Il mio nome è Khan

Inutile sorvolare su quale onore – e, al tempo stesso, onere – sia parlare di questo film. Presentarvelo, raccontarvelo, fornirvi delle chiavi di lettura attraverso cui un attento spettatore può arricchire la propria mera visione. Dare modo a voi stessi di dare sfogo alle vostre doti interpretative che, se guidate dal buon senso e “qualcosina di più”, potranno darvi modo di apprezzare uno dei film più interessanti di questa annata – e non solo, probabilmente.
Il Mio Nome è Khan, a ben vedere, non aspira ad alcuna perfezione. Non si prodiga in ricercate soluzioni stilistiche, né intende farsi portavoce di qualche nuovo genere. Tutt’al più intende raccontarci qualcosa, fornirci qualche ragionevole spunto su temi ai quali non sempre ci si può e ci si deve sottrarre. L’ultima volta che ne parlammo, mettemmo in guardia dal pericolo di sfociare in sentimentalismi e buonismi di sorta – mali di cui la nostra società sembra essere affetta in maniera piuttosto profonda.
Questa pellicola, però, pur con tutti i suoi limiti – a nostro parere imputabili solo all’entità degli argomenti trattati, più che alle capacità di chi vi ha dato vita – ci riporta un attimino coi piedi per terra. E lo fa sbattendoci in faccia una realtà di cui poco o nulla si tratta in quel magico castello, attorniato da un tripudio di coloratissime composizioni floreali, in cui buona parte di noi dimora senza nemmeno riconoscerne il perché. Insomma, apprestiamoci ad intraprendere questo piccolo viaggio col giusto piglio. Pronti, via… non c’è da pentirsene…
Rizwan Khan è un ragazzino indiano, di fede mussulmana, che soffre di sindrome di Asperger, da molti considerata una forma di autismo, seppur lieve. Vive in casa con la madre ed il fratello Zakir, il quale non riesce proprio a sopprimere un malcelato rancore verso il proprio fratello, a causa del rapporto instauratosi tra quest’ultimo e la madre. Ed è proprio questa relazione materna a ricoprire un ruolo fondamentale ai fini dell’economia dell’intera narrazione. L’amore della madre per il proprio figlio si manifesta attraverso un’educazione impartita senza posa, con la dolcezza e la comprensione di cui solo una mamma probabilmente può farsi portavoce.
D’altra parte non è facile per il piccolo Khan crescere in mezzo ai suoi coetanei, per via di una condizione che gli preclude qualsivoglia possibilità d’integrazione. Vuoi per questo, vuoi per una miriade di altri motivi, sin da piccolo riesce a dimostrarsi molto ricettivo nei confronti degli insegnamenti della madre. Trattasi in parte di una dote innata di Khan – quella di assimilare informazioni con una facilità disarmante – ma in questo caso si parla di parole che non fissa nella sua oltremodo capace mente, bensì nel proprio cuore.
Sono quelle brevi e amorevoli frasi con cui è stato cresciuto, le quali rimbombano costantemente nella sua testa, quasi che il riverbero attraverso la sua Anima toccasse dei canali sensibili ai nostri mortali sensi. “Al mondo esistono persone buone e persone cattive, questa è l’unica differenza. E chi commette buone azioni è una persona buona, mentre chi commette azioni cattive è una persona cattiva“. Un monito così semplice e apparentemente ingenuo da far dubitare della sua potenza, se Qualcuno non avesse a sua volta esclamato parecchio tempo prima “Dai frutti li riconoscerete!“.
Ed è qui che emerge la prima chiave di lettura, ossia quella fortemente religiosa. Sappiamo quanto oggi si sia impermeabili a certi messaggi, e quanto prurito riescano a generare opere che emanino anche solo un vago sentore che possa collocarle in questa cerchia. Ma che piaccia o meno, Il Mio Nome è Khan tocca anche quelle corde, impostando su di essa, a nostro modo di vedere, l’intero dipanarsi delle vicende – così come un contenitore adegua qualsiasi liquido alla propria forma, una volta contenuto.
Ma su tale punto ci torneremo più avanti, visto che non solo questo è il tema toccato dal film. Anzi, apparentemente il film sembrerebbe ruotare attorno ad un’altra vicenda, ossia quella, infame, dell’11 Settembre. Esatto, quel giorno che, in una misura che ancora non riusciamo a realizzare, ha cambiato la nostra storia in maniera irrevocabile. E badate bene, perché i termini non sono utilizzati a caso. Non fate l’errore di mutare la parola ‘irrevocabile‘ in ‘irrimediabile‘, perché diversamente fareste il gioco dei “soliti noti”. Nossignore, qui si parla di una svolta da cui non si può tornare indietro, ma che senza dubbio potrebbe volgere in maniera positiva. Certo, non adesso magari, anche perché, a ben vedere, ci sarebbe più da essere pessimisti che ottimisti.
Fatto sta che gli eventi stessi del film cercano di “portarci fuori strada”, come quando il protagonista ci dice esplicitamente che da quel nefasto giorno, le cose sono cambiate davvero: “Fino ad ora l’Occidente ha diviso la storia in ‘avanti Cristo’ e ‘dopo Cristo’. Ora c’è un prima e un dopo 11 Settembre“. E’ un Khan oramai cresciuto quello che parla, che ha seguito il fratello a San Francisco dopo la dolorosa morte della madre. Da quel momento in avanti Khan è solo, e nel più radicale dei modi. Non ha un’esatta percezione di questo suo nuovo stato – questo sì, irrimediabile – che però affronta con la più commovente delle reazioni, cioè assecondando il desiderio della defunta madre circa lo stabilirsi negli USA.
Ed allora vola Khan, vola lasciando il proprio nido verso un mondo troppo grande per essere anche solo superficialmente quantificato. Ma a lui questo non interessa, perché la madre – sempre sulla falsa riga di ciò che abbiamo rilevato poco sopra in merito al carattere religioso dell’opera – ha insegnato al figlio a dare peso a ciò che davvero ha importanza, sulla scorta del consiglio “vagliate tutto, trattenete solo ciò che è utile!“.
Ma la vera svolta non è questo passaggio, per quanto importante, bensì l’incontro con una donna, Mandira. Difficile comprendere cosa passi per la testa a Khan dopo aver visto per la prima volta questa bellissima ragazza, né da quali sensazioni sia attraversato allorquando sbircia con fare disinvolto e smaliziato dalla vetrina del salone di bellezza presso il quale il suo nuovo angelo lavora. Ma qualunque cosa sia, senza indugiare in ulteriori investigazioni, ci piace pensare che profumi di sublime.
Attraverso un processo di cui non abbiamo alcuna intenzione di discutere, Khan e la bella Mandira convolano a nozze. Tutto procede meravigliosamente, con i tre componenti della nuova famiglia (sì, perché Mandira viene da un altro matrimonio da cui è nato un figlio) che trovano, ognuno a proprio modo, la loro armoniosa dimensione. Questo fino a quel fatidico giorno, uno di quelli che andrebbero cancellati dalle pagine del calendario se solo avesse una qualche utilità: l’11 Settembre 2001.
Da allora, qualcosa si smonta, con una famiglia il cui amore, per quanto grande, non può rimanere al riparo da un’influenza esterna così imponente. Da quel momento in avanti, essere mussulmani diventa un crimine, rappresentando un’onta difficile da lavare. Ciò che le varie sequenze cercano di farci capire, ed in maniera assolutamente ragionevole perché obiettiva, è che le vittime di quel tragico attentato non furono solo i morti nelle Torri Gemelle ed i loro familiari, bensì tutto un altro stuolo di persone appartenenti ad una determinata cultura e Fede, ossia quella che si rifà all’Islam.
Non c’è vittimismo, solo constatazione. Associare il termine ‘mussulmano’ a ‘terrorista’ da allora è divenuta una prassi, velata o meno che sia. Chi tra di loro non morì per mano di quelli invasati che dirottarono quegli aerei, ha smesso comunque di vivere da quel giorno, tutt’al più sopravvivendo. Sia chiaro: non saremo certo noi a sfociare in denunce intrise di pseudo-solidarietà e pseudo-umanitarismo, Dio ce ne scampi!
Quei sentimenti annacquati sono proprio ciò che vogliamo evitare, perché il dramma umano non è mai di due colori, o tutto bianco o tutto nero. Ed è bello vedere come nel film si siano mescolate svariate tonalità, laddove, per esempio, riesce a non prendersi troppo sul serio – quasi fosse un’inchiesta – mostrandoci la goffa e al tempo stesso comica innocenza di Khan. Ed è sintomatico che oggigiorno, per raccontare una storia simile, ci sia bisogno di ricorrere ad un personaggio di questo tipo, esponendolo alle più strambe delle posizioni di aprioristica “pietà” – nel duplice senso che sono queste stesse posizioni a far pena.
Khan, come tanti altri uguali a lui, non ha alcuna colpa per ciò che è accaduto. Tuttavia, pur vedendo scivolare una vita che faticosamente lo aveva realizzato, non se la prende mai con nessuno, specie con chi punta il dito verso di lui. Non prova odio Khan, forse perché nemmeno lo conosce. La mamma gli ha insegnato a “trattenere ciò che è utile”, e sa che quella strada lì non conduce da nessuna parte. Sa di non essere ciò che gli altri gli rinfacciano astiosamente di essere (assumendo su di sé una colpa considerata collettiva), eppure basta un cenno, uno sguardo, una “scossa” per mettere in moto un percorso che ha dell’incredibile, ai limiti dell’assurdo.
Tra fame, freddo e miseria, parte allora alla ricerca del Presidente degli Stati Uniti, per gridare a lui e al mondo intero: “Il mio nome è Khan e non sono un terrorista!“. Quanta ingenuità mista a follia ci vuole per compiere un’impresa del genere?
Non importa, perché il nostro protagonista avverte tutto ciò come un debito a cui lui stesso è tenuto ad ottemperare. Una missione da compiere, quasi che attraverso tale compimento passi la “redenzione” di un’intera cultura.
Ma proprio per rendere giustizia a quella sorta di obiettività cui accennavamo sopra, la sceneggiatura non prevede un continuo piangersi addosso da parte delle “vittime” proposte. E’ proprio Khan, ad un certo punto del film, ad entrare in una Moschea per pregare, salvo venire a contatto con un gruppo di facinorosi. Nell’atto di quella che ci viene proposta come una mistificazione del “messaggio divino”, alcuni esponenti di quella Moschea intendono preparare un ulteriore attentato. Ebbene, dopo aver espresso in maniera scandalosamente lucida il perché si trovino in errore, è Khan a denunciarli all’FBI.
Non è un caso se durante il film ricorre una frase, tratta proprio dal Corano. Trattasi della Sura numero 5, verso 32.
Per questo abbiamo prescritto ai Figli di Israele che chiunque uccida un uomo, che non abbia ucciso a sua volta o che non abbia sparso la corruzione sulla terra, sarà come se avesse ucciso l’umanità intera. E chi ne abbia salvato uno, sarà come se avesse salvato tutta l’umanità. I Nostri Messaggeri sono venuti a loro con le prove! Eppure molti di loro commisero eccessi sulla terra.
Quanti di noi lo conoscevano? Noi che nella nostra tenera idiozia ci limitiamo alle presunte settantacinque vergini, bellissime ovviamente, che aspetterebbero certi folli dopo l’insano gesto. Mostrando anche una certa incoerenza, noi che anche per una sola (per di più non vergine) siamo stati capaci di fare molto di peggio!
Insomma, trattasi di una prova davvero encomiabile da parte di Shahrukh Khan, che ha affrontato questa enorme sfida nel modo più opportuno, a nostro modo di vedere. Non solo l’interpretazione, ma anche l’atmosfera in grado di generare con essa meritano un plauso. Con quella azzeccata voce fuori campo che ci accompagna per tutto il film, e alla quale è difficile restare indifferenti specie quando si assiste ad uscite del tipo: “Sono arrabbiati con me perché non so nulla su Al-Qaeda. L’avrei dovuto cercare su Google, Mandira!“.
Perché, a conti fatti, l’intera pellicola è tutta una messa in scena di una lunga, commovente ed adorabile dichiarazione d’amore verso la propria donna amata. Il tutto, travestito da narrazione degli eventi, cosicché a noi resti quantomeno una cronaca con relativo commento.
Ecco, è chiaro che la Salvezza del genere umano non passi da Khan, ma è bello credere che possa avvenire mediante l’intervento di un Dio che davvero sta “dalla parte dei buoni”, pur tuttavia cercando di portare disperatamente a sé anche i “cattivi”. E che i primi siano tali perché, essenzialmente, “dicono sempre la verità”, a differenza dei secondi, inclini soltanto alla menzogna. E’ insegnamento di un mussulmano quello secondo cui, oggi come oggi, Dio cerchi qualsiasi scusa per salvare ognuno di noi – il che, se così fosse, dovrebbe essere eternamente vero, e non solo “oggi”.
E tra chi pensa di essere salvo, chi di non esserlo, o chi semplicemente di non averne bisogno, non si può certo fare a meno di rilevare come lo spirito di Khan sia quello giusto: mite, deciso e mai rassegnato. Un atteggiamento che noi, sedicenti cattolici, spesso e volentieri dimostriamo di non conoscere, perché troppo “sani” e troppo “normali”. Eppure, ragionandoci un po’, non ci sembra sia necessario soffrire di qualche sindrome in particolare per farsene portavoci… oppure sì?
Si capisce bene, quindi, quanto faccia amaramente sorridere che il vero cristiano risulti uno che nemmeno ci crede nel Cristo, senza contare la sindrome da cui è affetto – è il colmo insomma, materiale per qualche futura barzelletta da intrattenimento becero, da prendere a modello come quelle del tipo “ci sono un inglese, un francese e un italiano…“. Fuggendo ogni tipo di sincretismo o ecumenismo, quindi, lasciamo qualsivoglia deriva relativistica ad altri, ben più intelligenti di noi. Perché a confidare in un dio capace di siffatto amore, pur da miscredenti, alle volte si sarebbe davvero tentati!
da “cineblog.it”

Rizvan Khan soffre sin dalla nascita di una particolare forma di autismo, la Sindrome dii Asperger che gli consente di comunicare meglio in forma scritta che orale e che gli impedisce di intuire le reazioni altrui. Cresciuto con la madre e un fratello geloso delle attenzioni che gli venivano dedicate ha sviluppato una particolare abilità nel riparare guasti meccanici. Dopo la morte della genitrice il fratello, emigrato e in carriera da tempo, gli trova un lavoro come rappresentante di prodotti cosmetici negli Stati Uniti. Qui Khan conosce Mandira Rathore, madre single di un ragazzino a cui l’uomo si affeziona e che prenderà il suo cognome. Proprio dal cognome musulmano (Mandira è Hindu) inizieranno i problemi per il ragazzino dopo l’11 settembre 2001. La tragedia è in agguato.
“Il mio cognome è Khan ma non sono un terrorista”. Questa è la frase che Rizvan Khan (novello Forrest Gump concepito a Bollywood) ‘deve’ dire al Presidente degli Stati Uniti dopo che il senso di colpa di essere musulmano è stato scaricato sulle sue spalle con forza. Il cinema indiano ha ormai saputo trovare in se stesso quella forza narrativa che alle latitudini italiche si vorrebbe avere ma che troppo raramente si riesce a concentrare. Riuscire a produrre e girare dei film che coniughino la spettacolarità sotto forma di grande mélo con la volontà di affrontare importanti temi della contemporaneità non è sempre impresa facile.
Karan Johar riesce a sviluppare i molteplici argomenti della diversità senza mai assumere toni predicatori e andando a toccare tutte le corde di un pubblico semplice ma non stupido. L’handicap mentale, la separazione all’interno dell’universo religioso del subcontinente asiatico, l’irrazionale caccia al musulmano scatenatasi dopo l’attentato alle Twin Towers entrano come temi forti in un film che non disdegna la scena strappalacrime così come, nella migliore delle tradizioni, la sequenza con tanto di canzone e di danza. In un film oversize come durata ma che scorre senza mai annoiare.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Con il passare degli anni il cinema abbatte sempre più i confini del tempo e dello spazio, affronta storie lontane chilometri e regala ai suoi spettatori una nuova finestra sul mondo.
Da sempre escluso dai circuiti occidentali, il cinema Bollywoodiano è sempre stato visto con occhio cinico e schernito a causa del suo spirito spesso troppo lontano dal nostro. Da qualche tempo però, grazie ad autori intelligenti e a storie che di nazionale hanno ben poco e di umano davvero tanto, l’occidente ha iniziato a drizzare le orecchie al suono di Bollywood.
Saha Rukh Khan è, per gli indiani, quello che Johnny Depp è per gli americani: una superstar di notevole talento, carismatica e ricca di fascino.
Probabilmente impegnati nei ruoli più complessi della loro carriera, Kahn e Kajol, interpretano una storia drammatica, ricca di umanità e lontana dai canoni ristrettivi del cinema di genere.
Rizvan Khan è un indiano musulmano affetto dalla sindrome di Asperger, una lieve forma di autismo che rende difficile, a chi ne è affetto, distinguere sensazioni e sentimenti simili tra loro, riportando, in un certo senso, alla comprensione massima dell’essenzialità, come scindere il bene dal male, la gioia dal dolore.
Quando Rizvan si innamora perdutamente della splendida Mandira, una madre indipendente di religione induista che mira disperatamente alla realizzazione sociale sembra il coronamento di un sogno. Quando gli eventi dell’11 settembre distruggono la loro serenità, Rizvan parte alla ricerca di sua moglie che sconvolta è fuggita via. Cercando di sistemare le cose per poter vivere di nuovo con la sua donna nel pieno della gioia combatterà contro I pregiudizi dell’occidente traumatizzato..
Catapultato in un mondo fatto di ambiguità e preconcetti che l’uomo non è in grado di comprendere, si dipana un’avventura umana nel senso più ampio del termine. Il mio nome è Khan e non sono un terrorista.
My name is Kahn è la storia di un supereroe. Il superpotere del protagonista è la sua incredibile umanità, chiaramente “aiutata” dalla sua malattia, affrontata nel film in una veste incredibilmente poetica. Khan è un uomo candido, incapace di comprendere appieno la veste meschina ed infame degli esseri umani, è una persona di cui chiunque potrebbe perdutamente innamorarsi data la sua meravigliosa indole. Kahn, però, è anche un uomo che affronta una drammatica vagonata di pregiudizi appena fuori dalla sua terra ove, al contrario, godeva di un’ottima considerazione.
La morale di fondo, perchè di morale si tratta, è che un uomo, qualunque uomo, può essere speciale pur rimanendo nella sua ordinarietà, mentre l’intento principale che ci confrontare, costruire e distruggere le differenze tra oriente ed occidente, da sempre agli antipodi per cultura e religione (che poi si fondono inevitabilmente in qualunque comunità). Dilaniati da una guerra iniziata senza alcuna ragione, i due popoli trovano in Khan un punto di contatto pulito, imparziale, lontano dalla propaganda guerrafondaia che invece e riuscita purtroppo a plagiare moltissime delle persone coinvolte. Karan Johar, regista del film, ha dato alla pellicola un tono autoriale proprio solo degli autori consapevoli, creando dal nulla una storia piacevole, dai toni impegnati che tratta di Asperger, guerra e barriere culturali ricamando su tutto ciò una semplicissima ed efficace storia d’amore.
Semplice proprio come Khan che non riesce a vedere differenze dove altri infuriano guerre e razzismo, additandolo banalmente come terrorista e dove lui, nella sua diversità, riesce a conquistare cuori e continenti grazie alla sua purezza.
Girato bene e con moltissimi mezzi, My name is Khan è un vero e proprio colossar Bollywoodiano, lontano dalle produzioni che in passato avevano fatto storcere il naso al resto della popolazione mondiale abbracciando oggi, con la sua genuinità, moltissimi spettatori da tutte le parti del mondo.
My name is Khan è un buon film, affronta un tema scottante come il pregiudizio e l’umanità violentata da se stessa. Non un capolavoro, ma di certo una pellicola interessante.
VOTOGLOBALE7
Stefano Camaioni, da “everyeye.it”

“Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”.
Ci sono troppi pregiudizi sul cinema made in Bollywood, e questo film è la prova che un prodotto non deve essere necessariamente confezionato negli USA per riuscire ad ottenere successo in tutto il mondo. “Il mio nome è Khan” è riuscito a far innamorare il pubblico di questa splendida ed incredibile storia.
Rizwan Khan è musulmano ed è affetto da sindrome di Asperger, lieve forma di autismo che rende difficile il relazionarsi con gli altri. Rizwan è estremamente intelligente ed altrettanto sincero e, come tutti gli individui affetti dalla SA, anche il ragazzo segue comportamenti stereotipati, ma apprende le cose con molta rapidità, ripetendo continuamente i concetti tra sé e sé. C’è un concetto che Rizwan apprende da piccolo e che non dimenticherà più: sua madre gli ha insegnato che il mondo si divide in due categorie, ci sono i buoni e ci sono i cattivi. Solo questo. Non c’è differenza alcuna di religione o razza, ci sono solo i buoni e i cattivi.
Dalla periferia di Mumbai, una volta cresciuto e dopo la morte della madre, Rizwan decide di raggiungere il fratello, con il quale c’è stato sempre un rapporto di amore-odio dettato dalla gelosia, a San Francisco. Sarà lì che avverrà l’incontro con la bellissima Mandira e, nonostante le difficoltà che la sindrome comporta, riesce ad instaurare un ottimo rapporto con lei. I due decidono di sposarsi, Mandira da indù diviene musulmana e va a vivere con Rizwan e suo figlio, avuto da un precedente matrimonio.
Diretto da Karan Johar, “Il mio nome è Khan” è un film ricco di imperfezioni, ma la sua capacità è quella di farle passare tutto in secondo piano per lasciare spazio ai contenuti. Si tratta di argomenti attuali ed universali, dall’amore alla religione, senza tralasciare gli ultimi avvenimenti storici, dal crollo delle torri gemelle all’elezione del Presidente Obama. Con la dolcezza e l’ingenuità trasmesse dalla figura del protagonista, la storia si dipana su vari livelli e non può fare a meno di intenerire lo spettatore, seppure i 161 minuti di durata risultino pesanti sul finire della pellicola. Dettaglio trascurabile, anche questo: il film è un vortice di emozioni e sensazioni, senza vittimismi e nemmeno senza grandi pretese.
Partiamo da un’India dilaniata dagli scontri tra musulmani ed indù, per arrivare agli Stati Uniti, al sogno americano che una volta divenuto tangibile non ha più nemmeno il retrogusto del riscatto ottenuto, la realtà è ben diversa e forse non cambia dall’India alla California, così come in qualsiasi altro posto: le controversie di base, quelle storiche, culturali e religiose, sembrano essere parte del nostro DNA, non ce ne separiamo mai. Il concetto è semplice: i cristiani hanno sempre diviso la storia in “avanti” e “dopo” Cristo, ma dall’11 settembre 2001 si sono ritrovati a parlare di “prima” e “dopo” l’attacco alle Torri Gemelle ed a rimetterci sono stati i musulmani. Nonostante il nostro protagonista sia cosciente del fatto che i buoni e i cattivi esistono in tutte le categorie senza distinzione di razza o religione, tutta la realtà che gli sta intorno sembra voler andare in direzione contraria. Ne “Il mio nome è Khan” l’attacco alle torri gemelle segna la maledizione che si scaglia contro i fedeli musulmani, additati come terroristi, senza tenere conto alcuno della persona in quanto tale. La paura collettiva scatenata dagli attacchi terroristici e dal diffondersi del concetto di guerra santa e l’idea di kamikaze pronti a farsi esplodere in qualunque momento e in ogni dove, sono i fattori che portano alla morte del figlio di Mandira. Il suo migliore amico lo accusa della morte del padre, caduto durante la guerra in Afghanistan; i compagni di scuola lo pestano fino a portarlo alla morte, essere musulmani è diventata una colpa.
Un’argomentazione coraggiosa, un tema tutt’ora scottante, ma ancor più coraggioso è il nostro protagonista, interpretato da un bravissimo Shah Rukh Khan. Calatosi perfettamente nella parte, l’equivalente di Johnny Depp in India è affiancato dalla bella Kajol nei panni di una madre disperata che cerca solamente giustizia per il figlio, morto per una causa ingiusta o, peggio ancora, senza una vera causa. Da qui inizia il viaggio di Khan, un’esperienza on the road che rimanda vagamente al superbo Dustin Hoffman di “Rain Man”, che ha come unico scopo quello di poter tornare dalla sua Mandira dopo aver parlato al Presidente degli Stati Uniti e avergli detto di non essere un terrorista.
L’ostinazione di quest’uomo è talmente trascinante che finisce con il coinvolgere l’FBI, le tv, i giornalisti, la collettività: il volto di Rizwan è su tutte le tv, l’indiano musulmano che non vuole essere etichettato come terrorista diventa una realtà a distanza di anni dal terribile 11 settembre, ma al centro di una ferita che ancora brucia: Khan è il simbolo di tutti quei musulmani discriminati che non hanno mai avuto a che fare con l’integralismo, con la violenza e la morte. Esemplare la scena all’interno della moschea a Los Angeles, in cui il nostro particolarissimo eroe smonta in pochi secondi le teorie fondamentaliste, mentre si appresta ad incontrare finalmente, dopo un tentativo fallito, il presidente Bush.
Anche questo tentativo, tuttavia, non si risolve per il meglio ma per il coraggio e la determinazione di Khan deve pur esserci un premio valido. “Il mio nome è Khan” è una storia incredibile, ma allo stesso tempo intrisa di elementi semplici che caratterizzano il nostro quotidiano: dopo l’11 settembre nessuno può negare di non aver provato un certo timore nell’incontrare individui dai tratti mediorientali in aeroporto o di non aver iniziato a pensare male dei musulmani. La storia e la religione, argomenti che si intrecciano e che fanno da sfondo a sentimenti genuini, sani, profondi. L’amore è ancora una volta, come sempre, al centro di ogni cosa, tutto si svolge in sua funzione e non c’è insegnamento migliore di quello che ci viene proposto, uno spunto su cui riflettere al di là del bombardamento mediatico degli ultimi anni:
Al mondo esistono persone buone e persone cattive, questa è l’unica differenza. E chi commette buone azioni è una persona buona, mentre chi commette azioni cattive è una persona cattiva.
Da questo concetto ha avuto inizio una storia capace di mettere insieme un mix di vite ed ingredienti: la diversità, l’amore, l’abnegazione. Un lavoro tecnicamente imperfetto ma capace di offrire emozioni, a volte forse dilungandosi, senza eccesso di sentimentalismi, senza volgarità, che di questi tempi è cosa fondamentale.
da “cinezapping.com”

Forrest Gump incontra Bollywood: il cinema indiano approda negli States per raccontarci una storia d’amore non convenzionale, con un memorabile protagonista all’inseguimento di una promessa particolare. Il film di Karan Johan ha più di un debito con l’eroe di Zemeckis, anche lui ispiratore inconsapevole del mondo circostante, che per amore attraversa gli Stati Uniti riuscendo talvolta a cambiarne la faccia.
In seguito alla morte di sua madre, Rizvan Khan, indiano musulmano affetto dalla sindrome di Asperger, si trasferisce a San Francisco da suo fratello. Qui si innamora di Mandira, una madre single, e la sposa: ma in seguito all’11 settembre e alla successiva guerra in Afghanistan la loro famiglia si troverà spezzata dall’odio razziale e dai pregiudizi. Per questo Khan sarà costretto a girare gli Stati Uniti per gridare al mondo che non è un terrorista, e ritrovare l’amore di sua moglie.
“Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”: accompagnato da questo motto, il film di Karan Johan gode di alti e bassi; il regista indiano cerca di imitare il cinema statunitense con una messinscena piuttosto banale per un pubblico ormai esigente come quello americano, avvolgendo le scene di una fotografia eccessivamente saturata. D’altra parte riesce però a centrare alcune sequenze decisamente suggestive, dando forza ad un personaggio non proprio originale, ma ad ogni modo forte e ben caratterizzato (bravissimo Shah Rukh Khan, star in patria). Il cinema indiano arriva oggi a fare un cinema che gli americani hanno smesso di fare da anni, ed è forse questo l’errore più grande: a parte ciò, è un film poetico, e potrebbe definitivamente portare Bollywood alla conquista dell’occidente.
da “livecity.it”

