronto a tutto pur di vendicare Frankie.

La sceneggiatura di Paul Laverty – l’ennesima scritta per Loach – trasuda di odio nei confronti della guerra e delle sue conseguenze sui combattenti. Laverty condanna in modo schietto le società mercenarie che operano in Medio Oriente e delinea ottimamente gli spietati Haynes – Jack Fortune – e Walker – Geoff Bell – rappresentanti di una società militare privata, pronti a qualsiasi cosa pur di stipulare qualche nuovo contratto. Inoltre non risparmia qualche punzecchiatura nei confronti del governo britannico e americano, immobili osservatori di una guerra con sempre maggiore evidenza priva di senso.

Loach ci mostra, grazie a frequenti flashback, gli orrori della guerra; in alcuni casi utilizza immagini di repertorio, altre volte mostra i ricordi impressi nella mente del protagonista – rimembranze che lo braccano e non gli lasciano scampo. Le inquadrature spesso indugiano sui primi piani del protagonista, lasciando trasparire in modo convincente il suo stato d’animo, preda dell’ira e della disperazione.

Il violento microcosmo mostrato da Loach si autoalimenta e coinvolge tutto il cast, composto nei ruoli principali da Womack, Lowe e Bishop. Tutti e tre gli attori sono all’esordio sul grande schermo e si dimostrano in grado di sostenere il gravoso compito. Oltre alla notevole interpretazione di Womack, bravo a rendere convincente il graduale declino esistenziale di Fergus, si nota la bravura di Andrea Lowe – la vedova di Frankie – che nonostante sia dilaniata inizialmente dalla disperazione e dall’odio nei confronti di Fergus, progressivamente gli si avvicinerà sentimentalmente, come fosse la naturale mimesi di Frankie. Nel cast, inoltre, troviamo due attori – alle prime esperienze – che ricoprono due ruoli fondamentali: Talib Rasool è Harem, il musicista iracheno che aiuta inconsapevolmente il protagonista nei propositi di vendetta personale, e Craig Lundberg, l’amico di Fergus, reso cieco da un attentato avvenuto in Iraq. La storia di quest’ultimo è vera: il caporale Craig Lundberg, realmente privo di vista e in una scena, lo vediamo contorcersi nel letto preda di incubi notturni militari, probabilmente una situazione in cui è venuto a trovarsi in più di un’occasione.
“Si è trovato nel posto sbagliato al momento sbagliato”: può bastare questa come spiegazione per la morte di un amico?
Andrea Ussia, da “persinsala.it”

Non è estraneo alle guerre Ken Loach: basti pensare al suo Terra e libertà, sull’idealismo della guerra di Franco o anche, seppur velatamente, a Il vento che accarezza l’erba, sull’agognata indipendenza dell’Irlanda del Nord.
L’altra verità mostra però un regista diverso, in un contesto a lui nuovo e insolito, con un film che affronta un tema tanto attuale quanto scottante e vari tipi di dramma.
Dal quello della guerra, alla perdita del migliore amico, dalla vendetta all’abbandono, fino alla ricerca di se stesso da parte del protagonista: un uomo che ha perso la sua anima nel deserto dell’Afghanistan e cerca di recuperare il suo vecchio io, quello che saltava la scuola per bere vino scadente sul traghetto di Liverpool, insieme al suo amico.
L’altra verità è una storia di amicizia e morte che Loach racconta in maniera cruda, realistica, ma al tempo stesso commovente e appassionante. E’ una pellicola che ha in sé thriller, dramma e film di denuncia. Noto per i suoi film impegnati, come si è soliti definire quelle opere che trattano il sociale, l’attualità, gli argomenti politically incorrect, anche questa volta il regista britannico non si esime dal lanciare accuse nei confronti non tanto dei mercenari, “esseri umani che si vendono come puttane per soldi”, quanto contro chi gestisce questi contractor e i contratti da milioni di sterline che derivano dal loro impiego nei paesi stranieri in stato di guerra.
