Cirkus Columbia

Jugoslavia, 1991. Divko Buntic è un farabutto. Torna nel paese d’origine dopo aver trascorso molti anni in Germania, seguito da un’attraente compagna e un gatto nero di nome Bonny. Con l’appoggio del sindaco, sfratta la ex moglie e il figlio Martin, occupa l’appartamento e comincia a tormentarli per tentare di mandarli via. Ma la guerra serbo-bosniaca-croata è alle porte e i rapporti tra compaesani stanno per cambiare. Così come Divko sta per dare una svolta alla sua vita. 
Danis Tanovic torna a parlare dei conflitti in terra balcanica. Questa volta, sulla base del libro di Ivica Djikic, sceglie di approfondire il periodo storico che precede la guerra, concentrandosi sulle dinamiche umane di un piccolo paese bosniaco. In tempo di pace, Divko non va incontro alla sua vecchia famiglia, cerca di ricostruire il rapporto con il figlio, abbandonato da piccolo, in un modo del tutto inopportuno, e mostra l’affascinante amante come un trofeo per fare invidia ai coetanei. Quando il micio Bonny – l’unico che ama profondamente – si allontanerà dall’appartamento, anche l’equilibrio perverso che ha creato, si spezzerà definitivamente. E a quel punto i rapporti si mescoleranno creando un’inversione di ruoli atipica e umanamente distruttiva. 
La caratteristica predominante del film è proprio la commistione di generi che diventa la metafora delle contraddizioni tipiche della guerra: gli amici diventano nemici nel corso di una sola notte. Come la violenza psicologica di Divko mette in subbuglio gli altri personaggi, così il terrore dell’esercito invade le coscienze, deturpandole di solidarietà e compassione. L’ironia con la quale Tanovic descrive la preparazione emotiva al conflitto segna il ritorno al cinema di No Man’s Land, dove il regista coglieva il senso tragicomico della violenza, senza renderla ridicola. L’universalità della questione in oggetto è un pregio assicurato dalla rarità di riferimenti espliciti alla politica locale, e da un’intelligente assemblaggio di immagini – come la straordinaria scena finale – che sono contestualizzate ma allo stesso tempo distanti da quella realtà. Non c’è nostalgia né rancore ma solo un grande racconto fatto di piccole persone che, messe alle strette dalla Storia, reagiscono con dignità. La difesa dell’amore gira come la giostra Cirkus Columbia, come un gioco dove il moto ritorna su se stesso ma è tragicamente bellissimo.
Di Nicoletta Dose, da mymovies.it

Cirkus Columbia (Cirkus Columbia, BosniaHerzegovina / Francia / Gran Bretagna / Germania / Slovenia / Belgio / Serbia) di Danis Tanovic; conMiki Manojlovic, Boris Ler, Mira Furlan, Jelena Stupljanin, Mario Knezovic, Milan Strljic, Svetislav Goncic, Almir Mehic, Ermin Bravo, Mirza Tanovic.
Bosnia, 1991, poco tempo prima dello scoppio della Guerra. Un uomo ritorna dopo vent’anni di assenza al suo paese d’origine con la sua nuova e giovanissima compagna. Torna a vivere nella sua vecchia casa, sfrattando coloro che c’hanno abitato fino a quel momento, ovvero l’ex-moglie e il figlio ventenne. Proprio con quest’ultimo incomincia però pian piano a riallacciare i contatti…
Di Danis Tanovic si erano perse le tracce. Non che avesse smesso di fare film, ovviamente, visto che il suo Triage fu il film d’apertura del Festival di Roma nel 2009. Ma il regista vincitore dell’Oscar nel 2001 per No Man’s Land, ironico e commovente, sembrava sparito definitivamente. Vi diamo una notizia: è tornato, ed è in gran forma.
Sfuggito non si sa come al concorso della Mostra di Venezia l’anno scorso, e rientrato dalla finestra grazie alle Giornate degli Autori, Cirkus Columbia continua a ragionare sulla guerra dopo i due film prima citati. Di trilogia vera e propria non si può proprio parlare, ma il filo conduttore e la tematica centrale del cinema del regista bosniaco ci sono e sono evidenti.
Non pensiate però ad un ennesimo film pesante, drammatico e retorico, anzi. Tanovic innanzitutto gioca una carta non da poco, ovvero quello di raccontare il “prima” del conflitto. Ambientando la storia dei suoi protagonisti prima della presa dei soldati della città, il regista, che parte dal un libro di Ivica Djikic, ritrova lo smalto di un tempo grazie ad una libertà narrativa che gli concede di esplorare i territori della commedia.
Si ride davvero tanto e continuamente, in Cirkus Columbia. E la comicità è tenuta assieme dal “filo rosso” della ricerca di un gatto nero, ovvero l’animale che il protagonista ama alla follia e da cui non si vuole separare mai. Ma non pensiate che Tanovic sia il “facilone” degli ultimi film: perché è il suo sguardo sulla città e il suo amore per i personaggi che vincono su tutto.
Nel film è palpabile tutta la vitalità di un regista che ricorda un periodo bellissimo della sua vita, prima che arrivasse il periodo della morte e della disperazione, e prima che tutto cambiasse per sempre. Questo è Cirkus Columbia: il nostalgico ricordo di un tempo che non torna più e che sarebbe meraviglioso rivedere, un tempo dove si poteva sorridere e dove i conflitti interni sembravano a qualcuno pura fantasia.
Perché quando la guerra entra nel film lo fa con la prepotenza di chi entra sbattendo con violenza una porta, spezzando la quotidianità delle cose. Lo fa in modo dolorosissimo, crudo e crudele. Tanovic si dimostra regista ritrovato e sapiente, capace di far sganasciare a terra dalle risate e di far star male con una straordinaria inquadratura finale, che rimarrà in testa per molto, molto tempo. Non perdetelo assolutamente.
Da cineblog.it

