Il cuore grande delle ragazze


Amori e dolori di uno “sbagerla”, di un mezzo mascalzone, mezzo perché con il filtro dei ricordi, tanto più personali, le figure si ingentiliscono e “nostro” nonno può diventare l’ex cantante dei Lunapop. Il cuore grande delle ragazze può essere solo di Pupi Avati, per le atmosfere, l’occasione, il gusto misto dolce e cinico, la voce fuori campo, i colori dorati e le note di Lucio Dalla. Pupi, non è certo l’unico, ma è sicuro uno di quei registi di cui si può dire o lo prendi così, sempre (anche se con qualche sfumatura), o non ti piace (proprio). E penso che anche lui ne sia più che cosciente, perché in effetti il suo modo di fare cinema, con una media di uno all’anno da quarantatre, non soffre mai la pigrizia del mestiere, della direzione, della scena, semmai accusa un inceppamento a ritroso. 
Quindi il film, che è il nostro argomento, prende tutto di Avati, e trova la metà degli anni Trenta, dopo che c’erano stati i Cinquanta (Gli amici del Bar Margherita), i Quaranta (Il papà di Giovanna), i Venti (Il cuore altrove), la realtà contadina della campagna del centro Italia e il nonno del regista che diventa Carlino Vigetti (Cesare Cremonini). Carlino ha dalla sua l’illetterata simpatia e il fatto che piace alle donne, ma questo non basta a salvare il podere del papà mezzadro, che quindi gli chiede di scegliere una delle due illibate e bruttine figlie del padrone. Lui ci prova, un’ora al giorno, ma quando vede Francesca (Micaela Ramazzotti) perde la testa, piange e ribalta il piano del padre, lei si inebria del suo alito di biancospino e ricambia subito celebrando le nozze. 
Si vede che è amore a prima vista quello di Carlino per Francesca, ma soprattutto quello di Avati per il tempo che fu, la sua giovinezza (in questo caso quella del nonno), la sua gente bolognese e il sesso senza malizia; è quell’amore a prima vista che ti fa colorare i grigi, divertire le tristezze e anche non pensare ai motivi di un trentottesimo racconto, che tuttavia funziona. Cremonini ci mette spontaneamente la sua nostalgia e la sfrontatezza un po’ cialtrona che confina in poesia, Micaela la romanità veracissima di una bella donna che ti fa ridere. Il cuore grande delle ragazze, sarebbe quello di sopportare gli uomini libertini, di essere donne, mamme e seduttrici affidabili (da cui i mariti tornano sempre dopo l’amante di turno). Perché il sesso si faceva, tanto, molto più a quel tempo, ma non si analizzava. L’amarcord diPupi ha qualche piccolo dramma senza contorni cupi, che lo avrebbero intristito e non è il momento, ha una cocciuta e tenera Ramazzotti che vuole il suo povero ma bello (prima e buona prova). 
Il cuore del film è la famiglia rurale di un tempo che Pupi scruta con gli occhi a fessura e ci restituisce com’era e come vorrebbe fosse stata. Questo è un altro mattone del suo premuroso rifugio poetico che danza sui quei ritratti, poco approfonditi, ma buffi, romantici e pungenti. Così la ragazza dalle trecce chilometriche per voto, le suore, le anziane devote, gli uomini in preda agli istinti e le graziose smaliziate. Tutti, nei ricordi fiabeschi e furbeschi di quelle radici del primo Novecento che si (ci) porta dentro. La nostalgia, ancora, qui è un gioco. 
