127 ore

Aron Ralston, ragazzo sportivo e appassionato di escursionismo d’avventura, è vittima di un incidente nel quale il suo braccio rimane bloccato sotto una pietra in un profondo canyon. Riuscirà a liberarsi dopo 127 ore…
Danny Boyle, dopo il grande successo di The Millionaire, trova ispirazione nel libro di Aron Ralston Between a Rock and a Hard Place (in Italia 127 ore intrappolato dalla montagna, Rizzoli) per raccontare una storia accaduta realmente, una vicenda profondamente drammatica che nel suo svolgimento non lascia indifferenti e che, in alcune sue parti, è per stomaci forti. Lo stile di narrazione è sempre lo stesso, adrenalinico, moderno e veloce, in particolare in tutta la prima parte, quella che precede l’incidente del quale Aron rimane vittima.
Da quel momento in poi si tratta di raccontare una storia che si svolge esclusivamente all’interno del canyon, mostrando l’iniziale ottimismo, il lento passaggio alla preoccupazione, alla disperazione, alla rassegnazione, fino alla presa della decisione più estrema e dolorosa. Accanto al compito di mostrare gli eventi per come si svolgono, Danny Boyle si impegna a entrare nella mente del ragazzo, contaminando le riprese di una lenta e progressiva perdita del senso di realtà. Più il tempo passa, più la debolezza invade il corpo del giovane, più le immagini si fanno sfocate, la vista si annebbia e la mente si allontana dal luogo in cui si trova il corpo. Aron pensa a se stesso, alla propria famiglia, agli amici, ai propri affetti e, in ultima analisi, alla propria vita. Il risultato è straniante e molto efficace nella rappresentazione della progressiva perdita di lucidità.
Da un certo punto di vista, per Danny Boyle la sfida di questa pellicola era quella di riuscire a narrare col suo stile una storia in cui il movimento è impedito, una storia che si svolge pressoché tutta nello stesso luogo. Questa sfida è vinta piuttosto bene proprio grazie alla particolare sensibilità del regista, amante delle piccole storie e dell’analisi dell’interiorità dei personaggi. Pur essendoci alcuni momenti in cui si sente la fatica nel racconto di una storia così “bloccata”, il risultato finale lascia pienamente soddisfatti.
Alessandro Barbero, da “cinefile.biz”

La storia vera delle free rider Aron Ralston (con la faccia di James Franco) rimasto bloccato per 127 ore consecutive nel Blue John Canyon, isolato dal mondo e senza che nessuno sappia dove si trovi. Dopo gli Oscar per The Millionaire, l’inglese Danny Boyle ritorna con un film one-man-show per raccontare l’immobile lotta di un uomo per ritrovare la tanto amata libertà.
Ho bisogno d’aiuto.
Aron Ralston non avrebbe mai pensato di arrivare pronunciare queste parole. Zaino, occhiali da sole-bandana-cappelletto, borraccia d’acqua, palmarina, l’onnipresente Gatorade anni ’90, frutta e quanto può servire per la solita avventura in solitaria, tra mountain-biking e free running; il necessario coltellino svizzero rimane invece a casa sul ripiano troppo alto di un armadio insieme alla segreteria con i messaggi non risposti della mamma e a qualsiasi possibilità di comunicare con il mondo.
Io posso fare tutto da solo. (utopica) Filosofia di vita in cui puoi credere solo fino a quando non hai bisogno degli altri: prima o poi succede sempre, ma non tutti lo capiscono in tempo. Incosciente egoista.
Un centinaio di miglia per uscire dal traffico, dalla gente che affolla negozi, locali e marciapiedi di città-troppo-piene. E poi il meraviglioso Blue John Canyon – Utah. Sole che spacca le pietre, cielo azzurrissimo e rocce arancio-rosse nella stupenda fotografia di Anthony Dod Mantle, inglese che frequenta spesso la talentuosa cinematografia danese (Dogma compreso), e di Enrique Chediak. Pedala a tutta velocità tra salite e discese dell’immenso canyon, cade-ride-si-rialza; voyeur estremo che filma tutto con la sua palmarina agganciata al manubrio della mountain-bike. Poi lega la bicicletta, si segna la posizione e via di corsa, musica in cuffia, saltando da una roccia all’altra per quei luoghi che conosce perfettamente (ma non basterà). Incontra due ragazze che si son perse, gli fa da affascinante guida per ritrovare la strada e scoprire come si vive una vita al massimo, compresi tuffi nel vuoto da mozzare il fiato. Un po’ di svago in spensierata compagnia femminile, prima di un saluto con la promessa di birrette sotto un gigante Scooby-Doo gonfiabile.
Una roccia che sembra stabile, poi un piede scivola: in un attimo Aron si ritrova sul fondo di un canyon con la mano destra completamente bloccata da un masso. 127 ore di una surreale e immobile odissea, in un crepaccio fuori dal mondo senza nessuno che possa aiutarti. Se si arrendesse sarebbe una lenta/inesorabile morte di stenti, ma è troppo combattivo, troppo amante della vita per lasciarsi andare alla paura. Quando sembra perdere il controllo di sé, Aron riesce a recuperare con tenacia e ingegno che poi si fanno testarda e disperata voglia di (soprav)vivere, nonostante le pessime condizioni psico-fisiche, la scarsa qualità di coltellini cinesi simil-svizzeri, il miraggio di una salvifica tempesta e il corvaccio del malaugurio. Perché si spaventa a vedersi così, perché non vuole andarsene in un modo tanto stupido, perché ha capito che la felicità, ma in generale la vita, è reale solo quando è condivisa, come il meno fortunato Alex Supertramp dello splendido ‘Into the wild’.
Il bravo James Franco è il mattatore di questo one man show, un immobile film d’azione costruito ad arte da Danny Boyle: colori saturi, montaggio clipparo con tanta musica, flashback ‘n’ forward, multiscreen e inquadrature estreme e dall’immancabile palmarina cui lasciare l’ultima eredità visiva. La storia di Aron Ralston era una sfida, perché raccontare la vicenda di una persona intrappolata per 127 ore poteva diventare soltanto un esercizio di stile, come il recente Buried di Rodrigo Cortes. Ma la sceneggiatura di Simon Beaufoy (Oscar per ‘The Millionaire’, la sua carriera iniziò con gli improbabili spogliarellisti di ‘Full Monty’) sa trovare la strada giusta e Boyle costruisce un arco di tensione narrativa che nell’ultima mezz’ora ti cattura visceralmente tenendoti col fiato sospeso.
Ho sempre avuto un personale e inconscio amore/odio per il suo modo di narrare furbo-ma-che-funziona; il suo interesse per storie e personaggi ha un non so che di poco sincero, di scelto ad arte per attirare lo spettatore più che per seguire un percorso autorial-stilistico o una particolare idea di cinema, però sa (quasi) sempre colpire nel segno. Ennesimo touché. E poi c’é ‘Ca plane pour moi’ di Plastic Bertrand, notevolissimo revival di fine anni ’70.
Come vada a finire la storia non è così importante. O meglio nella vita, a differenza dei film, le persone non cambiano mai in maniera assoluta, lo fanno lentamente e a piccoli passi. Don’t give up Aron.
Alessandro M. Naboni, da “storiadeifilm.it”

Aron Ralston, 26 anni, entusiasta dello sport e della libertà, si concede una giornata di biking e trekking nel Blue John Canyon dello Utah. Sole, musica, paesaggi mozzafiato e un fortuito incontro con due belle escursioniste che si prestano a tuffi e risate: cosa chiedere di più? Tornato solo, però, scendendo un crepaccio, Aron smuove inavvertitamente un masso vecchio di milioni di anni e si ritrova immobilizzato, con un braccio bloccato tra questo e la roccia, praticamente senza cibo né acqua. Sopravvivrà 5 giorni in condizioni fisiche e psicologiche gravissime, arrivando, per liberarsi, a segarsi il braccio con un coltellino.
Da sempre Danny Boyle intende il cinema come uno sport estremo. Nel bene e nel male, piaccia o faccia storcere il naso, questo è il suo credo, la sua marcia. In passato, però, dopo l’incontro magico con l’immaginario di Irvine Welsh, si è spesso arrabattato per far coincidere il ritmo e il senso dei racconti con quello della sua visione e della sua macchina da presa, forzando la mano e scadendo volentieri nel virtuosismo gratuito e grezzotto.
La vicenda reale di Aron Ralston ha offerto, invece, al regista inglese ciò che attendeva da tempo (o forse eravamo noi ad attenderlo più di lui), vale a dire pane per i suoi denti, cibo per la sua mente. Boyle ri-immagina, infatti, l’esperienza estrema di Ralston con i ralenti e le accelerazioni, le soggettive impossibili e i raddoppi di formato (la telecamerina, come in The Beach) che tanto gli piacciono, ma anche con un pudore e una pulizia che non eravamo pronti ad attribuirgli.
Come il protagonista sfida se stesso e le possibilità del proprio corpo, traendone godimento, è evidente che il regista risponde con sicuro piacere alla sfida di costruire un film d’azione con un attore che non può muoversi. Eppure non è né questo, né il facile rovesciamento tra il sovraffollamento umano ritratto nelle immagini d’apertura e il vuoto che imprigiona il ragazzo in seguito o tra il caldo delle immagini cinematografiche e il freddo del testamento affidato al video, ad incollarci al film. Piuttosto è l’idea espressa in una frase dettata dal delirio, e cioè che quella pietra aspettasse Aron da quando è nato e che tutta la sua vita non fosse stata che una preparazione a quel giorno, che racchiude un’idea di cinema forte ed emozionante e fa sì che i flashback e le allucinazioni abbiano un’anima e che l’agire del nostro pensiero e quello del cinema tornino qui ad incontrarsi senza forzature, in nome di una somiglianza naturale.
Senza cadere nella recitazione del dolore, James Franco dà una bella prova del proprio talento, riuscendo col solo primo piano a costruire un personaggio pieno di contraddizioni, dalla straordinaria forza d’animo.
Al termine di un’esperienza cinematografica come questa si perdona al regista anche un finalissimo inutile, fuori stile e fuori luogo.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Aron Ralston non ha nulla dell’eroismo esistenziale di Christopher McCandless, asceta solitario del bellissimo Into the Wild (Penn, 2007), ma piuttosto ricorda alcuni snow/skateboarder, anche nostrani, obnubilati dalla superficialità glamour dello “sport estremo” quale ultima frontiera per viziatelli dai bragoni tanto larghi quanto costosi, per i quali la natura si riduce a semplice scenografia di un individualismo adrenalinico ed irritante. Così come l’astutissimo Danny Boyle nulla condivide con Rodrigo Cortés, regista dell’altra pellicola claustrofobica dell’anno passato, Buried. Se, infatti, l’autore spagnolo sceglie ed utilizza coerentamente le restrizioni visive imposte dalla trappola filmica, al contrario Boyle evade per movimentare, inventa per intrattenere, vola per non cadere. A cominciare dall’incipit “disco”, ritmato dalle potenti percussioni “world” del già sperimentato Rahman, e reso ipercinetico dalla generosa profusione dell’intero armamentario visivo disponibile: split screen a manetta, accelerazioni, decelerazioni, fotografia ipersatura, giochetti e trucchetti.

Boyle vuole ingannare la storia, sfuggire alla staticità, forse poco sicuro di se stesso e della propria capacità di affabulazione o della pregnanza della vicenda, sposta il macigno narrativo con artifici e trovate “surrealiste” che non sempre convincono: se all’inizio è musica assordante e folla travolgente, poi ci aspetteremmo silenzio assoluto e solitudine straniante. Immerso in scenari mozzafiato e inseguito da una sfiga veramente notevole, l’ottimo James Franco finalmente approda ad un ruolo che ne esalta le doti interpretative, e sotto i nostri occhi deperisce, dorme, sogna, sopravvive e pubblicizza una nota bevanda energetica. Definire Boyle eclettico sarà pure una banalità, ma tant’è, e si dimostra davvero abile nel mantenere altissima la tensione per un’ora e mezza di one-man-show in cui l’immobilità fisica diviene l’altra faccia di una velocità narrativa a volte convulsa, affollata di flashback e visioni, siparietti ed astuzie spettacolari.
127 Ore funziona ed appassiona grazie a tutto l’ottimo cast tecnico, alla dolorosa bravura di Franco ed ai guizzi di Boyle che furbescamente lascia lo spettatore in fremente attesa del noto epilogo splatter, bramato, temuto, ed esibito con compiaciuta ferocia. Alla fine però, guardando il vero Ralston scalare montagne con una protesi/picozza “Transfomers-style”, ci si chiede se il buon ragazzone a stelle e strisce non se le vada un po’ a cercare.
Giovanni Romani, da “cultframe.com”

Danny Boyle, dopo i successi e le statuette, sembra ricominciare da zero. Con il suo instancabile ‘remix’ cinemafografico ci costringe ancora una volta a deviare improvvisamente dai binari quando ormai tutto appariva delineato.127 ore segna la prova di un cinema ancora capace di risollevarsi e di incidere. 6 nomination agli Oscar 2011

James Franco in 127 HOURS di Danny BoyleGiù in un crepaccio di un canyon. Buio e sangue. Sperduto nella solitudine primordiale del deserto dello Utah. Solo e con un braccio mezzo spappolato incastrato in una roccia. E’ questo il destino di Aron Raslton (un fantastico James Franco) e nelle sue parole “Quel masso enorme era lì ad aspettarmi da sempre”. troviamo il confine di questa avventura al centro della terra, che altro non è se non un viaggio esistenziale dentro se stessi. Non quello di Into the Wild, mistico e intimista, qui il ventre della terra è quasi indifferente a quella piccola e banale vita di un giovane alpininista spaccone. Non c’è l’abbisso dell’osmosi tra uomo e natura, i milioni di anni che hanno levigato quelle pareti hanno reso il canyon freddo all’interno e infuocato fuori. Qui lo spirito di sopravvivenza è imprigionato dentro la testa del protagonista. 127 ore per decidere l’unica via d’uscita per salvare la pelle. 127 ore per espiare le proprie colpe e rivedere il (re)mix della sua breve vita. Ancora una volta ‘flashback’ e ‘flashforward’. Come in The Millionaire. Avanti e indietro nel tempo. Avanti e indietro sul nastro della piccola telecamerina che registra l’affannoso attaccamento alla vita di Aron. Quello che lo spinge a valicare i limiti e per una pura casualità , un banale incidente, si trasformerà nella sua epica redenzione. Boyle, dopo i successi e le statuette, sembra ricominciare da zero. Convinto del suo instancabile ‘remix’ cinemafografico, spinto sinesticamente al massimo fin dalle prime inquadrature. Il multiscreen e la colonna sonora, il deserto e la sua follia atavica. Aron Ralston /James Franco è il corpo famelicamente sbranato da questo regista cannibale. Così come l’unica scelta a disposizione, salvifica e chirurgica, che lo ridarà alla civiltà. Boyle è si regista furbo, scaltro, abile autore ‘diskjockey’ dei linguaggi, ma dobbiamo riconoscergli ancora una volta la forza di deviare improvvisamente dai binari quando ormai tutto appariva delineato. 127 hours segna la prova di un cinema ancora capace di risollevarsi e di incidere.
Francesco Maggi, da “sentieriselvaggi.it”

“La vita è quello che ti succede quando stai facendo altri progetti.”
(J. Lennon)
Aron Ralston è un giovane e brillante ingegnere amante delle escursioni in solitaria, alla continua ricerca di nuove e stimolanti sfide. Durante un trekking nel Canyonlands National Park dello Utah, precipita in fondo ad un crepaccio, dove rimane bloccato cinque giorni con mano e parte dell’avambraccio schiacciati da un masso smosso accidentalmente durante la caduta. Quando sembra ormai sopraggiungere la fine, Aron, ormai stremato e disidratato, trova la forza interiore di prendere l’unica soluzione, sebbene estrema, che lo restituisca alla vita.
Tratto dal libro “Between a Rock and a Hard Place”, con il quale lo stesso protagonista ha voluto raccontare la sua drammatica vicenda, “127 hours” segna il ritorno dietro la cinepresa dell’inglese Danny Boyle dopo il trionfo della favola “Slumdog Millionaire”. Ben lungi dall’essere una favola è invece questa pellicola, caratterizzata da toni soffocanti e claustrofobici, con un James Franco elemento trainante, capace di reggere su di sé tutto il peso della pellicola, alternando momenti drammatici ad altri allucinati, riuscendo a tirar fuori una prestazione che calamita lo spettatore, scavando dentro di lui una voragine di solitudine e sconforto.
Stilisticamente il film ricorda molto un videoclip, per via di un dinamismo quasi esasperato, coadiuvato da split-screen e multi-screen che corrono a perdifiato alternandosi sulle musiche del compositore A.R. Rahman, già apprezzato per la colonna sonora di “Slumdog Millionaire” e che qui torna ad incantare con i suoi ritmi orientali. I primi quindici minuti scorrono via veloci, inframezzati dall’incontro con due giovani escursioniste, interpretate da Kate Mara e Amber Tamblyn, ultimo contatto con la civiltà prima dell’evento che segna il vero inizio della pellicola, tanto che il titolo di apertura arriva solo nel momento in cui Aron finisce bloccato tra due pareti di roccia con il braccio destro intrappolato da un masso di 350 chili. Da questo momento in poi l’unica compagnia per lui sarà una videocamera, attraverso la quale documenta la sua tragedia.
Indubbiamente raccontare attraverso il linguaggio cinematografico una storia del genere non è certo impresa da poco, per via della sua staticità, ma il risultato non cade nel rischio di annoiare. Ecco dunque che Boyle si concentra tutto sul protagonista, sulle sue decisioni, sulle sue emozioni e sui ricordi di una vita che vede lentamente avviarsi verso un tragico e inesorabile finale, ricordi cui si accompagnano i rimpianti per quella stessa vita che in fondo ha sempre respinto, privilegiando se stesso piuttosto che gli altri, quegli altri che ignorano la disperata situazione in cui si è venuto a trovare e che ora nulla possono per aiutarlo.
Sulla stessa linea di “Slumdog Millionaire”, Danny Boyle torna a soffermarsi sul peso che il destino esercita sulle nostre vite, sull’ impossibilità di opporsi ad un progetto più grande e misterioso e che spesso ci mette alla prova in modi imperscrutabili. Insomma, Boyle vede la storia dell’alpinista americano come una sorta di punizione divina che implacabile si scaglia sul protagonista, resosi colpevole di egoismo e arroganza. La natura stessa lo blocca, costringendolo a fermarsi e a rivedere le proprie priorità, cosicché Aron si trova a dover fare i conti con la sua vita, con le decisioni prese in passato e con le conseguenze che queste hanno avuto sulla sua esistenza.
Da qualunque prospettiva la si guardi è a tutti gli effetti una storia di redenzione.
Come già detto, “127 Hours” ha rappresentato per il regista di Manchester un importante sfida, considerata la difficoltà di rendere interessante una storia che per 3/4 verte su di un uomo costretto sul fondo di un crepaccio. Ebbene, Boyle stupisce nell’affrontare una storia così drammatica in maniera poco convenzionale perché, a dispetto di quanto ci si potrebbe aspettare, il regista di “Trainspotting” opta per una narrazione tempestata di momenti musicali che rimandano la mente a colorati spot pubblicitari, il che coinvolge lo spettatore senza mai annoiarlo, ma al tempo stesso fa anche si che la stessa visione risulti molto meno sofferta di quanto ci si attenda da una vicenda del genere. Tanto per fare un esempio, il recente “Buried”, con Ryan Reynolds intrappolato in una cassa di legno tre metri sotto terra, aveva tutti quegli elementi che contribuivano a conferire quell’aspetto veritiero indispensabile per un maggior coinvolgimento emotivo da parte dello spettatore. Se si aggiunge poi il fatto che la pellicola di Cortes era un avvenimento immaginario, mentre quella di Boyle affonda le radici in un fatto reale, si sfiora il paradossale. Insomma, si tratta di un espediente che, con i suoi lati positivi e negativi, può facilmente rivelarsi un’arma a doppio taglio, per una scelta sicuramente molto coraggiosa e azzardata. La stessa scena dello sketch televisivo, sebbene sia una delle cose migliori di tutta la pellicola, stona con il contesto generale di ansia e sconforto, ma resta comunque coerente con la linea tracciata dal regista di “The Beach” per rendere più fruibile e scorrevole la visione.
Di grande impatto emotivo è senza ombra di dubbio la scena dell’amputazione, merito di un James Franco efficace che si rivela estremamente duttile, capace di passare da ruoli “mainstream” l’Harry Osborn della trilogia di “Spiderman”, ad altri invece più impegnati come in “Milk” o addirittura totalmente demenziali come nell’allucinato “Pineapple Express”. Un attore assolutamente completo che merita in toto tutte le lodi ricevute per un ruolo complesso. Decisamente splendida la sequenza in cui improvvisa un surreale show televisivo, con tanto di risate registrate di sottofondo: cinque minuti di sublime recitazione in cui viene racchiusa tutta la personalità di Aron con l’ironia, l’intelligenza e il cuore che vengono come eruttati fuori, cinque minuti di sicura presa che sono un po’ una specie di congedo dagli affetti più cari.
Fermo restando l’encomiabile lavoro fatto da James Franco sul personaggio, resta però qualche dubbio sulla flebile delineazione del rapporto del protagonista con la famiglia: gli affetti non vengono infatti indagati a sufficienza, motivo per cui non scatta quella giusta empatia con lo spettatore tale da fargli sentire proprie le colpe e il rimorso provate dal protagonista per il suo egoismo e le sue scelte. Sotto questo punto di vista il finale compensa in parte tale lacuna, grazie anche ad una colonna sonora da brividi che emoziona e ossessiona allo stesso tempo e ci ricorda, se mai ce ne fosse ancora bisogno, la bravura ed il talento del compositore indiano A.R. Rahman, cui si aggiunge l’eleganza di Dido per la traccia finale “If I Rise” (nominata all’Oscar). Menzione speciale per due tracce in particolare: la prima, terribilmente efficace, è “Liberation”, le cui note scandiscono la sequenza dell’amputazione, mentre l’altra è “Festival” del gruppo islandese dei Sigur Ros, in quanto accompagna il momento forse più importante e cruciale della pellicola, cioè quando il protagonista chiede aiuto. La redenzione è completa, Aron ha capito che nessuno ce la può fare da solo e che tutti ad un certo punto abbiamo bisogno degli altri.
In sostanza Boyle sforna un buon prodotto, di sicuro non un capolavoro, ma comunque apprezzabile per l’originalità e il coraggio con il quale ha scelto di narrare la sfortunata vicenda di Aron Ralston, che ci ricorda quanto importante sia la condivisione e l’affetto altrui, dimostrando quanto in fondo davvero non c’è forza al mondo più potente della volontà e della voglia di vivere.
“Il momento in cui si ama più la vita è quando la si sta per perdere.”
da “filmscoop.it”

Aron Ralston, ingegnere 28enne, è appassionato di trekking e biking. Decide allora di andare in escursione nel Canyon Blue John, situato nello Utah, senza però avvertire nessuno. Qui fa la conoscenza di due giovani ragazze che lo accompagnano per un po’, poi però rimasto solo rimane bloccato a causa di un masso che, cadendo accidentalmente sul suo braccio, gli impedisce di muoverlo. Rimane così imprigionato per cinque giorni in un crepaccio senza cibo e con pochissima acqua. Riuscirà a salvarsi solo compiendo un grandissimo sacrificio.
Un film che riesce a sorprendere e a coinvolgere nonostante sia una storia di cui si conosce già il finale, essendo tratta da un evento realmente accaduto e dal romanzo ad esso ispirato scritto dallo stesso protagonista di questa avventura drammatica. Grande merito dunque a Danny Boyle che, riprendendo solo le qualità positive del suo precedente “The millionaire”, e cioè l’uso dei colori e l’eterogeneità della colonna sonora, e tralasciandone invece i difetti più vistosi, come la ruffianeria, la stucchevolezza e i retoricismi di fondo, sforna una pellicola entusiasmante che trova un perfetto equilibrio tra la storia narrata e la regia sempre molto frenetica e particolare. Nonostante la staticità del luogo e del tempo d’azione, infatti, Boyle riesce ad imbastire un’impalcatura che si regge su un ritmo serratissimo e travolgente che cattura lo spettatore e lo rende decisamente partecipe dei deliri, delle sofferenze, della disperazione del giovane protagonista.
Giovane protagonista interpretato ottimamente dal poliedrico James Franco che negli anni ha dato prova di riuscire a spaziare nei generi senza mai deludere lo spettatore. E’ anche grazie alla sua perfomance misurata e mai scadente nella spettacolarizzazione di una situazione che poteva incappare facilmente in questo pericolo, che “127 ore” riesce a soddisfare pienamente, regalando anche al contempo momenti di grande emozione, pure questa mai eccessiva e positivamente moderata.
Tramite flashback, split-screen, inquadrature dall’alto e allucinazioni la regia di Boyle, dinamica e serrata, si adegua perfettamente al calvario raccontato, non appesantendolo con pietismi ed esagerazione di toni, ma accompagnandolo adeguatamente con una discrezione e un’originalità non indifferente. Sono molti i momenti che afferrano totalmente l’attenzione dello spettatore, come il fantastico finto show che James Franco inscena con la sua telecamerina (con tanto di risate false registrate come da tipica sit-com che si rispetti), i vari espedienti che studia per mantenersi in vita (come quando è costretto suo malgrado a bere la sua pipì per non morire di sete), e, soprattutto, la tanto discussa sequenza in cui con grande coraggio compie il gesto estremo che lo porta poi alla salvezza. Una scena dal grandissimo impatto visivo che sconvolgerà gli stomaci più deboli, ma che risulta necessaria come coronamento dell’estrema evoluzione del percorso compiuto dal protagonista. Percorso che l’ha portato all’osservazione attenta e acuta di sé stesso fino a pervenire alla convinzione di essere stato troppo superficiale ed egoista nella sua vita (da qui i ricordi sfuggevoli ma intensi della madre e dell’ex-fidanzata), ma anche alla conclusione che quel masso era stato ad aspettarlo lì per tutta la sua vita e quindi era nato appositamente per lo scopo di tenerlo imprigionato, quasi come se fosse nel suo destino finire in quella maniera. Un destino, però, che viene subito combattuto e osteggiato dall’estrema forza di volontà di questo ragazzo che viene mostrato in tutte le sue contraddizioni e debolezze, senza mai presentarlo come un eroe, ma fotografandolo in tutte le sue sfaccettature. Sfaccettature che lo delineano alla perfezione, evitando di approfondire pesantemente e banalmente il suo background, con delle piccole pennellate di vita privata e sentimentale.
Un ottimo lavoro, dunque, coadiuvato da una splendida colonna sonora che scandisce alla perfezione tutte le varie fasi della tragica avventura di Ralston e che ne caratterizza positivamente lo statuto ora drammatico, ora ironico, ora intenso, ora allucinato. E’ anche questo, infatti, il grande pregio di “127 ore”, trovare lo spazio per numerose forme di comunicazione anche in presenza di un soggetto che poteva facilmente far incappare nell’ostacolo dell’univocità narrativa, stilistica e comunicativa.
Sicuramente si tratta di un netto passo avanti rispetto a “The millionaire” che, paradossalmente vinse 8 premi Oscar, al contrario di “127 ore” che non ne ha vinto alcuno, pur essendone decisamente meritevole rispetto al suo predecessore. Ma al di là di questo, l’ultima fatica di Danny Boyle, verrà certamente ricordata come uno dei suoi lavori più soddisfacenti e avvincenti.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it”

Danny Boyle è tornato. Il che non va inteso soltanto come uscita nelle sale di “127 ore”, ma soprattutto come linea registica, come modo di osare, mescolare linguaggi diversi e raccontare una storia.
Dopo film meno noti come “Millions” (2004), e “Sunshine” (2007), e il popolare e pluripremiato “The Millionaire”, il regista di film controversi, forti e sagaci ci racconta la storia vera di Aaron Ralston, l’ingegnere con la passione per il trekking che nel 2003 rimase bloccato con il braccio in una roccia proprio in una delle sue escursioni.
Aaron è intelligente, giovane ed egoista, i viaggi che intraprende sono il massimo della sua esaltazione caratteriale, cercando sempre di spingersi oltre e affrontare un nuovo ostacolo. Sfida se stesso e i miracoli della natura, ma anche la vita è pronta a presentarti il conto e per Aaron si mostra sottoforma di un masso che lo incastra per 127 ore in un canyon dello Utah, fino al momento della svolta, che arriva un attimo prima della fine, nella catarsi della disperazione sopraggiunge la sopravvivenza e Ralston decide di riappropriarsi della sua vita liberandosi del fardello che lo imprigiona arrivando a compiere un atto estremo.
Quello che Boyle ci mostra è un film che inizia con musica a tutto volume e scenari mozzafiato presi in prestito dai canyon dello Utah, portandoci fino alle viscere della terra, simultaneamente con l’accrescere della storia, resa accattivante dai siparietti che il protagonista, impersonato da James Franco in un’ottima vena artistica, ci propone.
Munito di telecamera e pochissimi viveri, si lancia in alterni viaggi onirici e allucinazioni che lo conducono nei meandri della sua memoria: infanzia, rapporti genitori–figli, ex fidanzate, scalatrici da poco incontrate e visioni futuristiche. Tutto viene preso in esame e tutto forse avrà una risposta o una redenzione. Caratterizzati da divertenti ed esperti transiti registici, i flash back ci aiutano ad evadere insieme ad Aaron dalla situazione in cui si trova e rendere la sceneggiatura coinvolgente e modulata.
La bravura di Boyle sta nel non cadere in facili sentimentalism, e nel non rendere ancora più drammatica la storia che ha voluto raccontare, cercando di attenersi il più possibile ai video ritrovati dell’escursionista e al suo libro, il biopic “Between a rock and a hard place”.
Non ci resta che dire: bentornato Danny, e non lasciarci più!
Sonia Serafini, da “ecodelcinema.com”

Danny Boyle, dopo la vittoria dell’Oscar con The Millionaire, dirige un film decisamente diverso, completamente atipico, incentrato sulla storia vera dell’escursionista americano Aron Ralston, giovane rampante voglioso di conoscere il mondo senza limiti e in perfetta coniugazione con la natura. Nel 2003, Ralston si trovò imprigionato per il braccio destro da un masso dentro un canyon dello Utah, passò cinque giorni terribili con il desiderio di vivere a tutti i costi (il titolo è riferito alle ore trascorse in costrizione). Ma poteva contare solo su se stesso, non aveva cellulare, solo pochissima acqua e viveri, non aveva comunicato a nessuno dove andava e non sarebbe stato cercato fino al tempo legale dalla polizia che lì non lo avrebbe mai trovato.
Tratta dal libro dello stesso Ralston «Between a Rock and a Hard Place» e sceneggiata a quattro mani con Simon Beaufoy, la pellicola prosegue la serie dei film con protagonista praticamente unico in uno stato di costrizione (non è lontano l’esempio di Buried, anche molto più claustrofobico di questo che si svolge invece all’aria aperta), che incredibilmente riescono a procurare un’angoscia tremenda. Film decisamente sconsigliato ai cardiopatici e alle persone troppo sensibili, dato che ha anche una scena decisamente forte e sanguinolenta al suo interno. Il protagonista è il muscolare James Franco, interpretazione davvero valida, anche se bisogna ammettere che essendo in pratica l’unico sulla scena la prestazione dell’attore (come per Reynolds in Buried) viene di logica amplificata rispetto al solito, merito anche della sceneggiatura che trova modo di tenere costante la tensione e l’attenzione in ambienti così ristretti e con così poche cose a disposizione.
Lo stile di Boyle non viene minimamente a mancare: le sue inquadrature oblique e i suoi ralenti e fast forward non mancano, dando pregio al tutto insieme alla splendida fotografia naturalista di Enrique Chediak e Anthony Dod Mantle. Franco non è proprio solo sulla scena: troviamo per un breve tratto anche due graziose escursioniste che vivono con la lui l’esperienza mozzafiato di un salto dentro un lago naturale; ogni tanto abbiamo flashback che parlano della sua famiglia e del suo collega di lavoro, ma fondamentalmente possiamo parlare di one-man film. Boyle parte con delle scene di basket e di maratona (anche l’epilogo sarà così) per simboleggiare l’importanza della libertà che verrà perduta e poi ritrovata, ci porta nell’esuberanza del giovane con la sua bicicletta che corre spericolata in mezzo al nulla, poi improvvisamente quando non ce l’aspettiamo la svolta che ti cambia la vita.
Ralston sopravvive raccontandosi alla sua telecamera amatoriale, fotografandosi, con un folle soliloquio come se fosse a un talk show, bevendo urina e aggrappandosi alle cose semplici, sognando di bere una semplice Coca-Cola con gli amici o fare piccole goliardate che ora paiono importanti e vitali; d’altronde nella disperazione assapori con gusto diverso ogni cosa che prima ti passava indifferente sotto gli occhi. Un film bello, essenziale quanto spazioso, intelligente ed angosciante, con un messaggio naturalista che ci dà il monito di godere della natura ma di non oltrepassarne mai i limiti con leggerezza, una specie di Into the Wild non in movimento.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.it”

Dopo lo straordinario successo del sopravvalutassimo Slumdog Millionaire Danny Boyle torna al cinema con una pellicola che è decisamente più nelle corde della sua poetica filmica.
127 ore ripercorre la storia vera di Aron Ralston, un giovane alpinista che nella primavera del 2003 precipitò in una crepa di un canyon isolato nello Utah, con un braccio incastrato in una roccia. Ralston rimase intrappolato per cinque giorni, provato e fortemente disidratato, lo spirito di sopravvivenza lo portò ad amputarsi un braccio, per ritrovare la libertà. Nei giorni di “prigionia” Ralston ricorda gli amici, la famiglia, gli amori e le due escursioniste incontrate prima dell’incidente.
Danny Boyle ha sempre mostrato un certo interesse nel raccontare l’essere umano posto in situazioni estreme, nel tratteggiare storie di sopravvivenza all’interno di una ambiente ostile e in condizioni disperate (vedi 28 giorni dopo o il sottovalutato e misconosciuto Sunshine), nel mettere in scena vite sconvolte in maniera straordinaria da eventi non sempre preventivabili o gestibili (Trainspotting e, in maniera molto più furba e accomodante, The Millionaire).
Tutto questo si ritrova anche in 127 ore, film che segna un passo molto importante nel percorso d’autore intrapreso dal regista inglese. Si tratta di una pellicola che vive di un gusto estetico molto forte, quasi preponderante rispetto alla narrazione classicamente intesa, ma non per questo fastidiosamente prevaricante.
L’estetica infatti è funzionale al racconto e la scelta di una cifra marcatamente caratterizzata è una consapevole scelta espositiva. L’enorme numero di suggestioni visive, il frenetico accumularsi di stimoli sensoriali e lo schizofrenico alternarsi di diversi elementi estetici di primo acchito incompatibili tra loro sono giustificabili dal tentativo di Boyle di orchestrare una messa in scena della complessità e del frenetico melting pot estetico ed emotivo del nostro tempo.
Le immagini si accumulano nella mente in maniera confusa e disordinata; confusione e disordine che sembrano essere prerogative imprescindibili dell’esistenza nel terzo millennio. Ci investono e ci travolgono, lasciando un senso di vuoto profondo che può essere compensato solo dal ricordo degli affetti e dalle libere divagazioni della mente.
Aron Ralston è l’emblema dell’uomo contemporaneo abbandonato a se stesso, bloccato in una perenne situazione di stallo, impossibilitato a prendere il volo e affrontare la vita con la spensieratezza desiderata e di contro costretto a confrontarsi con limiti e situazioni non sempre comprensibili o accettabili. In questo senso Boyle sembra aver colto la lezione di un maestro come Werner Herzog e rappresenta una natura che è semplice elemento complementare all’esistenza umana e alle sue sofferenze: una natura che non è né madre generatrice né forza distruttrice, ma semplicemente esiste e agisce indifferente a chi la circonda.
127 ore, ad ogni modo, riesce essere un film che funziona sì prevalentemente a livello cerebrale, ma concede momenti di coinvolgimento emotivo decisamente alti grazie soprattutto alla straordinaria prova di James Franco, bravissimo nel rappresentare la varietà degli stati d’animo di Ralston senza mai essere caricaturale o troppo enfatico.
Ma al di là degli indubbi pregi il film di Boyle sembra, a tratti, essere un po’ troppo compiaciuto; barocco e orgoglioso di esserlo. Indubbiamente se si fosse sacrificato qualcosa della componente cerebrale-estetica a favore invece della dimensione umana ed empatica, la pellicola sarebbe risultata più sentita e coinvolgente, ma anche così è un buonissimo esempio di cinema d’autore intelligente e maturo.
Voto: 7,5
Marco Valerio, da “quartopotere.com”

Il trailer è uno spettacolo. Parte con lo sguardo spavaldo di Aron Ralston (James Franco) che parla dritto in telecamera e quasi si prende gioco dello spettatore. Di lì a poco lo ritroviamo in uno sperduto canyon dello Utah, in sella alla sua bici da trekking; lungo il percorso, come in ogni “teen movie” che si rispetti (perché è questo che inizialmente il trailer suggerisce), incrocia due graziose escursioniste (Amber Tamblyn e Kate Mara) e, neanche a dirlo, le conquista al primo scambio di battute: gli basta sorridere e spacciarsi per guida. C’è persino spazio e tempo per il solito tuffo a perdifiato giù dalla scogliera (The Beach insegna). Fermi qui. Niente è come sembra. Cambio di registro. Aron – e questo il trailer lo rivela all’improvviso – è intrappolato in un crepaccio buio e profondo: il braccio incastrato sotto il peso di un macigno. “Io posso fare tutto da solo”, ringhia a muso duro alla videocamera con cui da ore si riprende. Anche sopravvivere per più di cinque giorni, in un crepaccio sospeso sul nulla. Ha poca acqua, scarse risorse di cibo, solo la videocamera e una manciata di ricordi a tenergli compagnia nelle ore più buie e desolate della sua giovane vita. Probabilmente le ultime.
Adrenalinico, di forte impatto emotivo, sorretto da una splendida prova in solitaria di James Franco (candidato all’Oscar per questa interpretazione: non ci fosse stato sulla sua strada Colin Firth e il suo re con balbuzie, la statuetta sarebbe stata tutta sua), 127 Ore rappresenta un po’ il ritorno alle origini per Danny Boyle.
Scrollatosi finalmente di dosso la leziosità di The Millionaire, il regista inglese ripesca dalla cronaca recente la drammatica disavventura dello scalatore americano Aron Ralston e la riporta sul grande schermo in un film nel quale rispolvera la verve degli anni passati (Trainspotting, 28 giorni) e nel quale, in una riuscita commistione di linguaggi, dosa con sapienza pathos e humour.
Dopo un inizio vorticoso con musica a palla, masse in delirio, feste da urlo, maratone affollate, seguiamo un ventiseienne fissato per le imprese un po’ pazze, Aron Ralston, vagare spensierato per il Blue John Canyon, nello Utah. In sella alla sua mountain bike sembra padrone del mondo e del suo destino: ancora non sa di averlo messo duramente alla prova.
Nessuno sa della sua improvvisa decisione di concedersi un bel giretto in solitaria tra le gole del Blue John Canyon: né sua madre – che ha chiamato quando Aron era in doccia –, né suo padre, con il quale ha qualche conto in sospeso, né la sua ex, a cui avrà modo di ripensare spesso di lì a qualche ora, né gli amici. Così dopo essere precipitato in uno stretto crepaccio, viene travolto da un masso che gli schiaccia il braccio destro. Per 127 ore, Aron può fare affidamento solo sulle proprie forze, conducendo un viaggio all’interno di se stesso che lo porterà alla sola scelta possibile. E per fortuna che nello zaino non ha dimenticato di infilare un coltellino svizzero. Inserito insieme al favorito Il discorso del re e al pugilistico The Fighter nella rosa dei migliori film candidati agli Oscar, 127 Ore offre all’ex co-protagonista di Spiderman uno dei ruoli più coinvolgenti di una carriera in ascesa: gli basta un solo sguardo, capace di passare dalla spavalderia alla sofferenza, per agganciare lo spettatore. E non lasciarlo più.
Francesca Paciulli, da “cinezoom.it”

Una storia vera. Un regista sperimentatore e post moderno come Danny Boyle (basti citare Trainspotting e The Millionaire). Un personaggio eclettico come James Franco, che chiamare attore è poco, in quanto anche regista, sceneggiatore, scrittore, pittore, performance artist e altro ancora. Un film candidato a ben 6 Oscar (una curiosità: il presentatore della cerimonia era proprio James Franco con Anne Hathaway). Se gli ingredienti di questa pellicola non sono sufficienti a consigliarne la visione, può esserlo forse la consapevolezza, dopo un’ora e mezzo circa di film, di essere stati inchiodati alla sedia senza annoiarsi un solo minuto, nonostante l’adrenalina sia un fatto mentale e interiore, più che una conseguenza voluta del montaggio. Danny Boyle accompagna sicuramente lo spettatore al momento saliente e crudo cui tutti arrivano a pensare giungerà il protagonista, ma non lo fa con la stessa superficialità e voyeurismo voluto, caro ad altre sue pellicole, bensì con un tocco in più, un oltre che fa pensare.
Aron Ralston (James Franco) è un ingegnere con la passione per il trekking ed il biking, che in un fine settimana del 2003 parte per una gita solitaria nel Blue John Canyon dello Utah. Quella che sembrava una giornata divertente, colorita anche dall’incontro con due simpatiche escursioniste, si trasforma però in un dramma, quando Aron ha un incidente a causa del quale resta con il braccio intrappolato da un masso per quattro giorni e mezzo, sopravvivendo in condizioni estreme, bevendo la sua urina e liberandosi con un gesto che, solo la disperazione e insieme il desiderio di vivere, possono portare un essere umano a compiere.
Il primo tempo è spensierato e forse un po’ incosciente, lo spettatore vorrebbe essere al posto di quel giovane che letteralmente vola con la sua bici fra canyons assolati, che fa il bagno scherzando con due belle ragazze (anche se il regista con piccoli dettagli, prepara alla tragedia), che sembra coraggioso e senza paura come solo quando si è giovani, ci si sente. Da qui al buio della solitudine e della tragedia è un solo istante, proprio come nella vita. Un appuntamento col destino, forse. Un’occasione per scendere metaforicamente nella gola spaventosa dell’inconscio e scoprire che non c’è libertà e leggerezza senza consapevolezza. O forse solo un evento che noi stessi, come dice Franco in una sequenza, prepariamo con cura, la stessa con la quale costruiamo e arrediamo le celle dove sopravvivere alla galera dell’esistenza.
Niente è per caso o almeno così sembrano suggerire le interminabili ore che lo spettatore passa con Ralston-Franco sprofondato e intrappolato nel fondo del canyon. Un tempo cinematograficamente difficile da rappresentare (del resto Boyle erano quattro anni che aveva l’idea di realizzare un film sulla storia che Ralston aveva scritto in un libro, pubblicato in Italia da Rizzoli), eppure non sembra mai che qualcosa sia “fermo”, come è stato scritto si tratta di un film d’azione, recitato da un attore che sta nella stessa posizione per quasi tutto il film. Niente a che vedere con la fissità di Buried né con il senso di morte che lì si respira. Qui tutto sembra pulsare e fare male, suggerire e spaventare, proprio come quando si comincia il difficile viaggio alla scoperta del Sé, o semplicemente a Vivere.
Arianna Biagi, da “schermaglie.it”

Aron Ralston e la pietra filosofale
L’alpinista Aron Ralston deve cercare di salvarsi dopo che la caduta di un gigantesco masso gli ha intrappolato il braccio e lo tiene bloccato in un canyon dello Utah. Nel corso dei successivi cinque giorni in balia delle intemperie, Ralston troverà il coraggio di compiere un gesto estremo pur di uscire da una situazione sempre più critica. Durante il difficile percorso che lo porterà alla salvezza, l’uomo avrà però il tempo di ripensare ai propri amici, alle amanti, alla famiglia e alle due escursioniste incontrate poco prima dell’incidente…
Reduce dai fasti del pluripremiato e assai sopravvalutato The Millionaire (2008) (1), il cineasta inglese Danny Boyle torna alla regia con una pellicola ben più convincente e, nei limiti del possibile, onesta. Bisogna innanzitutto riconoscere a Boyle, spesso messo in discussione per la sua mise en scène compiaciuta e sovrabbondante, di sapersi confrontare con i generi più disparati, dall’horror alla commedia, passando per la fantascienza: pur piegando il materiale a disposizione al proprio stile, piuttosto che l’auspicabile contrario, poter vantare una filmografia con titoli come Piccoli omicidi tra amici (1994), Trainspotting (1996), 28 Days Later (2003) e Sunshine (2007) è indice quantomeno di un’apprezzabile vitalità artistica.
Altalenante (2) e spesso più attento ai fronzoli estetici che al contenuto, il cinema di Boyle trova terreno fertile nella storia ai limiti dell’impossibile dell’alpinista Aron Ralston. La lotta per la sopravvivenza del giovane e spericolato Aron, uomo evidentemente ricco di coraggio e forza di volontà, offre a Boyle la possibilità di ricorrere a split screen, ralenti, accelerazioni, colori saturi e via discorrendo senza apparire troppo gratuito e narciso nelle scelte estetiche e registiche.
Le distese rocciose e desertiche, i canyon, i giochi di luce e il cielo lindo fondono con i ricordi, le allucinazioni e la presa di coscienza di Aron: 127 Hours può quindi svilupparsi verso l’esterno e verso l’interno, dal canyon Blue John e dal corpo di Aron, nel Canyon e nel corpo, fino ai meandri della mente. Boyle mette in scena gli stati d’animo e le sofferenze fisiche, giocando con lo scorrere del tempo, con i piani narrativi, con le possibilità offerte dalla videocamera di Aron (oggetto oramai quasi irrinunciabile per una buona parte del cinema contemporaneo). Tra dolly di ampia portata, primi e primissimi piani, angolazioni esasperate, flashback, punti di vista insoliti e tutto quel che segue, Boyle riesce a raccontare l’avventura e il flusso di coscienza. 127 Hours funziona infatti sia dal punto di vista spettacolare – dai ripetuti tuffi sotterranei all’incidente annunciato, fino al gesto estremo di Aron, che metterà a dura prova qualche animo candido – che narrativo, alternando il resoconto della disavventura e la rappresentazione degli stati d’animo del protagonista.
Di ottimo livello, infine, la performance attoriale di James Franco (Aron), che deve reggere praticamente da solo tutto il peso della pellicola. L’attore californiano, che abbiamo recentemente apprezzato nel poco visto Howl, conferma non solo il cristallino talento, ma la capacità e soprattutto la volontà di confrontarsi con ruoli non scontati, coraggiosi, insoliti, lontani dalle logiche dello star system hollywoodiano.
Enrico Azzano, da “cineclandestino.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog