Carnage

Due coppie che non si conoscono, chiuse in casa per un confronto forzato che prende il via nel nome della tolleranza e della civiltà e che progressivamente, esponenzialmente degenera, fino a (ri)portare i quattro protagonisti alle radici più egoiste, rabbiose e intolleranti della natura umana.
S’intuiva facilmente perché questo assunto della celebrata pièce teatrale di Yasmina Reza “Il dio della carneficina” abbia potuto interessare un regista come Roman Polanski, e quanto si adattasse a molte caratteristiche della sua vena autoriale.
E difatti Polanski, nel testo della francese, sguazza felice e dispettoso come un ragazzino, divertendosi un mondo e divertendo il suo pubblico.
In 79, densissimi minuti, Carnage ribolle inquieto e sarcastico dentro le quattro mura dell’appartamento che gli dà unità di luogo, seguendo in tempo reale le ipocrisie, le bizze e le idiosincrasie dei suoi protagonisti, denunciandole e mettendole alla berlina. È indubbio che la natura del copione esponga anche il film alla pur non grave accusa di essere un ennesimo racconto, autoreferenziale e ombelicale, del mondo borghese, delle su illusioni, delle sue maschere, delle sue falsità.
Va però riconosciuto che, nelle mani di Polanski, la pesantezza e la scontatezza ideologica di questo intento viene alleggerita e sfocata da un’irriverenza cosmica che la travalica, facendo di Carnage qualcosa di più sfumato e meno incasellabile.
Impossibile non vedere lo stesso regista (che si regala un mini-cammeo di stampo quasi hitchcockiano) nel distacco sarcastico e disincantato del personaggio di Alan, quello che dichiara di credere “al dio della carneficina”, quello interpretato da un Christoph Waltz che mangia in testa ai tre colleghi Kate Winslet, Jodie Foster e John C. Reilly, comunque più che apprezzabili.
E difficile, forse, anche non considerare come il ragionamento comunque accessorio su colpa, crimine, giudizio e giustizia possa essere stato trattato in maniera non casuale da un personaggio che, da questo punto di vista, ha una storia nota e particolare.
Ma se questo secondo aspetto ci appare residuale, è il primo a rimanere impresso. Carnage mette alla berlina i suoi protagonisti con velenosità scoppiettante, gradevolissimo vetriolo e dosi massicce d’ironia, preferendo l’esposizione della piccolezza e del ridicolo tout court alla dubbia necessità di un’ennesima (auto)analisi che troppo stesso diventa (auto)assolutoria.
Tutto viene portato al grado zero del caos e dell’assurdo, e allora ecco che il peso di un criceto che guarda in macchina è assai maggiore di quello di una scontata e (in)civile riconciliazione infantile.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Probabilmente, Roman Polanski era il regista più indicato a trasformare in immagini la piéce teatrale “Il dio del massacro” di Yasmine Reeza. E non solo perché tra i grandi maestri in circolazione Polanski è quello con l’animo più teatrale, ma anche perché, a ben vedere, la presenza di protagonisti in spazi chiusi ed angusti è una delle caratteristiche ricorrenti di tutto il suo cinema fin dai tempi del folgorante esordio “Il coltello nell’acqua”. Se in “L’uomo nell’ombra” tale spazio circoscritto era rappresentato da un’isola, e ne “Il Pianista” da un ghetto, tanto per fare due esempi recenti, qui il luogo scelto diviene se possibile ancor più claustrofobico: un appartamento, anzi il salotto di un appartamento newyorkese tipicamente middle class.
La storia è assai semplice: due coppie di genitori si incontrano a casa di una delle due per risolvere in maniera civile, come si conviene, il litigio tra i rispettivi figli in cui uno ha perso due denti a causa di una bastonata data dall’altro. A dire il vero, il film inizia mostrandoci l’accordo amichevole raggiunto tra le due coppie. Tutto sembrerebbe finito, dunque, ma i formalismi borghesi impongono l’offerta di torta e caffè. Un invito all’apparenza innocuo, che porta però le coppie a riaprire la discussione e che le trascina in un duello verbale che da caustico e sottile diviene sempre più volgare e diretto. Pian piano la compostezza dei modi viene meno, facendo emergere il vero carattere di personaggi troppo diversi tra loro – non solo sul piano caratteriale ma anche su quello sociale – ed in senso lato rivelando la vera natura dell’uomo. Si sviluppa così uno scontro su molteplici livelli (uomo/donna, cinico/idealista, alto borghese/medio borghese), all’interno del quale si creano improvvise ed inaspettate alleanze, magari dettate dalla comune passione per un buon whisky scozzese.
Certo, il tema dell’ipocrisia e della normalità fasulla della borghesia dietro le quali si nascondono infelicità e frustrazioni non è nuovo, anzi. A fare di Carnage un (quasi)capolavoro sono perciò il sorprendente uso dello spazio (merito di un montaggio che dà ritmo all’azione nonostante questa si svolga tutta in un unico ambiente), il rigore formale della regia, la brillantezza dei dialoghi e soprattutto un quartetto di attori in forma strepitosa. E se si è fatto un gran parlare a Venezia della meravigliosa prova di Kate Winslet (indiscutibile), sento il dovere di sottolineare la gigionesca performance di John C. Reilly, il cui personaggio vive la trasformazione più evidente e spassosa. Si, perché al di là dei temi trattati e di quel che vuol essere la morale, Carnage è anche e soprattutto un’opera divertente, capace di strappare risate vere grazie ad una serie di gag e sequenze la cui scorrettezza politica risulta avere anche un salutare effetto liberatorio.
Grandissimo film, confezionato in maniera impeccabile, stilisticamente perfetto ma non per questo asettico, da vedere più di una volta perché alcune battute meritano veramente di essere imparate a memoria. Ma va detto che è dai tempi de “La Nona Porta” che Polanski non sbaglia più un colpo. Per la gioia di tutti i cinefili.
Mirko Medini, da “voto10.it”

La casa di una coppia di newyorkesi diventa lo scenario di un lungo dibattito quando si presentano alla porta i genitori di un bambino che ha picchiato loro figlio con un bastone, causandogli la rottura di due incisivi. L’accaduto diviene un pretesto per analizzare il loro differente modo di essere padri e madri.
Una stanza, quattro attori e una sceneggiatura teatrale. Roman Polanski si serve di questi essenziali elementi per portare sullo schermo una spassosa commedia dai risvolti amari. Una coppia di nevrotici newyorkesi si reca con reticenza a casa dei genitori di un bambino, al quale loro figlio ha rotto due incisivi. Il motivo dell’incontro è fare chiarezza sull’accaduto ed eventualmente pensare alle conseguenze. Le due coppie si fronteggiano cercando di far prevalere ognuna il proprio punto di vista. Fuoriescono in seguito problematiche legate alle relazioni di coppia, che incrementano i litigi, mostrando quanto siano instabili i loro legami. All’interno di queste mura, insomma, si crea un “carnage”, una carneficina, che rovina – forse per sempre – la vita di questi individui. Significativa è la battuta pronunciata da Alan, personaggio interpretato da Christoph Waltz, rivolgendosi alla moglie, mentre l’altra coppia si scontra verbalmente: “Il loro matrimonio va a rotoli, non facciamo a gara”.
Tratto da una fortunata piéce teatrale sceneggiata da Yasmina Reza (nei panni di co-sceneggiatrice in questa occasione), il film presenta delle novità: Polanski trasforma i protagonisti da parigini a newyorkesi, donando loro tipici tratti caricaturali, come la nevrosi che caratterizza il personaggio di Nancy, interpretato da una bravissima Kate Winslet. Nel cast, una inedita Jodie Foster, nei panni di Penelope, una donna che cerca in tutti i modi di dimostrare la sua apertura mentale organizzando la piccola riunione tra genitori, senza però smettere di colpevolizzare il bambino che ha “sfregiato” il viso di suo figlio. Interprete di Michael, marito di Penelope, è John C. Reily, perfetto per il ruolo affidatogli. Quando la situazione è ormai giunta al degenero, i mariti si “alleano” per un attimo confrontandosi con le mogli; allora Waltz pontifica “Women think too much”. Una curiosità viene suscitata dalla prima sequenza del film, l’unica ambientata al di fuori dell’appartamento: l’episodio di violenza dei due bambini si svolge nel parco di Brooklyn, luogo inaccessibile a Polanski per una causa giudiziaria risalente alla fine degli anni ’70; l’inquadratura, quindi, è stata realizzata da un assistente oppure è frutto di un montaggio fittizio.
“Carnage” è il primo film presentato in concorso alla 68a Mostra Internazionale del Cinema di Venezia e ha ottenuto un alto gradimento da parte del pubblico; del resto non può passare inosservata una tale capacità di rendere interessante la noiosa vita di due mature coppie newyorkesi.
Giulia Bramati, da “storiadeifilm.it”