Di Giulia Pietrantoni, da comingsoon.it

Prima metà degli anni ’30, in una cittadina dell’Italia centrale immersa nellacampagna. La famiglia contadina dei Vigetti ha tre figli: il piccolo Edo, Sultana e Carlino, giovanotto molto ambìto dalle ragazze. Gli Osti invece sono proprietari terrieri che hanno fatto fortuna e vivono in una casa padronale con le loro tre figlie, tutte da maritare: le più attempate, Maria e Amabile, e la giovane e bellissima Francesca. Facendo buon viso a cattiva sorte, Sisto e Rosalia Osti accettano che il giovane contadino Vigetti corteggi le due sorelle maggiori con l’intento di sistemarne almeno una. Inizia un periodo di incontri con le due ragazze nel salotto di casa Osti, turbato però un giorno dall’arrivo improvviso di Francesca dalla città in cui è stata mandata a studiare. Tra i due è colpo di fulmine. Tutti i piani vanno in fumo: Carlino non vuole più corteggiare le due sorelle bruttine, e Francesca, la perla della famiglia, non vuole sposare altri che lo spiantato contadino. Dopo l’iniziale contrarietà gli Osti devono cedere: Francesca, disperata, forza loro la mano con tutti i mezzi. Si prepara il matrimonio, ma nella concitazione che lo precede ci si dimentica di avvisare il prete: tutti gli invitati con l’abito della festa e gli sposi felici di fronte alla chiesa si trovano davanti una porta chiusa! La cerimonia salta. Passa poco tempo e stavolta tutto sembra davvero pronto per lo sposalizio…
Ritorno al passato. Dopo l’Alzheimer dell’interessante e sfortunato Una sconfinata giovinezza, Pupi Avati torna a riannodare i fili del suo passato, mettendo in scena la storia dei suoi nonni con la complicità delle belle musiche diLucio Dalla. “Mi piace la storia di mia nonna e di mio nonno – ha raccontato il regista – perché è la storia di un amore che sembrava impossibile”. Ambientazione retrò, malinconia strisciante e una coppia che più anomala non si poteva pensare e che, al contrario, funziona a meraviglia. L’ex Lunapop, oramai cantautore cresciuto e mutato, Cesare Cremonini e una delle nuove stelle del cinema italiano, Micaela Ramazzotti, moglie di Paolo Virzì conosciuta sul set di La prima cosa bella. A proposito dei due protagonisti Avati ha aggiunto: “Per quando riguarda la scelta di Cesare Cremonini devo dire che è stata una idea di mio fratello Antonio. Poi l’ho incontrato e mi ha colpito, prima di ogni altra cosa, la musica del suo parlare. Un’inflessione identica alla nostra, a quel mio parlare bolognese, ma direi addirittura da bolognese di via Saragozza, di cui vado orgoglioso. Cesare è uno di quei ragazzi belli e piacenti, come io non sono mai stato. Uno di quelli che le donne baciavano senza pensarci neanche un minuto. Mi è piaciuto il suo volto sorridente, ma anche un po’ da gaglioffo. E il suo modo di starsene un po’ defilato, senza gli atteggiamenti da rockstar che potremmo immaginare”. “Micaela, invece, la conoscevo bene, in quanto aveva lavorato in una serie tv della nostra casa di produzione. Ma quando l’ho vista nei due ultimi film di Paolo Virzì, è stata per me la consapevolezza che era pienamente maturata. Che era l’attrice perfetta per quel ruolo. Ho immaginato prima la coppia e mi sono sembrati formidabili. Ora lo posso confermare”.
Da primissima.it

Anni ’30 del secolo scorso, la campagna emiliana, una famiglia contadina: basterebbero questi tre elementi per immaginarsi il nome di Pupi Avati impresso a lettere d’oro sul film. Dopo due pellicole “diverse” (e di scarso successo) come Il figlio più piccolo e Una sconfinata giovinezza, il regista bolognese ritorna alla sua terra e alle sue abitudini. Lo fa raccontando la vicenda, piccola e genuina, della famiglia contadina dei Vigetti, marito, moglie e tre figli. C’è il piccolo Edo, la grassa Sultana in perenne attesa delle mestruazioni e soprattutto Carlino (Cesare Cremonini), semplice, analfabeta, con la passione per le moto Guzzi e per le donne. È lui il centro del film: le ragazze del paese vengono tutte sedotte da questo tombeur des femmes che le intorta con il suo leggendario “alito di biancospino” e con un irriducibile candore al confine con la stupidità. Fino a quando non incontra (e si innamora di) Francesca (Micaela Ramazzotti), giovane, bellissima e figlia dei proprietari della terra in cui suo padre (Andrea Roncato) lavora.
Non è difficile immaginare dove stia il conflitto (di classe, di cultura, di ambizioni) che trascina Il cuore grande delle ragazze. Che contiene tutti i temi portanti della poetica del cinema di Avati, soprattutto l’evocazione amarcord di un “piccolo mondo antico” e la figura centrale della donna-madonna bellissima e tollerante. Intorno ai protagonisti ruota un cast corale e festoso di figurine eccentriche (spesso macchiettistiche) e contraddistinte da evidentissima emilianità, eccettuate le romane Francesca e la madre. Il regista si lascia dietro le spalle i toni drammatici de Il papà di Giovanna e si abbandona a un romanzo amarcord in cui più di una volta si scivola nella farsa, pur apprezzandone la ruspante genuinità di fondo. Certo questa aderenza alle solite tematiche è contestabile, e si potrebbe rimproverare ad Avati di non andare (più) da nessuna parte. Ma questo è il suo mondo e non smette di ripetercelo, quello che nasce dai ricordi della sua infanzia e viene riletto con gli occhi dell’adulto che non ha dimenticato quei profumi e quelle sensazioni. Un mondo fatto di personaggi più che di persone – nella tradizione della commedia italiana –, il racconto di una campagna atavica che forse non esiste più, se non in ritratti d’autore come questo.
Di Marita Toniolo, da bestmovie.it

Garbato, piacevole, affettuoso: è un film di cui non si può dire niente di male, Il cuore grande delle ragazze di Pupi Avati, presentato in concorso al Festival Internazionale del Film di Roma. Probabilmente, il più riuscito di tutti i suoi lavori recenti. Nel cast: Cesare Cremonini,Micaela Ramazzotti, Andrea Roncato.
Siamo nel periodo preferito del regista bolognese, il Ventennio fascista. Lontani da Roma, nelle campagne vicino Fermo, nelle Marche. Due famiglie: il latifondista e il mezzadro. Il primo (Sisto Cavina) ha due figlie da sposare, bruttine e zitelle. Il secondo (Andrea Roncato) ha un bel figlioccio donnaiolo . L’accordo vien da sé: il figlioccio in sposo a una delle due (a scelta) in cambio di terra e doni.
Arriva a rovinare tutti i piani (come spesso capita ai suoi personaggi) Micaela Ramazzotti, figlia illegittima del latifondista, che si prende Cremonini e lo toglie dal talamo delle sorellastre bruttarelle. Seguono equivoci, liti, funerali, matrimoni, separazioni, foto nostalgia, il bel tempo andato, rituali di campagna, i-treni-sempre-in-orario.
Per apprezzare Il cuore grande delle ragazze deve piacere il cinema dolciastro, che pare il racconto di una storia divertente fatta da un parente. Avati è sempre più orgogliosamente anti-contemporaneo, dell’oggi non gliene frega niente. Punto. Ma il regista non si discute, lasceneggiatura è impeccabile e Avati sa tirare fuori il meglio da scelte di casting non scontate che sono diventate un marchio (qui Cremonini).
Di Ferdinando Cotugno, da it.cinema.yahoo.com

Chissà che avrebbe detto la Nouvelle Vague di questo “cinema del nonno”? Quello di Pupi Avati, che in Concorso a Roma ricrea la Bologna che non è più a Fermo, riapre – non l’ha mai chiuso, a dire il vero – l’album dei ricordi e rispolvera il suo mix trademark di autobiografia e fantasia, memoria e immaginazione. In breve, Il cuore grande delle ragazze, ovvero la liaision varia ed eventuale del nonno di Pupi, Carlino, e della bella Francesca in anni ’30 di campagnolo retaggio. 
Lui è il quasi deb (Un amore perfetto, 10 anni fa) Cesare Cremonini, latin lover ma senza darsi arie, anzi,tutto ingenuità genuina, robusti appetiti sessuali e il miraggio di una Moto Guzzi “matrimoniale”per salvare la mezzadria di papà (Andrea Roncato): tra le due promesse brutte spose, sceglierà la terza bella, ovvero Micaela Ramazzotti, romana, pardon, romanaccia, tosta, ma inguaribilmente romantica. L’amore scoppia subito, ma per perfezionare il matrimonio occorrerà tempo, lacrime, tradimenti e… il solito Avati, che gira senza colpo ferire, si concede battute e situazioni ilari e, soprattutto, dirige da dio gli attori. Promosso a pieni voti Cremonini, Ramazzotti sugli scudi e sulle tracce (ancora lontanissime, per carità) della Vitti, mentre il film? Senza infamia né (troppe) lodi, un prodotto medio, onesto e, perché no, piacevole. Giudizio di (buon) cuore…
 Di Federico Pontiggia, da cinematografo.it

Dopo Il figlio più piccolo e Una sconfinata giovinezza, Pupi Avati decide di cambiare registro e tornare alla commedia nostalgica e sognante per affrontare l’ennesima perlustrazione nel mondo contadino, nelle sue radici, nell’ambiente rurale che gli ha dato i natali e un inconfondibile imprinting artistico. Un universo di relazioni, atmosfere e luoghi in cui il cineasta si è cullato a lungo, in cui ha imparato a fantasticare e cui deve quel suo unico e inimitabile sguardo romantico. I matrimoni, le donne, la campagna, l’amore: terreni che, tra alti e bassi, il regista bolognese ha già ampiamente esplorato attraverso la sua lunga carriera, ma ciò che colpisce in positivo de Il cuore grande delle ragazze è la leggerezza e la grazia con cui Pupi riescie a raccontarci un pezzo importante del suo e del nostro passato. Negli anni ’30 era diverso essere maschi e femmine rispetto ad oggi, era diverso l’amore tra marito e moglie, era diverso il modo di approcciare con la sessualità.  Il cuore grande delle ragazze è un film nostalgico e giocosamente scandaloso che analizza, attraverso le bizzarre nozze tra due ragazzi di estrazione sociale diversa, mentalità, atteggiamenti, ignoranza e vezzi di un’epoca totalmente opposta a quella che viviamo oggi. Al centro della storia il classico matrimonio che non s’ha da fare, quello tra Carlino, figlio di una famiglia di mezzadri emiliani, zoticone, sciupafemmine e dall’irresistibile alito di biancospino, e Francesca, una ragazza romana figlia di ricchi proprietari terrieri, istruita e bellissima ma non meno rozza di lui – che addirittura tenta il suicidio quando il patrigno la rinchiude dentro casa per evitare ogni contatto con lo svergognato corteggiatore. Promesso sposo di una delle due sorellastre zitelle di Francesca, destinate altrimenti ad un’eterna vita da signorine, Carlino si innamora follemente della biondissima studentessa romana tornata a casa per un breve periodo.
Breve, equilibrato nei toni, ben recitato sia nei risvolti comici che in quelli più drammatici, Il cuore grande delle ragazze è un film basato sulla storia vera dei nonni del regista, ironico e a tratti grottesco, girato in maniera semplice e poetica, con un montaggio veloce e dialoghi essenziali ma soprattutto credibili, nonostante i toni fiabeschi, toni che per assurdo possiedono molto più realismo e attinenza alla verità di quando si possa immaginare. Sfiorando più volte la deriva surreale, Avati si veste a festa con abiti economici un po’ retro regalandoci un nuovo capitolo del suo cinema, leggero ma significativo, un godibile e pittoresco affresco di un’epoca lontana, che vive solo nella mente dei nostri nonni e che grazie al grande Pupi anche i più giovani hanno potuto esplorare più da vicino.
Girato in sei settimane in location per la prima volta lontane da Bologna, sia perchè in questo momento c’è voglia di riscoprire luoghi autentici che ancora appartengono a chi vi è nato, sia perchè i bolognesi sembrano essere stufi del caos cittadino da set, il film è ambientato in una cittadina immaginaria del centro nord (che in realtà è Fermo, nelle Marche) che non appare come una Bologna millantata ma semplicemente come un luogo ancora intatto, scevro da traffico e da confusione, in cui Avati è riuscito ad immergersi nei propri ricordi. 
Splendida, radiosa e bravissima Micaela Ramazzotti, sempre più erede naturale della grandeMonica Vitti, capace di alternare all’interno di una stessa scena il registro comico a quello drammatico, mentre se la cava tutto sommato bene Cesare Cremonini, ex-leader dei Lùnapop, che sfoggia un’espressione da ingenuotto autentica e tenera riuscendo a trasmettere quella dolcezza un po’ sfrontata che bene si cuce addosso al suo personaggio. 