Rizwan Khan (Sha Ruhk Khan) è un bambino indiano di religione musulmana affetto dalla sindrome di Asperger, una forma di autismo che viene bilanciata da una sorprendente capacità nell’intuire in che modo funzionano le cose riuscendo così a riparare particamente qualsiasi cosa, a questo si aggiunge un quoziente intellettivo davvero notevole che la madre nonostante le difficoltà economiche cercherà di sviluppare con l’aiuto di un insegnante privato.
Rizwan ha un fratello minore di nome Zakir (Jimmy Shergill) che comincia a soffrire delle troppe attenzioni riservate al fratello e della sua popolarità nel quartiere, sviluppando una sorta di gelosia rancorosa che lo porterà una volta laureatosi a lasciare la famiglia e l’India, trasferendosi negli States.
Una volta che Zakir ha preso la cittadinanza e il suo lavoro gli permette una vita decorosa chiede che fratello e madre si trasferiscano a vivere con lui a San Francisco, ma nel frattempo la madre muore e a Rizwan toccherà affrontare l’America solo e spaventato.
Al suo arrivo Rizwan troverà un fratello cresciuto e maturato e l’affetto della cognata che capendo il suo disagio proseguirà il lavoro iniziato dalla madre, mentre il fratello gli offrirà un lavoro di rappresentante di cosmetici che permetterà a Rizwan di incontrare Mandira (Kajol), la donna che sposerà e con la quale realizzerà la promessa fatta alla madre di trovare la felicità, ma di mezzo ci si metterà il destino e la tragedia dell’11 settembre con tutte le sue nefaste conseguenze.
Il cinema made in Bollywood non smette mai di sorprendere per la sua vitalità e schiettezza e anche quest’ennesima pellicola firmata dal regista Karan Johar (Non dire mai addio) non è da meno, anzi cerca di fare qualcosa di più, ponendosi a mezzavia tra una narrazione squisitamente Hindi e le dinamiche tutte occidentali di un’ambientazione americana provando a prendere il meglio, cinematograficamente parlando, da entrambe le culture.
Guardando Il mio nome è Khan non si può non pensare a Forrest Gump, ma nemmeno al Sam di Sean Penn o al Rain man di Dustin Hoffman, la diversità è negli occhi di chi guarda, Johar non ha alcun timore a ritrarre un personaggio che vive ai margini, ma che cerca il suo personale sogno americano, ma soprattutto una vita normale e una felicità necessaria, nonostante ad un certo punto dopo una faticosa integrazione l’incubo del terrorismo lo riporti brutalmente ad essere un emarginato.
Certamente nella pellicola di Johar ci sono alcune semplificazioni che potrebbero destare perplessità, ma il bello del cinema indiano è proprio questo non aver timore della retorica, di un linguaggio quuasi fiabesco con il quale affrontare argomenti difficili con una meravigliosa ingenuità di fondo, un ingenuità di cui il cinema odierno abbisogna e che sia il cinema europeo che quello d’oltreoceano hanno ormai perduto a causa di una narrazione troppo costruita, troppo filtrata e a volte incapace di parlare schietto al cuore dello spettatore.
Sha Ruhk Khan nei panni del protagonista mostra una capcità estrema di interiorizzare il disagio del suo personaggio, splendida e solare Kajol che nella seconda parte sfoggia un registro drammatico davvero notevole e naturalmente co-protagonista la musica, onnipresente, emozionante e travolgente che arriva a scandire puntuale le mille sfumature di un film senza dubbio a misura di spettatore.
da “ilcinemaniaco.com”

…e non sono un terrorista! Questo apprendiamo quasi subito dalla voce del diretto interessato mentre parla con un gruppo di poliziotti esterrefatti e questo è anche il messaggio che l’uomo deve consegnare al presidente degli Stati Uniti, ingenua e allo stesso tempo estrema missione da portare a termine come dimostrazione d’amore verso l’adorata moglie. Rizvan Khan è il protagonista dell’ultima fatica di Karan Johar, uno fra i più influenti, famosi e chiacchierati personaggi del cinema indiano. Trentotto anni, una gavetta come assistente per il potente Yash Chopra della Yash Raj Films, poi diventato sceneggiatore, regista, produttore nonché presentatore televisivo (il suo “Koffee With Karan” è un talk show seguitissimo che può vantare fra i suoi ospiti i nomi più illustri dello show biz del sud continente) e amico della superstar Shahrukh Khan, il re di Bollywood (protagonista di tutti i suoi lavori), Johar non è un nome conosciutissimo in Europa ma il fatto che uno studio come la 20th Century Fox abbia partecipato alla produzione e distribuzione del suo nuovo film, fiduciosa nel prodotto al punto da garantire un’uscita nelle sale italiane (a seguito di passaggio al Festival di Roma) non deve assolutamente sembrare casuale.

Probabilmente “My Name Is Khan” (tutti i suoi film hanno, per scaramanzia, la lettera K nel titolo) in Italia non riuscirà a riscuotere lo stesso successo ottenuto in patria o in altri paesi ma per un film bollywoodiano già arrivare nelle nostre sale è un traguardo notevole (considerata l’assoluta indifferenza con cui i nostri connazionali guardano ad una delle cinematografie più popolari del mondo, ritenendola più un oggetto di curiosità che un da sempre importantissimo polo produttivo). All’appuntamento col pubblico nostrano Johar si presenta col suo film più ambizioso e impegnativo, incentrato su un tema interessante e poco indagato: l’ondata di paranoia e di razzismo che investì la popolazione asiatica e di religione musulmana residente negli States all’indomani degli attacchi alle torri gemelle. A quasi dieci anni dai fatti dell’11/09 i tempi forse sono maturi per raccontare anche la faccia meno positiva dell’America ferita, quella che dall’oggi al domani cominciò a guardare con rancore e sospetto persone perfettamente integrate fino al giorno prima o ad assumere atteggiamenti vergognosamente xenofobi nei loro confronti; comportamenti retrogradi che, evidentemente, solo in parte potevano essere compresi (ma non giustificati) col dolore, il lutto nazionale e la triste consapevolezza che anche la nazione più potente della Terra non era così invulnerabile. Questo dolente e grave aspetto, vero e proprio dramma nel dramma, è stato finora raccontato nell’episodio di 11’09″01 diretto dalla bella Mira Nair, nel pakistano Khuda Kay Liye (2007) di Shoaib Mansoor e nel recente New York di Kabir Khan e il successo di queste pellicole come del film di Johar incoraggerà probabilmente altri registi a imitarli, visto che i numeri hanno dimostrato che un pubblico per questo genere di storie si può trovare.

