Kill me please

Al film che ha vinto il Marc’Aurelio come miglior film al Festival di Roma 2010, possono essere fatte di certo varie obiezioni. Ma di certo il film non difetta in qualità come la personalità, il coraggio e la scentratezza.
Il belga Kill Me Please, diretto da Olias Barco e da lui stesso co-sceneggiato, è infatti una commedia nera e grottesca, politicamente scorrettissima e senza timori reverenziali nei confronti di temi o sensibilità. Il suo racconto è ambientato all’interno di una clinica svizzera, ispirata ad una struttura realmente esistente, il cui primario dottor Kruger – che vi sia dell’ironia nel nome? – cerca di coronare il sogno di restituire dignità al suicidio e a chi lo commette: ospita e assiste pazienti che sognano la morte, cercando senza troppe insistenze di farli desistere dal loro intento ma pronto ad accompagnarli dove necessario, se inevitabile, con tanto di ultimo desiderio garantito.
Già scherzare, con acida cattiveria e mano non esattamente leggera, su un tema delicato come l’eutanasia non è cosa da poco: se a questo si aggiunge la caratterizzazione estrema dei bizzarri ospiti della struttura e il fatto che, progressivamente, nel quadro di un ambiente inizialmente descritto come asettico e ordinato, la follia e la morte si scateneranno anarchiche e imprevedibili per riaffermare la loro supremazia su ogni possibile forma di razionalizzazione, si può avere un’idea di quanto Kill Me Please sia (anche ostentatmente) fuori da ogni canone tradizionale.
Non sempre in grado di tenere il giusto ritmo e il giusto (dis)equilibrio, ma testardamente ostinato a cercare la provocazione e la risata anche nelle scene più innegabilmente disturbanti, Barco pare ammiccare chiaramente a Benoît Delépine e Gustave de Kervern registi di quel Louise Michel presentato proprio a Roma due anni fa e del Mammuth attualmente nelle sale, cercando di ammantare ancora più di nero e di (non) senso un racconto cinematografico sregolato e imprevedibile. Mira molto in alto, specie sul fronte delle riflessioni, serie, che vorrebbe suscitare, rischiando di eccedere in presunzione: ma è lo stesso capace di colpire, tanto in basso quanto in alto, e di azzeccare delle scene francamente esilaranti.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Il dottor Kruger gestisce una clinica che offre assistenza e qualche goccia di veleno a chi ha deciso di farla finita con questa vita. Il giuramento di Ippocrate lo obbliga a cercare di far desistere qualsiasi paziente dalla scelta estrema ma, se la volontà è forte e sicura, il primario, sostenuto da un contributo governativo, non può far altro che assecondarla, ultimo desiderio compreso. Nella villetta del suicidio medicalmente assistito sbarcano i personaggi più disparati, dal malato di cancro alla bella sfortunata, dal depresso con la fantasia del Vietnam alla cantante lirica che ha perso la voce. Eppure non è così facile spegnere l’umano interruttore quando la campanella della natura o del destino non è ancora suonata.
Il belga Olias Barco sceglie per il secondo lungometraggio un soggetto politicamente ultrascorretto, che declina, fotograficamente, in bianco e nerissimo. Si spinge senza scrupoli sul pedale dell’eccentrico e del cinico, ma la verità è che in Svizzera e non solo questo genere di cliniche esiste e prospera. Amante dei forti contrasti, Barco sceglie un’ambientazione sontuosa, dove il bianco della neve e degli interni e il silenzio della natura circostante si propongono come il miglior viatico per la quiete eterna, almeno fino a che le interazioni sociali non fanno esplodere anche lì tutta l’anarchia di cui sono portatrici.
Il cast è ottimo e, tra gli altri, conta quel Bouli Lanners che sta dando non poco al cinema francofono delle ultime stagioni, da Eldorado a Louise Michel a Mammuth; per questo e altro, trattenere il riso è spesso impossibile, ma occorre comunque passare attraverso alcune scene seriamente disturbanti. Non solo, anche a livello di farsa l’impressione forte è che sarebbe bastato poco, in sede di scrittura soprattutto, per farne un prodotto di livello superiore, un piccolo cult: meno investimento d’inchiostro nella caricatura dei personaggi e più nei dialoghi, forse, che sono esilaranti ma sottoutilizzati.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Poche minuti dopo averlo visto al Festival di Roma la sensazione del sottoscritto è stata immediata: abbiamo trovato un vincitore. Eletto a furor di popolo trionfatore della V° Edizione del Festival Internazionale del Film di Roma, vincendo il Marc’Aurelio d’Oro e il Premio della Critica On Line, ovvero il Mouse d’Oro, Kill Me Please arriva finalmente nei cinema italiani grazie alla Archibald Film, dopo aver clamorosamente deluso al botteghino belga. Appena 55,466 gli euro incassati dalla pellicola in patria, sinceramente meritevole di tutt’altra fortuna.
Con un pugno di banconote a disposizione, e con una troupe composta per la precisione da 5 persone 5, compreso l’attrezzista, Olias Barco è riuscito nell’impresa di partorire un’opera seconda stupefacente. ‘Costretto’ al bianco e nero per far passare agli occhi del pubblico del semplice ‘nesquik’ per sangue, purtroppo per lui troppo costoso rispetto al budget a disposizione, Barco ha dato vita ad un film maledettamente divertente, scorretto, grottesco, nero, nerissimo come la fotografia che l’accompagna, cinico e coraggioso, nel trattare con rispetto e al tempo stesso irriverenza un tema delicato come quello della morte… assistita.
Il Dottor Kruger è a capo di una clinica praticamente ’segreta’, rintracciabile solo attraverso internet, sperduta in mezzo alle innevate montagne belghe e odiata dai cittadini del paese vicino ma incredibilmente sovvenzionata dal Governo. Tutto questo perché il suicidio allo Stato costa. Quanto? Secondo uno studio canadese 850,000 dollari, da moltiplicare per un milione di suicidi l’anno, in tutto il mondo. Da qui l’idea di fondare un centro che offra assistenza a chi ha deciso di farla finita una volta per tutte. Perché un giorno sulla Costituzione, come ricorda sognante il Dottor Kruger, anche il diritto alla morte sarà presente. La sua clinica non dona pace eterna, ma studia gli impulsi che spingono all’autodistruzione, per poi provare a dominarli, lasciandosi un’ultima strada in caso di sconfitta, ovvero una morte assistita, con dignità…
Si può ridere della morte? Assolutamente sì, e il cinema in 100 anni e passa di vita ce l’ha mostrato decine e decine di volte. Il belga Kill Me Please torna a farlo con un’innegabile originalità che negli anni potrà trasformarlo in un piccolo film di culto. Irriverente, esilarante, cupa e a tratti surreale, la pellicola di Barco rimanda tanto al cinema del nostro compianto Marco Ferreri quanto a quello indimenticato degli inglesi Monty Python, virando addirittura al pulp a tinte tarantiniane grazie ad un finale folle, splatter e teatrale, chiuso da un’annunciata ‘Marsigliese’ in abiti transgender.
Pennellando personaggi al limite dell’ordinario, Barco trascina lo spettatore in 90 minuti di sincere e sentite risate, decolorate attraverso uno sgranato, sporco e a tratti sbiadito bianco e nero, affascinante e a dir poco ‘perfetto’ nel trainare il film, impreziosito da dialoghi surreali, una regia coraggiosa e da un cast in forma smagliante, dove chi vuole morire lo fa solo e soltanto per ’sfizio’. Io pago, tu uccidimi.
Aurélien Recoing, nei panni del direttore della clinica, l’esilarante Zazie de Paris, e il sempre più apprezzato Benoît Poelvoorde, visto recentemente nell’ottimo Mammuth, hanno praticamente lavorato a costo zero, girando in 3 settimane questo piccolo gioiellino, ancor più indipendente dei film indipendenti, riuscito a vincere un Festival del Cinema nella capitale della Cristianità, trattando un tema assai delicato e combattuto come quello dell’eutanasia, qui portata all’estremo. E se non è un miracolo questo, assolutamente meritato, poco ci manca.
da “cineblog.it”

Dolce morire
Cinema indipendente orgogliosamente pulp (sì, per una volta Quentin Tarantino potrebbe essere citato non a sproposito) che usa gli strumenti del cinema d’autore per inscenare un balletto macabro, in cui lo spettatore mantiene sempre, magari suo malgrado, un irriverente ghigno sul volto.
In una clinica di un paesino montano del Belgio, si offre ai pazienti un singolare servizio: questi ultimi vengono aiutati a morire. A gestire la clinica, il dottor Kruger, medico dalla personalità integerrima e fortemente dedito al lavoro, che aiuta gli avventori nel difficile passo. In un gelido inverno, in mezzo alla neve, un campione di varia umanità si ritrova nella struttura: ma a mettere a rischio il lavoro di Kruger arriveranno presto gruppi di attivisti armati, che si oppongono all’attività della clinica.
La trama di questo Kill Me Please, presentato in concorso al Festival di Roma, potrebbe far pensare a un tipico film d’autore europeo, che magari affronti temi difficili con un punto di vista anche provocatorio, anticonvenzionale, ma pur sempre con un tono improntato a una certa serietà. Potrebbe venir mente un film alla Haneke, insomma. I primi minuti del film, in effetti, rafforzano questa ipotesi, anche grazie alla fotografia in bianco e nero e alle scenografie raggelate, da set ai confini del mondo, posto in mezzo alla neve e isolato da tutto e tutti. Niente di più sbagliato: gradualmente, ma in modo sempre più netto, il regista Olias Barco modifica il tono del film trasformandolo in una commedia nerissima, sempre più folle ed estrema, che si fa beffe dei tabù (anche la necrofilia è presente, trasformata in un lavoro come un altro, un’occupazione retribuita) e spudoratamente strappa risate parlando di morte, di tendenze suicide, di depressione e perdita della speranza.
Il modo in cui il regista tratta questi argomenti è quello dello sberleffo, della provocazione iconoclasta, dello sputo punk. La riflessione ragionata, il film a tesi, la stura per le disquisizioni sociologiche non abitano qui. Quello che vediamo è piuttosto una sfilata di personaggi caricaturali, ma intelligenti nel loro ricalcare tipi umani portati all’estremo (la studentessa depressa, il giovane attratto dalla morte fin da bambino, l’attore ipocondriaco, la cantante trans che ha perso la voce) che danno vita a dialoghi grotteschi, surreali, e che con il loro interagire fanno della morte e della loro determinazione a morire un argomento come tanti, di cui si può ridere o piangere. O a cui si può restare indifferenti, portando fino in fondo il nichilismo che il film, sotto sotto, esprime. Cinema indipendente orgogliosamente pulp (sì, per una volta Quentin Tarantino potrebbe essere citato non a sproposito: alcuni dei dialoghi hanno una matrice chiaramente tarantiniana) che usa gli strumenti del cinema d’autore (come il bianco e nero e l’assenza di musica extradiegetica) per inscenare un balletto macabro, in cui lo spettatore mantiene sempre, magari suo malgrado, un irriverente ghigno sul volto.
Olias Barco sul set del suo Kill Me Please E proprio a proposito della fotografia, con quella grana esibita che rende l’immagine quasi disegnata, viene in mente un altro paragone, forse azzardato ma a nostro parere calzante: Clerks – Commessi, il folgorante esordio di Kevin Smith, aveva lo stesso look da cinema indipendente “guerrigliero”, lo stesso tono genuinamente provocatorio, e non a caso si faceva anch’esso beffe del tabù della morte, in una scena ormai divenuta celebre. Certo, la carica generazionale espressa dal film di Smith è probabilmente inarrivabile, e per certi paragoni vanno fatte ovviamente le debite proporzioni: ma il carattere eversivo di un film come questo è evidente e non di quelli che si trovano tutti i giorni, e alla fine se ne esce gradevolmente destabilizzati e divertiti. Speriamo di sentir parlare ancora di Olias Barco.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

Il tema del “fine vita” è senz’altro una delle colonne del dibattito bioetico: eutanasia, la dolce morte, donare la morte con dignità. Lasciare che ciascuno sia responsabile in proprio anche del quando e del come lasciare la propria vita, per essere alla fine padroni della vita anche all’ultimo. Ma «abbandonate i vecchi metodi»! La clinica del dott. Kruger è sorta nelle innevate campagne del Belgio per aiutarvi a prendere commiato dalla vita nel modo più decoroso, realizzando magari il vostro ultimo desiderio, o cercando, se possibile, di dissuadervi da quest’ultimo passo. Kill me please è il film che racconta quest’impresa, ma contro ogni aspettativa. L’eutanasia si rivela subito una chimera e la pellicola ne corrode l’immagine, fotogramma dopo fotogramma, fino a far apparire il teschio osceno di una distanasia: una morte indecorosa.
Anzitutto una precisazione: nella clinica del dott. Kruger non si trovano malati terminali, o almeno nulla di ciò a cui ci ha abituato il dibattito pubblico sull’eutanasia. Si trovano piuttosto persone che per diverse ragioni hanno deciso di farla finita, a cui la vita semplicemente non interessa più. Da chi ha perso la moglie a Poker a chi ha perso la voce, a chi semplicemente non può accettare di vivere. Non vi rovinerò certo il gusto della proiezione raccontandovi ulteriori dettagli.
Qui è un’altra l’idea che emerge dal film e che mi interessava proporre alla discussione. La clinica del dott. Kruger, infatti, sembra implodere su se stessa e, incapace di offrire quella “morte decorosa” per cui è nata, si trasforma nella fabbrica del suo contrario.
Il film cresce in un apoteosi di grottesco: chi voleva morire, non può farlo nel modo e nei tempi che pretendeva. Viene braccato e ucciso come selvaggina nei boschi. E gli ultimi superstiti si danno la morte l’uno con l’altro, con un misto di clemenza e istinto bestiale di sopravvivenza. Nessuno riesce a coronare il suo sogno. Che non era morire, ma essere aiutato a morire dignitosamente.
Credo ci siano diversi livelli a cui ci si può interrogare su questo film, senz’altro geniale e sulla cui splendida fattura non voglio spender parola. Quello che fa da cornice, il più generico e superficiale, è senz’altro il problema della liceità legale dell’eutanasia (il dott. Kruger arriva a rivendicare che il diritto al suicidio sarà un giorno riconosciuto nelle carte costituzionali), e soprattutto dell’estensione del suo concetto anche al caso di persone che non sono afflitte da patologie fisiche inguaribili e terminali. Se ciascuno deve infatti essere libero di darsi la morte, ciascuno deve (dovrebbe?) essere anche libero di scegliere quando e come la vita gli diventa inaccettabile. Ma chi ha diritto di dirmi quando sono legittimato a credere che la mia vita sia inaccettabile? In fondo, è una questione di scelte personali, e per ciò stesso, assolutamente arbitrarie e insindacabili. Nelle ultime scene, il dott. Kruger riassume questa cornice parlando del costo sociale delle persone che si suicidano e sostenendo come cliniche quali la sua possano servire sia ad alleviare questi costi – «è per questo che la mia clinica ha avuto un finanziamento dallo Stato» – sia a rendere la pratica del suicidio appunto meno cruenta.
Ma quest’ultimo punto, la decenza costantemente insistita, è precisamente ciò che il film dimostra di fatto non essere possibile. La tragica e grottesca apoteosi delle morti e soprattutto il loro modo, fa capire l’incapacità della clinica di realizzare il suo fine morale. Messi di fronte a una morte brutale e violenta, o almeno diversa da come la vogliono loro, i pazienti si danno alla fuga, o cercano almeno di sopravvivere come possono. In ogni caso, quando la morte mostra un volto meno edulcorato di quello che l’ambiente accogliente della clinica dovrebbe offrire, nessuno di loro è disposto ad accettarlo e la battuta più ripetuta è: «io me ne vado, cerco un’altra clinica!».
Se questo fallimento della decenza era il secondo livello, penso ce ne sia almeno ancora un terzo, legato alla discrasia tra la morte come evento e la nostra raffigurazione di essa. Ho già detto che i personaggi di Kill me please non rappresentano il malato terminale tipo, ma persone che hanno deciso di farla finita con la vita e vogliono farla finita a modo loro. Sono persone che, per motivi diversi, non riescono ad accettare la realtà che tocca loro vivere e vogliono quindi morire realizzando almeno in punto di morte una sorta di “equilibrio affettivo”, andandosene facendo ciò che la vita gli impedisce di fare.
Ciò che li spinge a cercare la morte, evidentemente, non è un puro desiderio di morte (come lo penserebbe Freud), ma una profonda insoddisfazione, direi quasi una infinita tristezza di vita. Fatto sta che appena viene meno la possibilità di realizzare la eu-tanasia, una grinta vitale quasi bestiale riemerge in loro con tutta forza, e cercano di salvarsi come riescono: non possono accettare che la vita, anche in punto di morte, gli rifiuti un po’ di soddisfazione.
L’eutanasia pretesa dai pazienti della clinica è in fondo una volontà di realizzare almeno una volta, un’ultima volta, ciò che la vita sembra negare. Una vita che, con questa ostinata negazione, si rende ormai inabitabile. In realtà, tutti i pazienti si sono rivolti al dott. Kruger perché c’è qualcosa nella loro esistenza che non riescono ad accettare.
Ed è assolutamente chiaro che ciascuno ha il diritto di decidere cosa è inaccettabile, senza dove accettare che qualcuno s’azzardi a consolarlo dicendo: «ma sei così fortunato! Prendi i tuoi soldi, la tua fidanzata, vatti a fare un giro del mondo in barca a vela!». Questa (e il relativo problema di stabilire quando e per chi la vita può essere considerata realmente inaccettabile) è una bestemmia per i pazienti, fin da subito tacciata come vigliaccheria da parte chi non ha il coraggio di accettare le ragioni di morte di chi vuol morire. La dolce morte dovrebbe essere la riconciliazione. Ed è per questo che quando la morte si presenta come tutt’altro che dolce, i pazienti non possono accettare nemmeno quella e tirano fuori il peggio di loro stessi.
Mi viene da pensare, quindi, che un ulteriore spunto di riflessione potrebbe stare proprio qui: la morte non è dominabile, non può essere somministrata a uso e consumo delle nostre frustrazioni. Non ci si può riconciliare con la vita tramite una eu-tanasia. Forse, un’eu-tanasia non esiste nemmeno, perché lo thanatos non conosce dolcezza.
La clinica di Kruger è in fondo, nel suo isolamento assoluto dal mondo – a cui è legata implicitamente solo dalla rete di Internet, quanto mai simile a quella di un ragno –, il luogo simbolo della meditatio mortis. Meditazione non tanto volta al fine filosofico tradizionale di pensare la vanità della vita, quanto al fine più concreto di realizzare almeno nella morte un ultimo esorcismo, che renda meno inaccettabile l’inaccettabilità della vita. Ma questo luogo è assediato e alla fine espugnato. La morte vi irrompe tutt’altro che dolce e dignitosa. Indominabile, si riprende ciò che le spetta di diritto: l’imprevedibilità.
In conclusione, quindi, più che una riflessione sull’eutanasia nel senso bioetico usuale del termine, questo film mi pare ci offra un interrogativo un po’ diverso: è davvero la morte la risposta a ciò che rende inaccettabile la vita? Questa passione di morte non è in fondo la più triste delle nostre schiavitù, la più pericolosa delle nostre illusioni? Se anche così fosse, il problema che resta veramente aperto è ancor più vasto: che fare quando la vita è insopportabile? Kill me please …?
da “tiresia78.wordpress.com”

Esiste un diritto alla morte auto-procurata così come vi è un diritto a vivere una vita veramente libera? Può un uomo, così come una donna, scegliere le modalità migliori, il momento più adatto e il luogo giusto per decretare la fine della propria vita?
Il Dottor Kruger ha le risposte a tutte queste domande. Nella sua clinica infatti il suicidio viene trattato con rispetto e professionalità. I pazienti, anche se forse sarebbe più corretto chiamarli clienti, espongono le cause che li hanno portati alla convinzione che il suicidio sia l’unica soluzione rimasta e vengono assistiti scrupolosamente fino all’ultimo, mortifero, “bicchiere d’acqua” che darà loro la pace eterna e tanto agognata. I singolari servizi offerti della clinica del Dottor Kruger attirano alcuni personaggi diversamente problematici che avranno modo di condividere questa esperienza patologicamente estrema: ognuno con le proprie bizzarre richieste, ma anche con i propri legittimi dubbi. Tuttavia che questo sia un sistema davvero praticabile è tutto da vedere. Chi di morte ferisce di morte, forse, perisce…
Irriverente, dark, estrema, Kill me please è una commedia dai modi bruschi e dalle derive facili (si passa dal grottesco al soft-splatter pur mantenendo un umorismo nero di fondo) che fa del contrasto la sua cifra stilistica. Dalla fotografia, dove un bianco e nero scelto più per comodità che per esigenza risulta funzionale a sostenere la dissonanza tra la neve degli esterni e l’oscura atmosfera degli interni; alle scelte di regia, dove i bruschi e anomali movimenti della macchina a mano (che ricordano tanto i firmatari del Dogma di Von Trier) fanno da contraltare alle inquadrature fisse che riprendono alcune scene comiche e d’azione; alla sceneggiatura (opera dello stesso regista Olias Barco e dell’attore protagonista Virgilie Bramly) tanto curata quanto politicamente scorretta.
Anche l’origine della storia è ambivalente e pesca tanto dalla realtà quanto dal genio sperimentale del suo autore: in Svizzera infatti esiste un’associazione denominata “Dignitas” dove si pratica l’eutanasia assistita e grazie alla quale i pazienti possono essere accompagnati con dignità, appunto, fino al loro ultimo respiro. Ciò che riguarda l’invenzione cinematografica è invece il contesto nel quale è ambientata la storia: la sontuosa villa scelta da Barco per la clinica del Dottor Kruger è quanto di più lontano rispetto agli squallidi ambulatori dove vengono praticate le terapie di “accompagnamento al suicidio” in terra elevtica. E anche la squadra di aspiranti suicidi messa insieme dal regista (molti bravi attori tra cui Bouli Lanners, noto in Italia a chi ha avuto modo di vedere l’irresistibile e altrettanto anarchico Louise-Michel) è indubbiamente poco rappresentativa delle reali condizioni umane dei pazienti della clinica svizzera.
Premiato come miglior film all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma e già popolare in Francia, dove si è scatenato un vero e proprio tam tam grazie soprattutto ai molti blog e siti internet specializzati che si sono interessati al caso, Kill me please sarà nelle sale italiane a partire da venerdì 14 gennaio 2011
Dario Adamo, da “girodivite.it”

Eastwood parla di morte e con Hereafter ci fa commuovere. Il francese Olias Barco parla di suicidio e con Kill me please ci fa ridere. Favola bianca e favola nera. Premiato alla Festa del Cinema di Roma (il regista dichiarò: “Ho fatto un film punk”), Kill me please ci conduce nella clinica del dottor Kruger dove gli aspiranti suicidi vanno a morire senza soffrire.
Morire può essere semplice come bere un bicchier d’acqua. O forse no? Kruger prova, in effetti, a lenire i dolori di chi vuole farla finita, fornendo un veleno che in tre minuti porti all’aldilà. Ma i suoi casi umani sono così variegati che alla fine l’entropia della vita trionfa sulla procedura della (dolce) morte. Cantanti liriche che non hanno più la voce e per questo non vedono più ragioni per stare al mondo, folli che già da piccoli desideravano scomparire, uomini che hanno perso la moglie (a poker), malate da tempo immemore e senza più speranza.
La razionalità di Kruger vorrebbe condurre tutti quanti a capire se, davvero, è giunta l’ora della fine. A riflettere prima di agire in modo irreversibile. Ma i moti dell’animo che desiderano “thanatos” sembrano molto più imprevedibili e vivaci della semplice ragione. Inoltre, attorno alla clinica (nascosta in una sperduta landa belga) ci sono anche i nemici. Integralisti della vita che non accettano che possa esistere un posto del genere.
Kill me please è un lavoro bizzarro, una commedia nerissima con continui slittamenti dal comico al drammatico. L’inizio, in questo senso, è molto efficace. Nella prima sequenza vediamo un regista affermato ma tanto depresso. Il tono con cui viene raccontato il personaggio è, in fondo, scanzonato. Il freddo bianco e nero (scelto in realtà per ragioni di budget) ci distanzia da quel che stiamo vedendo. Così non crediamo sul serio che il povero malcapitato voglia veramente suicidarsi. Ma ci sbagliamo. E il sorriso ci si gela sul viso.
Procedendo nel racconto, Barco regala ribaltamenti e fraintendimenti, ripensamenti e cambiamenti in tutte le direzioni. Perchè, alla fine, la pulsione di morte e quella di vita sono confinanti, vicine di banco. Kill me please riesce nella misura in cui depista e non conferma mai le aspettative dello spettatore, abituato in fondo a ragionare per stereotipi anche di fronte alla dicotomia vita/morte, la meno ovvia e la più potente di tutte.
Barco però sembra divertisti anche troppo con questo giochino che non è sferzante quanto potrebbe. Così, invece che Ferreri o Buñuel, il film di Barco ricorda più l’intellettuale divertissement del Dogma danese. A tratti la clinica di Kruger sembra la casa di Idioti di von Trier (ma Lars era molto più intenso e duro, e in fondo non faceva per niente ridere) e a tratti quella in cui si svolge la “festa di famiglia” di Festen di Thomas Vinterberg.
Insomma, Kill me please è un film che ben si distingue dal politically correct ma ha anche molta voglia di farlo. Cosa che, al di là di alcune scene e battute davvero notevoli (il finale, gli “ultimi desideri” dei pazienti), lo chiude in una misura forzata e più costretta di quanto non sembrerebbe. Manca, per così dire, un’idea forte che si contrapponga alle vicende dei rapsodici pazienti. E qui la “colpa” è della sceneggiatura, un po’ paratattica e al tempo stesso un po’ confusa (le due facce della stessa medaglia).
Solo alla fine, poi, Kruger fa un discorso che poteva arrivare prima per sostanziare quel che vediamo. E rendere la storia veramente feroce. Chi vuole morire è una spesa per lo Stato. Ogni anno si uccidono, dice Kruger, un milione di persone con un costo sociale e per gli stati enorme. Insomma: la clinica serve anche a limitare i danni monetari. Il calcolo è l’anima della clinica. Il calcolo è l’anima di tutto ciò che la razionalità mette in piedi. Ma con la morte, che razionale non è per nulla, non si possono fare calcoli. È lei la più forte e sovverte tutto.
Elisa Battistini, da “ilfattoquotidiano.it”

Certi film arrivano proprio per ricordarti come fare cinema. Quando i più decantavano lode, a ragione, ai vari Godard, Bava, Carpenter e mille altri ancora, tutti concordavano, come ammaliati dall’idea, che i veri gioielli si nascondevano tra le piccole produzioni, quel cinema che aveva come fine ultimo quello di raccontare agli altri il proprio sogno.
Sebbene già da diversi anni la Francia si sia fatta tempio del cinema indipendente mancava una vera e propria consacrazione di questa meravigliosa realtà, consacrazione che inevitabilmente sarebbe arrivata molto a breve.
Se già Eldorado Road, Luise Michel, L’odio ma anche Calvaire o Dead man’s shoes, avevano preso a schiaffi gli spettatori troppo educati di tutto il mondo, il belga Olias Barco arriva oggi con una prepotenza mai vista prima, stravince il Roma film festival e ci prepara a un cinema che finalmente ha la possibilità di godere di una nuova visibilità.
Dottore, ho una gran voglia di morire
Tra le splendide montagne del Belgio, lontana da ogni centro abitato, il dottor Kruger gestisce una particolarissima clinica privata, assai poco ben vista e centro di strane visite.
Il centro del dottor Kruger è una clinica per suicidi, perfettamente operativa e, seppur eticamente discutibile, rispettosa dei propri principi morali quanto dei pazienti durante il loro (decisamente breve) periodo di permamenza. Lo scopo della clinica è innanzitutto quella di dissuadere i pazienti dal suicidarsi e, in caso di consapevole presa di posizione, di dare una dignità al suicidio.
Come nel più classico degli aneddoti, i pazienti hanno diritto ad una serena pausa di riflessione prima dell’estremo atto che li porterà, eventualmente, ad una chiara consapevolezza.
Va da se che la clinica viene frequentata perlopiù da personaggi rocamboleschi, troppo tristi o troppo viziati per continuare la loro turbolenta esistenza.
Non essendo ben vista dalla bigotta comunità locale, la clinica viene presa di mira da un gruppo di facinorosi pronti a far valere alla vecchia maniera le proprie opinioni.
Quando una delle aule della struttura prende improvvisamente fuoco dilaniando le provviste iniziano i problemi..
E credo proprio che lo farò
Forse è il caso di rivalutare il nostro concetto di capolavoro.
Il cinema negli ultimi anni si è riavvicinato sempre di più ad una forma confusa di genuinità, ha cercato, nel più intelligente dei casi, di distaccarsi dalle dinamiche delle megaproduzioni per provare a ragionare di nuovo con la propria testa e non con quella degli spettatori. Il cinema deve educare i suoi appassionati, non il contrario. Tutto quello che i cinefili, i filmakers o i più semplici appassionati possono fare è contribuire a migliorarne il linguaggio, l’infinito potenziale che la macchina da presa mette a disposizione fin dai suoi albori.
Ora, fatta la premessa critica parliamo chiaro, in fin dei conti è quello di cui stiamo discutendo, no? Bene, Kill me please è un capolavoro, non sa di esserlo e magari non lo sanno neppure i suoi fruitori ma di sicuro non è niente di meno, anzi.
La fruibilità del messaggio del film è così aperta a tutti che non ha bisogno di una stesura critica per essere compreso: è profondissimo ed intelligentissimo ad ogni livello, per ogni piano di lettura.
Fondamentalmente, la pellicola potrebbe rientrare nel cinema di genere se ne parlassimo come di un semplice pulp movie, brillante, con i tocchi di classe che ci piace tanto definire tarantiniani, tanto che siamo in tema di postmoderno. Bè, Kill me please ha un ritmo indefinibile, sa dare ampio respiro alle sequenze autoriali e dei rapidi allunghi alle battute più, per l’appunto, pulp. E’ un film dadaista, sprezzante del buon senso ma non del buon gusto, così lontano dall’essere politicamente corretto da non sembrare neppure scorretto. Il bianco e nero della pellicola dai toni fin troppo contrastati, la regia curatissima ma apparentemente abbandonata a se stessa regalano ad una sceneggiatura a dire poco geniale un vestito punk dai toni innovativi. Kill me please abbraccia qualunque spettatore, lo stringe a se e gli dice tutto quello che vuole sentirsi dire, aspetta che prenda la propria decisione e lo rimanda a casa, solo soletto con la voglia di vederlo ancora.
La recitazione eccellente, curata in ogni minimo particolare, i dialoghi brillanti e la perfetta caratterizzazione di ogni personaggio ne fanno un film che va ben oltre gli standard a cui siamo abituati e purtroppo eccessivamente legati. Una pellicola così bella che ottiene un riconoscimento importante come quello del festival di Roma non può che far ben sperare e noi, che di certo suicidi non siamo, abbiamo una gran voglia di farlo.
Resta poco altro da dire, Kill me please è una bomba, assolutamente imperdibile e destinato a diventare un cult
VOTOGLOBALE9
Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

“Kill me please”, ridere della morte
Si può scherzare con la morte? Anzi, si può scherzare con il suicidio e con la malattia? Si può e lo dimostra Kill Me Please, il film del belga Olias Barco visto ieri sera all’Eliseo. Un film girato in bianco e nero, evidentemente con un budget ridotto, privo di colonna sonora, cosicché tutta la sua potenza è nella caratterizzazione dei personaggi e nelle vicende che si svolgono nella clinica del dottor Kruger (Aurélien Recoing). Perché è lì che si ritrovano i vari protagonisti, tutti candidati al suicidio assistito. Il dottore li ha selezionati dopo aver visionato i loro “provini”, i video che gli hanno inviato spiegando il motivo che li ha spinti a cercare il suo aiuto. Se ci fermassimo qui, potremmo pensare che si tratti di un film impegnato che promuove la libertà di scegliere come e quando morire, con relativo diritto all’eutanasia. E in un certo senso lo è anche ed è pure un po’ “sovversivo”, poiché il dottor Kruger vorrebbe addirittura che il “diritto al suicidio” fosse inserito nella Costituzione, ma a mano a mano che la trama si evolve l’elemento bizzarro e lo humour macabro prendono il sopravvento.
Certo, la sceneggiatura è un po’ sgangherata, ma ho l’impressione che il regista prediliga le situazioni che si creano con i suoi personaggi più che non la coerenza narrativa della trama o la plausibilità psicologica delle loro azioni. Per questo motivo, la variegata umanità che bazzica il castello adibito a “clinica della morte” si comporta in maniera assurda e imprevedibile, avanzando le richieste più strane sul modo di darsi la morte – come Virgile (Virgile Bramly), che vorrebbe s’inscenasse un agguato in stile guerra del Vietnam. Poi, nel corso del film, avvengono un paio di “incidenti” di cui non riferirò in maniera dettagliata per non guastare la sorpresa a chi volesse vederlo, ma grazie ai quali le carte si rimescolano. Qualche personaggio, infatti, riscopre un certo gusto per la vita, qualcun altro litiga per avere il “privilegio” di morire prima, altri ancora stringono provvisorie amicizie e scoprono una temporanea solidarietà raccontandosi le proprie storie, un altro ancora se ne approfitta per dare sfogo ai propri istinti sessuali saltando addosso a una paziente e poi giustificandosi, con schietto cinismo: “Ma che ti frega? Tanto tra due giorni crepi”.
Tra i personaggi umanamente più simpatici c’è la cantante Rachel (Zazie de Paris), che per cause di forza maggiore ha dovuto abbandonare il canto perdendo così ogni ragione di vita e che coltiva l’unico sogno di poter cantare La Marseillaise davanti a un suo pubblico, anche se questo fosse composto solo dagli altri candidati al suicidio e, eventualmente, dagli abitanti del villaggio. Poiché questo non è possibile a causa dell’ostilità che circonda la clinica, come le spiega il dottor Kruger e come lo spettatore avrà modo di constatare. In qualche modo, però, il sogno di Rachel si realizza proprio alla fine, quando uscendo sul viale davanti alla clinica intona, con voce malferma, l’inno francese, sul quale calano i titoli di coda.
da “cadavrexquis.typepad.com”

Della morte
Il regista francese Olias Barco vince il Festival di Roma 2010 con Kill me please. Girato in Belgio, il film raggruppa un pugno di personaggi nello spazio chiuso e intavola una black comedy sul tema dell’eutanasia: è subito metafora. In bianco e nero per abituarsi all’avanzare della morte, si apre con una scena emblematica che coniuga l’aspirazione alla dipartita con il conatus verso la vita: il primo paziente chiede di andarsene nel mezzo del rapporto sessuale con una giovane prostituta. Questo doppio movimento, morte/vita, di fatto è il film; da qui nasce il dato comico e paradossale, che genera ironia da concetti quali l’ultimo desiderio, il tradimento della moglie, la perdita del proprio talento ecc. Dominare la Morte è però un’illusione: somministrandola a sua discrezione, Kruger compie un atto di hybris, dato che questa sfugge al guinzaglio umano e si ritorce contro, anche verso lo stesso dottore, che cederà al “fascino” della Fine. D’altra parte non tutti vogliono davvero morire: per alcuni è la resa alla malattia, per altri l’alibi per i propri fallimenti, la cura per piccoli dolori. In questo senso, l’attenzione si concentra chiaramente sui modi. I “suicidanti” scelgono, rifiutano la modalità estemporanea, quindi escludono l’Incidente e la Guerra: prima la fuga dall’incendio, assurda per una massa di suicidi, poi la “resistenza” contro la rivolta dei paesani, la guerra non è il modo giusto di morire.
La questione si sviluppa quindi a livello superiore. La pellicola ricostruisce il dibattito attuale sulla morte assistita negli Stati occidentali: la clinica è l’eutanasia (il dottore ne è portavoce), il paese in rivolta è la difesa integralista del diritto alla vita, l’intervento della finanza è l’ingerenza delle istituzioni sulla scelta individuale. Nel nostro presente, sull’annoso problema irrisolto, le tre componenti politiche (pro – contro – governi) si combattono a vicenda come accade nel film. In questa struttura intelligente e oculata comunque Kill me please resta sempre commedia: filmato per inquadrature frontali negli interni, e sequenze di sintesi che raggruppano i personaggi, per poi aprirsi a spazi profondi e ariosi fuori dalla clinica, è un girotondo nero di impostazione francofona, tanto classico nello svolgimento quanto contemporaneo nei fatti narrati. Rispetto agli ultimi anni, Olias Barco offre una trattazione differente sul Tema Eutanasia: né la grave solennità del cinema americano (Million dollar baby) né la problematizzazione militante di stampo europeo (Mare dentro). L’Eutanasia di Barco è scettica, sospende il giudizio e lo scioglie nella risata, rivelandosi per questo più interessante di entrambi; come rovescio il film non spicca il volo proprio nell’aspetto comedy. Qui il ritmo sostenuto non può riscattare una serie di stranezze calcolate, dialoghi espliciti e alcuni simbolismi evidenti (il “dottor morte” si chiama quasi Krueger), una tendenza complessiva alla boutade, allo scherzo facile, e soprattutto la divisione troppo schematica tra i caratteri dei personaggi. Se essi aspirano al valore di simboli per parodiare il nodo trattato, infatti, non sempre si distaccano dagli stereotipi del cinema comico, generando risultati controversi. Nel cast Aurélien Recoing è una spanna sopra gli altri, anche a livello di scrittura, ma impossibile non segnalare la prova trascinante di Zazie de Paris: sorta di Gloria Swanson trans che preferisce la morte al tramonto, questa si esibisce nella rilettura, velatamente anti-sarkozyana, della Marsigliese che muore tra colpi di tosse.
Emanuele Di Nicola
da “spietati.it”

Si può ridere e pensare allo stesso tempo durante un film sul suicidio e sull’eutanasia? Ebbene la risposta è sì. Ed è tutta nella pellicola che ha trionfato al Fesival del Film di Roma 2010 di Olias Barco “Kill Me Please”. In una clinica quasi clandestina, in Belgio, un medico dà la dolce morte a un gruppo di malati più meno terminali. E prende persino le sovvenzioni dal Governo. Il dottor Kruger non è un cinico, ma cerca di capire i meccanismi psicologici, che portano le persone all’autodistruzione. Ovviamente le cose non vanno tutte come dovrebbero e il risultato è un film grottesco, ma incredibilmente intelligente. I suoi pazienti sono più o meno tutti disturbati, più adatti a un manicomio che a una clinica per malati terminali. E in fondo sono molto più vitali, nella loro follia, di tanta gente “normale” che gira per le strade. Dal soprano drammatico transessuale che ha perso la voce, al giocatore d’azzardo che si è perso la moglie al gioco. E in mezzo a loro, un imperturbabile agente della finanza che indaga su quello che accade lì dentro. Ma fuori, nel villaggio vicino, ci sono persone che non accettano che esista un posto dove si crede che il diritto a morire debba essere inserito nelle Costituzioni nazionali. Il libero arbitrio non vincerà, cosa piuttosto normale ai nostri giorni. Alla fine solo il soprano senza voce riuscirà a realizzare il suo ultimo desiderio di cantare la Marsigliese in un’alba livida, essendo l’unico sopravvissuto. Il regista belga Olias Barco dirige una pellicola tutta in bianco e nero, sullo stile di Jacques Tati, con una fotografia volutamente sporca. I suoi personaggi sono tutti sopra le righe, dottor Kruger a parte, eppure perfetti. Si ride di un humour nero alla Monty Python, ma il tema controverso dell’eutanasia è lì sul piatto in tutta la sua gravità. Del resto, una clinica del genere esiste realmente in Svizzera, a Zurigo, con quasi mille suicidi assistiti eseguiti negli ultimi dodici anni. Il risultato è un’opera felice e del tutto politicamente scorretta. La lavorazione, fatta tra mille difficoltà, è durata tre settimane. Del cast, a Roma, era presente soltanto una dei protagonisti, l’attrice francese Zazie de Paris, Rachel nel film. Alla domanda sulla posizione del regista sull’eutanasia ha risposto che sì, lui è pro, del resto ha tentato il suicidio tre volte. È un film che si meriterebbe per noi la vittoria, come un anno fa il danese “Brotherhood” per il suo coraggio e la sua leggerezza al tempo stesso e possibilmente una buona distribuzione nelle sale.
Ivana Faranda, da “ecodelcinema.com”

Con “Kill Me Please” il regista belga Olias Barco realizza una farsa grottesca ambientata in una clinica sorta con l’obiettivo di accompagnare gli aspiranti suicidi ad una realizzazione dignitosa e assistita dell’ultimo ed estremo desiderio di morire. A somministrare a questa gente un viatico velenoso disciolto in un bicchier d’acqua, da assumere non prima di aver ascoltato e possibilmente esaudito un’ultima volontà, è il Dr. Kruger, imperturbabile funzionario della Morte. Gli avventori di questa macabra locanda: una collezione di freak maniaco-depressivi, malati, egocentrici e disperati che con il trascorrere dei minuti si rivelano nella loro natura di mine vaganti pronte a detonare. Un mix esplosivo altamente infiammabile che inizia a fagocitarsi quando l’assalto invasato di un gruppo di cacciatori aprirà una spedizione punitiva ai danni di questa macchina di decessi. La minaccia di una morte inflitta e fuori controllo scatenerà nei pazienti reazioni diverse che includeranno l’inspiegabile istinto di sopravvivenza.
La cosa realmente disarmante di questa pellicola, che ha i tratti alieni di un kammerspiel in bianco e nero, è la sua vivacità intemperante e paradossale. Tutto comincia con una sequenza apparentemente tragica, cruda e realista, introduzione solenne di una sinfonia che cambierà brutalmente registro fino a tradursi in una danza tribale ossessiva e compulsiva che andrà scardinando battuta dopo battuta le barriere della correttezza e spazzerà via ogni tabù con una risata luciferina, e, colpo da maestro, andrà a concludere il suo giro in un’esecuzione roca, cancerosa e alcolizzata della Marsigliese.
Dall’universo scolorito della clinica e del bosco che la circonda emergerà un teatro della vita isterico, viscerale e amorale che con il progressivo tracollo dell’edificio si farà rappresentazione mostruosa e alterata di una civiltà alla canna del gas. Un divertissement originale e un po’ compiaciuto che può allettare come un giro della morte: non esattamente adatta a tutti gli stomaci.
Ludovica Sanfelice, da “film.it”

Ci sono molti modi per affrontare un tema “caldo” come l’eutanasia. Uno è il continuo balletto di proclami moralisti, crociate etico-religiose che ribadiscono la sacralità della vita sul libero arbitrio dell’essere umano. Uno è la strenua difesa di libertà e non accanimento terapeutico. Un altro è il ritratto, irriverente e grottescamente “politically incorrect”, ironico e assolutamente privo di giudizi e pregiudizi, del regista belga Olias Barco. Il suo Kill Me Please, vincitore del Marco Aurelio d’Oro all’ultimo Festival del Cinema di Roma, è una commedia dark, illuminata da un poetico bianco e nero, affollata di personaggi tanto eccentrici quanto umanamente fragili, maschere che vivono lucide follie e molteplici sofferenze in attesa di una liberazione attraverso un ultimo, consapevole atto della loro volontà. Il comico sul viale del tramonto, la giovane donna bella e autolesionista, l’erede di una fortuna, la cantante d’opera quasi afona, la vittima del gioco d’azzardo, accomunati dalla fatalità delle loro malattie popolano la clinica del visionario Dr. Kruger, specializzata nel “ben morire” e simbolo del suo grande servizio all’umanità. Come in una vivace sinfonia, ogni storia è eseguita magistralmente, in un crescendo di battute, qualche nota di compiacimento e una sfolgorante ed estemporanea versione de La Marsigliese a fare da gioioso inno funebre.
da “freequency.it”

Per prima cosa c’è il bianco e nero. Ma non un bianco e nero artistico, di quelli scelti per conferire eleganza, bensì un bianco e nero distaccato e distaccante, quasi censoreo, perché sopportare con l’invadenza del colore una storia che con tanta leggerezza narra della morte scelta e somministrata non sarebbe forse stato possibile. Fotografia e regia in Kill Me Please seguono con naturalezza il diktat di questa scelta e calano lo spettatore in una contemporaneità lontana e surreale, in cui in una comoda ed elegante villa immersa nel verde il Dr. Kruger si permette di vendere l’eterno riposo in stanze ben ammobiliate, in un pacchetto che comprende la realizzazione dell’ultimo desiderio e un veleno mortale e incolore disciolto in un bicchier d’acqua. Si rimane interdetti, increduli ma certi che la riflessione colpisca in qualche modo nel segno pur esasperando fino alla nausea il concetto di eutanasia, nello specifico qui mescolato con le tinte più grottesche del capitalismo. Compriamo e vendiamo di tutto; la vita umana non fa eccezione.
Ci si cala così nel tran tran di questa casa di cura sui generis, dove tutto il personale è estremamente cortese e il rischio di precipitare nel dramma è lì, svoltato l’angolo di ogni corridoio in cui si respira una tensione che renderebbe l’atmosfera invivibile se, ogni volta, una risata non arrivasse, beffarda, a risollevare gli animi.
Risata che giunge, puntuale, malgrado le smorfie contrite che nella realtà solleva l’argomento, malgrado la violenza che fa bagordi sullo schermo ergendosi a protagonista, malgrado il disappunto. Arriva perché così la sceneggiatura, che muove una rete di personaggi surreali di cui è meglio non svelare niente, ha sapientemente deciso, con la complicità di ogni elemento della magistrale pellicola fin troppo consapevole di come tutto stia funzionando alla prefezione. Perché il colpo di scena colpisce come uno schiaffo improvviso e come un pugno nello stomaco. Perché mentre la guancia ancora brucia e la pancia ancora duole non si può far a meno di abbandonarsi al riso.
La morte in Kill Me Please regna sovrana e si prende una bella rivincita, in apparenza, sullo spavaldo Dr. Kruger, nella realtà su di noi, società che, per affrontare il bisogno di morire, ha avuto bisogno di sentirlo come qualcosa che sia altro da sé percorrendo la via dell’assurdo, un sentiero non propriamente originale.
Valeria Roscioni, da “alphabetcity.it”

Un’opera originale, surreale, dotata di un piacevolissimo humour nero, ricca di personaggi coloriti e forte di una sceneggiatura intrigante e assolutamente ben congegnata.
I protagonisti del film belga si ricoverano nella clinica del Dr. Kruger per sottoporsi a suicidio assistito. Il tema è scottante e molto attuale ma è trattato con dissacrante ironia. C’è la soprano che ha perso la sua voce di un tempo e non ha più motivo di vivere, c’è il figlio cui è stata negata l’eredità, stanco dopo infinite battaglie legali, c’è il marito che si è giocato la moglie a una partita di poker e c’è la giovane malata da anni che vuole porre fine alle sue sofferenze. Tutti hanno un motivo, più o meno valido, più o meno assurdo, per chiedere di morire.
La clinica, immersa in un bosco ricoperto di neve, ricorda molto l’Overlook Hotel di Shining mentre i dialoghi, spesso surreali, rimandano al Teatro dell’Assurdo di Beckett.
La fotografia cattura intrecci di alberi spogli come Caspar Friedrich nei suoi dipinti romantici mentre l’uso del bianco e nero acuisce l’aura da film horror che permea l’intera vicenda.
Un film interessante, singolare, grottesco, sicuramente macabro e sinistro.
Bravissimi tutti gli interpreti che hanno dato vita a personaggi variopinti ed eterogenei, tutti molto ben caratterizzati ed approfonditi. Il dottor Kruger, sinistra e inquietante figura, ricorda da vicino il Mr. Grady di Shining, il film che, principalmente per l’ambientazione e l’angoscia di certe sequenze, ricorda più da vicino Kill me please.
Uno dei pazienti afferma ad un certo punto: “un giorno il suicidio sarà un diritto sancito dalla Costituzione”. C’è da dire che, se è vero che il veleno che beve uno di loro, lo uccide in soli tre minuti, senza che abbia la benché minima reazione, non è poi tanto male come soluzione a dispetto delle sofferenze inflitte da certe malattie.
Tifiamo dunque per la black comedy di Olias Barco che ha tutte le carte in regola per vincere il Festival di quest’anno.
Daria Castelfranchi, da “filmfilm.it”

Così è stato premiato Kill me Please, commedia punk-nichilista, che sembra alludere, fin dal titolo, a un’inconfessata aspirazione all’eutanasia di questo festival romano. Come se anche lo slogan ufficiale, l’augurio di “lunga e dolce vita al grande cinema”, nascondesse per antifrasi, una pulsione alla dolce morte. Come se l’amarcord tra Roma e la sua giovane Festa Internazionale dedicata alla settima Arte, si fosse prematuramente e dolorosamente conclusa.
Non è tanto una questione di soldi (quelli, nonostante i tagli, grazie alla ressa di sponsor privati, seguitano a vederne di più dalle parti dell’Auditorium che al Lido) quanto piuttosto di idee, poche e confuse. Un crinale che con l’edizione 2010 si è fatto scosceso, costringendo persino la stampa più embedded ad accorgersene (ma c’è sempre l’alibi pronto della crisi globale, come se altri festival in giro per il mondo ne avessero in alcun modo risentito in termini di qualità media delle proposte). Se non si vorrà staccare la spina a questo titano di cartapesta agonizzante, piuttosto che tenerlo ostinatamente in vita vegetativa, sarà opportuno ripensarne con urgenza formula, obiettivi e strutture.
Un consiglio? Intanto riaprirsi alla città come si era scelto timidamente di iniziare a fare nelle edizioni precedenti, coinvolgendo attivamente cineclub, associazioni, siti web e riviste, università e scuole di cinema e tutte le realtà disseminate sul territorio cittadino che contribuiscono quotidianamente ad arricchirne l’offerta culturale.
In questo clima da danze macabre, una giuria audacemente cinefila ha scelto questa commedia belga outsider, produzione a budget ridottissimo, come miglior film 2010.
Kill me Pleas%2C Bouli Lanners%2C Olias Barco%2C Festa del Cinema 2010%2C miglior filmKill me Please di Olias Barco, al suo secondo lungometraggio, ha tutte le caratteristiche di quel certo cinema europeo contemporaneo che, forte della lezione del finlandese Aki Kaurismaki e della filosofia punk (non a caso il titolo è una ricombinazione di Please Kill Me, tra i libri-manifesto del movimento punk), facendo di necessità virtù, trasforma l’esiguità dei mezzi di produzione in vitalità espressiva: appena tre settimane di riprese, bianco e nero sgranato e senza orpelli, macchina a spalla e piani sequenza indugiati. Senza mai tradursi in farsa o rimanere intrappolato in paradigmi comici abusati, il film procede sicuro sulla strada di un umorismo sottile, nero e corrosivo, dispiegando una serie di fatti e protagonisti sopra le righe, a cavallo tra iper-realismo snuff e surrealismo, per una meditazione grottesca sul tema della morte assistita. I clienti della clinica diretta dal Dottor Krueger (Aurelien Recoing) sono un gruppo variegato di aspiranti suicidi, incapaci di farla finita per loro conto. Compito del civile e razionale dottore e del suo competente staff è mettere a proprio agio gli ospiti e assecondare i loro ultimi desideri, prima di agevolare tecnicamente il loro passaggio a miglior vita. Depressi cronici, malati terminali, artisti falliti, psicotici e squilibrati ambosessi si ritrovano in questo Chelsea Hotel per malati dell’animo narcisisti ed egocentrici, impazienti di tirare le cuoia e poco propensi a socializzare tra loro. Isolata in mezzo ai boschi, ma non distante da villaggi i cui retrivi abitanti la detestano, la clinica, fa parte di un progetto sperimentale semi-clandestino finanziato dal Governo. Quando il rispetto del protocollo e la quiete del centro saranno messi a repentaglio dall’incombere di una minaccia esterna, i pazienti reagiranno uscendo dall’imperturbabilità e ritrovando un momentaneo gusto per l’azione.
Kill me Pleas%2C Bouli Lanners%2C Olias Barco%2C Festa del Cinema 2010%2C miglior filmCome suggerito anche dallo stesso regista, che vi si è trasferito per lavoro, il Belgio si conferma terra di accoglienza per strambi rifugiati artistici, sorta di enclave del libero pensiero. Un’extraterritorialità dalle radici lontane, risalenti perlomeno alla colonia di esuli surrealisti che qui vi transitò, e che garantisce oggi diritto di parola ad avanguardie creative altrove indotte al silenzio, alla prigione o al suicidio. Si pensi agli ‘espatriati’ francesi Delépine e Kervern, ormai considerati giustamente punte di diamante del nuovo cinema belga. Il successo inaspettato di C’est Arrivé Près de Chez Vous (Il Cameramen e l’Assassino), piccolo film indipendente del 1992 su una troupe di documentaristi che segue la giornata tipo di un serial killer, divenuto un cult leggendario in patria e all’estero, ha fornito il prototipo per uno schema produttivo che si è rivelato vincente.
Kill me Please si giova del medesimo spirito di libertà finanziaria, morale e artistica, assumendosi interamente il rischio di toccare questioni ugualmente scabrose, con tocco lirico e surreale, al tempo stesso leggero e ferocemente penetrante, senza indugiare nella retorica consolatoria o ricorrere alla scorciatoia di un umorismo grossolano. Olias Banco afferma di essersi ispirato al grande Marco Ferreri. Un cinema così, senza peli sulla lingua, ferocemente indipendente, beffardo senza bisogno di volgarità, vorremmo tanto vederlo di nuovo anche in Italia.
Sergio Ponzio, da “schermaglie.it”

“Ho sempre desiderato morire, fin da quando ero bambino!” afferma uno dei pazienti del Dr. Kruger nel video che ha registrato e inviato al medico. Come molti altri, questo ragazzo spera di essere ammesso nella bella clinica immersa nel bosco dove ci si può serenamente e dignitosamente suicidare con tanto di assistenza medica, dopo aver espresso il proprio ultimo desiderio. Qualcuno vuole morire per via di una malattia incurabile, qualcuno per qualche strano segreto che nasconde, qualcuno perché ha perso tutto a poker, perfino la moglie. Il dottor Kruger ascolta i suoi pazienti, spera che cambino idea, e se questo non accade fornisce loro una bottiglia di champagne e una dose di veleno.
Ma si può veramente “ospedalizzare” il suicidio, ripulire quest’atto dalla violenza e dalla tragicità che porta con sé? Kill me please è una commedia grottesca e nerissima, che mostra un mondo in cui nonostante i tentativi estremi di fare ordine e pulizia in ogni dove, perfino e soprattutto nella morte, ogni cosa collassa infine su se stessa e il caos, con la baraonda di assurdità e follia che porta con sé, prende irreversibilmente il sopravvento su ogni cosa. L’ironia spietata con cui il regista racconta la sua storia è la cifra distintiva di questo film. Lo sguardo di Olias Barco è silenzioso e distante quel poco che basta a generare i meccanismi del comico. Se la morte non si può controllare, la vita è piena d’insensatezza e contraddizioni. Ecco allora che si può scappare da un cecchino con la pistola puntata e al contempo reclamare la propria costosa dose di veleno per suicidarsi.
Ricco di dialoghi e scene irresistibilmente divertenti, Kill me please offe una galleria indimenticabile di personaggi bizzarri, descritti nelle loro più intime follie. La clinica del dottor Kruger, fotografata in uno splendido bianco e nero, è un interrogativo aperto su molti fronti. Sebbene con il sorriso sulle labbra, alla fine della proiezione viene da chiedersi: che cos’è in fondo la normalità? Su che cosa si basano i nostri parametri di giudizio? Che fine fanno il senso comune e le regole sociali se un uomo può perdere la moglie a poker? L’arbitrarietà della vita è fotografata in questa pellicola in tutta la sua immensa portata, ma con toni sempre tragicomici. L’atmosfera di Kill me please è unica, indimenticabile, e rivela tutto il talento autoriale di un regista che è solo al suo secondo lungometraggio.
Interpreti perfetti nei loro ruoli (due attrici, insieme al regista, erano presenti in sala per la proiezione), una fotografia accattivante che ricorda certe pellicole di Jim Jarmush, un’ottima sceneggiatura ricca di spunti esilaranti, una grande cura nei dialoghi così come sul piano visivo: il film di Olias Barco resta forse uno dei più affascinanti dell’intera quinta edizione del Festival Internazionale del Film di Roma.
Arianna Pagliara, da “close-up.it”

Il dottor Kruger (Aurelien Recoing) gestisce una clinica privata in un paesino isolato del Belgio. Il suo sogno è quello di garantire all’uomo la scelta dell’ultimo atto: morire con dignità attraverso il suicidio medico assistito. Nella sua clinica tuttavia si trovano ogni sorta di aspiranti suicidi: depressi, falliti, spostati di ogni tipo e qualche malato terminale. Compito del dottore è aiutare i pazienti ad essere consapevoli della loro scelta, ma la morte ha il senso dell’umorismo, e la tranquillità della clinica e dei suicidi programmati verrà presto animata da gruppi di attivisti armati e da una contagiosa follia generale.
Vincitore del Marc’Aurelio come miglior Film al Festival di Roma 2010, Kill Me Please è una commedia dalle tinte forti irresistibile. Se la prima parte del film procede presentando con tutta la serietà dovuta il tema della morte e della miseria umana, improvvisamente il tono deflagra in un’isterica farsa che, nonostante le tematiche e le scene che in altri contesti farebbero raggelare, regala allo spettatore la chiave per guardare con ironia, mantenendo sempre un certo ghigno isterico sul volto. La pellicola è girata in un bianco e nero marcato, che rende fumettistica la presenza dei misteriosi personaggi nella clinica isolata dalla neve. In un contesto così asettico, in cui l’humour investe la serietà del tema e distrugge ogni tipo di appiglio razionale, si muovono bene gli attori come Zazie de Paris e Virgile Bramly, i quali offrono una performance stralunata e fuori dalle righe, tra il slapstick e il punk. Punk, appunto, è stato definito dalla stampa presente al festival di Roma e mai definizione fu più azzeccata: il realismo del bianco e nero e della camera a mano che esplode in situazioni fuori controllo, in azioni insane che distruggono la credibilità della prima parte della pellicola, l’assenza di colonna sonora e l’uscita di scena, dopo il delirio, con La Marsigliese cantata, ad intervalli di tosse secca, dal trans Zazie per commiato allo spettatore.
Kill Me Please è una commedia incredibile che decontestualizza un argomento serio e attuale, come quello dell’eutanasia, e lo porta su piani inediti come quello dello sberleffo, del grottesco, della beffa. È la giusta provocazione, con un occhio sarcastico impeccabile, ai moralisti e a chi ha un’età mentale troppo avanzata negli anni. È un film girato con lo stesso entusiasmo del cinema sperimentale, che diverte ed è divertito, con lo stesso spirito in cui molti film low budget sono entrati nella storia. È un film che sorprende.
Emidio De Berardinis, da “silenzio-in-sala.com”

Dimenticate il titolo (non perché sia brutto ma è forviante), dimenticate le pubblicità o le brochure della produzione. Non è un film sulla dolce morte o almeno questa è presa da pretesto e da contesto per raccontare altro. Questo moderno regista che ha vari debiti creativi e narrativi col passato e il presente (dal cinema Kammerspiel, dei tempi della Repubblica di Weimar, quello di Friedrich Wilhelm Murnau e del romeno emigrato in Germania Lupu Pick; ma anche dal cinema del maestro spagnolo Luis Bunuel; o anche, più modestamente, assai vicino ai film di umorismo nero di Benoît Délépine & Gustave Kervern), ha costruito un film originale, anche in parte imprevedibile, ironico e nero, ma tuttavia anche se accettabile “il colpo di scena” della seconda parte ci sembra più un’idea originale e creativa che non una costruzione coerente del dramma. Abbiamo accennato al Kammerspiel, perché il film privilegia l’analisi intimistica e psicologica dei soggetti narrati e li segue come se fosse sotto una lente d’ingrandimento, li segue con un bianco e nero non intellettualistico o di rimando cinematografico, un bianco e nero distaccato e algido, quasi da non riconciliato; ma la componente grottesca e surreale ci rimanda anche al Bunuel della Via Lattea o di Belle de Jour (lì, il grottesco era rivolto al sesso, qui alla morte – ma le due cose non sono compatibili?). Riprendendo il pensiero iniziale, diciamo che il film non è sulla dolce morte, provocatoriamente potremmo dire che è solo un pretesto l’eutanasia, l’autore ci vuole raccontare della difficoltà del vivere e dell’impotenza nei confronti delle complicazioni della vita. Un mondo che alle prime difficoltà si arrende e che se ha paura di soffrire figuriamoci se non ha paura di una morte cruenta e quindi sceglie di andare in un elegante e crepuscolare castello nella campagna innevata e si lascia morire chi con champagne e splendida ragazzetta sopra, chi chiede di avere come ultimo pasto le stesse portate del giorno del matrimonio e chi vorrebbe cantare davanti ad un pubblico La Marsigliese. Quindi non devono essere particolarmente depressi se cercano il sesso o il cibo o stare al centro dell’attenzione prima della fine (lo sappiamo, Marco Ferreri non condividerebbe questa analisi e ci sbatterebbe contro La grande Bouffe).
Kill me please – la morte dolce è il secondo film del regista francese Olias Barco (il suo primo si intitolava Snowboarder (2003) – Gaspard è appassionato di snowboard, vuole diventare un professionista. Anche perché ha bisogno di sensazioni nuove e forti ed è in continua sfida con i propri limiti), è andato in Belgio a girarlo con pochi soldi, con una piccola troupe e in poche settimana e molte difficoltà perché l’idea della morte è un argomento completamente rimosso da almeno una cinquantina d’anni in Occidente (pensate al nostro Premier e a alla lotta che ha intrapreso con questo tabù passando tristemente – peggio del Don Giovanni – da una diciassettenne a una ventenne) e anche il Cinema – arte nonostante tutto coraggiosa – ha lasciato poche tracce sull’argomento, Harold e Maud, Kiss me, Non è mai troppo tardi, La mia vita senza me e per ultimo il film di Eastwood Hereafter, realizzando un ottimo film, piccolo, ironico, cattivo, ma non perfetto, forse un po’ traditore con se stesso, un po’ egocentrico in una storia che pretendeva assoluta ‘serietà’ nel messaggio.
Il Dr Kruger gestisce – anche grazie ad un finanziamento statale – in Belgio un castello in cui si pratica la dolce morte; secondo quello che dice e fa vuole dare un senso al suicidio. Ha creato una struttura terapeutica dove chiunque sia convinto del tutto può ricevere la morte come più preferisce. Kruger è separato dalla moglie, sta per affrontare un divorzio pesante, sta subendo un’indagine dalla finanza, la popolazione circostante è completamente ostile al suo lavoro e passa il tempo tra convincere persone a non morire e a rimboccare le coperte a chi è appena morto, eppure – nella sua nevrotica flemma – non perde mai la pazienza o ha scatti di qualsiasi genere, l’unico sfogo sono le sue corse quotidiane nella neve del bosco circostante il castello.
Nella sua clinica esclusiva giungono i personaggi più strambi, una cantante lirica che ha avuto il cancro e non può più cantare, un manager canadese che è stanco di perdere sangue dal naso continuamente perché da anni ha emorragie al cervello, un uomo che ha perso a poker tutto il danaro e anche la sua amata, un ricco erede lussemburghese con istinti repressi, una bella ragazza che ha bisogno di punture costanti ed è autolesionista, un vecchio cabarettista berlinese dalla voce rovinata e un depresso che vuole morire simulando una battaglia sul genere Vietnam. Dopo essersi consultati con Kruger sulle motivazioni che li spingono a morire ciascuno di loro ha diritto a esprimere un’ultima richiesta. Tutto procede con calma e ordine fino a quando scoppia prima un incendio nella cucina del castello e poi qualcuno inizia a sparare contro medico, infermieri e pazienti scatenando nei pazienti stessi quegli istinti naturali inespressi che potrebbero far cambiare idea sulla dolce morte. Ed anche il dottor Kruger.
Come abbiamo già detto, un film fuori dagli standard, con un cast perfetto, una regia sicura e senza orpelli. Ha ottenuto il Premio Marco Aurelio d’oro nell’ultima edizione del Festival Internazionale del film di Roma 2010.
Domenico Astuti, da “spigolature.net”

Da qualche parte tra Francia e Belgio esiste una clinica del tutto particolare, visto che tra i suoi protocolli teraupetici include quello relativo al suicidio assistito. A gestirla grazie a un contributo governativo elargito per ridurre i costi sociali del suicidio (!) il bonario dottor Kruger, che cerca di far desistere gli squinternati pazienti dal proposito estremo ma accetta di buon grado le loro insistenze. Finché un incidente non provoca una morte e, quel che è peggio, lo svuotamento della dispensa. Le conseguenze, tra l’isterismo dei degenti volontari e la rabbia montante degli abitanti del vicino villaggio, saranno tragiche ed esilaranti.

Kill me please, fresco vincitore dell’ultima Festa del Cinema di Roma, arriva dal Belgio. Paese cinematograficamente ai margini dell’Europa, ma qua e là capace di proporre pellicole che fanno il giro del mondo. Successe con Totò le heròs, con Il Cameraman e l’assassino: succede anche in questo caso, e va detto con pieno merito. Il regista Olias Barco sarà anche un semiesordiente – siamo all’opera seconda – ma evidentemente conosce benissimo tempi e modi della commedia nera, e li declina alla perfezione in un racconto dall’umorismo atrabiliare ma qua e là irresistibile. Merito anche di una fotografia in bianco e nero sporco che sembra una seconda regia, e di attori non molto noti da noi ma tra i migliori delle cinematografie francese e belga (da Aurelien Recoing all’ ormai quasi onnipresente Bouli Lanniers di Eldorado e Mammuth). Il tutto per un’ora e mezza tramata da un divertimento nerissimo, capace di qualche passaggio di pura inquietudine alla Carpenter (l’assedio della clinica e la conseguente strage) ma anche di momenti di memorabile cinismo. Per approdare nel finale a una dichiarazione di principio tutt’altro che banale nell’occidente ossessionato dalla fitness e dalla dolce morte quanto dalla dolce vita: la Nera Signora ha comunque i suoi tempi e le sue ragioni, e pensare di domarne l’impeto è impossibile nonostante denaro e assistenza medica. Non per tutti, e si astengano i deboli di stomaco: ma gli altri, distribuzione permettendo, non se lo lascino mancare.
Marco Cavalleri, da “nouvellevague.eu”

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