Ed anche verso i soldati americani, abili torturatori di ostaggi, il cui motto è: “niente sangue, niente peccato”, a significare che gli omicidi per soffocamento o scosse elettriche, senza spargimenti di sangue appunto, sono leciti.
Senza raccontare la trama nel dettaglio, possiamo solo dire che la sceneggiatura vanta un buon intreccio e un finale shock: il copione di Paul Laverty studia a fondo i personaggi e scava nel loro io, mostrandoci uomini e donne distrutti.
Perché la guerra è questo: distruzione. “Non si torna dall’Afghanistan o dall’ Iraq per poi andare tranquillamente in un centro commerciale”. Dopo essere stati nell’esercito britannico, Fergus convince Frankie a diventare contractor per una società privata.
Ultima possibilità per fare un mucchio di soldi. Ma Frankie viene ucciso e ben presto Fergus capisce che dietro al presunto attentato si nasconde qualcosa di più grande e molto losco. Inizia così a indagare, inimicandosi una serie di vecchie conoscenze che non vogliono che scopra la verità.
Il film incede tra un presente carico di tensione e azione, e flashback pieni di nostalgia.
Ken Loach ha fatto molte ricerche e parlato con varie persone e contractor: ha voluto che anche gli attori si documentassero su una realtà tanto tragica quanto poco conosciuta.
Il risultato è sorprendente, soprattutto se si pensa che Mark Womack (Fergus) e Andrea Lowe (Rachel) sono alla loro prima esperienza sul grande schermo e che John Bishop (Frankie) è un cabarettista.
Il dramma della guerra con i suoi traumi psicologici, viene messo in scena con una storia toccante e assolutamente realistica.
In sostanza, l’ultimo, bellissimo, film di Ken Loach, è di quelli che lasciano l’amaro in bocca e una rabbia che affiora pian piano lungo il corso della vicenda. Ma è una rabbia che non porta da nessuna parte perché, a costo di sembrare moralisti o pessimisti, nulla si può di fronte a cotanto potere e cotanto flusso di denaro.
Daria Castelfranchi, da “cinemalia.it”

Se ne vedono tanti di film politici in giro. Ognuno a suo modo prova a districarsi nella fitta selva dell’informazione/disinformazione. Si potrebbe dire che, bene o male, tutti i film sono “politici”, ma non tutti sono diretti con lucidità. Ken Loach è una di quelle rare figure in grado di riuscirci. Con L’altra verità, avvalendosi della collaborazione del suo sceneggiatore abituale Paul Laverty, Ken Loach realizza un sottile thriller di denuncia, di rabbia nei confronti di un’informazione ormai troppo manipolata e addomesticata. Un tipico film à la Loach insomma, non meno di quanto visto in L’agenda nascosta, senza eccessi però, diciamo pure nella media, che a tratti per l’idea si avvicina a Redacted di Brian De Palma (in quel caso però, dietro c’è un altro tipo di “operazione”).
La storia si divide tra il presente a Liverpool e il passato in Iraq. Il film si apre con Fergus su un traghetto mentre ricorda i messaggi lasciati in segreteria da Frankie, al cui funerale si sta dirigendo. Fergus e Frankie sono due grandi amici, di quelli che ti verrebbe da definire fratelli di sangue, ma il loro rapporto è ancor più viscerale e va ben oltre questa classica etichettatura. Fergus è un ex soldato delle forze speciali inglesi (Sas) diventato “contractor”, un mercenario pagato per fornire protezione e sicurezza in una terra ancora devastata dallo scenario post Saddam. Frankie si accoda all’amico perché si guadagna bene (10.000 sterline al mese) ma viene ucciso durante un agguato sulla Ruote Irish. Fergus non si dà pace, sa di esser lui la causa della morte, ma sa anche che ciò che gli alti vertici dicono non è del tutto vero. Indagando, scopre che la sua sensazione era fondata: probabilmente Frankie non è stato ucciso per pura fatalità, ma è stato fatto fuori perché sapeva qualcosa che non andava divulgato. L’altra verità in questione è custodita in un breve video realizzato da un bambino iracheno con un cellulare. Mostra e rivela ciò che non può essere mostrato e rivelato: l’insensata barbarie dei soldati, la pressione cui sono costretti generatrice di follia. Nulla di nuovo sotto il sole del cinematografo.