Danis Tanovic, già acclamato regista di “No Man’s Land“, torna con “Cirkus Columbia” nella sua Bosnia-Erzegovina poco prima dello scoppio delle guerre jugoslave.
Si racconta del ritorno in patria di Divko Buntic, figlio di generale fascista, fuggito in Germania durante ilgoverno di Tito. Abbandonati un tempo, con un ingombrante carico di rancore, l’est comunista, una moglie sconosciuta e un figlio inaspettato, Divko era approdato tra le accattivanti braccia del capitalismo. Un capitalismo che premia i più rancorosi con fortuna, successo e denaro.  Della borghesia capitalista ora ha tutti gli status symbols: una mercedes fiammante, una fidanzata  fragile e discinta, rotoli di marchi in tasca e il gatto Bonny (il compagno Mao, con lungimiranza, metteva in guardia dalle insidie nascoste nel rapporto con gli animali domestici). Tutto quello che ne viene è insicurezza, malinteso e vendetta.
Cirkus Columbia è una riflessione sul conflitto, quello interpersonale e il suo corrispettivo, interetnico o intereligioso che sia, la guerra. Il conflitto, sempre dettato dall’incomprensione, sempre nutrito di risentimento, serpeggia in ogni rapporto messo in scena: in primis tra i due coniugi Divko e Lucija, per vent’anni in attesa d’essere finalmente nemici aperti, recriminando uno l’appropriazione indebita dei beni, l’altra una castità inspiegabilmente autoimposta; tra l’ex sindaco titoista Leon e il nuovo sindaco Ranko, tra il figlio di Divko, il giovane radioamatore Martin, e l’amico gradasso Pivac e così via. Il comune denominatore resta la natura strisciante e ambigua dello scontro, mai basato sul confronto aperto. E’ pestaggio per Leon, sfratto per Lucija, missione punitiva nei confronti di Martin, accusato di favorire l’esercito jugoslavo, passando informazioni al Capitano Savo.
Così descritto, nelle tematiche, parrebbe un film particolarmente grave e cupo. L’impressione, durante la visione, è però tutt’altra: la recitazione enfatica, il carattere sopra alle righe di molti personaggi e la natura paradossale di alcuni episodi, come la comica ricerca del gatto Bonny, danno al film un sapore balcanico in senso “kusturicano”, col suo modo indiretto e surreale di parlare della guerra.
Convincenti le prove attoriali, volutamente eccessive, dei due veterani del cinema balcanico Miki Manojlovic e Mira Furlan, quella misurata e tenera del giovane Boris Ler e quella folkloristicamente variopinta dei personaggi di contorno. Inclassificabile la pur bellissima Jelena Stupljanin, a causa di un doppiaggio imbarazzante.
Con un andamento narrativo scorrevole e ben ritmato, “Cirkus Columbia” è un film che convince e coinvolge, dall’inizio alla potente immagine finale. Non un capolavoro né una pietra miliare ma certo un’opera apprezzabile e godibile che ci parla, ancora una volta (e non è mai abbastanza), delle origini banali dell’odio e della guerra e della possibilità di una redenzione. Che può esserci, catartica, su di una giostra, memoria di bambino.
Di Barbara Nazzari, da cinemaerrante.it

Quando si pensa al cinema balcanico, non si può fare a meno di pensare alle musiche di Goran Bregovic e alle scene oniriche e surreali dei film di Emir Kusturica. A pensare a un titolo come “Cirkus Columbia” accostato al nome di Danis Tanovic, viene spontaneo unire i due elementi: musica gitana, colori e confusione.
In realtà per “Cirkus Columbia” non funziona esattamente così, i toni sono un po’ più malinconici e pacati, ma ciò non toglie che il film non segua perfettamente la linea dell’amarezza e del sorriso leggero, assolutamente balcanica. Premio Oscar per “No man’s land“, Tanovic ritorna in sala con un’opera che per una volta non parla della guerra, ma funziona come una sorta di prequel, ci mostra come si stava prima che scoppiasse l’inferno.
La storia viene raccontata attraverso gli occhi di Divko Buntic (Miki Manojlovic), che dopo vent’anni di esilio in Germania, può finalmente fare ritorno in Bosnia-Erzegovina. Siamo nel 1991, ad un passo dalla guerra, ma ancora non c’è alcun sentore degli spari che verranno. Divko fa ritorno a casa con la gatta nera Bonnie ed una nuova, giovane, compagna, Azra (Jelena Stupljanin), una mercedes rossa e tanti soldi in tasca. Da vent’anni l’uomo ha lasciato una moglie e un figlio, che adesso decide di sfrattare dalla sua vecchia casa, per poterla condividere con la nuova compagna. Allo stesso tempo, però, Divko tenta di costruire un rapporto con il figlio, il radioamatore “verginello” Martin (Boris Ler), che va a vivere con la madre Lucija (Mira Furlan).
Il destino del Paese sta per cambiare, Lucija intende andare in Germania prima che la guerra diventi una realtà invivibile, ma Martin ha appena dato vita ad una tenera relazione con Azra, mentre Bonnie non si fa trovare, mandando nel panico Divko.
“Cirkus Columbia” è il nome della giostra che Divko, il protagonista, amava tanto da piccolo e che simboleggia la nostalgia del passato, quello che non può più tornare e quello troppo lontano, così tanto che non permette di ricominciare dal punto in cui si era lasciato tutto. Questa volta Tanovic non racconta una storia di guerra, usa questa tematica solo come pretesto per raccontare, in realtà, una dolcissima storia d’amore. Il film, certo, regala qualche sorriso, attraverso paesaggi e arredamenti che sembrano lontani anni luce eppure sono così vicini e rappresentano ferite che continueranno a bruciare ancora a lungo, ed una pellicola che sembra quasi ingiallita, la tenerezza mista all’amarezza della nostalgia e dell’orrore di una guerra che avanza, suscitando emozioni diverse in ogni personaggio, tra vecchi ed implacabili comunisti e nazionalisti convinti che non sanno da che parte andare.
“Cirkus Columbia” certo scorre un po’ lento, ma sa farsi apprezzare per il tocco delicato di Tanovic, una buona fotografia ed attori che si muovono molto bene sul set, senza dimenticare la fondamentale presenza di Bonnie, simbolo di un filo che segue un destino che corre in senso circolare e, sebbene possa sembrare smarrito, alla fine riporta ogni cosa al suo ordine iniziale.
Da cinezapping.com

