La donna che canta

Un’equazione o forse un teorema matematico, preciso, implacabile, affascinante e inevitabile. È questa la sensazione che dà la visione de La donna che canta di Denis Villeneuve (canadese francofono del Quebec), vera grande sorpresa al Festival di Venezia che conferma la crescita di un autore che con Polytechnique (da noi inedito) si era dimostrato un talento interessante. Il film è l’adattamento di una pièce di successo di Wajdi Mouawad.
Siamo ai giorni nostri in Canada. Fratello e sorella (gemelli) scoprono dal testamento della madre che il padre che credevano morto è in realtà vivo e dell’esistenza di un fratello di cui non sapevano nulla. La madre, di origine mediorientale, ha infatti vissuto una vita incredibile, tragica, di cui andranno alla scoperta e che noi conosceremo attraverso un viaggio parallelo, lei negli anni ’80 e la figlia al giorno d’oggi (che non casualmente è ricercatrice di matematica pura). Percorreranno i medesimi luoghi, le stesse strade, in un ciclo infinito che è quello della storia e della famiglia, di pietre e terre sempre uguali, illuminate dallo stesso sole, ma bagnate da sangue sempre nuovo.
L’infanzia segna, qui addirittura marchia, in maniera talmente forte che, per dirla con la protagonista, “è un coltello piantato alla gola”. Ci vorrà una vita intera (e una volontà testamentaria) per diventare veramente adulta, per cancellare la rabbia di un’infanzia di violenza e poter riposare in pace.
Nel film dietro un nome finto si nasconde il Libano degli anni ’80 con la sua guerra civile fra cristiani e musulmani. Attraverso le vicende di una famiglia riesce molto bene a rappresentare la divisione religiosa, familiare, di una terra e di un mondo.
La donna che canta è un film che riesce mirabilmente a coniugare un ritmo matematico, con delle esplosioni, degli incendi di violenza, che arrivano quasi inevitabili, riuscendo ad emozionarci mentre ci lasciano impietriti. Come ad esempio nel momento più bello del film, una scena in cui un autobus viene fermato dai cristiani falangisti libanesi alla caccia di musulmani. Una scena, che non vi sveliamo, ma che è un’ottima sintesi dei pregi de La donna che canta, uno dei migliori film degli ultimi mesi.
Una nota di merito per la colonna sonora funzionale e per le due donne protagoniste (Lubna Azabal e Mélissa Désormeaux-Poulin) che sono intense e fragili nei loro complessi ruoli.
Il film, denso di eventi ed avventure, giunge verso una fine in cui le incognite dell’equazione iniziano a chiarirsi, in cui la madre non sarà più una variabile sconosciuta, in cui una catarsi inaccettabile, ma alla fine inevitabile, rimane impressa nella memoria insieme a molte tappe di questo magnifico viaggio.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Quebec, Canada. Alla morte della madre Nawal, Jeanne e Simon Marwan ricevono dal notaio Lebel due buste, una per il padre che credevano morto e l’altra per un fratello che non sapevano di avere.
Tocca a Jeanne, la più riflessiva dei due gemelli, partire subito per il Libano per risolvere lo strano e inaspettato enigma. Simon, dapprima riluttante ad assecondare quelli che giudica come i capricci di una madre da sempre incomprensibile e distante, parte dopo poco tempo insieme al notaio Lebel, deciso a seguire la sorella e ad aiutarla.
Il viaggio in Medioriente rivelerà ai due gemelli non solo la storia della loro famiglia, ma una verità inimmaginabile e sconvolgente. E finalmente la vera identità di Nawal.
Ispirato alla pièce teatrale Incendies di Wajdi Mouwad, La Donna che canta rappresenterà il Canada agli Oscar 2011 dopo aver vinto il premio come miglior film canadese al Toronto International Film Festival e aver ricevuto la Menzione “27 volte cinema” quale Miglior Film alle Giornate degli Autori di Venezia 2010.
Quarto lungometraggio di Denis Villeneuve, il film è un coraggioso e potente melodramma. Se raccontare il Medioriente e i suoi numerosi conflitti è già di per sé un’impresa difficilissima, lo è in partenza ancora di più per un regista che non ha mai avuto a che fare con quelle terre.
Villeneuve si avventura in un territorio sconosciuto e per niente rassicurante. Come i due gemelli che partono per il Libano. L’uso continuo di flashback e la divisione in sottotitoli dedicati ad ognuno dei protagonisti aiutano a fare ordine senza minare l’unità narrativa.
Spiegare la guerra e i conflitti religiosi del Libano non è l’obiettivo. Eppure attraverso la storia a tratti incredibile di Nawal, Villeneuve ci riesce. Il cuore di La Donna che canta è la rabbia, la collera che, come dice il titolo originale, incendia gli esseri umani. E la capacità di farci i conti, come fa Nawal, a modo suo e a tutti i costi, pur di mantenere una promessa.
Ambientare una tragedia greca, perché di questo si tratta, nel Libano moderno, non è cosa da poco. Soprattutto poi se la tragedia in questione è l’”Edipo”. A chi contesta, com’è scontato e anche naturale che avvenga, la poca credibilità complessiva, c’è da rispondere semplicemente che non è questo il punto. Come le tragedie greche, La Donna che canta è poco credibile ma incredibilmente vero. Capire questo concetto è la chiave per comprendere un film straordinario.
Valentina Gentile, da “sentieriselvaggi.it”