A vario titolo e in vario modo è possibile trovare pellicole che hanno affrontato l’argomento in maniera più o meno diretta. Allora perché se ne continua a parlare? La spiegazione è possibile rintracciarla nel titolo originale, motivo per cui avremmo preferito si lasciasse il titolo Route Irish ma le intricate decisioni commerciali e di distribuzione spesso giocano brutti scherzi. “L’altra verità”, certo, predispone chiaramente lo spettatore all’atteso disvelamento di una realtà nascosta, occultata. “Route Irish” però, indica un luogo ben preciso della geografia bellica irachena: è la strada che dall’aeroporto di Bagdad porta alla Green Zone (forse ricordate il recente film di Paul Greengrass, Green Zone). È la strada “più pericolosa del mondo”. È un luogo. È il luogo dove si contestualizza la denuncia di Loach e per questo è importante sapere cos’è. E ricordarlo. Come insegnano certe correnti di psicologia cognitiva, “non c’è memoria senza contesto”: vale a dire, per poter ricordare un evento, una situazione, un volto è necessario costruirgli attorno un contesto che permetta alla nostra mente di far affiorare il ricordo. Un concetto similare viene esposto dal capitano Miller al soldato Ryan il quale non ricorda più le facce dei fratelli. Guarda caso si tratta di un altro film che affronta il tema guerra, Salvate il soldato Ryan, il cui intento è proprio quello di costruire un contesto di riferimento affinché si eviti di dimenticare l’orrore.
L’altra verità di Ken Loach tenta di fare questo. La tensione è ben dosata, la cospirazione affiora col passare dei minuti, c’è il giusto spazio per l’azione “vissuta” anche se c’è un certo schematismo narrativo (e interpretativo), ma il vero pregio è quello di continuare a ricordarci cosa (e come) succede lontano dai nostri schermi televisivi in un mondo dominato da un eccesso informativo che si traduce in una più diffusa incoscienza (il termine “ignoranza” sarebbe eccessivo). Abbiamo uno spasmodico bisogno di ricordare. E di sapere.
Dario Cortimiglia, da “pointblank.it”

Era inevitabile che dopo un film “leggero” come il Il Mio Amico Eric, Ken Loach tornasse ad indagare la parte oscura del nostro mondo. Era inevitabile perché Ken Loach è Ken Loach ma anche perché il Cinema inglese tiene viva da decenni una tradizione di impegno politicamente scorretto che è solo sua.
L’Altra Verità racconta una guerra infinita, ma racconta anche le sue conseguenze su menti che sembrano intoccabili da qualsiasi violenza e ingiustizia, ma che alla fine sono più fragili di quanto vogliano sembrare. A metà strada tra il Cacciatore e quei film di inchiesta che servono a vedere quello che c’è sotto a quei proclami di democrazia che non sono quasi mai veri, il nuovo grande film di Ken Loach ci apre gli occhi davanti ad un sommerso di cui non si parla mai.
I contractors di cui si parla nel racconto sono soldati privati assoldati da gente senza scrupoli, il cui unico scopo è fare soldi. Ma per Ken Loach, uno dei più straordinari e poetici lettori della società in cui viviamo, questi soldati sono anche persone, contraddittorie quanto si voglia, ma persone. L’Altra Verità è un film sull’inutilità della guerra ma è anche un viaggio a ritroso su un’innocenza ormai persa definitivamente. È la storia di un’amicizia, in cui tutto sfugge di mano perché i soldi contano più di tutto ma è anche il resoconto realistico (con immagini di repertorio) di quello che sta succedendo in Medio Oriente (in Iraq, come in qualsiasi altro paese da occupare) dove la popolazione inerme vive impotente la paura, la tortura, la violenza di gente che non dovrebbe far parte della loro vita.