La giostra della guerra. A dare il titolo sono dei seggiolini volanti da decenni alle porte di un paese dell’Erzegovina, la cui vita sociale si svolge tra un bar con gli scacchi e un campo di bocce, in un’epoca scandita dalla televisione che mostra la caduta del muro di Berlino e poi il bombardamento serbo di Dubrovnik.
Danis Tanovic è stato nell’esercito, ha girato documentari bellici e ora completa una personale trilogia filmica sul durante (“No ma’n land”, l’esordio-capolavoro, Oscar come miglior opera straniera oltre a più di 40 premi), dopo (“Triage”) e prima (per l’appunto “Cirkus Columbia”, tratto dall’omonimo romanzo di Ivica Dikić, il quale ha co-sceneggiato insieme al regista la trasposizione cinematografica) di un conflitto.
Nella dissoluzione della Jugoslavia di Tanovic l’odio etnico affonda le radici nei richiami allo scontro tra Ustascia e partigiani rossi, a fughe all’estero e rancori covati, al nazionalismo e ai crocifissi al collo. Un figlio si ritrova in mezzo a una rottura matrimoniale che simboleggia il passaggio dal vecchio al nuovo al comando, quest’ultimo impersonato da un padre che esprime maschilismo (caccia di casa la prima moglie e tratta l’aspirante seconda come una domestica, silenziosa e sessualmente a disposizione), una vena di follìa, il richiamo della terra d’origine, un credo per i vincoli di discendenza (“il sangue non è acqua”), la proprietà e il potere del denaro, mentre gli vengono rinfacciati prepotenza, egoismo, ripicca.
Segnando anche un doppio riscatto femminile, l’autore sa usare un’ironia (la madre che tira l’acqua bollente – e poi la pomata per le scottature – ai poliziotti che stanno per sfrattarla, l’ex sindaco comunista con in casa il busto di Tito portato via dal parco perchè bersaglio di sputi, la ricerca collettiva del gatto scappato) schiacciata infine da un cieco, tragico e rapido precipitare che arriva a travolgere persino le parentele.
La frase: “Ciò che conta è come ti vedono”.
Di Federico Raponi , da filmup.leonardo.it

