Ladri di cadaveri – Burke & Hare

“Tutti gli avvenimenti trattati in questa storia sono veri, tranne quelli che non lo sono”. Lasciate ogni speranza e supponenza voi che entrate in sala. Un film di John Landis non richiede domande etiche o ricerca di messaggi subliminali. Vuole solo essere guardato con la mente sgombra e pronta a lasciarsi conquistare da una serie infinita di tragicomiche imprese. Burke e Hare (Simon Pegg e Andy Serkis), due irlandesi del diciannovesimo secolo trapiantati a Edimburgo, sono i classici immigrati con tante speranze e poche idee da realizzare. Per sopravvivere scelgono la strada più astuta: contrabbandare cadaveri vendendoli a illustri medici a corto di materiale per gli esperimenti. Ma che accade se la Morte è in vacanza? La premiata ditta “ladri di cadaveri” la sostituisce. Dopo più di un decennio di assenza, Landis torna al cinema in piena forma, con un comedy-horror in costume che rilegge in modo lieve, personale e senza inutili moralismi l’epopea di due figure reali, gli “Jack Lo Squartatore di Scozia”, trasformando dei criminali efferati, unicamente interessati al profitto personale, in simpatiche canaglie. Grazie anche a una serie di irresistibili comprimari (Isla Fisher, Tom Wilkinson, Tim Curry), intelligenti invenzioni narrative, abbondanti dosi di humour dark e attenzione quasi maniacale a ogni dettaglio, che rendono davvero il film come lo voleva il regista: “Come una scatola di cioccolatini – un assortimento ricco, vario e delizioso!”.
Daniela Liucci, da “freequency.it”

“Burke & Hare” è ambientato nella Edimburgo del 1828, e mette in scena la vera storia di due sopravvissuti, due anime nere, anche se non nerissime, che per mantenersi a galla farebbero di tutto e di più. E infatti arrivano ad uccidere pur di procurarsi cadaveri freschi da vendere alla prestigiosa scuola di medicina della città. Simon Pegg e Andy Serkis sono la prima e più evidente ragione per vedere questo film: aver appaiato questi due talenti nati per la commedia (basta guardare le loro facce, così peculiari) è stata una mossa magistrale di Landis. I due si muovono con disgustosa agilità per le strade di una città gelida e tentacolare, ne popolano gli angoli più oscuri da cui colpiscono le loro ignare vittime. Ma, al di là di questa loro vocazione da “Jack lo Squartatore ante-litteram”, Burke e Hare sono anche dannatamente simpatici. E sì, fanno ridere. Tanto.
E qui salta fuori proprio quel Landis che sembrava sparito: nel film c’è un gusto per la narrazione così esilarante che si capisce chiaramente quanto ancora prima del suo pubblico, sia stato proprio il regista a divertirsi un mondo, raccontando una storia fatta di assassini, profanatori di tombe, medici deliranti, governanti corrotti, mafiosi e profittatori vari. Tutti trattati con empatia, tutti scritti e recitati – da Tom Wilkinson, Tim Curry, Isla Fisher e Jessica Hynes, per dirne alcuni – con la voglia di renderli indimenticabili. Eppure, Landis non nasconde mai le loro azioni, anzi le mostra sempre fino all’ultimo, macabro dettaglio. E dietro le quinte se la ride, pensando a quanto ci divertiremo noi.
Alcuni dettagli sono da applauso: il cameo di Christopher Lee, i set rigorosamente reali (tra Scozia e Inghilterra), e il finale che ricorda i titoli di coda di “Animal House”. “Burke & Hare” non è un capolavoro, ma è il completo ritorno alla forma di un autore di cui sentiremo sempre il bisogno. Continua così, John.
Marco Triolo, da “film.it”

John Landis sbarca agli Ealing Studios londinesi quasi per caso. Famosi negli ’50, in quegli studios è stato girata una delle più belle black comedy di sempre, The Ladykillers del 1955 con un grandissimo Alec Guinness affiancato da un giovane Peter Sellers. Ebbe tanto successo quel film da incuriosire i fratelli Coen, che ne hanno un fatto un remake non del tutto riuscito. Ealing Studios, nome leggendario per un cineasta come John Landis. Durante il suo viaggio british gli viene proposto un copione intrigante… Detto fatto! Si gira negli Ealing Studios il film Burke & Hare, commedia nera, nerissima, basata sulla vera storia di due immigrati irlandesi che nella Edinburgo del 1827 procacciarono cadaveri a uso scientifico, ovvero, uccisero a sangue freddo 17 persone rivendendone a caro prezzo ai medici i corpi per farne polpette, o, meglio, studi di anatomia a uso della migliore scuola di medicina della Scozia del tempo. In sintesi: efferatezza a fin di bene, con finale sulla forca. I due divennero famosi al punto da far coniugare un neologismo, ‘burking’, che si può tradurre all’incirca in ‘sopprimere dolcemente’.
Landis propone la vicenda dei due assassini con grande classe, a modo suo, rendendoli cialtroni e buffoneschi, quasi simpatici, coinvolgendoli anche in una romantica storia d’amore. Accattivante la fotografia, scrupolose le scenografie, perfetti i costumi, scoppiettanti i dialoghi, ma soprattutto bravi gli interpreti, da Andy Serkis (Hare) a Simon Pegg (Burke), al grande Tom Wilkinson (dr Knox), con un delizioso cameo di Christopher Lee, classe 1922.
John Landis non firmava una pellicola da circa dieci anni, non trovando in patria produttori disponibili per il suo cinema, a tutti noi così caro. Ricordiamo The Blues Brothers (1980), Un Lupo Mannaro Americano a Londra (1981), Una Poltrona per Due (1983), solo per citare qualche titolo. Quasi quasi i due terribili Burke & Hare ricordano un po’i fratelli Blues, anche se più neri.
Burke & Hare, tradotto da noi Ladri di Cadaveri, un film elegante che fa sorridere sulle colpe più terribili dell’uomo, l’omicidio e l’avidità, molle e motori della storia dell’Occidente.
Dario Arpaio, da “solocine.it”

Ritorno alla grande del regista statunitense, quasi un alieno nel Festival di Roma (dove è stato presentato lo scorso ottobre), segno di un cinema che rinasce dalle proprie ceneri, magico e illusionistico, demenziale puro, straordinaria pazzia che non ha bisogno di citazioni ed omaggi per alimentarsi, fulminante per come filma l’atto improvviso e per come ribalta gli stereotipi senza cadere nella deformazione, nella caricatura

“Questa è una storia vera eccetto le parti che non lo sono”. Parte già a razzo Burke & Hare, straordinario ritorno di John Landis, quasi un alieno dentro quel Festival di Roma che lo ha visto ospite lo scorso ottobre, quasi un oggetto smarrito, cinema che rinasce dalle proprie polveri come sorta di magia & illusione – un po’ come l’ultima parte della carriera del regista – dove la visionarietà tra Un lupo mannaro americano a Londra e frammenti di Burton di I misteri di Sleepy Hollow si combinano con Stan Laurel & Oliver Hardy e i ‘ragazzi irresistibili’ di Una poltrona per due. Ad Edimburgo, nel 19° secolo, William Burke e William Hare sono due eccentrici assassini che riforniscono la facoltà di medicina dell’università locale. Il loro obiettivo è mettere su una quantità di denaro sufficiente per mettere su una propria agenzia di pompe funebri. Ma da un certo momento in poi la richiesta aumenta e la coppia entra in affanno. Burke & Hare è una grandiosa pazzia. E’ demenziale puro – anche grazie a continui contrasti tra corpi come quelli di Simon Pegg (oggi tra i comici più efficacemte imprevedibili) ed Andy Serkis proprio nei panni rispettivamente di Burke e Hare o delle due diverse scuole di medicina di Tom Wilkinson e Tim Curry – che non ha bisogno di citazioni o di continui riferimenti ad altre pellicole per trarre ritmo e comicità. Il cinema di Landis è fulminante per come filma l’atto improvviso (una carrozza che cade in un dirupo, una botte col cadavere che rotola nelle discese) – per come ribalta gli strereotipi senza cadere nella deformazione, nella caricatura (la produzione tutta al femminile di Macbeth). Il suo illusionismo sembra quello dei cineasti delle origini che giocano con i corpi come se fosse materia da plasmare (in questo caso i cadaveri), dove in ogni inquadratura non sembra esserci soluzione di continuità, anzi una sorpresa da parte degli stessi protagonisti di trovarsi in quella situazione. Landis rovescia Lynch di The Elephant Man dove però lo sguardo di attrazione si ribalta proprio addosso ai due protagonisti, ai loro istinti, alla loro sessualità, all’esigenza della morte come commercio e non dello spettacolo come attrazione/commercio (ancora Lynch). Inoltre nel fuori-campo sembra esserci sempre una platea, direttamente visibile durante le esecuzioni e nelle rappresentazioni teatrali, un pubblico dentro il film che coincide con lo spettatore fuori il film, che forse proprio Landis idealmente vorrebbe trascinare dentro. E poi Burke & Hare si alimenta anche della mancata e voluta sintonia visiva/sonora, con battute irriverenti degne di quella scorrettezza di Animal House tipo “Una volta mi sono fidato di una scureggia e me la sono fatta addosso”, oppure “E’ un’attrice o una prostituta? – Che differenza c’è?”. La cattiveria dilaga e diventa contagiosa. Irriverente, senza scrupoli. Segno di un film, di un cinema senza età. Che poteva essere l’esordio di Landis ancor prima di Ridere per ridere. Anzi, un nuovo folgorante esordio.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