Come sempre, nel Cinema del grande regista inglese, c’è quasi una forma di solidarietà nei confronti delle persone che sono tutte vittime di qualcosa di più grande di loro, che siano le istituzioni (Ladybird, Ladybird), la criminalità organizzata (My Name is Joe) o i signori dell guerra. Persone neanche troppo limpide, persino contraddittorie, ma che hanno tutta la nostra “simpatia” perché, in qualche modo, cercano un riscatto quasi sempre impossibile. Sorta di moderni e cupi Don Chisciotte, questi personaggi, si sono lasciati dietro la speranza di una vita ormai troppo compromessa ma in confronto a tutti quei burattinai che tengono i fili, diventano degli eroici anti-eroi. Ed è per questo che nel ritorno a casa di Fergus dall’Iraq, nel suo voler sapere a tutti i costi, in quel traghetto che sembra portare dall’infanzia all’età adulta, ritroviamo una di quelle figure che rendono il Cinema di Ken Loach così vivo ed emozionante. Come sempre.
Renato Massaccesi, da “filmfilm.it”

L’altra verità (Route Irish), la nuova creatura cinematografica di Ken Loach, esce il 20 aprile nelle sale italiane. E’ la storia di una grande amicizia tra Fergus e Frankie, il primo, già soldato nelle forze speciali inglesi, convince l’amico, ex parà, ad unirsi alla sua squadra di mercenari a Baghdad per diecimila sterline al mese. Solo una occasione per fare denaro, che si rivela tragica. Così nel 2007 Frankie viene ucciso sulla Route Irish e Fergus, tornato a Liverpool, inizia delle indagini sulla poco chiara morte del caro amico. In questa sporca storia di guerra e soldi, entra Rachel, la compagna di Frankie. La devastazione che i due “sopravvissuti” alla tragedia portano dentro, li farà avvicinare, formando un triangolo sentimentale, virtuale, classico, che comunque non è in grado di colmare il dolore da entrambe le parti.
Ken Loach torna con un film dall’alto valore e d’impegno politico, come lo erano stati i bellissimi: La canzone di Carla (1996), Terra e libertà (1995) e Il vento accarezza l’erba (2006).
Nella nuova pellicola riferimenti filmici e iconografici rimandano ad altre opere della lunga carriera del regista, da My names is Joe (1998) e In questo modo libero (2007), che denotano la poetica loachiana, come le scale dei palazzi scarni e gli uomini incappucciati, che ricordano geniali apparizioni in Il mio amico Eric (2009).
In L’altra verità, ritorna il Ken Loach militante che la maggior parte del pubblico ama, in grado di ammutolire gli afflati moderati e di dire a gran voce che la guerra è il più grande dei mali, la guerra è morte, capace di spezzare ogni legame costruttivo, bello e positivo della vita, in grado di rompere irrimediabilmente la vita stessa. Quella voce che può gridare che non ci sono guerre giuste o bombe intelligenti, la guerra è solo orrore, devastazione e barbarie. E questo film arriva in un momento così triste in cui a un pacifista e un grande comunicatore come Vittorio Arrigoni è stata spezzata l’esistenza in modo ignobile.
Il regista inglese ci propone dei personaggi strutturati in un contesto in cui la virilità, che ama il conflitto, primeggia. Sembra che solo l’amicizia maschile è capace di creare legami indissolubili, mentre le donne sono figure di contorno buone solo ad essere spartite tra maschi che aspirano esclusivamente al denaro. Quei soldi da ottenere “svendendosi come puttane” al miglior offerente, basta essere disposti ad imbracciare un’arma da fuoco.
E “l’altra verità” che cerca spasmodicamente il protagonista, una volta scoperta non riuscirà a “redimere i suoi peccati” perché è un uomo che ha perso la dignità per i più forti, mentre la verità che ricercava e trasmetteva Arrigoni renderà gloriosa la sua morte in quanto la sua vita è stata vissuta con dignità per i più deboli.
Sonia Cincinelli, da “fuorilemura.com”

Con alla regia il grande Ken Loach, un regista impegnato che con ogni tipo di vicenda riesce sempre a trovare spunti interessanti, arriva finalmente, dopo Il mio amico Eric, L’altra verità, un film di denuncia che ci parla degli orrori tenuti nascosti dal governo britannico su dei fatti avvenuti in Iraq dopo la liberazione effettuata dagli americani e la caduta di Saddam. La storia (elaborata con l’inseparabile Paul Laverty) non si trasferisce mai direttamente nel tormentato paese mediorientale (che si vede solo in tragici filmati e nelle riprese del telefonino da cui parte la vicenda) ma avviene tutta nel Regno Unito, dove Fergus (Mark Womack) non si rassegna alla morte dell’amico Frankie (John Bishop) avvenuta in Iraq sulla Route Irish (titolo originale del film), una strada pericolosissima dove possono avvenire agguati e attentati. Fergus capisce che sotto la vicenda si celano delle verità scottanti, e con l’aiuto di Rachel (Andrea Lowe), la moglie del defunto da sempre amata in segreto, comincia una indagine privata che si rivelerà pericolosa e terribile.
Loach, dopo aver affrontato ogni tipo di vicenda, adesso si rivolge all’Iraq per parlare non tanto di egemonie economiche ma di vicende umane, usando i suoi personaggi per mostrare che Saddam e la sua tirannia sono finiti ma anche chi l’ha spodestato molte volte usa sistemi illeciti e non guarda tanto per il sottile, colpendo i bambini e non accettando che qualcuno possa denunciare. Con un sistema di cammino a progressione da spy story vediamo come Fergus, che progressivamente scava nel marcio, cerchi di trovare oltre la giustizia anche se stesso, dichiarando il suo amore da sempre soffocato, perdendo progressivamente la propria scorza di duro e rimanendo incredulo, lui che ne ha viste tutte, da quanto si può finire nel gorgo senza fine della barbarie da parte di uomini ricchi e potenti.
Lo stile usato è sempre quello, semplice, sincero, efficace; immagini crude da documentario vengono inserite senza pietà. Loach sa che la realtà è solo quella e non vuole renderla più dolce per calmierare le anime degli spettatori con false verità, non accetta di lasciarli andare a casa privi di shock emotivo per penetrare le coscienze, con un finale praticamente perfetto e decisamente scomodo si perpetua la catarsi del potere che ti uccide, magari indirettamente, anche quando hai fatto la cosa giusta. La vicenda sferzante ha un ritmo di pathos davvero invidiabile, senza perdersi mai e mostrando degli islamici calmi e misurati, riflessivi, che non agiscono ferocemente di vendetta. Se vogliamo la ferocia, la dimostra chi cerca di nascondere e non chi ha diritto di reazione dopo il torto.
Un altro film che si aggiunge con dignità agli altri nella carriera del regista; magari un lavoro non eccezionale, ma che sicuramente il suo dovere di denuncia e di ribellione lo svolge fino in fondo, senza preoccuparsi di quanto ci può piacere la risposta, toccando un argomento difficile e trattando con estrema pulizia e onestà il controverso rapporto tra dovere e occultamento di stato e sentimento di uomo.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

Fergus e Frankie sono amici inseparabili fin dalle scuole elementari e insieme hanno condiviso gran parte della loro vita. Mentre Fergus decide di servire il suo paese unendosi alle forse speciali inglesi, il SAS, coronando il suo sogno di girare per il mondo, Frankie decide invece di rimanere in patria e vivere con la sua ragazza, Rachel. Contattato da Fergus, diventato ora un contractor, ovvero un mercenario ben retribuito, Frankie decide di seguire il suo migliore amico nei paesi devastati dalle bombe, anche per garantire una vita dignitosa alla sua fidanzata. Dopo il rimpatrio dovuto a problemi di varia natura, Fergus viene a sapere che Frankie è stato ucciso in un conflitto e, in cerca di verità assolute, indagherà con Rachel per onorare l’amico morto in questo conflitto insensato.
Ken Loach si dimostra regista impegnato e dalle cronache dei conflitti scoppiati in Afghanistan, nelle zone devastate di Baghdad e di Falluja, vuole dare una dignitosa sepoltura a tutte quelle vittime spezzate da questa guerra che nasconde solo biechi e spregevoli interessi di multinazionali, interessate più a facili guadagni che alla pace. La fotografia del suo film non lascia scampo: è cupa, tetra, e ci viene rimandata in tutta la sua carica d’orrore con scene di video dai telegiornali in cui assistiamo ad un martirio senza riposo. Inoltre, inserisce nel contesto della pellicola veri soldati, resi disabili o mutilati nei campi di battaglia, che dimostrano quanto spesso ciò che ci viene raccontato dalle tv corrisponde solo ad una facciata di comodo mentre la verità è spesso, se non sempre, nascosta per evitare incidenti diplomatici.
Fergus – l’attore Mark Womack – è ottimo nel ruolo di un personaggio che combatte per tutte le vittime innocenti che si sono trovate nel posto sbagliato al momento sbagliato, come si ripete spesso durante il film: dimostra una partecipazione, una recitazione sentita, che ci narra di schegge impazzite che rimangono nella memoria dei soldati e/o dei mercenari. Essi decidono di partire volontari e al ritorno sono completamente trasfigurati, resi macchine di morte che difficilmente possono ritornare al loro ruolo di marito o padre, se non con molte difficoltà e con molti sforzi. L’attrice Andrea Lowe – Rachel – qui al suo debutto al cinema, e John Bishop, nei panni di Frankie, mostrano una certa intensità nel loro ruolo ma sono e rimangono figure distanti, molto sfocate, rispetto a tutto ciò che Fergus ha vissuto e che ora si porta dentro. Un mondo fatto di morte, di disperazione, e di alienazione, che ha minato e mina ancora la sanità di coloro che sopravvivono, costretti a rivivere nei loro incubi attimi che sono stati e che saranno per sempre.
Un’opera coraggiosa che Ken Loach affronta non solo partendo dalla cronaca dei nostri giorni, ma anche dei disagi futuri che questi uomini mandati al macello ritroveranno in un futuro prossimo, agghiacciante, pieno di tare mentali e profondi problemi psichici che sarà un peso per le future generazioni.
Alessandro Cristofaro, da “occhisulcinema.it”

Dopo la geniale commedia Il mio amico Eric, Ken Loach torna al dramma con una storia di amicizia, guerra, rimorso e vendetta. L’inferno di Baghdad attraverso gli occhi dei contractor, e la solitudine di chi cerca giustizia a suo modo.
L’altra verità
L’amicizia va al di là di tutto. Dell’amore, della guerra, della vita stessa. E Fergus e Frankie sono due amici speciali, il loro legame è indissolubile, dalle giornate trascorse su un traghetto sul fiume Mersey, marinando la scuola, alla scelta della carriera militare, una volta diventati adulti. Non serve molto per capirlo, anche se nell’intensa pellicola di Ken Loach non vedremo mai gli amici fianco a fianco. Dopo la geniale commedia Il mio amico Eric, Loach torna al dramma con questa pellicola, presentata in concorso all’ultimo Festival di Cannes. Un dramma ma anche una sorta di thriller condito dalla crudeltà della guerra e la dura verità del rimorso.