Il cineasta canadese Denis Villeneuve è un autore con all’attivo importanti pellicole come Polytechnique e Maelstrom, ma in Italia è praticamente sconosciuto, tanto che i due film appena citati non sono stati neppure distribuiti da noi. Va riconosciuto del merito quindi alla Mostra del Cinema di Venezia che nella sua ultima edizione lo ha giustamente selezionato per le Giornate degli Autori (il film è anche stato inserito nella cinquina in lizza per l’Oscar al miglior film straniero).
La pellicola è ambientata in Libano, è bene chiarirlo subito perché per chi non è ferrato in geografia mediorientale questo non si capirà MAI per tutta la durata del film; una scelta voluta che però diventa difetto – seppur secondario – non aiutando affatto lo spettatore a collocare spazialmente la vicenda. Forse il regista ha confidato troppo ottimisticamente nella conoscenza che le masse avrebbero dovuto avere dei piccoli paesini di un piccolo Stato. Ad ogni modo il clima di odio e guerra che vige tra musulmani e cristiani fuga ogni dubbio da quella che è la scena generale dove si svolge l’azione: il Medio Oriente.
Lo stesso Medio Oriente per il quale dal Canada i due gemelli Jeanne e Simon dovranno partire per adempire alle volontà testamentarie lasciate loro dalla madre, l’araba cristiana Nawal Marwan (una bravissima Lubna Azabal); ritrovare il padre e il fratello che non sapevano d’avere è la loro eredità. Le reazioni sono opposte: Simon vorrebbe chiudere la questione il prima possibile e ignorare le richieste di una madre che non ha sentito mai vicina, mentre Jeanne non ha timore a partire e si reca immediatamente in Medio Oriente, dove brancola inizialmente nel buio, di certo non aiutata dalla riluttanza dei pochi testimoni rimasti a documentare le vicende della donna. Quando anche Simon si convince e raggiunge la sorella, i due proseguono le ricerche, scoprendo sempre più particolari sulla tribolata vita di Nawal prima del suo trasferimento in Canada, arrivando a trovare le risposte che cercavano, di certo inimmaginabili (anche per lo spettatore).
Villeneuve è molto bravo a gestire una storia complessa e un tema scottante, intrecciando abilmente passato e presente, contesto storico e vicende individuali. Nel farlo, adotta la scelta più opportuna: non si schiera dalla parte dei musulmani, né da quella dei cristiani e anzi mostra le atrocità compiute dall’una e dall’altra parte, facendo emergere tutte quelle zone d’ombra che rendono impossibile una semplicistica identificazione di buoni e cattivi da parte dello spettatore. Imbastisce così un film generalmente antimilitarista nel quale sono almeno un paio le sequenze che rimangono impresse nella memoria (i fucili che sparano con attaccata l’immagine della Madonna, il camioncino in fiamme, l’intensissimo piano sequenza iniziale).
La presenza della guerra, però, pur essendo costante e condizionando inevitabilmente le vicende della protagonista – la donna che canta del titolo – rimane pur sempre un contesto nel/dal quale si sviluppa una storia di soprusi e ingiustizie che non fa altro che esaltare la tenacia inossidabile di Nawal (rinchiusa per ben 15 anni in una cella di 2×3), senza però cedere alla tentazione di dipingerla come una martire. Anzi, la donna diventa veicolo di un potente messaggio di odio e perdono, sopratutto nello shockante finale, lasciando lo spettatore con un forte senso di turbamento e un grande dilemma morale.
La sceneggiatura gioca con le ambiguità e con gli incroci del destino, magari forzando un po’ la mano a volte, ma rimane affascinante la costruzione del racconto basata su più dicotomie che si vanno a intrecciare e sulle quali però devo tacere per non rovinare nulla. Così come ben calibrato è l’incedere dell’indagine dei due gemelli che porta al progressivo disvelamento di una vicenda con più di un colpo di scena, in un viaggio alla ricerca della verità e delle proprie radici spirituali ancor prima che biologiche.
Il film è tratto da una pièce teatrale, ma non si nota affatto e l’adattamento è pienamente cinematografico; molte battute sono state soppresse e a parlare vengono (spesso) lasciate le immagini. Ne emerge un ritratto potente, splendidamente diretto e fotografato, nel quale si insinua subdolamente, e ripetutamente, You and whose army dei Radiohead che produce un inquietante senso di straniamento. Cupo e teso, anche se con qualche caduta di ritmo dovuta alla lunga durata, La donna che canta è uno di quei rari film d’autore che riesce anche a “intrattenere” (cioè a far pensare) gli spettatori disposti a seguirlo. Di sicuro vale la pena provarci.
da “eightsamurai.wordpress.com”

È quella di una moderna tragedia antica, una sorta di Edipo al contrario, la trama della sceneggiatura teatrale Incendies di Waidi Mouawad, trasposta nella pellicola cinematografica dal québecois Villeneuve. Il filo conduttore è la ricerca della verità, che è identità, definizione, origine, ma anche ricerca di se stessi attraverso il dolore e l’orrore. È lo stesso di Edipo, che è un figlio che cerca se stesso attraverso i propri genitori, per sapere che la verità, che egli ha cercato lontano, è in realtà orrendamente vicina a lui. Simon e Jeanne sono due gemelli, figli di Nawal Marwan, donna di origini libanesi, che alla sua morte lascia loro il compito di ritrovare un fratello e un padre, di cui fino ad allora i due avevano ignorato l’esistenza.
Inizia quindi un viaggio, prima solo di Jeanne, poi anche di Simon, attraverso il Libano, sui passi che furono della madre Nawal durante la guerra civile, in una società che appare per certi versi ancora devastata dal conflitto e dall’arretratezza, come una casa bombardata. Questo viaggio li porterà attraverso la progressiva scoperta di chi fosse, veramente, Nawal Marwan (è significativa, quasi oracolare, la frase, pronunciata ad un’incredula Jeanne in cerca del padre: «Cerchi tuo padre ma non sai chi era tua madre»): una ragazza travolta dal conflitto tra la minoranza di rifugiati palestinesi e la popolazione nazionalista cattolica, costretta ad abbandonare un figlio e la famiglia e a vagare in un paese devastato dalla guerra; una militante ed un’attentatrice, un’assassina; una prigioniera politica, vittima di soprusi e torture, e una rifugiata senza identità né memoria in Canada, ritratto come un paese privo di identità, una fredda sequela di palazzoni in un orizzonte cementificato.
Durante questo viaggio, Jeanne e Simon scopriranno di essere stati concepiti in una sala delle torture, durante uno stupro perpetrato sulla madre da un giovane torturatore, Abu Tarek: null’altro che il primo figlio di Nawal abbandonato alla nascita. Figlio dell’odio, dell’intolleranza, una macchina di violenza e di sangue che cerca disperatamente la madre ed è inconsapevole di esserne l’aguzzino.
E Jeanne e Simon divengono allora i figli del riscatto, nati dall’odio e cresciuti come figli veri, amati. E che nella morte, la madre spinge a conoscere le proprie orrende origini, la propria famiglia. E non per lo spirito di vendetta, non per perpetrare il rancore, ma perché «nulla è più bello dell’essere insieme». Perché la catena di odio deve finalmente spezzarsi, la famiglia deve essere recuperata, e nella confusione di ruoli lasciata dalla guerra si deve riscoprire il padre e il fratello nel pericoloso aguzzino, la madre e la moglie nell’assassina come nella vittima.
La vita di Nawal è una catabasi attraverso la sofferenza, la disperazione, l’atrocità di una guerra che l’uomo mai si dimentica come perpetrare. Il viaggio di Jeanne e Simon è una faticosa anabasi, una risalita che deve toccare di nuovo il dolore, affondarne di nuovo, e tentare di rinascere da esso, di emergere, di mettere la parola fine: una lapide al sole, un nome, mentre la vita deve continuare, in qualche modo.
Sarebbe un errore fermarsi a considerare la trama del film, criticandone soltanto l’effettiva macchinosità. Come la tragedia greca di Edipo, essa corrisponde a schemi che non sono più facilmente accettabili da un pubblico moderno, abituato a vedere soddisfatte determinate esigenze di realismo.
Ma questa trama è altamente simbolica, e come tale deve essere intesa. È teatrale, più che cinematografica. A darvi forza e pregnanza l’intensa interpretazione dell’attrice protagonista Lubna Azabal, che attraversa e concentra su di sé l’intera azione, silenziosa spettatrice degli eventi, come una moderna Niobe. Di fronte a questa gigantesca figura, i co-protagonisti Mélisa Désormeaux-Poulin e Maxim Gaudette (Jeanne e Simon, rispettivamente) appaiono, come è contemporaneamente inevitabile e funzionali alla trama, deboli, insicuri, fragili, poco consistenti.
da “lavitaèsogno.blogspot.com”

