In un mondo migliore

Mondo migliore? Eccolo, non esiste
di Michele Anselmi Il Riformista

La vendetta è un classico al cinema: adoriamo vedere qualcuno che si prende la rivincita su chi l’ha fatto soffrire. Susanne Bier affronta di petto il tema, ma lo fa alla sua maniera, rovesciando in dilemma morale il racconto sull’uso della violenza, suggerendo – per questo c’è chi ha parlato di colpi sotto la cintura – che le cose cambiano rispetto ai luoghi in cui avvengono e non puoi farci niente. Anton, medico onesto e pacifico, si divide tra la linda Danimarca, dove vive la sua famiglia, e un non ben identificato paese africano (il Sudan s’è sentito offeso), dove cura povera gente terrorizzata da bande di predoni islamici. Intanto scopriamo che suo figlio Elias è vessato dai compagni di scuola, in modi sempre più odiosi. Per fortuna c’è Christian a dargli una mano: furente per aver perso la madre e in pessimi rapporti col padre, il ragazzino sistema il bullo più aggressivo e diventa quasi un modello per il docile Elias. Ma la vendetta esige un tributo sempre più alto di sangue, e non sarà facile per Anton, che non è vigliacco e tuttavia così appare al figlio, scegliere come comportarsi in due frangenti altamente simbolici. Reagire a un meccanico danese razzista e manesco? Salvare dalla cancrena un brigante africano turpe e stupratore? In un mondo migliore tutto ciò non dovrebbe accadere. Il film, teso e ben recitato, allarmante nella progressione degli eventi, preciso nel mettere a fuoco i destini dei personaggi, ci ricorda che neanche il mondo “civilizzato”, del benessere diffuso, sa gestire la rabbia che cova sotto la superficie. C’è del marcio, non solo in Danimarca.
Da Il Riformista, 11 dicembre 2010

(Non) è la legge della vendetta
di Dario Zonta L’Unità

L’ultimo film della regista danese Susanne Bier, In un mondo migliore, non è passato inosservato, come tante altre cose, all’ultimo Festival di Roma, dove era selezionato in concorso. Di questo film, infatti, a Roma se ne è accorto il pubblico, aggiudicandogli il suo premio e anche la giuria che gli ha assegnato il suo Gran Premio. Il film proveniva da altra anteprima e da altro orizzonte, il Toronto Film Festival, e continua e riscuotere premia a destra e a manca in quell’incredibile giro del mondo che può compiere un film quando di media qualità (quello della Bier è appena passato all’International Film Festival of India dove ha preso il premio per la miglio regia). Insomma, per quanto i festival e i premi possono dire, In un mondo migliore si presenta con buone credenziali e si spera che questo possa aiutare la Theodora, il distributore italiano (piccolo ma volitivo, colto ma generoso), che sceglie e seleziona, con buona dose di coraggio, film stranieri che un tempo avrebbero riempito, per effetto dell’ultima cinefilia, le sale di cinema d’essai, mentre oggi sono messi alla berlina perché considerati svantaggiosi. La Theodora invece punta su questo dramma scandinavo e lo propone addirittura come l’alternativa a cinepanettoni natalizi. Buona fortuna! Qui non c’è molto da ridere, neanche di humour nero, cosa che a volte la miglior commedia danese ha saputo fare (ricordate Festen?), perché si entra dentro la storia di una formazione adolescenziale compiuta in una città danese da due ragazzi diversi e uguali. Elias, timido e succube, è figlio di una coppia di medici in crisi (il padre esercita la professione in Africa per una organizzazione non governativa), mentre Christian, cinico e arrabbiato, vive solo con il padre che odia perchè lo accusa della scomparsa della madre, morta di cancro. Tra i due nasce per compensazione una strana amicizia che li porta a reagire violentemente alle storture del mondo e della vita. Elias subisce a scuola le violenze e gli atti di bullismo dei suoi compagni di scuola più grandi, Christian invece reagisce a quelle violenze difendendo l’amico e insegnandogli come si sta al mondo. Ma appunto è questa la domanda che muove il film: come si sta al mondo? Quale legge bisogna seguire? Quella della vendetta (il titolo originale è Heavnen, che vuol dire vendetta) o quella della remissione? A queste domande sono chiamati i ragazzini? La Bier non si esime dal rispondere, seppure talvolta rasentando lo schematismo. In una sequenza, invero piuttosto incisiva, il padre di Elias, tornato da un paese dell’Africa in guerra (sembra il Sudan), davanti al figlio e all’amico, viene per strada insultato e preso a schiaffi da un buzzurro. Non reagisce alla violenza, seguendo la sua fede anti-violenta e cercando di spiegarlo ai due ragazzini. Ma l’insegnamento non serve… il figlio non capisce, e l’amico pure. Se a scuola sono riusciti a farsi rispettare solo con la forza, perché non dovrebbero farlo per strada e nella vita? In un mondo migliore, per citare il titolo, si potrebbe pensare diversamente. In questo no.
UN PASSATO DA DOGMA Tra Africa e Danimarca, tra guerre politiche e guerre famigliari Susanne Bier compone il suo dramma, non senza cadere in qualche schematismo e non senza cedere alle forzature di una tesi pensata a priori (il finale in questo senso non aiuta). Susanne Bier ha avuto un passato Dogma e un film Dogma (Open Hearts, 2002), anche se poi ha trovato – non senza difficoltà – la sua strada e il suo linguaggio: Non desiderare la donna d’altri (2004), titolo italiano assurdo (quello internazionale era Brothers) per un film un po’ squinternato, seguito da Dopo il matrimonio (2006), candidato all’Oscar per la Danimarca e poi – guarda caso – un film americano, Noi due sconosciuti con Halle Berry e Benicio Del Toro, per tornare in patria con questo solido In un mondo migliore, un «amico ritrovato» contemporaneo e danese, nel senso di una storia di una amicizia negli anni della formazione tra violenza e remissione.
Da L’unità, 10 dicembre 2010

Genitori e figli il solito pasticcio
di Roberto Nepoti La Repubblica

Da tempo non si vedeva sullo schermo un eroe buono e giusto con una storia a lieto fine. In un mondo migliore della geniale Susanne Bier è la proposta all’ Oscar della Danimarca. I temi: il mondo chiuso e separato degli adolescenti e il relativo, inutile, affanno dei genitori per capirli; la violenza insita nella natura umana, soprattutto maschile; e l’ etica che cambia a seconda dei luoghi di oppressione. L’ eroe buono è Anton che salva bambini africani mentre in Danimarca lo aspettano la bella moglie e i figli di cui uno, dodicenne, è vessato dai compagni. Lui non capisce il padre e il padre non capisce lui. Soffrono tutti, ma faranno pace…
Da La Repubblica, 10 dicembre 2010

Il sentimento confuso tra perdono e violenza
di Cristina Piccino Il Manifesto

Due ragazzini, due famiglie “a pezzi”: il primo, Christian, ha perduto la mamma uccisa dal cancro. Il secondo, Elias, non accetta la decisione di divorziare dei suoi genitori. Odia la madre perché ha allontanato il padre, medico in un campo profughi nel Sudan devastato dalle guerre civili. La donna non riesce a perdonargli un tradimento. Anche Christian odia il padre perché è ancora vivo, accusandolo con ira disperata di avere voluto la morte dell’adorata mamma. Elias a scuola è tormentato da una banda di bulli, Christian appena arrivato si siede accanto a lui, e alla prima aggressione si vendica spaccando la testa del ragazzino capetto dei teppisti. Al padre sbigottito spiega di farsi i fatti suoi, ha cambiato molte scuole, sa che picchiare è il solo modo per farsi rispettare. Infatti a scuola non lo toccano più né lui né l’amichetto. Il padre di Elias non reagisce all’aggressione di un uomo ai giardinetti. Anzi per convincere i bambini della brutalità idiota di costui, lo va a cercare a lavoro. Non è per paura che non ha reagito ma perché rispondere con le botte non serve a nulla, rende soltanto stupidi come l’altro. Al campo africano da medico l’uomo accetta di curare il capobanda che massacra donne e bambini. Ma a una sua battuta su una ragazzina che ha appena perduto sotto i ferri, cede e lo lascia nelle mani dei molti che vogliono vendicare i loro morti assecondando un desiderio di vendetta aggressivo, forse come il rozzo meccanico o l’amichetto del figlio che ha criticato. Come è possibile che nella Danimarca ordinata, comprensiva covi invece una violenza neppure tanto sotterranea? Coi ragazzini che pieni di rabbia confusa fabbricano bombe seguendo le istruzioni su internet, l’indifferenza a scuola, gli insegnanti che si ostinano a non vedere l’allarmante “bullismo”? E come può accadere che le pulsioni di crudeltà siano le stesse lì e in una realtà di guerra? Susanne Bier in questo film, candidato agli Oscar per la Danimarca, e acclamato nei festival, da Toronto a Roma, dove ha vinto il Gran premio per la giuria, riprende i temi dei suoi lavori precedenti, la società danese come esempio di un occidente che sembra avere perduto la sua umanità. La dialettica aspra tra perdono e vendetta, porgere l’altra guancia e rispondere, non va però in un’ottica cattolica, anzi. Il punto di vista di Bier vuole essere morale interrogandosi su quella che a volte appare quasi una ineluttabilità di questa violenza. È, infatti, il “doppio registro” che interessa la regista: come può il medico, così controllato a casa, permettere in Africa un linciaggio? Nel sottile intreccio di queste emozioni, trattenute e spesso confuse a qualcos’altro, Bier costruisce la sua indagine/riflessione sulla consapevolezza dell’umano e la perdita dei valori di riferimento collettivi. La brutalità di un quotidiano di sangue e di miseria è anche in una dimensione di pace e di benessere, camuffata dall’ipocrisia della “regola” sociale, che però non ne riesce più a controllarne gli sbalzi. C’è forse qualcosa di schematico in questa visione: prima di tutto il parallelo tra l’occidente benestante e l’Africa sofferente è un po’ più che esemplare, considerando quanto sia programmatico sfruttamento e lucro bellico e responsabilità da parte di uno verso l’altro. Chissà se questa violenza non sia anch’essa “di ritorno”?
Da Il Manifesto, 10 dicembre 2010

Bier cerca le origini della violenza
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Diventano amici due ragazzini, uno mite vittima di compagni di scuola violenti e sopraffattori, l’altro reso malvagio dalla morte della madre e capace di farsi rispettare opponendo brutalità a brutalità. Il padre di uno di loro è medico in un campo profughi d’Africa, dove è costretto ad assistere al peggio: gli arrivano in ambulatorio giovani donne incinte sventrate, il capo nero ha scommesso sul sesso del nascituro e ha voluto controllare l’esito. I due ragazzini rappresentano esemplarmente le rispettive pulsioni, anche se il malvagio sa esercitare condizionamenti più diretti. Un poco volontaristico, il film riflette con viva intelligenza ed efficacia sui meccanismi che generano violenza, sul rapporto padre-figlio, sul lutto; diventa uno specchio narrativo e insieme un mezzo di meditazione, pur conservando tutta la propria vitalità ed energia. E’ una delle qualità ammirevoli del cinema nordico e in particolare di quello di Susanne Bier: le trame complesse cercano autenticità e profondità.
Da La Stampa, 10 dicembre 2010

Una Bier per un mondo migliore
di Boris Sollazzo Liberazione

Susanne Bier, non lo mettiamo in dubbio, è forse il talento nordeuropeo più interessante degli ultimi anni. Donna acuta, dalla buona sensibilità estetica, è riuscita in poco tempo a sfondare persino i muri del cinema statunitense, regalando un’ottima e sottovalutata performance attoriale a Halle Berry in Noi due sconosciuti. Ora torna nel film In un mondo migliore e risulta ormai chiara e soffocante la sua ossessione per morte e famiglia, in un tentativo quasi bergmaniano di girare opere etiche e morali sul nucleo base della società. Il problema è che Susanne Bier, inevitabilmente non all’altezza del maestro, sfocia facilmente nel moralismo, nel privato che si sforza di diventare pubblico, ma che spesso è solo facile stereotipo.
Se prima ha trattato il dramma della guerra (Non desiderare la donna d’altri) e del potere che si confronta con l’idealismo di fronte alla malattia e all’amore, entrambi troppo potenti (Dopo il matrimonio), mantenendo sempre un difficile equilibrio, in questa nuova tappa della sua seconda carriera, quella che l’ha consacrata in tutto il mondo, prosegue a parlare del tema della perdita “di sangue” (un genitore, un fratello o un marito poco importa) e della surrogazione dei ruoli familiari di riferimento. Sembra seguire uno schema ripetitivo, ormai, con cadute di stile imbarazzanti- vedasi il finale con i bambini africani che corrono- che offusca anche le buone idee di sceneggiatura- le più feroci- e di scelta registica.
Piacciono i due ragazzini, amici sempre più (co)stretti da una relazione pericolosa, per loro e per gli altri, e vittime di genitori inadeguati. Mezzo cast viene da Festen- e non a caso sono la parte migliore del film- ma la Bier si ricorda di essere un’allieva di Von Trier. E della sua eredità sembra amare, purtroppo, soprattutto la tendenza al melodramma ricattatorio e patetico.
Da Liberazione, 10 dicembre 2010

C’è del bullismo in Danimarca
di Paola Casella Europa

Susanne Bier ha sempre messo al centro delle sue storie sentimenti forti, primordiali, e rapporti familiari animati da passioni violente per la loro intensità non edulcorata. Con Non desiderare la donna d’altri aveva dipinto un triangolo che vedeva due fratelli contendersi l’amore della moglie di uno dei due (e Hollywood prontamente ne aveva girato un remake meno originale); con Dopo il matrimonio, candidato all’Oscar nel 2006, la Bier aveva esplorato, attraverso un altro triangolo, la forza dell’amore coniugale ma anche quella dell’istinto di sopravvivenza. In entrambe le storie i figli erano onnipresenti ma sempre di contorno rispetto agli adulti della storia. Con In un mondo migliore, vincitore del Gran premio della giuria all’ultimo festival di Roma e proposta della Danimarca per la cinquina degli Oscar, i bambini finalmente sono al centro: due amici, il timido Elias e lo spavaldo Christian (Markus Rygaard e William John Nielsen), si confrontano con il mondo crudele delle scuole medie e con i bulletti locali, ponendosi come obiettivo di comportarsi in modo diverso dai loro genitori, troppo tolleranti e disposti a offrire l’altra guancia. Christian invece conosce la legge della giungla e la applica ad amici e nemici; Elias è più dubbioso, ma avverte il carisma dell’amico e fa tesoro della sua amicizia e protezione. È un attimo perché la violenza difensiva di Christian si trasformi in offensiva, e perché Elias lo segua lungo la sua pericolosa escalation. Ai genitori non resterà che aprire gli occhi su quello che succede ai loro figli, e su quanto i loro metodi educativi siano inadeguati e inefficaci.
In un mondo migliore si misura schiettamente con la complessità e l’aggressività istintiva della natura umana, a stento arginata, e talvolta repressa, dalla cosiddetta società civile. E mostra come la violenza cresca come una spirale e avviluppi come una ragnatela chiunque la avvicini, sia con paura che con interesse.
«Non venirmi a dire ciò che è giusto e cos’è sbagliato!», sbotta Christian davanti al padre (Ulrich Thomsen, l’attore feticcio del Dogma), mettendo in evidenza tutta la sua inadeguatezza come guida e come esempio vincente. E se è vero che i figli non capiscono il valore stabilizzante del contenimento della rabbia e delle pulsioni animalesche, è anche vero che i loro padri sembrano aver perso il contatto con la crudezza della realtà e con la natura maschile più profonda e ferina. Ancora una volta Susanne Bier, pur sempre lungo le corde del melodramma e con qualche caduta di tono e di tensione, dimostra il coraggio di manipolare una materia incandescente, trattando temi scomodi e spaventosi che hanno a che fare con la ridefinizione delle nostre identità in tempi di grande smarrimento. Meno compiuto dei suoi film precedenti, anche perché il finale è aperto e si deve prestare a varie interpretazioni, In un mondo migliore è però più coraggioso e sperimentale dal punto di vista degli argomenti. La Bier mostra una lucida volontà di staccarsi dallo stile narrativo melodrammatico che l’ha resa famosa cercando toni più asciutti ed essenziali, meno compiaciuti dal punto di vista formale e meno effusivi da quello emotivo.
La regista-sceneggiatrice si mette in gioco e cerca nuove strade espressive, pur restando fortemente ancorata alla sua poetica intensa e carnale. I due ragazzini rimarranno un mistero per noi spettatori così come per i loro genitori, ma ancora più misterioso si rivelerà il distacco dei genitori dalle cose del mondo, a metà fra il rigore morale e l’abulia, la forza d’animo e la mancanza di iniziativa. E la regista conserva intatta l’ambiguità inscritta in questa storia contemporanea e crudele. In un mondo migliore è anche il ritratto di un paese, la Danimarca, percepito all’esterno come l’epitome della convivenza civile, e invece minato al suo interno da tensioni sociali e politiche che contraddicono la sua facciata perbene. E la rabbia senza nome che agita i personaggi della storia, accresciuta da ingiustizie cui si cerca di reagire con pazienza e calma razionale, si ritrova in tutto il mondo occidentale, schiacciato sotto il peso di frustrazioni collettive e individuali che non trovano espressione nel reame del politically correct, e finiscono spesso per sfogare in nazionalismi e xenofobie altrimenti inspiegabili.
Da Europa, 11 dicembre 2010

Quei ragazzini alla Kieslowski
di Silvio Danese Quotidiano Nazionale

Nel migliore del titolo, prevaricazione e linciaggio, oltraggio e rappresaglia, alle radici della natura umana, chiudono bottega per saggezza dei colti, che spengono il circolo vizioso. Il cuore del cristianesimo filtrato nella laicità borghese, alla prova di un apologo che fa pensare al cinema di Kieslowski, ma non lo raggiunge. Tra il dodicenne Elias, orfano di madre, ricco, musone offeso, e il coetaneo Christian, timido, figlio di separati e vessato dai compagni di scuola, nasce un patto: organizzare un atto terroristico e punire l’uomo che ha offeso, con un pugno, il padre di Elias, non riuscendo a comprendere la reazione civile del genitore che evita una degenerazione violenta. Il padre è un medico senza frontiere in Angola dove deve fronteggiare un boss selvaggio che squarta del donne incinta. Più che una risonanza tra il mondo degli adulti e l’orto dei piccini, la Bier cerca un’eco distinguibile, a volte un po’ strillata. Nonostante la fragilità drammatica del finale, dove si cerca la lieta fine con malcelata volontà, questa fenomenologia del comportamento violento ha esemplari dosi di ambiguità pedagogica e coinvolge, anche per la desolata ambientazione di confine tra Malmo e il ponte di Oresund. Ottimi attori.
Da Quotidiano Nazionale, 10 dicembre 2010

Ancora una volta, in un film della danese Susanne Bier (autrice di “Dopo il matrimonio”, 2006, e “Non desiderare la donna d’altri”, 2004 – brutto titolo italiano di un film che si chiamava “Fratelli”, e da cui è stato tratto un remake americano nel 2009, appunto intitolato “Brothers”) ritorna il “sud del mondo”, a rappresentare l’altra faccia della realtà: quella in cui la dimensione dei conflitti e della violenza è più intensa e sovraesposta. In essa ci vien dato di specchiarci, messi di fronte a un contesto dove non esistono filtri, per meglio intendere la nostra, di realtà, che di filtri invece ne ha sin troppi.
Anton (Mikael Persbrandt) è un chirurgo che lavora in Africa presso un ospedale da campo.
Nella sua Danimarca, è in crisi con la moglie Marianne (Trine Dyrholm), e ha un figlio adolescente – Elias – che, timido e impacciato, è la vittima prescelta dai bulli della scuola.
Elias viene incitato a reagire da un nuovo compagno di classe, Christian, che ha da poco perduto la madre, e cova un sordo rancore verso il padre, dalla severa morale protestante, rancore amplificato dalla convinzione che questi (interpretato da Ulrich Thomsen – forse il volto più noto del cinema danese) gli abbia malignamente mentito, nell’assicurargli la guarigione della madre.
Christian incita Elias alla rivalsa. La spirale di vendetta si estende a 360 gradi, e si fa sempre più pericolosa.
I genitori non capiscono in tempo e sottovalutano quello che si verifica di nascosto da loro, ad opera di due ragazzini perbene, apparentemente innocui, già segnati da frustrazioni profonde.
L’Africa e l’Europa. L’Africa sembra rappresentare, per Anton, anche una via di fuga. Pare che Anton percepisca che la sua vocazione possa realizzarsi appieno laddove il male si manifesta in forme di violenza estrema, laddove sente più forte un’emergenza che reclama la sua presenza. Quasi che il contesto tranquillo e civile (in superficie) della vita in Europa sia troppo spento per lui. In realtà l’Europa sonnacchiosa è solo meno decifrabile: l’Europa pacificata del secondo novecento, che ha eliminato le guerre, s’illude di aver abbassato il tasso di violenza, e ha la pretesa paternalista di portare soccorso a chi crede stia peggio.
La Bier insiste nel suo convincimento: l’Europa, continente tracotante nella sua Zivilization, non ha più anticorpi molto buoni per guardarsi dal male che coltiva in grembo.
Il caos è incontrollabile; ma non sembriamo accorgercene.
Il male dentro casa
Sembra impossibile impedire che l’aggressività generi aggressività, impossibile frenare un’escalation di violenza, una volta innescata. La legge del taglione domina gli istinti, trasuda attraverso gli interstizi delle nostre dimore edulcorate. E quale terreno più fertile per l’istinto di rivalsa, per la vendetta, dell’aggressività ormonale degli adolescenti?
Sui ragazzi la Bier ha la stessa visione disincantata che rivela Peckinpah nell’incipit de “Il mucchio selvaggio”, quando – prima di una carneficina – si sofferma su un gruppo di ragazzi che tormenta un formicaio. I titoli di coda di “In a better world” (titolo ambiguo e persino ironico) scorrono sull’immagine inquietante e allusiva di un formicaio.
Anton predica il valore del perdono. Egli è il detentore della morale di fondo, che non possiamo non condividere. Ed è grazie a lui se le peggiori conseguenze, in fondo, sono scongiurate.
La “non violenza” tuttavia non sembra poter davvero avere la meglio: e se ce l’ha, è solo un risultato parziale, un contenimento dei danni. Il film per tutta la sua durata trasuda scetticismo a riguardo. E il finale è meno consolatorio di quanto appare. Che conforto può fornire la sconsolante immagine di bambini africani che rincorrono una camionetta di medici? O lo sguardo smarrito, angosciato, di Anton, che sembra aver perso per strada ulteriori certezze?
Il male può discendere anche dall'(incolpevole) “tradimento” di un padre che, pur in buona fede, ha mentito sulla salute della madre (un errore di paternalismo, ancora?). Ma com’è possibile prevedere che un gesto di così ovvia amorevolezza verso il proprio figlio generi conseguenze così atroci? Come è possibile prevenire il caos?
Può accadere che persino in una madre, sconvolta dacché il figlio è stato a un pelo dalla morte, affiori l’istinto bastardo della vendetta – e che ella dica, all’amico del figlio responsabile di quanto accaduto: “l’hai ucciso” (non è vero) – provocandone quasi il suicidio, tanto il ragazzo resterà schiacciato dal senso di colpa.
Questa scena, che negli eventi convulsi del film rischia di passare in secondo piano, è uno dei momenti chiave del film. Sembra quasi concepito dall’implacabile Kieslowski del “Decalogo”, per come rimanda all’impossibilità, per l’uomo, di non far discendere il male dai propri gesti.
Padri e genitori sono assenti. Magari non colpevolmente: magari perché stanchi, perché legittimamente impegnati nel loro lavoro. La Bier è sottilmente spietata: basta un attimo di distrazione, perché nel suo universo si sfiori la catastrofe.
Altro che andare in Africa: gli equilibri della civiltà qui da noi sono terribilmente precari; il lupo è in agguato dentro casa.
Dimostrazione di una tesi
La sensibilità della Bier è notevole, soprattutto nel penetrare le psicologie dei personaggi, nel pedinarli e nel restituircene veracemente ogni sfumatura, tentennamento, vibrazione. Affiora però sempre, nell’assistere a un suo film, come il sospetto che stia dimostrando una tesi. E’ il suo limite maggiore: quello che impedisce al suo cinema di farsi davvero grande, e, a lei, di dar vita a quei capolavori che i suoi film sono in potenza.
Esemplare in tal senso una sequenza memorabile.
Siamo in Africa con Anton. “Big man”, uno spietato dispensatore di morte, è ferito a una gamba e si presenta, con la sua banda armata, all’ospedale da campo. Anton, contro le proteste di tutti i suoi assistenti ed infermieri – che odiano quell’essere malvagio, responsabile di quasi tutti i loro casi disperati –, decide di accoglierlo e di curarne la ferita.
Di fronte all’ennesima ostentazione di tracotante misoginia da parte di “Big man”, il chirurgo cessa di proteggerlo: non può e non ce la fa più. Lo lascia in pasto agli istinti di rivalsa da parte di tutto lo staff del campo, che sfoga su di lui una sospirata vendetta (progressivamente fuoricampo).
Anton si fa in disparte, impotente di fronte al moltiplicarsi degli istinti belluini.
Di lì a poco lo vediamo parlare in webcam col figlio: è stanco, la comunicazione è disturbata, e non sente quel che il figlio vorrebbe rivelargli… Se avesse avuto orecchi, se non fosse stato in Africa, se non fosse stato così stanco e disilluso quella sera, forse avrebbe evitato quel che stava per accadere sulle sponde del Baltico.
Tutto molto bello, e reso con indubbia maestria e talento cinematografico. Tuttavia sembra così evidente che la Bier ci vuole dire: “si va ad aiutare popoli lontani, forse anche perché non ci si sente all’altezza di affrontare i più sfuggenti problemi che si hanno dentro casa. E questo è il prezzo”.
L’impressione è che voglia (con una certa astuzia semplificativa) esaltare per contrasto, parlare – certo – soprattutto dell’Europa (si parla meglio di ciò che si conosce – e l’Africa sembra in buona misura un pretesto, per quanto molto verosimile).
Non è privo di fascino, comunque, che la regista danese dia ai nostri piccoli (grandi) problemi la giusta dimensione, puntandovi sopra i riflettori, e al contempo osservandoli in tutta la loro somma meschinità.
Senza dubbio ripetitiva, stavolta l’audace esperimento della Bier sembra sostanzialmente riuscito.
Il ritmo del film va in crescendo: come un razzo a più stadi, riserva per la seconda parte le esplosioni più forti (per quanto sia prevedibile che, su di una certa scena all’alba di una domenica mattina, sarebbe inaspettatamente comparso qualcuno a complicare le cose).
La Bier espone sicura le sue tesi; evita accuratamente eccessive cadute nel melodrammatico (cadute che sfiora pericolosamente). Fa anche affidamento su attori bravissimi: è in gran parte anche merito loro se i suoi film appaiono sempre così veri, così coinvolgenti.
Ma è come se le mancasse, più che il coraggio, la lucidità di arrivare alle estreme conseguenze. Lo dimostra il finale: Anton il chirurgo torna in Africa, turbato e pensoso. E quindi? Cosa è cambiato? Il film cerca alla fine di risultare digeribile allo spettatore (per espressa dichiarazione della Bier, lei non cerca di colpire sotto la cintura, non vuole estraniarsi il pubblico; il cinismo del connazionale Lars Von Trier – qualcuno dirà “per fortuna” – le è estraneo).
L’esposizione della tesi è quasi sublime, soprattutto per quanto riesce a innestarsi sulla realtà con grande verosimiglianza e una notevole cura delle psicologie. Non evita tuttavia che i personaggi vengano come lasciati interrotti. Rimane il vago sospetto che all’autrice piaccia parlare con toni forti di temi forti, senza andare completamente a fondo.
Cinema che merita un plauso, in ogni caso: sa mantenersi all’altezza delle sue ambizioni, e nello stesso tempo adotta i toni giusti per piacere al pubblico. Lo colpisce forte, senza stenderlo. Può anche essere un pregio. E non a caso, “In a better world” ha ottenuto il Marc’Aurelio del Pubblico come Miglior film, al Festival di Roma 2010, rassegna dove ha ottenuto anche il Gran Premio della Giuria.
Stefano Santoli, da filmscoop.it”

Un dramma contemporaneo per una riflessione necessaria
Il vento alza l’arida terra d’Africa, sotto un cielo carico di nubi, che lo attraversano senza fermarsi. Medico impegnato in un campo profughi, Anton tenta di curare le profonde ferite di un popolo devastato dalla povertà e dalla violenza della malavita locale impersonata da Big Man: l’uomo che trucida donne e bambine aprendo i loro ventri; mentre a casa, in Danimarca, Elias a scuola è vessato dai compagni più grandi e, irrigidita dal dolore per un tradimento, c’è Marianne, sua moglie. Christian, dopo la morte della madre, lascia Londra col padre, Claus: in Danimarca lo aspetta la nonna che si prenderà cura di lui, e il dolore della perdita si confonde con la rabbia e l’odio del figlio per il padre. Elias e Christian diventano compagni di classe, e insieme si allontaneranno da tutti.
Due padri, due figli e una madre, sono i protagonisti della commedia drammatica di Suzanne Bier, una delle registe più interessanti dell’attuale panorama europeo (Dopo il matrimonio, Non desiderare la donna d’altri). Oggetto, è l’esplorazione delle diverse forme di violenza e dei contesti in cui nasce. Come già in passato, sono messi in scena due spazi antitetici: qui e altrove; la civile Danimarca e la scarsamente civilizzata Africa. Sono territori fisici e dell’anima: uno aperto, battuto dal vento e dalla violenza e l’altro, chiuso, dove la violenza cresce nascostamente e si alimenta nel benessere e il conflitto di un microcosmo familiare assume una valenza universale.
Con una scrittura filmica precisa, fatta d’inquadrature tutte necessarie, la Bier costruisce una storia che offre elementi di intelligente e profonda riflessione. Evidenzia nell’assenza l’origine del male: quello sociale e quello privato. Mette in scena con cristallina onestà le lacerazioni di genitori e figli e con una profonda sensibilità registica scruta l’età spartiacque tra l’infanzia e la giovinezza. Elias e Christian, saldano un’amicizia che colma i vuoti; la loro alleanza, il loro patto, si fonda sul progetto di atti estremi. Ormai distanti dai genitori, si muovono dando forma di riscatto alla rabbia.
Danese, famiglia cosmopolita di origine ebrea, in passato ha aderito al Dogma, riconoscendo come elemento fondante il racconto, Suzanne Bier affresca un dramma in cui si alternano spazi chiusi e aperti; parla d’idealismo, di silenzio e di dolore. Traccia, con profonda compassione, tre ritratti di genitori che senza volerlo si ritrovano distanti dai propri figli, ma anche da se stessi. Racconta una donna, una madre, femmina della specie, che come tale è violentemente difensiva verso la sua prole, e racconta anche la violenza visiva che un padre fa subire ai suoi figli, solo per dimostrare loro che occorre porgere l’altra guancia.
Una narrazione in parallelo, dalla Danimarca all’Africa; dal razzismo tra popoli prossimi (gli svedesi), alla mattanza di carni nere, squarciate e insanguinate. Anton lascia l’ordinario per assumere su di sé lo straordinario di una scelta d’idealismo profondo. Ai problemi personali, dà una tregua dedicandosi al collettivo e, quando gli vene richiesto, decide di curare anche Big Man, irriducibile corpo di violenza divorato dai vermi di una cancrena. Lo cura contro tutti, per poi arrendersi e lasciare che sia la violenza del gruppo a prendere il sopravvento.
Un racconto che è dramma privato e dramma sociale, in cui, trattati con profonda onestà intellettuale, sono i temi dell’educazione e della violenza. Lucidità e poesia: In un mondo migliore è un’opera dal forte valore etico. All’esplosione segue la catarsi; l’evidenza del pericolo e il desiderio di cura restituiscono a ciascuno il coraggio di farsi avanti, di avvicinarsi di nuovo all’altro. Un finale positivo, ma solo in parte, perché per la terra di vento e polvere la soluzione non s’è ancora trovata, e trovarla dipenderà anche da noi.
Com’ è ormai consuetudine, Adres Thomas Jensen alla sceneggiatura, alla fotografia Mortem Soborg e Pernille Bech Christensen al montaggio. Ottimo il cast: Mikael Persbrandt, Trine Dyrholm, l’immancabile Ulrich Thomsen e i giovanissimi talenti naturali, Markus Rygaard e William Johnk Nielsen. Vincitore del Gran Premio della Giuria e del Premio del Pubblico al Festival di Roma, In un mondo migliore é candidato dalla Danimarca per gli Oscar 2011.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Susanne Bier realizza una complessa riflessione sulla violenza e sulle presunzioni di un Occidente pieno di problemi e contraddizioni.
All’Occidente piace immaginarsi come un modello di civilizzazione da esportare, ama vedersi come un mondo migliore a cui aspirare, ma Susanne Bier si prende la briga di dissentire o per lo meno insinuare il dubbio, di alzare la mano e chiedere conto delle contraddizioni che la nostra società produce, o meglio ancora che la nostra natura contempla, azzardando l’accostamento tra un conflitto tribale africano e un episodio di bullismo in Danimarca.
Si aprono così le porte di un melodramma morale che perlustra diverse forme di violenza e che si interroga sulla possibilità di ristabilire l’ordine del civismo sul caos, sull’ignoranza, sulle offese gratuite, sulle prevaricazioni quotidiane, le prepotenze, sulle ferite inflitte anche involontariamente, su quelle procurate per debolezza, sulla paura, la rabbia, la perdita. Purtroppo l’educazione ha un ruolo importantissimo ma parziale se gli stimoli che arrivano da tutte le parti viaggiano in direzione contraria. Non possiamo davvero illuderci di essere immuni a questo caos, come se sul mondo si potesse esercitare qualche forma di dominio; non possiamo credere di escludere noi e i nostri figli dalle imprudenze o dal contatto con un universo che, anche dietro la placida eleganza di una ricca cittadina nordica, sa spalancare abissi di inquietante brutalità. E non dobbiamo tuttavia mai smettere di provarci.
Un padre medico idealista presta servizio come missionario in un campo africano. In Danimarca ha un matrimonio in crisi e due figli. Il più grande subisce le angherie dei bulletti della scuola. Un altro padre soffre la perdita della compagna e non riesce a scavalcare l’alienazione del proprio dolore per confrontarsi con quello del figlio pieno di rabbia. I due ragazzini si incontrano e stringono un drammatico legame che traduce il disagio in una sperimentazione sventata sulla violenza.
Susanne Bier ci accompagna in questo complesso quadro di disfunzioni familiari tessendo una tela ricca di tensione e ambiguità che però cede in un paio di momenti (l’inizio e la fine, ma più in generale la parte africana della pellicola) a qualche scivolone nell’eccesso e nell’equivocità. Il film è oggettivamente ambizioso, ma riesce a muoversi con disinvoltura, coraggio e volontà nelle pieghe di caratterizzazioni articolate e sempre molto dense grazie anche al sostegno di un cast robustissimo. La regia è elegante e coinvolgente e conferma il talento della Bier nel navigare con sensibilità tra le insidie di storie corali difficili che fanno riflettere e sondano zone profonde e universali.
Non stupisce quindi che la Danimarca abbia scelto “In un mondo migliore” per la sua personale corsa agli Oscar. E non sorprenderebbe neanche la sua ammissione nella cinquina finale.
Ludovica Sanfelice, da “film.it”

Qui di nuovo in campo l’attore feticcio di molto cinema scandinavo, Ulrich Thomsen, accompagnato dagli altrettanto ottimi Trine Dyrholm e Mikael Persbrandt. A soccorrere gli adulti i due giovani, sorprendenti interpreti, Markus Rygaard e William Johnk Nielsen, rispettivamente Elias e Christian, che inizieranno a essere amici da giovani fuori dal gruppo. Provengono da famiglie con traumi, Elias e Christian. Quella del primo è fratturata dal tradimento che si intuisce aver compiuto il padre Anton (Persbrandt) nei confronti della madre Marianne (Dyrholm), lui medico senza frontiere in un non campo di rifugiati di un luogo non precisato dell’Africa, di sicuro vittima, intorno, di violenza sconsiderata. Marianne deve ancora imparare a perdonarlo…Christian ha perso la madre, malata di cancro, e non perdona al padre Claus (Thomsen) di avergli mentito, dicendogli che sarebbe stata presto bene. Vede il mondo con rabbia, non perdonando, ma reagendo per farsi rispettare. Come avvenimento scatenante la loro amicizia, l’atto di bullismo di un compagno di scuola, che perseguita Elias, e colpisce anche Christian. Quest’ultimo reagisce, picchiandolo e minacciandolo con un coltello…Da piccole scintille che inizieranno a innescarsi da qui, rivelando a poco a poco il mondo a cui appartengono i personaggi, si delinea il fuoco che anima In A Better World. Portando la narrazione fino ai luoghi dell’Africa, ci mostra anche la quotidiana folle normale violenza a cui Anton e quella umanità è sottoposta, arrivando lui stesso a dover fare i conti con quel orrore. Viaggiando parallelamente tra l’incomunicabilità che può arrivare tra padri e figli, e la situazione incontrollabile dei cosiddetti luoghi lontani dalla civiltà, si guarda all’uomo e alle sue responsabilità, tracciando un percorso complesso in cui si scava a fondo nel labirinto essere umano e sua società, tanto che uno degli spunti a cui vuole farci riflettere la Bier è che per rabbia, dolore, dimenticandosi il motivo stesso per cui si sia iniziato a odiare, si possono formare facilmente anche nella società civile particelle di terrorismo. In quasi due ore il cerchio sembra essere di nuovo perfetto, chiudendosi nella risoluzione delle sue trame aperte, in un film rigoroso, così umano e attento a quell’umanità che cerca di non impazzire, mantenendo una rotta, una separazione tra ciò che è giusto o sbagliato, tra ciò che dobbiamo e non dobbiamo fare. Unico anello che rimane aperto è quello dello sguardo rivolto a quei figli poveri, abbandonati nelle terre di nessuno dimenticate nella memoria a brevissima scadenza del mondo “civile”, che rincorrono sorridendo una jeep. Se fosse esaudito quel sorriso si sarebbe davvero In un mondo migliore.
Giacomo D’Alelio, da “zabriskiepoint.net”

Dopo la poco convincente parentesi americana con Noi due sconosciuti, la cinquantenne regista e sceneggiatrice danese Susanne Bier torna in patria con un film pensato e costruito appositamente per concorrere nelle rassegne festivaliere. In un mondo migliore è in effetti il classico film a cui la critica non rimane insensibile, sia per i temi trattati che per il ritorno a un cinema indipendente che porta ancora con sé qualche traccia del Dogma e del maestro Lars von Trier. È un film a tesi, peraltro ben strutturate, sull’inevitabilità della violenza e della vendetta quando scattano alcune dinamiche psicologiche che, secondo la Bier, possono manifestarsi in quasi tutti i soggetti e intervenire a qualsiasi latitudine e in qualsiasi contesto sociale.
Il Dottor Anton (Mikael Persbrandt), che opera in un campo profughi in Africa, torna a casa nella montana tranquillità della borghese provincia danese. Ha una moglie, dalla quale è in procinto di separarsi, e un figlio, Elias, vessato da un compagno di scuola e reso zimbello agli occhi di tutti. Elias intreccia una rischiosa amicizia con un neo arrivato in classe, Christian (William Johnk Nielsen), ragazzo freddo e taciturno venuto a vivere in Danimarca da Londra dopo aver perso la madre per una vorace forma cancro. Christian sfoga la sua rabbia nella violenza e nella vendetta, e coinvolge Elias in pericolose situazioni che rischiano di culminare in tragedia.
Come si diceva, una pellicola un po’ troppo schematica, con idee ben chiare a supporto che sfociano in una riflessione esistenziale sull’uso della violenza e sulla capacità di relazionarsi al dolore e alla perdita; un’opera dagli intenti didattici manifesti, forte di uno sguardo morale che a qualcuno potrà anche sembrare moralistico. Detto della scelta netta e inequivocabile fatta dalla Bier, ovvero quella di calare i contenuti del suo cinema dall’alto, è bene rimarcare come In un mondo migliore sia un’opera dalle potentissime suggestioni, che coinvolge senza ombra di dubbio gli spettatori e che si fa apprezzare per una notevole capacità della regista danese nell’uso del mezzo tecnico e nel saper valorizzare tutti gli attori in scena. Prove importanti che lasciano il segno, in particolare quelle dei due personaggi più lontani proposti sulla ribalta, il medico filantropo interpretato da Mikael Persbrandt e il glaciale adolescente i cui panni sono indossati dall’ottimo e inquietante William Johnk Nielsen, un ragazzo di cui probabilmente sentiremo ancora parlare. La pellicola vive di forti contrasti, sia visivi che narrativi, poggia su un montaggio alternato in cui l’Africa e la sua popolazione indigente fanno da contraltare alla normalità di una provincia danese che nasconde i suoi drammi privati sotto la patina di una realtà ordinata e conforme.
È un cinema che piace quello della Bier, nonostante il suo massimalismo (soprattutto quella del medico è una figura che sfiora l’irreale per quanto è connotata a senso unico) e i rischi di scadere nel moralismo, in particolare per la disinvoltura con cui accosta temi importanti senza per questo proporre allo spettatore indigeribili polpettoni minimalisti. Un film senza sé e senza ma, che va diritto per la sua strada fino a scandagliare l’anima profonda dei personaggi, restituendoci alcuni inevitabili interrogativi che fanno lieve breccia nelle inossidabili disposizioni iniziali. Ma è sempre il pensiero forte che può sconfiggere quello debole (il dialogo vince sulla violenza, il perdono sulla vendetta, nonostante gli umani vacillamenti), secondo la Bier, che sceglie un finale consolatorio nel quale il dramma si stempera nella speranza, in cui il male oscuro che s’annida nel cuore di Christian può essere vinto da un caldo e inatteso abbraccio. Epilogo che ha fatto storcere il naso a qualcuno, che ha imputato alla regista danese di non aver avuto il coraggio di sviluppare il dramma fino in fondo.
Che convinca del tutto o meno, In un mondo migliore è una pellicola dal respiro ampio e di una certa eleganza e compostezza formale, nonostante i residui di Dogma e le velate influenze di von Trier, il quale peraltro era molto meno sottile della Bier nel concepire opere morali (ricordiamo i moralistici Idioti, Dancer in the dark e, nonostante le apparenze, anche l’ultimo Antichrist). Un cinema che può facilmente mettere d’accordo spettatori e critica, come è avvenuto all’ultimo Festival di Roma in cui In un mondo migliore, in concorso nella Selezione Ufficiale, ha ottenuto sia il Premio della Giuria che quello del pubblico. L’opera, che rappresenta la Danimarca agli Oscar, probabilmente finirà anche nella cinquina finale, c’è da scommetterci, proprio per questo suo fondere cinema etico, passione civile e capacità di intrattenere senza incorrere in manifeste banalità.
da “lankelot.eu”

Rimasto orfano di madre, Christian si trasferisce in Danimarca con il padre. A scuola fa amicizia con Elias, vittima inerme dei soprusi dei compagni, e decide di aiutarlo, insegnandogli il “valore” della legge del più forte. Le conseguenze saranno drammatiche per entrambi.
“Il male sta in quello che sei? O in quello che fai?” si chiedeva Patrick Bateman in American Psycho di Bret Easton Ellis. Susanne Bier sembra voler rispondere alla domanda con una pellicola che torna ad esplorare alcuni dei temi chiave della sua filmografia. Acclamato al Festival del Cinema di Roma (Premio del Pubblico e della Giuria) – nulla togliendo al magnifico vincitore, Kill Me Please di Olias Barco (nelle nostre sale dal 14 gennaio) – In un Mondo Migliore recupera parte della riflessione iniziata con Non desiderare la donna d’altri, indagando le modalità con cui i postumi di guerra e gli effetti della violenza si ripercuotono su una società “civile”.
La traduzione del titolo originale (Hævnen, “vendetta”) rende perfettamente l’idea, al contrario del corrispettivo italiano ed inglese: c’è del marcio in Danimarca. Nella modernissima democrazia del Nord, dove il bullismo viene liquidato come un portato naturale del percorso scolastico e un uomo può essere schiaffeggiato di fronte ai figli senza subire conseguenze, la giustizia è un concetto labile che si impara fin da bambini a gestire da sé. Due padri, uniti dalle rispettive difficoltà – per Claus (Ulrich Thomsen) la vedovanza, per Anton (Mikael Persbrandt), medico in un campo profughi africano, l’imminente divorzio – cercano di educare i figli all’inutilità della violenza.
Ma mentre il mite Elias (Markus Rygaard) assorbe la passività paterna trasformandola in arrendevolezza, Christian (William Jøhnk Juels Nielsen) nasconde il dolore della perdita materna dietro una maschera di glaciale indifferenza: picchiare più forte e per primi è il solo modo per farsi rispettare. A differenza del personaggio interpretato da Thomsen in Non desiderare la donna d’altri – sconvolto dagli abusi psicologici subiti in guerra al punto da riversarne l’orrore nella domesticità – Anton, chiuso in un ostinato idealismo, allontana il trauma bellico dalla quiete del suo chalet al mare.
La violenza non fa male se non le si risponde e dovrebbe essere educativo mostrare la potenza, tutta cristiana, del porgere l’altra guancia, ma l’orrore della guerra costringe anche il più incrollabile idealista a varcare il confine che separa la brutalità animalesca (non praticata ma incentivata) dall’umanità. Il dovere incarnato dal giuramento di Ippocrate non ha più fondamento in una società priva di leggi ma nel mondo “civile” l’etica della non-violenza ritorna con prepotenza. La Bier – anche sceneggiatrice con il fedele Anders Thomas Jensen – confida nel valore terapeutico del cinema e, nel tentativo di infondere speranza, sposa l’etica buonista di Anton, lasciando che il lieto fine equo-solidale riscaldi gli animi e metta tutti d’accordo. Eppure la sua analisi delle dinamiche di potere sociale e interpersonale (l’amicizia tra Elias e Christian) è acuta ed esatta, forte di quel minimalismo narrativo e visivo che del cinema “nordico” è tratto caratteristico.
La bella fotografia (di Morten Søborg) coglie una natura sublime, nel senso kantiano del termine, i cui spazi aperti attirano e insieme respingono lo sguardo spaventato da tanta maestosità: una natura placida e ribelle, ambigua quanto l’indole dei personaggi che la popolano. Esteticamente suggestivo, In un Mondo Migliore compensa con la bellezza delle sue immagini eventuali carenze di ordine narrativo, motivando pienamente la propria presenza nella cinquina dei candidati ai Golden Globes 2011 come “miglior film straniero”. E, chissà, anche quella agli Oscar.
da “storiadeifilm.it”

Altra opera di notevole spessore e di ottima confezione estetica per Susanne Bier, cineasta che continua col suo cinema viscerale a proporre al pubblico dilemmi sulle contraddizioni del mondo contemporaneo. In un mondo migliore convince in virtù di una notevole forza propositiva, che fa superare anche i dubbi riguardo alcuni passaggi di storia eccessivamente schematici. Da vedere per rifletterci sopra.
La violenza è ormai compenetrata nel nostro mondo, a prescindere dall’area geografica, dalla condizione culturale, sociale o economica. Essa si presenta in modi impossibili da prevedere: può avere la forma scellerata di un dittatore con banda armata al seguito o quella più innocente di un ragazzo che non riesce a superare il dolore della perdita della madre. L’unico modo per fronteggiare la violenza è contrapporle l’etica del singolo, accompagnata alla sua ferrea volontà di non cedere di un passo di fronte al suo orrore, in qualsiasi forma esso appunto si manifesti. E’ questo che tenta di fare Anton, medico che divide la propria vita tra la disastrata missione in Africa dove fronteggia continuamente la morte, e la sua vita in Danimarca, dove invece ad essere disastrata è la sua vita famigliare. Separato dalla moglie, l’uomo tenta tra mille difficoltà di passare la propria visione morale a suo figlio Christian, bambino problematico che sviluppa con Elias un’amicizia basata sul rancore e sulla volontà di vendetta.
Tornata in patria dopo la parentesi americana del doloroso Noi due sconosciuti, la regista Susanne Bier mette in scena una storia che possiede un qualcosa che il cinema contemporaneo pare aver smarrito, o quanto meno sfumato pesantemente: una fortissima tensione morale, che si prende la responsabilità di adoperare armi difficili da maneggiare come la retorica per esplicitare in immagini il proprio messaggio. In un mondo migliore riesce nell’intento di inserire questo in una costruzione cinematografica come sempre preziosa, come lo stile della Bier ci garantisce fin dai suoi primi melodrammi. Il film si lascia quindi apprezzare non soltanto per la forza propositiva della storia, ma anche nella bellezza di immagini che ripropongono allo spettatore il mondo interiore dei personaggi, tutti delineati con vigore. Certo il cinema della Bier non lavora in sottigliezza, spesso propone momenti in cui la grana del discorso si fa grossa: anche in questo caso un paio di passaggi narrativi scavalcano il limite della retorica, risultando eccessivamente meccanici sopratutto nella seconda parte. Nel complesso però In un mondo migliore procede sicuro e ben scandito, fattore che in un film programmaticamente “a tesi” – come questo non vuole nascondere di essere – é di sicuro un notevole pregio. La cineasta conferma di saper maneggiare con sapienza la materia che sceglie di trattare, e continua a proporre un cinema viscerale e confezionato con molta cura. Questa sua ultima fatica si candida sicuramente per la vittoria finale al Festival di Roma, o quanto meno per il premio al miglior attore, un magnifico e doloroso Mikael Persbrandt nel ruolo di Anton.
Adriano Ercolani, da “comingsoon.it”

A fronte di certi limiti residui (come il sovraccarico emotivo di qualche scena o la prevedibilità di alcuni snodi drammaturgici) a fare la differenza è la capacità della Bier di partecipare, rendendoli autentici, al dolore e ai conflitti dei suoi personaggi e, allo stesso tempo, di trasmettere una tensione etica non comune, che trova nel melodramma la lente attraverso cui osservare il nostro tempo e coglierne il malessere reale

HævnenÈ la forza morale del singolo tutto ciò che rimane da contrapporre a una violenza che prolifera ovunque e in ogni forma a prescindere dalla latitudine, anche in quel modello di civiltà e progresso sociale che i paesi scandinavi continuano a rappresentare; anche nelle ordinate cittadine danesi, in quei paesaggi di limpida e riposante bellezza, il vivere civile è, dietro le apparenze, sempre sull’orlo di precipitare nella brutalità e nel caos: non nasconde di essere un’opera a tesi l’ultima pellicola di Susanne Bier, né la regista teme di schierarsi apertamente confrontandosi con gli interrogativi e le contraddizioni del presente. Lo fa attraverso un personaggio integro e schivo, un uomo che ha accettato di pagare un prezzo molto alto per i propri ideali, senza recriminare e senza lamentarsi. Medico in un paese africano afflitto da una delle tante guerre civili cadute nell’oblio, Anton, come il reduce di Non desiderare la donna d’altri, è il ponte tra un Terzo Mondo dissestato e perduto e una realtà domestica (e in questo caso anche sociale) che ha smarrito il proprio carattere di rifugio rassicurante. Il suo rientro a casa significa il confronto con la fragilità del proprio ruolo di padre, con la difficoltà enorme di tradurre l’esperienza, taciuta e indicibile, della quotidiana convivenza con l’orrore in un insegnamento che sia di qualche valore per un figlio adolescente irresistibilmente spinto dall’esempio altrui verso le scorciatoie delle reazioni a caldo, dell’emotività distruttiva, della vendetta. Elias e Christian, che si riconoscono e si accettano nella loro condizione di figli amati ma poco capiti, ognuno con il proprio fardello da portare, stringono un legame sostenuto da forze e dinamiche incomprensibili agli occhi degli adulti, quasi la loro amicizia fosse lo specchio, o il banco di prova, di un modo di essere genitori, di un certo sistema educativo, di un modello identitario maschile in cui le modalità di gestione dell’aggressività hanno un’importanza centrale. Ce la mette tutta Susanne Bier per far sentire il disagio di una società civile che cerca di non impazzire, e lo fa con un’intensità che difficilmente lascia indifferenti. Certo, esaurita l’onda emotiva, a mente fredda non si può non notare lo schematismo di certi passaggi narrativi, eppure è innegabile che con Hævnen il cinema dell’autrice danese sia cresciuto ulteriormente, sviluppando le tematiche di sempre (le dinamiche familiari, le difficoltà nella cura degli affetti, i capricci del caso che intrecciano le umane vicende) in una dimensione sempre più ampia, liberandosi quasi del tutto della rigida eredità dell’impronta “Dogma” come di certe derive verso l’indulgere eccessivo all’esposizione del dolore che si erano affacciate in Noi due sconosciuti. Ci sono diversi momenti in Hævnen – i migliori – in cui l’espressione del vissuto intimo si fa più controllata, come nei barlumi di innocenza che illuminano il rapporto, segnato dal rancore e dall’incoscienza, tra i due adolescenti, o nei brevi, strazianti momenti di verità tra Christian e suo padre, accomunati e divisi dal dolore per il medesimo lutto. Quel che è certo, è che a fronte di certi limiti residui (come il sovraccarico emotivo di qualche scena o la suddetta prevedibilità di alcuni snodi drammaturgici), a fare la differenza è la capacità della Bier di partecipare, rendendoli autentici, al dolore e ai conflitti dei suoi personaggi e, allo stesso tempo, di trasmettere una tensione etica non comune, che trova nel melodramma la lente attraverso cui osservare il nostro tempo e coglierne il malessere reale.
Sara Orazi, da “sentieriselvaggi.it”

Si può benissimo decidere di avere dei figli solo perchè si ha una fiducia totale nel genere umano. Nel suo ultimo libro però Tiziano Scarpa ci ha anche avvicinato alla prospettiva opposta, tenendo conto della posizione di chi non è assolutamente soddisfatto dai propri simili e mette al mondo nuova umanità, sperando che la propria genia possa – al contrario – preservare e diffondere valori o principi sempre meno diffusi. Diciamo che in un caso o nell’altro la visione del nuovo film della Bier potrebbe non essere di grande aiuto alle nuove coppie di futuri genitori. Anzi, In un mondo migliore – candidato ufficiale della Danimarca al premio Oscar, accolto trionfalmente al Festival di Toronto e premiato al Festival di Roma da giuria e pubblico – potrebbe benissimo cancellare di colpo ore e ore di studio del metodo Montessori o interi cataloghi di puericultura di Asha Phillips.
Con lo stesso incedere deciso di Dopo il Matrimonio e Non desiderare la donna d’altri (da cui è stato tratto il remake Hollywoodiano Brothers di Jim Sheridan) la regista cinquantenne danese si confronta con le dinamiche familiari in un universo sociale apparentemente indifettibile, lavorando sull’idea che la consapevolezza di essere nel giusto non sempre può garantire la sicurezza di scelte educative efficaci. L’ottimo Mikael Persbrandt è Anton, chirurgo continuamente impegnato nelle missioni umanitarie di Medici senza frontiere in Africa e convinto, una volta a casa, a incoraggiare sempre il piccolo figlio Elias a porgere l’altra guancia ai bulli della scuola, quasi solo per inerzia e una sorta di immedesimazione ottusa nella forma, apparentemente placida ed evoluta, dei rapporti sociali che regolano le relazioni nella ricca periferia danese. Il problema è che chiunque è uscito vivo dalle ricreazioni di terza media sa che c’è un solo modo per cavarsela indenni dai bulli della scuola e certo non facendo la spia alla professoressa.
La Bier lavora perfettamente, e con puntualità emozionale implacabile, sulla lontananza che separa spesso i genitori dai figli, specie quando in certe situazioni ricorrono distrattamente alle solite frasi di circostanza per risolvere problemi che per gli adulti sono sciocchezze, ma che per i bambini sono questioni di vita o di morte. In questo senso, la scelta di Ulrich Thomsen, l’eroe di Le mele di Adamo e Festen, qui nelle vesti goffe e incerte di Claus, rappresenta quasi platealmente l’inadeguatezza congenita con cui si devono confrontare oggi tutti i genitori, anche nei contesti più agevoli: il suv, il porticciolo con il molo di legno e la pista ciclabile fino a dentro casa.
Una volta resettate definitivamente alcune polemiche riemerse anche nel corso di questo Festival di Roma su l’Islam o il Darfur, che comunque hanno preso a pretesto alcuni temi neanche lontanamente sfiorati nel film, In un Mondo Migliore rimane una riflessione esemplare sulla questione irrisolta se la nostra società avanzata sia davvero un modello esemplare e in grado di tenere sempre sotto controllo le esplosioni di violenza. L’intreccio e i gradi di separazione abissali tra i momenti di regia che riprendono i bambini da soli, insieme ai grandi o spersi tra le nuvole della savana, ci restituiscono una grande autrice, che se non pronta a vincere l’Oscar, quantomeno degna di affermarsi come una delle pretendenti più autorevoli al Marco Aurelio di questa edizione.
Federico Vignali, da “schermaglie.it”

Dove si annida il male, come riconoscerlo, cosa lo genera e, soprattutto, in che modo difendersi?
Sono, ancora una volta, domande forti quelle pone Susanne Bier con In a better word, dramma che ripropone i temi cari alla regista sotto una luce ancor più drammatica e suggestiva. Ancora una volta, nel buio della sala, il pubblico rimane colpito, stordito e commosso da un racconto straordinariamente fuori dall’ordinario. Ancora una volta, una delle registe europee più amate negli Stati Uniti, mette lo spettatore di fronte a dilemmi complessi, ponendo delle questioni che, in realtà, non chiedono una risposta. Drammatica e gelida empatia alla quale la Bier costringe il suo pubblico. Empatia che accompagnata dalla fredda consapevolezza che tutto quello che accade è terribilmente verosimile, che potrebbe succedere ad ognuno di noi. Quando Anton, medico di guerra che opera in un campo profughi, torna alla tranquillità di una comoda vita cittadina è convinto di poter trovare quiete riposo e pace; quella che si trova ad affrontare invece sono una serie di eventi fatti di violenza e incomprensioni. L’orrore che si annida nell’ordinario, nelle meccaniche di una vita comune.
Anche grazie alla straordinaria prova degli attori e alla fotografia che, come sempre, è perfettamente coerente con il racconto, la Bier non delude affatto le aspettative. Ancora una volta riesce nella difficile missione di emozionare e spingere alla riflessione nello stesso tempo.
Quello che, da sempre, ci appassiona di questa autrice, è la capacità di penetrare nelle maglie meno stabili della nostra coscienza, di mettere in discussioni i luoghi comuni, le piccole e meschine certezze sulle quali si sostiene la quotidianità di ognuno di noi. L’essenza stessa del male, del disagio, del senso di estraneità ad un mondo, solo in apparenza, perfetto. Complessi fino all’irrisolvibile tanto da sembrare irreali, i personaggi In a better word, sono invece persone comuni. Un occhio critico sulla società moderna che invita ad osservare con sguardo diverso quello che siamo soliti definire terzo mondo e che genera paure e timori. In un mondo migliore, ribalta gli equilibri, affermando con forza e convinzione che il mondo è un solo e che le dinamiche, come quelle della nascita di un piccolo Kamikaze, sono riproducibili ovunque nel momento in cui si verificano le condizioni. Il nucleo famigliare, caro all’ autrice che in questi anni ha più volte raccontato le dinamiche che si generano al suo interno, diventa anche qui l’occasione perfetta per descrivere l’inferno in terra, il dolore nella quiete e l’amore in tempo di guerra,.
Sila Berruti, da “close-up.it”

Susanne Bier è nata nella terra di Boezio di Dacia e Søren Kierkegaard, ha studiato arte all’Università Ebraica di Gerusalemme, quando è diventata regista è entrata nel gruppo di Dogma 95 fondato da Lars von Trier (Dogma: l’ultima corrente cinematografica mondiale – ormai sciolta – che teorizzava la ‘purificazione’ del Cinema da quello ipercommerciale, e quindi inquadrature con la macchina da presa a mano, niente luci, nessuna scenografia, assenza di colonna sonora e basso budget – In realtà, la base teorica era una specie di Neorealismo Italiano e Nouvelle Vague in salsa danese.
Ha prodotto film capolavoro come Festen, Idioti, Mifune, Lovers, Dogville, tra i vari).

Tutta questa premessa è necessaria per capire il magma filosofico-esistenziale, la base della sua ricerca attraverso l’immagine e “lo stile” originario e originale di una delle registe più importanti del panorama cinematografico mondiale. Il suo scavare, indagare sui profitti sentimentali privati, è sulla scia di von Trier (di cui è stata allieva), di Haneke, di Agnieszka Holland.
Nei suoi film ci sono le domande del mondo, quando il mondo si faceva queste domande, che sembrano tracimare dal pensiero kierkegaardiano; riflessioni sull’esistenza del singolo che non si può ricondurre a una unità sistemica sovraindividuale; che bisogna avere coerenza tra parola e azione, che la condizione esistenziale degli esseri umani è segnata dall’angoscia e dal fallimento, che la disperazione nasce da un rapporto profondo dell’uomo con se stesso, che l’angoscia di cui ci si nutre è per la constatazione di essere inadeguati.
Una grande regista dal taglio “minimale” che tuttavia ha delle imperfezioni evidenti come il mettere “troppa carne a cuocere” e consegnarci dei finali a volte troppo edulcorati e ottimisti (è il caso de Dopo il matrimonio, ma anche di quest’ultimo In un mondo migliore – entrambi cercano il confronto tra il nostro mondo e quello del Terzo mondo e provano ad approfondirli anche individualmente).

Susanne Bier si è diplomata nel 1987 alla Scuola Nazionale di Cinema di Copenaghen; dopo alcuni videoclip, nel 1991 ha girato il suo primo lungometraggio Freud Living Home (Nella famiglia ebrea Cohen, i tre figli ritornano per festeggiare il compleanno della madre). Il suo secondo film è Affari di famiglia (1994) (un ragazzo orfano si mette alla ricerca dei veri
genitori scomparsi in Portogallo). L’anno successivo gira Pensione Oskar (all’ interno di una coppia si inserisce un circense omosessuale che corteggia il tranquillo padre di famiglia e riesce a conquistarlo facendogli scoprire la bisessualità e rompendo l’idea di famiglia classica). Poi con la nascita del manifesto Dogma inizia a sperimentare nuove strade, prima con il thriller Credo, poi con Den Eneste Ene. Con il successo ottenuto in patria realizza Una volta nella vita. Inizia a questo punto a seguire fedelmente le regole di Dogma con il film Open Hearts. E giunge la distribuzione dei suoi film in Europa e
nel mondo con Non desiderare la donna d’altri (titolo che rimanda a Kieslowski e non solo nel titolo – una storia di due fratelli, uno sbandato e l’altro militare, che dovranno fare i conti con quello che gli prospetta la vita).
E giunge nel 2006 Dopo il matrimonio un film che potrebbe essere definito un melodramma se lo stile del film non si imponesse sulla storia (Un uomo che vive da anni negli slum indiani per aiutare i bambini diseredati viene chiamato in Danimarca da un mecenate per un eventuale finanziamento e scopre che la moglie del ricco uomo d’affari non è altro che la sua antica donna e che la loro figlia, che deve sposarsi in quei giorni, è sua figlia di cui non sapeva l’esistenza).

Questo film non vince l’Oscar (è l’anno de La vita degli altri) ma le dà la possibilità di girare un film negli Stati Uniti: Noi due sconosciuti con Halle Berry e Benicio Del Toro (Una signora borghese, a cui viene ucciso il marito perché ha difeso una donna da un’aggressione deve affrontare il dolore della perdita e decide di accogliere in casa un amico del marito, tossicodipendente. I due instaureranno un rapporto che li migliorerà come persone).
Nel 2010 ha realizzato In un mondo migliore un film che ha ottenuto al Festival di Roma il Gran Premio della Giuria Marc’Aurelio e il Premio del pubblico, ed è candidato, per la Danimarca, al premio Oscar come miglior film straniero.
E’ una radiografia sulla violenza nel mondo e sul condizionamento che crea nei comportamenti umani sia nei luoghi di sofferenza e sfruttamento sia in quei Paesi che risultano il migliore dei mondi possibili. Il film inizia in un campo profughi africano, Anton (un ottimo e misurato Mikael Persbrandt) è un medico che cura come può le vittime civili di una delle tante guerre tribali; vita faticosa ma che all’uomo soddisfa e soprattutto lo tiene lontano da una moglie che ha tradito e che non lo perdona di quella delusione. Passiamo a Londra, dove si svolge il funerale della madre di Christian – un ragazzino che sembra già un uomo, che trattiene le emozioni dentro di sé e sembra non perdonare il padre e il mondo – ed è il ragazzo che tiene la commemorazione funebre. Con il genitore si trasferisce in Danimarca, a casa della nonna.

Nella ennesima scuola in cui va conosce Elias, un coetaneo timido, perseguitato dai compagni più grandi. I due ragazzi diventano amici, ma come è naturale uno comanda e l’altro è sottomesso, insieme diventano complici e si avviano, per situazioni contingenti, verso la violenza e “il male” nonostante abbiano dei genitori colti, civili e presenti. Anton – che va e viene dall’Africa – ritorna ma è costretto dalla moglie a vivere in un’altra casa, ma si vedono spesso perché lui ama i suoi due figli e prova a dare degli insegnamenti di vita soprattutto a Elias il più grande.
In questa Danimarca civile, pulita e tranquilla, alcuni ragazzi sono dei bulli, i docenti degli inadeguati conformisti privi di personalità, alcuni adulti non riescono ad esprimersi e la violenza entra in scena – in modo un po’ didascalico, ma efficace – con un coatto, e naturalmente stupido meccanico, che schiaffeggia Anton davanti ai ragazzini senza motivo e il dottore non reagisce creando un sommovimento emotivo in Christian e Elias che vorrebbero una reazione. Anton convinto del suo atteggiamento cerca di spiegare ai ragazzi che la violenza non serve e che anzi il suo atteggiamento ha messo in evidenza l’inutilità della sopraffazione.
Ma i due ragazzini non sono convinti e decidono di vendicarsi. Ma Anton, ritornato in Africa, si ritrova davanti ad una altra violenza e questa volta in un sussulto di stanchezza non porgerà l’altra guancia. E’ efficace, oltre che interessante, il discorso che la Bier fa sul dolore e lo fa collocandolo in tutte le fasce d’età, in vari ceti sociali e in luoghi lontani tra loro. Sceglie un taglio coinvolgente senza imporre verità e nel discorso sulla violenza sceglie la semplicità del quotidiano minimo e senza clamori. Tuttavia tematiche così “alte” non dovrebbero essere motivate e se lo si vuole per forza non in modo così ‘buonista’ e prevedibile (la morte di una madre crea rancore e odio – il non saper comunicare crea lacerazioni in famiglia – Per sintesi diciamo che lo stesso tema è stato sviluppato in modo più coerente e forte da Haneke con Il nastro Bianco o da von Trier con Dogville senza citare Kubrick e la sua idea sulla violenza).
L’unico cliché che si doveva evitare sono le scene dei bambini africani sorridenti e felici che sembrano una macchia di colore in un film “in bianco e nero”. Infine, come abbiamo già accennato, il finale anche se coerente è un po’ troppo edulcorato.
Sembra che dopo l’analisi lucida, quasi clinica, il finale sia alla happy end: e vissero tutti sereni e contenti.
Il cast di attori è perfetto, bravi e convincenti Mikael Persbrandt (Anton), Trine Dyrholm, (la moglie), Ulrich Thomsen, (il padre di Christian) ma soprattutto – in quanto al loro primo film, i ragazzini Markus Rygaard e William Johnk Nielsen.
Domenico Astuti, da “cinemalia.it”

I bambini ci guardano
Il cinema di Susanne Bier è ben lungi dall’essere pacificato. Ce lo dimostra il suo ultimo lavoro, il duro In un mondo migliore (In a Better World), incentrato sull’universo infantile, sull’amicizia e sui legami familiari. Quanto influenzano il comportamento dei bambini le azioni e l’indifferenza degli adulti? Esiste veramente la crudeltà? Cosa la determina? Come sempre accade nelle sue opere, la volitiva regista danese si pone domande complesse a cui è difficile dare risposta, ma ciò che le interessa veramente non è trovare facili soluzioni, ma scandagliare l’animo umano nella sua complessità realizzando un cinema di persone più che di personaggi, mai banale, mai scontato anche nelle sue imperfezioni. La riflessione sulla contemporaneità viene amplificata dalla scelta di creare un ponte tra Occidente e resto del mondo, nello specifico un non meglio precisato paese africano che ricorda molto il Sudan dei signori della guerra. Tendenza, questa, che prosegue un discorso iniziato nei due precedenti lavori, Non desiderare la donna d’altri e Dopo il matrimonio, in cui India e Afghanistan sono stati usati come doppelgänger dell’Occidente, come filtro di lettura privilegiato per comprendere i drammi della nostra società opulenta e razionale.
Mikael Persbrandt nel dramma In a Better World (Hævnen)Prodotto della tollerante cultura scandinava è Anton, medico missionario che opera in Africa impegnato a salvare le vite di pazienti massacrati dalla guerra civile e a tenere insieme i pezzi di quella che un tempo era la sua famiglia. L’uomo tenta di inculcare l’etica del perdono nel figlio preso di mira dai bulletti della scuola finché quest’ultimo non stringe amicizia con l’ombroso Christian (lo straordinario William Jøhnk Nielsen) che ha da poco perso la madre malata di cancro. Susanne Bier non ha paura di costruire un film a tesi cercando di dimostrare come la violenza primigenia e selvaggia del Terzo Mondo e quella strisciante, ma altrettanto brutale, della civilissima Europa non siano poi così diverse. L’effetto straniante delle scene ambientate in Africa, in cui viene mostrato il lavoro di Anton nella missione, contribuisce ad amplificare il messaggio veicolato dal film risultando, però, a tratti superfluo. In fin dei conti il cuore di In a Better World è racchiuso nell’incisivo corpus danese. Susanne Bier è sintonizzata sulla propria cultura e colpisce duro nel momento in cui dipinge una società apparentemente evoluta, all’interno della quale si annidano insospettabili mine vaganti come il rozzo genitore che si scontra con Anton nel parco giochi.
Trine Dyrholm in una scena del dramma In a Better World (Hævnen)Lo stesso Christian vive un profondo contrasto col solo genitore rimastogli (un dimesso Ulrich Thomsen), un rapporto fatto di rancori inespressi, di incomprensioni, di sospetti e sensi di colpa che deflagra scatendando la tragedia. La Bier è abilissima a costruire un film in cui la tensione parossistica serpeggia fin dalle prime scene usando come fulcro proprio il personaggio di Christan, ma il suo cinema così duro e viscerale non potrebbe fare a meno di un cast capace di affidarsi interamente alla direzione della regista esprimendo l’incredibile gamma di emozioni richieste. Alla straordinaria qualità delle performance corrisponde una regia accurata che non rinuncia a un’estetica gelida e raffinata per narrare il dramma dei personaggi, oggettivandone l’interiorità senza mai cadere nella ridondanza didascalica (bellissime le scene ambientate nella casa delle vacanze in cui Anton passa il suo tempo una volta tornato in Danimarca). Anche stavolta Susanne Bier si dimostra capace di colpire dritto al cuore e, nonostante certe spigolosità del suo lavoro, si candida al palmares romano.
Valentina D’Amico, da “movieplayer.it”

“C’è un velo sottile tra noi e la morte. A volte viene sollevato, e riusciamo a vederla, almeno per un attimo. Poi, con calma, la nostra vita torna normale.”
La morale che Susan Bier ci mette sotto gli occhi è atroce quanto in fondo reale, ma per arrivarci la regista danese fa il giro del mondo in 120 minuti.
La metafora del viaggio in lungo e in largo per il globo non è nemmeno così astratta quanto si potrebbe pensare, infatti i protagonisti toccano e attraversano diversi luoghi, dalla Scandinavia a Londra, fino alla lontana Africa.
E’ proprio nel “continente nero” che si svolge una delle sequenze più toccanti del film; qui, quello stesso medico (interpretato da Mikael Persbrand) così attento ai sentimenti di pace e di equità, non riesce a rimanere lucido di fronte ad una delle più grandi atrocità umane avvenuta proprio sotto i suoi occhi.
In linea generale però il suo ruolo appare esasperato, come se fosse una sorta di messia sceso in terra per salvarci. Ancor meno convincente quello del piccolo Christian, un bambino di circa 10 anni con la freddezza e il cinismo tipico del giustiziere, una sorta di “Punisher” concentrato in meno di un metro e cinquanta di altezza. E’ una specie di proiezione del desiderio di vendetta, o meglio ancora di giustizia, che tutti i bambini vorrebbero vedere incarnata in un supereroe. Con cognizione di causa, in merito esclusivamente analitico, potremmo dire che la funzione di questo baby vendicatore è un compito affidatogli in relazione al suo opposto, quello che abbiamo definito come il messia per un mondo migliore, il medico, nonché padre del suo amico Elias.
Le loro posizioni antitetiche non sono casuali, ma si identificano nell’universale parabola della maturità di un adulto in confronto all’inesperienza di un bambino o un adolescente.
L’immagine del giro del mondo ritorna però un impellente capo d’accusa se si pensa che per arrivare al succo la Bier ha raschiato tutta la scorza, trasformando la pellicola in un percorso ad ostacoli troppo denso di elementi pericolosamente mescolabili alla vera morale del film.
Tuttavia In a Better World procede piuttosto fluidamente, non si inceppa troppo spesso nonostante le tonnellate di materiale costretto ad ingerire ma, sfortunatamente, l’eccessiva densità non si misura soltanto con la scorrevolezza.
Tiziano Costantini, da “filmfilm.it”

In un mondo migliore non si è costretti ad abbassare la testa e a subire i soprusi dei più prepotenti. Ma nel mondo che troppo presto si rivela a Christian e a Elias i genitori si separano e vanno lontani, o muoiono lasciandoti carico di rancore con chi è rimasto. E’ un mondo in cui si diventa adulti troppo presto, imparando a rispondere alla violenza con violenza. A Christian e a Elias non resta che aggrapparsi con forza alla loro amicizia di dodicenni, salire su un tetto e guardare le cose da una differente prospettiva, sentirsi a loro volta cattivi. Il primo insegna la ribellione all’amico goffo e mite, a reagire con rabbia al dolore e a ciò che in un mondo migliore non dovrebbe accadere.
Così Susanne Bier confeziona un film secco e cupo, che però non ha il coraggio di esserlo fino in fondo, regalando un finale consolatorio troppo in contrasto col clima che fin dalle prime sequenze si respira. Passando dall’ospedale nel cuore dell’Africa, dove lavora il padre di Elias, alla fredda Danimarca che circonda l’infanzia spezzata dei due amici, mostra come la violenza cambia lingua e voce, ma parla ovunque.
Susanne Bier sa come raccontare l’elaborazione di un lutto (vedi “Things we lost in the Fire”, distribuito in Italia con l’orrido titolo “Noi due sconosciuti”) e qui ancora narra senza retorica alcuna le lacerazioni della vita. Il film può essere annoverato anche tra quelli che raccontano il passaggio della linea d’ombra, ma è un’ombra che si allarga cupa su chi vuole opporsi al diritto del più forte. Gelido e amaro.
Voto: 7
Gabriella Aguzzi, da “quartopotere.com”

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