Route Irish, che in Italia arriva come L’altrà verità, è il titolo originale del film, dal nome della strada più pericolosa del mondo che collega l’aeroporto di Baghdad alla cosiddetta Zona Verde della città. Frankie (John Bishop) fa parte della squadra di contractor che opera nella città dell’Iraq, convinto proprio da Fergus (Mark Womack), a unirsi a questo gruppo di cosiddetti “operatori privati della sicurezza”, per fare un po’ di soldi. Quando Frankie muore, proprio sulla Route Irish, Fergus rifiuta la versione ufficiale dei fatti, per cercare la verità, la sua verità, quella dell’amico ucciso, quella della gente di Baghdad. La ricerca sarà fitta di ricordi, dolorosa e eternamente accompagnata da un forte senso di colpa.
Quello che Loach porta sul grande schermo il racconto di un sentimento profondo, ma estremamente complesso attraverso le immagini crude e terribilmente attuali della guerra. Soldi, potere, dolore e voglia di vendetta si mescolano in un mix intenso, che a tratti ha l’effetto di un vero e proprio pugno allo stomaco. Fergus non cerca soltanto giustizia per il fortissimo sentimento che lo lega all’amico. Il suo è un percorso più profondo verso la redenzione, nella speranza di ritrovare anche se stesso, quella persona persa nel momento in cui ha impugnato in mano un fucile. L’enorme tristezza e vuoto interiore del protagonista sono accompagnati dai colori malinconici di una Liverpool grigia e piovosa. Dall’altra parte il sangue e la morte della guerra, raccontati da un punto di vista diverso e originale, diverso, insomma, come ci ha abituati il regista inglese.
Ottima l’interpretazione di Mark Womack che impersona le nevrosi e l’impotenza del suo personaggio curato nei minimi dettagli. Grazie anche alla buona direzione di Loach diventa inevitabile l’empatia con il protagonista. La sensazione di impotenza che accompagna Fergus fino alla fine è la stessa che rimane nello spettatore. Perché l’altra verità lascia un segno indelebile, e un senso di incredulità che può consentire, però, un’ampia riflessione.
Sonia Arpaia, da “doppioschermo.it”

La prima vittima della guerra è la verità. Questa consapevolezza che Eschilo ci ha trasmesso è il tema fondante del film di Ken Loach.
I protagonisti di cui seguiamo la storia sono Fergus e Franckie, due contractors, ovvero soldati privati, legati da una profonda amicizia che li ha portati a condividere anche questa estrema esperienza durante la seconda guerra irakena. Quando Fergus perderà il suo amico, morto in circostanze misteriose, comprenderà di aver bisogno di ristabilire la verità per riprendersi un barlume di dignità e far fronte al proprio senso di colpa. Nel suo percorso alla ricerca della verità Fergus si scontrerà con la resistenza delle lobbies della guerra che prosperano nella mistificazione della realtà, ed avvierà un doloroso processo di maturazione ed evoluzione che gli permetterà di comprendere lo stato di corruzione morale nel quale era precipitato, ma ciò non sarà sufficiente per la sua salvezza.
La storia di Fergus e Frankie fornisce a Ken Loach l’opportunità di descrivere lo scenario della seconda guerra in Iraq, in cui hanno trovato pieno sviluppo le moderne strategie di combattimento che prevedono l’uso massiccio di milizie private, che in Iraq sono arrivate a contare fino a 160.000 soldati. L’utilizzo di queste truppe offre il vantaggio di diminuire nella contabilità dei morti il numero di soldati dell’esercito regolare degli Stati Uniti e offre la grande opportunità di arricchire le casse delle società private che li forniscono. Il fatto che una di queste società fosse la Halliburton, il cui amministratore delegato è stato Dick Cheney, vicepresidente degli USA al tempo di Bush e della guerra in Iraq, ha tutta l’aria di non essere una casualità. Il modus operandi di queste truppe private è stato spesso connotato dal disprezzo di ogni rispetto delle normative internazionali per la tutela dei civili e dei prigionieri e, spesso, si sono macchiate di crimini gravissimi, essendo tutelate dal cosiddetto Ordine 17 che garantiva loro l’impunità da ogni legge.
Il combinato disposto della privatizzazione delle truppe da combattimento e il loro esonero da ogni legge mostrano lo stato di sviluppo del capitalismo che ha trasceso la necessità di servirsi esclusivamente dell’istituzione dello stato-nazione per realizzare le guerre di proprio interesse ed è riuscito a congegnare meccanismi nuovi che rendono sostanzialmente autonomo il capitale nell’esercizio della forza. Tale trasformazione produce un’innovazione anche del concetto di imperialismo che è agito direttamente dai centri di potere economico, controllati dalla borghesia globalizzata.
Con L’altra verità il regista britannico ritrova, pur senza riuscire ad esercitare un forte coinvolgimento emotivo, una vena drammatica credibile che prova a sfuggire a cadute didascaliche a cui Loach è stato spesso soggetto, probabilmente spinto dalla sua forte ansia di comunicazione politica. I titoli di coda del film precisano che i personaggi hanno nomi di fantasia, ma lo sceneggiatore Paul Leverty dichiara che la storia prende spunto da fatti realmente accaduti. L’intreccio narrativo ha un piccolo debito verso il film di Paul Haggis, Nella valle di Elah (2007) .
Pasquale D’Aiello, da “taxidrivers.it”

Fergus e Frankie sono due amici inseparabili, uniti da un’amicizia nata nell’infanzia, in cui il passatempo preferito era quello di marinare la scuola e passare le giornate a bere sul traghetto del fiume Mersey. Da grandi i due intraprendono le carriere militari, Fergus diventando un soldato delle SAS, forze speciali inglesi, mentre Frankie è un ex parà insoddisfatto della sua attuale situazione economica e lavorativa. Accetta così la proposta dell’amico di unirsi alla sua squadra di contractor a Bagdad, per dieci mila sterline pulite al mese. Ma la vita in guerra è burrascosa e travagliata, e Frankie viene ucciso nella strada più pericolosa del mondo, la Route Irish (che dà il titolo originale al film) in un pomeriggio di fine estate. Fergus nonsi dà pace e non credendo alle dichiarazioni ufficiali inizia una sua personale ricerca della verità, affiancato dalla vedova dell’amico.
Dopo la commedia “Il mio amico Eric” del 2008, Ken Loach torna al dramma, collocandolo in un thriller moderno fatto di guerra, amici, amori, colpevoli e sbagli. Quella che ci propone è una storia attuale, che parla di morte, quella morte cruda, forte, che tutti i giorni affolla ininterrottamente le televisioni di ogni famiglia nel mondo, al punto quasi da renderci indifferenti. Eppure c’è gente che muore in guerra, soprattutto in questa, divenuta sempre più privatizzata, portata avanti al semplice scopo di guadagnare.
Loach ci pone davanti diverse problematiche, il guadagno, la fame di soldi, il dolore, quello di un amore non vissuto e quello che si prova per una persona che si perde, la voragine che assale e non ti lascia più. Ma lo fa rendendo il suo protagonista un vendicativo, guidato dal rancore e dalla voglia di giustizia, che finisce per comportarsi come le persone a cui dà la caccia, un uomo combattuto dalla sua ambivalenza di soldato e persona, che sente di aver perso tutto. Un film buio, tinteggiato con i colori della città di Liverpool piovosa e malinconica, che si scontrano con l’assolata e sanguinaria Bagdad, caratterizzato da un finale emblematico.
Sonia Serafini, da “ecodelcinema.com”

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Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
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