Il ragazzo con la bicicletta

Il film più dolce, luminoso e cinico dei Dardenne ci conduce ad una riflessione sull’incapacità dei bambini di essere tali, di sognare e godere del risultato dei propri desideri.
Il ragazzo con la bicicletta

Un dodicenne, i suoi capelli rossi, la sua maglietta rossa. È sicuramente il film più dolce, luminoso e, al contempo, cinico dei due fratelli belgi, una pellicola che si impone in tutta la sua onestà, già a partire dall’umiltà di un titolo che rimanda alla tradizione del buon realismo di matrice poetica, all’interno del quale gli oggetti, la scenografia urbana, le cose assurgono al ruolo di co-protagonisti indiscusse di una storia che non nasconde evidenti caratteristiche di fiaba contemporanea.

Cyril, interpretato con sorprendente spontaneità dal giovanissimo Thomas Doret, è un adolescente ossessionato dal desiderio di ritrovare il padre che lo ha lasciato in un istituto di accoglienza per l’infanzia. La frustrazione provata dall’abbandono e la rabbiosa ostinazione della sua ricerca accompagnano il protagonista all’incontro con Samantha (Cécile De France), la quale accetta di tenerlo con sé durante i fine settimana e del cui affetto ha un bisogno disperato.

Il grande calderone – all’interno del quale macerano, a fuoco lento e delicato, tutti gli umori del film – rivela un’inedita tensione da parte degli autori a costruire la narrazione nelle logiche di una trama realistico-fiabesca, «con dei cattivi che fanno perdere al bambino le sue illusioni e Samantha che appare un po’ come una fata. A un certo punto ci era perfino venuto in mente di intitolarlo Conte deco notre temps (Una favola dei nostri tempi)».

Le gamin au velo gioca con burattini e intrecci contorti di fili che sollecitano un’interpretazione decisamente pessimistica del reale, attraverso una visione quasi post-moderna della celeberrima favola toscana di Collodi, laddove il premuroso e tenero Geppetto si trasforma in un giovane padre spaventato e irresponsabile, affetto da una forte idiosincrasia rivolta al proprio ruolo paterno che mina e ostacola ogni gesto d’amore e affetto per il figlio.

Dopo La promesse, Le fils e L’enfant i fratelli Dardenne ritornano a percorrere la complessa indagine dell’attuale rapporto genitori-figli, in un clima di disorientamento generale delle classi genitrici, reduci a loro volta da relazioni critiche e violente che rivelano una forma di inadeguatezza e alienazione rispetto al convenzionale ruolo educativo. Cyril è in preda all’ansia paranoica nella ricerca di un padre assente, nell’alternanza scoraggiante e commuovente tra situazioni di stasi e attesa – emblematica a tal proposito è l’inquadratura con la quale il film esordisce: una cornetta telefonica appoggiata all’orecchio del bambino che aspetta impaziente la risposta del genitore scomparso – e momenti di delirante corsa sottolineati dai tipici pedinamenti della macchina da presa dei Dardenne, che si affanna nel tentativo di mantenere a fuoco l’ottica cinematografica inumana, estremamente destabilizzata dall’esplosione di umanità, dinamismo e verità dei soggetti ripresi. La fuga del protagonista è una delle chiavi poetiche di questa storia, in un vortice di ossessione e desiderio d’affetto, continuamente mortificato dalla brutalità della struttura algida che lo ingabbia e la precarietà dei rapporti interpersonali che conducono spesso alla necessità di trovare scappatoie, risoluzioni anarchiche e violente. La bicicletta è, allora, lo strumento prediletto della corsa verso la libertà, nell’esercizio ludico del pedalare, del muoversi in direzione di qualcosa di ignoto e non prestabilito. Con la stessa drammatica smania di correre finalmente verso il mare, che Antoine Doinel ci racconta alla fine di Les quatre cents coups, Cyril inforca la sua bicicletta in una delle scene più lunghe e toccanti del film, pedalando verso casa di Samantha dopo aver aggredito il proprietario di una stazione di servizio e il figlio di poco più grande di lui. Una quarantina di secondi in cui l’occhio dello spettatore è costretto a seguire il moto frenetico del protagonista, in un’inquadratura depurata da scelte fotografiche virtuosistiche e priva di accompagnamenti musicali (complessivamente parsimoniosi e minimali nel resto del film) che rischierebbero di contaminare l’autenticità del realismo dei suoni: lo sforzo, gli ingranaggi, le ruote, i pedali, la strada.

Le gamin au velo è un’opera complessa che si mantiene sul precario equilibrio stabilito da elementi di un dolce e saturo universo favolistico e frammenti trasposti da una cruda realtà fatta di vessazioni a danno della generazione dei figli, i padri del futuro, costretti a crescere in fretta, ad abbandonare l’esercizio dell’illusione e a difendersi mordendo con l’ostinazione impressionante di un cane feroce. Cyril viene, non a caso, ribattezzato con l’appellativo di “pitbull” e stupisce, con un certo disagio, una delle sue affermazioni all’interno del film:«io non sogno mai».

La lucida e delicata interpretazione dei Dardenne ci conduce ad una riflessione mirata che privilegia l’attenzione rivolta all’incapacità dei bambini di essere tali, di sognare e godere del risultato dei propri desideri. I loro “figli” sono piccoli mostri costretti a combattere a pugni serrati per non farsi derubare dei propri ricordi, oggetti, per difendere un territorio che diviene sempre più precario, uno spazio che gli è stato tolto dall’indifferenza di generazioni in preda alla depressione e all’egoismo più bieco. Una forma di meschinità universale e confusa, sostenuta da un’impotenza di carattere ontologico – l’incapacità di essere uomo, così come di essere adolescente – un garbuglio identitario senza soluzione che ci riporta alla ribellione delle micro-società con Zero in condotta, attenuato, a tratti, dal “respiro caldo” e dalla generosità di persone pure e candide, come il personaggio che la brava Cécile De France interpreta in questo film.
Marco Pellegrino, da “doppioschermo.it”

Se Il matrimonio di Lorna tradiva già una tendenza a smussare la tumultuosa concitazione dei precedenti film dei fratelli Dardenne, Il ragazzo con la bicicletta, Gran Premio della Giuria a Cannes, prosegue la traiettoria iniziata rischiarando ulteriormente i toni e sviluppandosi attorno a un nucleo fiabesco comprendente la perdita dell’innocenza da parte del giovane protagonista e una figura femminile in funzione di fata ad aiutarlo nel percorso di affrancamento dalla violenza che lo tiene in prigionia. Girato d’estate (fatto inedito per i fratelli valloni) in territorio belga (a Seraing, location dardenniana per eccellenza), Le gamin au vélo trae partito dall’ambientazione stagionale per avvolgere la vicenda di Cyril (l’esordiente Thomas Doret) e Samantha (Cécile de France debitamente dardennizzata) in una luminosità propizia all’affacciarsi di una dolcezza mai connotata come compassione e a un’empatia spogliata dai cliché del sentimentalismo.

Prosciugata dalle giustificazioni psicologiche, la dinamica dell’apertura si dispiega all’insegna della gratuità: non è dato sapere perché Samantha prenda a cuore Cyril fino al punto di preferirlo, messa di fronte a un aut aut dal compagno, alla propria vita sentimentale. È bene che le motivazioni intime restino inesplicate: l’atto del darsi all’altro, proprio come faceva Lorna nel film precedente, mantiene tutta la sua forza liberatoria solo se scevro da sovrastrutture moralistiche e ideologiche. Incontaminata e incondizionata, la generosità di Samantha confina con la grazia: un investimento diretto opposto allo sfuggente egoismo del padre di Cyril (Jérémie Renier), le cui motivazioni, al contrario e paradigmaticamente, possiedono una schiacciante logica monetaria. Ancora una volta, non diversamente da Le silence de Lorna, economia e offerta di sé si danno battaglia nel cuore della contemporaneità, disegnando una parabola radicata nel centro dell’Europa ma potenzialmente universale e senza tempo.

L’urto tra Cyril e la realtà non ha nulla di scontato o protettivo: il suo innocente bisogno di affetto lo spinge verso vicoli ciechi (la ricerca del padre) o strade pericolose (la complicità con Wes) con la stessa perentorietà con cui lo spinge a inseguire Samantha per chiederle di prenderlo con sé nei fine settimana. Così, tra una città ciclabile lastricata di passato e presente, un bosco irto di tentazioni e violenze e una stazione di servizio a fare da snodo dell’intreccio, Le gamin au vélo pedina l’irrequieto zigzagare di Cyril con radiosa limpidezza e scioltezza visiva. E, pur non rinunciando a improvvise sassate, i Dardenne accompagnano il percorso di crescita del ragazzino con misurati inserti musicali che ne scandiscono le tappe (le quattro occorrenze di musica over si situano tutte a cavallo tra un’inquadratura e un’altra) e apportano un senso di momentanea distensione (“Abbiamo pensato che, in alcuni momenti, la musica avrebbe potuto avere la funzione di una specie di carezza tranquillizzante per Cyril”).
Alessandro Baratti
Voto: 7.5
da “spietati.it”

Cyril ha dodici anni, una bicicletta e un padre insensibile che non lo vuole più. ‘Parcheggiato’ in un centro di accoglienza per l’infanzia e affidato alle cure dei suoi assistenti, Cyril non ci sta e ostinato ingaggia una battaglia personale contro il mondo e contro quel genitore immaturo che ha provato ‘a darlo via’ insieme alla sua bicicletta. Durante l’ennesima fuga incontra e ‘sceglie’ per sé Samantha, una parrucchiera dolce e sensibile che accetta di occuparsi di lui nel fine settimana. La convivenza non sarà facile, Cyril fa a botte con i coetanei, si fa reclutare da un bullo del quartiere, finisce nei guai con la legge e ferisce nel cuore e al braccio Samantha. Ma in sella alla bicicletta e a colpi di pedali Cyril (ri)troverà la strada di casa.
Dalla prima inquadratura il piccolo protagonista de Il ragazzo con la bicicletta infila quella precisa traiettoria che seguivano prima di lui l’adolescente di La promesse, la Rosetta del film omonimo, il padre falegname de Il figlio e ancora il giovane disorientato de L’Enfant. Dentro a una corsa possibile verso una soluzione che arriverà, i Dardenne rinnovano l’interesse per l’infanzia incompresa, che tiene testa e non si assoggetta al mondo degli adulti, fronteggiandolo con improvvise fughe e un linguaggio impudente. Di nuovo è la fragile pesantezza dell’essere, che condizionava (già) le azioni dei protagonisti precedenti, il centro del film. Dopo il tentativo di rinnovamento formale e prospettico del loro cinema (Il matrimonio di Lorna), i fratelli belgi ritrovano la cinetica e un personaggio che avanza negli spazi attraversati e nel proprio destino. Come nel Matrimonio di Lorna sarà l’irruzione di un improvviso atto d’amore a travolgere, fino ad annullare, l’indifferenza di un padre colpevole di abbandono e dello sbandamento emotivo del figlio.
Thomas Doret incarna con lirismo lo spirito gaio e selvaggio dei mistons di Truffaut, di cui riproduce i comportamenti anarchici e antiautoritari negli esterni e in mancanza di interni domestici e familiari adeguati. Cyril, figlio ripudiato con gli anni in tasca, resiste a muso duro al vuoto affettivo che lo circonda, pedalando dentro e attraverso la paura, intestardendosi nel silenzio o facendo il diavolo a quattro. Il reale per il fanciullo è sempre in agguato ma ad esso si oppone ‘aggrappandosi’ e stringendosi forte a una figura femminile bella e raggiungibile come una mamma. Cécile de France, sopravvissuta allo tsunami di Clint Eastwood, è il volto e il corpo che Cyril vuole per sé, la figura materna che pretende e a cui si concede. La loro relazione procede per tentativi ed errori, come ogni processo di apprendimento, producendo una passeggiata a due ruote di grande forza espressiva e creativa. Una promenade che risana lo scarto dell’essere stati generati senza essere stati appropriatamente allevati, ma prima ancora desiderati. Samantha e il suo negozio di coiffeur diventano allora l’ancora di salvezza e il riscatto sociale per quel ‘ragazzo selvaggio’, sempre fiero, sempre contro. Se come sosteneva Luigi Comencini mettersi al livello dell’infanzia è l’unico modo per liberarla, i Dardenne accreditano e ribadiscono la sua affermazione, accompagnando la corsa di Cyril verso una raggiunta consapevolezza e un nuovo elemento: l’amore.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Chi ha scritto che questo film è una fiaba non ha visto gli altri film dei due fratelli belga. Chi ha scritto che il personaggio di Cecile De France (la donna che si occupa del bambino protagonista) è una fata madrina che lo accompagna non ha capito niente del cinema. Capita anche questo.
Il ragazzo con la bicicletta è un film dei Dardenne al 100% (nonostante un po’ di musica classica a fare da score, un finale meno tragico del solito e una fotografia leggermente più patinata), in cui si esprime di nuovo e alla grande la loro poetica di piccoli individui (solitamente bambini o con problemi legati ai bambini) schiacciati da una società che sembra indifferente, non li aiuta e spesso si mette di traverso. E si ritrova di nuovo quello stile asciutto e dalla mano forte che ha influenzato gli ultimi 10 anni di cinema europeo e che rappresenta sicuramente la forma più pura di linguaggio filmico possibile oggi. Cinema che va dritto al punto della questione usando un racconto ma non dandogli mai importanza. Un’idea di cinema che crea una visione di mondo talmente forte che si potrebbero levare delle scene (anche cruciali) o aggiungerne altre e il risultato sarebbe il medesimo.
Stavolta però, contrariamente a quanto capitato nei primi quattro film del duo, la storia si dipana in maniera più omogenea, senza quelle impennate d’azione e sentimento in precedenza relegate agli ultimi minuti. La storia di questo bambino che non si arrende al fatto che il padre non voglia più vederlo è narrata lungo tutti gli 89 minuti con la medesima intensità e il medesimo furore. Furore del bambino stesso che, rispetto ai protagonisti dei passati film dei fratelli, mostra una grinta e una tempra fuori dal comune.
Non siamo di fronte ai soliti uomini e donne agiti dal destino, incapaci più di tanto di prendere le redini della propria vita, avendo un obiettivo forte da perseguire, ma più vicini alla Lorna del loro penultimo film.
Cambiando gli addendi non cambia però il risultato. Se in passato l’essere sballottati da una vita che sembra riservare solo amarezze o costringere a decisioni terribili, era un modo per lasciar uscire la profonda umanità dai volti inespressivi dei personaggi, stavolta il suo opposto, cioè la furia del bambino protagonista, la sua corsa costante in tutte le direzioni, sempre in fuga da qualcosa è lo stesso un modo per raccontare un sentimentalismo esasperato.
In più la risoluzione finale, clamorosa considerando la filmografia Dardenne, ha una forza e quasi un valore, simili a quella del finale di Ordet.
Gabriele Niola, da “badtaste.it”

inferni urbani non lascia spazio alla musica: né le melodie angeliche dei Maestri né le canzonette leggere distraggono l’umanità abbruttita dalla miseria materiale ed etica rappresentata nei loro film. Dio allora tace, avvilito, privo di speranze: gli uomini hanno scommesso su di lui, ma lui non scommette più sulla loro bontà e sulla possibilità di un loro riscatto.
In Le gamin au vélo, mentre il dodicenne Cyril (Thomas Doret) spinge con rabbia la sua bicicletta per la vie di una cittadina belga, Dio invece parla e non una volta sola: si ode l’inizio del quinto concerto per piano di Beethoven, ma è un istante, poi la breve frase svanisce per ripresentarsi ancora a intermittenza. Arte e bellezza aprono squarci inaspettati sull’esistenza di un bene invisibile e immateriale, forse di origine divina, e sulla presenza di una realtà morale oltre le apparenze scommettono ostinatamente i protagonisti della pellicola degli autori belgi.
«Perché mi hai voluto con te?», chiede perplesso Cyril, il ragazzino abbandonato dal padre in un istituto, a Samantha (Cécile de France), la parrucchiera disposta ad accoglierlo durante i fine settimana; «Non lo so» è la risposta di lei. Né l’uno né l’altra sanno dare un nome all’impulso etico che li domina: avvertono però confusamente in sé la prossimità a un altrove, non soggetto alle leggi della società, ma comprendono che il contatto con esso è precluso a chi, fatta l’esperienza del male, non sa andare oltre.
Il destino del piccolo Cyril sarebbe segnato in una vita ridotta a mera lotta per la sopravvivenza, nella quale il forte domina e il debole soccombe: rifiutato dal padre, sedotto da uno spacciatore, non avrebbe storia, se non ci fosse la bicicletta recuperata a salvarlo. La bicicletta è lo strumento della liberazione morale, specularmene a come nel capolavoro di De Sica, a cui significativamente il titolo allude, era la possibilità negata di un affrancamento dalla miseria materiale: lì la bici veniva rubata, qui viene venduta dal padre, ricomprata da Samantha, poi sottratta a Cyril da un teppista e infine ripresa definitivamente.
Egli pedala con tutta l’energia che un corpo magro di dodicenne gli consente: cosa gli dà la forza di rialzarsi in piedi dopo le violenze morali e fisiche subite? La certezza che quaggiù nel nostro buio mondo arrivi almeno il riverbero dell’armonia delle sfere celesti, la scommessa di Dio sulla bontà degli uomini.
Augusto Leone, da “cine-zone.it”

I fratelli Dardenne si ripresentano a Cannes, dove hanno già spopolato vincendo la Palma d’oro con Rosetta nel 1999 e con L’enfant nel 2005, con una pellicola commovente che pone al centro della trama la storia di un adolescente lasciato solo, incompreso e annebbiato dalla rabbia. Presente in tutte le inquadrature del film, Cyril ha un attaccamento viscerale verso la sua bicicletta, simbolo del legame indissolubile che ha ancora con il padre. “Abbandonata” da quest’ultimo, proprio come il figlio, la due ruote diventa allora un prolungamento di Cyril, un’altra parte di sé. Il ragazzo è cocciuto e, a tratti, questo suo atteggiamento è irritante, anche se comprensibile; pur essendo stato ripudiato, non si rende conto dell’indifferenza del genitore, a cui perdona ogni cosa e in cui ripone grande fiducia. La sua vita è violenta e lui stesso è un fascio di nervi, che riuscirà a placarsi e tranquillizzarsi solo grazie all’aiuto di un altro essere umano, Samantha, che rappresenta tanto una figura materna quanto la famiglia che Cyril non ha mai avuto.
Il film è incentrato principalmente sul ragazzo e sulle relazioni che instaura con i suoi coetanei e con gli adulti. Girato in stile quasi neorealistico, si può notare come la macchina da presa insegua, pedini l’adolescente sul suo mezzo di trasporto, con cui percorre principalmente i tre ambienti fondamentali per lo svolgimento delle vicende: la città, rappresentazione del passato con il padre e del presente con Samantha, il bosco, dove facilmente entra in contatto con quei giovani delinquenti che potrebbero portarlo definitivamente sulla cattiva strada, e la stazione di servizio, luogo di passaggio dove l’intreccio si sviluppa a più riprese. In un breve lasso di tempo – si può ipotizzare che la storia si svolga nell’arco dei tre mesi estivi – Cyril cambia radicalmente il suo rapporto con l’esterno e soprattutto con la sua tutrice. Inizialmente, Samantha è vista come l’occasione per il ragazzo di ritrovare il padre, mentre successivamente diventerà una fonte infinita di affetto.
La riuscita della pellicola è anche figlia della bravura degli attori, che trovano in Cécile de France la più ispirata. L’attrice belga riesce a imprimere nel personaggio una bontà e una dolcezza mai stucchevoli, in linea con il ruolo di Samantha che dona a Cyril un bene di cui ignoriamo completamente le motivazioni: lo dà e basta, in modo totale e incondizionato. Thomas Doret – al debutto sul grande schermo – riesce a interpretare con convinzione questo ragazzino arrabbiato col mondo, sfuggente e perennemente in fuga. Dietro quel viso sempre imbronciato e quei silenzi prolungati, si nasconde un bambino che ne ha viste tante e che è in costante ricerca dell’amore. Non potevano mancare all’appello, gli attori-feticcio dei Dardenne, Olivier Gourmet e Jérémie Renier. E se Gourmet, apparendo solo un attimo, quasi non si nota, a Renier è affidata la parte del padre di Cyril, un personaggio indifferente e fragile che non viene caratterizzato dalla sceneggiatura. L’intento è di non dare troppo spazio visivo a questo genitore negligente e assente, che viene pertanto lasciato sullo sfondo della narrazione, nonostante sia sempre nei pensieri di Cyril.
Il ragazzo con la bicicletta è un film acre e difficile che, come i precedenti lavori dei fratelli belgi, ritorna a indagare un’infanzia incompresa e violenta. Cyril è costantemente attorniato da un vuoto affettivo che lo induce ad avere atteggiamenti aggressivi e un linguaggio impudente, e Samantha sarà la sua ancora di salvezza, colei che riuscirà a fargli scoprire un nuovo aspetto della vita: l’amore.
Andrea Ussia, da “persinsala.it”

Cyril, dodicenne belga abbandonato dal padre in un orfanotrofio, è ossessionato dal ritrovare il genitore, che ha cambiato casa e telefono vendendo anche la bicicletta del figlio. Ottiene di essere affidato nei week end a una parrucchiera, Samantha, e insieme a lei riesce a rintracciare il padre, che lo tratta bruscamente e fa mostra di non volerlo intorno. La rabbia per il nuovo abbandono, non placata dal ritrovamento della propria bicicletta, lo avvicina pericolosamente a cattive compagnie…

Il cinema dei fratelli Dardenne può essere definito “realismo agghiacciante”. Non tanto per la rarefazione delle vicende o per una presunta freddezza della messinscena, quanto perché le storie che i cineasti belgi raccontano da 15 anni partono da un assunto reale, perfino banale se si vuole, per allargarsi verso un universalismo che mostra la difficoltà dei rapporti sociali, il disperato bisogno di affetto dei giovani e la mancanza di eticità della società occidentale.
E’ forse per questo motivo che fanno da sempre man bassa di premi a un festival come quello di Cannes, da sempre attento alle loro tematiche. I loro lavori però non sono assimilabili alla categoria, semplicistica ma efficace, dei “film da festival”, cioè quelle opere che hanno un senso se proiettate in sale colme di addetti ai lavori ma che oggettivamente faticano a trovare un pubblico: in maniera sotterranea, invece, essi hanno un fascino disturbante che avvicina anziché allontanare, riuscendo a commuovere ed emozionare per la forza delle tematiche e la straordinaria capacità di direzione degli attori.
Il ragazzo con la bicicletta prosegue nella falsariga della loro poetica, e per questo motivo potrebbe essere etichettato, non del tutto a torto, come film quasi manieristico. Lo salvano l’incredibile aderenza al ruolo del giovane Thomas Doret nel ruolo principale e della splendida Cecile De France in quello di Samantha, un uso sapiente (e, per una volta, inedito) delle musiche e un epilogo che somiglia a un lieto fine ma potrebbe essere l’inizio di un incubo. I dialoghi, precisi anche se funzionali al dipanarsi della vicenda, hanno l’astrattezza di una conversazione fra buoni vicini, e gli scenari mostrano desolanti interni piccolo borghesi e assolate strade sovraesposte.
Tutto ciò che ci si aspetta dai Dardenne è presente, eppure non annoia né infastidisce. Non è un film solo per fan, anche se indubbiamente bisogna essere pronti ad atmosfere plumbee per amare questo tipo di cinema. Che, peraltro, dimostra come sia essenziale, per costruire piccoli capolavori in sequenza, avere una storia da raccontare e sapere come farlo. Facile a dirsi, ma le cartucce troppo spesso vengno usate alla peggio; i due fratelli Dardenne, invece, come Eastwood (che fa un cinema agli antipodi, ma tutto sommato debitore dello stesso desiderio di realismo), non sbagliano un colpo, e sarebbe riduttivo un giudizio comparativo con i loro film precedenti. Basti sapere che anche quest’opera è un colpo al cuore. Più sfumato, forse, ma non per questo meno duro e accattivante. Da vedere.
Davide Verazzani, da “nouvellevague.eu”

Il tema dell’infanzia abbandonata, sfruttata e calpestata rappresenta uno dei fili conduttori di questo 64esimo Festival di Cannes. Un importante tassello è fornito dal nuovo film dei fratelli Dardenne, Il ragazzo con la bicicletta, dove il duo belga, amatissimo sulla Croisette, presenta in questa edizione la storia di un tredicenne che, rinnegato dal padre, cerca di ricostruire a modo suo una rete di affetti.
Protagonisti l’esordiente Thomas Doret nei panni di Cyril, che offre un’interpretazione intensa e verosimile, aiutato da Cécile de France nella parte di Samantha, una parrucchiera che per prima offre aiuto al giovane; e infine alcuni volti cari ai Dardenne: Jérémie Renier, Fabrizio Rongione e Olivier Gourmet.
La pellicola, diretta con il classico stile semi documentaristico tipico dei registi, apporta però in questa occasione un elemento tecnico di novità, ovvero la musica, mai presente nei passati lavori del duo. La ragione, come hanno spiegato gli stessi Dardenne, sta nel fatto che il film va visto come un viaggio, anche di natura emotiva, e l’elemento musicale rappresenta un modo per attenuare la rabbia e la voglia di ribellione verso la società espressa da Cyril. Raccontare la storia di questo ragazzo rappresenta per i Dardenne anche il modo di tornare a riflettere sul rapporto che lega l’individuo e le sue esigenze con la struttura sociale, che spesso è un muro invalicabile che crea incomprensioni e impedisce alle persone di ricevere un reale sostegno.
Così Cyril, che giustamente non accetta la scelta del padre di lasciarlo in affidamento a una struttura pubblica, cerca disperatamente un appiglio legandosi ad amicizie sbagliate, che lo porteranno a compiere azioni illegali pur di trovare quell’affetto che pensava fosse naturale dal genitore. Sarà però la perseveranza di Samantha, che non rinuncia ad aiutarlo anche quando lui la ferisce con un coltello, a portarlo sulla strada giusta ma, quando tutto sembra mettersi per verso giusto il destino, elemento aleatorio impossibile da controllare e prevedere, rischia di rimettere in gioco il futuro del ragazzo. I Dardenne confermano per l’ennesima volta il loro straordinario talento, dimostrando con storie che non cadono mai nel manicheismo una capacità unica di esplorare l’animo umano.
Giorgio Lazzari, da “nonsolocinema.com”

Il ragazzo de La Promesse, diventato (a fatica) padre ne L’enfant e uscito dal carcere, ricade nello stesso errore, abbandonando nuovamente il figlio. E’ come se, in altri, termini, attraverso il corpo ‘onnipresente’ di Renier, i Dardenne stessero raccontando un’unica storia che si ricompone film dopo film. Quasi Renier fosse il loro Jean-Pierre Leaud/Antoine Doinel, chiamato a crescere (senza genitori, se non adottivi) e a sbagliare sullo schermo, ma quasi standone a margine, mentre in primo piano continuano a farsi i quattrocento colpi
le gamin au veloC’è una ferita evidente che attraversa il cinema dei fratelli Dardenne da La promesse in poi. Ed è la frattura che si è prodotta in profondità nel rapporto tra i padri e i figli. Che siano ragioni sociali, storiche, individuali, poco importa, ma quel che conta è che questa frattura non è mai un conflitto generazionale, quanto uno scontro inevitabile di solitudini, che produce tradimenti, abbandoni, perdoni difficili. Come se i figli fossero chiamati a scontare con la rabbia e la fatica le colpe dei padri. Le gamin au vélo non fa eccezione, iscrivendosi proprio in questa linea ‘familiare’. Cyril è un dodicenne, ostinatamente alla ricerca del padre, scomparso dopo averlo affidato ‘provvisoriamente’ a un centro d’accoglienza per ragazzi, e della sua bicicletta, un regalo venduto chissà a chi. All’inseguimento delle sue ossessioni, Cyril s’imbatte in Samantha, una parrucchiera che mostra una preoccupazione sincera per il ragazzo e che accetta di tenerlo a casa sua durante i fine settimana. Ma la costruzione di un amore, come cantava qualcuno, è qualcosa di estremamente complicato. Ecco, come sempre. E il fatto che il padre sia qui interpretato ancora una volta da Jérémie Renier conferma ancor più l’impressione di trovarsi di fronte a un unico film. Il ragazzo de La Promesse, diventato (a fatica) padre neL’enfant e uscito dal carcere, ricade nello stesso errore, abbandonando nuovamente il figlio. Forse perché segnato anch’egli da catene e colpe familiari, da cui era stato costretto a fuggire. E’ come se, in altri, termini, attraverso il corpo ‘onnipresente’ di Renier, i Dardenne stessero raccontando un’unica storia che si ricompone film dopo film. Quasi Renier fosse il loro Jean-Pierre Leaud/Antoine Doinel, chiamato a crescere (senza genitori, se non adottivi) e a sbagliare sullo schermo, ma quasi standone a margine, mentre in primo piano continuano a farsi i quattrocento colpi. E’ dunque Renier il corpo specchio in cui si riflettono tutti i protagonisti, di ieri e di oggi, e in cui incarnare l’anima di un cinema votato a raccontare proprio lo ‘sviluppo’ e il cambiamento, cioè il momento fondamentale di passaggio in cui si sfida la propria originaria solitudine e natura imperfetta, per aprirsi all’altro. Perché, alla fine, nel cinema mai consolatorio dei Dardenne, la speranza di una pace riconquistata è sempre irrinunciabile. Ma se tutto questo si pone a conferma di un percorso poetico coerente, è pur vero che Le gamin au vélo testimonia un cambiamento sempre più evidente dello stile dei Dardenne. Certo, c’è ancora l’attenzione spasmodica per i corpi degli attori, alla ricerca delle fisicità ribelle, disperata e liberatoria dei personaggi (e il piccolo Thomas Doret nei panni di Cyril in questo senso è davvero straordinario, riuscendo a coinvolgere anche Cécile De France con la sua furia indomabile). Ma tra la macchina da presa e i corpi passa sempre più aria, molta di più che ne Il matrimonio di Lorna. Perché i Dardenne non hanno più bisogno di far sentire il loro respiro, il loro fiato sul collo dei personaggi, il peso (e magari la consolazione) della loro presenza. E in tutta quest’aria, riescono a far scorrere velocemente tutta una gamma di sensazioni e di toni, che fino ad oggi avevano preferito tenere a distanza, nella loro radicalità, alla lunga insostenibile. Un senso di libertà e leggerezza. Come una corsa in bicicletta.
Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

Anche nel 2011 i fratelli Dardenne tornano in concorso al Festival di Cannes con questo nuovo loro film.
Jean-Pierre e Luc Dardenne sono di quei registi la cui cifra autoriale è non solo immediatamente riconoscibile, ma talmente forte da diventare quasi un limite a sé stessa.
In altre parole: difficile che un film dei fratelli belgi possa spiazzare o sorprendere, né tantomeno conquistare nuove fette di pubblico al di fuori dal gruppo dei loro pur numerosi estimatori.
E la loro ultima fatica, Il ragazzo con bicicletta non sfugge a questa regola.
Con la consueta cifra stilistica improntata ad un taglio pseudo-documentaristico, e invece chiaramente frutto di una grande costruzione formale, i Dardenne raccontano l’ennesima storia disgraziata e tragica della loro carriera: quella di un 11enne ossessionato da un padre (la madre non è dato sapere che fine abbia fatto) che non lo vuole, e che trova il modo di uscire dal’’istituto che lo ospita grazie ad un giovane parrucchiera che lo adotta. Inutile dire che la vita del ragazzino sarà tutt’altro che facile, tra incontri traumatici con il padre, cristi isteriche, rabbia non repressa, l’amicizia pericolosa con un delinquentello della città dove abita.
L’intento dei Dardenne è chiaro: raccontare la parabola di un ragazzo irrequieto e instabile, che attraverso l’amore disinteressato della donna interpretata da Cecile de France trova un nuovo equilibrio e una serenità inaspettata. Altrettanto chiaro, ovvero prevedibile, è però anche il percorso a tappe forzate compiuto all’interno del film dal giovane protagonista, la sua scadenzata mutazione interiore.
Perché la programmaticità teorica ed estetica dei Dardenne rende piuttosto meccanico il procedere degli eventi, annullando il possibile effetto sorpresa da un lato e creando fitro emozionale dall’altro.
Pur cadendo spesso nelle trappole identificative del loro stile – quelle del ricatto morale, del ritratto di personaggi resi sciocchi e irritanti dall’ottusità, della loro personalissima tecnica di spettacolarizzazione del dolore (in questo caso attraverso alcune fastidiose e studiate evidenziature musicali) – ai registi belgi va riconosciuto comunque di aver tentato di un approccio meno catastrofico del solito alla storia e ai personaggi, e di essersi comunque tenuti abbastanza lontani dalle vette negative dell’irritantissimo L’enfant.
Il ragazzo con bicicletta si concede persino un finale ambiguo ma non del tutto privo di ottimismo: per quando il mood generale del film possa legittimare anche chiusure apocalittiche.
E sembra di vederli, i Dardenne, sorriso sulle labbra, consapevoli di quanto la loro personale retorica riuscirà anche in questo caso a far breccia nel cuore dei fan. Degli altri, sembra sentirli pensare, chi se ne importa.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Il cinema dei fratelli Dardenne, Luc e Jean Pierre, si caratterizza da sempre per lo stile asciutto e raffinato con cui elaborano contenuti e forme, uno stile che si concretizza nella rappresentazione sul grande schermo di storie grandi e piccole, aventi per protagonisti personaggi comuni che vivono le ingiustizie della vita e del mondo.
La loro è una cinematografia dura, tagliente, asciutta, dal punto di vista narrativo e formale, quasi documentaristica,che indaga le zone d’ombra più recondite della realtà contemporanea.
Il loro umanesimo-sociale di denuncia che, per certi versi, li accumuna ai britannici Ken Loach e Mike Leigh, li porta a rivolgere lo sguardo verso le classi sociali più deboli, poveri ed emarginati, del Belgio, e soprattutto verso i minori che vivono in un ambiente privo di stimoli adeguati, in un mondo di degrado sociale, povertà, disoccupazione, sfruttamento, delinquenza.
In ” Il ragazzo con la bicicletta” (recentissimo Gran Prix della Giuria al Festival di Cannes 2011, dove hanno già vinto due Palme d’oro con “Rosetta” nel 1999 e con “L’enfant” nel 2005), l’idea di base delle loro opere viene addolcita da una atmosfera nuova, come se nella storia facesse capolino uno spiraglio di luce nuova e un tratto leggero di ottimismo.
La vicenda che raccontano si svolge nei soliti luoghi della Vallonia proletaria, e si incentra su un adolescente di dodici anni, fragile e arrabbiato, Cyril, (interpretato dal giovanissimo Thomas Doret, scelto al primo giorno di casting dai due registi, colpiti dall’espressione dei suoi occhi) per essere stato abbandonato dal padre in un centro di accoglienza per l’infanzia per fuggire dalle responsabilità paterne e dalle faticose incombenze di crescere un figlio, dopo la morte della nonna (la madre non si sa chi sia, nè viene mai evocata).
Cyril è fragile, arrabbiato e scontroso ed ha paura di amare perchè teme di affezionarsi e di soffrire ancora… Cyril ha due soli amori, la sua felpa rossa e una bicicletta con cui corre nel vento, lontano da quell’istituto in cui è stato rinchiuso, in cerca di quel padre assente e lontano, incapace di dargli regole e protezione.
Quando Cyril conosce una giovane parrucchiera, Samantha (una bravissima Cécile de France), dopo una iniziale resistenza, accetta di essere ospitato da lei nei fine settimana, ma solo per poter allontanarsi da quell’istituto e nella speranza di convincerla a mettersi insieme a lui nella ricerca del genitore.
Lo trova, cuoco in un bistrot di periferia, ed è ancora peggio, perchè il padre, (interpretato dall’attore feticcio dei Dardenne, Jérémie Renier, che è cresciuto con loro, e che per loro ha fatto il figlio in “Le Promesse”, prima di fare il padre in questo film) gli fa subito capire che non ha nessuna intenzione di sconvolgersi la vita per prendersi cura di lui.
Se ne prende cura, invece, la dolce Samantha, anche quando il compagno le dà l’out-out: scegli, o lui o me; anche quando si troverà costretta a calmare la sua rabbia, a bloccare le sue mani autolesionistiche, a salvarlo da un piccolo delinquente della zona che vuole addestrarlo allo spaccio e al crimine. Anche quando si vedrà costretta a comprendere e condividere le ragioni di un suo atto criminoso contro un altro padre e un altro figlio.
Una storia molto semplice, che si scontra con la realtà molto dura di un’infanzia difficile alle prese con l’abbandono.
Questo porta il ragazzino a sviluppare angosce prestazionali, disturbi dell’emotività e fobie sociali, che si concretizzano, per esempio, nell’ossessività con cui protegge la sua bicicletta (ultimo tenue legame con il genitore), o con le folli pedalate attraverso la città per sfinirsi e dimenticare il dolore della propria solitudine.
Emblematico, a questo proposito, è il modo con cui i Dardenne fanno incontrare Cyril e Samantha.
Ciò avviene un giorno, durante un tentativo riuscito di fuga di Cyril dall’Istituto(uno dei tanti), mentre viene inseguito da due educatori, quando, nel tentativo di sfuggire loro, si aggrappa ad una passante, strattonandola e facendola cadere a terra.
Quella passante è Samantha, la donna che da quell’incontro vedrà la sua vita sconvolta, ma che, a sua volta, cambierà in meglio la vita del ragazzo.
Ebbene, quell’abbraccio è un po’ il simbolo di tutto il film: è un bisogno disperato d’aiuto, è la ricerca di un po’ di calore umano. Perchè sarà proprio quell’abbraccio che alla fine riuscirà a restituire a Cyril la leggerezza lieve di un sorriso.
Ancora un film sui ragazzi difficili, dunque, per i cineasti belgi, il cui sguardo, da sempre, si sofferma su vicende che mettono in gioco il difficile rapporto tra il mondo degli adolescenti e quello degli adulti. Ma quello sguardo non è mai (non è stato mai) freddo e distante; è uno sguardo che misura il grado di miseria umana presente nella nostra dorata modernità. Uno sguardo che accompagna con compassionevole partecipazione ogni singola inquadratura, patisce con i propri personaggi e li segue nella presa di coscienza della propria identità, sia nella ribellione che nel pentimento e nel riconoscimento dell’altro.
“Il ragazzo con la bicicletta” più che la storia di un figlio è la ricognizione sul più doloroso dei rifiuti: il rifiuto ad essere amato, a cui un figlio non riesce mai a rassegnarsi.
Un figlio rifiutato dall’ignava immaturità di adulti che adulti non sono, irrequieto e turbato dalla rabbia che si porta dentro e che spesso sfocia nella violenza (pitbull lo chiamano i suoi amici sbagliati, per l’abitudine di mordere durante le liti).
Un ragazzino sempre in fuga sulla sua bicicletta che rincorre la voglia di una vita normale e un amore dal quale scappa. E l’immagine di questo bambino che torna a casa da Samantha dopo l’ultimo, straziante negarsi del padre, dopo aver percorso strade sbagliate, aver sofferto paure profonde, aver inseguito bisogni ancestrali, è un colpo al cuore che si affievolisce solo quando, alla fine, il volto nervoso del piccolo Cyril si illumina di un triste sorriso. Che triste non è grazie all’amore di un essere umano.
Il giovanissimo Thomas Doret è la vera sorpresa di questa ultima fatica dei fratelli Dardenne perchè riesce con bravura a prestare il suo volto e i suoi gesti ad un personaggio difficile e complesso, un ragazzino inquieto e turbato da dolori inespressi, in perenne corsa da se stesso e dal mondo.
Così come Cecil de France (vista recentemente nel film di Clint Eastwood, “Hereafter”) riesce a dare spessore al personaggio di una donna combattuta ma molto decisa e risoluta, consapevole delle difficoltà che deriveranno dal suo rapporto con il ragazzino.
Come accennato, “Il ragazzo con la bicicletta” resta fedele alle tematiche autoriali dei fratelli Dardenne, ed anche le scene forti e violente, che qui non mancano, non sono mai urlate od ossessive.
Inoltre, nel cinema dei Dardenne è sempre vivido il rapporto con gli oggetti (qui esplicitato con l’ossessività con cui Cyril protegge la sua bicicletta, che evoca la più famosa bicicletta del cinema italiano, quella con cui De Sica chiariva l’imprescindibile legame tra adulto e bambino) e, soprattutto con le dinamiche che intercorrono tra padre/figlio.
Le uniche differenze che si riscontrano con le pellicole precedenti dei cineasti belgi risiedono nella scelta di una prospettiva meno cupa, in una fotografia più vivida e luminosa di colori e nell’uso, per la prima volta, di un accenno di colonna sonora con l’utilizzo di un brevissimo, rarefatto brano di musica classica, che accompagna Cyril nelle sue corse a perdifiato, quasi a sottolineare un’emozione improvvisa o un turbamento struggente.
E nonostante il tema non sia certamente tra i più leggeri, “Il ragazzo con la bicicletta” non presenta momenti melensi nè gesti che potrebbero sfiorare il melodramma, anzi scivola via dolce e malinconico, e potrebbe segnare una svolta nel modo di vedere e fare cinema dei fratelli Dardenne.
da “filmscoop.it”

Rispetto alle opere precedenti dei due fratelli valloni, grandi innovatori del cinema contemporaneo che tuttavia sembravano giunti a un punto senza ritorno della loro brillante carriera, “Il ragazzo con la bicicletta” fa registrare almeno una manciata di sottili, importanti novità. In un ambiente come mai illuminato, nel contesto di una sceneggiatura ben più articolata di quanto i Dardenne ci avessero abituati nei loro precedenti, zavattiniani script, la vicenda che si dipana vede protagonista unico un bambino, quasi mai abbandonato dalla macchina da presa, al centro di un percorso di formazione e riabilitazione al viver civile. Rispetto al dodicenne Cyril, i coetanei, gli adolescenti e gli adulti (tra cui la parrucchiera Samantha, secondo personaggio per importanza interpretato – è un’altra novità – da un volto noto, quello di Cécile De France), che il Nostro incontra costituiscono la personificazione delle tappe di tale percorso, senza giungere mai a rubargli la scena.
Ciò che colpisce di Cyril è il carattere pestifero, l’abitudine alla menzogna sempre e comunque, il non obbedire ai comandi se non per un’utilità: recuperare la sua bici, o ancor più incontrare suo padre. È anzi la costante ricerca di un rapporto genitore-figlio da ritrovare (i difficili rapporti tra uomini o donne di mezza età e la rispettiva prole sono cruciali nella filmografia degli autori) a segnare la prima parte della pellicola (si noti infatti come una delle rare volte in cui il bambino non è inquadrato la mdp isoli il padre e la potenziale madre Samantha). In una scrittura che circoscrive il presente, insistendo sulle azioni del momento volutamente a scapito del passato e di molti aspetti della vita dei personaggi (la madre di Cyril non c’è più, ma di lei e del modo in cui è scomparsa sappiamo poco o nulla; sui rapporti di coppia vecchi e nuovi intrattenuti da Samantha e sui motivi per cui accetta l’affidamento del bambino il film glissa alquanto), risaltano quali valori aggiunti l’incanalamento dei lati positivi del Cyril teppistello – l’intraprendenza, la grinta, l’ostinazione con cui spinge sui pedali della bicicletta – nei condotti delle buone maniere, e il ribaltamento dei ruoli tra “buoni” e “cattivi” operato nel finale in nome non di un facile colpo di teatro, ma di una puntuale analisi sociologica, attuata allargando lo sguardo alle circostanze che spingono a prendere decisioni delicate, e al contesto socio-culturale in cui i personaggi si muovono.
Per la palpabile tensione costante, senza cedimenti, e la drammaticità di eventi e condizione dei protagonisti, è difficile sposare la tesi della “fiaba”, ammessa ma al contempo negata dagli autori stessi*. Ciò che accomuna la parabola di Cyril a quella di un classico eroe dickensiano o collodiano sono le tappe formative, costellate di ostacoli e antagonisti, da cui il fanciullo è costretto a transitare, e che il Nostro supera in via definitiva solo quando è finalmente libero da gabbie dorate o opprimenti prigioni: fuori dall’istituto minorile, scaricato dal padre, insofferente alla parrucchiera, tradito dal – diciamo – padre-padrone della baby gang, costretto a subire la ritorsione delle sue ex-vittime, il Cyril che ritroviamo è un “adulto” che ha scelto, non subìto, la convivenza di Samantha, la donna che gli ha strappato i primi sorrisi e l’ha introdotto al senso civico. Anche gli autori lo inquadrano da più lontano, autenticamente libero da costrizioni, parte della società in cui è inserito. In una parola familiare al cinema dei Dardenne, redento.

*”Potrebbe anche essere una favola: il bambino che cerca il padre, il bosco dove si perde, l’incontro con il cattivo, la salvezza con la fata buona. Lo stesso Cyril è un po’ un Pinocchio. Deve attraversare delle prove attraverso le quali perde tutte le sue illusioni fino a diventare saggio. Ma per noi è soprattutto un incontro felice tra una donna e un ragazzino, una storia d’amore che non avevamo mai raccontato”.

Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Parafrasando Brecht e la sua elegia del 1924… ‘ Ci sono autori che fanno un gran bei film e sono bravi, altri che dirigono più di un film notevole e sono più bravi, ci sono quelli dirigono vari capolavori e sono ancora più bravi, però ci sono quelli non sbaglino nessun film: essi sono gli indispensabili.
Ecco, tra le alcune decine di autori che ci risultano indispensabili ci sono i fratelli Dardenne.
Con un’idea di Cinema molto precisa, con dei tratti stilistici personali e assolutamente scarnificati: come dei chirurghi che usano un bisturi e penetrano la realtà in maniera coerente, limpida, anche dolorosa e a volte senza alcuna concessione verso la remissione dei peccati di noi umani occidentali.
Ci hanno abituati a film girati con la macchina a mano e con dialoghi minimi, oltre a una colonna sonora a volte assente. Più vicini a maestri come Robert Bresson che a Carl Theodor Dreyer. Dal sentire emotivo più vicini a noi italiani che non i vari Lars Von Trier o Michael Haneke. Di esperienza documentaristica ( hanno iniziato con “Le chant du rossignol “ – 1978, l’ultimo è stato “Gigi, Monica… et Bianca “ – 1997 ), hanno debuttato nel 1987 con “ Falsch “, ma hanno raggiunto la notorietà con “ La promesse “ ( 1996 ) e poi con film anche di successo come “ Rosetta “ ( 1999 ), “ L’enfant “ ( 2005 ) e ” Il matrimonio di Lorna “ ( 2008 ): film che raccontano storie di marginali, migranti, proletari che si muovono nell’opulente Occidente che ha perso umanità e dignità.
In questi giorni nelle sale esce il loro ultimo film “ Il ragazzo con la bicicletta “ appena premiato a Cannes con il Gran Prix in ex equo. Un film in discontinuità con i precedenti, perché anche se la storia continua ad essere senza remissione e senza ‘ buonismi ‘, si respira un’aria nuova, meno soffocante, fatta di speranza e con un finale originale e dall’esito positivo.
Il vero e unico protagonista è un ragazzetto di dodici anni ( un ottimo Thomas Doret ), vive in un centro d’infanzia abbandonata e ogni tanto riesce a vedere il suo amato papà. Ma questo padre è inadeguato, forse cinico, con molti problemi economici e quando decide di abbandonare la casa e tutto il resto preferisce non comunicare al figlio dove si è andato a stablire.
Per il piccolo Cyril è troppo, non crede a quello che gli hanno detto i sorveglianti del centro e allora scappa e va dal padre e insiste fino a che non gli fanno vedere l’appartamento vuoto e abbandonato.
E’ un momento terribile per il ragazzino ma anche ‘ fortunato ‘ perché casualmente conosce una giovane parrucchiera, Samantha ( un brava e credibilissima Cécile de France ) che decide di aiutarlo; lo ospita in casa nei fine settimana e lo aiuta a trovare il padre oltre a dargli un po’ d’affetto. Ma l’incontro col padre, civile ma freddo fa capire al ragazzino che non può più fare affidamento del genitore, un uomo così egoista da non volerlo vedere più perché gli crea qualche senso di colpa.
Il rapporto che si instaura tra Cyril e Samantha è semplice e privo di introspezioni psicologiche dichiarate; anche se questo rapporto conflittuale porta la donna a lasciare il suo uomo che le dà un ultimatum, stanco di passare il tempo a cercare il piccolo che scappa sempre. Ma l’evoluzione della storia non è semplice, Cyril diviene amico di una piccola gang di quartiere e rimane affascinato dal capo, un ragazzo ventenne che lo spinge a compiere un furto. Sembra che tutto vada per il peggio, arriva la polizia e… con un finale a sorpresa, scritto alla perfezione, i fratelli Dardenne cambiano rotta inserendo un finale positivo che illumina la vita di Cyril.
Un film scritto con un’abilità e una sincerità spiazzante, privo di pause o tempi inutili, uno script che si dovrebbe studiare nelle scuole di cinema. Diretto al meglio, senza fronzoli e senza mai far sentire la mdp, che come tutto il resto è al servizio della storia. Il film alla fine – nonostante alcuni momenti senza concessioni allo ‘ spettacolo ‘ – risulta sensibile, tenero e delicato. Assolutamente empatico, non cade mai nel rischio melodramma o nel disagio gratuito. Forse la quasi inesistenza della colonna sonora ( ci sono solo tre brevi passaggi della Quinta di Beethoven, forse non essenziali ) rende ancora meglio e oggettivo lo svolgersi della storia emotiva di Cyril.
Cyril è interpretato perfettamente da Thomas Doret, alla sua prima esperienza cinematografica e riteniamo non ultima; il suo dolore di bambino e le sue furie ostinate sono così naturali da lasciarci coinvolgere e da farci pensare che esistono ancora bambini del genere… quando i bambini erano bambini, era il tempo di questi sentimenti.
Cécile de France è un’ottima attrice internazionale, conosciuta dal grande pubblico per “ L’appartamento spagnolo “ ( ha vinto un Cesar ), “ Bambole russe “ ( altro Cesar ) e per l’ultimo di Eastwood “ Hereafter “.
Domenico Astuti, da “cinemalia.it”

Il dodicenne Cyril (Thomas Doret) cerca in tutti i modi di ritrovare il padre che lo ha temporaneamente lasciato in un centro di accoglienza per l’infanzia. Mentre fugge per l’ennesima volta dai suoi tutori si imbatte in Samantha (Cécile de France), una parrucchiera che accetta di trascorrere i fine settimana con lui. Cyril però è testardo ed ha un carattere irascibile proprio a causa dell’abbandono subìto; la donna cerca di tenergli testa, di comprenderlo e di donargli quell’amore di cui ha tanto bisogno.

Si intitola Il ragazzo con la bicicletta il nuovo film di Jean-Pierre e Luc Dardenne in concorso al Festival di Cannes 2011, manifestazione che ha già premiato i registi francesi con la Palma d’oro come Miglior film per Rosetta (1999) e L’enfant (2005). Dopo due anni da Il matrimonio di Lorna i due cineasti tornano dietro la macchina da presa rimanendo fedeli alla loro tematica più cara, ovvero il rapporto fra genitori e figli, o meglio, l’assenza di tale rapporto che viene disperatamente agognato dal piccolo protagonista. Anche se siamo molto lontani dall’estremismo de Il figlio, le marche stilistiche dei Dardenne ci sono tutte, con qualche concessione ed eccezione. Il ragazzo con la bicicletta avrebbe anche potuto chiamarsi “come de notre temps” (“una favola dei nostri giorni”) perché, per ammissione stessa dei loro autori, si tratta di una specie di fiaba «con dei cattivi che fanno perdere al bambino le sue illusioni e Samantha che appare un po’ come una fata».

Evitando qualsiasi tipo di sentimentalismo, compassione o psicologismo non viene mai spiegato allo spettatore il passato di Cyril; non si sa nulla della sua famiglia e dei motivi che hanno spinto il padre ad allontanarsi, né si capisce il perché Samantha accetti di prendere con sé il bambino, occuparsi di lui e combattere con il suo perenne stato di rabbia. I Dardenne si limitano esclusivamente a mostrare una serie di avvenimenti con distacco; utilizzano la musica – di solito totalmente assente nelle loro pellicole – solo in alcuni momenti e prevalentemente con la funzione di «carezza tranquillizzante» per Cyril, tesissimo fascio di nervi che corre, fugge con la sua bicicletta, fa a botte, inizia a frequentare cattive compagnie e finisce perfino alla polizia. Nemmeno quando cade fatalmente da un albero la macchina da presa cerca la drammaticità. Così la bravissima Cécile de France non appare mai come un surrogato materno, piuttosto una donna a cui il bambino si àncora inizialmente perché gli offre la possibilità di aiutarlo a ritrovare suo padre. Il rapporto di fiducia che si crea successivamente è solo una conseguenza dello stare insieme e dalla reciproca comprensione che nasce dalla condivisione di alcuni avvenimenti. Come in una fiaba, l’intreccio parte da una situazione di difficoltà che si amplifica fino a sembrare irrecuperabile. Poi accade qualcosa, un intervento quasi magico e infine ritorna la calma e la tranquillità.
Tania Marrazzo, da “silenzio-in-sala.com”

Dal loro punto di vista, Il ragazzo con la bicicletta è una commedia. E se il film è dei fratelli Dardenne, questa è già una notizia. Sì, proprio loro. Jean-Pierre e Luc Dar­demne, i registi belgi del realismo militante, del cinema impegnato e sociale, della camera a mano e degli attori non professionisti o sconosciuti che, quando vanno al Festival di Cannes, portando i loro film sempre dalla parte dei miserabili, spesso tornano a casa con la Palma d’oro (ben due, per Rosetta e per L’Enfant) o, se va male. con un premio alla sceneggiatura (per Il matrimonio di Lorna).
Ora, definire commedia Il ragazzo con la bicicletta, in concorso quest’anno sulla Croisette (sarà in sala, in Italia, dal 20 maggio), è spararla grossa. Perché Cy­ril, il ragazzino di undici anni protagonista del film (interpretato da Thomas Doret), ha una vita alquanto sciagurata e per niente comica. Lo conosciamo in un istituto, solo, sperduto e parecchio arrabbiato perché il padre (Jérémie Renier, che in L’Enfant vendeva il figlio per sopravvivere) lo ha lasciato lì, scomparendo nel nulla, senza spiegargli nulla o fornirgli un perché. Così Cyril, furioso, comincia a cercarlo, pedalando senza sosta sulla sua bicicletta.
Ma, dicono i fratelli Dardenne, basta osservare l’insolito sole estivo nordico, scelto questa volta per illuminare la banlieue belga dove si muove con ostinazione commovente il ragazzino biondo, per capire che l’aria che tira nel film è meno ostile di quella del passato. «Aria positiva, aria di speranza» ribadiscono i registi. E cominci a capire che se la luce del sole splende su Cyril un motivo in effetti c’è, quando sopraggiunge inaspettata una donna che, buttata lì dal caso, prende il ragazzo con sé e lo salva, anche lei senza chiedersi perché. È Samantha, interpretata da Cécile de France (vista ulti­mamente in Hereafter di Clint Eastwood). A Samantha, che fa la parrucchiera e non la missionaria, basta qualche minuto per decidere di prendere Cyril in affidamento.
Son cose che succedono nelle favole, se non fosse la realtà dei Dardenne che gioca questa volta con l’imprevista ma­gia del quotidiano.
Aria di speranza, dicevate. Era venuto il momento per una storia positiva?
Jean-Pierre: «In un momento in cui i rapporti nella società diventano sempre più duri, dove l’altro è visto come un nemico, dove tutti tendono a ripiegarsi su se stessi, ci sembrava giusto raccontare una storia in cui vince l’amore gratuito di una donna per un ragazzo».
Luc: «È raro trovare una persona come Samantha, in grado di fare un gesto di puro amore. Per questo ci siamo detti: facciamo un film in cui diamo per una volta ragione all’amore, contro la guerra, l’odio, il sospetto, la sfiducia, le rivalità che dominano il nostro quotidiano, facendoci dimenticare il valore della fraternità».
Perché nei vostri film ricorre spesso il rapporto padre figlio? È un modo per riflettere sulla società?
Luc: «Pensi alla scena nel bosco, in cui Cyril cade dall’albero, dopo essere stato in
seguito da un altro ragazzo, che Cyril stesso aveva derubato. II padre dell’inseguitore, che subito interviene, dovrebbe per prima cosa chiamare l’ambulanza. Ma non lo fa, trasmettendo così al figlio un esempio sbagliato. È come se gli dicesse: “La regola dei gioco in questa società è mentire”, è insomma salvare se stessi, mettendosi al riparo da un’eventuale accusa e dalla verità».
Non spiegate le ragioni per le quali Samantha prende Cyril in affidamento, né perché il padre biologico si rifiuti di fare il genitore. Come mai?
Jean-Pierre: «Perché per noi è sufficiente che il padre, quando Cyril lo trova, gli dica: “Non voglio, non posso più occuparmi di te”. Certo, farfuglia al ragazzo qualche scusa: che la nonna è morta, che la madre non c’è e non si sa nemmeno se ci sia mai stata. Allo stesso modo, ma in positivo, funziona anche per Samantha: lei decide di prendersi cura del ragazzo».
Luc: «Non le volevamo dare ragioni psicologiche, tipo che avesse perso un bambino o che non ne potesse avere. Volevamo che lo spettatore pensasse solo alla generosità di questa donna». (…)
Elena Martelli, Il Venerdì di Repubblica

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