Dopo essere stato un vedovo alle prese con una figlia piccola e problemi di cuore causati da una pestifera amica di gioventù in “Kuch Kuch Hota Hai” (1998), un figlio ribelle ai matrimoni combinati in “Kabhi Khushi Kabhie Gham” (2001, film che sull’argomento affondava il coltello più profondamente che il contemporaneo leone d’oro veneziano “Monsoon Wedding”) e un padre di famiglia amareggiato da tutto e tutti che trova una ragione di vita grazie ad una storia extraconiugale in “Kabhi Alvida Naa Kehna” (2006)…sì, sì…lo so…tutti titoli che non vi dicono molto…ma se vivessimo in un altro paese vi assicuro che non sarebbe così!!!…Shahrukh Khan è nuovamente complice del regista e interpreta uno dei suoi personaggi più insoliti: non uno dei consueti macho men scavezzacollo e sicuri di sé, però sotto sotto assai sensibili (d’altronde già da un po’ la megastar ha capito che variare la formula alla sua carriera fa soltanto bene!) ma una sorta di Candide contemporaneo (anche se ai produttori devono essere sembrati più promettenti i paragoni con Rain Man o Forrest Gump) che con dolcezza e innocenza porta a riflettere su una pagina buia della storia recente.

Rizvan Khan infatti è un uomo affetto dalla sindrome di Asperger (patologia sempre più “popolare” al cinema e in letteratura), che alla morte della madre amorosa (la veterana Zarina Wahab) raggiunge negli Stati Uniti il fratello (Jimmy Shergill in un ruolo ingrato) che vive a San Francisco e lo accoglie più per senso del dovere che non per un effettivo trasporto (il flashback sull’infanzia del protagonista, nel quale fa piacere vedere Khan interpretato da Tanay Cheeda, il Jamal mediano di The Millionaire, spiega i motivi dell’allontanamento fra i due). Aiutato dall’affettuosa cognata (Sonya Jehan), Khan trova un lavoro come piazzista e un giorno si ritrova nel negozio di Mandira, una donna indiana, separata, che ha gli occhi splendenti e l’indomabile energia di Kajol, la più importante fra le partner cinematografiche di Shahrukh. Compagni di scena in alcuni dei più fortunati titoli indiani degli anni novanta, tanto da aver formato una delle coppie più celebri della storia di Bollywood, Shahrukh e Kajol non avevano lavorato più insieme da quasi 10 anni (eccettuate un paio di apparizioni che l’attrice aveva fatto nei film dell’amico, partecipando in entrambe le occasioni a numeri musicali…momenti, com’è noto, cruciali in ogni produzione masala), complici anche il matrimonio della diva col collega Ajay Devgan (altro volto celeberrimo del cinema indiano) e la successiva maternità che l’avevano portata a defilarsi dalle scene (sulle quali fortunatamente è rientrata da qualche tempo a quasi pieno regime). Ovviamente l’aver riunito questa coppia d’oro del cinema asiatico è da iscrivere fra i colpacci di Johar e molto del successo che il film ha riscosso lo si deve anche e soprattutto a questo.
Rizvan/Shahrukh e Mandira/Kajol si sposano e si lanciano in un’attività commerciale che si rivela fortunata; Khan si dimostra anche un perfetto secondo papà per Sameer (Yuvaan Makaar), il figlio che Mandira ha avuto dal precedente matrimonio. La loro felicità sembra assicurata (ed è significativo che la fede islamica di lui e quella induista di lei non scalfiscano minimamente questa situazione), finché una mattina presto il telefono non li sveglia, a New York è successo qualcosa di spaventoso…dopo tutto cambia.
I clienti se ne vanno, i vicini di casa fino al giorno prima amichevoli cominciano ad avercela con Khan perché è musulmano. Intolleranza e violenza prendono presto il sopravvento e la famiglia dei protagonisti verrà segnata in modo irreparabile.
Così Khan, nel tentativo di migliorare le cose e prendendo alla lettera un’esclamazione sfuggita a Mandira in un momento disperato, decide di intraprendere un viaggio on the road per arrivare dal presidente Bush e dichiarargli di non essere un terrorista. Il viaggio si trasforma in una serie di disavventure e in una sequela di incontri con personaggi eterogenei, tutti in modo diverso conquistati dal buon carattere e dal candore del protagonista. Fanno eccezione alcuni poliziotti che, scambiatolo in effetti per quello che non è, gli faranno passare momenti molto brutti in un carcere di alta sicurezza. Per fortuna che un presidente nuovo (e migliore) è pronto a venire incontro alla richiesta del nostro (anti?)eroe.

Questo tentativo di Johar di affrontare un argomento così difficile è stato sicuramente fortunato e resta indubbio che My Name Is Khan ha la capacità di coinvolgere del miglior cinema popolare, grazie anche ad una colonna sonora di grande effetto (altro elemento irrinunciabile di un film indiano che si rispetti). Tuttavia, fermo restando che è inutile aspettarsi da Bollywood rigore brechtiano o denunce in stile Ken Loach, alcuni entusiasmi paiono eccessivi, come quelli ad esempio nei confronti della sceneggiatura firmata dal regista insieme a Shibani Bathija, dimentichi forse di alcune caratterizzazioni deboli (in pratica tutti i personaggi americani, affidati ad attori modesti o tendenzialmente macchiettistici), di episodi malriusciti come quello dell’uragano che travolge un paesino della Georgia (con riferimento al disastro di Katrina, pretestuoso nelle intenzioni, desolante nei risultati) dove Khan generosamente si precipita per aiutare alcuni amici conosciuti durante il viaggio o di momenti imbarazzanti come l’incontro col sosia di Obama; senza dimenticare tutta una serie di lungaggini che caratterizzano l’ultima mezzora del film. Peccati non venali, ma che non rovinano il piacere di rivedere insieme la coppia di bravissimi protagonisti o la speranza che questa (quasi) prima volta bollywoodiana sui nostri schermi non sia anche l’ultima.
Mirko Salvini, da “ondacinema.it”

Era inevitabile: Bollywood è pronta a conquistare anche i cinema italiani. Dal 26 novembre infatti le sale vedranno l’uscita di Il mio nome è Khan, apprezzata pellicola di quel Cinema indiano a cui si guarda spesso con distacco o facile frivoleria, ma che, innegabile, si sta confermando come una realtà sempre più solida e variegata, smentendo l’appellativo da fuoco di paglia che forse, in tanti, gli avevano inizialmente affibbiato. Il quarto film di Karan Johar, produttore e regista anche di quel Non dire mai addio passato recentemente sulle reti pubbliche del Belpaese arriva con una grande attesa, dovuta anche agli eccellenti riscontri un pò ovunque (produce la Fox, tramite alcune sue divisioni minori). Successo meritato? La nostra risposta è decisamente positiva.

Rizwan Khan (Shahrukh Khan) è un musulmano, da tempo residente in America, che vuole fermamente incontrare il Presidente degli Stati Uniti per rilarsciargli il messaggio “Il mio nome è Khan, e non sono un terrorista”. Attraverso un diario che egli tiene, dovuto anche alla sua incapacità di esprimersi normalmente per colpa della Sindrome di Asparger (una sorta di acuto autismo) da cui è affetto sin da bambino, riviviamo il suo percorso. Quand’era bambino, a Bombai, dove le uniche persone a capirlo realmente erano la compianta madre e il suo colto maestro, dimostrava già le sue incredibili doti mentali, che gli permettevano di ripare ogni meccanismo rotto. Cresciuto e divenuto un uomo, in seguito alla morte della madre Khan si trasferisce in America a casa del fratello, affermato manager da anni lì emigrato, con cui in passato ebbe dei trascorsi burrascosi. Inizialmente incapace di adattarsi alla nuova vita, conosce l’amore della bella parrucchiera Mandin (Kajol), che riesce a comprendere la bontà e l’intelligenza che sono insite in lui. Khan sviluppa anche un profondo rapporto con il figlio della donna, avuto da un precedente matrimonio. Le cose sembrano andare a gonfie vele per l’uomo e la sua nuova famiglia, ma una data cambierà forse indelebilmente il suo destino: è l’11 settembre 2001, e l’attacco alle Torri Gemelle svilupperà sintomi di paura e odio razziale che riguarderanno Khan e chi gli è vicino direttamente.

Il mio nome è Khan è ricco di un cuore drammatico e pulsante, che non scade mai nella retorica e nei luoghi comuni, non appoggiandosi nè al buonismo esasperato nè a giudizi più denigratori. È un racconto di formazione e morale di un protagonista che racchiude in sè due elementi potenti e di grande impatto emotivo: la malattia, che comunque non gli impedisce una vita quasi normale, e il suo essere musulmano in periodo mai più così infelice per i seguaci di Allah. È straordinario il modo in cui Johar riesca a trattare temi così delicati con una delicatezza genuina che rapisce e avvinghia, instillando in questa storia dalle pieghe non certo ottimistiche dei momenti di irresistibile finezza umoristica, nonchè scene dal grande coinvolgimento emotivo come nella “splendida” alluvione verso la fine. Il mio nome è Khan, il motto che ripete costantemente con tenacia Risval, è una sorta di mantra universale, in lui infatti si può rispecchiare ogni abitante di questa terra, in una sorta di fratellanza universale che sembra permeare ogni alito del film, in un crescendo di emozioni e sbalzi emotivi che lascia letteralmente senza fiato, ammaliati da cotanto spettacolo non fine a se stesso. Alternandosi tra brevi situazioni nel presente filmico e lunghi flashback che hanno lo scopo di far conoscere il personaggio, non si ha mai la sensazione di una virgola fuori posto o di una parola sbagliata, e proprio a riguardo gran merito va agli autori dei dialoghi e della sceneggiatura, capaci di plasmare una figura pressochè perfetta con cui piangere e gioire. E non si può fare a meno di plaudire a mani aperte l’interpretazione di Shahrukh Khan (che ha lo stesso cognome del suo personaggio), che, e ci sbilanciamo già da ora, dovrebbe essere presa sicuramente in considerazione per i prossimi Oscar. Il suo Rizvan è una sorta di icona che non sfocia mai nel ridocolo o nel macchiettistico, arrivando anzi a divenire un esempio da seguire per milioni di persone; riesce a catalizzare l’attenzione e i sentimenti di chi guarda con una naturalezza dai pochi eguali. L’azzeccata colonna sonora, che vive di ritmi indiani adattati a uno stile più occidentale, è l’ennesimo fiore all’occhiello, perfetto accompagnamento che ben traspira gli stati emotivi dei protagonisti. Sarebbe troppo semplice definire Il mio nome è Khan un’opera che si lancia contro ogni sorta di razzismo: oltre all’importante messaggio che viene lanciato con sentita ispirazione, ci troviamo dinanzi a un’opera in grado di commuovere e appassionare in maniera universale.
Maurizio Encari, da “silenzio-in-sala.com”

Rizvan Khan, stimato indiano musulmano affetto dalla sindrome di Asperger (disturbo pervasivo dello sviluppo, da alcuni considerata una forma lieve di autismo n.d.r.), s’innamora perdutamente della bellissima Mandira, madre single di religione induista, che vive la sua versione del sogno universale del successo. E quando un atto di inaudita codardia smembra la loro famiglia, Khan decide d’intraprendere un difficile viaggio attraverso l’America contemporanea, luogo oscuro e complesso quanto il cuore umano. Un viaggio che, inconsapevolmente, si trasforma nel più improbabile atto di sfida, ma anche di pace e compassione da parte di un uomo che con la sua disarmante autenticità riesce a toccare il cuore di tutti coloro che incrocia sul suo cammino. Uno straniero, un personaggio singolare che, in nome della donna che ama, si presenterà al mondo dicendo semplicemente: “Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”.
Il cinema di Bollywood sbarca in America, con questa co-produzione India/USA che racconta la saga di un uomo deciso a non farsi ghettizzare né schiacciare dall’ondata di intolleranza generata dalla tragedia dell’ 11 settembre 2001, contrapponendo il proprio idealismo all’ignoranza e finendo per ispirare e conquistare la fede della gente in virtù della sua integrità morale e della sua generosità.
Delicato dramma esistenziale, bilanciato con elementi di commedia romantica, “Il mio nome è Khan” è una fiaba sull’amore universale, sulla diversità e sull’accettazione, sull’intolleranza e la solidarietà, tutti elementi della natura umana che vengono messi in contrapposizione tra di essi in un apologo candido e suggestivo sulla forza dei sentimenti. Attraverso gli occhi del protagonista, una sorta di Rain Man cosciente della propria condizione, vengono illustrati nel bene e nel male elementi della cultura americana esaltati dal suo cinema, ovvero lo status di paese della libertà e delle opportunità di successo economico e l’accettazione di una società multi-etnica e poli-culturale che però cambia radicalmente dopo l’ 11 settembre, con il rovescio della medaglia rappresentato da un clima di intolleranza razziale e sospetto che genera atti di violenza o episodi di arresto verso cittadini musulmani.
Il film, grazie sia alla regia attenta e sensibile di Karan Johar, sia alla bravura e al carisma del protagonista Shahrukh Khan (superstar bollywoodiana), è molto intenso e gradevole, riuscendo a coinvolgere emotivamente il pubblico soprattutto nella prima parte, mentre nella seconda si calca la mano su un eccessivo sentimentalismo ed idealismo che diventa in molti punti stucchevole. La storia, nella tradizione del cinema indiano, è un fortemente utopista e moraleggiante, con un timbro narrativo ottimista che diventa sempre più irreale man mano che la storia si avvia alla sua risoluzione, ostentando una sorta di onnipotenza ed invincibilità del protagonista, impegnato in una crociata di buoni sentimenti che raggiunge vette sensazionalistiche in un trionfo di buoni sentimenti che, ai nostri occhi disillusi ed occidentali, appare sicuramente smodato ed irreale, ma come per tutte le fiabe, alla fine diverte ed emoziona.
Paolo Pugliese, da “occhisulcinema.it”

“Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”. Inizia con questa frase “Il mio nome è Khan”, film spiccatamente bollywoodiano, ambientato a San Francisco, presentato a Berlino e a Roma. “Il mio nome è Khan” è una grande storia d’amore, di cultura, di integrazione e di felicità, è la storia di un uomo in cerca del perdono e dell’amore perduto. “Ho sentito un dolore nel petto quando ti ho lasciata, Mandira. Ho pensato fosse una congestione. Non lo era, perché ho bevuto tanto succo di zenzero, ma il dolore è ancora qui”.
I divi di di Bollywood Shah Rukh Khan e Kajol interpretano due ruoli forti e commoventi. Rizvan Khan, musulmano affetto dalla sindrome di Asperger (disturbo pervasivo dello sviluppo, da alcuni considerata una forma lieve di autismo) s’innamora perdutamente della bellissima Mandira, madre single di religione induista, di professione parrucchiera, entusiasta della vita. Quando un atto di inaudita codardia smembra la loro famiglia, Khan decide d’intraprendere un difficile viaggio attraverso l’America contemporanea, luogo complesso quanto il cuore umano. Un viaggio che, inconsapevolmente, si trasforma nel più improbabile atto di sfida, ma anche di pace e compassione da parte di un uomo che con la sua disarmante autenticità riesce a toccare il cuore di tutti coloro che incrocia sul suo cammino. Uno straniero, un personaggio singolare che, in nome della donna che ama, si presenterà al mondo dicendo semplicemente: “Il mio nome è Khan e non sono un terrorista”.
Il mio nome è Khan è la storia di una coppia indiana mista negli Stati Uniti del dopo 11 settembre. La coppia si trova ad affrontare l’irrequietezza sociale, con cui hanno dovuto fare i conti molti cittadini provenienti dal Sud-Est asiatico, visti nel loro insieme, in modo del tutto insensato, come terroristi, unicamente a causa dei loro tratti somatici e dell’iconografia culturale.
Rizvan Khan è uomo nobile, genuino, un uomo che vede il mondo con semplicità. L’educazione impartita da sua madre “Al mondo esistono solo due tipi di persone: quelli buoni che fanno buone azioni e quelli cattivi che commettono cattive azioni. Questa è l’unica differenza” lo guida attraverso gli indecifrabili comportamenti umani. Il regista Karan Johar (Never Say Goodbye) ha compiuto un lavoro notevole: il suo viaggio per spiegare le complessità del mondo indiano, e quelle del mondo occidentale, attraverso l’intelligenza di un personaggio diverso e di una storia d’amore, arriva diritto al cuore delle persone, toccando corde emotive con una melodia filmica trascinante, dall’ impegnata sceneggiatura all’incalzante colonna sonora.
“Il mio nome è Khan è ambientato in America ma il sentimento del film è profondamente radicato nelle tematiche che gli indiani affrontano quotidianamente nel loro paese”, afferma Johar, “Molta della tolleranza che Rizvan spera di diffondere tra gli americani nel corso del suo viaggio è la stessa che può influenzare e forse giovare agli indiani in tutto il mondo, molti dei quali tuttora nutrono pregiudizi l’uno verso l’altro. Alla fine, come regista, ti rendi conto che il cinema non può cambiare il cuore e la mente di un miliardo di persone, ma può forse far nascere una conversazione che, a volte, è quanto basta per accendere un fuoco È una storia d’amore epica tra due persone che hanno un’unica visione del mondo”
Sono lontani elementi come pietà e vittimismo, come sono lontani i toni sgargianti di Bollywood, la forza speciale del film è l’amore universale. Il mio nome è Khan sa essere dramma e commedia, la sonorità sentimentale attraverso la quale il film prende ritmo rende leggiadri i 130’ di durata.
Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

“Il mio nome è Khan” è un film straordinariamente coinvolgente che ha il merito di trattare temi dolorosi e attuali con estrema naturalezza, senza spingere l’acceleratore sull’accentuazione del dramma, per stimolare la sensibilità dello spettatore. Karan Johar, famosissimo in patria e non solo, a ragione inserito nel 2008 da Newsweek tra i cinquanta potenti d’India, ha portato sullo schermo, ispirandosi a vicende realmente accadute, la storia di Khan, musulmano, dalla sua infanzia in India alla sua vita negli Stati Uniti, dove si trasferisce sperando di concretizzare la promessa fatta alla madre: crearsi un’esistenza felice. Il nostro protagonista, interpretato magistralmente da Shah Rukh Khan, attore di punta di Bollywood, è affetto dal morbo di Aspergers, una leggera forma di autismo che spesso lo pone di fronte agli altri e alla vita con l’ingenuità di un bambino. Questa sua spontaneità, che sfocia in una sincerità mai mediata dalla diplomazia, e gli insegnamenti della madre, per cui non esistevano differenze religiose che potevano qualificare gli uomini, ma esistevano solo uomini buoni o uomini cattivi, che come tali potevano compiere solo azioni buone o cattive, lo rende interiormente forte, ma anche esteriormente vulnerabile, in un mondo in cui differenze sociali, religiose, e politiche, sono una buona scusante per intolleranze se non nefandezze. Johar ha creato un prodotto accattivante dove la vita dei protagonisti viene raccontata nella sua interezza, con tutte le scale di colori, a mostrare come la vita di ognuno è fatta di gioie e dolori. Attraverso le vicende di Khan osserviamo la storia di un mondo in cui l’11 settembre determina una svolta epocale, che fa ripiegare l’occidente nel terrore, nella paura di tutto ciò che non conosce, alimentando divisioni e contrasti. Durante la visione si ride, ci si commuove, si rimane attoniti, si spera, ci si fa coraggio, capendo che la volontà non è tutto ma quasi, se a muovere le nostre azioni è l’amore. Il film dura più di due ore ma lo spettatore non se ne accorge, catturato da vicende in continua evoluzione, dalla bella colonna sonora, e da un cast di bravi attori, anche i più giovani. Il finale è un po’ enfatico, forse troppo ottimista, ma se perdiamo anche la speranza cosa mai può rimanerci? Il cinema indiano dimostra ancora una volta d’avere le carte in regola per competere a livello internazionale, e mostra un coraggio nello sposare attualità e intrattenimento che latita da troppo tempo nelle produzioni occidentali, ripiegate spesso e volentieri sul dramma intimista o sulle commedie di bassa levatura. Oltre a spettatori amanti del dramma a tutti i costi o delle risate di grana grossa, esiste tutto un mondo di cervelli funzionanti ai quali piace svagarsi senza per questo mandare il cervello in letargo, questo film è per loro.
Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog