A dangerous method

Zurigo 1904. Carl Gustav Jung ha ventinove anni, è sposato, in attesa di una figlia e affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Nell’ospedale Burgholzli in cui esercita la professione di psichiatra viene portata una giovane paziente, Sabina Spielrein. Jung decide di applicare le teorie freudiane sul caso di questa diciottenne che si scoprirà aver vissuto un’infanzia in cui le violenze subite dal padre hanno condizionato la visione della sessualità. Nel frattempo Freud, che vede in Jung il suo potenziale successore, gli manda come paziente lo psichiatra Otto Gross, tossicodipendente e dichiaratamente amorale. Saranno i suoi provocatori argomenti contro la monogamia a far cadere le ultime barriere e a convincere Jung ad iniziare una relazione intima con Sabina.
Non è difficile capire quanto questa sceneggiatura (che risale alla metà degli anni Novanta) e soprattutto questa storia con protagonisti che hanno rivoluzionato le scienze umane abbiano suscitato l’interesse di David Croneberg attento, come sempre, a vicende in cui siano centrali la complessità dell’essere umano e il coacervo di sentimenti e pulsioni che ne promuovono l’agire. Non c’è carne esposta o martoriata in questo film e neppure la violenza che esplodeva improvvisa nelle sue due ultime opere. C’è semmai un ritorno all’indagine della psiche già affrontato in Spider sotto l’egida di un romanzo di McGrath.
Sul rapporto tra Sabina Spielrein e Jung si era già puntata la macchina da presa di Roberto Faenza quando girò Prendimi l’anima. Cronenberg assume la stessa prospettiva mostrandoci l’evolvere della relazione Jung/Spielerein ma entrando in profondità anche nel rapporto maestro/discepolo che si va costruendo tra Freud e Jung. Una giovane donna urlante riempie lo schermo e una carrozza nelle prime inquadrature del film. Quel grido progressivamente si placherà ma resterà sempre sottotraccia, pronto a riemergere. Perché a Cronenberg interessa analizzare ancora una volta la fragilità dell’agire anche quando, a livelli culturali elevati, si tenta di lavorare sullo smascheramento delle cause del disagio finendo poi con il precipitarvi. C’è un’inquadratura di Carl Gustav e Sabine sdraiati vicini sul fondo di un’imbarcazione. Sembrano prigionieri di una bara in cui cercano di allentare una passione che contrasta con il lavoro che compiono sui pazienti e con la stessa deontologia professionale. In questo film poi i segni dell’elaborazione delle pulsioni cercano di trovare un incanalamento nella parola. Non solo in quella detta in sede di analisi ma anche in quella, scritta, del carteggio intercorso tra i tre protagonisti. Se Freud ammise il contributo dato dalla Spielrein alla psicoanalisi, Jung non lo fece, ma anche nel suo caso l’apporto è innegabile. Gli splendidi titoli di testa e di coda ci ricordano come i segni dell’inchiostro, su una carta che assume la porosità della pelle, abbiano inciso profondamente sulla storia del Novecento passando attraverso le illuminazioni e le contraddizioni di tre personalità in costante ricerca.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.com”

In A Dangerous Method il teorema cronenberghiano è messo a contatto con il suo versante razionale, la definizione precisa di un conflitto che disegna universi ignoti nel dispendio di energie passionali, di vettori sentimentali, di immaginazioni inaudite. Michael Fassbender è Gustav Jung, Viggo Mortensen Sigmund Freud, Keira Knightley Sabina Spielrein: siamo nel cuore della psicanalisi come “liaison dangereuse”. Scrive, del resto, Christopher Hampton
Il dissidio, la pulsione, la ferita, la mano che fruga dentro di te, la sottomissione del corpo all’idea, la soggiacenza dell’idea alla forma, il dominio del desiderio, la mutazione e la dipendenza… Non c’è nulla di tutto quello cui ci ha abituato David Cronenberg col suo cinema che non attenga precisamente al “metodo pericoloso” di questo suo nuovo film, così levigato in superficie come solo le cromature di Crash sapevano essere e, di conseguenza, così “bagnato” e perturbante dentro come solo le ferite e le cicatrici scaturite da quel lucido metallo… A Dangerous Method è il teorema cronenberghiano messo a contatto con il suo versante razionale, la definizione precisa di un conflitto che disegna universi ignoti nel dispendio di energie passionali, di vettori sentimentali, di immaginazioni inaudite. L’apparato romantico da “liaison dangereuse” offerto a Cronenberg dalla pièce di Christopher Hampton (autore anche della sceneggiatura) non è che il guscio di un film che brulica di dissidi e rimozioni, che sembra volersi scrivere sull’evidenza un po’ didascalica di un narrare l’inconscio ordinandolo nel gioco psicanalitico, ma in realtà disloca ogni suo elemento nell’ambiguità pulsionale del rapporto tra la figura e il suo mandato, ovvero nello spostamento di senso (di funzionalità) tra la dottrina di corpi e azioni e la determinazione mutante dello spirito, la ratio alternativa delle pulsioni…
C’è Carl Gustav Jung (Michael Fassbender) che attinge alla psicanalisi di Freud, cura Sabina Spielrein dalla sua isteria, la avvia alla professione medica psicanalitica, la accetta come amante segreta assecondandone le pulsioni più umilianti e spingendosi nel lato oscuro della propria pulsionalità. C’è Sigmund Freud (Viggo Mortensen) che accoglie Jung come suo erede, ma ne subisce la superiorità e ne rifiuta le spinte eterodosse prima di disconoscerlo del tutto. C’è Sabina Spielrein (Keira Knightley) che è la creatura che crea il suo creatore, lo plasma, sì insomma la mosca che si fonde con Seth Brundle e lo costringe alla sua metamorfosi… Cronenberg lavora chiaramente su un dramma in cui la triangolazione tra i personaggi descrive un continuo spiazzamento di ruoli, un insistito passaggio di stato tra figure che cercano disperatamente di piazzarsi sulla scena con reciproca geometria di funzioni (maestro/discepolo, medico/paziente, moglie/marito…), ma non fanno altro che soggiacere a mutazioni a vista, in cui ogni ruolo è il riflesso del suo opposto in ragione di un persistente gioco delle pulsioni. La pericolosità di questo metodo sta tutta nel lavorio che impone alle identità mutanti: Cronenberg scrive il suo dramma della psicanalisi nascente sulla pelle sempre più trasparente di corpi che, quanto più cercano di ordinare nella logica le pulsioni, tanto più si ritrovano esposti nel loro disordine puslionale.
Il rischio sta nel non saper evitare di essere la cura per i propri pazienti (è la frase di Freud che Jung dichiara di aver inciso nel proprio cuore), laddove la malattia è il territorio da esplorare per diventare davvero se stessi: è questo il nocciolo del dissidio tra “padre” e “figlio”, innestato nel film proprio da quel germe impazzito che è il quarto personaggio del dramma, Otto Gross (Vincent Cassel), nella realtà storica fiero oppositore di Freud, qui inserito nel triangolo come una sorta di Mr. Hyde freudiano, destinato a catalizzare le pulsioni reciproche dei personaggi e a determinare i cambiamenti di stato.
Mssimo Causo, da “sentieriselvaggi.it”

Cronenberg continua il suo viaggio nei meandri della psiche umana, confezionando un’opera elegante, interessante e visivamente perfetta.
Questa volta siamo in Europa nei primi anni del Novecento, alla vigilia del primo conflitto mondiale. Con A Dangerous Method, terzo film in gara per il Leone d’Oro, il regista punta il suo sguardo sul rapporto turbolento dei due padri della psicanalisi Sigmund Freud (un eccellente Viggo Montersen) e il suo allievo Carl Jung (Michael Fassbender).
Tratto dal testo teatrale “The Talking Cure”di Christopher Hampton e ispirato al libro “A Most Dangerous Method” di John Kerr, il film offre a Cronenberg un’altra occasione per continuare a giocare con le creature psichiche e fisiche che abitano l’essere umano. Ma se la psiche è il luogo simbolico in cui questa esplorazione dell’interiorità ha inizio, Vienna e Zurigo sono i luoghi geografici dove si sviluppa un racconto oscuro che cambierà per sempre le sorti del pensiero moderno. Il Professor Freud elabora un concetto fino ad allora inedito, l’inconscio. L’identità umana è stratificata (SuperIo, Io, Es) ed è l’inconscio a regolare il pensiero, gli impulsi e le relazioni con l’altro. L’istinto sessuale e quel substrato della coscienza tanto caro allo scienziato austriaco, sono la base fondamentale su cui si fondano tutti i processi di interpretazione della mente umana. I sogni vengono considerati l’espressione pura e simbolica di quella parte irrazionale dell’io; attraverso di essi Freud e Jung indagano sulle origini profonde dei disturbi e dei comportamenti.
Carl Jung seguendo la scia del suo mentore estende il concetto di inconscio al mondo intero: da individuale si fa collettivo, trovando la propria autorealizzazione negli archetipi. L’attrito tra i due studiosi, però, non è puramente intellettuale: fu una donna ad interporsi tra loro, la tormentata Sabina Spielrein (divenuta psicanalista anche lei, una delle prime donne a esercitare questa professione), , una fascinosa russa di discendenza ebrea, romantica e nevrotica, interpretata da una Keira Knightley decisamente sopra le righe.
A rendere i rapporti più tesi tra i due luminari è un paziente irrecuperabile, Otto Gross (Vincent Cassel), accelerando la rottura inevitabile tra i due psicanalisti. Pare che fu proprio il padre di Gross, Hans, penalista e criminologo della monarchia asburgica, a convincere Jung a diagnosticare al figlio la demenza precoce, per evitare che la condotta dissoluta del figlio compromettesse la reputazione della famiglia. Ma l’aspetto del film più interessante resta l’amore sofferto e clandestino tra Sabina e Jung, un amore che trae forza dalla gratitudine e ricuce un’identità in frantumi. Freud è testimone di una relazione di passione e tormento, pur non approvando il comportamento etico del collega accetterà di aiutare Sabina nel suo percorso di studi psicoanalitici.