L’orrore si può definire con un suono. Con tanti suoni. Può essere una lancinante sperimentazione rock. Può essere l’ovattato brusio che non riesce a rompere la barriera dell’acqua. E può essere un vecchio canto monocorde, come quello intonato da Nawal Marwan, combattiva e tragica eroina di La donna che canta. Adattamento cinematografico del testo teatrale di Wajdi Mouawad, il film del regista canadese Denis Villeneuve è il dolente racconto della scoperta delle proprie radici, di un viaggio fisico e spirituale carico di sofferenza e rivelazioni. Una madre, un testamento, un passato doloroso e due figli che si avventurano nel Libano sopravvissuto a quindici anni di guerra civile per affrontare fantasmi ingombranti. Un incrocio di destini avversi degno di un dramma di Sofocle a cui Villeneuve, insieme al direttore della fotografia André Turpin, regala un approccio minimalista, lasciando intuire senza svelare troppo, preferendo l’immagine a una scontata overdose di parole, in un crescendo di enigmi e violente emozioni. La parte del coro è affidata ai Radiohead, con You And Whose Army? a raccontare l’addestramento di bambini soldato, la brutalità di ideologie estremiste e sete di potere e i loro tremendi effetti collaterali. Perché non importa a quale esercito apparteniamo, l’odio alla lunga non fa distinzioni e ci rende tutti (in)consapevoli vittime delle sue perversioni.
da “freequency.it”

Denis Villeneuve è un talento da tener d’occhio, dopo il potente Polytechnique, focalizzato sul massacro di Montreal avvenuto nel 1989 all’interno di una scuola, si serve della drammaturgia di Wajdi Mouawad continuando a lavorare ne La donna che canta ( Incendies ) sulle possibilità del racconto in un modo per certi versi vicino ad altri cineasti Canadesi come Robert Lepage e Atom Egoyan con una capacità di far palpitare le immagini su un’architettura invisibile ma non per questo meno complessa. Incendies in questo senso è un film profondamente Canadese e in modo impercettibile porta dentro e fuori dal paese la complessità dei processi identitari che hanno caratterizzato la formazione di uno stato allo stesso tempo post-coloniale e coloniale. Non è una considerazione peregrina, soprattutto nel contesto in cui le immagini e la forza politica del film lavorano su più storie del Medio Oriente, sovrapponendo gli eventi della guerra civile Libanese, quella dei massacri a catena tra i Falangisti cristiani e i Mussulmani, con frammenti di storia contemporanea, come se si alludesse a una disseminazione culturale di proporzioni più vaste rispetto ai suoi confini, con le radici ficcate in un presente intimo e allo stesso tempo transnazionale. Villeneuve ha girato Incendies in Giordania, per l’impossibilità di allestire un set in Libano, ma è proprio questo che gli ha consentito di lavorare su una visione più ampia del conflitto tra culture. Un tema che per altre vie passa anche per Adoration di Atom Egoyan ma che Villeneuve traspone su un livello che di volta in volta è intimo, politico, collettivo. Narwal (una straordinaria Lubna Azabal) muore e lascia ai due unici figli di un parto gemellare, Jeanne (Mélissa Désormeaux-Poulin) e Simon Marwan (Maxim Gaudette), due buste e un atto testamentario; in Palestina da qualche parte vivono ancora il padre dei gemelli e un terzo figlio di Narwal, la donna desidera che le buste gli siano recapitate. Se le sinossi non avessero di tanto in tanto una funzione esplicativa di tipo “democratico” dovrebbero essere bandite dalle recensioni; in questo caso in particolare la linearità della sintesi opera una forzatura contro il Cinema di Denis Villeneuve che non parte ovviamente dallo stesso punto, ma lavora sulle immagini della memoria, politica e personale, come fossero frammenti di una storia più vasta; siamo davvero dalle parti del miglior Egoyan quando le cose, gli oggetti, gli elementi materiali e immateriali dell’immagine convergono in una combinazione che rifugge le associazioni binarie muovendo continuamente il senso delle cose fuori dalla supremazia della parola o del linguaggio per il linguaggio, fonti di assoluta falsificazione come le parole “flashback” e “flashforward” tirate in ballo come scorciatoia per parlare del complesso processo multi-identitario sul quale Villeneuve lavora. Viene in mente la ricerca di Charles Levin quando parla della “dualità” ufficiale del Canada e del numero assolutamente più grande di possibili “nazioni” che oltre a quella del Québec vogliono diventare “segretamente” indipendenti; un sistema che si divide ulteriormente grazie alla presenza aborigena disseminata per tutte queste provincie; Levin parla di un superamento del concetto di nazione e della morfologia del primo stato a potersi chiamare realmente post-moderno; senza spingerci oltre e senza per forza ridurre il fenomeno in una parola come multiculturalismo, il film di Villeneuve ci è sembrato di una potenza davvero rara nella capacità di espandere un’idea che nello spazio del cinema di alcuni autori Canadesi è una presenza costante. Il Medio Orientena di Incendies è astrattamente concreto, un’identità complessa che viene a poco poco esfoliata con una dolorosissima penetrazione nella genesi di una famiglia ignara delle proprie radici; le immagini attraversano la linea di un tempo verticale incendiando letteralmente un percorso di connessioni continuamente rovesciate e disattese e che solo nel momento in cui dovrebbero farsi parola rivelata, lettera scritta, sospendono invece di chiudere, aprendosi ad un nuovo doloroso calvario dell’identità, una sovrapposizione tra padre, figlio e stupro che fa davvero accapponare la pelle per le implicazioni oltre la politica dei popoli e verso un’antropologia di tipo famigliare. Le immagini di Villeneuve sono duttili e spesso lanciate con-tro la parola che anticipa o segue la visione mettendoci in una posizione di costante dis-velamento perchè come dice Simon alla sorella, nel momento in cui la conoscenza sembra raggiungere il grado più insopportabile, uno + uno non fa due; una frase che citando gli studi probabilistici di Krishna Palem (Jeanne Marwan in Incendies è assistente di una cattedra di Matematica) non è certo una didascalia ad effetto e ben spiega il cinema di un autore davvero notevole e coraggioso nel costruire e poi abbandonare il proprio cinema alla libertà dello sguardo.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

Tratto dall’opera teatrale di Wajdi Mouawad, e diretto dal regista canadese Denis Villeneuve, La donna che canta è un “film-apparizione” coraggioso che parla a tutti, in modo universale, partendo dalla storia di un popolo inaridito dall’odio politico e religioso, per arrivare al significato più grande ed autentico dell’amore, vera catarsi e antidoto alla violenza ottusa della guerra.
Canada, ai giorni nostri: Il notaio Lebel, alla presenza dei gemelli Jeanne e Simon Marwan, legge il testamento della loro mamma, che lavorava presso di lui, e le sue ultime sconcertanti volontà. Dovranno consegnare, per ristabilire la verità e per onorare la coscienza della madre, due lettere: una per loro fratello, di cui ignoravano l’esistenza, e l’altra per il padre, mai conosciuto, che credevano morto. Devastati dal dolore, sarà per il momento solo Jeanne a partire per il medio oriente e fare ricerche nella loro terra d’origine, intraprendendo un sentiero arduo e difficile per ricostruire il passato, come in un puzzle.
Attraverso il montaggio in parallelo e i flashback, la vita della madre prenderà sempre più corpo, rivelando una donna che ha sofferto atrocemente a causa dell’odio tra due popoli fratelli, per un figlio che ha dovuto lasciare in orfanotrofio , mai dimenticato, macchiandosi di un delitto politico e vivendo per 15 lunghi anni in carcere dalle devastanti conseguenze. Una volta ristabilita la sconcertante e spaventosa verità e consegnate quindi le lettere al padre e al fratello, è giunto il momento di dare alla leggendaria donna che canta degna sepoltura.
Un film toccante, dallo stile e narrazione asciutta, che concede poco alla lacrima facile, riassume tra le sue immagini l’immenso dolore di una terra devastata, quello di vite spezzate che non si perdono solo con l’avvento della morte ma che rimangono dilaniate anche quando respirano, se non si prova a rompere la catena d’odio e di rancore che, da millenni, inaridisce intere popolazioni e futuro.
di Silvia Levanti, da “delcinema.com”

Tragedie di una guerra fraterna

La-donna-che-cantaPer i fratelli gemelli Jeanne e Simon, la madre è sempre stata una figura controversa e indecifrabile. Alla sua morte, seduti al tavolo di un notaio, scoprono l’esistenza di un padre e un fratello mai conosciuti. La richiesta materna è esplicita: bisogna assolutamente ritrovarli e consegnare loro due buste sigillate. I due fratelli Marwal, diversamente scossi, si alterneranno alla ricerca della verità, molto più sconvolgente delle loro previsioni; in fondo al cammino li aspetta però la scoperta di una madre lacerata dalle proprie orribili esperienze di guerra nel Medio Oriente. Una donna dolorosamente tenera e combattiva.

Tragedia della guerra come tragedia personale, il film si snoda per flashback composti come pezzi di un puzzle finale. La sincerità profonda di ogni sequenza drammatica è garantita dall’assenza di ogni facile celebrazione antibellica. Il personale è sempre politico, e non c’è bisogno di retorica per descrivere come ogni guerra collettiva devasti e avveleni le singole vite. La militanza della madre Nawal non deriva da ideologie teoriche, ma solo dal desiderio umano di poter amare il proprio uomo e di poter crescere i propri figli: l’impegno politico autentico è quello che non chiede altro, per tutti, che il diritto di poter vivere serenamente la propria vita, ma, avverte il regista, rischia sempre di ricadere nelle logiche della vendetta e del rancore, in una distruzione perpetua. Il film culmina in un finale incredibile al limite dell’assurdo, ma che è la conseguenza matematica della stratificazione continua di azioni e azioni nutritesi d’odio: l’orrore si insinua in qualunque rapporto d’amore, contaminandone ogni sentimento. Ispirata all’opera teatrale del drammaturgo canadese Wajdi Mouwad, reduce da diverse premiazioni -miglior film canadese al Toronto International Film Festival premio delle Giornate degli Autori di Venezia 2010, miglior film 2010 per l’Associazione di Critici Canadesi- La Donna che Canta/Incendies è stata scelta per rappresentare il Canada agli Oscar 2011. Una scelta quasi ovvia: opera drammatica e violenta, ma anche dolcissima, il film ha tutti i numeri per farsi notare alla premiazione americana.
Veronica Vituzzi, da “supergacinema.it”

Un film forte e doloroso, bellissimo e terribile, una sceneggiatura ad orologeria, temi importanti e sempre attuali, da tragedia greca, trattati senza mai annoiare. Un gran bel film, fra i migliori dell’anno di sicuro, non fatevelo scappare. – Ismaele

…Villeneuve non ci risparmia nulla ma non calca la mano, non specula su violenza e atrocità, anzi trova sempre la giusta distanza. Insistendo sui segni che il tempo ha lasciato sul paese e sui personaggi. E su una cornice intellettuale – Jeanne è una matematica di talento – che rende ancora più crudele quel caos ingovernabile.
Altro che “trucchi da cinema d’azione” dunque, come ha sentenziato qualche facilone! Siamo su un terreno altissimo, capace di unire sangue e astrazione, il tumulto dei corpi e il lavorìo incessante dell’intelligenza – e della pietà. Un film da non perdere, oltre che un modello per il cinema di oggi, “politico” proprio perché capace di trascendere la sua materia.

…L’inizio di questo film è una piccola lezione di cinema per sceneggiatori e registi. Dopo un bel ralenti suggestivo che suscita curiosità, ci troviamo nello studio di un notaio per la lettura di un testamento, fatto da una madre ai suoi gemelli. E’ in questo modo che scopriamo dell’esistenza di un padre e di un fratello che i due non hanno mai conosciuto, in un mix di contrasti personali e di segreti affascinanti.
Veniamo così gettati nei contrasti terribili del Medio Oriente, in una ricerca che ci porta a conoscere questa terra martoriata tra passato e presente. Il rischio era quello del drammone eccessivo e strappalacrime, magari con una serie di colpi di scena da telenovela.
Invece, nonostante i temi serissimi, non si esagera quasi mai, grazie a uno stile secco e asciutto.
Il tutto supportato da immagini magnifiche, che per fortuna, visto il tema trattato, non diventano mai patinate. E che offrono grandi momenti di cinema, come l’enorme tensione nella scena dell’autobus…

…«Una historia no acaba nunca con la muerte. Siempre quedan huellas». Con sobriedad, con concisión, con inteligente delicadeza dirige Villeneuve esta indagación de los orígenes del odio, del caos, de la ira, de actos vencidos que determinan nuestra actitud a lo largo de toda nuestra vida posterior, ajena muchas veces a valoraciones racionales por parte de nuestros seres más cercanos ─la mejor prueba, la lectura de la estremecedora última voluntad de la madre y la reacción de los hijos─; sin caer en las truculencias implícitas a una historia que en su propio desgarro podía haber invitado a la brutalidad estética y estilística, el cineasta sostiene con firmeza las riendas de una narración densa en su fondo pero no en su forma, disponiendo el ojo de la cámara con calma, jugando con planos secuencia y planos cortos, con enfoques y desenfoques, mostrando e insinuando, aguantando la distancia con un palco en constante expectación…

…Eppure, è l’apparente inattaccabile tenuta drammatica della storia che mostra qualche smagliatura, in primo luogo perché Villeneuve sembra volersi accontentare solo di quello che fuoriesce liberamente dalla storia (suo lo script d’altronde…) senza riuscire ad accompagnare il narrato con una regia all’altezza delle vicende, in secondo luogo perché il colpo di scena finale non sembra così inaspettato come ci aspetterebbe, incapace di andare fino in fondo, rischiando invece di andare a fondo (tutt’altra cosa quello abbagliante di Old Boy…).

…In un doloroso pellegrinaggio – costellato di luoghi e volti eredi delle atrocità della guerra – i due gemelli porteranno a galla un passato di violenza e di vendetta, che si ripercuoterà, inevitabilmente, sulle loro esistenze. Un passato che li costringerà a fare i conti con un odio genetico, trovando sollievo solo nel perdono.Come pezzi di un puzzle, gli eventi si intersecano in un montaggio parallelo incalzante. Dove i sentimenti contrastanti dei personaggi si riflettono nelle immagini, alternando momenti crudi ed impietosi ad altri delicati e consolatori…

…Le sorprese, però – almeno quelle positive – terminano ben presto. Prima qualche dialogo imbarazzante tra un docente di matematica e la sua assistente (protagonista assieme al gemello) sul talento per la materia di chi è intuitivo, o sui parallelismi tra matematica e vita. Poi l’approdo in Palestina, alla ricerca delle radici dei due fratelli sulle tracce dei misteriosi genitori (la madre è appena deceduta). Ed ecco che Denis Villeneuve palesa la povertà intellettuale che aveva oculatamente celato nel film precedente, dove descriveva la strage a un campus universitario senza mai riflettere sulla stessa…

…Il suo regista, il canadese Denis Villeneuve, è uno degli spiriti più talentuosi della sua terra. Il caso Incendies lo dimostra appieno, essendo stato il giovane autore capace di trasporre l’opera da teatro a cinema senza perderne una goccia della connaturata epicità. E’ riuscito nell’intento prendendo la tragedia di una guerra civile per il collo, mostrandone la vergogna senza fare sconti, scegliendo un passo cinematografico estremamente realista, ma denso di luci e di ombre. Come a caricare una cupa realtà, senza mai scivolare nel melodramma.
Preparatevi prima di entrare, le botte allo stomaco sono forti e numerose. Dire che ne vale la pena è poco. Ci ripetiamo: questo film è un miracolo, un chiaro esempio di cinema che supera se stesso.
da “markx.splinder.com”

In seguto alla dipartita di Nawal, i fratelli gemelli Jeanne e Simon, figli della donna, ricevono sconcertanti direttive riguardo l’eredità. In una lettera scritta prima della morte, la madre dei due giovani confessa loro l’esistenza di un terzo fratello e di un padre che credevano ormai morto e chiede di consegnare loro due buste chiuse. Senza alcun dettaglio riguardo il come, il dove e il quando incontrare la ritrovata famiglia i due si interrogano su quanto abbia davvero senso tentare di soddisfare l’ennesima bizzarria di una madre che, nel corso della sua intera vita, non è certo stata esule dall’assecondare le proprie stranezze rimanendo per i figli una costante emblematica. Grazie all’aiuto di un matematico e di qualche vecchia fotografia i gemelli riusciranno comunque a risalire al padre e al fratello mai conosciuti, residenti nel cuore del medioriente, lontani migliaia di chilometri da casa, cuore e cultura.
Giunto al suo quarto lungometraggio, il regista canadese Denis Villeneuve ci racconta con disarmante lucidità una vicenda emotiva che riporta in superficie l’attuale questione mediorientale e il sempreverde conflitto umano, familiare e sociale. La donna che canta (La Donna che Canta) è la trasposizione cinematografica tratta dall’ononima pièce teatrale, sfrutta il devastante scenario bellico della guerra in medioriente e mantiene i toni distinti del giallo aggrappandosi, sempre e comunque ad un rigore quasi matematico, in qualche maniera costante segno distintivo della poetica del regista Villeneuve. Tecnicamente, narrativamente e visivamente perfetto La donna che canta somiglia ad un delizioso prodotto industriale, di ottima fattura, da cui traspare un’originaria natura poetica che però, nel corso della stesura e della produzione, sembra andata via via scemando. Sebbene riesca a fondere con invidiabile precisione l’agghiacciante atmosfera e il degrado della guerra con una storia dai toni incalzanti sembra proprio essere la sua perfetta composizione il suo punto di debolezza. La struttura del film ricorda in qualche modo l’incedere dei grandi classici noir del cinema riportandoli ad ambientazioni complesse che, paghe per l’appunto della propria natura, riescono ad offrire uno spettacolo in qualche modo innovativo e comunque molto piacevole. Scisso in due temi differenti il film racconta, senza che l’uno prevarichi l’altro – e anzi come già detto fondendoli tra loro – temi fortissimi e difficili da trattare. La delicatezza di certe sequenze è addirittura da antologia non solo del cinema ma dell’arte più generica ed è proprio l’eccedere metodico e preciso che (sebbene in autori piuttosto noti fosse invece una più che invidiabile qualità) priva la pellicola dell’umanità che, paradossalmente, si sforza, in modo tutt’altro che vano, di raccontare. Tutti gli attori sono diretti benissimo e, prescindendo dal merito, riescono perfettamente a trasmettere l’emotività necessaria a raggiungere l’apice della narrazione ed è proprio per questo che, nonostante eccesso di zelo di cui sopra, riescono a trasparire le sensazioni che Villeneuve intende trasmettere con La Donna che Canta.
In definitiva un film complessivamente ben riuscito, ossessionato dal rigore aritmetico che da sempre il regista porta con se ma davvero ben fatto, girato in maniera intelligente, senza sopraffare la scorrevolezza della narrazione mantenendo pur sempre una propria identità visiva.
La donna che canta è un buon risultato, a volte un po’troppo ingessato dalla sua eccessiva metodicità, ma ancorato alla sua forte natura emotiva e ad una forte etica antimilitarista. Consigliato.
VOTOGLOBALE7
Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

Gli incendi dell’anima
Il regista canadese Denis Villeneuve narra una vicenda dura con una lucidità e un rigore invidiabili, che non tolgono niente a una regia elegante e d’impatto che lascia gran parte della violenza fuori campo.
Alla morte della madre Nawal, i gemelli Jeanne e Simon fanno una scoperta scioccante: il testamento della genitrice, letto dal notaio e amico Lebel, rivela infatti loro la presenza di un fratello mai conosciuto e di un padre che da lungo tempo credevano morto. Nawal, nel testamento, chiede ai due ragazzi di ritrovare i due uomini, senza dar loro altre indicazioni di sorta, e di consegnar loro due buste chiuse. Solo quando avranno fatto ciò, potranno a loro volta aprire una busta a loro indirizzata, contenente l’ultimo saluto di Nawal, e potranno apporre un nome e una lapide sulla sua tomba, come riconoscimento di una promessa infine mantenuta. Mentre Simon ritiene che la lettera sia solo l’ultima bizzarria della donna, e vuole soltanto dimenticare una madre che ha sempre sentito scontrosa e distante, Jeanne è invece decisa a risolvere l’enigma del suo passato, grazie all’aiuto di un professore di matematica e alla labile traccia fornita da una vecchia foto; il viaggio che intraprenderà la porterà nel cuore del Medio Oriente, sulle tracce di un passato segnato da guerre, violenze e segreti inconfessabili…
Mélissa Désormeaux-Poulin e Maxim Gaudette in una scena del film La donna che canta Presentato nelle Giornate degli Autori a Venezia e al Toronto Film Festival, e ispirato a una fortunata piece teatrale canadese, questo La donna che canta (Incendies in originale) è un dramma familiare ad ambientazione bellica che ha l’incedere e il rigore narrativo del thriller. Il racconto del viaggio della giovane Jeanne, a cui presto si uniscono il fratello Simon e il notaio Lebel, nel cuore devastato di un paese mediorientale che non ci è mai dato localizzare precisamente (quasi a ribadire la potenziale universalità degli eventi narrati) è alternato ai flashback della terribile odissea della giovane Nawal, che da semplice, inquieto fantasma che per lasciare andare i suoi figli chiede loro di fare qualcosa di apparentemente incomprensibile, assume presto il volto e la corporeità di una straordinaria Lubna Azabal. E’ attraverso il suo coraggio e la sua inquietante, indomita forza, che il regista Denis Villeneuve ci mostra gradualmente l’inferno di una guerra difficile da comprendere, che penetra a fondo negli affetti, spezzandoli e contaminandoli con l’orrore, lasciando un dolore nascosto alle generazioni successive, ma che vuole essere raccontato per riannodare i fili di una memoria che nonostante tutto va preservata. Un racconto tra presente e passato, gestito magistralmente da una sceneggiatura perfetta negli incastri narrativi, con una divisione in capitoli che ne enfatizza personaggi ed eventi chiave.
Una tragica immagine del film La donna che canta con Lubna Azabal Stupisce positivamente la capacità di Villeneuve, tra i più importanti registi canadesi contemporanei, di mantenere nella narrazione un tono sobrio eppure non pedante, in un accumularsi di eventi che lentamente ci restituiscono una visione d’insieme della vicenda, con una struttura da thriller che lascia la ricomposizione del puzzle al finale. Una lucidità e un rigore nel raccontare che non tolgono niente a una regia elegante e d’impatto, caratterizzata anche da una genuina spettacolarità, ma soprattutto da una crudezza di eventi e atmosfere che colpisce duro, lasciando gran parte della violenza fuori campo. Difficile restare indifferenti agli incendi, fisici e mentali, che il regista mette in scena, difficile non restare coinvolti dall’afflato profondamente umano impresso alla vicenda, che nonostante gli orrori mostrati fa empatizzare con tutti, finanche con un mostro che si rivela fin troppo umano. La soluzione sembra suggerire un’inevitabile corruzione dell’anima, in cui è inutile cercare di rinvenire una logica, in cui persino la più elementare formula matematica viene confutata e rovesciata. Il male sembra aver contaminato persino l’affetto più puro, costringendo la protagonista de La donna che canta a una lacerante scissione: ma quel male, sembra dirci il regista, che non ha radici metafisiche ma umane, deve comunque essere raccontato per poter essere compreso, e forse perdonato. Con un abbraccio e una metaforica “purificazione” nell’acqua, quell’acqua che ha risparmiato i due protagonisti alla loro nascita, e che ora ha definitivamente spento quell’ultimo, doloroso incendio.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

Il regista e sceneggiatore Denis Villeneuve è al suo quarto lungometraggio con “La donna che canta”, che arriva nelle sale italiane con alla spalle la conquista di riconoscimenti internazionali, tra cui il premio come Miglior Film Canadese vinto al Toronto International Film Festival.
Inoltre è stato scelto per rappresentare il Canada agli Oscar 2011 nella categoria Miglior Film in Lingua Straniera.
Denis Villeneuve è uno degli autori più talentuosi della nuova generazione di cineasti canadesi, i suoi film precedenti sono stati presentati a numerosi Festival, facendo incetta di premi.
Il film racconta il viaggio di due gemelli, Jeanne e Simon Marwan, nell’affannosa ricerca delle proprie origini. Dopo la morte della madre, Nawal Marwan, Jeanne e Simon vengono convocati dal notaio Lebel per la lettura del testamento. La madre ha lasciato due lettere, indirizzate una al loro padre, che credevano morto, e una a un fratello che non credevano di avere. Viene chiesto loro di ritrovarli, solo allora riceveranno la lettera a essi destinata e sarà tutto chiarito. Simon prende subito le distanze da questa ricerca, invece Jeanne si mette in viaggio, con l’intento primario di conoscere il passato della madre, sul quale si è sempre taciuto.
Il film è l’adattamento dell’opera teatrale del drammaturgo canadese Wajdi Mouawad, rappresentata per la prima volta in Francia nel marzo del 2003 e in Quebec un mese dopo. L’opera è stata rappresentata con successo in vari Paesi, Italia compresa. Il film è una co-produzione Canada-Francia ed è stato girato in Quebec e in Giordania.
La prima figura che lo spettatore vede, all’inizio del film, è quella di un ragazzo, che ha lo sguardo fisso in macchina, mentre questa fa un primo piano che va a stringere sui suoi occhi, sempre più stretto.
La sua sembra essere un’espressione di sfida: sfida il pubblico a guardare ciò che seguirà e se avrà il coraggio di entrare nel suo orrore, di guardarlo da vicino e non rimanerne distaccato.
La musica che accompagna questa prima scena è perfetta e dà subito la percezione che la storia che si svilupperà di lì a poco, non è una storia semplice, né come tutte le altre. Con poche inquadrature il regista riesce a dare alcuni indizi, che serviranno in seguito, per venire a capo di un puzzle che lentamente si costruisce, portando alla luce non solo gli orrori della guerra sul singolo, ma anche le ripercussioni sul proprio futuro e su quello dei propri cari. Villeneuve costruisce una narrazione alternata: mostra ciò che accade a Nawal, lungo tutta la sua esistenza, e il viaggio di Jeanne alla riscoperta di sua madre e delle lacerazioni subite.
Il cineasta mette in evidenza il coraggio e la resistenza delle donne, il loro non fuggire davanti a nulla, la loro tenacia e determinazione, il loro infinito amore e il saper perdonare. I visi dei militari e dei combattenti (che raffigurano la guerra) non sono mai inquadrati, in quanto sono esseri indistinti e senza identità.
Gli unici uomini inquadrati sono quelli che hanno un contatto diretto e incisivo con Nawal e i due gemelli.
Un aspetto che Denis Villeneuve sottolinea è la reticenza dell’uomo rispetto alla donna di agire. È Jeanne che decide di trovare padre e fratello e che spinge, in un secondo tempo, Simon a non tirarsi indietro, a fare anche lui la sua parte. Le donne, come sempre, sono quelle che non chiudono gli occhi davanti a nessuna situazione, mai.
“La donna che canta” è uno di quei film che squarciano il velo sulla condizione di sottomissione della donna, diffusa ancora in molti Paesi. È un film che commuove e fa riflettere e che racconta gli orrori della guerra in modo incisivo e diretto, ma mostra anche l’infinito amore di una madre e il senso del perdono, perché solo col perdono si può sgretolare l’odio che risiede nei cuori.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Canada, oggi. Indagine su un passato al di sopra di ogni sospetto, Incendies di Denis Villeneuve (di cui abbiamo recensito, tra Gli invisibili, Polythecnique), tratto da una pièce di Wajidi Mouawad (rappresentata anche in Italia) è un dramma familiare su cui pesa – inaspettata, insostenibile – la Storia (la guerra in Libano, 1975-1990), un percorso a ritroso verso una verità immersa nella corruzione lancinante dei conflitti, l’iniziazione di due giovani all’orrore. Come l’incontro tra Egoyan e umori esponenziali da tragedia greca: Villeneuve accompagna i personaggi alla ricerca, il passato prende forma sotto gli occhi dello spettatore, sino alla devastante agnizione finale. Incendies è una narrazione a scatole cinesi, il presente intento a insinuarsi nel passato, il passato che introduce nuove angolazioni di sguardo sul presente: impaginato con cura, rigore e concessioni romanzesche, frutto di un formalismo classicheggiante e di un lirismo tragico disinteressato alla verosimiglianza, Incendies è opera di rara potenza, compatto nella costruzione, inattacabile per resa cinematografica, di struttura sfrontatamente (teatralmente) manipolatoria, essendo tragitto che primitivamente (ma in confezione sontuosa) mira senza concessioni alla catarsi, una delle più intimamente violente degli ultimi tempi. Un melodramma immerso nell’eccesso. E l’eccesso a sua volta scarnificato. Un’opera emotivamente sfiancante, travolgente. Acquistato dalla BIM, verrà distribuito con il titolo La donna che canta. Dividerà.
Giulio Sangiorgio
Voto: 8
da “spietati.it”

Traiettorie narrative rigorosamente controllate, messa in scena limpidamente padroneggiata, temperatura emotiva maestosamente abbattuta: questo è Incendies, quarto lungometraggio del cineasta canadese Denis Villeneuve (classe 1967), già autore di Polytechnique, affresco cubista del massacro dell’École Polytechnique di Montreal (6 dicembre 1989). Muovendo dall’omonima pièce di Wajdi Mouawad (parte di una serie di rappresentazioni teatrali sul tema della trasmissione e dell’eredità), Villeneuve adotta un’estetica all’insegna della sobrietà e del crudo realismo per dare credibilità alle immagini, lavorando sulla luce naturale e sulle ombre per conservare l’aspetto mitologico del testo drammaturgico.
L’incommentabile titolo italiano La donna che canta (didascalia di uno dei numerosi capitoli che scandiscono il film) farebbe pensare a una pellicola melensa, ammiccante e buonista, invece il regista canadese sgrana la materia sentimentale in frammenti di adamantina durezza e ne accumula la carica emotiva a bassa intensità preparando una catarsi matematicamente edipica. Ciononostante ogni singola sequenza è gravida di tensione interna: frizioni comportamentali (l’atteggiamento antitetico dei due gemelli Jeanne e Simon), contrarietà nel rintracciare i destinatari della lettera testamentaria della madre Nawal (l’animosità generale incontrata da Jeanne) e guerriglia diffusa (la ricerca del figlio da parte di Nawal) generano un clima di costante attrito e minaccia incombente. Soffocata e ovattata, la tragedia cova sotto le ceneri.
Pur dettagliatamente segnalati (Daressa, Kfar Rayat), i luoghi esposti da Incendies non raffigurano un’ambientazione definita ma creano una topografia immaginaria, deterritorializzata, privata di ogni connotazione nazionale precisa (Villeneuve ha dichiarato di essersi ispirato a Z di Costa-Gavras per liberare il film dall’ideologia: “il film tratta di politica ma rimane altresì apolitico” ha affermato il cineasta canadese). L’indeterminatezza spaziale alimenta il portato universale della ricerca di Jeanne e Simon (rispettivamente Mélissa Désormeaux-Poulin e Maxim Gaudette in due prove di rimarchevole sottrazione) che nella loro trasferta mediorientale, spalleggiati dalla bonaria figura del notaio Lebel (Remy Girard, volto noto del cinema canadese), si tramutano in (in)volontari veicoli della memoria, archeologi di un passato disseminato di tracce in cui odio e amore si sovrappongono spaventosamente.
Sabotare il meccanismo di trasmissione della collera è il chiaro intento del film, proposito direttamente derivato dalla pièce di Mouawad, ma l’indirizzo umanitario di Incendies non precipita affatto nel didascalico o nel pietistico, consegnando il mandato di speranza a un racconto aspro e spigoloso, emotivamente prosciugato e lapidariamente implacabile (la madre, interpretata dall’attrice belga di origine marocchina Lubna Azabal, è giacimento di drammi). Al minimalismo della rappresentazione teatrale Villeneuve infonde un’incisività d’immagine che non rifugge da squarci cruenti (la nascita di Nihad, lo sterminio della corriera di musulmani) o toccanti rarefazioni (la sequenza d’apertura sulle note di You and Whose Army? dei Radiohead e le immersioni in piscina su tutte), assegnando alla fluidità della steadycam l’incarico di assicurare la prossimità ai personaggi e delegando ai campi lunghi, alle ellissi e al fuori campo il compito di smorzare le impennate di violenza (il tiro al bersaglio del giovane Nihad, lo stupro subito da Nawal, il parto gemellare). Girato in una quarantina di giorni tra il Canada e la Giordania con un budget tutt’altro che faraonico, Incendies conferma il quarantaquattrenne Denis Villeneuve come uno dei pochi cineasti in circolazione capaci di manipolare la materia tragica senza carbonizzarsi le mani.
Alessandro Baratti
Voto: 8
da “spietati.it”

Nawal Marwan è in prigione e siede per terra nella sua cella: il corpo martoriato da continue torture, gli occhi spalancati. Non dovrebbe sentire, ma ascolta le urla di dolore di un’altra prigioniera. Non dovrebbe parlare, ma continua a cantare.
Scontato il periodo di prigionia Nawal desidera una vita serena e si trasferisce in Canada con il figlio Simon e la figlia Jeanne. Nawal sperimenta per poco i gesti quotidiani di un’esistenza felice che non ha mai conosciuto e muore lasciando ai due figli quattro lettere. Due di queste sono dirette a loro: dovranno aprirle dopo aver recapitato le rimanenti due al padre e al fratello, che Simon e Jeanne non hanno mai conosciuto. Jeanne si mette in viaggio per il Medio Oriente con l’obbiettivo di trovare i due familiari e scopre una verità di dolore e violenza, quella catena d’odio che ha consumato l’animo della madre.
Incendies è un film che non lascia tregua: colpisce lo spettatore dalla prima all’ultima inquadratura e lo costringe all’analisi di una vicenda crudele. È una pellicola necessaria poiché testimonia in modo tragico ed esplicito l’insensatezza della guerra e il dramma di una donna segnata dalle ingiustizie più terribili. Denis Villeneuve è un regista coraggioso, in grado di mettere in scena la sequenza più cruda e di ricordarci che quella davanti a noi non è pura fiction. Il messaggio socio-politico del film è diretto: Nawal vive sulla propria pelle il conflitto arabo-israeliano e la gravità del singolo scontro rimanda a una dimensione universale che ingloba tutte le tragiche conseguenze delle guerre contemporanee. Nawal da giovane viene cacciata di casa per aver ascoltato i propri sentimenti, trasferitasi dallo zio vuole impegnarsi attivamente per costruire e costruirsi un futuro di pace. Eppure viene costretta dalla guerra a mettersi ancora in viaggio. Nawal cerca ostinatamente ciò che sarebbe dovuto a chiunque, segue l’amore che la lega ai propri figli, ma avanza da sola in una realtà negativa dove l’umanità viene dimenticata, sepolta sotto le macerie di villaggi distrutti.
Villeneuve traspone sul grande schermo la pièce teatrale Incendies di Wajdi Mouawad e sviluppa con un magistrale utilizzo del montaggio parallelo una trama complessa. Il plot alterna la vicenda di Jeanne (hic et nunc narrativo)e la storia di Nawal (flashback). La figlia percorre lo stesso tragitto della madre e durante la sua ricerca condivide i dolori vissuti da Nawal anni prima.
Incendies è dunque un’opera scomoda ma urgente. Un film da vedere che costringe ad «aprire gli occhi».
Andrea Massimiliano Guetta, da “nonsolocinema.com”