Lo avevamo lasciato in balia dei fantasmi il nostro caro Polanski nel suo ultimo “The Ghost Writer”. Morti misteriose, complotti politici e un’atmosfera in continua putrefazione. “Carnage”, presentato in concorso alla 68° Mostra del Cinema di Venezia sembra essere un’opera diametralmente opposta, con connotati decisamente diversi dal thriller che vedeva come protagonista Ewan McGregor. Oltre al genere, Polanski abbandona anche la forma: il romanzo lascia spazio alla pièce teatrale, quella della drammaturga francese Yasmina Reza (che collabora anche alla sceneggiatura) dal titolo “Il dio della carneficina”.
Il film aderisce da subito ai canoni della commedia ed incentra l’attenzione sulle problematiche che scaturiscono dalle relazioni interpersonali. Il cerchio si restringe e la mdp si ritrova tra le quattro mura di un appartamento di New York (il film è però stato girato a Parigi per via delle note vicende giudiziarie che gravano sul regista). Protagoniste sono due coppie, meglio due famiglie, che decidono di incontrarsi al fine di allacciare una conversazione cordiale dopo che i loro figli sono stati coinvolti in una rissa, uno dei quali finito all’ospedale con diversi denti rotti. Polanski sceglie come registro l’ironia, la presa in giro, l’ilarità, aiutato da un’interpretazione superba del cast e da dialoghi accattivanti (il raffronto giocoso tra Ivanhoe e il più moderno Spiderman), al limite dell’indecenza e del sacrilego (“Chi ha voglia di recitare un Ave Maria mentre scopa?”). Ma la “carneficina” del titolo è in agguato e ben presto il divertissement offerto dalla pellicola si tramuta progressivamente in una sensazione carica di un pessimismo e di un’insensibilità spiazzante. La comunicazione implode, perdendo del tutto il suo valore ed innescando guerre continue, dapprima tra una coppia e l’altra e in seguito tra i due sessi. Come anticipato dall’eloquente e bellissima locandina, le emozioni di Alan, Nancy, Penelope e Michael sono un cratere in continua eruzione, ognuno è soggiogato da immoralità e cattiverie ben assortite, da maniacali atti di gelosia su beni di consumo (la rivista, il cellulare, la borsa). Il vomito, già scena cult, rappresenta un punto di non ritorno tanto rivoltante quanto imprescindibile, la presa di posizione di un regista che in questo modo esprime tutto il suo profondo disgusto da cotanta aggressività e incomunicabilità. Perché “Carnage” è essenzialmente un film sulla non comunicabilità dell’essere umano, un viaggio che ripercorre l’involuzione antropologica di una società ridotta a brandelli e guidata da animali (lo smascheramento del medio borghese) che hanno come continuo impulso quello di attaccarsi a vicenda, uno stimolo innato che risponde alle primordiali teorie darwiniane sulla sopravvivenza.
La teatralità della messa in scena gioca molto su riprese strette e ravvicinate, sulla scia del claustrofobico “Angelo sterminatore” buñueliano, con i quattro protagonisti che non riescono per qualche oscuro motivo ad uscire dalla casa (stessa cosa accade nel recente e per molti versi simile “Sunset Limited” di Tommy Lee Jones). E se a Venezia il film è stato accolto con uno scroscio di applausi, una parte della critica ha mantenuto invece un comportamento freddo e discostante. Il motivo di base è legato allo scontro inevitabile che si viene a creare fra teatro e cinema. La colpa imputata a Polanski è soprattutto quella di aver creato una “macchietta” che non prende le giuste distanze dall’arte minimalista teatrale, contribuendo così ad elevare l’artificio dell’opera. In realtà, come sottolinea l’esperto regista e produttore teatrale Kenneth Branagh, “Che sia il cinema o il teatro, l’obiettivo è sempre la verità”. E di (brucianti) verità “Carnage” ne emana a profusione, assimilando le più celebri lezioni pirandelliane (l’incomunicabilità, la concezione vitalistica) e pinteriane (la violenza, il lato oscuro dentro ognuno di noi), racchiudendo la sua inquietante “verità” in una performance attoriale strabiliante, capace di contagiare lo spettatore nelle molteplici emozioni vissute e sprigionate di volta in volta dai quattro personaggi.
Polanski incarna senza eccessi e con intelligente leggerezza uno spaccato di vita contemporanea, creando inevitabilmente un film di rottura come testimonia l’abbandono del thriller e del noir in favore dell’ironia pungente di un tempo, quella, per intenderci, di “Per favore non mordermi sul collo”. Un’ironia cinica e spietata che neanche la più frizzante delle commedie riesce a contenere.
Matteo De Simei, da “ondacinema.it”

Polanski è ovunque, la sua firma è in ogni luogo. Ma non pesa e non fa male come una stimmate. Bara e si sottrae, gira Parigi come fosse New York, si affaccia da una porta, per nascondersi subito dopo nell’oscurità di un arresto domiciliare libero e consapevole. Ci deprime, ma ci offre lo splendido inganno di una perfezione cristallina. E’ come un Maradona di celluloide, di luci e ombre. Palleggia tra le immagini e gli spazi, i volti, i tic e le isterie dei suoi incredibili, straordinari protagonisti.
Prologo. Campo lungo. Alcuni ragazzini stanno discutendo in un parco. A un certo punto, uno di loro, escluso dal gruppo, si avvicina a un altro e lo colpisce con un bastone. Stacco. In un confortevole appartamento newyorchese, due coppie rispettabili stanno discutendo, dinanzi a un computer, i termini più adeguati per una giusta e tranquilla dichiarazione di responsabilità. Sono i genitori dei due ragazzini protagonisti dell’incidente. La madre della vittima, Penelope (Jodie Foster), è una donna ‘impegnata’, che ha in progetto un libro sulla tragedia del Darfur. Il marito, Michael (John C. Reilly) è un pacifico e bonario venditore di pentole e impianti da bagno. Dall’altra parte ci sono i genitori del carnefice: Nancy (Kate Winslet), elegante ed equilibrata consulente finanziaria, e Alan (Christoph Waltz), avvocato di grido, impegnatissimo a risolvere ‘telefonicamente’ le grane legali di un’azienda farmaceutica. Tutto sembra risolversi per il meglio, in maniera più che civile. Ma le ansie, gli egoismi, le indifferenze e le infelicità della quotidianità sono solo a un passo dall’esplosione. Ecco, in breve, la storia di Carnage, tratto dalla pièce teatrale Il dio della carneficina della drammaturga e regista francese Yasmina Reza (qui anche cosceneggiatrice). Ed è evidente che, nonostante tutto, si sta parlando di un Polanski purissimo. Un Polanski… Ci perdoni: proprio come fosse un marchio, un quadro, un’incisione, un francobollo. Come se parlassimo di un Kokoschka, di un Bacon, di quello stile che è una dichiarazione di appartenenza, una mortifera garanzia museale su cui il terribile polacco fa vomitare tutta la propria carnagesovversiva noncuranza. Sì Polanski è dappertutto, eppure… Suona l’ennesima sottile variazione de Il coltello nell’acqua, progressiva, cinica e inevitabile discesa nella brutalità di un’umanità intimamente folle e crudele, solo apparentemente anestetizzata dalla patina superficiale di una cultura incapace d’intaccarne la radice oscura e animale. Nonostante l’evidente struttura teatrale, le cifre del cinema (e) di Polanski sono in ogni luogo, si riconoscono in ciascun mobile, qualsiasi angolo di quest’interno spazioso, funzionale, eppure (come sempre) claustrofobico, solo in parte aperto e dinamizzato dallo sguardo che incrocia i riflessi dello specchio ad aprire altre prospettive, altri punti di fuga. Alla fine, malgrado tutto, si rimane sempre lì, aldilà di tutti i tentativi di affacciarsi fuori, alla cornice di una finestra, al budello di un ascensore. Si rimane chiusi nelle quattro pareti dei propri stanchi inganni, nelle sterili prediche d’indipendenza e verità, nelle imitazioni di John Wayne e nella paura dei criceti, nei sogni di progresso e liberazione e nella schiavitù dagli oggetti. Al di fuori da ogni psicologia possibile, siamo risucchiati da una specie di forza di gravità che ci richiama a terra, alle nostre colpe innocenti, alle nostre necessarie mostruosità. E non conta che la tragedia sia di là da venire, che non ci sia la Shoah o l’omicidio o l’eros o la follia. Non importa che tutto si stemperi in un risata, appaia un gioco risolvibile in una sbronza liberatoria. Perché la tensione si appropria della quotidianità, opprimendola in una cupa cappa di vomito, stanchezza, pianto, odio e depressione. Sì, Polanski è ovunque, la sua firma è in ogni luogo. Ma non pesa e non fa male come una stimmate. Bara e si sottrae, gira Parigi come fosse New York, si affaccia da una porta, per nascondersi subito dopo nell’oscurità di un arresto domiciliare libero e consapevole. Ci deprime, ma ci offre lo splendido inganno di una perfezione cristallina. E’ come un Maradona di celluloide, di luci e ombre. Palleggia tra le immagini e gli spazi, i volti, i tic e le isterie dei suoi incredibili, straordinari protagonisti. Gioca sul Nulla per 79 o 90 minuti, per un giorno, o forse all’infinito. Davanti ai nostri occhi. Senza darcene mai abbastanza.
Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

In un misurato appartamento di Brooklyn due coppie provano a risolvere uno smisurato accidente. Zachary e Ethan, i loro figli adolescenti, si sono confrontati incivilmente nel parco. Due incisivi rotti dopo, i rispettivi genitori si incontrano per appianare i conflitti adolescenziali e riconciliarne gli animi. Ricevuti con le migliori intenzioni dai coniugi Longstreet, genitori della parte lesa, i Cowan, legale col vizio del BlackBerry lui, broker finanziario debole di stomaco lei, corrispondono proponimenti e gentilezza. Almeno fino a quando la nausea della signora Cowan non viene rigettata sui preziosi libri d’arte della signora Longstreet, scrittrice di un solo libro, attivista politica di troppe cause e consorte imbarazzata di un grossista di maniglie e sciacquoni. L’imprevisto ‘dare di stomaco’ sbriglia le rispettive nature, sospendendo maschere e buone maniere, innescando un’esilarante carneficina dialettica.
Non è la prima volta che Roman Polanski ‘costringe’ e isola i suoi protagonisti a bordo di una barca, dentro un castello, oltre il ghetto di Cracovia, sopra un’isola (in)accessibile. Da sempre nella filmografia del regista polacco la separazione è necessaria per mettere ordine e avviare un’ ‘inchiesta’. Accomodati tre premi Oscar (Kate Winslet, Jodie Foster, Christoph Waltz) e un candidato eterno non protagonista (John C. Reilly) in un appartamento di Brooklyn, ambientazione dichiarata dalla prima inquadratura e trattenuta da due alberi che dietro le fronde rivelano lo skyline ‘alterato’ di Manhattan, Polanski denuncia ancora una volta il riferimento al (suo) maestro inglese. In particolare un capolavoro di Hitchcock palpita sotto la superficie, un omaggio che dopo molte risate lascia un ‘nodo alla gola’. Trattenuto in un’unica location e svolto in tempo reale, Carnage è ‘scenograficamente’ prossimo al Rope hitchcockiano che, girato a Los Angeles, apriva le finestre del suo appartamento su una Manhattan in scala, ricreata attraverso un ciclorama di quattrocento metri quadrati e illuminato da un’abbondanza di lampadine e insegne al neon. Il richiamo non si limita allo spazio esterno, ma ancora e di più a quella maniera unica di tradurre un’idea in un movimento, in movimenti invisibili quanto mirabili di macchina. Versione cinematografica della piéce teatrale di Yasmina Reza, co-sceneggiatrice con Polanski, Carnage coniuga il piacere della forma al valore della storia, una storia che ancora una volta suggerisce l’illusione della trasparenza. La maschera linda dei quattro protagonisti insinua presto un malessere sordo, un orrore che c’è e si vede. Così progressivamente le tempeste dialettiche restituiscono alla superficie i ‘corpi’ nascosti nei bauli dalla stessa vanità e gratuità degli studenti hitchcockiani.
Polanski, naturalizzato francese ma apolide per vocazione, satura l’inquadratura di uomini e donne che si sentono ostinatamente migliori dell’ambiente che li circonda, che rimandano a se stessi come gli specchi dell’appartamento, ubicato fuori dalla finzione a Parigi e dimostrazione della condizione di “perseguitato” di Polanski. In cattività, congiuntamente ai suoi coniugi (in)stabili e (ir)ragionevoli, il regista ribadisce l’impraticabilità di introdurre un ordine nella realtà perché basta un conato di bile, un cellulare annegato, un libro imbrattato, una borsetta rovesciata a disperdere equilibrio e ‘democrazia’. Città immaginaria e ferocemente reale, New York apre e chiude il dramma da camera di Polanski, che spacca e fruga, ‘percorrendo’ con lo sguardo personaggi già ipocriti e corrotti, strumenti di ferocia intrappolati in un cul de sac. In barba al politicamente corretto, l’irriducibile e non riconciliato Polanski ha cominciato a saldare i conti con l’American Dream. Un sogno che non c’è più e forse è solo la più grande menzogna mai tramandata.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Dopo L’uomo nell’ombra Roman Polanski torna con Carnage a fare una delle cose che gli riescono meglio: là era il giallo alla Hitchcock, qui è il cinema da camera, genere d’impostazione teatrale che per il regista di La morte e la fanciulla diventa nuovamente un banco di prova per il suo straordinario talento nella messinscena cinematografica.
Carnage, tratto dalla pièce Il dio della carneficina di Yasmina Reza, è un gioco al massacro condotto nel chiuso di un appartamento di Brooklyn, con due coppie benestanti che si ritrovano per risolvere una lite scoppiata tra i loro figli e che finiscono con il riversarsi addosso fiumi di parole e cattiverie. Un meccanismo forse prevedibile per come raffigura un gruppo di borghesi superficiali e ipocriti (e incapaci di uscire dal set, come nell’Angelo sterminatore di Buñuel), ma al tempo stesso implacabile per come inscena il destino della società occidentale, aggrovigliata attorno al desiderio di comprendere il mondo con le parole e destinata per questo a ripiegarsi fatalmente su stessa.
Polanski non corre, costruisce lentamente un muro di ovvietà e gentilezze e lo erode dall’interno, portando a galla le tensioni tra le due coppie, una altoborghese e schizzinosa (Christopher Waltz e Kate Winslet), l’altra liberal e ingenua (Jodie Foster e John C. Reilly), attraverso un uso classico del campo e controcampo. Il suo vero lavoro è sulla messinscena, sullo spazio scenico e sul tempo del montaggio, sul movimento degli attori e sugli oggetti che definiscono i loro personaggi, da un cellulare a un libro, da una bottiglia di whisky a un mazzo di tulipani.
Grazie così all’abilità di Polanski nel rendere in termini visivi uno scontro fatto unicamente di parole, Carnage diventa un saggio di cinema puro: un teorema che rimanda ancora a Hitchcock per la sua precisione e che diventa puramente “polanskiano” nel momento in cui inscena un processo di imprigionamento non solo dei personaggi, ma delle immagini stesse.
Perché le immagini, sembra dire il regista, sono come le parole: richiedono responsabilità, controllo, attenzione. E se tutto, fin dalla pièce, nasce da un parola sbagliata (armed, armato, a proposito di un ragazzino che ha ferito un compagno con un bastone), allora il film stesso è un errore, poiché cerca di porre rimedio a una ferita affastellando inquadrature su inquadrature, scene su scene, ma ottiene l’effetto di allestire un geometrico, inesorabile rito di distruzione.
Roberto Manassero, da “doppiozero.com”

Brooklyn: in un appartamento di una palazzina benestante ha luogo il confronto tra i rispettivi genitori di una coppia di bambini che hanno avuto un diverbio. Si discute di cosa sia meglio per i loro figli, dei metodi da adottare per far capire loro che con la violenza non si risolve nulla e sulle modalità da attuare affinché possano chiedersi scusa reciprocamente. I Longstreet (Jodie Foster e John C. Reilly) fanno da padroni di casa: lei colta appassionata d’arte con velleità da scrittrice, lui più semplice venditore di pezzi di ricambio per bagni. I Cowan invece (Kate Winslet e Christoph Waltz) sono gli ospiti, lui legale nel bel mezzo di una crisi e per questo costantemente incollato al suo blackberry, lei broker finanziario. I toni pacati e cordiali di inizio giornata si trasformano piano piano in uno sfogo di rabbia repressa e segreti coniugali sputati l’uno in faccia all’altro, senza ritegno.
Quattro protagonisti, “costretti” tra quattro mura, con poche interferenze dall’esterno e solo sottoforma di lontane voci telefoniche. Non è soltanto un classico impianto teatrale (e difatti la sceneggiatura è tratta dalla piéce di Yasmina Reza, anche co-sceneggiatrice) ma è anche l’ambientazione ideale per Roman Polanski, capace così di guardare nuovamente ad uno dei riferimenti che nella sua filmografia fanno capolino più spesso (sir Hitchcock) mettendo in scena con classe un testo prezioso che sarebbe stato quasi impossibile da fallare. Ingaggiati quattro tra gli attori più talentuosi a memoria d’uomo (perché non è affatto da sottovalutare l’eterno comprimario John C. Reilly finalmente sotto i riflettori), Polanski fa vomitare loro (anche letteralmente, nell’esatto momento in cui la direzione del vento all’interno dell’appartamento cambia irrimediabilmente) l’orrore che si cela nelle case di ogni “famiglia perbene”. Lo specchio fatto di tavolini da caffé tirati a lucido, tulipani freschi, torte di frutta con ingredienti segreti, si frantuma poco a poco, lasciando trasparire malumori, incomprensioni, frustrazione. Il lavoro, i figli, le carriere solo sognate ma mai trasformate in realtà: tra i quattro protagonisti si formano e si dissolvono alleanze e ribellioni, ci si sputa addosso veleno salvo poi capirsi per un istante, prima di intraprendere un nuovo round. Fino all’alcol, che tramuta tutto in esagerazione, distruzione, urla, pianto.
Polanski ha ritrovato sé stesso in questo testo, e ha fatto sgolare ai suoi protagonisti ciò che anche lui prova nei confronti del perbenismo contro cui ancora oggi deve combattere, e contro quell’America puritana ed apparentemente candida sotto la quale si cela il marcio del mondo. Il maestro rende tutto cinematograficamente perfetto, il pubblico può ridere sguaiatamente delle gesta di quattro persone di classe che si trasformano in quattro mostri moderni, ma sarebbe forse meglio che anziché sghignazzare con tono di superiorità ci si fermasse e si cercasse di riconoscersi nel quadro dipinto davanti ai nostri occhi. A turno, ognuno dei protagonisti ammette: “Questo è il peggior giorno della mia vita”. E non lo dice perché sia successa una qualche tragedia irrimediabile, ma solo perché la maschera che tutti indossano (e indossiamo) fieramente è caduta e si è sgretolata innanzi a loro. Di questo la gente ha paura. E Polanski lo sa.
Di brevissima durata (79 minuti), Carnage riesce a chiudere poco dopo aver iniziato a diventare troppo urlato e leggermente irritante, e giusto in tempo per non far bollare come “sopra le righe” le interpretazioni della Winslet (che con un ruolo simile aveva già giocato in Revolutionary Road) e della Foster (che mai abbiamo visto così fuori di testa). Il versante maschile invece riesce a rimanere nei limiti, e spicca per un lavoro ammirevole di sottrazione.
Paolo Bassani, da “trailersland.com”

Realizzato grazie a una co-produzione tra Francia, Germania e Polonia, il nuovo film del pluripremiato regista Roman Polanski è stato presentato in Concorso alla 68a Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Polanski dirige Kate Winslet, Jodie Foster, John C. Reilly e Christoph Waltz nella trasposizione cinematografica dello spettacolo teatrale “Le Dieu du Carnage” dell’autrice Yasmina Reza, andato in scena con successo in diversi paesi europei. Il regista lo ha co-sceneggiato a quattro mani con Reza.
Il film parla dell’incontro riparatore tra i genitori di due ragazzini undicenni che si sono presi a botte. Penelope e Michael Longstreet invitano a casa loro Nancy e Alan Cowan per discutere sui provvedimenti da prendere. Dopo un’iniziale gentilezza e mediazione da entrambe le parti, i toni dell’incontro prenderanno un’altra piega.
Con “Carnage” Polanski sorprende lo spettatore meravigliosamente. È stato girato in tempo reale con soli quattro attori che si muovono in un unico ambiente. Qualsiasi passaggio da una scena all’altra è stato fatto davanti la macchina da presa. Il mondo esterno e ciò che spinge i genitori a incontrarsi accade durante i titoli di testa. Nonostante si svolga tutto in un ambiente circoscritto, il ritmo incede senza arresti. I dialoghi sono graffianti e divertenti e i tempi degli attori, nel rimbalzarsi le battute, sono perfetti.
Il film svela una serie di comportamenti che gli individui adottano quotidianamente nella società. Ci si nasconde spesso dietro una facciata di buone maniere, che non corrispondono minimamente a ciò che si pensa o si vorrebbe fare veramente. “Carnage”fa emergere comicamente quanto sia difficile fare il genitore oggi e come spesso ci si celi dietro una falsa comunicativa. Capita spesso che si parli tanto, esprimendo solo ipocrisia e senza mai conoscere ogni aspetto l’uno dell’altro, come capita ai coniugi mostrati nel film. Ognuno a modo suo esprime l’esasperazione di alcuni atteggiamenti del proprio partner: il continuo stare attaccato al cellulare di Alan, o l’essere incessantemente “politicamente corretta” di Penelope. Ciò che porta lo spettatore a sorridere è la nonchalance di Alan nel mostrare la sua insensibilità (l’unico a presentarsi fin dall’inizio per ciò che è e che pensa) e la rigidità “vecchio stampo” di Penelope.
Tutti è quattro gli artisti esprimono i loro personaggi al meglio. Polanski ha organizzato due settimane di prove, per dare modo agli attori di trovare affiatamento e compattezza. Il tono del film spazia dalla satira alla commedia, al dramma e quando si pensa che l’incontro stia per concludersi, qualcuno dei presenti dice qualcosa che rimette la questione in gioco ancora una volta, e un’altra ancora. Polanski e Reza lo rendono così naturale, da lasciare stupiti quando il film finisce davvero.
L’ora e mezza trascorre senza rendersene conto, rapiti da ciò a cui si sta assistendo.
“Carnage” è una storia in cui potersi rispecchiare, chi per un motivo, chi per un’altro. Mostra uno spaccato di vita reale, 90 minuti di una discussione che chiunque potrebbe avere.
Per quanto riguarda l’aspetto tecnico, fondamentale tanto quanto le interpretazioni è stata la costruzione del set.
Lo scenografo Dean Tavoularis (noto collaboratore di Francis Ford Coppola) torna a lavoro per il film di Polanski.
Ha realizzato l’appartamento, in modo tale che si potesse camminare da una stanza all’altra e muoversi proprio come in uno vero, non tralasciando suppellettili e una cucina super equipaggiata.
Nulla è stato lasciato al caso, il regista ha curato ogni aspetto del film, mostrando ancora una volta la sua artisticità e la sua propensione a raccontare la verità delle cose.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Il tramonto dell’Occidente in un appartamento di New York. L’occasione è banale: due ragazzini hanno litigato e uno ha spaccato due denti all’altro. Il dramma sarà epocale (ma esilarante). Perché le due coppie di genitori chiamate a chiudere l’incidente in modo ragionevole, presto abbandonano ogni parvenza di civiltà e cedono ai peggiori istinti. Incendiando le polveri dell’odio che cova sotto la superficie delle buone maniere. Per mettere a nudo poco a poco quel misto di sopraffazione, ipocrisia, malcelato disprezzo per tutto ciò che è appena diverso (oltre che per se stessi probabilmente, ma questo nessuno lo ammetterà mai), che chiamiamo identità.
Coppia contro coppia dunque, ma anche mariti contro mogli, mogli contro mogli, mariti contro mariti, cinici contro idealisti, borghesi contro alternativi, e via distinguendo e accusando, in un carosello di identità parziali e derisorie difese con ogni mezzo. La pièce di Yasmina Reza si chiama Il dio della carneficina. Polanski e i suoi quattro prodigiosi attori ne fanno uno scintillante saggio di cinema da camera in cui ogni parola, ogni gesto, ogni impercettibile trasalimento svela e insieme nasconde interi mondi. Magistrale.
Fabio Ferzetti, da “ilmessaggero.it”

Due coppie sposate, tre premi Oscar e un quarto grande attore come John C. Reilly, nel salotto di un dignitoso appartamento di New York. Un pomeriggio alle prese con uno spinoso problema che ha coinvolto i loro figli, uno aggressore, l’altro aggredito. Un regista, anch’egli premio Oscar, e una scrittrice, Yasmina Reza, che rivisitano un suo spettacolo teatrale, Le Dieu du Carnage, vale a dire il dio della carneficina, del massacro, della mattanza. E il sangue scorre copioso, ma metaforico, almeno dopo le botte tra i ragazzini, per meno di un’ora e venti, dando però vita a una densa, amara parabola sulla consistenza, l’evoluzione e l’impossibilità dei rapporti umani, da quelli con il prossimo sconosciuto, a quelli più intimi. L’inizio è tutto cordialità e formalismo, le buone norme della collaborazione, l’apertura all’altro, poi arrivano le distanze, la diffidenza, l’astio e l’incomunicabilità. Ma si ride, cinicamente. Si ride ai dialoghi sui minimi sistemi, un lavoro da rappresentante di sciacquoni, come asciugare un libro bagnato, il whisky, e si ride anche sui massimi, un lavoro come avvocato di una multinazionale criminale, l’Africa, il matrimonio, con alleanze quasi animalesche che si creano e si rompono in cinque minuti.
Proprio come in un atto unico prettamente teatrale, non ci sono ellissi di tempo e di spazio, tutto è condensato in pochi metri e pochi minuti. Ancora più difficile da dirigere con dinamismo per Polanski, che però non ha nessuna difficoltà a farlo, e da ravvivare e interpretare per gli attori, grandi soprattutto nei non detto a margine del campo. A Christoph Waltz sembra sempre mancare un berretto nazi, anche mentre parla al cellulare con un segretario (grazie ancora Tarantino per avercelo svelato), solo Jodie Foster forse esagera un po’, sopra le righe, ma d’altronde ha anche i suoi buoni motivi. E in tanta claustrofobia di sentimenti, le uniche aperture all’universo esterno sono i bambini là fuori. Gente di tutta un’altra pasta.
Gabriele Guerra, da “freequency.it”

Essere e apparire. Tra queste due realtà opposte e inconciliabili si è spesso mossa la tragedia greca: personaggi leggendari, che incarnavano le più alte virtù umane e civili, finivano per sprofondare nell’oscuro abisso dell’oblio in balia dei flutti di questo sublime conflitto. Ma cosa succederebbe se migliaia di anni dopo quei due poli opposti di una calamita, quegli antipodi, fossero stati straziati e denaturati fino al paradosso tanto da essere costretti, loro malgrado, a sovrapporsi, nonostante la propria natura gli imponga di respingersi? E cosa, di conseguenza, accadrebbe agli uomini e alle donne di oggi, infinitamente lontani dagli eroi del mito, non solo nel tempo ma anche nella morale, nell’estetica e nelle capacità, assoggettati dall’immane fardello della loro inettitudine a questa massacrate forza «repulsivo-attrattiva» capace di deformare tutto ciò a cui si avvicina?
Roman Polanski con la sua nuova opera tenta, ovviamente riuscendo, di rispondere alle domande. Trasposizione fedele della pièce teatrale «Il dio della carneficina», commedia umana – che, se la si vuole vedere come Balzac, non è altro che la tragedia della vita reale – della scrittrice parigina tre volte Prix Molière e tre volte Tony Award come miglior autrice Yasmina Reza, il film mostra come due coppie di genitori a prima vista diverse, che si ritrovano per dirimere un episodio di violenza, una lite scoppiata in un parco tra i rispettivi figli, non siano in realtà altro che quattro individui nevrotici, ognuno a suo modo, incapaci di comunicare, schiavi delle proprie pulsioni che l’apparire impone quotidianamente loro di trattenere ma che l’essere fa prepotentemente deflagrare come un irrefrenabile conato di vita.
Il risultato è incredibilmente realistico, ed è solo per un goffo e malcelato senso di autoconservazione che lo spettatore eviterà di ammettere quanto quei tipi umani gli assomiglino. Non è una pellicola accessibile ai più, questa: bisogna sottolinearlo perché la sua trama va eviscerata e decostruita con lucido e gelido spirito critico, imponendosi di accettare un’inevitabile affinità con ciò che avviene sullo schermo, gesto particolarmente ostico se si pensa alla quantità di maschere che la società contemporanea impone di indossare.
I protagonisti della vicenda sono la crème de la crème, i migliori attori, tre dei quali premio Oscar, che in questo momento Hollywood ha da offrire. Christoph Waltz recita nei panni di Alan Cowan, indaffaratissimo marito che appare preso dai suoi mille improrogabili impegni lavorativi d’avvocato; John C. Reilly interpreta Michael Longstreet, all’apparenza premuroso padre di famiglia e rappresentante di articoli per la casa; a Jodie Foster il ruolo di Penelope Longstreet, scrittrice e madre apparentemente progressista dedita alla famiglia e all’impegno sociale; Kate Winslet impersona Nancy Cowan, all’apparir moglie devota al benessere della prole. Ma nulla è semplice quanto appare. Ciascun personaggio è duplice, nasconde molto di più di quello che mostra in superficie, ed è proprio nella straordinaria capacità di far emergere e dar vita al loro lato primitivo che si trova la vera sfida che permette di apprezzare a fondo il lavoro svolto da questo fantastico quartetto di attori.
Aiutati dal dionisiaco in vino veritas, i protagonisti perdono lentamente ma inesorabilmente i loro freni inibitori mostrandosi finalmente per quello che sono: Alan è un uomo apatico, edonista insicuro incapace di vivere senza la vera fonte del suo piacere, un cellulare vibrante che maliziosamente rimanda a un articolo a luci rosse dalle caratteristiche analoghe; Michael è un gretto e violento maschilista incline all’alcol che gode nel far preoccupare la madre malata e che ha perso l’antica virilità di gioventù, rievocata come una chimera lontana, castrato dalla morsa della famiglia; Penelope è una nevrotica, insopportabile mammina perfetta tuttofare con un’ossessione per il controllo, che preferisce occuparsi di tragedie lontane invece di affrontare i problemi domestici; Nancy è una donna frigida e insoddisfatta con delle carenze affettive ataviche che forse affondano le loro radici, con buona approssimazione, in una figura paterna per nulla presente.
Polanski, poi, ci mette tutta la sua bravura: tiene vivo il ritmo di un film con soli quattro attori e con un set grande quanto un appartamento con una maestria lucida e impressionante. Lo stile è asciutto e ogni inquadratura contribuisce a dare forza espressiva alle immagini: nelle battute iniziali la camera è stabile, perfetta e impeccabile, ma a poco a poco, con lo squarciarsi del velo che lascia intravedere sempre di più «il dio del massacro, il solo che governa in modo assoluto dalla notte dei tempi», anche questa inizia a vacillare sotto i violenti colpi dell’essere.
Non è un caso che il regista di origine russo-polacca, francese per nascita ma cittadino del mondo d’adozione, abbia deciso di scegliere e raccontare una vicenda simile proprio in questo frangente, particolarmente delicato, della sua vita. Non ci resta che leggere tra le righe che in quest’era fatta di reality, di social network e di globalizzazione, l’unica speranza che resta a ogni singolo individuo per non perdere se stesso nel mare magnum del prodotto in serie è apparire per quel che è.
Roberto Carrubba, da “cine-zone.it”

L’arrivo di un film del grande Roman Polanski, uno dei registi più geniali ed eclettici degli ultimi trent’anni, non potrebbe mai passare in secondo piano, figuriamoci poi se è la trasposizione della pièce teatrale in una sola location (un appartamento) di Yasmina Reza, «Il dio della carneficina» («carnage» vuol dire appunto «carneficina»), con un cast di attori di grandissimo livello e capacità. Partendo da uno spunto semplicissimo (una lite tra ragazzi che provoca la rottura di due denti di uno di loro) si arriva alla discussione sui massimi sistemi, sulla medicina bieca che ha voglia di molti risultati economici ma ben poco di salute, si mettono in discussione sicurezze familiari e rapporti che sembravano consolidati, si filosofeggia sul criceto indifeso e lasciato a morire in un ambiente non suo per pura crudeltà e vigliaccheria (nota importante che il film rischia con un’immagine finale di storpiare: il criceto non vive in natura ma solo in cattività), riflesso della società che non esita a disfarsi di coloro a cui poco sembrano servire, nonostante siano comunque vite.
È così che dopo il litigio tra i figli, Penelope (Jodie Foster) e il marito Michael (John C.Reilly) chiamano Alan (Christoph Waltz) e Nancy (Kate Winslet) a casa loro, un appartamento di buone dimensioni a New York (il film è girato però a Parigi per i problemi legali di Polanski in terra americana), per dirimere con serenità la questione. Partendo da un punto di gentilezza e cordialità, si arriva allo scontro verbale più estremo, vengono messi a nudo e alla berlina tutti i loro difetti e alla fine anche tra coniugi si tira fuori tutta la rabbia e acredine covata e malcelata in anni di rapporto non sincero.
Nancy (dopo un violento urto di vomito) mostra tutta la sua falsa cordialità (è felice della fine del cellulare del marito, accusandolo di dare troppa importanza agli oggetti e non ai rapporti; poi, appena le scompaginano la borsa, va in crisi); Penelope scatena tutte le insicurezze di una vita infelice anche in maniera fisica; Michael trova la forza di ribellarsi all’esser sempre dominato, ma poi viene a nudo per come si è comportato vigliaccamente con la filosofia del criceto; l’unico personaggio in fondo se stesso da subito è Alan, odioso uomo d’affari superbo e spocchioso, che almeno però sa che cosa deve nascondere, diversamente dagli altri che tanto accusano e blaterano ma poi sono totalmente acritici su se stessi prima che le spalle al muro li costringano a rivelarsi.
Nelle mani di Polanski la pièce diventa un orso graffiante con gli artigli affilati al vetriolo, trasponendola al di fuori dell’appartamento (più volte dalla finestra vediamo una falsa visione della Grande Mela). Nulla si risparmia, l’inquadratura finale ci racconta di ragazzi che sono tutt’altro che violenti e di adulti irresponsabili; visto che non si riesce ad andare d’accordo in quattro per via di un problema in fondo innocuo, non si capisce come potrebbero i grandi del mondo trovare la concordia su cose ben più complicate. Quello che perplime e stupisce è che, invece di avvicinarsi, man mano si gioca all’autodistruzione (alla carneficina, appunto), si cerca di uscire dall’appartamento più volte per andare in ascensore per chiudere la cosa nel modo più comodo ma non in quello più giusto. Il gioco a orologeria è perfetto e man mano lo spettatore sente serpeggiare in sé l’inquietitudine: qualche volta, decisamente, sa di avere avuto atteggiamenti non consoni, anche se abilmente nascosti dietro una facciata di cortesia.
Attori strepitosi (Waltz e la Foster sugli scudi), regia teatrale perfetta, esposizione di problemi e comportamenti svolti con una semplicità e chiarezza cristallina, il vecchio leone in esilio perenne non solo ha ruggito ma ha scosso e lasciato il segno sulle nostre coscienze, in maniera adatta anche a coloro che non amano i film del filone Chi ha paura di Virginia Woolf?, autentica perla del passato.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

Un giovane di undici anni ferisce un suo coetaneo con un bastone in una lite al parcogiochi. Il banale incidente porta all’incontro dei genitori, che si trovano per parlare del misfatto a casa della famiglia della “vittima”, nel loro appartamento di Brooklyn. Quella che doveva essere una civile discussione fra persone adulte, un atto formale di educazione, degenera ben presto in uno scontro che fa emergere i problemi di coppia, le ipocrisie e le frustarzioni delle due famiglie borghesi. Forse l’atto violento dei figli rispecchia la vera natura della società, mentre il dibattito posato che le coppie cercano con scarso successo di inscenare è solo un goffo mascheramento delle vere pulsioni umane?
Da sempre lo sguardo di Polanski, uno dei maestri indiscussi del cinema degli ultimi cinquanta anni, è stato attento al teatro, presente più di quanto si creda nelle sue opere. In questo caso il regista parte da una pièce di enorme successo dell’autrice francese Yasmina Reza, Il dio della carneficina, adattandola per il grande schermo mantenendo salda l’impronta teatrale. Unitari sono lo spazio, il tempo, l’azione, una stanza spostata da Parigi a Brooklyn come nella traduzione americana dell’opera, fresca delle scene di Broadway.
In breve, il salotto borghese si tramuta nell’aula di tribunale in cui si mette sotto processo la nostra natura umana, ma anche l’essenza stessa del teatro e del cinema: la finzione domina le nostre vite e seppellisce l’essenza ferina dell’uomo, visione che accomuna il regista polacco e la stessa Reza, e che permette a Polanski di trasformare un’opera che non gli appartiene in un lavoro splendidamente coerente con la sua filmografia.
Sulla stessa lunghezza d’onda con Reza è anche l’estrema ironia e la comicità quasi grottesca che anima l’intera vicenda e pervade i dialoghi magistrali fra i quattro protagonisti. A onor del vero, da Ibsen in poi il teatro contemporaneo è costellato di drammi borghesi, ma è proprio nel già visitato che la penna e la cinepresa autoriale danno prova di saper rinnovare temi che ormai appartengono alla spina dorsale del nostro universo moderno. Entrambi disegnano un ritratto lucido e disincantato con la lucidità della sociologia goffmaniana, che già sessant’anni fa ci spiegava come siamo tutti figuarnti della stessa recita sociale.
Il film sarebbe fallito senza il cast adeguato, ma anche in questo Polanski tradisce la sua anima teatrale, trasformando i quattro superlativi attori (Kate Winslet, Christoph Waltz, Jodie Foster e John C. Reilly) nei veri registi dell’azione in scena, rendendo al contempo l’occhio della macchina da presa impercettibile ma quanto mai presente.
È l’occhio divertito, confuso e raccapricciato di qualsiasi spettatore che si trova imprigionato nella stanza della discordia e che porta il cinema ad arrivare dove il teatro fallisce: la quarta parete è salda, eretta mattone dopo mattone dietro di noi senza lasciare alcuna via di scampo.
Chiunque è intrappolato nella cella dove si dipanano le nostre piccole frustrazioni quotidiane e dalla quale non sarà né una lite sguaiata né una civile discussione a redimerci. Cinema allo stato puro, teatro allo stato puro, come raramente succede.
Andrea Vesentini, da “nonsolocinema.com”

Alla base una dura e irresistibile pièce teatrale, Le dieu du carnage (il dio della carneficina) di Yasmina Reza, che ha avuto successo in tutto il mondo. Dietro la macchina da presa un maestro di rigore, eclettismo ed originalità allo stesso tempo come Roman Polanski. Sullo schermo quattro straordinari attori come Jodie Foster, Christoph Waltz, Kate Winslet e John C. Reilly. Bastano questi ingredienti per rendere imperdibile Carnage, presentato in concorso alla Mostra di Venezia.
Quattro personaggi chiusi tra le quattro mura di un salone, due coppie all’apparenza semplici e ragionevoli, pronte però ad esplodere la loro vera natura umana per difendere le ragioni dei propri figli, protagonisti di una violenta lite. Un pretesto quest’ultimo per lasciar trapelare ed esplodere l’indecisione, l’amoralità, la violenza sopita, la tristezza della classe borghese contemporanea, che non conosce equilibrio, eleganza ed educazione. Carnage scava nell’egoismo e nella grettezza dell’uomo di oggi, e porta sullo schermo un racconto che mostra senza porre domande né tanto meno emettendo sentenze. E’ un racconto senza fine, che come un vortice ritorna continuamente su se stesso senza soluzione alcuna, perché trovarne una è impossibile quando il confronto è tra persone che vivono di falsa gentilezza e di pura apparenza. Impressionante la regia di Polanski, capace di dare notevole ritmo cinematografico ad un testo che nonostante l’adattamento rimane fortemente ancorato alla teatralità. Un ritmo che sale sempre di più in un climax che non sembra avere tregua. E poi una freschezza nel raccontare e una divertita cattiveria che rendono il film ancora più incisivo. Ogni battuta dei personaggi nasconde cinismo, insoddisfazione, rimorsi, confessioni. E mano a mano che il confronto tra le due coppie diventa più acceso, gli opposti si confondono in uno scontro tutti contro tutti. Il salone dell’appartamento diventa così il ring di un match di wrestling verbale, dove ogni colpo è concesso e inaspettato e dopo aver sferrato un pugno i contendenti tentano invano di nascondere la mano. Da un incontro nato per comprendersi e riappacificarsi, nasce così una guerra fredda che non avrà mai vincitori né vinti, perché le armi che tutti mettono in campo sono le stesse e di strategie non ce ne sono. Ne esce fuori dunque un’introspezione ironica e tagliente nell’ottusità e nella superbia, un quadro amaro ed al contempo spassoso di un panorama umano in cui la ragione non esiste o comunque non prende le parti di nessuno.
Oltre all’ottima regia di Polanski, a rendere l’opera un piccolo gioiello anche un montaggio che non lascia mai tempi morti e l’immensa performance del cast. Winslet, Foster, Waltz e Reilly formano una perfetta orchestra costruita su un’armonia concitata in cui nessuno spicca sull’altro. Tutti e quattro avrebbero meritato la Coppa Volpi a Venezia. Alla fine il riconoscimento è andato altrove.
Antonio Valerio Spera, da “close-up.it”

Tratto dall’opera teatrale “Le Dieu du Carnage“ di Yasmine Reza, il nuovo film di Roman Polanski mette a nudo i lati oscuri dell’animo umano, in una commedia nera, arguta e stratificata, dalla ferrea sceneggiatura e da un cast mostruoso.
Due coppie di coniugi newyorkesi si incontrano per discutere di un lieve “scontro“ fra i loro figli. Dapprima tutto si svolge nella normalità, cortesia e buone maniere; il problema viene affrontato inizialmente in modo civile per poi degenerare e dare vita ad una situazione ingestibile che vede le donne schierarsi contro gli uomini e quest’ultimi allearsi fra di loro in nome del cinismo e maschilismo.
Oltre all’eccezionale regia di Polanski, Carnage può contare su di un cast stellare composto da Christoph Waltz, John C. Reilly, Kate Winslet e Jodie Foster, ognuno dei quali regala strepitose performance attoriali.
Carnage è un’opera rapida (solo 79’) ma densa, stratificata e labirintica, poco volubile ad una lettura unidimensionale.
Un semplice appartamento diviene l’unico set della pellicola, rivelandone ulteriormente la sua natura teatrale: la casa è la prigione dove i quattro sono costretti a confrontarsi fra di loro, partendo da un iniziale (e fittizio) uso delle buone maniere fino a sfociare nella più totale ferocia.
Il progressivo svelarsi dei personaggi (ognuno dei quali caratterizzato e analizzato minuziosamente in chiave psicologica – emotiva) mette a nudo e in luce gli aspetti più neri ed inquietanti dell’animo umano.
I protagonisti di Carnage hanno la forza (e l’incoscienza) di tirar fuori i propri “ mostri “, farli emergere con tutta la loro potenza distruttiva e perdersi nella spirale di caos cosi creata. Rifiutandosi di portare fino in fondo la consueta e congeniale maschera di perbenismo che si indossa ogni giorno per piacere agli altri, esplorano terreni oscuri tra risate, riflessioni che inquietano non solo loro stessi, ma lo stesso spettatore.
Un flusso di parole sapientemente orchestrate e acuminate non fanno mai inceppare i meccanismi della macchina Carnage, in un ottimo teatro boulevardier d’una volta aggiornato alla crudeltà e cinismo d’oggigiorno.
Citazione obbligatoria per Waltz, carogna dai modi soavi e civili, una parte cucita su misura per lui e Kate Winslet, isterica vittima (e allo stesso tempo carnefice) del suo compagno.
Andrea Folino, da “filmfilm.it”

La drammaturga francese Yasmina Reza (autrice di Art, tra le opere teatrali più celebrate dell’ultimo ventennio, gioco dialettico a tre – a, r, t – di intelligenza sopraffina in cui tutto veniva in discussione – intellettualismo di sostanza & vacuo, amicizia vera & di convenienza, dolore provato & inscenato, arte & spazzatura, riso & pianto – alla presenza ineludibile di una tela innegabilmente bianca che assorbiva e faceva rimbalzare l’incasinato arzigogolo verbale dei protagonisti) doveva prima o poi incrociare la strada di Polanski che delle dinamiche in atto in certe trappole per topi, effettive o metaforiche, ha fatto una poetica.
La zuffa tra due adolescenti conduce i genitori all’incontro coatto: la cortesia, la gentilezza, l’ansia di collaborare nascondono infatti il cieco orgoglio ferino di una (finta) civiltà, quella occidentale, pronta a scannarsi in nome delle proprie ragioni e convenienze.
Le due coppie si mostrano dunque urbane, come il senso della collettività richiede, ma la loro è tutta apparenza; i Cowen e i Longstreet sono fintamente evoluti, il loro eloquio, il loro incrociar di spade retoriche non arginano affatto la primaria pulsione, le loro intime contraddizioni di persone fintamente conciliate: la consapevolezza che la questione sia una resa dei conti sotto mentite spoglie brilla nella coscienza di ciascuno dei protagonisti.
La borghesia insomma non rinnega la violenza, la reprime, è un’arma disinnescata che fa presto ad oliare e a rimettere in azione non appena il salotto perbenista – spazio scenico chiaramente delimitato che si afferma come territorio da gestire, da difendere o invadere a seconda dei punti di vista – richiede un’affondar di unghie. L’onore non è un credo, ma una maschera da indossare poiché “richiede un contesto sociale”, le parole sono coltelli, con esse si guadagna terreno (il vomito, come lancio di pece bollente in battaglia, lo marca – il catalogo di Kokoschka come obiettivo strategico da colpire, per rispondere alla pretesa superiorità culturale -; il cellulare che squilla, invasivo) valendo, più che quel che viene detto, tutto quello che non viene pronunciato, ma alluso, sottinteso e infine agito. Nella stessa casa si apprezza la pittura di Bacon ma non si esita a mandare un criceto a morire, l’attivismo politico salva prima la coscienza di chi lo predica e poi (forse) il Darfur: Penelope dimostra intolleranza talebana nei confronti di tutti coloro che non sono impegnati quanto lei, il marito è finto complice dell’impegno della consorte, avendo come credo reale il buon liquore; Nancy insiste, a mò di mantra, sulla naturalezza, consapevole di essere artefatta, timorosa che ciò si palesi anche agli occhi di un consorte disinteressato a tutto, tranne che ai propri affari.
Ma la guerra è imprevedibile nei suoi esiti e i tradimenti occhieggiano dietro l’angolo: così i due fronti contrapposti si disuniscono e si rimescolano, dal momento che il conflitto è barbarico e dilaniante anche per le singole coppie che, inesorabilmente, implodono, fiaccate esse stesse dalle diverse ipocrisie in campo, dalla completa irresponsabilità che sostanzia il loro discorrere. Le alleanze imprevedibilmente cambiano, le barricate si fanno sessuali, la lotta diventa senza quartiere: l’ipocrita messa in scena civile è definitivamente svelata (Nancy Cowen si sfila le scarpe, sancendo il definitivo palesarsi dell’infingimento sociale), l’inibizione resta un lontano ricordo.
Il finale, tuttavia, sembra speranzoso: nel parco del misfatto la carneficina appare evitata, il criceto dei coniugi Longstreet vagola vivo e vegeto e i due ragazzini-cuccioli giocano, dimentichi di un evento degradato a fattaccio dai genitori, belve feroci. E’ una chiusa che ricorda moltissimo quella di Niente da nascondere di Haneke sia nella dinamica (lo sguardo distanziato sul luogo, più che sui soggetti) che nel significato (i ragazzi individuano con naturalezza un terreno comune da condividere, comunicano senza filtri, svelano l’ipocrisia borghese che li ha usati e le soffocanti sovrastrutture che la governano).
Polanski gestisce il tempo reale (il minutaggio del film rispetta l’unità di tempo) e la scena con la consueta maestria (ha preteso che le prove si svolgessero come sul palco, con gli attori alle prese con l’intero copione), tira fuori il meglio dal sublime quartetto d’interpreti (Christoph Waltz la spunta di misura), traduce e cosceneggia con la Reza la brillante pièce in odor di Albee, consegna un lavoro finissimo, satirico e ricco di sfumature, ma in cui i meriti del testo (forse un tantinello artificioso nel suo coinvolgere, a tappe metaforiche forzate, tanti nodi della contemporaneità, quasi manipolando i caratteri a tale scopo), sono evidentemente di spicco, rispetto alla professionale direzione. Un film-chicca che si gode dal primo all’ultimo minuto, che non aggiunge nulla alla filmografia dell’autore (il precedente L’uomo nell’ombra vantava tutt’altra caratura), ma che si accoglie volentieri quale attestato di una vivacità creativa confortante.
Luca Pacilio, da “spietati.it”

Tratto da una commedia di Yasmina Reza “ Il dio della carneficina”, “Carnage” è un ritratto al vetriolo della buona borghesia, prigioniera della sua ipocrisia. Che tutti portiamo una maschera è un dato ma che succede quando cade? È quello che scoprono due coppie Bobo, ovvero Bourgeois Bohèmien newyorkesi, che si incontrano per discutere dei figli undicenni che si sono pestati in un parco. All’inizio è tutto uno scambio di cortesie, tra caffè e torta fatta in casa dalla padrona di casa Jodie Foster. Ma pian piano i toni salgono e dalle battutine sarcastiche si passa alle cattiverie vere. Le differenze sociali saltano fuori palesemente. I Longstreetsono più semplici apparentemente mentre i Cowen sono più rampanti. Del resto Alan, avvocato, passa tutto il tempo al suo cellulare per impostare la difesa di una multinazionale farmaceutica dagli effetti collaterali di un farmaco in commercio. Michael Longstreet invece è un uomo che sembra dimesso e gestisce un negozio di sanitari. Sua moglie Penelope/Jodie Foster è una colta signora malata di terzomondismo che sta scrivendo un libro sul Darfur. Mentre Nancy Cowen/Kate Winslet è una sciccosissima operatrice di borsa. Dall’incontro di persone così diverse non può che scaturire il caos ed è quello che avviene, complice qualche bicchiere di troppo.
Tutta l’azione si svolge in tempo reale, 90 minuti nell’appartamento di una delle due coppie, senza alcuna interruzione. Viene subito in mente il film di Alfred Hitchcock “Nodo alla gola”, un intero piano sequenza girato in una casa londinese. Ma lì si trattava di un giallo, quì è di scena la stupidità e la meschinità dell’essere umano e le profonde differenze tra uomo e donna. In fondo, i quattro protagonisti sono quasi tutti infelici, le signore soprattutto.
L’algida Kate Winslet dopo aver vomitato il dolce sul divano e sui libri di Penelope, si trova a confessare la sua solitudine a quella che sembrava una nemica solo un’ora prima. I due maschi, anche loro uniti pur nella loro diversità, si alleano contro le loro consorti e guardano con aria basita una straordinaria Jodie Foster che parla della “sua Africa”. Le interpreti femminili sono assolutamente fantastiche e in sintonia totale.
L’avvocato/squalo Alan è Christoph Waltz, che è il lato opposto della medaglia del venditore all’ingrosso Michael/John C. Reilly. Il suo personaggio è quanto mai sfaccettato ed è accusato di aver ucciso il criceto della figlia, animaletto che scopriremo vivo e vegeto nel parco vicino ai due ragazzini che si erano menati che adesso giocano insieme.
Roman Polanski con “Carnage” porta in scena il teatro nel cinema, con un ritmo incalzante anche grazie ad un poker d’attori d’eccezione. Da sottolineare, come sempre, i costumi firmati da Milena Canonero, già collaboratrice di Kubrick e Coppola. Sono loro a sottolineare soprattutto la classe sociale delle signore. Non si capisce perché la giuria di Venezia sia stata così avara con “Carnage”, che siamo sicuri sarà premiato dal pubblico in sala.
Ivana Faranda, da “ecodelcinema.com”

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