John Landis ritorna dopo dodici anni e finalmente sembra essersi rimesso in carreggiata. Era dai tempi di “Una poltrona per due” (1983) che Landis non proponeva una pellicola che potesse colpire davvero il pubblico. “Burke & Hare – Ladri di cadaveri” non è un capolavoro, ma è una piccola sorpresa, avevamo bisogno di un John Landis in forma, dopo i vari “Donne amazzoni sulla luna” e “Amore all’ultimo morso“.
Proprio come in “Un lupo mannaro americano a Londra“, ecco che John Landis torna a mescolare il genere horror con la commedia, dando vita ad un genere grottesco del tutto peculiare, quasi inconfondibile e divertente, ma con moderazione. Non siamo ai livelli del cult “Animal House“, che pure viene citato sul finale, ma sicuramente dopo questa lunga assenza John Landis non delude e sforna un noir assolutamente apprezzabile.
“Burke & Hare – Ladri di cadaveri” tuttavia rimane una pellicola che potrà essere maggiormente gradita da coloro che amano il cinema ben fatto. Pellicola che non ha richiesto un budget da capogiro e curata anche nei particolari, “Ladri di cadaveri” vanta la presenza di un’accoppiata riuscitissima: Simon Pegg ed Andy Serkis infatti sono i protagonisti di questa commedia all’insegna dell’orrore, la sintonia è perfetta, tanto che potrebbero essere riproposti in futuro, li apprezzeremmo di certo.
Siamo a Edimburgo nel 1828, alla faccia di “Jack lo Squartatore” qui abbiamo due assassini improvvisati, che sarebbero disposti a fare qualunque cosa pur di non calare a picco in mezzo ai debiti. La storia è ispirata a fatti realmente accaduti, Burke & Hare sono tra i criminali più famosi in Scozia, una vera e propria leggenda. Piccola chicca per i più curiosi: John Landis ha chiesto in prestito lo scheletro di William Burke al Museo del Dipartimento di Anatomia dell’Università di Edimburgo, per inserirlo nella sua pellicola.
I due protagonisti, per racimolare qualche soldo, decidono di commettere omicidi, una volta compreso che le loro imprese commerciali sono destinate a fallire. I due scoprono che i cadaveri in un posto come Edimburgo possono fruttare parecchio, i dottori li cercano disperatamente per poter continuare con i loro esperimenti. Tra questi c’è lo spietato dottor Knox (Tom Wilkinson) ed anche il dottor Monroe (Tim Curry), Burke & Hare danno il via alla loro nuova attività e per le buie strade della città scozzese iniziano a seminare il terrore.
Da quella che sarebbe potuta essere una sanguinosa storia horror, John Landis tira fuori una commedia dai toni grotteschi ed assolutamente macabra, tra maiali sventrati e corpi smembrati o divorati dai vermi, il regista non ci risparmia davvero niente. Al contrario di quanto spesso accade in svariate pellicole, i misfatti della particolare coppia di assassini non vengono celati, ma vengono mostrati per intero, lo spettatore ne è completamente partecipe. “Ladri di cadaveri” per le ambientazioni e l’atmosfera ricorda l’apprezzato “Sweeney Todd” di Tim Burton, anche se in questo caso non si tratta di musical, ma non mancano di certo le cornamuse, tanto per non dimenticare dove siamo. Il tutto è accompagnato da colori freddi e cupi, che marcano così l’atmosfera oscura che caratterizza la pellicola e ci riportano sulle strade di Edimburgo sul finire dell’Ottocento, losche e spaventose, inquietanti, tra omicidi commessi in buie e fredde stanze, male illuminati dalla luce delle candele. Landis ci mette dentro, oltre a Serkis e Pegg, attori di un certo livello, da Tom Wilkison a Tim Curry, passando per Isla Fisher e Reece Shearsmith. Non possono passare inosservati, poi, i cammei di Christopher Lee, Ray Harryhausen, Jenny Agutter e John Woodwine.
Perfetta anche la fotografia, curata da John Mathieson, fedelissimo a Ridley Scott, che ci ha regalato scene incredibili anche ne “Il Gladiatore” e “Robin Hood“. “Burke & Hare – Ladri di cadaveri” sicuramente non sfonderà al botteghino, ma è un’altra piccola ventata di freschezza, resa ancor più realistica dalle riprese in esterni, tra le strade di Edimburgo e quelle di Londra. Una storia divertente, frizzante, irriverente e senza troppi fronzoli. John Landis ci era proprio mancato, speriamo che da adesso in poi continui sulla buona strada, voi non perdete quest’accoppiata cupa e riuscitissima, sarebbe un vero peccato.
da “cinezapping.com”