«Può avvenire che uno più uno faccia uno anziché due?» è l’angosciosa domanda fatta alla sorella gemella, matematica di talento, da uno dei protagonisti di Incendies nel momento di massima tensione, che coincide con il punto di non ritorno di una tormentata indagine sulla loro nascita. Non ci sono risposte, solo un gemito sgomento interrompe il silenzio nella stanza d’albergo vuota: la verità sfugge alla razionalità aritmetica con la quale l’uomo pretende di calcolare gli esiti degli eventi. La realtà è scontro perenne, devastazione, caos incontrollabile; eppure, se si ha il coraggio di compiere scelte etiche responsabili, si trova nella conquista di un’identità cosciente il significato di un’esistenza connotata dalla sofferenza.
Il regista Villeneuve, traducendo sullo schermo la pièce teatrale di Mouawad, fa delle forzata ricomposizione di un nucleo familiare smembrato dalla guerra in Medio Oriente la metafora di un’umanità in continuo pellegrinaggio verso un luogo ideale di pace, un limbo ideale evocato nella pellicola dal canto e dalla limpidezza dei teoremi matematici: Jeanne (Mélissa Désormeaux-Poulin) e Simon (Maxim Gaudette), gemelli, devono eseguire le ultime volontà della madre morta Nawal (Lubna Azabal), la quale ha affidato loro nel testamento due lettere da consegnare, una al padre mai visto e l’altra al fratello di cui ignoravano l’esistenza; per portare a termine la missione essi lasciano l’algido Canada e raggiungono un Medio Oriente infuocato dal sole e dalle devastazioni belliche, ove sono costretti a riscrivere sulla propria pelle la traumatica biografia della madre, soprannominata «la donna che canta» perché ridotta all’estremo dalla tortura riusciva a cantare fra le mura di una prigione.
Il lungometraggio, stringato ed essenziale, definisce il contesto del sofferto percorso di riconoscimento, quel tanto che basta per sottrarre alla situazione esemplare ogni astrazione simbolica: la vicenda è collocata in Libano, ma fanatismo religioso, rappresaglie, stragi, città sventrate, miseria, odio e stupri costituiscono il paesaggio di ogni conflitto e rimandano alla travagliata condizione dell’umanità di sempre, incapace di «vivere insieme». Il dramma non contrappone vittime e carnefici e non indica colpevoli: nella spirale del sangue-chiama-sangue, un destino di boia vendicatore attende inesorabilmente il bambino abbandonato involontariamente dalla madre. Il lascito di saggezza di chi ha vissuto, l’amore e il perdono sono scritte su una lapide, frammenti di un paradiso lontano da questa terra, ove lo strazio della Storia disturba la dolcezza di una canzone o la limpidezza di un’addizione.
Augusto Leone, da “cine-zone.it”

Sospesi, nella storie di vite lontane ma indissolubilmente legate. Continuamente preda di emozioni, di tensione, di lacrime. Così ci si sente di fronte ad Incendies, la donna che canta, opera d’arte del regista Denis Villeneuve, candidato agli Oscar come Miglior Film Straniero. Cast di una bravura eccezionale, ritmo narrativo lento e perfettamente sviluppato, regia, fotografia e montaggio di altissimo livello.

Due gemelli, Jeanne e Simon, in seguito alla morte di Nawal, la loro difficile madre, si vedono recapitare dal notaio due lettere sigillate, una dedicata a un padre che credevano morto, una ad un fratello di cui ignoravano l’esistenza. La madre, nel testamento, chiede a Jeanne di cercare il padre, a Simon di cercare il fratello. È Jeanne a vedere in queste lettere la chiave del silenzio di Nawal, chiusa in un mutismo assente durante le ultime settimane di vita. Così, contrariamente al fratello, decide di partire dal Canada verso il Libano, teatro della giovinezza di sua madre. La ragazza parte così in un viaggio coraggioso e allo stesso tempo pieno di paure, che racconta parallelamente madre e figlia, e che sa spiegare quanto è importante conoscere le proprie radici per capire la propria identità, e non solo. La figura della fredda e assente madre Nawal si trasforma, nelle rivelazioni via via sempre più tragiche, diventa agli occhi della figlia e di tutti gli spettatori, l’emblema del coraggio, dell’avventatezza, del dolore e della dignità.
L’angoscia che la sorella sta affrontando, spinge Simon a raggiungerla, lui così refrattario, così pieno di astio verso la madre. E la narrazione sembra subire una svolta, come se le anime delle due donne, pacificate, attendessero che i due fratelli si incontrino, per trovare pace anche loro. Simon, spinto ormai non solo più dalla sorella ma dal bisogno di capire, percorre anche lui una strada dolorosa, che porterà alla rivelazione finale, sconvolgente, disperata, che resterà nella testa di ogni spettatore per sempre.
È quasi…troppo! Ma la ridondanza non spaventa Villeneuve, che sprofonda nell’inferno della guerra libanese senza veli, senza censure, per raccontare non questa guerra ma LA guerra. Cosa crea, come riesce a distruggere le persone, a cambiarle, a spingerle verso azioni impensabili. Non c’è pietà, non c’è compassione, niente viene ammorbidito. L’orrore viene sviscerato ma in maniera talmente delicata e attenta che riesce a non essere mai disgustoso, solo, semplicemente, terribile. È la prima scena a dircelo, nello sguardo pieno di rabbia di un bambino catturato dai miliziani che gli stanno rasando i capelli. Silenzio, solo musica (una splendida colonna sonora dei Radiohead) e quegli occhi, che ci sfidano a guardare quello che verrà, perché lui è stato costretto a viverlo.
Incendies è una fiammata che divampa, che distrugge le certezze dei due figli di Nawal e in effetti anche la serenità di chi lo guarda. Perché è una storia individuale e collettiva, antica ma spaventosamente attuale, che chiede di essere guardata e vissuta abbandonandosi completamente. Ma alla fine, attraversato l’orrore, rimane la poesia, rimane la profonda comprensione di cosa vuol dire perdonare, rimane un inno alla pace.
M.Stella Di Nardo, da “zabriskiepoint.net”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog