Il villaggio di cartone



Una chiesa. Un parroco. Un’impresa di traslochi. La chiesa non serve più e viene svuotata di tutti gli arredi sacri, ivi compreso il grande crocifisso sopra l’altare. Restano solo le panche in uno spazio vuoto. Il vecchio prete sembra non sapersi rassegnare a questa sorte mentre il sacrestano ne prende atto. Ma, di lì a poco, un folto gruppo di clandestini in cerca di rifugio entra nella chiesa e, con panche e cartoni, vi installa un piccolo villaggio. Il sacerdote vede la sua chiesa riprendere vita ma dall’esterno gli uomini della Legge si fanno minacciosi.
Ermanno Olmi aveva dichiarato, nel momento dell’uscita di Centochiodi, che da quel momento si sarebbe dedicato esclusivamente al documentario. Qualcuno o qualcosa (forse questi nostri tempi cupi) lo ha fortunatamente convinto dal desistere dal proposito per poterci donare questa riflessione che ricorda, per intensità e passione politica (nel senso più alto e carico di valore del termine), l’Eliot di “Assassinio nella cattedrale”. Olmi porta sullo schermo l’apparente inutilità della Chiesa. Il suo svuotamento è visto come ineluttabile dal sacrestano pronto a tradire. Ma è proprio da questa spoliazione che il senso di ecclesia può tornare ad acquisire il significato delle origini. A offrirglielo saranno quelli che vengono considerati gli invasori e che agli occhi del mondo stanno occupando un luogo che fu sacro ed ora non può più offrire asilo. Saranno però loro a ridare un valore al fonte battesimale pronto a raccogliere la pioggia che scende dal tetto e, soprattutto, a consentire al vecchio parroco di trovare un senso al Mistero. Quel Mistero sul quale si è trovato a dubitare non ora, nel momento del depauperamento, ma quando la sua chiesa era affollata. Quel Mistero che fa sì che Dio si manifesti attraverso gli occhi di uomini e donne i cui sguardi, quando si incrociano, possono mutarne i destini.
L’uomo di Chiesa senza più una chiesa diviene più forte, più capace di interrogarsi fino a riuscire a comprendere che il Bene è più grande della Fede. È in nome di questo Bene che può opporsi alla stupidità degli uomini di legge, pronti ad obbedire a qualsiasi assurdità, ricordando loro che verrà il giorno in cui saranno giudicati per quanto fanno a questi ultimi privi di difesa. Una difesa che non può venire da un terrorismo che mette sterilmente Dio contro Dio ma solo da una pietas che muti nel profondo il corso di una Storia che, in caso contrario, provvederà autonomamente. Il cinema ha bisogno di autori come Olmi che sappiano mostrarci uno specchio in cui riflettere dubbi e certezze per scalfire pregiudizi e non smettere di interrogarci. Bentornato Maestro!
Di Giancarlo Zappoli, da mymovies.it

La morte fisica di una chiesa raccontata con capillare precisione e un prete vecchio o antico come l’istituzione di cui è rappresentante che si ribella allo stato di cose. Laddove un tempo i fedeli affollavano i banchi di legno ora è silenzio e vuoto, Cristo crocifisso con lo sguardo implorante e impaurito scende dall’alto e si ritrova in terra smarrito tra uomini che non lo accolgono ma lo respingono.
Una chiesa ormai scarna si rifà casa di Dio accogliendo nel suo ventre i nuovi reietti, gli immigrati clandestini respinti da tutti come Cristo al suo avvento sulla terra. Una giovane Madonna nera culla il bimbo avvolto in fasce, un ferito è riposto su un bianco sudario, la prostituta additata come peccatrice accoglie la nuova vita nel suo grembo, tra due giovani nasce l’amore mentre un giovane Cristo colto e barbuto è tradito da un bieco Giuda sacrista.
Tra metafora e riflessione si snoda la vicenda del gruppo di rifugiati e il dramma interiore del prete, ormai al declinare della vita che ripercorre la sua missione sacerdotale e i momenti di dubbi presenti in lui proprio quando la chiesa era affollata mentre ora nel silenzio e nel vuoto la fede si riaffaccia prepotente ed è pronta a collaborare con la ragione rappresentata dal medico ex prigioniero nei campi.
La chiesa ultimo rifugio mentre fuori la Legge tenta di riportare l’ordine e lo status quo, dentro la calma, fuori i rumori di un mondo cattivo. Il prete si accorge dell’importanza del bene, la chiesa svuotata può dare mentre la legge nega e rifiuta, l’unica lezione che la chiesa può dare è il suo essere militante e non istituzione svuotata e solo così può vivere e accompagnare alla vita anche se in decadimento corporale.
Da sottolineare i gesti e gli sguardi di ognuno degli interpreti da quelli noti a quelli presi dalla vita d’ogni giorno secondo un frequente costume del maestro Olmi. Film da guardare per pensare perché è più riflessione che azione e la parola, ridotta al minimo, è lenta e studiata, soppesata. Da non perdere.
Di Francesca Barile, da cinemio.it

Nato per caso (a causa di una caduta del regista costretto a rimanere 70 giorni a letto) il film, ambientato tutto all’interno di una chiesa interamente ricostruita a Bari, è in effetti molto intimistico e riflessivo. Quest’unico luogo, nel quale nel giro di due giorni si sviluppa la storia, sembra voler rappresentare il luogo dell’anima del vecchio prete che, senza una chiesa nella quale officiare il proprio servizio, si ritrova a prendersi cura di questo gruppo di immigrati clandestini.
E’ un luogo di passaggio, quasi di espiazione, che dopo essere stato privato del suo significato primario (una chiesa ormai in disuso) assume quello, forse non meno importante, di luogo di accoglienza. Belli i dialoghi e i monologhi, soprattutto quelli di uno strepitoso Michael Lonsdale nei panni del prete, ma ancora più carichi di significato i silenzi ed i gesti, come quello della prostituta che si prende cura della ragazzina incinta o del fonte battesimale spostato per raccogliere la pioggia che entra dalle fessure.
Con Il villaggio di cartone, il cui titolo deriva dagli alloggi di fortuna preparati nella chiesa dai profughi con manifesti di cartone, Ermanno Olmi ci regala un’intensa riflessione sul Bene e sul Male e sul significato materiale della Fede e della Carità. Da vedere.
Di Antonella Molinaro, da cinemio.it

Dopo 50 anni dal suo debutto, il regista Ermanno Olmi ritorna alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia con un film fuori concorso che ha già innescato una feroce polemica tra gli alti prelati del Vaticano.
“Il Villaggio di cartone”, che arriverà nelle sale il 7 ottobre, è un film sulla fede e sulla cristianità che ha raccolto il plauso della stampa del Lido.
La storia si ambienta in una chiesa sconsacrata in cui si rifugiano degli immigrati che cercano di sopravvivere alla quotidianità, conducendo una parvenza di vita normale. Tutti i simboli ecclesiastici, come la fonte battesimale, vengono spogliati del loro valore sacro per diventare strumento di vita reale e quotidiana.
Con questa pellicola, il regista si sofferma sull’importanza dei simboli religiosi, sulla troppo spesso pomposa struttura ecclesiastica, sulla mancanza della vera riflessione cristiana nella vita di ognuno.
Così il regista, in conferenza stampa, ha spiegato il suo film:
“Se le chiese, le case e noi stessi non ci liberiamo dagli orpelli ritenuti nobili, come possiamo entrare in contatto con gli altri? Saremo solo maschere, uomini di cartone . Cos’è più importante dell’accoglienza? La sacralità dei simboli? Invece di inginocchiarci davanti a simulacri di cartone, inchiniamoci davanti a chi soffre di più. Qualche volta anche io faccio fatica a riconoscerlo, ma è l’unico modo per lodare Dio”.
Le accuse e le critiche del regista non si concentrano solo contro le strutture ecclesiastiche, ma coinvolgono chiunque si professi cristiano. Infatti, il regista ha così aggiunto:
“È facile chiedere come facciamo tutti nei momenti di disperazione: Dio dove sei?. È troppo comodo. Dobbiamo rispondere noi stessi a questo appello. Siamo tutti fratelli. Se riuscissimo oggi a ritrovare questa solidarietà, molti problemi del mondi si risolverebbero!”.
Il Vaticano ed i suoi portavoce ancora non hanno risposto alle accuse del regista, ma sicuramente non tarderanno a reagire alla polemica innescata tra le gondole veneziane.
Da cinema.postificio.com

ERMANNO OLMI e RUTGER HAUER non collaboravano dai tempi de “LA LEGGENDA DEL SANTO BEVITORE”, e questa è una delle ragioni per cui “IL VILLAGGIO DI CARTONE” è una sorta di evento: “Io e Rutger non ci siamo mai lasciati sul piano umano. Quando ero in ospedale ad Asiago voleva venirmi a trovare, nonostante fosse a ottocento chilometri di distanza. E’ un attore straordinario, ma non ha il senso dei chilometri!”. Il regista, insieme a Hauer e MICHAEL LONSDALE, ha presentato il suo ultimo lavoro a Venezia, e ha colto l’occasione per condividere con i giornalisti la sua visione della religione cattolica.
Il film, infatti, si ambienta in una chiesa sconsacrata in cui si rifugiano degli immigrati che la usano per ricostruire una parvenza di vita normale. “Se le chiese, le case e noi stessi non ci liberiamo dagli orpelli ritenuti nobili, come possiamo entrare in contatto con gli altri? Saremo solo maschere, uomini di cartone – afferma Olmi, e rincara la dose – Cos’è più importante dell’accoglienza? La sacralità dei simboli? Invece di inginocchiarci davanti a simulacri di cartone, inchiniamoci davanti a chi soffre di più. Qualche volta anche io faccio fatica a riconoscerlo, ma è l’unico modo per lodare Dio”.
Il segreto per rendere il mondo un posto migliore è dunque il dialogo: “Tra gli immigrati che si vedono nel mio film non ci sono solo santi. C’è un ragazzo che aderisce alle ideologie del terrorismo. Volevo rappresentare l’umanità nella sua varietà e con le sue debolezze, e dire che solamente tramite il dialogo con gli altri possiamo capire chi siamo e cosa ci facciamo in questo mondo”. Un dialogo che dovrebbe basarsi su un concetto molto semplice: “La storia che le religioni ebraica e cristiana raccontano è sempre la stessa, quella della lotta tra bene e male. Per me, Gesù Cristo è stato un grande religioso ebraico e ha continuato a praticare la religione ebraica. Perché dunque è nata questa differenza tra noi, se siamo davvero fratelli in origine? Se trovassimo di nuovo questa continuità molti problemi del mondo si risolverebbero”.
Di Marco Triolo, da film.it

Un anziano prete soffre per lo smantellamento della sua Chiesa. Rimasto solo, una notte si ritrova a soccorrere un clandestino in punto di morte giunto in Italia insieme ad una ventina di compagni.
“Quando la carità è un rischio, quello è il momento della carità”. La religione è un tema caro ad Ermanno Olmi – impossibile dimenticare “La leggenda del santo bevitore” – ma ancora di più lo è il tentativo di una fedele ricostruzione delle situazioni, per le quali le parole sono perlopiù superflue. Quando vinse la Palma d’oro nel 1978 con “L’albero degli zoccoli” volle ricreare la vita contadina di un zona della bergamasca a fine Ottocento; con “Il villaggio di cartone” vuole denunciare la triste realtà delle leggi sull’immigrazione in Italia oggi, senza risultare eccessivamente polemico.
La vicenda ruota attorno alle sensazioni del protagonista, un anziano prete senza più una chiesa dove poter celebrare la messa domenicale, il quale si trova a contatto con un gruppo di clandestini provenienti dall’Africa sfuggiti alla polizia. La scelta di aiutare queste persone è immediata, ma il sagrestano non si trova nella stessa posizione, infatti chiede al prete “Perché lasciate entrare quella gente nella nostra Chiesa?”; il prete, poi, risponde “Perché è una Chiesa”; di nuovo il sagrestano dice “Quella è gente diversa, avere a che fare con loro è un rischio per tutti”. La diatriba risulta significativa, in quanto riassume le due diverse posizioni che gli italiani assumono di fronte al problema immigrazione: c’è chi approva una politica di accoglienza nei confronti dell’altro, c’è chi, invece, preferisce disinteressarsi e accettare le leggi dello Stato oggi in vigore. È interessante confrontare la visione di Olmi su questo tema con quella di Crialese, il cui film “Terraferma” è stato presentato a Venezia: se quest’ultimo ha raccontato la storia di un gruppo di immigrati e di coloro che li salvano, Olmi ha scelto di esporre il tema in maniera più solenne, servendosi di poche frasi apodittiche e ragionando sull’immigrato come persona. Certamente c’è una storia, ma è secondaria rispetto agli sguardi, alle sensazioni, alle espressioni dei personaggi. Olmi possiede il dono di rendere importante un sospiro, una lacrima, una carezza, gesti che raramente assumono un tale significato.
Parallelamente al problema dell’immigrazione, il regista affronta i dubbi del prete nei confronti della religione: “Ho fatto il prete per fare del bene, ma per fare del bene non serve la fede, il bene e più della fede”. La fede è dunque il frutto di un continuo ripensamento, di cui anche i preti stessi sono vittime. Olmi vuole mostrare al suo pubblico l’umanità che caratterizza questi uomini, che si affidano completamente a Dio.
Il titolo del film si riferisce alle tende ideate dai clandestini all’interno della Chiesa smantellata: cartelloni utilizzati per ricordare ai fedeli occasioni di festa divengono sostegni per teli che vengono adagiati sui banconi della Chiesa.
Gli attori protagonisti del film sono molto bravi nel rendere significative le battute scritte da Olmi in sceneggiatura: Michael Lonsdale interpreta l’anziano prete, Rutger Hauer il sagrestano, Alessandro Haber il graduato e Massimo De Francovich il dottore. Un cast internazionale, che permette al film di raggiungere un livello molto alto.
Al termine del film, sullo schermo vengono proiettate queste parole: “o siamo noi a cambiare il corso della storia / o sarà la storia a cambiare noi”, evidente monito di Olmi sul pericolo nel trascurare questo problema.
Di Giulia Bramati, da storiadeifilm.it