Siamo nell’Anno del Signore 1828; ed Edimburgo è la capitale medica del mondo. William Burke (Simon Pegg, L’alba dei morti dementi, Star Trek) e William Hare (Andy Serkis, Il signore degli anelli, era Gollum) cercano di sbarcare il lunario. Dopo una nuova impresa commerciale fallita, ritornano alla pensione di Hare e scoprono che il loro inquilino è morto il giorno in cui doveva pagare l’affitto. Non fanno in tempo a pensare come liberarsi del corpo, che l’aria degli affari soffia su di loro. Con un cadavere da vendere possono racimolare un bel po’ di soldi. Capiscono di essere incappati in una grossa fonte di profitti.
Come racconta il regista: “Ai tempi di Burke e Hare, per motivi religiosi e sociali, i cadaveri che i ricercatori medici acquisivano appartenevano a persone morte in prigione, prigionieri giustiziati o persone che morivano per strada, ma quei cadaveri non erano nelle migliori condizioni. Così, nella vita reale, gran parte dei furti di cadaveri veniva compiuta dagli studenti di medicina e dai dottori.”
Edimburgo, come si diceva, in quest’epoca è il centro dell’universo della ricerca medica e i dottori della città, tra di loro spietati rivali, cercano disperatamente cadaveri per le loro lezioni di anatomia. Il “progressista” Dottor Knox (Tom Wilkinson) e il tradizionalista Dottor Monroe (Tim Curry) sono sprezzanti rivali. Il duo Burke e Hare si rivolge al dottor Knox, per quella faccenda del cadevere… al dottore non sembra vero, tanto che li esorta a portargli qualsiasi altro “sfortunato” capiti loro a tiro.
Burke all’inizio è come frenato dai sensi di colpa, ma come incontra Ginny (Isla Fisher), un’ attrice che cerca finanziamenti per la sua nuova commedia, cambia idea. Così, spinto dal sogno d’ amore, Burke accetta di alzare la posta della loro impresa, ampliandola con degli omicidi “morali”. E quando il Re (Giorgio IV) annuncia che consegnerà il prestigioso Sigillo Reale e un premio in denaro a chiunque compierà il maggior progresso nel campo della medicina, la rivalità professionale tra Knox e Monroe s’intensifica. Knox ha bisogno di più cadaveri per la sua pionieristica mappatura fotografica del corpo umano e con una serie di esilaranti disavventure, Burke e Hare iniziano a garantire un flusso costante di corpi e il denaro inizia a riempire le loro tasche. I ragazzi sono sempre più sotto pressione quando il signore del crimine locale Danny Mctavish (David Hayman) esige una parte dei loro profitti e le autorità stringono il cerchio intorno ai due.
“Questa è una storia vera (tranne che per le parti che non lo sono)”. Inizia così Ladri di cadaveri, il nuovo film che segna il ritorno sul grande schermo (dopo 12 lunghissimi anni) del regista di The Blues Brothers, John Landis. La coppia Burke e Hare visse per davvero nella Edimburgo del diciannovesimo secolo, dove “operarono” morti tra il 1827 e il 1828. Ladri di cadaveri è una commedia dell’orrore, per palati fini, presentata al Festival Internazionale del Film di Roma 2010.
Fotografia, scenografia, costumi e un copione grottesco, sotto la direzione intrigante di Landis e annodati a un’atmosfera umoristicamente inglese rendono Ladri di cadaveri una commedia nera semplicemente bizzarra e brillante. Non poteva che essere Landis a mettersi dietro la macchina da presa per dirigere, con carattere, una galleria di personaggi resi interessanti, nel loro essere spiccatamente demenziali, da dettagli tanto macabri quanto divertenti.
di Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Sembra di esserci, nella Edimburgo del 1828. Introdotti da un boia, per altro. Vuoi la meticolosa ricostruzione degli ambienti, vuoi i colori che rimandano a tante trasposizioni “ottocentesche” (il direttore della fotografia John Mathieson ha impiegato luci naturali stile “Barry Lyndon”), vuoi il calore delle serate al pub contrapposte al freddo nebbioso degli esterni circostanti, sembra proprio di aggirarsi per una città provinciale che sta diventando un crocevia di cultura e scienza, dove puoi sentir nominare – un po’ troppo di frequente? – personaggi illustri e imbatterti ad esempio in un William Wordsworth.
E incontrare facce di rara autenticità, accuratamente selezionate grazie a uno straordinario lavoro di casting (specie per i personaggi maschili) che affianca azzeccati caratteristi ai volti noti dei Christopher Lee (già Dracula), Tim Curry (“Rocky Horror”), Costa-Gavras. Tutti comprimari al servizio di Simon Pegg e Andy Serkis, i William Burke e William Hare realmente esistiti, narrati anche da Stevenson, già portati sullo schermo da Robert Wise (“La iena”, con Boris Karloff) e Roy Ward Baker, tra gli altri.
In sala dopo da un passaggio fuori concorso al Festival di Roma, il ritorno al cinema, lontano da Hollywood, di John Landis, reduce dal flop del sequel dei “Blues Brothers” e dall’impegno televisivo nella serie “Masters of Horrors”, non è il capolavoro cui qualcuno ha gridato. La folle anarchia del film con Belushi e Aykroyd è agli antipodi: qui si avvertono anzitutto un controllo maniacale, poi la necessità di voler divertire a tutti i costi, puntando sulle sistematiche smorfie degli attori – che paiono usciti da un film d’animazione – e su un ritmo ossessivo, monocorde, senza pause.
Il regista fa la spola tra due generi di cui maestro, l’horror e la commedia, innestando la seconda (decisamente predominante) sui cliché del primo, realizzando infine una gradevole favola gotica, nera, nerissima, che percorre a volo d’uccello tante, troppe tematiche. In primis i costi del progresso, che passa inevitabilmente da crimini e cadaveri, ma anche l’evoluzione dell’arte e della cultura, il rapporto tra piccoli delinquenti dilettanti e crimine organizzato. La realizzazione di una mappa dettagliata del corpo umano si giova dell’invenzione della fotografia; occorre denaro, non importa quanto legalmente ottenuto, per mettere in scena il primo “Macbeth” al femminile.
Nel film di Landis tutto ciò si interseca e la vicenda si dipana sulla base delle relazioni che intercorrono tra i personaggi. Una moglie scopre l’attività di quel farabutto del marito e si aggrega alla combriccola, si fa a gara a chi è più disonesto tra il medico progressista e innovativo e l’esimio collega conservatore e politicamente protetto, persone senza valore lo acquistano una volta morte, la storia inizia e si chiude con un’esecuzione. Sembra un horror, fa abbastanza ridere.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Nella Scozia del primo Ottocento, l’Illuminismo europeo si rifrange all’interno di una società in cui il popolo si entusiasma di fronte alle esecuzioni sommarie di piazza e i medici davanti alle dissezioni dei cadaveri negli atenei. I due più importanti anatomisti di Edimburgo, il dottor Knox e il dottor Monroe, hanno approcci scientifici e appoggi politici alquanto diversi. Quando il più tradizionalista Monroe impiega le sue conoscenze per far emanare un’ordinanza che gli accorda l’utilizzo di tutti i cadaveri “freschi” di esecuzione, il dottor Knox si trova costretto a tenere le sue lezioni con i corpi in putrefazione sottratti dai profanatori di tombe. Ma alla domanda di un mercato in crisi risponde l’offerta fornita da William Burke e William Hare, due truffatori provenienti dall’Irlanda del Nord che dapprima vendono a Knox dei conoscenti morti per cause naturali e, successivamente, si improvvisano assassini seriali.
“Questa storia è ispirata a fatti reali, tranne quelli che non lo sono”. Fin dai titoli di apertura, il ritorno di John Landis al cinema dichiara la sua sincera disonestà e pone un esergo fulminante per tutti i film autoproclamanti verità storica. In questa semplice frase c’è già un programma di lavoro: un incrocio fra storia e leggenda, scienza e fantasia, in cui si può leggere tanto un omaggio alla migliore tradizione del romanzo gotico britannico, quanto molte delle peculiarità del cinema di Landis. Se, forse a causa del digiuno prolungato dalla produzione per il cinema, il suo stile pare aver perso la concitazione anarchica e dirompente delle sue sequenze d’azione di un tempo, la scrittura di Piers Ashworth e Nick Moorcroft (i due sceneggiatori che hanno rivitalizzato il culto del liceo St. Trinian’s in Gran Bretagna) costringe comunque Landis a tenere il passo con situazioni farsesche e aforismi witty.
Dove invece il regista americano può tornare a dare sfogo alla sua folle poetica è nella direzione degli attori. Oltre a un grande dispiego di comparse eccellenti (da Christopher Lee a Ronnie Corbett, da John Woodvine a Ray Harryhausen), da una delle famose sit-com del Regno Unito, Spaced, ruba i due attori-ideatori Simon Pegg e Jessica Haynes, lavorando sulla loro predisposizione alla comicità corale. Al posto del corpulento Nick Frost de L’alba dei morti dementi e Hot Fuzz, sostituisce lo sguardo maniacale di Andy Serkis, riuscendo a farne la perfetta controparte cinica e dissoluta del più romantico Pegg, così come il marito meschino dell’altrettanto perfida Haynes. Attraverso i due attori britannici, gli assassini William Burke e William Hare diventano così una perfetta coppia da buddy movie, dove la grettezza e la genialità corrotta dell’uno vengono compensate dall’ingenuità e dal romanticismo sognatore dell’altro. Una coppia che eleva l’omicidio a impresa capitalista dall’alto valore scientifico, principio di tutte le più grandi scoperte della modernità: la mappatura anatomica, le teorie dell’evoluzionismo, l’arte femminista, la fotografia.
E non è importante domandarsi quali siano a questo proposito i “fatti reali” e quali no. Quel che è importante è che, a quasi trent’anni da Un lupo mannaro americano a Londra, per Landis l’amore è ancora l’unico sentimento positivo in mezzo a tanto esilarante orrore.
Edoardo Becattini, da “mymovies.it”

Se si fa eccezione per un paio di documentari e per lavoro per la televisione – comprese due puntate della celebre serie Masters of horror – era dal 1998 che non si aveva il piacere di vedere John Landis dietro la macchina da presa. Delitto imperfetto si intitolava, il suo ultimo lungometraggio, distribuito nelle sale dodici anni fa, un’era geologica per i tempi sincopati del mondo dello spettacolo. Dovevamo aspettare l’edizione 2010 del Festival di Roma per vederlo tornare a cimentarsi con il cinema genere. Burke & Hare è il nuovo film di un regista autore di film che hanno fatto la storia recente del grande schermo, come Animal House e The Blues Brothers. Ma Landis è stato anche un maestro della televisione. Vi ricordate lo storico video di Thriller di Michael Jackson?
Burke & Hare coniuga sincreticamente le due grandi passioni del maestro di Chicago, l’horror e la commedia brillante. Dal primo mutua il gusto per lo splatter, dalla seconda i registri narrativi, i tempi comici, le battute al fulmicotone. Una commedia degli equivoci, con un cast anglosassone bene assortito (spicca Andy Serkis, il Gollum del Signore degli Anelli), che scivola via placida e allegra con qualche acuto degno di nota. A popolare lo schermo, ma sempre senza esagerare, cadaveri dissezionati, moncherini trovati per caso all’angolo della strada, omicidi rocamboleschi.
Un film che scivola via piacevole, ben raccontato e cesellato con cura nel suo essere un’ingenua prova autoriale. Ma una buona fotografia, una recitazione ben curata, e l’attenta regia di Landis, sono sufficienti a sostanziarlo anche più di quel che non servirebbe per farne una piacevole commedia. Un divertissement, nulla di serio insomma, ma quel che basta per farsi qualche risata d’autore.
Pietro Salvatori, da “cinefile.biz”

Burke e Hare sono due fannulloni che cercano in tutti i modi di sbarcare il lunario. Quando scoprono che in città c’è un dottore che paga molto bene per i cadaveri freschi da dissezionare durante le lezioni di anatomia, si danno da fare per entrare in questo tipo di attività. Un’attività che presto sfocia nell’uccisione di sedici persone. Non potranno continuare a lungo, però, perché i famigliari delle vittime cominceranno a cercare i propri cari…
I suoi fan lo aspettavano da tempo, da ben 13 anni, visto che il suo ultimo film per il cinema risale al 1998. Nel mezzo la regia di alcuni episodi televisivi appartenenti alla serie “Masters of horror”. L’attesa quindi era sicuramente spasmodica, considerando che Landis è il padre di pellicole indimenticabili e soprattutto cult. Anche se non si può parlare di delusione, ciò che risulta a fine visione, però, è che sicuramente “Ladri di cadaveri –Burke & Hare”, non può essere considerato alla stregua dei famosi lavori del regista, né sicuramente verrà ricordato come un cult o un film apripista per un determinato genere cinematografico.
Al di là di questo si può comunque godere di una comicità spassosa, anche se a volte un po’ scontata e poco sottile, che accompagna le vicende assurde di questi due strampalati protagonisti, assassini per caso e per necessità, ritratti quasi con bonarietà e simpatia. Difficile, infatti, riuscire ad odiarli, nonostante si stia parlando di uomini che hanno ucciso numerose persone per poterne vendere i cadaveri e ricavarne qualcosa. Ma l’occhio quasi anarchico di Landis capovolge l’ordine naturale delle cose e li rende meritevoli in qualche modo del tifo dello spettatore. Tant’è che la fine a cui vanno incontro, differentemente da ciò che è avvenuto nella realtà, essendo il film ispirato a persone e fatti realmente esistiti, è decisamente più dolce e meno punitiva.
Nella Edimburgo dell’800 questi due scansafatiche si ritrovano loro malgrado al centro di un meccanismo perverso e malato, nel quale a muovere le fila sono i potenti del paese che li minacciano per avere una parte dei loro introiti, e i dottori affamati di conoscenza che reclamano sempre più cadaveri. Questi ultimi sono un redivivo Tim Curry e un ironico Tom Wilkinson. Ma a rubare la scena, ovviamente, sono i due protagonisti, ottimamente incarnati da Simon Pegg (che però non si è ancora superato in ciò che è riuscito a far col collega Edgar Wright) e dal perfetto Andy Serkis, indubbiamente azzeccato nella sua mimica facciale.
Quello che risulta più ovvio, però, è che in realtà al di là di questi uomini potenti e meno potenti, ad avere il vero potere su tutto e su tutti sono le donne, in qualche modo più malefiche, sempre in modo simpatico ovviamente, degli stessi uomini. Una è la moglie di Hare, alcolizzata che vede subito le proporzioni del nuovo business e ne entra entusiasticamente a far parte, l’altra è una giovane showgirl, ex-prostituta, che vede in Burke il suo biglietto vincente per allestire un’impresa teatrale e diventare un’attrice.
Entrambi i protagonisti si fanno soggiogare dal potere del sesso, il primo da una moglie che sembra improvvisamente essere rinata in quel senso, il secondo con una promessa di una prima notte che tarda tatticamente ad arrivare. Fatto sta che non sembrano neanche rendersi conto del numero di vittime che seminano lungo la strada, a volte anche in maniera rocambolesca.
Accontentandosi di un film spassoso e molto ben ritmato, che non perde mai colpi e prosegue felicemente fino alla fine, si può tranquillamente asserire che “Ladri di cadaveri – Burke & Hare” è una buona commedia nera che fa della morte il suo perno principale, senza soffermarsi in particolari riflessioni o considerazioni, ma accompagnando lo spettatore nel racconto assurdo e grottesco di due uomini in preda ad inesistenti sogni di gloria.
Se ciò non bastasse, si aggiunga un graziosissimo cameo di Christopher Lee nei panni di un vecchio morente che viene soffocato dai due protagonisti che proprio in quel momento inventano il nome della tecnica utilizzata, il “burking”, termine tuttora in uso per indicare il soffocamento.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it”

Applausi convinti al Festival Internazionale del Film di Roma per Burke & Hare, del sessantenne regista americano John Landis, che torna al lungometraggio per le sale dopo lungo tempo (da Blues Brothers – il mito continua e Susan’s Plan, ambedue datati 1998) con una commedia beffarda che non nasconde punte di cinismo e che si struttura come una vera e propria satira sociale, ambientata ad Edimburgo poco oltre l’inizio del diciannovesimo secolo.
William Burke (Simon Pegg) e William Hare (Andy Serkis) sono due amici squattrinati che cercano di sbarcare il lunario in una Edimburgo ormai pregna di idee illuministe in campo medico e scientifico. Dopo l’ennesima impresa commerciale fallita, tornando alla pensione di Hare scoprono che il loro coinquilino, ancora insolvente, è deceduto proprio il giorno in cui avrebbe dovuto regolare i conti con l’affitto. L’ennesimo episodio avverso, però, è tramutato dai due in improvvisa fonte di guadagno, grazie all’interesse del Dottor Knox (Tom Wilkinson), medico illuminato in perenne conflitto col più tradizionalista rivale Dottor Monroe (Tim Curry), per lo studio anatomico dei cadaveri. Come procurarsi altri cadaveri? Burke e Hare scelgono la via più diretta, provocare la morte di qualche malcapitato. Burke, il più restio a scegliere una via senza ritorno, si lascia soggiogare dall’amico e condizionare dall’amore per la giovane Ginny (Isla Fisher), attrice che cerca qualche benefattore che le consenta di portare in scena un Macbeth tutto al femminile. La necessità di cadaveri del Dottor Knox si fa sempre più pressante sul duo, in conseguenza della sfida con il rivale, per il denaro e per la gloria. La situazione è destinata a precipitare, perché incominciano a fioccare le segnalazioni di scomparsa. Burke e Hare sono alle strette, mentre il dottor Knox è sempre più in preda a delirio d’onnipotenza.
Film divertente, con tracce di “Grand Guignol” e qualche battuta davvero ben messa a segno, Burke & Hare è comunque un’opera che, come consuetudine del Landis più ispirato, va oltre il rassicurante recinto della semplice commedia. In alcuni frangenti è satira sociale allo stato puro, venata di sarcasmo e anche politicamente scorretta, se dobbiamo guardare bene a fondo. La così detta “scienza positiva”, derivante dal forte influsso delle idee illuministe, è messa alla berlina nella scelta di voler colpire proprio un medico che oggi riterremmo progressista per le sue idee, al di là dell’aberrazione etica per il modo con cui si procura il “materiale” per le sue ricerche. Landis comunque non né fa una questione politica, né tanto meno un problema ideologico, il suo è solo uno spunto abbastanza anticonvenzionale per innescare una farsa costruita con stile, recitata più che degnamente e sufficientemente ancorata a tempi cinematografici che la rendono al contempo leggera e stuzzicante. Certo, non un capolavoro di genere ma un ottimo prodotto per tutti coloro che hanno superato i 12 anni di età.
Landis, che non aveva nessuna voglia di tornare a Hollywood per la sua rentrée nel mondo della settima arte, ha scandagliato una lista di case di produzione indipendenti britanniche, una volta immaginato il progetto su cui lavorare. Alle fine, dopo accurata analisi, ha scelto gli Ealing Studios: “Gli Ealing Studios hanno prodotto film straordinari – afferma John Landis – Questo film è una commedia macabra e gli Ealing Studios hanno prodotto alcune delle migliori commedie macabre mai girate, pellicole come Sangue Blu e La signora omicidi, opere dark ma eleganti”. Anche Burke & Hare, in effetti, è una storia sinistra, che tramuta l’orrore in risata senza rendere dissonante il tutto agli occhi di chi guarda, grazie a un lavoro di scrittura e a uno stile di regia molto attenti a mantenere uniformità in una vicenda che in mani meno accorte avrebbe decisamente potuto deragliare o scadere nel cattivo gusto. Del resto, Landis ci aveva già dimostrato più volte, in particolar modo con Un lupo mannaro americano a Londra, la sua capacità di mescolare l’horror al comico, il divertente al tragico, giocando con miti, misteri, credenze religiose e mutamenti storici e sociali. A sorreggere la regia, senza evidenti sbavature, c’è un cast tutto sommato in parte in cui Pegg e Serkis fanno il loro, Wilkinson gigioneggia senza strafare, Tim Curry è la solita maschera buffa e cinica e la Fisher sembra essere brava e divertente, oltre ché bella. Appare anche, in un breve ma significativo cammeo, il grande Christopher Lee.
Federico Magi, da “lankelot.eu”

I Serial Killer fanno ridere John Landis è della stessa generazione di Francis Ford Coppola, George Lucas, Steven Spielberg, Martin Scorsese. Giusto per citarne alcuni. E’ il più giovane del gruppo, forse anche quello meno fortunato. Dopo quei capolavori che furono “Animal House”, “The Blues Brothers” e “Un lupo Mannaro Americano a Londra”, che uscirono nel giro di pochi anni dal ’78 all’81, la carriera di Landis prende un leggero declino, che si trasforma in una catastrofe nel 1998 col terrificante “The Blues Brothers – Il Mito continua”.

