Il cigno nero

Nina viene scelta come protagonista di una nuova versione del Lago dei Cigni a New York. Ma per riuscire a interpretare il doppio ruolo del virginale cigno bianco e del sensuale cigno nero dovrà scavare dentro se stessa per trovare un’aggressività che non le appartiene…
Dopo il Leone d’Oro per The Wrestler, Darren Aronofsky apre il Festival di Venezia con il suo film più pretenzioso, quello in cui le sue mire sono più alte. Rispetto alle sue opere precedenti sembra infatti che stavolta il regista di Brooklyn voglia sottintendere un discorso ancor più generale sulla fragilità della mente umana e sulle lotte interiori che combattiamo per raggiungere i traguardi che cerchiamo. Non a caso è un film meno riuscito dei precedenti, proprio perché non tutto ciò che tenta di fare gli riesce. Stilisticamente torna ad essere l’Aronofsky dei suoi primi due film, decisamente più ostico rispetto a quello di due anni fa, e questo fa di Black Swan una pellicola che difficilmente potrà trovare un grande pubblico.
In bilico tra psicanalisi, Lynch e Cronenberg, la sceneggiatura si sforza di rendere fin troppo chiare – ovvie – le caratterizzazioni dei personaggi e alcuni passaggi della storia, nonostante abbia il pregio di farlo attraverso le immagini invece che le parole come Hollywood troppo spesso è abituata a fare. Questo può forse dipendere dai dubbi di Aronofsky sull’attenzione che il suo pubblico avrebbe potuto avere per alcuni aspetti dello sviluppo dell’intreccio, ma certe soluzioni sarebbe davvero stato meglio lasciarle appena accenate, perché si sarebbe così reso di maggior impatto lo svelarsi della vicenda. Una vicenda inquietante, capace di far rabbrividire come anche di emozionare.
Parte del merito dell’efficacia della pellicola va sicuramente data ai protagonisti, con una Natalie Portman impegnata in un ruolo che in quanto a complessità non ha nulla da invidiare a quello di Charlotte Gainsbourg in Antichrist e un Vincent Cassell eccellente. Allo stesso modo gli effetti speciali digitali aggiungono molto a diverse scene, risultando essenziali per l’esposizione di alcuni concetti e unendosi perfettamente all’inusuale fotografia in 16mm di Matthew Libatique. Non è detto che questa commistione piaccia agli amanti della danza e nonostante dopo il film con Mickey Rourke l’opinione generale sul regista di Brooklyn sia migliorata, molto probabilmente chi prima lo definiva un bluff continuerà ad essere un suo detrattore. In realtà, però, Aronofsky si conferma un regista interessante e Black Swan si dimostra una pellicola imperfetta ma efficace e stimolante.
Alberto Cassani, da “cinefile.biz”

Da un’antica fiaba tedesca (Il velo rubato, che riprende un modello comune alla tradizione europea) è tratta la storia di Odette, trasformata in cigno dal perfido Rothbard: solo dopo il tramonto la giovane può riacquistare le sue sembianze umane.
È in una di queste notti che il principe Siegfried la vede e se ne innamora: Odette gli confessa che solo un giuramento di amore eterno spezzerà l’incantesimo. Ma il principe viene ingannato da Odile, figlia di Rothbard, così somigliante a Odette da riuscire a sedurre l’ignaro Siegfried.
La storia d’amore tra il giovane e la sfortunata Odette avrà un epilogo tragico.
Il dramma di Siegfried e Odette è diventato uno dei più famosi e acclamati balletti del XIX secolo con il titolo Il lago dei cigni con le musiche di Tchaikovsky. La prima rappresentazione fu a Mosca al Teatro Bolshoi nel 1877.
Ma non è questa versione a sancire la fama di questo capolavoro del balletto e della musica, piuttosto il lavoro, vent’anni dopo, dei coreografi Lev Ivanov e Marius Petipa, presentato per la prima volta il 15 gennaio 1895 al Teatro Imperiale Mariinskij a San Pietroburgo. Per l’occasione la musica di Tchaikovsky venne riadattata dal direttore d’orchestra Riccardo Drigo.
Il tema del cigno è profondamente wagneriano, Tchaikovsky confessa la sua ammirazione per il Lohengrin, il tema musicale del cigno ricalca il ‘Mai devi domandarmi’ dell’opera di Richard Wagner.
Cigno bianco e cigno nero, l’Amore Sacro e l’Amor Profano, Odette e Odile: l’intera opera gioca sul tema del ‘doppio’.
Nel 1948 Michael Powell ed Emeric Pressburger realizzano Scarpette rosse, storia di una ballerina che arriva al successo grazie alla reappresentazione di Scarpette rosse, ispirato all’omonima fiaba di Hans Christian Andersen. Ma la scelta tra la dedizione totale per la danza e l’amore per il compositore Julian Craster la logorano: ormai identificata con il suo personaggio, la protagonista danzerà fino alla morte.
Arriviamo ai giorni nostri. Darren Aronofsky. Il cigno nero, THE BLACK SWAN.
Nina fa parte del corpo di ballo del New York City Ballet ed è stata scelta dal coreografo Thomas Leroy per vestire i panni della protagonista nella rappresentazione de Il lago dei cigni. Nina è tecnicamente molto brava ma incontra delle grandi difficoltà nel momento in cui entra in competizione con un’altra ballerina, Lily: la sua collega è sensuale, comunicativa e se Nina è perfetta nella parte del cigno bianco per il suo aspetto candido e composto, non riesce a interpretare fino in fondo la controparte del cigno nero, dove passione e sentimento sono elementi fondamentali. Tra incubi e visioni, Nina giungerà all’agognato trionfo per il quale, però, pagherà un prezzo molto alto.
Non c’è esistenza al di fuori del palcoscenico, Nina lo sa bene.
Nietzsche, nella Nascita della Tragedia, contrapponeva lo Spirito Apollineo, ordinato e preciso, a quello Dionisiaco, dinamico e multiforme. Nina è dominata dall’Apollineo, è razionale ed equilibrata. Tuttavia manca di una controparte dionisiaca, quell’impulso alla vita e alla sessualità che le permetterebbero di vestire i panni del cigno nero.
Aronofsky continua quello che aveva già iniziato con The wrestler: Randy ‘The Ram’ Robinson sul ring e Nina sul palco, il corpo come unico strumento di comunicazione con il mondo esterno, la fama (e per Nina la perfezione) a tutti i costi.
“Alcune persone considerano il wrestling la più bassa delle forme d’arte, mentre altri ritengono che il balletto sia la più alta. In realtà sono discipline molto più simili di quanto si creda. Mickey Rourke come wrestler viveva delle esperienze assolutamente paragonabili a quelle di Natalie Portman come ballerina […] la cosa interessante per me era trovare due storie collegate in quelli che potrebbero sembrare dei mondi distanti” [Darren Aronofsky]
Elena Spadiliero, da “wuz.it”

Nina è una ballerina del New York City Ballet che sogna il ruolo della vita e un amore che spezzi l’incantesimo di un’adolescenza mai finita. Incalzata da una madre frustrata, si sottopone a un allenamento estenuante sotto lo sguardo esigente di Thomas Leroy. Coreografo appassionato e deciso a farne una fulgida stella, Leroy le assegna la parte della protagonista nella sua versione rinnovata del “Lago dei cigni”. Sul palcoscenico Nina sarà Odette, principessa trasformata in cigno dal sortilegio del mago Rothbard, da cui potrà scioglierla soltanto il giuramento di un eterno amore.
Eccezionalmente squilibrato in ogni momento, lo psico-thriller di Darren Aronofsky è un balletto melodrammatico brillante e macabro che prende forma e diventa film.
Protagonista è la giovane ballerina Nina Sayers, interpretata da Natalie Portman. Bella, vulnerabile e sessualmente ingenua, suscettibile alla malattia mentale. Per dare una svolta alla sua vita e per ricoprire il ruolo di prima ballerina, Nina dovrà scavare in profondità dentro sé stessa, andando a scontrarsi col suo lato oscuro. In un continuo andirivieni tra allucinazioni e attacchi di ansia, in un climax che accompagna lo spettatore tenendolo con il fiato sospeso, Aronofsky affronta in maniera convincente i temi della paura, della sessualità e del rapporto con il proprio corpo, l’amore per la perfezione, per la danza, e forse più importante di tutti: il rapporto di amore/odio con il proprio genitore.
La Portman ha decisamente superato la fase di “brutto anatroccolo” della sua carriera con questa performance tremenda, nei panni della giovane ballerina Nina, membro di un laborioso corpo di ballo di New York. Nina vive con la madre, ex ballerina che è stata costretta a lasciare la sua carriera – una performance impressionante e decisamente soddisfacente per Barbara Hershey – che non perde occasione per canalizzare la sua rabbia e la sua invidia verso la figlia, subissandola di attenzioni e sfinendola con la sua ingombrante presenza.
L’altra ombra che si stende sul destino di Nina, questa volta dietro le quinte, è quella di un esigente Thomas Leroy, il regista interpretato da Vincent Cassel, che è alla ricerca di qualche nuova promessa pronta a spiccare il volo per il ruolo di prima ballerina ne Il Lago dei Cigni. Il suo sguardo si posa sulla tremolante e introversa Nina, avvertendone il potenziale nascosto.
La sfida più grande che la ragazza dovrà affrontare sarà l’interpretazione del gemello malvagio del protagonista dell’opera: il “cigno nero”. Per fare ciò, dovrà trovare la sicurezza e la sensualità così disperatamente occultate in lei.
Inizierà per Nina una fase tormentata, tra ansie, angosce, paure e conflitti con sé stessa e con il contesto che si svilupperà intorno a lei (in primis Thomas, che farà di tutto per tormentare Nina, spingendola ad oltrepassare i suoi limiti), che la porterà a diventare la regina dei cigni del celebre dramma.
Aronofsky sviluppa il nodo drammatico delle vicende di Nina potendo contare su un solido apparato visivo, ricorrendo alla metamorfosi psicologica e fisica della protagonista senza esitare a trasformarla in tutto e per tutto in un cigno (con tanto di piume e becco!). Un merito che va riconosciuto al regista è sicuramente quello di riuscire a mantenere viva e accesa la tensione nello spettatore, ricorrendo forse un po’ troppo spesso – unica nota che sentiamo di fargli – al tema del doppio e della visione/sogno e dello specchio, temi già portati sullo schermo tante volte dal cinema classico dei grandi maestri (Hawks, Preminger, Lang).
La musica inoltre è presente fisicamente nella storia, giocando un ruolo fondamentale nella diegesi e nello sviluppo del dramma. Se ‘Black Swan’ appare sopra le righe rispetto alla classica rappresentazione dell’opera di ÄŒajkovskij – alcuni dei suoi effetti sono decisamente esagerati – rimane comunque un film ricco, sensuale, divertente e pieno di macabro fascino, che riesce a trascinare lo spettatore nella metamorfosi della Portman-ballerina fino al suo tragico epilogo.
Naturalmente, ogni film sul balletto che si rispetti non può esimersi da un confronto con “The Red Shoes” di Michael Powell e Emeric Pressburger, dove la figura di Thomas è chiaramente ispirata a quella di Martinet, il leggendario Anton Walbrook – anche se il Thomas di Aronofsky è un po’ meno altolocato. E’ quindi d’obbligo un rimando a questo grande capolavoro del cinema degli anni ’40.
In definitiva, dopo la prova portata avanti da Aronofsky con “The Wrestler”, questo film decisamente difficile sul balletto resta il primo film sull’argomento che meriti davvero di essere visto con gusto.
Matteo Triola, da “storiadeifilm.it”

Ossessione di un Cigno maledetto
by Diego
Per analizzare Black Swan è necessario soffermarci su un punto fondamentale, senza il quale non sarebbe possibile affrontare un discorso più ampio sul film. La costruzione della pellicola è identica a quella The Wrestler, opera precedente di Darren Aronofsky. La considerazione che il thriller psicologico (se proprio vogliamo definirlo) con Natalie Portman sia un remake tematico del film con Mickey Rourke è naturalmente più che ovvia. Non solo lo stesso finale, con entrambi i protagonisti lasciati in una sorta di non-morte volontaria e logica ai fini della narrazione, ma i temi del rapporto famigliare, amoroso e agonistico ritornano con prepotenza.
A differenza del film che vinse il Leone d’Oro nel 2008 Black Swan è impregnato di ossessioni mentali patologiche che hanno caratterizzato Il teorema del delirio (1998) e Requiem for a dream (2001). La protagonista, Nina, vive con estrema difficoltà la sua passione per la danza classica. Quando la sua compagnia sta per allestire Il Lago dei Cigni non solo il suo fisico sembra allo strenuo, descritto da meravigliose riprese dei suoi piedi sofferenti, unghie spezzate e le scarpine che diventano come i guantoni pesanti e dolorosi di un wrestler, ma anche l’aspetto psicologico sembra destinato a soffrirne. Perché interpretare due cigni diversi, quello bianco e quello nero, diventa un’impresa impossibile per una ragazza che da sempre è stata “bianca”, pura in ogni suo atteggiamento.
Il Cigno Nero è quello dell’oscurità e soprattutto dell’erotismo sfrenato, morboso. Nina vorrebbe danzare la parte del Nero nella stessa maniera con la quale interpreta il Cigno Bianco, cosa che non accetta minimamente il regista Thomas Leroy (Vincent Cassel), che spinge la danzatrice a lasciarsi andare anche nei comportamenti di tutti i giorni, per poter percepire quell’istinto basso del quale ha bisogno per danzare. Se Thomas Leroy è il maestro che la porta a scoprire la sessualità e la violenza, la madre di Nina è sempre stata quella che l’ha educata ad essere una pura, quasi santa. E’ una donna severa, che vive nel costante ricordo di quando lei stessa danzava nei teatri di New York, rinchiusa in una casa nella periferia della città (la si vedrà al di fuori della sua abitazione solo a fine film), che probabilmente ha costretto sua figlia ad indossare gli abiti della ballerina fin da bambina e controvoglia.
Oltre a questi due personaggi si inserisce quello di Lilly (Mila Kunis), bellissima ballerina, caratterizzata da una fortissima componente erotica. Lilly sarebbe il Cigno Nero ideale, disinibita e che riesce ad attrarre con forza Thomas. Ne va quindi che nasce uno scontro con Nina, ma al contempo un’attrazione che la protagonista stessa prova per la rivale. Tutto il film è costellato dal passaggio di Nina al mondo oscuro, in un percorso che di thriller in effetti ha ben poco e per di più estremamente prevedibile. Questo è decisamente il punto debole di una sceneggiatura non esaltante, anzi, la storia di Andres Heinz ha molti punti deboli (in particolare la sua banalità), ma il difetto è nascosto,o meglio, alleggerito, da una prova registica a dir poco eccellente di Aronofsky, che ha saputo guardare al cinema espressionista tedesco, citando le atmosfere dei capolavori di Murnau e Robert Wiene. Come se non bastasse, il regista strizza l’occhio al miglior Polanski, quello di Rosemary’s Baby (1968) e L’inquilino del terzo piano (1976). La possessione da parte del Male e della malattia che coglie Nina non è così distante dall’ingravidamento demoniaco che subisce Mia Farrow, così come la trasformazione di Trelkolvski in Simone ha certi punti in comune con la trasformazione costretta alla povera Nina. Pregio del regista è quello essere riuscito a descrivere le mutilazioni e i tic fisici di Nina in maniera fastidiosa e dolorosa, creando disagio allo spettatore.
La grossa differenza con The Wrestler sta proprio qui, Darren Aronofsky torna ad essere un prepotente disturbatore di realtà, rischiando un giorno di cogliere quella pesante eredità di David Lynch, che fino ad ora nessuno sta ancora meritando. Perché “Black Swan” è sì un film commerciale, e la scena lesbo tra la Portman e Mila Kunis può essere un ottimo catalizzatore di pubblico, ma è anche il proseguimento ideale della carriera d’autore di un grande regista.
Voto 7,5

Un balletto nero sangue
by Thomasmann
Prova di maturità per Darren Aronofsky. Il regista americano con questo suo quinto film arriva alla sintesi perfetta di tutti i temi che hanno caratterizzato la filmografia precedente: il corpo come strumento di lavoro e vita (The Wrestler), il riscatto (Requiem for a dream), la ricerca ossessiva della perfezione (π – Il teorema del delirio).
La storia è quella di Nina, fragile ballerina classica, algida e tecnicamente eccellente, che è chiamata ad interpretare il doppio ruolo di Cigno Bianco e Cigno Nero in un’erotica rappresentazione de “Il lago dei cigni”. Ma se caratterialmente e professionalmente è l’interprete perfetta per il primo ruolo, Nina è troppo trattenuta per poter impersonare al meglio anche l’oscurità e la sensualità della controparte. Oltre ad una madre iperprotettiva e ad un regista mefistofelico e tentatore la tensione sulle spalle di Nina è aumentata dalla presenza della rivale Lily.
Tutto il film è giocato sul labile e affascinante confine tra sogno e realtà, in un continuo procedere parallelo tra interprete e personaggio, sottolineato dall’utilizzo anche fuori dal contesto di ballo delle musiche di Čajkovskij arrangiate da Clint Mansell. L’unione dei piani narrativi la si percepisce subito dalla sequenza d’apertura, una sorta di dichiarazione d’intenti del regista che con un piano sequenza (ancorchè con raccordi digitali) mette in scena la traformazione della fanciulla in cigno dopo la maledizione del barone Rothbart. Nina si sveglia dal sogno nel suo letto, ma l’immedesimazione nel ruolo è totale fin da subito.
Il corpo è qui, come in The Wrestler, il centro della narrazione. Lo stress fisico in un mondo come quello della danza è all’ordine del giorno, le forzature cui vengono sottoposti i piedi delle ballerine, stretti in fasce e scarpette, le privazioni nell’ alimentazione (neanche un pezzo di dolce per festeggiare) e la cura personale perché l’esibizione sia impeccabile. Qui, a differenza che lì, le sequenze micidiali di trasformazione e mutilazione (la pellicina, le piume nere sulla schiena e le gambe che si spezzano in due) virano verso il Cronenberg de “La Mosca”. Il corpo è oggetto di indagine, di scoperta da parte di Nina, un modo per crescere, smettere di essere una bambina accudita da una madre oppressiva, e diventare adulta, indipendente, forte.
Il doppio è l’altro grande topos de Il Cigno Nero. Ogni elemento del film enfatizza il confronto e la gelosia verso l’altra, la contrapposizione tra bianco e nero, ma soprattutto con se stessa (tanto da far immaginare che Lily non esista nella realtà), una personalità multipla, sottoposta al costante giudizio degli altri e dello specchio (in palestra, in metropolitana, a casa). Lo scontro finale nel camerino (con lo specchio che si rompe eliminando così l’avversaria) conclude la lotta con la sconfitta di una parte e il trionfo dell’altra sancito dallo spettacolare piano sequenza della trasformazione sul palcoscenico.
Supportato da un cast azzeccato e in stato di grazia (Natalie Portman dopo il Golden Globe è la favorita all’oscar) Arronofsky ci porta soavemente a ballare a bordo della macchina da presa, dentro un mondo crudele, dove basta un attimo per venire messa da parte e dove il personaggio di Beth (un’inquietante Winona Ryder) è un presagio non colto da Nina.
da “osservatoriesterni.it”

Nina è morta. È già morta al suono di un carillon. È già morta nel suo letto. È già morta di fronte a uno specchio.
Nina (Natalie Portman) è una talentuosa ballerina in una compagnia di balletto di New York, aspira a diventare un’étoile e si è conquistata il ruolo della Regina dei cigni nella produzione più importante della stagione: Il lago dei cigni. La ragazza vuole ottenere la perfezione nella forma e nei movimenti del corpo ed è disposta a tutto pur di raggiungere il proprio obiettivo. È circondata da una madre pressante (Barbara Hershey), da un direttore artistico estremamente esigente (Vincent Cassel), da compagne invidiose. Non ha mai rivelato a nessuno, neanche a se stessa, di voler fuggire lontano da questa tediante realtà e finalmente crescere. Nina si rifugia quindi in un mondo interiore retto da compulsioni e paranoie.
Da tempo Darren Aronofsky era rimasto intrigato dalla sceneggiatura di Andrés Heinz, uno psico-thriller sul mondo dello spettacolo a Broadway. Successivamente l’ambientazione era stata spostata a New York e solo poi era giunta l’idea del geniale parallelismo tra l’allucinata vicenda della protagonista e la tragica storia de Il lago dei cigni.
Il cigno nero si innesta perfettamente nella filmografia di un regista che scandaglia pulsioni autodistruttive e narra di personaggi deviati. Dopo la caduta di Randy «The Ram» Robinson, wrestler appesantito dagli anni passati, Aronofsky ritorna al suo stile convulso per descrivere la rovina di una giovanissima ballerina. Nina non ha mai superato la sua innocenza infantile e per questo possiede la personalità ideale per interpretare il Cigno Bianco. Quando le viene assegnata la parte, è però cosciente delle difficoltà che dovrà affrontare per incarnare anche il Cigno Nero. L’origine del suo travaglio interiore risiede nel desiderio di superare i propri limiti e infatti Nina muore spiritualmente la notte della vigilia della sua «incoronazione», senza aver mai conosciuto le gioie della vita. Come Marion Silver e Sara Goldfarb, viene inquadrata rannicchiata, poco prima di addormentarsi, destinata ad annientarsi mentre ascolta (da un carillon) la melodia del suo Requiem. Come Harry in Requiem for a Dream e come Randy in The Wrestler, Nina porta sul suo corpo il segno di un tumore psicologico che la consuma; l’iniziale morte interiore innesca il suo processo di mutazione, ma le ferite sono il simbolo della sua maturazione impossibile. Nina non cresce e l’unica strada percorribile si rivela essere una trasformazione/annientamento di sé.
Il cigno nero racconta una metamorfosi organica (immaginata dalla protagonista e reale agli occhi dello spettatore) alla quale la regia di Aronofsky si adatta perfettamente assumendo le forme di vorticosi long take e disorientanti panoramiche a schiaffo. L’autore predispone quindi un climax ad alta tensione e trasforma l’incanto de Il lago dei cigni in cinema nero. Conduce un corpo leggiadro (quello della stupenda Natalie Portman) in un abisso malato: ci regala un disturbante incubo impresso su pellicola.
Andrea Massimiliano Guetta, da “nonsolocinema.com”

“L’unico vero ostacolo al tuo successo sei tu. Liberati da te stessa!”
Thomas Leroy
Nina Sayers (Natalie Portman) è una ballerina che danza in una compagnia di ballo di New York che sta attraversando un momento di crisi. Abita in casa con l’opprimente madre Erica (Barbara Hershey), che le dedica attenzioni morbose e la tratta come una dodicenne, facendola vivere in una cameretta la cui porta non può essere chiusa a chiave e che è arredata come la stanza di una bambina piuttosto che come quella di una donna di ventotto anni. Tuttavia, Nina sembra felice così. La mattina svolge scrupolosamente i propri esercizi quotidiani, consuma una colazione sana e nutriente per poi recarsi alle prove di ballo, dove mantiene un profilo basso.
Una notte, Nina sogna di essere la prima ballerina di una tenebrosa e inquietante versione de “Il Lago dei Cigni”.
Il giorno seguente nella metropolitana nota una ragazza, di cui non riesce a scorgere il volto, che compie dei gesti simili ai suoi in modo quasi speculare.
Quando il direttore artistico Thomas Leroy (Vincent Cassel) annuncia la propria intenzione di sostituire Beth (Winona Ryder), la prima ballerina, e di allestire come spettacolo di apertura della nuova stagione teatrale “Il Lago dei Cigni”, Nina spera che il suo sogno diventi realtà. È disposta a tutto pur di ottenere il ruolo di prima ballerina e questo gli viene assegnato da Leroy, malgrado questi si dichiari convinto che la ragazza sia perfetta nel ruolo del Cigno Bianco, ma troppo poco passionale ed erotica per quello del Cigno Nero.
Nina si allena duramente cercando di migliorarsi e di convincere Leroy della propria abilità artistica. Intanto si instaura fra lei e Lily (Mila Kunis), la ragazza che aveva visto nella metropolitana e che è una nuova ballerina della compagnia, un rapporto ambiguo di amore e odio, che la induce a temere che Lily voglia sottrarle il ruolo. Un dualismo analogo a quello che separa e unisce il Cigno Bianco e il Cigno Nero.
Già da questa sinossi è facile intuire come “Black Swan” nasconda dietro una costruzione apparentemente lineare una storia complessa ed articolata, nelle cui trame è possibile perdersi.
Fin dalle prime immagini risulta evidente quanto la dimensione estetica e la struttura narrativa del film siano affascinanti e curate, sposandosi in un sontuoso connubio finalizzato ad una perfetta progressione narrativa. Malgrado ciò, è opportuno procedere per gradi, analizzando come in un processo prima i difetti e poi le qualità di quest’opera.
“Black Swan” nasce da un soggetto originale di Andrés Heinz che lo ha anche sceneggiato insieme con Mark Heyman, uno dei produttori di “The Wrestler”, e con John McLaughlin. Non si meravigli il lettore se questi nomi non gli dicono niente, poiché questi autori sono praticamente degli esordienti. Ma gli Stati Uniti, si sa, sono una terra di opportunità. In realtà sono un Paese dove il Cinema è arte, ma anche e soprattutto un business, per questa ragione si trovano produttori che svolgono realmente il mestiere di produttore, investendo sulla bontà di un prodotto secondo le loro proprie convinzioni e valutando con scrupolosa attenzione sia i movimenti del mercato, sia l’eterogeneità dell’offerta, sia la qualità complessiva del prodotto proposto dagli autori. Insomma, lavorano seriamente e cercano di soddisfare tutte le fasce di pubblico producendo sia film di puro intrattenimento, destinati alle grande masse, sia film autoriali e di nicchia, cercando di coniugare le esigenze del guadagno, del successo di pubblico, ma anche di una crescita artistica e culturale.
Questo è l’esatto contrario di ciò che avviene in Italia, dove si seguono le mode e dove l’eterogeneità dell’offerta non esiste. Ad esempio in questo periodo sta funzionando un certo genere di commedia e tutti i produttori sono disposti ad investire denaro (generalmente altrui) solo su quel genere, fin quando non saranno arrivati alla più completa saturazione del mercato, esaurendo il pubblico e sfruttando eccessivamente gli stessi autori, che probabilmente si troveranno la carriera pregiudicata. Ma d’altro canto, non aveva torto De Laurentiis quando affermava di essere il solo vero produttore cinematografico italiano. Probabilmente in Italia la storia scritta da Heinz non avrebbe mai trovato qualcuno disposto a produrla, ma per fortuna, come abbiamo detto, l’America è una terra di opportunità. Naturalmente, quando si decide di investire su un prodotto di questo genere, si deve essere prudenti nonostante la garanzia derivante dalla regia di un autore di chiara fama come Aronofsky, senza il cui appoggio artistico e produttivo (attraverso la sua Protozoa Pictures) il progetto forse non avrebbe mai visto la luce. Per queste e per una serie di altre ragioni il budget del film è stato piuttosto contenuto (circa 13 milioni di dollari, a fronte di un incasso attuale di oltre 170 milioni di dollari).
La storia di per sé è lineare, prevedibile nel proprio sviluppo narrativo e sostanzialmente povera di personaggi, di caratterizzazioni e di accadimenti. Anche il profilo psicologico dei coprotagonisti e degli altri personaggi è sostanzialmente piatto per non dire quasi nullo, mentre quello di Nina, intorno al quale ruota l’intera vicenda, è abbastanza ben sviluppato, ma non è mai troppo incisivo e soprattutto è già stato visto sugli schermi decine di volte. Malgrado queste macroscopiche pecche, la sceneggiatura si dimostra fin dai primi minuti di pellicola un lavoro ben articolato, assai rispettoso dei tempi cinematografici e delle valenze di ogni singola scena. Complessivamente può essere definito un lavoro strettamente ancorato alle regole della grammatica cinematografica. I dialoghi non prendono mai il sopravvento sulle azioni. In alcuni casi sono ridotti allo stretto indispensabile, mentre in altri difettano di struttura e di utilità narrativa divenendo superflui. Vi sono poche frasi degne di nota, nessun dialogo memorabile né parole tanto incisive da lasciare il segno.
Tuttavia, come abbiamo detto in numerose occasioni, un film è il risultato di un lavoro corale e benché in questa sede si sia sempre ammesso che il soggetto e la sceneggiatura ricoprano un ruolo fondamentale ed imprescindibile, abbiamo anche detto che si tratta di una sola delle componenti artistiche che confluiscono alla creazione dell’opera cinematografica.
Complessivamente il soggetto e la sceneggiatura di “Black Swan” risultano essere piuttosto piatti, rigorosamente formali e tecnicamente validi, ma sostanzialmente poveri di idee e di originalità.
Questo materiale in mano ad un regista ordinario e con il gusto per l’essenziale, probabilmente avrebbe prodotto un risultato catastrofico, ma “Black Swan” è stato voluto e diretto da Darren Aronofsky, che ha sempre dimostrato il proprio gusto per l’opulenza visiva e l’ampollosità stilistica e narrativa.
E così a supplire a quella linearità narrativa, a quella piattezza descrittiva, alla carenza di caratterizzazioni intervengono la mano esperta e la forza visionaria di questo regista.
Le immagini raccontano assai più dei dialoghi, mentre l’eleganza e l’intelligenza delle riprese infondono alla storia unità e ritmo narrativo.
Il personaggio di Nina sembra prendere soltanto spunto dalle pagine della sceneggiatura per poi vivere di vita propria grazie alla sapiente direzione artistica di Aronofsky ed alla straordinaria interpretazione della Portman.
In questo modo la storia acquista una complessità narrativa insperata ed affascinante, malgrado l’inesorabile prevedibilità insita nel soggetto originale.
Da questo punto in poi si sconsiglia la lettura di quel che segue a chi non avesse visionato il film perché per una corretta analisi è indispensabile rivelarne i principali colpi di scena incluso il finale.
Il profilo psicotico di Nina, che si muove sul filo tagliente della schizofrenia, è introdotto da Aronofsky fin dalle prime immagini.
Si noti prima di tutto come non ci sia una sola scena in cui Nina non sia inquadrata una o più volte con la propria immagine riflessa in uno specchio o in una qualsiasi altra superficie riflettente. Si passa immediatamente dagli specchi di casa, utili tanto per fare gli esercizi di riscaldamento quanto per scoprire alcuni graffi sul dorso di Nina, al volto riflesso quasi come un’ombra nel finestrino della metropolitana, agli specchi di differente grandezza del camerino a quelli enormi della sala prova, ai vetri smerigliati di un pub fino al tripudio degli specchi contrapposti che riproducono all’infinito l’immagine riflessa. In nessun caso però si tratta di un mezzo abusato o ridondante, né fine a se stesso. Anche quando gran parte di alcuni dialoghi sono risolti da un campo e controcampo realizzato attraverso il riflesso negli specchi, questa scelta non appare mai forzata ed è sempre perfettamente integrata alla trama e allo sviluppo narrativo.
Naturalmente la ragioni alla base di questa scelta sono evidenti: l’immagine riflessa trasmette in modo chiaro e diretto la scissione dell’io della protagonista e le due caratterialità antagoniste che albergano in lei. Ma Aronofsky non porta avanti la descrizione di Nina soltanto attraverso i termini psicologici del citato meccanismo di difesa psicologica detto la scissione dell’io e particolarmente sviluppato da Jung con la sua definizione di Ombra. Restando fedele al racconto de “Il Lago dei Cigni”, Aronofsky descrive il doppio di Nina attraverso la figura del Doppelgänger assai cara alla narrativa gotica. Questo elemento sposta l’asse narrativo dal dramma al thriller con venature horror e la regia accentua questo spostamento adottando in alcuni casi l’ottica ed il profilo stilistico della filmografia orrifica. Le scelte di direzione della fotografia e le scenografie completano la suggestione.
L’autolesionismo, la repressione emotiva, la sessuofobia, i disturbi alimentari, la proiezione antagonistica su chi le suscita attrazione sono i segni palesi di questa asperrima conflittualità interiore che si sublima attraverso l’autodistruzione intesa come superamento dei propri limiti per raggiungere l’estasi della perfezione. Non ci sono due Nina distinte, ma una sola Nina che odia il proprio corpo e quella parte di stessa, che vive come una proiezione del Super-io materno che proietta su di lei le proprie speranze e le imputa i propri fallimenti e i propri sogni infranti.
La scoperta della sessualità segna nell’adolescente il momento del distacco dai genitori e la presa di coscienza e di conoscenza del proprio corpo.
Nina ancora non ha saputo affermare la propria personalità liberandosi dallo schiacciante ed opprimente fardello materno. Da qui discende la sua sessuofobia ed il suo desiderio di acquisire una vita sessuale libera e indipendente. In tal senso sono potentissime le immagini della masturbazione, interrotta dalla scoperta della presenza della madre addormentata su una poltrona nella camera di Nina, e quella del rapporto saffico che Nina consuma con Lily. La prima trasmette la frustrazione e il dominio che il Super-io materno esercita sulla ragazza; la seconda, che infatti è una scena immaginifica, un’allucinazione frutto tanto della scissione dell’io quanto della droga assunta, simboleggia l’apoteosi della ribellione contro la madre.
In mezzo fra queste due estremizzazioni c’è la potente attrazione che Nina nutre per Thomas. È un desiderio che non riesce a trovare la propria soddisfazione e che Nina traveste con le mentite spoglie di un amore pigmalionesco, trasformandosi nell’allieva che desidera soddisfare artisticamente il proprio mentore per poter essere degna del suo amore ed assurgere al ruolo di sua compagna. In tutti questi casi la sessualità, simbolo di vitalità e di auto completamento, è strumento di conoscenza di sé e di superamento dei propri limiti.
L’invidia e il desiderio di immedesimarsi in Beth, rubandole i suoi oggetti, il suo ruolo e il suo uomo, sono la leva che poi spinge Nina a proiettare le medesime meschinità su Lily, andandola ad identificare con quell’antagonista che, invece, si nasconde dentro di lei. Lo scontro con il Doppelgänger, come nel celeberrimo “William Wilson” di Edgar Allan Poe, è insanabile e assolutamente autodistruttivo, ma permette all’individuo vittima della scissione di ritrovare il vero se stesso riunendosi a lui. Aronofsky anche qui mescola abilmente gli elementi. L’attrazione per Lily, per quella sensualità eroticamente prorompente che le appartiene e che Nina, invece, non riesce a trovare in sé, è la perfetta personificazione dell’Eros, mentre l’invidia, le insicurezze ed il desiderio di distruzione incarnano Thanatos. Quando Nina uccide Lily, si impossessa di lei e della sua essenza, liberandosi così dalle proprie incertezze ed insicurezze e, in senso più lato, dai propri difetti e quindi da se stessa. È lo scontro fra Eros e Thanatos, fra l’Io e il Doppelgänger, è la riunione di quell’Io scisso da troppo tempo, è il superamento dei propri limiti e il completamento di sé.
La caduta finale di Nina sul materasso e col ventre pugnalato, è analoga alla versione cinematografica del citato racconto di Edgar Allan Poe diretta da Louis Malle e contenuta nel film “Tre Passi nel Delirio” (“Histoires Extraordinaires”, 1968) in cui William Wilson (Alain Delon), dopo aver pugnalato il Doppelgänger, si getta dal campanile della chiesa e nel suo ventre si ritrova conficcata anche l’arma con cui ha ucciso il proprio doppio. Tenuto conto del sapiente citazionismo di Aronofsky, la scelta non sembra casuale, anche se le inquadrature e lo stile di regia non hanno nulla a che vedere con l’episodio diretto da Malle.
Inoltre, il finale di “Black Swan” simboleggia anche il sacrificio e l’abnegazione che l’artista deve tributare all’Arte per raggiungere la perfezione. In quest’ottica il superamento dei propri limiti avviene necessariamente attraverso la distruzione di ciò che si è. E questo è rappresentato efficacemente con le trasformazioni corporali che Nina subisce. Il suo corpo altro non è che la materia grezza, informe e imperfetta, che deve trasformarsi in perfezione e bellezza. Il risultato è già annunciato da una semplice e potente inquadratura che riprende la ballerina del carillon, amputata di busto e gambe, che continua a ruotare su se stessa. Come dice Nietzsche, per poter creare prima si deve distruggere, solo così si potrà trasformare l’essere umano, che è pietra grezza, nell’Oltreuomo, che è Arte. In altre parole alla morte segue una rinascita. E questa è una tematica ricorrente nella filmografia di Aronofsky.
La regia di Aronofsky è molto dinamica e tale dinamismo si accentua inevitabilmente durante le riprese delle scene di danza. Per questa ragione il regista ha scelto di girare il film in 16 mm (il film è stato poi riversato sul 35 mm) poiché le macchine da presa super16 sono assai più maneggevoli e garantiscono appunto la massima dinamicità delle riprese.
Il risultato è che le scene di danza sono eleganti, seducenti, perfette. Si noti anche che, solo durante l’ultimo atto del balletto, Natalie Portman non si riflette mai né in specchi né in nient’altro, mentre nella scena iniziale e durante gli atti precedenti si riflette sul pavimento lucido. Probabilmente anche in questo caso ci troviamo di fronte ad una scelta comunicativa del regista: durante il balletto finale Nina si è ormai riunita al proprio doppio. A suffragio di questa ipotesi c’è la scelta delle inquadrature che, rispetto alle precedenti, sono più strette e più concentrate sul mezzobusto e sul primo piano dei ballerini, evitando accuratamente panoramiche dall’alto ad eccezione di quando Nina sale la scala, ma questa non è più il pavimento lucido e non riflette la sua immagine.
Aronofsky ha anche introdotto numerose e fedelissime citazioni ed autocitazioni cinematografiche. Le più evidenti sono quella al film “La Mosca” (“The Fly”, 1986) quando Nina si sfila dalla pelle della schiena una nascente piuma nera di cigno, a “Requiem for A Dream” (2000) quando Nina fa colazione e a “Pi Greco” (1998) quando Nina incontra il vecchio molestatore in metropolitana.
Oltre all’ottima regia di Aronofsky, l’asse portante del film sono le interpretazioni di Natalie Portman e di Mila Kunis.
Natalie Portman non solo rappresenta e trasmette al pubblico la psicosi ed il travaglio del proprio personaggio, ma addirittura cattura lo spettatore e riesce a portarlo sulle sue stesse corde e a mostrargli il mondo nella sua stessa ottica. Inoltre, per rendere credibile al massimo il proprio personaggio, l’attrice ha perso peso e ha tenuto lezioni di danza per un anno prima di cominciare le riprese, nonostante avesse praticato danza classica per nove anni. La candidatura all’Oscar come miglior attrice protagonista è assolutamente meritata e quello che potrebbe sorprendere sarebbe la mancata assegnazione del premio da parte dell’Academy.
Mila Kunis si è rivelata una vera e propria sorpresa. Con poche pose delinea un personaggio difficile da dimenticare e che condiziona prepotentemente l’intero film. Sa essere sensuale, erotica, carnale, provocante fin quando è vista attraverso gli occhi di Nina, ma anche semplice e quasi anonima quando l’attenzione di Nina sposta il proprio asse di interesse.
Perfettamente in parte Vincent Cassel, Barbara Hershey e Winona Ryder. Cassel in particolare ha dichiarato che per costruire il proprio personaggio si è inspirato a George Balanchine (Georgij Melitonovic Balancivadze), coreografo di origine russa e cofondatore del New York City Ballet.
Eccellente la direzione della fotografia di Matthew Libatique, che accompagna la carriera di Aronofsky fin dal suo primo cortometraggio intitolato “Protozoa” (1993) e che dà il nome alla società di produzione del regista.
“Black Swan” ha suscitato non poche polemiche a causa dell’immagine che sembrerebbe trasmettere del mondo della danza. Francamente a parer di chi scrive si tratta di polemiche sterili, sollevate sostanzialmente per sfruttare la pubblicità che ne può discendere. Queste polemiche potrebbero aver un fumus di fondamento qualora l’opera di Darren Aronofsky avesse la pretesa di raccontare una qualsiasi verità sul mondo del balletto, ma è evidente che il regista confonde continuamente il piano del reale con quello dell’irreale, la menzogna con la verità, l’immaginario con il materiale, l’onirico e l’allucinatorio con il concreto.
“Black Swan” risente in parte di una sceneggiatura piuttosto scolastica e un po’ superficiale, ma è totalmente riscattato dalla sua dimensione artistica, che offre al pubblico un prodotto elegante e seducente sul piano visivo grazie alla qualità della regia e capace di emozionare e di coinvolgere lo spettatore attraverso la superba interpretazione offerta da Natalie Portman, ben supportata dalla sorprendete Mila Kunis.
Presentato in concorso all’ultima edizione della Mostra del Cinema di Venezia dove non ha incontrato il consenso della critica, né quello della giuria, “Black Swan” dimostra ancora una volta l’insensatezza e la capziosità di alcune posizioni critiche e di molti intellettualismi sulla concezione stessa di Cinema.
Sebbene non perfetto, si tratta di un film di gran classe che non può e non deve lasciare indifferenti.
“Io l’ho sentito… perfetto! Ero perfetta”
Carlo Baldacci Carli, da “filmscoop.it”

Ci si ritrova davanti al nuovo capolavoro aronofskiano. Aggettivo, di nuovo, significante tutto e nulla, volendosi porre la domanda «Che cos’è il Cinema di Darren Aronofsky?», perché la risposta risulterebbe banale, qualunque essa fosse. Guardatelo e basta, le parole non servono.
S’è sempre detto per accostamenti alti: tsukamotiano, cronenberghiano, fino a saltar fuori ora un semplice lynchano sfruttato per qualsiasi cosa mostri allucinazioni non metodiche; ma si tratta solo di somiglianze, per nevrotici ritmi e mutazioni, sociologiche deformità ed escrescenze, geometrie mentali (presentate come) complesse. Le abbiamo tutte, ma basta il semplice fatto della compresenza, e del conseguente riequilibrio, per far risaltare differenze, mancanze, personalismi: quell’accomunare da Pi greco a Il Cigno Nero che è l’ossessione per un tremendo compimento finale, un’illuminazione, un’inondazione, un big bang di cui i presupposti sono raccontati come di una drammatica crisalide, come di una bomba lirica e sinfonica che sta per esplodere e che deve esplodere, positivamente, a prescindere dalle implicazioni. Ma sarebbe ridurre, in parte, all’intreccio. E le parole che adesso seguiranno saranno solamente noiose. Guardatelo e basta.
SOGNO SIAMESE (IL CIGNO NERO VS. THE WRESTLER)
E si era già detto della rottura stilistica, della decapitazione autoinflitta, che separava The wrestler dai film precedenti: da impressioni ortogonali d’aria rarefatta a scalpitii documentaristici d’aria sporca, dai tris paralleli di personaggi-icone all’insistere su un solo corpo/mente/ammasso di carne/relitto/eroe. Ora, e difatti sulla carta i due nascevano come un’unica vicenda, tra The wrestler e Il Cigno Nero, un proseguimento, d’idea e di stile, è palese, ma non si tratta di gemelli siamesi: i due condividono la stessa pelle, che superficialmente è tremula e fatta di grana 16mm, ma sono corpi diseguali, uno la deformazione dell’altro (in infinito rimando, così che qualsiasi dovere registico venga a cadere), uno il residuo viscido che inficiava l’altro, uno le parole e l’altro la voce, occhio destro e occhio sinistro (di colori diversi, come quelli di Mila Kunis). E con tutta probabilità, se il loro fosse un unico corpo perfetto, The wrestler sarebbe la faccia con cui presentarsi, o il culo: il posto comodo su cui poggiare ed edificare l’incubo messo in scena da Il Cigno Nero. Perché, similarmente a The social network di David Fincher, The wrestler era condito di tutti quegli elementi, necessari, per una certa empatia generale, per l’accettabilità, agganciandosi a immaginari diretti, a conflitti autodetermina(n)ti; quel condivisibile che dà tanto l’impressione di sacrosanto auteur, quell’attenzione all’”afflizione umana” che piace ai bambini con i baffi dall’alto profilo morale; di cui Il Cigno è libero, per dedicarsi all’acerrimo nemico dei salotti: il cinema di genere, in cui Aronofsky sprofonda, senza ritegno, con gloria, per fare il suo Cinema, per dar vita al suo nuovo angelo caduto (o che deve ancora iniziare a volare). Il Cigno Nero è il significato di The wrestler venuto finalmente alla luce e reso inconfodibile, e, allo stesso tempo rimpastato, rimaneggiato, spogliato, spolpato, (s)mascherato – dei colori, del glam, delle parole, delle in tessiture relazionali, dei rapporti fisici (non solo sessuali).
«IN THE CAVES ALL CATS ARE GREY» (RECENSIONE VERA E PROPRIA)
Perno di The wrestler: rapporto Randy-Mondo, odorante di redenzione e di dovere, di ascesi e necessità, di darsi come rockstar, di essere per gli altri, di esaltarli, di morire per il colore e per la folla, per gli applausi; mentre ogni silenzio è miseria. Ed in Il Cigno Nero, il ribaltamento: la relazione è tra Nina e se stessa, ed Aronofsky annienta la divisione tra corpo e pensiero, tra ossessione e lena, tra autolesionismo ed eleganza.
Cigno bianco, cigno nero: cigno grigio, un piccione. Parapsicosaffothriller, Black Swan è prima di tutto un’immersione nel non-colore, solo poco rosa pallido è concesso; e del sangue, talvolta, mentre tutto è plumbeo, ovattato come la moquette color inquinamento degli anni ottanta. Si respira fumo, metallo e tossicità urbana, metropolitana (in cui si compie, nello zero del percorso casa-palestra, il primo passo nel delirio). Come alla soglia della cecità, il vigore cromatico è defunto, la fantasia forse non c‘è mai stata, ma solo (in)autentica determinazione, agognare perfezione; è uno sbiadito portarsi in giro il desiderarsi: la macchina da presa è incatenata a Natalie Portman, e Natalie Portman è inchiodata ai propri pensieri, di cui abbiamo solo indizi, allusioni, dialoghi determinanti (tanto cardinali che potrebbero essere sostituiti da didascalie, rendendo il film un’unica immensa sinfonia), senza un’effettiva espressione da parte sua, dandoci in pasto alla sua semi-soggettiva (sia per le inquadrature spesso alle sue spalle, sia per il suo non-essere-mai-totalmente-se-stessa), alla sua tristezza senza nome, alla sua metamorfosi magnifica.
Papera storta, cigno maestoso, sguardo perso nel vuoto, smorfia di dolore inespresso. Corpo impubere e frigido, perfetto ed incapace, carne senza ormoni, volto all’inorganico: piedi sanguinanti, capelli imprigionati in una cipolla, pelle come semplice sacchetto d’ossa, vomito, eros impossibile. Rimane: graffiarsi, violentarsi, farsi oggetto senza persona («E tu chi sei?» – «Una ballerina»), sostituir(si al)le percezioni, amarsi odiandosi, o viceversa; in una sola parola: devastarsi, dentro e fuori. Odore di Repulsion. Nina ha smesso di cercarsi, e non si è mai avuta; è trasmigrata dal nessuna parte a ovunque: se The wrestler era un ritorno al Tutto, Il Cigno Nero è un completarsi del Nulla. Un tunnel di cenere, di luce fioca, come di un’esplosione in reverse di cui solo alla fine vediamo la deflagrazione in un bianco totale.
Aronofsky non si piega, e tutto è una cloaca di sofferenza, lo spurgo sporco di una lavatrice dell’anima: con la forza di un Gaspar Noé (ma è una costante più o meno intatta del suo Cinema) tratta ogni scena come se fosse l’ultima, tralascia qualsiasi introduzione accademica e smaterializza un possibile twist spargendolo per tutta la durata, dichiarando fin da subito che quel che si vedrà è un non-gioco di reale-non reale, in cui mettere insieme i pezzi non è né necessario né opportuno, fatto di pura tensione musicale in cui fotogrammi subliminali valgono tanto quanto scambiare corpi e personalità più e più volte, disegni si animano e specchi rimangono vuoti, abissi del riflesso orrorifico che sempre ci si aspetta (ma anche della troupe cancellata digitalmente in invisibile computer grafica (per inquadrature altrimenti impossibili)). Clint Mansell remixante Tchaikovsky non invade mai, come invece banalità vorrebbe, e le scene di ballo mandano a fanculo qualsiasi grazia televisioneggiante, rimanendo di squilibrata e completa macchina a mano, di unico ed assoluto vortice, naturale ed irreversibile come la forza di gravità, bombardamento cinematografico che paralizza lo sguardo, spolpa il tempo e il quadro, che lo rende inferno e paradiso, completo ed incolore, dove il desiderio visivo/visionario è libero e al contempo imprigionato, a ragione, nel suo essere sconfinato. Perchè Il Cigno Nero è soffocante e sconfinato, in ogni tremolio, in ogni stacco, in ogni suono, in ogni scelta.
PASSO D’ADDIO
«Che cos’è, dunque, il Cinema di Darren Aronofsky?». Un uomo che riesce a fissare il sole, un computer che si accorge della vita; perdere parte la testa, perdere parte il corpo; un bouquet che nasce da una ferita, un nuovo big bang; un ultimo grande spettacolo: brillare, splendere, null’altro che diventare una divinità (assente), trasformarsi in dio, un’unica possente volta. La mente, il corpo, l’amore, il dovere e l’esistenza (e poi quel che altro sarà con Wolverine) che giungono a compimento massimo. Sì, ok, ma quanta riduzione inutile e contenutistica. Ma nemmeno: l’epico fuoco narrativo fatto di puro Cinema.
Il cinema di Darren Aronofsky è essere aronofskiano, null’altro. Così funziona per tutti i grandi Autori, null’altro.
Alessandro Tavola, da “positifcinema.com”

Nina (Natalie Portman) è una giovane ballerina che vive in funzione della danza classica, passione trasmessale e in parte impostale dalla madre. Un giorno, il regista Thomas Leroy (Vincent Cassel), intento ad allestire una nuova versione de Il lago dei cigni, si reca alla New York City Ballet, frequentata dalla ragazza, per scegliere le ballerine che avranno la fortuna di prendere parte alla rappresentazione nonché la protagonista visto che Beth, la vecchia star del balletto, è ormai troppo vecchia. Nina fa di tutto per ottenere il ruolo che consiste nell’interpretare non solo il cigno bianco ma anche quello nero, sottoponendosi ad allenamenti sfiancanti alla ricerca ossessiva della perfezione.

Darren Aronofsky torna sul grande schermo con Il Cigno Nero, film che ha aperto con critiche discordanti la 67ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e che è stato successivamente presentato al Toronto International Film Festival. Sembra che il progetto risalga al 2002 e sia basato su una storia di Andres Heinz, anche co-sceneggiatore della pellicola, e che abbia richiesto circa sette anni di lavorazione soprattutto a causa di problemi relativi alle varie case di produzione che sono subentrate e in base alle quali ci sono state significative variazioni di budget.

Quasi un dittico con il precedente The Wrestler, Il Cigno Nero è fondamentalmente la storia di un’ossessione che travalica il senso di quella perfezione tecnica che Nina persegue. La prova da sostenere in questa nuova versione del famoso balletto di Čajkovskij è quella di racchiudere in se stessi l’essenza dei due cigni, il bianco e il nero, la purezza e la malevola disperazione, unire dunque una dualità che porta però allo sdoppiamento della personalità della ballerina che più persegue il suo scopo più non è in grado di controllare se stessa. La disciplina della danza e il soffocante ambiente domestico nel quale Nina è cresciuta l’hanno resa una donna chiusa, fragile e portata a reprimere continuamente ogni suo istinto, ciò non le permette, sebbene risulti adatta ad incarnare il cigno bianco, di riuscire invece ad essere convincente nella parte di quello nero, laddove quindi è necessario lasciarsi andare ad un pervadente turbinio di emozioni negative. Lily, ballerina più emotiva e meno tecnica, è l’amica/nemica di Nina, colei che la strappa per una sera dall’amore malato della madre e la invoglia a lasciarsi andare scuotendola dal suo torpore esistenziale; ma Lily è anche colei che minaccia di rubarle il ruolo, è, come dice Leroy, il sesso, l’intensità, la stimolazione dei sensi, così fortemente attraente da essere inconsciamente desiderata anche da Nina. Ma cos’è che Nina vuole davvero, la donna o il modo di essere donna di Lily? La scena del bacio saffico ha in questo senso una duplicità intrinseca che si risolve alla fine del film. Aronofsky scaglia contro lo spettatore la violenta corporeità della protagonista, amplifica i suoni fino a rendere udibili i movimenti e i traumi delle ossa, spinge al massimo le note di Čajkovskij in modo che sia percepibile attraverso tutti i sensi la trasformazione del personaggio, il disturbo interiore che esplode e contemporaneamente si risolve nella catarsi finale.

Già vincitrice del Golden Globe come Miglior attrice protagonista e candidata all’Oscar Natalie Portman diventa pienamente Nina, con la macchina da presa sempre addosso e avvolta da una fotografia perennemente cupa, dà prova della bravura e dell’ intensità della quale è capace mettendo in gioco il suo corpo e facendone lo strumento principale della sua interpretazione, peccato per la vena leggermente melensa che acquista nel doppiaggio italiano. Mila Kunis, vincitrice del Premio Mastroianni come attrice rivelazione, affianca bene la Portman anche se non dimostra la stessa forza recitativa, mentre restano più in ombra Vincent Cassel e una Winona Ryder che si fa quasi fatica a riconoscere. Definito thriller psicologico, Il Cigno Nero di Aronofsky gioca tutto sulla capacità di coinvolgimento e assorbimento dello spettatore, ha il suo punto di forza nel processo che porta alla liberazione finale che interessa chi è dentro così come chi è fuori dallo schermo.
Tania Marrazzo, da “fuorilemura.com”

Ancora una volta per Aronofsky il corpo come pagina su cui imprimere i segni dell’esistenza, delle proprie lotte personali. Corpo come primo e più immediato testimone della dura battaglia che comporta il trascendersi per raggiungere una sintesi inedita, pagina su cui trascrivere brutalmente i segni evidenti che testimonino l’avvio e le fatiche, non solo fisiche, che portano ad una trasformazione, ad una nuova sintesi contemplata precedentemente con timore.
Il cigno nero vede Nina, una sorprendente Natalie Portman, impegnata in una compagnia di balletto a New York. La prima ballerina e stella ‘discendente’ Beth, una Winona Ryder con centellinate apparizioni che sa di Gloria Swanson in Viale del Tramonto, è stata fatta fuori, e così Nina prende il suo posto per il balletto che apre la nuova stagione: Il Lago dei Cigni. Nina dovrà interpretare l’innocente e fragile Cigno Bianco e contemporaneamente il sensuale, aggressivo e malefico Cigno Nero.
Nel Leone d’Oro di due anni fa c’era il wrestler, quest’anno Aronofsky torna in un ambiente artistico, quello della danza, considerato molto più alto, ma ciò che indaga resta per molti aspetti simile. Anzi, c’è di più: oltre agli sforzi fisici impressi sulla propria carne (della Portman qui, di Rourke in The Wrestler), assistiamo anche alle crudeli e soffocanti cicatrici della psiche, perché Nina nello sforzo di trovare un equilibrio tra ciò che crede di essere e la parte nera che attende di essere disvelata, compirà un viaggio, asfittico e terribile per lo spettatore, verso la follia. Nina deve abbandonare gli agiati e sicuri schemi verso altri ambivalenti, staccarsi da una madre ex ballerina fallita che la opprime, esprimere ed esplorare la sua parte sessuale. Questo suo strisciante e silente desiderio di raggiungere e scoprire la sua parte inedita genera turbamenti che sfociano verso l’autolesionismo: Nina si ‘scarnifica’ alla ricerca del proprio demone sotto la pelle.
Il cigno nero è un thriller psicologico con venature horror, cupo e attanagliante nel riuscire a materializzare le paure e gli sforzi sovrumani che il raggiungimento di ciò che non siamo, o non riusciamo ad essere, porta con sé. La protagonista, perfetta nelle sue interpretazioni di danza più romantiche ed innocenti, fa della ricerca della perfezione tecnica la sua soddisfazione artistica, ma non riesce a sporcarsi con l’imperfezione del Cigno Nero, parte mancante che renderebbe la sua danza viva e coinvolgente, comunicante perché umana. La protagonista della pellicola diviene così metafora dello stesso film di Aronosfki che, con una pur sublime regia, trabocca qua e là in eccessi registici (molteplici allucinazioni deliranti della protagonista, quadri con volti dai tratti animati e alcune visioni che rasentano il kitsch). Il cigno nero sembra dividersi tra momenti eccessivamente misurati, mancanti delle necessarie sbavature in linea con la sua protagonista, e altri dal sapore azzardato e smisurato, a volte troppo reiterati. Mancando uno sforzo maggiore verso una narrazione più equilibrata, Aronofsky realizza un cigno un po’ zoppicante, mezzo nero e mezzo bianco.
Tutto questo a ben vedere, ma lo spettatore durante la visione è comunque risucchiato da uno specchio che riflette con forza le sue stesse paure, angosce, inibizioni, ansie e smarrimenti. Costretto a guardarsi negli stessi occhi bassi, incerti e insicuri della Portman, personaggio instabile, efficace nel rimandare quell’abisso che si lascia intravedere quando si tenta di superare se stessi. Il cigno nero resta una visione dolorante, che esala turbamenti altamente contagiosi. E di questo ad Aronofski gliene siamo davvero grati.
Giustino Finizio, da “schermaglie.it”

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