Cronenberg pone l’accento sull’interscambiabilità tra il paziente e il medico; quest’ultimo attinge nel pozzo nero delle nevrosi del primo per guarire dalle proprie e il medico, d’altro canto, si sottopone ad un’attenta analisi che forse lo conduce alla libertà di essere semplicemente quello che è, senza freni inibitori, (come avrebbe detto Freud) o di diventare l’ideale di se stesso (come suggerisce Jung). Forse la realtà complessa e labirintica della mente non può essere racchiusa in una sola di queste teorie, ma di sicuro Freund e Jung sono stati i padri di una scienza in cui ogni tesi può essere confutata.
Cristina Locuratolo, da “doppioschermo.it”

Agli inizi del ’900 Carl Gustav Jung resta affascinato dalle teorie di Sigmund Freud. Lo va a trovare a Vienna, ammirando la sicurezza della sua esposizione e la caparbietà delle sue idee. Nell’ospedale di Zurigo dove Jung lavora viene condotta Sabina Spielrein, una nuova paziente turbata e spaventata della propria sessualità, a causa della violenza subita dal padre nel corso della sua infanzia. Jung decide di sperimentare sulla diciottenne le teorie di Freud; il suo pensiero, in stretta correlazione con la condizione della ragazza, muterà di pari passo con lo stravolgersi degli eventi del secolo.
A dangerous methodTratto dal testo teatrale “A talking cure” di Christopher Hampton, e ispirato al libro “A most dangerous method” di John Kerr, il nuovo film di David Cronenberg, “A dangerous method”, risente solo in parte dell’origine teatrale della storia; la relazione fra Sigmund Freud e Carl Gustav Jung ha tanti risvolti, sfaccettature, non solo legate alla dimensione del sesso e del sogno, ma anche alla sottomissione psicologico / turbativa nella sua complessità, che poi si ripercuote sul privato delle relazioni, condizionate inevitabilmente dalle teorie fondamentaliste del maestro della psicanalisi.
Cronenberg sceglie di trattare il rapporto a tre – o meglio quattro – personaggi / pedine con uno stile elegante e morbido, legando le sue ossessive pulsioni sul corpo e la carne al linguaggio parlato, che si fa forza nelle parole che all’epoca solo certe personalità avrebbero potuto confessare e dimostrare. La sensazione è che ad attirare l’attenzione di Cronenberg sia stato soprattutto il risvolto psicologico, che come in “Inseparabili” e “Spider” devasta la fragilità umana di fronte alle repressione (c’è da credere che ogni cosa sia inevitabilmente legata al frangente sessuale). Non è il solito Cronenberg spiazzante, devastante, morboso, ma il regista riesce a trasmettere le prerogative del suo fare cinema negli occhi, nel volto e nel corpo di Keira Knightley (che nel ruolo di Sabina Spielrein, c’è da credere, lascerà il segno). La accompagnano i sobri Michael Fassbender e Viggo Mortensen. Peter Suschitzky, direttore della fotografia, e Howard Shore, autore delle musiche, elevano il film a qualcosa di plastico e coerente, plasmandolo più a ragione del cinema che del teatro.
Resta, tuttavia, il desiderio irrealizzato di sapere e vedere di più riguardo a Freud (a cui è dedicato meno spazio rispetto a Jung), dando infine per certo che il film sia incentrato sulla Spielrein, per studiare gli effetti che le teorie dei due maestri hanno sortito nel tempo sulla psiche della ragazza. Ne esce un film da leggere e da vedere come una sorta di trattato psicogeno, e in questo il viscerale e geniale regista canadese sa come aspirare le fondamenta concettuali, senza appesantirne le rivoluzionarie tesi.
Federico Mattioni, da “filmedvd.dvd.it”

Tra Vienna e Zurigo, pochi anni prima del grande conflitto mondiale, si intrecciano le vite di Carl Jung e Sigmund Freud, padri della psicanalisi moderna, e Sabina Spielrein, giovane paziente psicotica di Jung che diventerà sua amante e si emanciperà dalle sue nevrosi fino a diventare una brillante allieva dei due maestri. Nel frattempo, tra una conversazione e l’altra, le posizioni di Freud e Jung riguardo ai metodi e agli obiettivi dell’analisi sembrano divergere sempre più. Sta per aprirsi una lacerazione che segnerà la storia della scienza e del pensiero occiedentale…
È un metodo assai pericoloso, quello della psicanalisi, perché costringe ad entrare nelle caverne che solcano la nostra mente e a percorrerle fino in fondo, ad aprire porte che potrebbero non richiudersi.
Pericoloso lo è anche perché smuovere certi macigni può far affioriare la forza carsica della passione amorosa, della libido che, come sostiene Freud, è alla base delle nostre ossessioni o forse, come sostiene un turbolento paziente sessuomane di Jung, è l’unica chiave per la libertà.
Cronenberg parte da un romanzo di John Kerr (A Most Dangerous Method) e una pièce di Christopher Hampton (The Talking Cure) per entrare come sempre nei meandri della psiche umana, solo attraverso un percorso diverso. Come la mostruosità della mutazione umana, della carne e del sangue erano l’incarnazione delle nostre ossessioni, la psicanalisi è solo un altro modo per analizzare le nostre fragilità individuali.
Con rispetto, simpatia e grande classe, il cineasta canadese si avvicina a questi personaggi intessendo una trama squisitamente narrativa attorno a quelli che sono stati veri eventi biografici. Visita la pellicola storica, il melodramma e la commedia (grazie soprattutto alla sceneggiatura dello stesso Hampton, tra le maggiori voci della drammaturgia britannica) lasciando da parte il genere che lo ha consacrato ma mantenendone i presupposti di partenza.
Tutto fila alla perfezione, dalla accurata ricostruzione d’epoca (i costumi sono della sorella del regista, Denise Cronenberg) all’elegante colonna sonora di Howard Shore, fino alle impeccabili interpretazioni dei tre protagonisti, capaci di ritrarre con ironia personaggi che hanno un peso specifico ed una complessità non trascurabile.
Vista tanta grazia, forse ci si sarebbe aspettato qualche guizzo visivo in più da un maestro come Cornenberg, per andare fino in fondo al pensiero psicanalitico di inizio novecento: la scoperta, come spiega lo stesso regista, che “l’evoluzione da angeli ad animali suggerita dal progresso altro non era che la sottile patina della civiltà”, capace di essere distrutta in qualsiasi momento dalla “eruzione del subconscio”.
Andrea Vesentini, da “nonsolocinema.com”

Zurigo, inizio secolo. Il giovane professor Jung (Michael Fassbender) esercita la professione di psichiatra avallando e mettendo in pratica le teorie di quello che reputa il suo Maestro pur non avendolo mai incontrato: Sigmund Freud (Viggo Mortensen). Jung decide di attuare la pratica detta “terapia della parola” (la futura psicoanalisi) su una nuova paziente, la diciottenne Sabina Spielrein (Keira Knightley), isterica, aggressiva e portatrice di una visione contorta della sessualità dovuta agli abusi a cui il padre la sottoponeva da bambina. Il caso Spielrein è anche motivo per Jung e Freud di incontrarsi e di diventare stretti colleghi e amici, confrontandosi su temi e metodologie riguardanti la propria professione. Freud per questo chiede a Jung di prendere in cura anche Otto Gross (Vincent Cassel), che con la sua amoralità e i suoi argomenti provocatori porta alla luce una crepa nell’etica del giovane psichiatra, che finisce col lasciarsi andare ad un rapporto carnale e pericoloso con la sua paziente.
E’ un Cronenberg più trattenuto e meno audace del solito quello di A Dangerous Method, ed è forse per questo che molta critica ha storto il naso. D’altronde però la sceneggiatura (di Christopher Hampton, Espiazione) stavolta non doveva andare a colpire lo stomaco dello spettatore (come ne La promessa dell’assassino o A History of Violence) ma piuttosto la mente, accompagnando il pubblico in una spirale di torbida passione che tuona contro le regole del buonsenso e dell’etica professionale. E Cronenberg fa tutto questo evitando quasi del tutto le scene potenzialmente più “nelle sue corde” per soffermarsi sui suoi tre attori principali e su un mare di parole: è forse il suo film più parlato, ma non per questo difficilmente seguibile anche da chi non mastica delle discipline di cui si disquisisce. Certo, si dirà, un film così poteva farlo qualunque regista medio in grado di gestire una macchina da presa. Vero, ma non per questo è da giudicare negativamente o con sufficienza.
Il cast è assolutamente notevole: Michael Fassbender (decisamente uno dei due/tre migliori della sua generazione) e Viggo Mortensen (fenomenale) creano due ritratti affascinanti e misteriosi di due uomini che passano da un primitivo stadio di ammirazione e fiducia reciproche ad un secondo di sospetto e dubbio fino ad un terzo in cui il loro rapporto di deteriora e si sfalda. Tra i due la povera Keira Knightley è costretta a fare l’isterica molto sopra le righe per poter essere notata, mentre la partecipazione di Vincent Cassel è breve ma efficace.
da “cinerepublic.filmtv.it”

Era il 2005 quando usciva History of Violence, il primo film di Cronenberg con Viggo Mortensen protagonista e furono in molti a chiedersi che fine avesse fatto il regista di Crash, Il pasto nudo, Videodrome, dato che il film appariva straordinariamente ordinario, sia nell’impianto narrativo che in quello compositivo; due anni dopo è la volta di Eastern Promises e la storia sembra ripetersi: di nuovo Mortensen protagonista e di nuovo un bel film d’azione, che, apparentemente, non sembra avere molto a che fare con l’orizzonte estetico del regista canadese. Passano altri quattro anni e dopo aver visto A Dangerous Method, presentato in concorso alla 68ª Mostra del Cinema di Venezia, il sospetto che il cinema di Cronenberg stia effettivamente “mutando” diventa quasi una certezza: il film racconta del rapporto (fisico ed intellettuale) tra Jung (Michael Fassbender), Freud (ancora Mortensen) e Sabina Spielrein (Keira Knightley), è tratto da The Talking Cure, una pièce teatrale di Christopher Hampton sceneggiata dallo stesso Hampton, e mantiene un impianto rigorosamente classico, senza che niente lasci sospettare la mano del regista di Toronto; anche le rare scene di nudo sono estremamente pudiche ed evidentemente autocensurate.
La storia inizia con l’arrivo della Spielrein all’ospedale psichiatrico di Zurigo, come malata mentale. Viene presa in cura da Jung, che ne riconosce le qualità e ne asseconda le aspirazioni permettendole di fargli da assistente e di iscriversi alla facoltà di medicina. Nel frattempo Jung conosce Freud, il quale vede nel più giovane medico svizzero il suo probabile erede. Allo stesso ospedale arriva, sempre come paziente (mandato da Freud) il collega psicologo Otto Grass (il Vincent Cassel di sempre): tossicomane, sesso-dipendente e poligamo, si diverte a ribaltare il ruolo tra paziente e psicologo facendo vacillare le convinzioni dell’integerrimo Jung, scoprendo che dietro alla sua apparente correttezza di marito fedele si nasconde un uomo sostanzialmente represso. Jung da sfogo alle sue frustrazioni iniziando una relazione sadomasochista con la Spielrein. La fine di questa relazione farà precipitare la situazione e lo porterà alla definitiva rottura con Freud.
Cronenberg, come un pittore d’avanguardia che improvvisamente torna a dipingere paesaggi, costruisce A Dangerous Method rispettando i più elementari dettami del cinema classico, partendo dalla figura forse più caratteristica ovvero il campo e controcampo con cui vengono filmati i molti dialoghi, all’interno dei quali i contrasti tra i personaggi sono scolasticamente risolti. Solo l’attenzione quasi feticistica alla “fase orale” degli attori rende minimamente palpabile la regia di Cronenberg: Mortensen tiene costantemente in bocca un grosso (e fallico) sigaro, Fassbender, quando non fuma la pipa, mangia o beve in continuazione, mentre la Knightley si dimostra preda delle sue convulsioni spostando in avanti la mascella in un ghigno mostruosamente alieno.
Cronenberg è sempre stato affascinato dalla psiche umana, dalle sue infinite possibilità e dalle sue indefinite perversioni, una fascinazione che ha sempre costituito la base del suo cinema esplicitamente contaminato; con A Dangerous Method compie un percorso a ritroso andando alle origini del pensiero che ha generato questa fascinazione ed alle origini dell’idea stessa di cinema narrativo, ma, a ben guardare, la componente “mutante” c’è ancora, basta volerla cogliere. Sposta la mutazione e la contaminazione ad un livello diverso da quello che contraddistingueva le opere precedenti al suo sodalizio con Mortensen. Se prima il mutante era chiaro, esibito ed affiorava sulla pelle dei protagonisti andando a colpire senza esitazione l’occhio dello spettatore, adesso le mutazioni si fanno meno esplicite, più sottili, quasi nascoste sotto un tessuto filmico classicamente tranquillizzante, un tessuto che lo spettatore deve alzare per continuare a godere dell’intelligente crudeltà di Cronenberg. Guardando il film attraverso quest’ottica ecco che lo stesso Mortensen rappresenta la prima importante mutazione, in quanto non tenta di imitare o di somigliare a Freud, ma resta Viggo Mortensen, con i suoi tratti somatici ed i suoi vezzi attoriali estremamente lontani dall’icona conosciuta del padre della psicoanalisi; così l’estrema somiglianza tra Mortersen e Fassbender non fa altro che stabilire fisicamente il rapporto di discendenza diretta del pensiero di Jung da quello di Freud; e ancora l’eterea e prolifica moglie di Jung (un’ottima Sarah Gadon) viene fatta letteralmente sparire da intere parti del film, salvo ricomparire per incarnare, con il suo pallore e le sue parole dirette, i sensi di colpa che devastano il marito. La stessa nevrosi contagia i personaggi passando come un virus da uno all’altro, partendo dai mostruosi ghigni iniziali della Spielrein fino alla finale inespressiva fissità con cui Jung guarda il lago di fronte a casa sua.
Se in History of Violence e Eastern Promises la mutazione arrivava dal mistero che avvolgeva il passato del protagonista, in A Dangerous Method la mutazione colpisce direttamente le menti mutanti di personaggi che rappresentano uno dei pilastri del pensiero del XX secolo all’interno di un cinema che, a causa del suo continuo cambiamento, appare subdolamente normalizzato.
Luigi Nepi, da “drammaturgia.it”

Nel 1904 il giovane psicoterapeuta svizzero e cristiano protestante Jung (Michael Fassbender) prende in cura una donna russa di origine ebraica, Sabina Spielrain (Keira Knightley), affetta da gravissime patologie. Il dottore applica le teorie psicoanalitiche, allora rivoluzionarie, e chiede aiuto a Sigmund Freud (Viggo Mortensen) sottoponendogli il caso. Sabina migliora, Jung si innamora di lei, Freud viene coinvolto in una “ronde” epistolare dove in palio c’è la sua stessa figura di mentore e padre della psicoanalisi. Da una pièce teatrale di Christopher Hampton, anche sceneggiatore, il film che David Cronenberg cerca di fare da anni, una specie di redde rationem con gli uomini e la donna (la stessa Spielrain diventerà psicoterapeuta di fama prima di essere uccisa dai nazisti) i cui pensieri da sempre nutrono il suo cinema, anche solo per essere rigettati. Ma A Dangerous Method, nelle sale italiane dal 30 settembre, non ha nulla a che fare con i pensieri, le stesse teorie freudiane vengono enunciate sommariamente, come fossero un a priori necessario ma non sufficiente. È, invece, un thriller delle parole: quelle scritte e quelle parlate, i simboli vocali e grafici che veicolano la comunicazione, il tentativo stesso di codificare (attraverso libri, lettere, relazioni, conferenze, dibattiti, sedute: la prima conversazione tra Freud e Jung dura 13 ore) la temperie culturale di un’epoca in cui si cerca di razionalizzare l’irrazionale (i sogni) e si finisce inevitabilmente per soccombere alle pulsioni. Per Cronenberg è l’ennesima rivincita della carne: non nega il potere mutante della psicoanalisi, tant’è che Sabina entra in clinica con la bocca e le membra protese verso un oltre postumano, licantropesco, ma poi diventa il personaggio più equilibrato e onesto perché consapevole della propria vulnerabilità (Freud non si concede per non intaccare la propria autorità, Jung si crede Dio, lei è la M Butterfly della situazione). Tuttavia si arrende al furore dell’irrazionale, al quale le contraddizioni (memorabile il dialogo tra Sabina e Freud, dove la cultura ebraica dei tre – il terzo è Cronenberg – esce prepotente dopo essere stata fino a quel momento relativizzata) rendono gli uomini ancora più esposti. Jung cerca in buona fede di indagare il lato oscuro, Freud lo teme e lo esorcizza con la ragione, ma intanto il nazismo, evocato negli incubi, si prepara a sommergere l’Europa e i destini di tutti. Un film denso e bello, senza se e senza ma.
Mauro Gervasini, da “nocturno.it”

Siamo alla vigilia della Prima Guerra Mondiale, Zurigo e Vienna diventano suggestive location di una torbida storia storia d’amore intenta a travalicare i confini della ragione e dell’intelletto e ad esplorare il lato oscuro, latente ed istintuale della sessualità. In quel di Zurigo il promettente psichiatra ventinovenne Carl Gustav Jung (Michael Fassbender) è all’inizio della sua carriera e vive con sua moglie Emma, che è in attesa di un bambino presso l’ospedale Burgholzli. Jung trova una fonte d’ispirazione negli studi e nelle teorie sperimentali del carismatico collega Sigmund Freud (Viggo Mortensen), tra queste la psicanalisi nota anche come terapia delle parole che Jung applicherà sulla tormentata paziente Sabina Spielrein (Keira Knightley), una brillante ragazza afflitta da isteria e considerata paziente difficile e piuttosto aggressiva.
L’incipit della terapia aprirà a Jung nuovi percorsi all’interno del subconscio di Sabina e ne rivelerà un’infanzia segnata da umiliazioni e maltrattamenti da parte di una figura paterna autoritaria e violenta. Quello che però sarà rivelatorio nell’applicazione da parte di Jung della terapia di Freud è la componente sessuale, elemento che si rivelerà principale innesco emozionale del disturbo che affligge Sabina, componente che confermerà le teorie di Freud sul rapporto stretto e concausale fra sessualità e disordini di carattere emotivo.
I risultati della terapia sul caso Spielreine verranno comunicati a Freud da Jung tramite un fitto scambio epistolare che sarà l’anticamera di un’amicizia e di un intenso rapporto intellettuale mentore/discepolo, tanto da portare Freud a vedere nel giovane collega il suo erede intellettuale. Nel frattempo Sabina superato con successo il trattamento intraprende la carriera di psichiatra sostenuta da Jung, mentre Freud chiederà al giovane collega di prendere in cura Otto Gross (Vincent Cassel), anche quest’ultimo uno psichiatra che oltre ad essere un tossicodipendente è un convinto assertore di una sessualità amorale, poligama e borderline, tutti elementi che intrigano Jung sempre in cerca di menti brillanti e pazienti che mostrino i sintomi di una brillante follia latente.
Il regista David Cronenberg, che si è sempre spinto oltre i confini di carne ed intelletto non poteva certo esimersi dal raccontare, stavolta in una suggestiva ambientazione di inizio ’900, gli studi pionieristici dei due padri della psicologia moderna, sempre con la sua chiave di lettura pronta a guardare aldilà dei personaggi e delle loro motivazioni intrinseche, a dare una sbirciatina nell’angolo buio celato nell’essere umano dove la luce della ragione spesso non arriva, una ricerca che attraverso film complessi come Spider ed estremi come Crash ha sempre connotato uno stile carismatico e personalissimo che fa impallidire chi fa del mestiere di cineasta un impiego come un altro.
A Dangeorus Method fa parte di un cammino ben preciso, intrapreso da Cronenberg dopo l’ansiogena fase mutazione/contaminazione conclusasi con il citato Crash ed evolutasi nella iper-violenza all’insegna del crime di A History of violence e La promessa dell’assassino. Cronenberg riprende qui le fila del suo Spider cambiando prospettiva, o meglio aggiungendone molteplici, in un unico film racconta le origini della psicanalisi, le mostra attraverso due medici, ma anche di due pazienti, la tormentata Sabina Spielrein di un’intensa Keira Knightley e l’Otto Gross dell’istrionico Vincent Cassel, quest’ultimo elemento destabilizzante sempre presente, in varie forme ed incarnazioni, nei film di Cronenberg pronto ad implodere e a mostrarci quanto siano labili i confini tra follia ed umanità.
A Dangerous Method è l’ennesima intrigante ed inquetante escursione made in Cronenberg nella labirintica e fascinosa psiche umana e se amate lo stile del regista qui lo ritroverete a piccole, ma incisive dosi, forse un pò imbrigliato dal contesto storico e dal formato biopic, ma senza dubbio capace ancora di esprimere con vigore una classe difficilmente eguagliabile.
Note di produzione: il film è transitato in concorso alla sessantottesima edizione del Festival di Venezia, il rapporto tra Jung e Sabina Spielrein è stato già esplorato nell’italiano Prendimi l’anima di Roberto Faenza. La sceneggiatura a cura di Christopher Hampton è basata su un suo lavoro teatrale del 2002, a sua volta basato sul libro di John Kerr Un metodo molto pericoloso del 1993.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

Pericolose intuizioni
La vita di chiunque si potrebbe circoscrivere, lapidariamente, a un rapporto psichiatrico d’anatemi che l’ammorbidiscano entro un “labile” labirinto d’intrichi che la sua storia tessè, un cammino di spensierata “vaghezza” che s’inerpicò per ostacoli a bloccarne il respiro, a ottunderne la mente e obnubilarla dentro il suo perimetro “freddo” o sanguinante pulsioni represse, che chissà per quanto giaceranno in un Limbo solo a sfiorarsi e mai ad affiorare.
Un virgulto tripudio d’emozioni, accudite e mai accaldate, raggelate in una misura che si frena, palpita ma non schiocca, intinta in cristallini torpori che son moribonde “tombe” dell’anima, a mordicchiarsi e premersi nelle vene, smorendole nell’apatia o in impeti che s'”euforirzzeranno” troppo da gracchiar e poi diromper in urla di vaneggiamenti che furon trappole dei sospiri.
La vita di chiunque è un “quantunque”, immolato ai vissuti che si spalmarono, incendiati in lascivi crepuscoli o in un sorseggio timido alla Luna, quando l’adocchi silenzioso nel mormorio di romanticismi come vampiri cheti che si slabbrano nelle loro ferite, squarci melodici di virtù coccolate nel grembo, assopite per poi destarsi nella Notte, in un atmosferico boato che viaggerà ermetico dentro un’anima scolpita nel suo odore, nel suo dorarla o indolenzirla per “armeggiar” di candida morbidezza, o anche concupirsi nell’amore e nei suoi indistricabili profumi impalpabili, cangianti. Nel fremito roboante che si crogiola nel vago vento d’infinite corse nell’etereità o in slanci che lancian sfide a un Mondo, ossidato in mortifere baldorie a festeggiar solo mendaci chiacchiere per (non) saziarsi.
A volte, quando la svagatezza s’amareggia o il canto della malinconia si fa insopprimibile, mescolo purpurea levità alla retorica, in proclami che mi liberino da prigioni in cui mi castigai, o solo per librarmi, in fiamme di rabbia che scalcia, o perpetue afflizioni che sudan, membriche, leccando il bianco che si coagula ai dolori, patiti o inflitti nel “crocefiggersi” a una vita che, con perentoria costanza, ammanetta l’ardore & la carne, ne sevizia, di “stolto” masochismo, l’urlo che si mescerebbe all’intrepida nudità e nitidezza di te stesso se solo tu non fossi trepidante, ma una Bellissima “serata ubriaca”, il lindore dei liquorici “miei essere”, o non esserci pur vivendo d’essenza.
C’è sempre un’ombra di giaculatori ricatti che persevererà ad “affilarti” con le sue lame, un mostro a compatirti e a “porgerti” gentili omaggi per “perdonar” la tua troppa clemenza verso il Mondo, con un pianto ch’è solo ipocrisia che lagrima per la tua anima “diversa”. Che s’inietta il tuo struggerti per distruggerne incaptabili, enormemente gioiose, vivacità. Che si baciano, aggrappate, forse, solo ad altre illusioni, o a lustrar gli occhi, ormonalmente vittoriosi, per una minigonna in bicicletta, muliebre amplesso che forse neppur vivrò, ma scattò incendiario in una repentina fantasia di mia pelle che in Lei vorrebbe, disinibita, fondersi, macular in scremate tinte dalle foschie ora “garbate”, ora civettuole nel nostro immergerci l’un nell’altra, ammal(i)ati.
E’ solo vita che s’”addenta”, che, di cicatrici condivise, addolcendosi anche in virulente passioni, godendosi naviga. Ci perderemo nel nostro essercene incantati, dunque non c’incateneranno.
Intavolerai altre conversazioni ieratiche con tuo padre, “regredendo” a una “lentezza” saggia o esperendone gusti di vissuti che lui visse, immaginadolo giovane, o forse come sempre (non) è stato, come s’arrestò, “interruzione” fatale, e di come si ridestò, spattabilissimo signor che talvolta, innervosito, d’irascibili sue irrefrenabili “follie”, ammorba d’improperi, forse solo se stesso, è la blasfemia che tremava nel mostrarsi, che svergognata s’enuncia e annuncia che lui (lo) è.
Tutto procede per intuizioni, parsimoniose o ingannevoli a lacerarci, e non c’è filo conduttore nella fimografia di Cronenberg, se non condursi ove lo “incanala” la sua corrente, mente magmatica che affonda le sue radici, sconfinate, nel delirio, lo costeggia e se n’abbevera, imprimendosene per catturar il suo istinto, la Luce che lo “coglie” nel sonno o in visioni cabalistiche, tra realtà e plasmarla come vite che si domandano a “quanto ammontano”, ma poi montan, sempre leggiadramente imbizzarite o nella loro variegata bizzarria, anzi, si smontano per rimontarsi.
Una Donna “pazza” al centro nevralgico di qualcosa ch’è più d’una nevralgia, traumi inferti alla coscienza da curare, dal libro “The Talking Cure” di Christopher Hampton, da lui stesso adattato.
Inizia così, urlante e urlandoci, quindi, già quei mugolii strazianti d’un viso angelico che si “strappa”, si contorce e si sfoga dimenandosi pur anchilosato, Rattrappito, anzi, come dico io, indissolubilmente alla sua anima rapita, acerbamente legata perché forse, un po’ da tutto, n’è slegata o vorrebbe legarsi, quindi la legano al letto, la raffreddano con bagni “a incupirla” più che a scuoterla, a infangarla perché resista e combatta il suo “osceno & sporco”.
Un medico, professore delle sue teorie, Carl Gustav Jung, n’è affascinato e al contempo turbato, Lei è un demone innocente da “rendere se stessa”. Una fascinazione che diventa desiderio e passione, adulterina voglia di fuga, dalle costrizioni e dai rigidi codici ottocenteschi che furon soppressione troppo concettuale e altera dell’anima. Ma, la storia, le tante storie forse, diventa(no) un ménage à trois, con un padre “putativo” forse paternalistico, che non abbraccia le derive “magiche” e gli approcci di Jung, il suo nome è un sigaro “monolitico” che sbuffa autorevole a ogni inquadratura, Freud, un Viggo Mortensen “canutamente” Sigmund, icastico nel ritrarlo quasi emergesse da una biografia dai contorni pittorici, così come gli incubi confidati, in stanze notturne d’interminabili discussioni a scandirsi nell’orologio della mente, della psiche, nelle sue (in)decifrabili e tortuose sinapsi, nella forza illuminante e rivelatrice dell’inconscio che, mentre l’assopiamo, ci sussurra chi (non) siamo.
Un clown, sessualmente esuberante e ossessivamente, compulsivamente nevrotico, quasi un’apparizione sibillina e “serpentella”, il trasgressivo Otto Gross (Vincent Cassel), “progenitore” delle rivoluzioni sessuali, dell’”orgia educativa” delle droghe”.
Il film passeggia, “lentissimo”, composto, classico come meglio non si potrebbe, di verbosità mai banale, introspettiva e “specchiante” fra Uomini che s’osservano mutarsi, si scrutano enigmaticamente, si coccolano in messaggi epistolari che (non) li scoprano, che si tendono le mani e “piangono” spesso da soli.
Film straordinario, cadenzato da squillanti suggestioni visive pur nella macchina fissa e nei primi piani di volti che si leggono, che noi intravediamo nelle loro emozioni, leggiamo coi nostri occhi.
Capolavoro che si screpola nella sua criptica “dolenza”. Forse, anche nell’abbandono di utopie che non vorrebbero lasciarli.
O nella geniale intuizione pericolosa, un’altra, di quella Donna “pazza”, Sabina Spielrein, un’immensa Keira Knightley. Isterica anche nella recitazione? No, per me soave.
Stefano Falotico, da “cinerepublic.filmtv.it”

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