A sentire John Landis la colpa non è solo sua, ma anche delle feroci case di produzione che l’hanno costretto a fare schifezze e a non fargli dirigere quello che voleva dirigere, e per quanto mi riguarda anche della critica, che non ha mai apprezzato abbastanza dei capolavori della commedia come “Tutto in Una Notte” (1985) e “Spie Come Noi” (1985). Dal 1998 fino ad oggi qualche puntata del telefilm “Psych”, una puntata a stagione per Masters of Horror ed una per Fear Itself. E finalmente, nel 2011, di nuovo al cinema. “Burke and Hare” è stato prodotto in Inghilterra, nelle leggendarie Earling Studios, colonna portante delle atmosfere britanniche. Il risultato è l’ennesima rivisitazione della vera storia dei due serial killer di una Edimburgo di metà Ottocento, perfettamente colorata del tipico grigio dell’Inghilterra imperiale, dei tombini fumanti, delle puttane per le strade e dei pub tutto rutti e peti.

Per chi ancora non lo sapesse, Burke and Hare fecero una piccola fortuna ammazzando persone per consegnarle ai Professori di medicina e dottori che avevano bisogno di corpi freschi per lezioni di anatomia e ricerche scientifiche. Due o tre cadaveri all’anno derivanti dalla pena di morte erano decisamente troppo pochi, quindi è immaginabile il successo dei due quasi serial killer. John Landis non soffre di invecchiamento, e sembrano passati solo pochi mesi da “Animal House”. Regia lucida, fresca, e la direzione degli attori è egregia, con Simon Pegg e Andy Serkis in gran forma. La sceneggiatura firmata da Ashworth e Moorcroft (“St. Trinian”), niente di esaltante, viene riempita di quello stile tipicamente alla Landis che funziona alla perfezione: orrori fico e terrore convivono con il sarcasmo e lo slapstick. Cinema alla Hammer (manco a farlo apposta c’è un cameo di Christopher Lee) accompagnato a battute e sequenze tipicamente fumettistiche. Ma Burke and Hare non è solo questo, è anche una critica al sistema mediatico mondiale.

Le folle ignoranti di Edimburgo si esaltano al processo e all’esecuzione dei due assassini, in cinquantamila assistono felici e arrabbiati all’impiccagione. Un bisogno quasi arcaico, quello dell’essere umano, di partecipare alla vita e alla morte degli altri, che ricorda forse troppo le ossessioni dei contemporanei nei Grande Fratello e nei casi di omicidio in televisione. Il connubio horror-comico non si inceppa mai, forse perché già rodato con calma e successo con “Family” e “Leggenda Assassina”, le puntate da un’ora dirette nel 2005-2006 per Masters of Horror. Landis non si dimentica del cinema classico americano, facendo recitare alla bella Ginny il Macbeth di Shakespeare su un tavolo di uno sporco pub, che tanto ha ricordato il medico Mature di “Sfida Infernale” (1946, John Ford), che sul tavolo di un Saloon del West recitava un altro brano del poeta di Stratford. Un film da vedere al cinema, che segue la semplice regola del voler intrattenere, senza esigere un prodotto artistico di alto livello. Intrattiene talmente bene che è arte. Puro John Landis.
da “osservatoriesterni.it”

Era da dodici anni che un film di John Landis mancava dagli schermi (l’ultimo era stato Delitto Imperfetto del 1998) e scagli la prima pietra chi non ne sentiva la mancanza. Per le nuove generazioni che non lo conoscessero, Landis è un regista che ha vissuto il suo periodo d’oro negli anni ’80, contribuendo con pellicole, soprattutto commedie, che hanno lasciato un segno profondo nella storia del cinema e non (The Blues Brothers sono icone pop che trascendono il grande schermo) soprattutto perché tramite i suoi film Landis è sempre riuscito a ritrarre accurati affreschi della società contemporanea condendola con ironia al vetriolo (vedi Una poltrona per due o Animal House giusto per citarne alcune tra le più famose). Pur non avendo abbandonato il mestiere di regista (ha diretto episodi di varie serie TV) Landis ritorna al cinema con una pellicola che pare essere stata scritta apposta per lui, permettendogli di unire la propria arguzia narrativa con un macabro tocco horror, considerato com’è uno dei maestri del genere anche se in realtà solo due dei suoi 19 film sono etichettati come tali.
Sebbene la storia di Burke & Hare (titolo originale del film) affondi le proprie radici nella realtà, sin dal primo minuto Landis gioca con lo spettatore avvertendolo che quella che sta per vedere “è una storia vera meno le parti che sono state inventate”. William Burke (Simon Pegg) e William Hare (Andy Serkis) sono due irlandesi emigrati che vivono di espedienti nella Edimburgo del 1828. La loro “fortuna” avrà inizio un giorno in cui il loro affittuario muore e i due ne vendono il corpo all’università di medicina in cerca di cadaveri per le lezioni di anatomia. Burke e Hare, ingolositi dai soldi, iniziano ad aggirasi per la città in cerca di cadaveri freschi…
John Landis torna dietro la macchina da presa e lo fa nel migliore dei modi: la messa in scena è impeccabile, assurda, grottesca e barocca, suggellata da un impressionante impatto visivo conferito da scenografie e costumi tanto dettagliati che a un cero punto si ha la sensazione di stare guardando un’accurata ricostruzione storica anziché una commedia. Basti pensare al piano sequenza iniziale, in cui la macchina da presa scivola per un’affollata piazza di Edimburgo in una messa in scena degna del miglior Scorsese. Ottimo anche il lavoro di John Mathieson, il direttore della fotografia (nel suo curriculum compaiono film come Il gladiatore e Robin Hood) che conferisce alla pellicola toni estremamente dark, immagini cupe e grottesche. Onore e gloria anche al cast artistico, partendo dall’accoppiata Pegg/Serkis. Se sulla carta poteva sembrare piuttosto azzardata, sullo schermo i due protagonisti riescono a trovare la complicità necessaria per rendere i loro personaggi credibili, simpatici e disgustosi allo stesso tempo. Ottimi anche i comprimari, da Tom Wilkinson alla brava e (auto)ironica Isla Fisher fino al luciferino Tim Allen, oltre che a un numero incalcolabile di gustosi cammei (uno su tutti: Christopher Lee).
Con il senno di poi Ladri di Cadaveri non poteva che essere un film diretto da Landis, pregno com’è di un’ironia grottesca e pungente, che fa da specchio a una società moderna svuotata da qualsiasi ideale, in cui sul bene collettivo svetta l’agio dell’individuo abbagliato dalla ricchezza materiale. Protagonisti e comprimari si muovono spinti dalla propria sete di denaro e l’amore passa sempre in secondo piano, quasi fosse una conseguenza logica dei soldi. Quasi come se il regista volesse dirci che non c’è scampo a questa ruota, nemmeno con il sacrificio della morte. Una morale troppo impegnata per una commedia? Allora non conoscete Landis.
Marco Filipazzi, da “silenzio-in-sala.com”

Quando nel 1981 “Un lupo mannaro Americano a Londra” illuminava i grandi schermi di un cinema in attesa di nuovi fermenti,gli anni ’80 si levarono sulle poltrone in una standing ovation alla Black Comedy di un regista che solo l’anno prima siglava il blues urbano con la firma dei due fratelli che ne portavano addosso il nome.
Landis è stato assente dodici anni da una forma di spettacolo che gli era peculiare – fatta eccezione per la conduzione di alcuni episodi televisivi – e al cinema sono mancate le notti insonni di Goldblum con le note di B.B. King o i temi di Rawhide e dell’avvocato Mason rispolverati dalle serie televisive dei ’60 nei concerti di Belushi e Aykroyd.
Oggi il regista torna in scena,passata più di una generazione dai suoi migliori riflettori e poco più di un decennio dopo la farsa macabra e briosa di “Delitto imperfetto” e, come Polansky con “L’uomo nell’ombra”,rimette in gioco la sua magia di istrione e giocoliere a beneficio del sogno e dell’immaginazione di un pubblico che nel frattempo ha adattato le proprie aspettative alle fasi epocali di un cinema in continuo movimento. Per chi non conosce Landis,sarebbe necessario lo sforzo di un impegno percettivo nei confronti di chi ha molto da insegnare dalla sua sedia di regista. Chi lo conosce,dovrebbe avvertire il richiamo intrigante di un artista dello spettacolo che,dopo un lungo silenzio,può dare il sospetto di avere in serbo molte cose nuove da raccontare.
E infatti il regista,in “Burke and Hare” racconta.
E per narrare il suo cinema,rivisita allegramente la Storia in un suo capitolo greve in terra scozzese,una pagina buia di Edimburgo,vergata dalle righe dell’omicidio e della corruzione.
Ma in “Burke and Hare” il dramma e l’horror lasciano lo spazio ad una lettura goliardica e grottesca di tristi fatti realmente accaduti nei primi decenni del diciannovesimo secolo.
William Burke (Simon Pegg – lo si incontrerà prossimamente nel “Tin Tin” di Spielberg – e William Hare (Andy Serkis,anche lui nello stesso lavoro),sono due squattrinati cialtroni irlandesi,che scoprono il modo di trarre profitto dalla vendita di cadaveri nella Edimburgo del 1827.
Dopo l’entrata in vigore della legge che limitava la pena capitale,i corpi dei condannati a morte,gli unici che potevano essere messi a disposizione delle università per i corsi di anatomia,subirono un crollo verticale,per cui le facoltà di medicina si trovarono nella difficoltà di affrontare le esercitazioni pratiche nella mancanza dei corpi necessari per le dissezioni.
Il Dr. Knox ( Tom Wilkinson),scienziato impegnato sul fronte della ricerca,propone ai due gaglioffi di collaborare con lui,pagandoli 3 pounds – poi diventati 5 pounds !– per ogni cadavere che questi possono portargli,mettendolo così in grado di distanziare il suo rivale Dr. Monroe (Tim Curry) e di mettersi in primo piano sulla frontiera della medicina del Paese.
Burke, più raffinato e metodico,inizialmente pare riservato ed incerto e Hare,più grezzo e cinico,è trascinato dalla disinibita e molesta moglie Lucky (Jessica Hynes).
Convincere Burke del tutto sarà facile,quando questo s’innamora della giovane attrice Ginny (Isla Fisher),che servirà da esca a Hare per riunire gli intenti.
Ma i traffici attirano l’attenzione delle guardie armate al comando del capitano McLintoch (Ronnie Corbett),che non si concede pace nel proposito di smascherare le malefatte dei due loschi figuri.
Landis ricorre all’algoritmo comico per risolvere un dramma storico di penosa attualità.
Ma ogni sottotrama è trascurabile in questa commedia di raffinata ironia imbastita su un racconto brillante e dinamico,spogliato da ogni sottinteso etico e privato da ogni metafora apologetica e che trova in un divertissement quasi teatrale la sua essenza spettacolare. Fitto di dialoghi irriverenti ma mai irrispettosi,situazioni bizzarre,trovate stravaganti e comparsate cameo (Christopher Lee,fra i molti),il film non chiede che di essere visto nella sua interezza,senza quesiti sulle derivazioni storiche o le malformazioni episodiche.
Nella realtà Burke e Hare assassinarono 17 persone per denaro,ma qui la genialità di Landis è quella di aver voluto stravolgere una realtà malvagia per offrire la traduzione satirica di una componente tragica della storia scozzese e comunque umana.
Per chi si appaga di assistere alla versione di Landis senza farsi opinionisti oltre la misura consentita,non sfugge la completezza della struttura filmica,la splendida ricostruzione ambientale (forte ricorso alla CGI),uno score da brividi ed una mirabile scelta cromatica nei fasci di luci ed ombre stemprate nel velo di seppia soffuso sul palcoscenico urbano di un secolo e mezzo fa. Le situazioni irrazionali danzano al gioco di figurine e balocchi che il regista mette in scena con insolente compostezza fitta di richiami ma mai saturata da volgarità o luoghi comuni (cfr la sequenza dello scavo della fossa al cimitero fra le ossa di vecchi cadaveri ed il cane in attesa del premio, o la strizzata al Wile E Coyote della Warner nella scena della diligenza che precipita dalla scogliera con il piccolo tuffo finale ripreso dall’alto).
L’ironia e il sarcasmo sono situazionali (il cappello di Hare sempre al suo posto salvo in tre situazioni ben precise),ma soprattutto colloquiali,conformandosi al teatro caricaturale popolare e mai smodato.
Peccato nella versione italiana non partecipare alle sottili cadenze scozzesi e britanniche (ci sono le eccezioni),accenti importanti per l’identità della commedia anglosassone.
Ma non può sfuggire ll brivido di uno score devastante e fisico,una struttura musicale che regge il film dai titoli di testa all’epilogo,dove il blues è Irish e la musica non ha più confini.
Dario Carta, da “cinemalia.it”

Cineasta seminale, decisamente più di quanto sia concesso dalle canoniche Storia del Cinema, John Landis ha filiato una percentuale imbarazzante di cinema contemporaneo, statunitense e non. Il suo magistero è stato radicalizzato, portato al parossismo, trivializzato, frainteso. Dai Coen a Lynch, da Raimi a Tarantino, così come nel cinema demenziale di ogni qualità e annata post – anni 80. Tracce di Landis ovunque. Nel leggiadro gioco combinatorio dei generi, nel lavoro sulle convenzioni, negli scarti dagli automatismi di produzione del senso del modello classico: slittamenti inattesi, insoddisfazione delle aspettative, l’eloquio sfalsato di un linguaggio cinematografico costantemente, ma sottilmente fuori ritmo. Così Burke & Hare – Ladri di cadaveri, rentrée dopo 12 anni 12 di televisione coatta. L’ironica umiltà fuori tempo di una didascalia d’apertura che frantuma ogni pretesa veridicità del gioco/cinema, la volontà sorniona di un punto di vista differente sulla Storia, anche del Cinema: Burke & Hare sono personaggi realmente esistiti, scritti nella leggenda, raccontati da film di ogni stagione.
Landis contamina il nero pece di una storia di assassini seriali in toni da commedia. Ma non si tratta di un semplice esercizio cinefilo: la riflessione sui meccanismi comici e drammatici non sa di irrisione, ma (al solito) di placido denudamento, perché Landis non mira a raggiungere una catarsi grottesca o caricaturale, ma sceglie di portare a galla i codici mentre li nega/ribalta/rinvia/anticipa, rendendo consapevole lo spettatore del canone, nel momento stesso in cui gli si sottrae. L’umorismo è legato indissolubilmente alla riflessione metalinguistica: si ride per lo stupore, per la gioia dello spaesamento, dello scarto rispetto alle attese. Umorismo e metacinema inverano una visione del mondo: sono caratteristiche che delineano una distanza, uno sguardo che non nega mai di essere di secondo grado. Uno sguardo saturo, che conosce le dinamiche della storia e del cinema, che rassegnato si permette il calambour, la disperazione ammansita e cristallizzata nel sorriso, l’amarezza come costante, senza pathos: con poche stilizzate pennellate individua lo spirito di un’epoca (lo spettacolo delle esecuzioni pubbliche, le contraddizioni dello sviluppo scientifico e artistico, il capitalismo amorale: questioni che precipitano sulla contemporaneità), in una narrazione a rotta di collo mai dimentica di porre questioni etiche, con raffinata nonchalance, in un film di cristallino intrattenimento intessuto da un impagabile rigore geometrico (tra l’impiccagione iniziale e quella finale lo spettatore matura sentimenti e pensieri che si infrangono nella circolarità).
Nella stasi e nella trasparenza di un linguaggio classico le cui regole spesso implodono vacue nella demenzialità, salvo poi ristabilirsi, Landis dimostra dunque la sua idea sul mondo: non si fugge dal cinema classico, non c’è Altro rispetto alle logiche del capitale (vi ricordate Una poltrona per due?), il bene e il male non si pongono limpidamente (i protagonisti non sono diversi dal mondo che li circonda, se la commedia è il genere dell’integrazione Burke e Hare si adeguano semplicemente a una modalità più estrema della logica del guadagno, e l’amicizia virile del buddy movie collassa a contatto con il mero istinto di sopravvivenza), la giustizia è un bieco compromesso imbellettato, i sentimenti valgono come merce, o sono la più facile delle armi di manipolazione. Landis compone questa miniatura Ealing dedicata all’Ottocento con una tavolazza impressionante di toni comici, che racchiude tempi e modi di produzione del riso in un’antologia che va dal cinema muto alla freddura triviale, giocando sempre controtempo con lo spettatore, tenendolo desto nell’insoddisfazione delle attese, instaurando un sapere enciclopedico che si sposa perfettamente a quel senso di distanza di cui sopra.
Tragedia di uomini ridicoli che della tragedia non conoscono l’afflato, Burke & Hare – Ladri di cadaveri conferma l’acume del cinema di Landis, dissimulato nella finta ingenuità del classicismo, frainteso a causa dell’idiozia dei personaggi che inscena (sintomi sociali convinti di potersi determinare): esercizio formale di rara finezza, di una genialità umile, perché priva di vezzi, sciolta nella leggerezza della narrazione. Il cinema di Landis non si compiace, non si dice mai intelligente. Lo è, con una semplicità disarmante, a scanso di quegli equivoci che, da sempre, fanno di questo regista un incompreso.
Giulio Sangiorgio
Voto: 7.5
da “spietati.it”