I migranti come gli umani, le istituzioni come gli zombie. Non è un horror – almeno, per genere di riferimento: ma la nostra realtà? – ma il nuovo Ermanno Olmi, che fa de Il villaggio di cartone uno dei tanti villaggi alla periferia del villaggio globale. E, insieme, un villaggio protocristiano, che ricorda come il Tempio sia conseguenza necessaria dell’annuncio e della comunità, e non condizione necessaria e sufficiente di una comunità. Al bando, dunque, la reificazione, maledetta l’istituzione: se c’è la comunità, se ci sono le genti, già la loro natura è il Tempio, e il cartone basta e avanza per edificarlo.
Accerchiati, dunque, in una chiesa sfitta di nome (via dagli orpelli, via dalla simonia…) ma non di fatto, i migranti sentono gli elicotteri, vedono le luci blu, avvertono le sagome inquietanti del Sistema, ma sono al sicuro. Perché non c’è più il crocefisso, ma Dio c’è. E c’è il vecchio prete (Michael Lonsdale), che in quella chiesa è nato e cresciuto e ora la vede trasformarsi ne Il villaggio di cartone, il cartone che ripara, scalda l’umanità. “Viceversa, c’è un altro cartone, quello della realtà virtuale, del villaggio globale”, ha detto il maestro Olmi, fresco 80enne, già fuori concorso alla Mostra di Venezia e ora in sala con Michael Lonsdale, il sacrestano delatore Rutger Hauer (che ritrova 23 anni dopo La leggenda del santo bevitore), Alessandro Haber, Massimo De Francovich e tanti migranti.
Migranti clandestini, ma l’accoglienza – sostiene Olmi – non conosce passaporto: l’accoglienza cristiana (ancor prima e più che cattolica), cui piega senza sforzi e con fin troppa generosità illustrativa la cifra poetico-stilistica: immagini pittoriche (Caravaggio, of course) ad alto voltaggio simbolico, il potere alla Parola (al limite del didascalico e dalle parti dell’affabulatorio) e una vigorosa tensione umanista, che tra istituzione e fede non ha dubbi, tra decorare e dire non ha tentennamenti.
Perché il messaggio è fin troppo evidente, ma il regista non se ne cruccia: l’art pour l’art non gli interessa, dalle conversazioni con Magris e Ravasi discende un cinema vantaggiosamente prestato al teatro, un Presepe vivente eterodosso e animato qui e ora, con la materia di cui sono fatti i sogni e gli incubi del fu Bel Paese.
Il villaggio di cartone, dunque, è la possibilità di un’isola, l’isola che – Italia oggi – non c’è: diritto di cittadinanza? No, dovere di umanità, il nostro comune denominatore, senza impronte né epidermiche tavolozze.
Sì, Olmi è umano, troppo umano, il suo Cristo – niccianamente? – pratica di vita, il suo “dobbiamo abbattere le Chiese” un memento di esegesi, perché se il saggio Salomone costruì il Tempio finì per perdersi nell’idolatria, ovvero un’altra declinazione della ricchezza che può divenire “un crimine”. Non bisogna, dunque, avere timore, nemmeno di semplificare la realtà per una supposta e buonista Grazia ricevuta: nel Villaggio non abita il volemose bene, perché la realtà non esce mai di campo, nelle sue disforie e nelle sue – altrove inconfessabili – aporie. Vi immaginate un film “dalla parte giusta” sulla contrapposizione tra noi e loro, noi e i migranti, che lasci spazio alla suggestione terroristica, ovvero a un ragazzo con la cintura esplosiva dei kamikaze?
Qui è possibile, anzi, qui accade, perché l’impegno civile non è militanza armata, non è integrazione – senza se e senza ma – con l’agenda politica alla mano, bensì impegno a dire dell’uomo, senza voli pindarici, senza celare il messaggio, ovvero il Verbo. E pazienza se si rischia il discorso troppo diretto, l’apologo morale, perché la lectio divina non è tradotta in lectio magistralis, bensì in lessico familiare, dialogo comunitario, esperanto spirituale: non la vita come il cinema, ma il cinema come la vita. Perché nella vita non ci sono né migranti né stanziali, ma solo uomini. E sono tutti di passaggio.
Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

VENEZIA – «O cambiamo il senso impresso alla storia o sarà la storia a cambiare noi». Dall’alto dei suoi 80 anni e del ruolo di venerato maestro che gli sta strettissimo («Sono stato un allievo tutta la vita»), Ermanno Olmi ha preferito declinare l’invito di venire al Lido in gara e presenta fuori concorso il suo Il villaggio di cartone (nei cinema dal 7 settembre), un film che non aveva in programma di girare e gli è nato dentro, durante lunghi di forzata inattività seguiti a una caduta. Un apologo morale pacato ma durissimo sul tema dell’accoglienza. Come in Terraferma di Crialese e Cose dell’altro mondo di Paterno, il tema è il rapporto tra noi e i tanti che ci vengono a chiedere aiuto.
LA TRAMA – «Se non apriamo le nostre case, compresa la casa più intima, che è il nostro animo, siamo solo uomini di cartone». La casa che si apre del film (interpretto da Michael Lonsdale, Rutger Hauer, Alessandro Haber, Massimo De Francovich, Elhadji Ibrahima Faye) è una chiesa, ormai dimessa, smontata pezzo dopo pezzo sotto gli occhi dell’anziano parroco, che assiste impotente alla sparizione del Grande crocifisso. Diventerà un centro di accoglienza per un gruppo di disperati, «i veri ornamenti del tempio di Dio». Chissà se tutti in Vaticano apprezzeranno? Il messaggio di Olmi non lascia spazio a dubbi: via i simulacri, dentro gli uomini. «Tutti noi abbiamo bisogno di liberarci dagli orpelli anche nobili, compresa certa cultura che diventa solo un orpello se non ci aiuta a favorire il contatto. Troppo facile inginocchiarci di fronte a un crocifisso: Cristo ha pagato per noi 2000 anni fa, oggi quelli di fronte a cui bisogna inginocchiarsi sono quelli che soffrono, gli immigrati, i senza casa, i ragazzi persi nella droga, gli emarginati». Pietà l’è morta, racconta Olmi. Neanche la carità sta troppo bene. «Ma cosa più esserci di più importante dell’accoglienza? Vorrei ricordare ai cattolici, e io sono tra questi, di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani. Il vero tempio è la comunità umana».
APPREZZAMENTO – Applausi alla proiezione stampa, così come per Crialese e Patierno. I paralleli valgono, s’intende, solo per il tema trattato: ma evidentemente il conflitto tra ciò che impone la legge (qui rappresentato dal personaggio di Haber, il graduato che dice: «Non sono io che faccio le leggi, le faccio solo rispettare») e il sentimento popolare è molto sentito. Per esempio, in barba agli inviti di boicottaggio di Cose dell’altro mondo, lanciati da alcuni leghisti, il film con l’Abatantuono imprenditore che invoca la sparizione degli immigrati dagli schermi della sua tv, è risultato l’incasso italiano più alto del weekend.
MAGRIS E MONTANELLI – Serafico e disponibile come sempre, Olmi scherza su sé stesso («Tengo la cuffia anche se non ho bisogno di traduzione simultanea, ma sono un po’ sordo»), e con l’attore Rutger Hauer che ritrova quindici anni dopo La leggenda del santo bevitore («Sul piano umano non ci siamo mai lasciati, lui voleva venirmi a trovare quando ero bloccato a letto, voleva venire per vedermi mezz’ora anche se era a 800 km di distanza». È un attore straordinario, ma non ha il senso dei chilometri, d’altronde si sa, arriva da altri mondi»). Per Il villaggio di cartone ha avuto il supporto delle considerazioni di Claudio Magris che l’ha accompagnato al Lido («Quello di Ermanno è un elogio del dubbio»). E non manca un riferimento ad Indro Montanelli, citato nelle note di regia di Olmi: «L’unica grande rivoluzione avvenuta nel nostro mondo occidentale è quella di Cristo il quale dette all’uomo la consapevolezza del Bene e del Male, e quindi il senso del peccato e del rimorso. In confronto a questa tutte le altre rivoluzioni – compresa quella francese e quella russa – fanno ridere».
Di Stefania Ulivi, da cinema-tv.corriere.it

Presentato fuori concorso alla 68° Mostra del cinema di Venezia, Il villaggio di cartone è l’ultima opera di Ermanno Olmi, e forse il suo testamento cinematografico, tanto è la forza e la determinazione con cui sono espressi, ma viene da dire “urlati” i temi canonici della poetica del regista bergamasco, già autore di Centochiodi o la Palma d’oro a Cannes nel 1978 L’albero degli zoccoli.
La pellicola racconta di un parroco di una chiesa dismessa, dalla quale nelle scene iniziali vengono prelevati tutti gli oggetti sacri, il crocefisso, il tabernacolo, i quadri, le luminarie. Il prete è duramente messo alla prova da questo momento difficile, e l’arrivo di un gruppo di rifugiati clandestini africani che si accampa nell’edificio per sfuggire alle retate delle forze dell’ordine sarà occasione per un bilancio della sua vita e la confessione delle sue debolezze.
Girato in un unico luogo, con chiara impostazione teatrale nella gestione degli spazi, nell’illuminazione degli ambienti e nella recitazione degli attori, tra cui moltissimi non protagonisti, come è tradizione per il regista, il film presenta delle scene di grande suggestione. Un esempio molto importante è la lunga scena iniziale della spoliazione della chiesa, che sembra davvero una violenza compiuta contro un corpo inerme, che non può difendersi: attraverso un sapiente uso del montaggio e con delle luci nette e ben indirizzate, nonché con le musiche sacre di Sofia Gubaidulina, Olmi trasmette tutta la tristezza e lo sconforto del prete.
Impostato poi come una serie di dialoghi teatraleggianti, i temi del film emergono con una prepotenza e una serietà che lasciano intendere quanto stiano a cuore all’autore, rendendo forse la pellicola il suo testamento. L’appello per un ritorno al cristianesimo delle origini, di povertà, amore per gli umili e i poveri si incrocia con il tormento del protagonista riguardo al silenzio di Dio e alla necessità della fede per realizzare il Bene nel mondo dell’uomo. Il dialogo tra l’uomo di fede e il medico non è allora tanto il classico scontro tra ateismo-ragione e religiosità-fede ma un dibattito interno a ogni anima, impossibilitata a sapere se ha scelto la strada giusta per la propria vita.
Similmente a Terraferma il tema dell’accoglienza degli immigrati clandestini esula dal contesto politico ma è diretta emanazione di uno sdegno e di una giusta ribellione contro un’umanità che sembra aver perso la propria ragion d’essere.
Di Alessio Cappuccio, da spettacoli.blogosfere.it