Un cinema vecchio stile quello dell’Avati de Il cuore grande delle ragazze, e non solo visivamente ma soprattutto nel modo di girare e di lavorare, assai più a basso costo rispetto agli ultimi tempi, senza ricostruzioni in studio, tutto in presa diretta, proprio come si faceva una volta, con una troupe di affezionati insostituibili cui si sono aggiunti diversi giovani locali provenienti da accademie di scenografia o di recitazione desiderosi di affrontare la nuova realtà professionale costruita dal buon vecchio Pupi con l’entusiasmo di un debuttante.
Fa bene, ogni tanto, guardarsi indietro, guardare a come eravamo con sguardo incantato, rendersi conto di come era bello sognare e fantasticare cullati da una beata inconsapevolezza.
Di Luciana Morelli, da movieplayer.it

Tinte acquerello, per un affresco degli anni Trenta pieno di ricordi e personaggi di ispirazione quasi felliniana. Un periodo cupo e duro della storia d’Italia, visto con l’occhio visionario di lo viveva da lontano, dal verde della campagna emiliano-marchigiana. Pupi Avati arriva al Festival di Roma con Il cuore grande delle ragazze, film in concorso e una delle opere più ispirate del regista, degli ultimi anni. Sarà anche perché la pellicola è fatta di ricordi veri, ispirata alla storia dei nonni di Avati.
E’ la storia della famiglia contadina dei Vigetti e dei loro tre figli: il piccolo Edo, Sultana e Carlino, ragazzo ingenuo e tontolone, ma molto ambìto dalle ragazze. Gli Osti sono, invece, i proprietari terrieri che hanno da sistemare le due figlie, bruttine e attempate, Maria e Amabile, così accettano che il giovane contadino Vigetti corteggi le due ragazze, per sistemarne almeno una. Ll’arrivo in paese di Francesca, la terza figlia degli Osti, sconvolge la vita delle due famiglie, e il cuore del giovane Carlino.
Lo speciale “amarcord” di Avati è ricco di caratteri e sfumature che rendono il quadro dei ricordi tanto visionario quanto nostalgico. Il regista colora anche i momenti tristi, ingentilisce anche i personaggi più cupi, ricrea le atmosfere di quegli anni senza rinunciare al cinismo critico, ma addolcendo il tutto con i colori dorati della campagna e le note di Lucio Dalla. Un racconto di amori e piccoli drammi, ma anche avventure tragicomiche attraverso il filtro dei ricordi, raccontate dall’intensa voce narrante di Alessandro Haber. Un’innata simpatia, e il sorriso (o forse sarebbe meglio dire l’alito…) da “piacione” per il nonno interpretato da un sorprendente Cesare Cremonini, spontaneo e sfrontato, che, smessi i panni del giovane che gira in vespa per i colli bolognesi, conquista con la sua tenera cialtroneria. Dall’altra parte la romanità verace della Ramazzotti, la sua ingenuità e cocciutaggine, che conquista ancora una volta nel ruolo di una donna che vuole amare e sa perdonare. 
Ieri sera, alla prima al Festival, il regista, che nei giorni scorsi aveva accusato un malore, è arrivato sul red carpet accompagnato dalla Ramazzotti, capelli sciolti e un lungo abito nero, in stile anni ’30, e Cremonini, in impaccabile smoking. Lunghi e calorosi applausi al termine, e anche durante, la proiezione, con tanto di standing ovation finale. “Un film delicato e bellissimo”, ha commentato a caldo il ministro dei Beni Culturali Giancarlo Galan che alla proiezione sedeva accanto ai fratelli Avati.
Dopo Il figlio più piccolo e Una sconfinata giovinezza, Avati torna alla commedia agrodolce e visionaria alla ricerca delle radici di un mondo lontano, che oggi fa sorridere ma risveglia anche un bel po’ di nostalgia.
Di Sonia Arpaia, da doppioschermo.it

Prima cosa, siamo felici che sia stato solo un falso allarme quello sulla salute di Pupi Avati, il più prolifico regista del cinema italiano in carica (unico rivale: Carlo Vanzina). Per quanto impercettibile (Pupi Avati, oltre quaranta titoli in altrettanti anni, è tanto fedele a se stesso da sembrare – ai detrattori – ripetitivo) si è verificato un sicuro spostamento nel cinema dell’autore bolognese, nel sentimento più che nello stile. E Il cuore grande delle ragazze lo conferma, dopo – seguendo l’ordine a ritroso – Una sconfinata giovinezza e Il figlio più piccolo, Gli amici del bar Margherita e Il papà di Giovanna. Non solo l’amore riempie di sé più di prima i suoi film. Ma c’è anche una disponibilità alla commozione, con una nota dolente in più, che ha pian piano soppiantato un caratteristico e prevalente tono goliardico-picaresco dove la bonaria presa in giro dei pur sempre cari e coccolati personaggi aveva la meglio.
Protagonista della nuova storia nella quale fanno irruzione anche ambientazioni ed accenti regionali estranei al background provincial-emiliano che è stato a lungo la sicura coperta di Linus di Pupi (in verità il precedente Una sconfinata giovinezza era borghese e metropolitano, qui pur confermandosi la passione per la provincia e per il passato – gli anni 30 in questo caso – molti personaggi parlano romano), è l’iniziazione sessuale, la smania giovanile di sesso. Alla maniera di Avati, certamente, con la sua tavolozza fitta di personaggini buffi e situazioni altrettanto buffe. Dunque due famiglie: quella del padrone (Gianni Cavina) che ha due figlie zitelle da maritare ma anche una figliastra bella come il sole e soavemente ingenua (Francesca, Micaela Ramazzotti) vissuta a Roma, lontano dalla famiglia; e quella del mezzadro (Andrea Roncato) padre del giovanotto Carlino (il cantante Cesare Cremonini, ennesima scommessa di un regista i cui casting hanno fatto storia) incantatore di tutte le ragazze e adoratore dell’universo femminile. Tra lui e Francesca è colpo di fulmine nonostante l’opposizione della famiglia benestante
Di  Paolo D’Agostini , da trovacinema.repubblica.it

 In un paese rurale dell’Italia centrale, negli anni ’30, vive la famiglia contadina Vigetti con i loro tre figli: Edo, il più piccolo, che è l’unico che sa leggere e scrivere; Sultana, una ragazza problematica e sovrappeso; Carlino, un bel ragazzo che odora di biancospino e che ama l’amore ma ancor di più il sesso ed è contraccambiato da tutte le ragazze del paese. La famiglia Osti invece è composta da un uomo rimasto vedovo, che non ama troppo lavarsi, con due figlie decisamente bruttine che nessuno vuole sposare. L’uomo si è risposato con Rosalia, una donna romana che a sua volta ha una figlia senza padre, cresciuta a Roma dalle suore.
I Vigetti abitano in una proprietà degli Osti e per far quadrare il misero bilancio familiare convincono il figlio maggiore a sposarsi con una delle due ragazze bruttine. In cambio non avrebbero pagato l’affitto per dieci anni e lui avrebbe ricevuto in dono, dal padre delle ragazze, una bella moto Guzzi nuova fiammante. Per un mese il ragazzo va tutte le sere a far visita alle due innamorate per decidere quale delle due scegliere. Ma proprio allo scadere del mese, quando lui non ha ancora deciso a chi dichiararsi, conosce Francesca, la bella figlia di Rosaria, appena arrivata da Roma a trovare la madre. Tra i due è amore a prima vista.
Il vecchio non vuole subire l’affronto di vedere il futuro genero accasarsi invece con la figlia della moglie, che lui ha sempre mantenuto in collegio. Chiudono la ragazza a chiave in casa, ma l’amore è più forte di qualsiasi costrizione e alla fine tutti acconsentono a celebrare quel matrimonio d’amore. Qualcosa va storto e così la funzione si deve rimandare, portando a conseguenze drammatiche le scelte di Francesca.
Il cuore grande delle ragazze è una commedia di Pupi Avati che ha toni drammatici, ma anche teneri e divertenti. Nel film il regista sottolinea i ruoli di maschi e femmine, così diversi a quell’epoca rispetto ad oggi, quando il concetto di scandalo era molto forte e le ragazze, pur sentendo le pulsioni amorose, dovevano far finta di niente per non rovinare la loro reputazione. Nel ruolo maschile un bravo Cesare Cremonini, che si cala perfettamente nella parte del conquistatore bello ma un po’ tonto. Il ruolo della protagonista femminile è affidato alla brava Micaela Ramazzotti, che interpreta una ragazza sempliciotta, ingenua e di sani principi che mette l’amore al primo piano, ma rischia di compromettere la propria felicità a causa della sua caparbietà. Le musiche del film sono di Lucio Dalla.