Quando John Landis presentò al mondo intero, nel 1978, il suo film rivelazione Animal house, fu chiaro fin dal primo istante che il panorama cinematografico internazionale aveva trovato una delle menti più brillanti che avesse visto da decenni, ancora inconsapevole dell’immensa qualità che i suoi film successivi avrebbero vantato. Il regista americano si è sempre contraddistinto per l’occhio cinico e il senso dell’umorismo politicamente scorretto che ha, di volta in volta, avuto un ruolo fondamentale nel suo cinema. Il suo modo di ironizzare l’orrore ha dato il la ad eserciti di registi divenuti pilastri del tanto millantato postmoderno, partendo da Raimi, passando per i fratelli Coen e arrivando a chissà quanti altri ancora.
Ben lontano dalla spocchia e della seriosità dei suoi colleghi, Landis ha da sempre maturato la sua passione per il cinema in modo estremamente personale, crescendo senza mai rinunciare al connubio di generi che lo ha reso grande.
A dirla tutta, il suo modo di fare cinema è rimasto praticamente immutato e anzi, ha rafforzato la sua formula alchemica fondendo sempre più al meglio il terrore più crudo al sorriso più smaliziato ed è per questo che ogni suo film viene percepito come un evento imperdibile da parte di milioni di appassionati.
Profondamente umano nel suo modo di essere Landis riflette da sempre il suo carattere ironico e solare nei propri lavori ed il suo nuovo lungometraggio, Burke & Hare, non si smentisce di certo: raccontato con i toni di una divertente commedia racconta una delle storie più agghiaccianti che la Scozia abbia mai vissuto, quella dei due noti assassini seriali William Burke e William Hare, profanatori di tombe e ladri di vite.
William Burke e William Hare sono due amici inseparabili.
Da sempre sull’orlo del baratro i due tentano di sopravvivere alla difficile Edimburgo di fine ‘800 utilizzando espedienti di ogni genere, ovviamente riguardandosi bene dal cercare una professione onesta e poco remunerativa. La città, durante la fine del secolo, godeva di una profonda ammirazione da parte delle istituzioni mediche di tutto il mondo grazie all’università cittadina che oramai da decenni era teatro di grandi progressi in ambito anatomico e chirurgico, vanto dell’intera comunità medica locale.
Quando un’ordinanza governativa impone che tutti i cadaveri disponibili per gli studi di anatomia vengano indirizzati tra le mani dell’inetto dottor Monroe (Tim Curry), il suo acerrimo e geniale rivale, il dottor Knox, chiede aiuto alla coppia di scapestrati Burke ed Hare, disposti a tutti pur di vivere da signori: per sole cinque sterline Knox avrà il suo cadavere, fresco di giornata.
Sebbene all’inizio i due si limitino a portare cadaveri di uomini morte per cause naturali, la loro sete di denaro li porterà molto presto a calcare la mano pur di avere corpi privi di vita in qualunque momento: immediatamente la città di Edimburgo diviene il loro mattatoio personale e il confine tra vita e morte si farà sempre più labile.
Per quanto gli affari sembrino andare a gonfie vele, grossi guai sono dietro l’angolo e entrambi dovranno fare i conti con i propri orribili crimini.
La vena ironica che percepiamo nel film, già dai titoli di testa, ci ricorda prima di poterlo dimenticare che stiamo assistendo ad un film di John Landis. John Landis, per l’appunto, che come ben sappiamo è tutt’altro che un artista vecchia scuola in preda alla demenza senile, sa fare perfettamente quello che ogni aspirante regista sogna quando gira un film: ottenere quello che vuole. Perché è qui la grande maestria, prescindendo dal risultato finale, che piaccia o meno, un film del regista Hollywoodiano è in qualche modo una sicurezza, è un film senza compromessi di natura artistica, fatto solo ed esclusivamente a modo suo e dedicato al suo pubblico. Proprio come Hitchcock, anche Landis quando fa cinema fa dei gran pezzi di torta: ama divertire, intrattenere il pubblico ed essere al centro della scena, in maniera deliziosamente egocentrica.
Burke & Hare è una commedia prima di tutto, lo recita la locandina del film, lo fa lui e lo ricorda la stessa pellicola, prendendo immediatamente le distanze dal tono pretenzioso che ci aspetteremmo da una storia tanto truce.
I delitti che i due commettono sono lucidamente consapevoli, disgustosi perché mossi solo dalla sete di denaro, nessuna follia, nulla che si avvicini in qualche modo ad un istinto animale, solo il riflesso più putrido dell’animo umano. I toni del film però, nonostante condannin esplicitamente le orride gesta dei due, restano leggeri e brillanti: nonostante la piena consapevolezza della violenza filmata è impossibile non adorare i due assassini. Le atmosfere di Burke & Hare ricordano lo Sweeney Todd di Tim Burton (e prima ancora di Thomas Peckett Prest) e sebbene ne prenda le distanze per tema e spirito i due raccontano la follia e il degrado dello stesso periodo storico.
Nonostante tutto però, il film lascia trasparire una sensazione di incompletezza, forse a causa di una poco definita caratterizzazione dei protagonisti, chiave fondamentale per la piena riuscita di una pellicola basata proprio su personaggi atipici. Nonostante resti un piacevolissimo film di genere, Burke & Hare non riesce a trascendere appieno la sua forma ma si appresta comunque ad essere una divertentissima visione (ancora più intelligente se pensiamo al tema trattato), il che è più che lodevole di questi tempi, non dimentichiamolo.
Nonostante i temi trattati siano agghiaccianti, Burke & Hare è una commedia divertente, firmata da Landis con la macchina da presa e con lo spirito. Ben lontana dall’essere un capolavoro la pellicola sa comunque offrire momenti piacevolissimi. Da vedere.
VOTOGLOBALE7
Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

“Burke & Hare” è una commedia noir molto divertente, che propone, certo con qualche libertà, una storia vera. Ancor oggi a Edimburgo i turisti possono ripercorrere i luoghi in cui sono stati commessi gli omicidi. La coppia infatti, per sbarcare il lunario, aveva trovato una fonte di reddito decisamente inusuale: procuravano cadaveri ad un eminente medico, che li sezionava per i suoi studi, e diciamo che se la fortuna non era dalla loro, magari facendo morire d’infarto un loro inquilino, si adoperavano personalmente per favorire il businnes.
Landis tratta le vicende senza negare l’evidenza dei fatti, ma fa si che lo spettatore simpatizzi con i due assassini, in questo modo ciò che potrebbe essere trattato come un horror sanguinolento diventa commedia, per certi versi velata di un certo romanticismo. La bellezza di un film è sempre data dalla commistione di varie professionalità, in questo caso è stata determinante la scelta dei protagonisti: Andy Serkis e Simon Pegg vestono in maniera egregia, rispettivamente, i panni di William Hare e William Burke; possiamo definirli una vera e propria coppia cinematografica, tanto sono in sintonia.
Il film è girato quasi completamente in esterno, a Edimburgo, fin dentro il cortile del castello, e inalcune zone di Londra, le cui costruzioni, immutate nel tempo, si prestavano magnificamente al caso, rendendo il girato molto naturale. In postproduzione l’uso delle correzioni digitali è stato minimo, finalizzato quasi esclusivamente a eliminare, quando non è stato possibile farlo durante le riprese, i segni della modernità. Landis, che in questi anni di assenza non è stato a riposo, ma più che attivo in altri fronti, quello televisivo e quello dei docufilm, tanto per citarne alcuni, dimostra di non aver perso smalto, lo spirito solare trasgressivo è immutato.
Il film, oltre che essere bello e divertente, è proprio ben fatto, un esempio di come per realizzare un buon prodotto non occorrano grossi budget, quanto invece un grande talento e tanto spirito di iniziativa. Il regista è un vero artigiano, si affida alla tecnologia solo quando necessario, realizzando tanti effetti con semplici metodi manuali, peraltro a costi ridicoli, e con un uso dellamacchina da presa studiato fin nel minimo dettaglio.
Landis ci ricorda che esiste altro oltre il boxoffice, e che un film ben fatto è un’opera d’arte oggettivamente, a prescindere da chi la guarda, un mezzo per veicolare la bellezza.
Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

All’ombra del Castello di Edimburgo, al suono di violini e cornamuse, John Landis torna al cinema dopo oltre dieci anni di assenza, durante i quali si è concesso regie di episodi di serie tv (Masters of horror e Fear itself) ed altri progetti vari. Questo ritorno si chiama “Ladri di cadaveri – Burke & Hare” e, come abbiamo detto, ci porta direttamente nella capitale scozzese di inizio ‘800, capoluogo mondiale della medicina in cui professori e uomini di scienza studiano e pubblicano ricerche e saggi sull’anatomia umana. Ma mentre tutti loro impiegano schizzi e bozzetti disegnati a mano, il dottor Robert Knox usa un’innovativa tecnica francese – l’eliografia o, come lui la chiama, fotografia – per ritrarre i suoi soggetti. Il problema è che gli servono anche parecchi corpi da analizzare, sezionare e fotografare, e quale idea migliore che dare soldi a due spiantati pieni di desideri come William Burke e William Hare perché gli portino cadaveri freschi freschi?
“Ladri di cadaveri – Burke & Hare” è una black-comedy sicuramente un po’ sottotono per il grande regista di “The Blues brothers”, “Animal house”, “Un lupo mannaro americano a Londra” e “Una poltrona per due”, ma comunque da non sottovalutare. A partire infatti dall’ottima ricostruzione storica (resa possibile dalle buone scenografie, dai costumi, oltre che pure da attenti dettagli come l’inserimento a margine delle figure di Joseph Nicephore Niepce e Charles Darwin) e dalla caratteristica ambientazione scozzese che si esprime bene attraverso atmosfere uggiose e la coinvolgente colonna sonora di Joby Talbot (“Guida galattica per autostoppisti”, “Franklyn”), la pellicola è una piacevole commedia ispirata a fatti reali, tranne per quelli che non lo sono (!), che, mentre da un lato omaggia il romanzo gotico inglese del ‘700 e i suoi elementi macabri, dall’altro è capace di intrattenere lo spettatore con un uso sapiente delle caratteristiche comiche. Dall’inizio alla fine, il film è un’alternanza di momenti con battute piuttosto facili e passaggi con gag più inaspettate, persino di una certa raffinata rozzezza in situazioni spesso scomode e graffianti.
Se poi i due interpreti principali – il sognatore Simon Pegg (“L’alba dei morti dementi”) e il ben più pragmatico Andy Serkis (il Gollum de Il signore degli anelli) – sono ampiamente sufficienti e, nella loro complicità, fanno a gara per ritagliarsi spazi sullo schermo (e Serkis vince a mani basse!), Landis esagera (nel senso buono) con i ruoli minori e i cameo. Oltre ai vari attori secondari (Isla Fisher, Tom Wilkinson, Jessica Hynes, Tim Curry, Bill Baley), ci sono infatti parecchie apparizioni rapide: Christopher Lee, Ronnie Corbett, John Woodvine, oltre che il grande Ray Harryhausen ed il regista Costa-Gavras.
Maurizio Macchi, da “pellicolascaduta.it”

Esecuzione capitalista
Edimburgo, XIX secolo: William Burke e William Hare, due eccentrici assassini, mettono su un commercio di cadaveri con cui riforniscono la facoltà di medicina dell’università locale. Ma la richiesta è smodata e i nostri si trovano un po’ in affanno. Domanda e offerta, dopo tutto, fanno girare il mondo e i due stanno pianificando di rigare dritto dal momento in cui riusciranno a mettere da parte la somma sufficiente per aprire una loro agenzia di pompe funebri. In anteprima mondiale, l’attesissimo ritorno di John Landis. Il regista di The Blues Brothers si rifà vivo alla sua maniera, costruendo una black comedy dai toni gotici e dagli effetti speciali analogici, “vintage”, come ai tempi di Un lupo mannaro americano a Londra. Un evento da non perdere per chi ama il cineasta di Chicago, che nella sua eclettica carriera ha creato il demenziale, reinventato il videoclip ma ha anche preservato e arricchito l’eredità artigianale e visionaria dell’horror classico. [sinossi]
Associare il nome di John Landis a quello del Regno Unito di Gran Bretagna fa tornare all’istante in mente la trasformazione licantropica di Un lupo mannaro americano a Londra, il titolo che nel 1981 consacrò definitivamente il nome dell’allora trentunenne cineasta statunitense tra i grandi autori del cinema contemporaneo.
A dispensare efferati omicidi e caustica ironia ci pensa ora, a quasi trent’anni da quella prima sortita oltre Manica Burke & Hare, presentato nella sezione L’Altro Cinema – Extra al Festival del Film di Roma. Questo nuovo lavoro dà la possibilità a Landis di mettere le mani su un fatto storico piuttosto noto in Scozia: nella Edimburgo del Diciannovesimo Secolo, regina indiscussa degli studi sulla chirurgia, i due balordi del titolo, truffaldini che si barcamenano con mezzucci di vario tipo, perpetrarono un gran numero di omicidi con lo scopo di vendere i corpi alla scienza. La materia si presta dunque fin da subito a una rilettura sarcastica della società scozzese del 1800, e trova in Landis un cantore ideale: l’autore di Animal House e The Blues Brothers, già cinico osservatore dell’umanità a stelle e strisce, in grado nei primi titoli della sua filmografia di coniugare un innato gusto per l’intrattenimento popolare con una vena anarcoide profondamente anti-borghese, legge nella turpe vicenda necro-economica della ditta “Burke & Hare” la beffarda cronistoria di una corsa al progresso che, nell’Occidente industriale e proto-capitalista, rappresentò il volto (male) imbellettato della barbarica corsa al potere e al predominio. Per questo motivo i due assassini, ritratti in passato anche al cinema e in televisione con tinte cupe, diventano al contrario nella mani di Landis figure a loro modo persino solari, destinate a trovare empatia nel pubblico. Burke & Hare non è un thriller, né tantomeno un horror, per quanto ne mantenga per gran parte della pellicola sia la progressione narrativa che le timbriche umorali; si tratta piuttosto di un’opera buffa, scandita da tempi comici e risolta con gag che sposano senza preoccupazione alcuna il macabro al ridicolo. Rispetto al già citato Un lupo mannaro americano a Londra, ma anche ai più recenti episodi diretti per i televisivi Masters of Horror (lo spassoso Deer Woman e il ben più cupo Family), si assiste dunque a un sostanziale slittamento di senso: per quanto non impedisca alla sua ultima creatura il meticcio confronto con l’ideale romantico, riassunto nella figura di Burke, disposto a sacrificarsi per difendere onore e vita della donna che ama, Landis non le permette mai di prendersi eccessivamente sul serio. Se questa scelta stilistica alla resa dei conti non può che far posizionare Burke & Hare un gradino sotto i suoi più lucenti capolavori, allo stesso tempo permette finalmente di riscoprire un autore vitale, dopo un paio di decenni tutt’altro che semplici per quel che concerne la vena artistica. Molte sono le sequenze destinate ad alimentare un piccolo culto, dall’omicidio notturno del grassone canterino alla rovinosa caduta dalle scale dell’ubriaco: se il cinema di Landis sembrava essersi progressivamente ritorto su se stesso, incapace di possedere la verve critica e socialmente non addomesticabile deflagrante agli esordi, Burke & Hare permette di guardare al futuro con rinnovata speranza. Perché lo sguardo sulla società dell’epoca, con la messa alla berlina dell’epoca dei lumi (trasformata immediatamente in profitto), dell’indole barbarica insita nella popolazione, dell’ipocrisia del potere, pur con l’imperterrito sorriso sulle labbra, ha un valore politico netto e riconoscibile, che sarebbe disdicevole lasciar cadere nel nulla.
L’analisi del capitalismo, inquadrato nelle sue più profonde radici, è spietata: l’omicidio, sia esso casuale, seriale o autorizzato dallo stato, è l’unica modalità per accrescere il proprio prestigio e potere. E da quell’ansia di prevaricazione non si può uscire indenni, con il rischio di venire risucchiati nel gorgo che si è contribuito a formare: è questo il senso dell’ultima sequenza, in cui una bellissima steadycam ci trascina per le sale del museo di scienze anatomiche di Edimburgo: il fluido movimento di macchina si conclude sullo scheletro di William Burke, perfettamente conservato e messo in bella mostra alla mercé dei visitatori dell’istituto. Colui che era stato carnefice, mostro, assassino, è diventato quasi da subito vittima dello stesso sistema che l’aveva condannato.
Il cinema a volte perde di vista questo ciclico perpetuarsi della nostra “civiltà”, John Landis con Burke & Hare ce lo ricorda. Facendoci divertire e (forse) terrorizzandoci.
ps. Una nota a parte la merita lo straordinario cast, arricchito da vari cameo, alcuni dei quali (Christopher Lee, Jenny Agutter, Ray Harryhausen) davvero commoventi.
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

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