E’ il 1991 e in Bosnia Erzegovina molte cose stanno per cambiare. Non se ne rende conto immediatamente Divko Buntic che, all’indomani della caduta del comunismo e dopo ben 20 anni di esilio forzato in Germania, torna nel suo villaggio seguito una giovane fidanzata, una Mercedes rosso fiammante simbolo del suo successo economico e l’inseparabile Bonny, il gatto nero porta fortuna. Ad accoglierlo nella piccola comunità gestita da un sindaco appena eletto in modo poco democratico sono una moglie sfrattata, un figlio dimenticato e un paese in sorda e costante ebollizione pronto a esplodere in un conflitto fratricida. Eppure, nonostante i sempre più evidenti tumulti politici e la separazione della Croazia, il piccolo mondo di Divko sembra ruotare unicamente intorno agli eventi della sua quotidianità. I tentativi di avvicinamento al figlio Martin, l’attrazione del ragazzo per un padre sconosciuto e per una matrigna particolarmente avvenente caratterizzano la semplicità e l’ingenuità di un mondo che proprio non ne vuol sapere di ascoltare e osservare oltre gli stretti e limitati confini del proprio territorio. Così, la fuga dell’amatissimo Bonny, le successive operazioni di ricerca e l’imprevisto ritorno di un amore del passato sono gli atti finali di una comunità cui rimane solamente un ultimo giro di giostra prima di essere fagocitata da una guerra nazionale in cui, volente o nolente dovrà entrare a far parte. 
Lo scontro etnico tra serbi e croati rappresenta sicuramente la tematica bellica più sfruttata dalla cinematografia degli ultimi vent’anni dopo il secondo conflitto mondiale e il disastro del Vietnam. Da questo evento storico, nato e cresciuto sotto la “benedizione” dei media internazionali, si è sviluppata con particolare velocità una nuova generazione di narratori di cuiDanis Tanovic è uno dei rappresentanti più illustri. Dopo aver sperimentato la guerra balcanica in prima persona, il regista bosniaco ha fatto propria una modalità di racconto che, da No Man’s Land aTriage, non riesce a distaccarsi da una forte emotività unita a un inevitabile senso della tragedia. Una firma stilistica che, almeno nel caso di Cirkus Columbia, però lascia il passo a un umorismo apparentemente leggero il cui scopo è di introdurre e non celare il dramma che verrà. Come l’arte nasconde dietro la sua evidenza significati e mondi remoti, così Tanovic utilizza la struttura di una commedia arricchita dall’elemento umoristico e dall’immancabile intreccio romantico per rivelare tra le forme di un artificio naturale la minaccia della distruzione. Così, nonostante un impianto leggiadro che a tratti sembra far riferimento alla visione fantasiosamente scomposta di Emir Kusturica, la microscopica vicenda di Divko e del suo villaggio ha il pregio di essere umanamente più straziante di qualsiasi brutalità fisica.
A dare direzione narrativa e intensità emotiva alla vicenda è la consapevolezza di assistere a una rappresentazione della vita, alla messa in scena di una normalità ormai dissolta dalla guerra e da questa ridicolizzata nella sua ottusa e ostinata ricerca della semplicità. All’interno di una sospensione temporale prebellica quasi irreale, Tanovic fotografa con struggente rimpianto la naturalezza e la musicale armonia di una quotidiana rurale oggi introvabile. In questo modo la rude affettività di Divko, la giovanile necessità di contatto di Martin e il muto risentimento di Lucjia diventano frammenti di un racconto personale svelato, frame dopo frame, a un pubblico chiamato a vestire il ruolo di testimone oculare. Riappropriatosi dell’antica tradizione orale, il regista bosniaco narra i particolari di un’avventura quotidiana che, proprio perché scomparsa, è entrata a far parte della mitologia famigliare di un’intera nazione e per questo degna di essere custodita e tramandata come la più emozionante delle epopee. I suoi protagonisti sono eroi inconsapevoli dalla veemente personalità e dall’onore incrollabile, trasformisti e idealisti, giovani e anziani, tutti umanamente fragili di fronte al divenire di un mondo che credevano immobile. Figure comunque consistenti e tangibili cui è stato affidato il compito di riportare alla luce volti, sentimenti e relazioni offrendo alla nuova generazione la prova di un passato e di un’innocenza ormai perduta.
Di Tiziana Morganti, da movieplayer.it

Il giornalista-scrittore Ivica Dikic racconta, attraverso il ritorno a casa del sessantenne Divko, tutto ciò che ha preceduto la tragedia delle guerre nella ex-Jugoslavia.Danis Tanovic dirige Cirkus Columbia – presentato alle Giornate degli Autori – scegliendo quella stessa storia ‘leggera’ per tornare a raccontare la Bosnia, la sua terra, in maniera diversa da come fece con No Man’s Land che gli regalò l’Oscar e il premio come miglior sceneggiatore al Festival di Cannes del 2001.
Sceglie di puntare tutto su personaggi ben definiti (protagonisti Miki Manojlovic e Mira Furlan, utilizzati in coppia già da Kusturica per Papà è in viaggio d’affari), per raccontare la lenta e inesorabile focalizzazione su “un presente catapultato già totalmente nel futuro”: siamo nella Bosnia Erzegovina del 1991, dove Divko Buntis, emigrato in Germania per vent’anni, torna da uomo ricco e potente a bordo di una mercedes con una giovane e bella fidanzata e Bonny, il gatto portafortuna della sua vita lontana da casa. Nel piccolo paese che da anni i suoi generosi contributi economici sostengono anche militarmente, vivono ancora la moglie che l’uomo crede averlo abbandonato (l’incomprensione tra Divko e Lucia è metafora dei ben più gravi fraintendimenti della storia nazionale) e il figlio.
“Il muro era caduto dall’altra parte – ha affermato con nostalgia Tanovic attraverso la voce di un suo personaggio – e tutti i paesi satelliti dell’area cadevano nel caos e nel film, con grande maestria, percepiamo in ogni dialogo il peso, già inconsciamente presente in ogni azione e decisione presa: quello che il crollo causò e anche quello che stava per accadere, la nuova era che stava arrivando e l’era che se ne stava andando. Il lento avvicinamento al figlio e alla realtà che ormai gli era estranea ma che all’inizio pensa di dominare da padrone, porterà Divko a rimettere in gioco molte delle sue certezze. Il suo perdersi sembra causato dalla perdita del gatto che genera una serie di situazioni comiche molto spassose, ma in realtà, come dimostra il finale, a Divko è tutto quello che il suo paese è diventato, quello che realmente è la milizia del fronte nazionale, a non piacergli.
Nelle inquadrature del piccolo paese e dei suoi scorci contadini, negli sguardi dei paesani che ammirano Divko e la fidanzata, c’è la potenza del cinema italiano anni ’50 che il regista ammette di aver voluto in una certa maniera omaggiare; come riconosciamo anche Bertolucci e Fellini in scene come quella della giostra o della perdita del gatto nero.
Uno stile fresco, quello scelto da Tanovic per questa storia tragi-comica che forse – come si auspica l’autore – “può essere facilmente fruita da un pubblico giovane” perché il film aiuti i figli delle guerre a sapere che nella terra che loro conoscono solo come teatro di dolore e di morte, c’è stata vita e gioia prima dell’arrivo dell’orrore.
Di Giovanna Barreca, da cinematografo.it

Dopo aver sfrattato la moglie e il figlio con la complicità del sindaco, Divko Buntic bacia la soglia della sua casa di famiglia. Poco più tardi entra in cucina, toglie il coperchio da una pentola che bolle e assaggia. Manca del sale, lo aggiunge. Niente di più normale, se non fosse che l’uomo attraversa quelle stanze dopo vent’anni passati a lavorare in Germania. Per lui non è cambiato nulla, del resto quel piccolo paesino dell’Erzegovina in cui torna, a bordo di una Mercedes che fa invidia ai compaesani almeno quanto la sua giovane compagna, è lo stesso in cui è nato, il porto sicuro in cui trascorrere una vecchiaia agiata a coccolare il suo gatto portafortuna. Tra Divko e Lucija, la moglie che non vede da allora, nessun dialogo, solo la polizia che trascina via di forza la donna. E poi Martin, il figlio ventenne che per dispetto spacca con una sassata il vetro della camera da letto in cui dorme il padre.
Da oggi nelle sale (distribuito in venti copie da Archibald), Cirkus Columbia di Danis Tanovic torna a liberare la brezza di quel gusto irriverentemente slavo proprio del miglior Kusturica – cui rimandano anche i bravissimi Miki Manojlovic e Mira Furlan, già in coppia nel suo Papà… è in viaggio d’affari (1985) –, accompagnando lo spettatore dentro al ritratto di un mondo paesano attendibile fin nelle sue sfumature; soprattutto in un colpo d’occhio in cui la memoria si confonde con l’affetto: il bagno al fiume, il bar al centro, il cibo, la pace di una giornata assolata. Dopo l’ottima opera prima No Man’s Land, una mediocre come L’enfer e un’altra appannata come Triage, il bosniaco Tanovic dimostra di essere all’altezza di una fama, negli anni, sempre più legata a quel folgorante esordio che meritò una montagna di premi tra cui l’Oscar come miglior film straniero.
Cirkus Columbia non è No Man’s Land, ma riesce parimenti a dimostrare l’insensatezza della guerra, riflettendo con nostalgia sull’attimo prima dell’esplosione, quando il dialogo avrebbe potuto evitare l’assurdo incontro tra due soldati bosniaci e uno serbo nella trincea di una terra di nessuno. Come ha avuto modo di dire il regista, questa nuova pellicola racconta “l’ultimo momento in cui siamo stati davvero felici”, la vigilia di una tragedia che ha messo l’uno contro l’altro gli amici e i fratelli. Attraverso la storia di una famiglia a pezzi, Cirkus Columbia mostra l’innesco della bomba che ha dilaniato i Balcani all’inizio degli anni Novanta, procedendo verso un cadenzato e credibile incupimento dei toni fino ad un finale poeticamente tragico e di difficile interpretazione. Ispirato ad un romanzo del giornalista e scrittore Ivica Djikic, pubblicato in Italia da Zandonai, il bel film di Tanovic è una preghiera per il futuro, un invito al dialogo pieno di affetto verso una terra che non potrà più essere la stessa.
Di Marco Chiani, da ilfattoquotidiano.it

Dal regista bosniaco Danis Tanovic, giunge un’altra storia di grande umanità tutta incentrata sulla contraddizione pace-guerra che è poi il riflesso della più profonda natura umana, così carica di bene e di male. Come già nel 2001 con No Man’s Land, pellicola premiata con l’Oscar, Tanovic riprende il contesto della guerra dei Balcani, ambientando il suo dramma in un paesino della Bosnia-Erzegovina nel 1991, appena prima dello scoppio del conflitto.
È da poco crollato il comunismo e il cinquantenne Divko ritorna dopo vent’anni dalla Germania al suo paese natale, accompagnato dalla giovane e bella fidanzata Azra. Al suo arrivo sfratta dalla sua vecchia casa l’ex moglie Lucija e il figlio Martin (che per’altro non ha mai conosciuto) e quest’ultimi sono costretti ad andare a vivere in una baracca fuori città. L’evento dà inizio al conflitto famigliare, che coinvolgerà a poco a poco tutto il paese, diviso tra comunisti nostalgici di Tito, nazionalisti serbi e i giovani figli del “sogno americano”. Ma al di sopra di tutte queste divisioni si erge una comune voglia di vita, che Tanovic racconta attraverso gesti quotidiani (il lavoro, il bagno nel lago, la rincorsa alla provocante Azra che fa innamorare i ragazzi di tutto il paese): in questo contesto Divko troverà la forza di riavvicinarsi al figlio Martin così come Lucija incontrerà il soccorso dei paesani e di un generale militare che la aiuteranno a risollevarsi. Il clima che si respira in paese è di forte cordialità, ma ben presto l’ombra della guerra rimischierà le carte, facendo riemergere le contraddizioni di ognuno. Così, riprendendo il pensiero espresso in apertura, l’eterno conflitto tra pace e guerra, che tiene tutti con il fiato sospeso, si rivela simbolico della natura umana che questi personaggi mostrano per tutto il film, fino al commovente finale che stringerà la famiglia in un abbraccio di riappacificazione, accanto alla giostra del “Cirkus Columbia”, proprio mentre le bombe iniziano a cadere sui loro tetti.
 Ecco dove sta la genialità di Tanovic: criticare la guerra non secondo la classica retorica della morte e della distruzione, ma attraverso il racconto di commoventi storie d’amore e di famiglia, fino a mostrarci come neanche il conflitto possa zittire questa nostra affascinante ambiguità. In questo modo il racconto è in grado di catturare il pubblico di ogni nazione (nonostante qualche tempo morto per piccoli difetti di sceneggiatura) rivelando il suo carattere “internazionale”, a tal punto che hanno collaborato alla produzione ben sette paesi differenti (si veda sopra).
Una nota finale per l’attrice Mira Furlan (Lucija): fino ad’ora si è distinta solo nel ruolo di Danielle Rousseau nelle varie serie di Lost: dopo quest’ottima performance speriamo trovi più spazio anche nelle produzioni per il grande schermo.
Da cinerepublic.film.tv.it

Nessuno sa raccontare l’insensatezza della guerra meglio di un figlio dei Balcani: da Kusturica a Tanovicquando cadono le bombe è tutto un tango, una festa di matrimonio e una ricerca di animali da compagnia smarriti fra le macerie, come nella scena dello zoo di Underground. Certo a questo Cirkus Columbia, ultimo film del bosniaco Denis Tanovic, in sala da domani 27 maggio, manca un po’ di quella caotica, vitalistica e circense visionarietà che fa del collega serbo un degno erede di Fellini, ma il messaggio è chiaro comunque: la guerra è così immotivata che al suo arrivo, probabilmente, ce la staremo spassando alle giostre.
Stavolta Tanovic non racconta il conflitto come in No man’s land, né ciò che è seguito, come  in Triage, ma la vigilia, quando ancora s’era convinti che nessuno si sarebbe mai sparato addosso. Quando Divko Buntic fa ritorno nella Bosnia-Erzegovina nel ’91, dopo 20 anni di esilio in Germania, con tanti bei soldoni, una Mercedes rosso fiammante e una futura attraente nuova moglie, ebrei, cristiani e musulmani erano ancora tutti uguali e la politica non più che una mostrina da sostituire sul berretto dei militari. I rapporti umani erano ancora vincenti (tanto che dopo aver aiutato Divko a sfrattare l’ex moglie e il figlio Martin, il sindaco è costretto dalle pressioni dei concittadini ad aprire per loro le porte di una casa del Comune), ma tutto stava già per cambiare: non solo il destino politico della ex Juguslavia, ma anche le vite della gente. A inoculare il virus dell’imprevedibile nella comunità è un gatto nero (altro simbolo abusatissimo dalla cinematografia balcanica) di nome Bunny, che scappa nottetempo dalla finestra della mansarda di Divko. L’ex esule, disperato, fissa una ricca ricompensa e sguinzaglia sulle sue tracce la dolce e spaesata compagna e l’altrettanto mite Martin, il “verginello”, spianando la strada a una tenera relazione fra i due. Il felino riapparirà su un albero in una scena gustosissima, quando la priorità per i due “cacciatori” sono decisamente altre, per poi tornare a chiudere il cerchio e a ricomporre l’equilibrio mentre il polverone della guerra, sullo sfondo, annuncia una nuova e ben più grave rottura.
Ma la guerra non è qui che un pretesto, almeno quanto il gatto, per far prendere l’abbrivio, arrestare o deviare la giostra sentimentale: s’annuncia sotto spoglie improbabili, come effetto collaterale di inspiegabili cambi di casacche (vedi l’arruolamento dell’amico di Martin, delle cui tendenze politiche non s’hanno avvisaglie per tutto il film, nel gruppo paramilitare pro-Croazia). Cirkus Columbia è invece soprattutto, per stessa volontà del regista, un bel “film d’amore”, scritto a quattro mani dallo stesso Tanovic con Ivica Djikic, autore anche del libro. E nonostante la faccia da Walter Matthau del bravissimo Miki Manojlovic e i commoventi occhi materni di Mira Furlan (altri “prestiti” da Kusturica) il vero protagonista è il caso, che ha il pelo nero, un sonaglino al collo e si chiama Bunny.
Da doppioschermo.it

Bosnia-Erzegovina 1991, il regime comuinsta è finito, così Divko Buntic può tornare nella cittadina dove è cresciuto, dopo un esilio di 20 anni in Germania. Con l’aiuto del cugino Ivanda (e grazie ai suoi soldi) riesce a sfrattare la moglie Marija dalla sua casa natale e vi si trasferisce insieme alla nuova e giovane compagna, Azra. Divko cerca, comunque, di riconquistarsi la fiducia del figlio Martin, riuscendo soltanto a far nascere una forte attrazione fra lui e Azra. Intanto gli echi della guerra si avvicinano minacciosamente al villaggio e Divko dovrà ben presto scegliere se proseguire con le ripicche o salvare la vita della sua famiglia.
Secondo Tanovic “Cirkus Columbia (che è il nome della giostra del paese che è il simbolo della nostalgia del protagonista) non ha a che fare minimamente con le mie esperienze. Eppure nel libro è contenuto qualcosa che tocca i nervi scoperti di quasi tutti i bosniaci, o dovrei dire degli erzegoviniani. Spero che questa storia portata sul grande schermo, possa aiutare i figli delle altre guerre a ricordare”.
La storia narrata nel libro, infatti, si adatta perfettamente allo stile di Tanovic, permettendogli ancora una volta, come nel suo fortunato esordio No man’s land, di raccontare il dramma della guerra attraverso una chiave di lettura metaforica, con le piccole vendette familiari che si sovrappongono  alle grandi vendette della storia. Il tutto, come sempre nel cinema balcanico, alternando continuamente il riso alle lacrime grazie a battute folgoranti come “i miei genitori (di famiglia comunista ed anticomunista) sono come Giulietta e Romeo, solo che sono tutti vivi e si odiano” e tradendo (come confessa lo stesso regista) una certa nostalgia per quel tempo in cui gli ultimi avamposti del regime di Tito garantivano una stabilità ed una felicità fatta di cose semplici, poi solamente rimpianta.
Di Roberto Rosa, da sentieriselvaggi.it

Gli echi della guerra, anzi i lampi del conflitto in Bosnia edErzegovina colti un attimo prima di illuminare i cieli dellaRepubblica Socialista Federale di Jugoslavia, si riflettono nelleatmosfere onirico-felliniane di Cirkus Columbia, quarto lungometraggio del regista DanisTanović, che sviscera di nuovo il tema bellico – affrontato in quasi tutta la sua cinematografia – delineando, stavolta, tramite un segno che unisce il mélo alla commedia, solo la tragedia che verrà, annunciata dal crollo del muro di Berlino e dal tramonto dell’ideologia comunista.
Dopo aver analizzato le devastanti conseguenze della guerra conTriage (presentato nel 2009 al Festival di Roma) ed aver svelati gli orrori della trincea in No Man’s Land (Oscar e Golden Globe nel 2001 per il miglior film straniero) il regista bosniaco chiude la sua personale trilogia con un’opera più lieve delle precedenti, che riflette tra battute e poesia sui prodromi della guerra: ben visibili ma sottovalutati dalle masse. “Qui nessuno sparerà mai a nessuno” è la frase detta all’inizio del film da uno dei personaggi chiave della storia, che al di là delle caratterizzazioni è forgiata su sentimenti, azioni e stati d’animo universali: paura, diffidenza, sopraffazione, perdono, e riconciliazione.
Presentato lo scorso anno alle Giornate degli Autori, Cirkus Columbia è tratto dall’omonimo romanzo di Ivica Đikić (edito daZandonai) che lo ha sceneggiato con Tanović. 
“C’è qualcosa in questo libro che tocca il cuore di ogni bosniaco ed erzegovino – ha detto il regista, a Roma per presentare il film alla stampa – il romanzo parla di persone che credevano in modo ingenuo che la guerra non sarebbe mai arrivata, di vicini che si aiutavano malgrado rischiassero la morte, della giovinezza perduta, dell’odio, e dell’amore che non conosce confini. Non ho fatto questo film per la mia generazione, ma per aiutare i figli della guerra a ricordare”.
La storia, ambientata in Erzegovina nel ’91, inizia con il ritorno a casa di Divko Buntic (un intenso Miki Manojlović) uomo di mezza età irascibile e rancoroso che dopo venti anni di esilio in Germania, durante i quali ha foraggiato con armi e soldi il suo paese, si ripresenta al villaggio natio per riprendersi la casa dove hanno vissuto l’ex moglie Lucija (Mira Furlan) che lavora come parrucchiera, ed il loro figlio Martin (Boris Ler) un radioamatore che ha attrezzato la soffitta con fili ed antenne per comunicare con l’America. A bordo di una fiammante mercedes, Divko ostenta in piazza la sua futura seconda moglie, la giovane e bella Azra(Jelena Stupljanin) e Bonny, un gatto nero che l’uomo ama e ‘coccola’ come un figlio.
Le tensioni tra Divko e Lucija, gettata sul lastrico con la complicità del neo sindaco Ivanda (Milan Štrljić) che ha spodestato l’ex primo cittadino nostalgico di Tito, sono la metafora delle incomprensioni che porterà la gente a schierarsi in opposte fazioni: di qua con i serbi, di là coi croati. A nulla servirà, al ruvido Divko, installarsi nella vecchia casa di via Vittime del fascismo, perché la vita insegna che ci sono cose (e sentimenti) che non si possono recuperare, una volta persi. Neppure se si è ricchi e temuti.
“Ho lavorato a Cirkus Columbia usando toni nuovi e più lievi, a tratti surreali. Credo che il film sarebbe piaciuto a Fellini” – ha detto Tanović, le cui opere non intendono fornire messaggi – “piuttosto mostrare il mondo come lo vedo io”.
Sebbene Cirkus Columbia si sviluppi tra atmosfere retròdecisamente fuori dal tempo (giri di giostra, i bagni al fiume, la tv in bianco e nero) ed una nostalgia palpabile (l’attrazione per la memorabilia titina, ed i fichi rubati al vicino che hanno un altro sapore), certe battute fulminanti (“avete iniziato voi serbi a bruciare le case ai croati”) ci portano a considerare questa Storia come parte di un capitolo ancora da ultimare.
La situazione nella ex Jugoslavia è ancora così tesa? 
“A Sarejevo oggi c’è la stessa atmosfera di tensione e paura che c’era alla vigilia del conflitto, la gente guarda al nazionalismo con sospetto. La mia sensazione è che siamo più vicini alla guerra che ad un futuro di pace”, risponde il regista, nei cui progetti c’è in cantiere uno script che lo tiene impegnato da anni e che potrebbe rappresentare un punto di svolta nella sua carriera, a livello artistico.
“Forse dico questo perché sono padre di cinque figli, continua il regista, e temo che diventino carne da macello. Per il resto, non intendevo fare un film sulla guerra, non era nelle mie intenzioni. Cirkus Columbia voleva essere una storia d’amore. E’ stato un piacere tornare nell’Erzegovina a girare, non solo per l’estetica del film ma per poter stare con la gente. Questa parte del mondo sembra senza tempo, purtroppo è anche molto cambiata. A volte mi sembra che nel 1992, quando è caduto il comunismo stessimo sull’orlo dell’abisso: siamo stati obbligati a saltare ma non abbiamo raggiunto l’altra parte. E stiamo ancora precipitando”.
Di Alessandra Miccinesi, da cinespettacolo.it

Danis Tanovic ha vinto nel 2002 il premio Oscar con miglior film straniero con No Man’s Land. La sua poesia emoziona Venezia con il bellissimo Cirkus Colombia. E’ un delicatissimo film ambientato in Bosnia pochi giorni prima dello scoppio della guerra civile e la distruzione del paese e di Sarajevo. Divko è nato in un paesino della Bosnia. Sposa una ragazza e con lei ha un figlio. Ma poco dopo il matrimonio, povero, è costretto a trasferirsi in Germania, per le divergenze tra le famiglie. In Germania troverà successo e soldi. Il momento fatidico del suo cambiamento arriva dopo il ritrovamento d’un gatto nero: da lì quel gatto è il suo portafortuna. Nonostante tutto nel cuore ha sempre il suo paese natale, dove ritorna carico di marchi tedeschi e di una bellissima e giovane fidanzata. Nel suo paese ritroverà la moglie e suo figlio, oramai diventato ragazzo. Sullo sfondo le tensioni del paese fra le varie etnie, disaccordi mai passati nonostante anni di regime comunista con Tito. Lo scontro fra la moglie e Divko sarà la base della struttura del film. Una gradevole storia d’amore. La base del film è il rapporto fra di loro, poi si snodano altri delicate storie. La bravura di Tanovic è immensa. Utilizza il gatto nero come unificatore fra tutti i momenti della storia. L’ironia sarà il contraltare del crescere della tensione. Tutto si esaurisce in un crescendo di pathos emotivo sia per le storie d’amore sia per le voci sull’imminente scoppio della guerra. Ci sarà il momento della rottura. Il momento in cui l’amore sarà vincente anche sulla guerra. Perché la vita ha la sua dinamica e la guerra non dovrebbe neppure apparire, soprattutto quando il conflitto si inserisce su una società in cui tutti hanno convissuto pacificamente. La guerra è sconfitta perché nonostante le prime bombe stiano cadendo, due amanti possono fare un giro nella giostra. Emozionante e forte il film gode della splendida recitazione di Miki Manojlovic, impeccabile nel fare decollare la pellicola.
Di Roberto Matteucci, da cinemah.com

Cirkus Columbia è il nome di una giostra che gira mentre a poca distanza scoppia una bomba, come a sancire l’ultimo momento di felicità di un paese che entra in battaglia. Il regista Danis Tanovic, premio Oscar al miglior film straniero per «No man’s land», continua a parlare di guerra, chiudendo un ciclo a ritroso che termina inaspettatamente con un antefatto. Invece di raccontare di bombe, morti e strategie politiche, entra nelle case e nelle menti di un popolo sereno che non si aspetta un conflitto. Presentato alla Mostra del cinema di Venezia nella sessione «Giornate degli autori», «Cirkus Columbia» è un film che si concentra sull’umanità di un popolo in tempo di pace, dispettoso e vitale, osservata dal punto di vista amorevole del figlio di un paese lacerato. Tra terrazze su cui si montano antenne per ascoltare la radio americana, tuffi nel fiume, la surreale mobilitazione di un paese alla ricerca di un gatto nero portafortuna e la favola di un Romeo e una Giulietta, invecchiati e litigiosi, si affonda nell’ingenua speranza che, come afferma lo stesso regista, il mondo sia un posto migliore di quello che realmente è.
Nella Bosnia-Erzegovina del 1991, dopo la fine del comunismo e poco prima della guerra dei Balcani, Divko Buntic torna nel suo paese natale dopo 20 anni di esilio in Germania. Divko fa il suo ingresso trionfale con una Mercedes fiammante, una giovane fidanzata e un gatto nero per rivendicare la casa di famiglia.
Il tentativo di riappropriarsi della propria casa diventa la metafora del sogno di riappropriarsi della propria terra, della propria felicità; la consapevolezza lacerante che il paese fotografato sarà presto teatro di una strage, mascherata dal passo leggero della regia, dona spessore a un film che conquista per la sensibilità e lo sguardo tenero con cui il regista racconta la sua gente. Spensierata e allegra nei toni, in realtà fortemente tragica, è una pellicola che parla di guerra in modo profondo e anticonvenzionale, il cui senso risiede nell’ispirazione di Tanovic: la scena di «Novecento» di Bertolucci in cui un uomo corre per i campi gridando «La guerra è finita» e muore raggiunto da un proiettile. 
Di Giulia Ciccone, da gazzettadiparma.it

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