Il film è al Festival di Roma in concorso. La voce narrante del film è di Alessandro Haber.
Di Elisabetta Villaggio, da romagiornoenotte.it

Siamo negli anni ’30, nella campagna emiliana. I Vigetti sono una famiglia di contadini che hanno in gestione un podere dei ricchi possidenti Osti. Il loro figlio maggiore, Carlino (Cesare Cremonini), è famoso per essere un latin lover e per soddisfare le esigenze di tutte le ragazze della città, sposate o meno. Per cercare di sistemare almeno una delle figlie zitelle, Sisto Osti (Gianni Gravina) accetta, suo malgrado, la corte del giovane Carlino che però alle due brutte zitelle preferisce la bella Francesca (Micaela Ramazzotti), figlia della moglie. Tra i due sarà colpo di fulmine, ma le cose non andranno per il verso giusto, almeno all’inizio.
Pupi Avati torna a dirigere ancora una volta una commedia ambientata nella sua terra, nel periodo mussoliniano, e, ancora una volta, gli riesce particolarmente bene. “Il cuore grande delle ragazze” si illumina grazie all’ottima prova attoriale di Cesare Cremonini, alla sua prima apparizione cinematografica. Il cantante ha la faccia da attore, quindi non ci stupiamo di quanto la recitazione gli stia bene addosso, come una seconda pelle. Il regista ha avuto un’ottima intuizione a sceglierlo. Al suo fianco, un’eccellente Micaela Ramazzotti, con cui si crea un grande connubio. Musiche originali di Lucio Dalla.
Il film è in concorso all’ultimo Festival Internazionale del Film di Roma.
Di Domenica Quartuccio, da ecodelcinema.com

Dopo Il figlio più piccolo e Una sconfinata giovinezza, Pupi Avati cambia registro e si presenta al 6° Festival Internazionale del Film di Roma con una commedia dal sapore nostalgico, un vivido affresco sull’Italia in un Epoca ben diversa dalla nostra: Il cuore grande delle ragazze. Ci troviamo nella prima metà degli anni ’30, in una cittadina dell’Italia centro-settentrionale immersa in una suggestiva campagna. Qui Carlino Vigetti, figlio di una famiglia contadina ed impenitente donnaiolo dal conturbante alito di biancospino, si innamora di Francesca, una bella ragazza romana figlia di ricchi proprietari terrieri.  Attraverso le bizzarre nozze tra i due ragazzi di estrazione sociale diversa, il film analizza mentalità, atteggiamenti, ignoranza e vezzi di un’epoca totalmente opposta a quella che viviamo oggi. Girato in sole sei settimane, Il cuore grande delle ragazze è una commedia delicata e misurata nei toni in cui è facile commuoversi, ma che allo stesso tempo offre spunti estremamente divertenti e teneri. Raccontando una storia in gran parte simile a quella dei propri nonni, con una regia semplice e poetica ed un montaggio dal ritmo piacevole, Avati da vita ad una bella favola surreale e fantastica che si intreccia al realismo tipico dei ricordi che si perdono nel tempo e che riaffiorano alla mente più vivi e coloriti. Il regista mescola abilmente una veridica ricostruzione degli anni ’30 alla poesia che scaturisce dalla memoria e, come un abile burattinaio, muove alla perfezione i suoi interpreti all’interno di questo suggestivo bozzetto. È infatti da sottolineare l’ottima prestazione di tutto il cast artistico dove sicuramente spiccano la bella interpretazione della verace e solare Micaela Ramazzotti e dell’esordiente Cesare Cremonini che, pur provenendo da un ambiente prettamente musicale, si difende bene,  sfoggiando un’espressione da ingenuotto autentica e tenera e riuscendo a trasmettere quella dolcezza un po’ sfrontata che bene si cuce addosso al suo personaggio. Un ritorno al passato dunque per Avati in tutti i sensi, infatti anche nel modo di girare e di lavorare (senza ricostruzioni in studio, tutto in presa diretta) Il cuore grande delle ragazze rappresenta un cinema vecchio stile che senza dubbio incanta e fa sognare.
Di Sara D’Agostino, da voto10.it

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