La navata di una Chiesa si spoglia di tutti i suoi simboli sacri: i quadri antichi, le statue dei santi, i candelabri. Poi un lungo braccio meccanico si solleva verso la cuspide sopra l’altare, stacca il grande Crocifisso e lo cala a terra come uno sconfitto. Allo stesso modo si sente il vecchio Prete, che senza più dimora né fedeli si chiede: “che farò qui da solo?”. Le prime scene de “Il villaggio di cartone”, ultimo film di Ermanno Olmi già passato alla 68ma Mostra del Cinema di Venezia e ora nelle sale in 80 copie con 01, ci portano in un’atmosfera desolata, quasi mistica, che vede in una Chiesa sconsacrata il simbolo di una fede vuota, senza più ragione d’essere. Eppure solo adesso, al cospetto delle pareti nude, il religioso avverte una sacralità nuova che prima non aveva mai percepito. A fargliela scoprire un manipolo di disperati: immigrati clandestini sopravvissuti al naufragio di una carretta che, per sfuggire alle Forze dell’Ordine, si rifugiano tra quelle quattro mura.
Sempre meno portatore del “cattolicesimo istituzionalizzato” e sempre più “cristiano” nel senso evangelico del termine, l’ottantenne Olmi non smette di stupire. Questa volta lo fa con una storia che non solo critica la decadenza del mondo occidentale, ma punta il dito contro tutti i cattolici (e la Chiesa), colpevoli di aver perso il senso vero della cristianità. Finalmente libero dagli orpelli di una religione vetusta, il Prete (Michael Lonsdale) si apre all’altro, allo straniero, e così facendo riscopre la carità più autentica. “Ho fatto il prete per fare del bene – dice nel bel mezzo di una crisi – ma per fare il bene non serve la fede. Il bene è più della fede”. Al posto dei simboli sacri arrivano i rifugi improvvisati (le scatole di cartone) e l’umanità bisognosa, in una Chiesa che diventa vera Casa di Dio. Gli immigrati, giustamente, non sono tutti santi: c’è la ragazza madre che ha appena partorito, la donna con il coltello in tasca, il ragazzo pieno di speranze e l’aspirante terrorista pronto a farsi esplodere. Ogni rappresentante di questa umanità, compresi il Prete demotivato, il sacrestano falso (Rutger Hauer) e l’irremovibile portavoce della legge (Alessandro Haber), è comunque libero di decidere tra il Bene e il Male.
In un film dove ogni personaggio è un simbolo, ogni dialogo un pensiero dell’autore, non si può non lodare la profondità di un contenuto oggi più che mai attuale. Qualcuno ha lamentato lo stile retorico e antiquato, con immagini così cariche di simbolismi da sembrare irreali: tutto vero e però il messaggio finale è così alto e necessario, che le imperfezioni passano facilmente in secondo piano. Un esempio su tutti è l’immagine iniziale del Crocifisso rimosso dalla Chiesa, spiegata dal regista con queste parole: “è troppo facile e ambiguo affermare il valore di un simbolo, il simbolo deve rinviare alla realtà di carne per avere valore. Al Cristo il vecchio Prete dice di non riuscire a provare pietà per lui, perché è troppo lontano. Ecco, invece di inginocchiarci davanti ai simulacri di cartapesta, dovremmo inginocchiarci davanti alle persone vere, gli immigrati che soffrono. E’ solo questo il modo di lodare Dio”.
“Il villaggio di cartone” è una toccante parabola umanistica e Olmi si riconferma un grande maestro di storie e contenuti: al di là degli errori di fattura, ancora una volta ci ha saputo ricordare che il cinema è sì intrattenimento ma anche (e nel suo caso soprattutto) portatore di una missione morale e civile.
Di Marialuisa Di Simone, da rbcasting.com

Un parroco disilluso accoglie in una chiesa centinaia di immigrati clandestini, i quali costruiscono un vero e proprio villaggio con dei cartoni all’interno della chiesa che viene smantellata e privata di ogni cosa sotto gli occhi increduli del parroco.
Ermanno Olmi con Il villaggio di cartone mira chiaramente a un recupero della fede e dei suoi valori, scagliandosi contro l’istituzione della Chiesa che si allontana progressivamente dal messaggio di cui si fa portatrice. Emblematica la scena in cui un braccio meccanico strappa il crocifisso, lasciando l’altare vuoto, spoglio: in quell’istante il parroco avverte la necessità di una ricostruzione, come se quei muri, privati dei loro simboli, rivelassero una nuova sacralità, una forza rinnovata. Così la Chiesa ritorna alle sue origini, si fa nuovamente “casa di Dio”: un rifugio per i derelitti, gli invisibili della società, i dimenticati. Probabilmente l’eccessivo simbolismo appesantisce un’opera che comunque si rivela al di sotto delle aspettative e che, per quanto potrà essere discussa, non è sicuramente memorabile.
Il maestro Olmi, ha rinunciato al concorso, lasciando lo spazio ai cineasti più giovani: del resto la sua è una carriera coronata di successi, non ultimo un Leone d’Oro alla Carriera consegnatagli al Lido tre anni fa. Il villaggio di cartone è nato per una ragione molto più semplice di quelle ipotizzate dai critici: per due mesi il regista si è trovato immobilizzato a letto per colpa di una caduta, e per sopravvivere alla convalescenza ha pensato a questo film.
Di Cristina Locuratolo, da doppioschermo.it

Ieri alla 68esima Mostra del Cinema di Venezia è stata la giornata di Ermanno Olmi, tra i grandissimi registi del panorama italiano, il quale ha portato il suo film fuori concorso Il villaggio di cartone, una pellicola forte sul tema dell’ immigrazione e dell’ accoglienza cristiana; forti e dure sono state anche le sue dichiarazioni in proposito.
Il villaggio di cartone è stato molto apprezzato ed ha ricevuto una accoglienza calorosa corredata da applausi e commozione: si narra la storia di un vecchio prete che dà ricovero ad un gruppo di extracomunitari in una chiesa sconsacrata a cui toglie ogni arredo, ogni orpello religioso; Ermanno Olmi, tramite gli interpreti Michael Lonsdale, Rutger Hauer e Alessandro Haber, invita a riflettere sull’ accoglienza e la solidarietà agli sventurati, sulla sofferenza, sui pregiudizi e sulla stessa esistenza di Dio.
In conferenza stampa Ermanno Olmi ha fatto dichiarazioni davvero forti e polemiche, molto dure nei confronti della Chiesa e dei cattolici (lui è credente comunque), ma anche realistiche sui migranti, l’ accoglienza, l’ umanità ed i simboli come scudi superficiali; dichiarazioni che vi riportiamo senza commentarle e cercando di essere il più completi possibile:
“E’ troppo facile e ambiguo affermare il valore di un simbolo, che deve rinviare alla realtà di carne per avere valore. Di fronte a un Cristo di cartone tutti si genuflettono: inginocchiamoci invece davanti a coloro che soffrono. Cristo ha pagato due millenni fa. E’ troppo comodo inginocchiarci davanti a un simulacro… Non è un film realistico, semmai un apologo nel quale ogni presenza ha un suo valore preciso… Il ragazzo decide di accettare l’atto violento come un dovere per non dialogare con l’altro. Ma solo dal confronto e dal dia­logo con gli altri possiamo davvero capire chi siamo… Essere migranti non vuol dire essere santi: gli immigrati rappresentano l’umanità nella sua diversità, il corpo con sue debolezze, la mente con le sue confusioni… Vorrei suggerire ai cattolici, e io sono tra questi di ricordarsi più spesso di essere anche cristiani. Il vero tempio è la comunità umana. Dobbiamo liberarci dagli orpelli, altrimenti siamo maschere, uomini di cartone… L’unica vera grande rivoluzione avvenuta nel nostro mondo occidentale è quella di Cristo, il quale dette all’uomo la consapevolezza del Bene e del Male e quindi il senso del peccato e del rimorso. In confronto a questa tutte le altre rivoluzioni, compresa quella francese e russa, fanno ridere… La vera fede è quando il peso dei nostri dubbi è superiore a quello delle nostre convin­zioni. In tanti momenti difficili ho chiesto a Dio dove fosse, ma la risposta dobbiamo trovarla noi stessi ».
Di Christian Citton da cinema-tv.guidone.it

Forse è rimasto solo Ermanno Olmi a provocare negli spettatori pause di silenzio commosso, inquieto; perché il senso della fede è ormai raro e sentirsene improvvisamente toccati, credenti e miscredenti, comunica, anche solo con un film, commozione, ma anche disagio. Dice il regista: «Suggerirei a tanti ferventi cattolici, soprattutto a quelli che si dichiarano tali in politica, di ricordarsi di essere prima di tutto cristiani».
Lo volevano in concorso, il suo Il villaggio di cartone, ma «mi sembrava assurdo, tocca ai giovani confrontarsi, farsi conoscere: gli ottantenni come me hanno già dato, al massimo possono dare qualche suggerimento a chi lo chiede». Del resto, Olmi ha già avuto un Leone alla carriera nel 2008, e nel 1988 il Leone d’Oro per La leggenda del santo bevitore, che non poté ritirare perché ammalato, protagonista Rutger Hauer; che assieme a Michael Lonsdale, Alessandro Haber, Massimo De Francovich e 25 africani, fa vivere questo nuovo film definito dall’autore “un apologo”.
Una chiesa viene spogliata di tutti i suoi arredi perché non serve più. Ma la chiesa rivive, invasa da un gruppo di clandestini che cercano un rifugio; si forma una specie di presepe contemporaneo, con la natività, la fuga in Egitto, certi re Magi non tutti raccomandabili. «Questo film l’ho molto meditato, nei 70 giorni in cui ho dovuto stare immobile a letto in seguito a una caduta: e ho capito che c’è una sola cosa da fare oggi: cambiare, cambiare il mondo, certo, ma prima di tutto noi stessi. C’è in giro troppo disagio, ci sono troppe differenze, troppa vergogna, troppe cose inutili. Così come stiamo vivendo adesso, anche dentro di noi, si precipita solo in un baratro, a meno che già non sia accaduto».
Il cambiamento può venire da cosa e da chi? «Dal senso di giustizia, dal rispetto dell’altro, dal ritorno necessario all’onestà. Stiamo vivendo in un mondo di cartone. È di cartone il potere, lo sono gli uomini di potere, lo è la finta giustizia, la ricchezza, l’economia: basta un po’ di umidità e il cartone si scioglie, come si sta sciogliendo in questi ultimi tempi tutto ciò che sembrava indistruttibile. Non ne resterà niente se non ce ne spogliamo, come la chiesa del film, se non apriamo gli occhi sugli altri, i meno fortunati. Siamo circondati da uomini che si credevano importanti, e invece oggi sappiamo che sono di cartone, destinati a scomparire. Sono disperati, soli, io penso che il premier sia il più disperato, il più solo di tutti».
Per un cristiano come lei, qual è oggi l’impegno necessario? «La carità, è la storia che lo chiede: se non saremo noi a cambiare la storia, sarà lei a cambiarci». Nel film il prete capisce che quando la carità è un rischio, quello è il suo momento: ed è per questo che accoglie i disperati, contro la legge. I clandestini si disperdono, pagano per raggiungere altri Paesi, c’è chi decide di darsi alla violenza. Chi tra loro si salverà? «Quello che decide di tornare in Africa con il suo bambino: là può esserci un futuro, qui, se non cambiamo, non ci sarà né per loro, né per noi».
Di Natalia Aspesi, da trovacinema.repubblica.it

Quasi mistiche le prime scene de “Il villaggio di cartone”, ultimo film di Ermanno Olmi – già presentato alla 68a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia – e da poco anche nelle sale ferraresi.
Ci introducono al doloroso ineffabile di una chiesa sconsacrata, in fase di demolizione, simbolo e tangibilità di una fede ridotta forse a un solo ‘guscio’ vuoto. Il suo ‘gestore’ è un vecchio parroco, un magnifico Michael Lonsdale, visto un anno fa ne Gli uomini di Dio di Xavier Beauvois (ideale continuità e contiguità di ruoli?). Nella pellicola Lonsdale è coadiuvato da due quasi irriconoscibili Rutger Hauer ed Alessandro Haber.
Il sacerdote pare avvertire, per una prima epifanica volta, la sua ragion d’essere, la sua più profonda religiosità di essere umano, prima che di sacerdote, pastore di anime, all’arrivo di persone bisognose davvero d’aiuto, extracomunitari sull’orlo della disperazione.
Un’autentica lezione di Cristianesimo, dunque, allo stato puro, questa dell’ultimo ottantenne Olmi, maestro di sempre, maestro di vita e di cinema, senza età, per sempre.
Di Maria Cristina Nascosi, da estense.com

Poco dopo l’uscita di Centochiodi Ermanno Olmi (1931) aveva dichiarato che quello sarebbe stato il suo ultimo film e che aveva deciso di ritornare all’amato mondo del documentario. Le negatività politiche, sociali e culturali subentrate nella situazione del paese l’hanno convinto della necessità di cambiare avviso e rimettersi dietro la macchina da presa per raccontare storie di ampio valore metaforico.
Tale è Il villaggio di cartone. Un vecchio prete, parroco di una chiesa sconsacrata, perché non serve più, aspetta malinconicamente di morire portandosi dietro dubbi e domande senza risposta che l’hanno tormentato anche quando i fedeli accorrevano numerosi alla messa. In una notte di tempesta, mentre da fuori giungono rumori di guerra, un gruppo di africani entra nell’edificio vuoto e v’improvvisa una tendopoli, appunto un villaggio di cartone. Il sacerdote li accoglie e aiuta sin che può contro ottusi rappresentanti della legge e le trame di altri africani, pronti a sfruttare i loro compagni più sfortunati. Il tutto sino alla partenza della maggioranza dei migranti verso la Francia, un nuovo viaggio della speranza dall’esito quanto mai incerto, e la decisione di un piccolo gruppo di ritornare a casa perché: laggiù l’Africa vive, mentre in Europa muore. Il regista inserisce nel film molti elementi dell’iconografia cattolica – la natività, con il piccolo nero che nasce sotto la croce, Giuda che tradisce i propri simili, la violenza del mondo e la disperazione dei giusti – ma lo fa senza caricare nessun elemento di soverchi dati ideologici. Sembra quasi di assistere a un presepio, una Sacra Rappresentazione popolare non inquinata da forzature mercantili. Il discorso è chiaro e mira alla necessità di un recupero dei valori fondamentali della religione e al riscatto della fede dalle contaminazioni mondane perché fare il bene è più importante dell’aver fede. E’ un film a tesi, a tratti quasi ingenuo ma vigoroso nella perorazione morale. E’ una grande lezione di vita, prima ancora che di cinema, da un maestro schivo e tenace.
Di Umberto Rossi, da cinemaeteatro.com

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