The killer inside me

Texas, primi anni ’50. Lou Ford è il giovane sceriffo di una sperduta contea e, nonostante il salario basso e la prospettiva di una carriera non esaltante davanti a sé, non si risparmia in favori per la sua comunità. Quando su esplicita richiesta del più importante affarista della zona, Chester Conway, viene incaricato di sfrattare Joyce Lakeland, una prostituta che si intrattiene con il figlio del magnate, Lou si reca a casa della ragazza. Gli schiaffi e gli insulti con cui Joyce accoglie l’ingresso dello sceriffo, risvegliano in lui un’indole aggressiva da tempo sopita che lo porta a percuoterla e possederla brutalmente. Da quel momento, i due intraprendono una relazione a base di sesso e violenza sadomaso, finché Joyce non propone a Lou di ricattare il figlio di Conway. Ma Lou decide di modificare il progetto a suo piacimento.
Il vero American psycho non è uno yuppie dei rampanti anni Ottanta che abita in un attico dell’Upper East Side, ma uno sceriffo che amministra la legge nel profondo Texas dei prosperosi Fifties. Come Patrick Bateman, Lou Ford è una scheggia impazzita nella voluttà dei suoi tempi, che reagisce alla noia e alla frustrazione con la violenza più estrema e le più turpi perversioni. La somiglianza tra i due termina qui, perché se il romanzo di Bret Easton Ellis tende a dare una visione mostruosa ed esasperata della superficialità e del vacuo narcisismo dei nuovi ricchi, nel racconto originale “The Killer Inside Me” scritto da Jim Thompson nel 1952 (quindi antecedente di ben quarant’anni il romanzo di Easton Ellis) non c’è alcuna traccia di possibile speculazione pseudo-sociologica. È puro pulp. Come puramente pulp è anche la trasposizione di Michael Winterbottom, che, dopo essere divenuto uno dei registi più quotati nei festival internazionali con un cinema di denuncia sociale, fatto di una cruda ricerca del realismo, nella sua prima incursione americana mette da parte ogni presupposto ideologico e si concentra realmente sulla “polpa”, sulla matericità della sua matrice letteraria.
Dal reale all’iperreale, il regista britannico si conferma un metteur en scène eclettico, ma anche cinico e talentuoso quanto basta per dare al suo film la patina vivida e i colori saturi della grafica dei Fifties. Il suo approccio alla sorgente letteraria è talmente filologico, che il suo film diviene una perfetta sintesi per immagini del romanzo di Jim Thompson, con tanto di titoli di testa fumettistici e colonna sonora a base di pezzi country-jazz. Si immerge talmente tanto nella mente contorta del suo protagonista, da costruire scene di violenza spietata e dirompente, tanto più insostenibili perché perpetrate sul corpo perfetto di Jessica Alba e su quello morbido e dolce di Kate Hudson. The Killer Inside Me non si propone né come un nuovo capitolo del pulp citazionista e “tarantinato”, né come una cavalcata nel neo-noir colto dei Coen. Winterbottom costruisce un universo letterario dove conta solo il piacere del racconto, e dove la violenza, non più finalizzata ad un progetto di ricerca sulle iniquità sociali o le violazioni dei diritti umani, viene utilizzata, piaccia o non piaccia, come forma e contenuto della cultura popolare. E la sua personale “operazione Grindhouse” affascina, turba e coinvolge come solo i grandi racconti sanno fare.
Edoardo Becattini, da “mymovies.com”

Pare che nulla possa scalfire la rettitudine della monotona Central City e dei suoi abitanti, se non il sentore dello scandalo. Ed è cosi’ che quando l’illustre Chester Conway viene a conoscenza della passione che lega il figlio alla giovane prostituta Joyce, si trova costretto a incaricare lo sceriffo locale Lou Ford di risolvere la questione cacciando la donna dalla città. Ad ostacolare gli intenti di Conway sarà l’attrazione violenta sfociata tra Joyce e lo sceriffo ed una ritrovata propensione per l’omicidio..
Michael Winterbottom, regista e sceneggiatore inglese, noto per la sua inclinazione a un cinema crudo e schietto, trae il suo film dal romanzo Noir dello scrittore statunitense Jim Thompson, al quale lo accomuna una visione profondamente nichilista della mente umana e dell’uomo stesso, che appare miseramente soggiogato dal vizio e dal suo sconfinato egoismo. Di importanza essenziale in entrambi è l’onesta con la quale affrontano il tema, scevri del timore di nascondersi dietro falsi pudori.
The Killer Inside Me è un viaggio alla scoperta dell’Io del suo protagonista, lo sceriffo Lou Ford, attraverso le sue azioni e le sue personali attitudini, che mettono dunque in secondo piano quello che sarebbe un normalissimo intreccio giallo con vittima e colpevole al seguito. Benchè si accenni subito al discutibile passato giovanile di Ford, non ci troviamo di fronte ad un abituale serial killer, bensì ad un annoiato e mite tutore della legge la cui mente disturbata viene risvegliata d’improvviso dalle provocazioni di Joyce, che quasi come un olio rigenerante, rimette in funzione dei pericolosi ingranaggi sopiti per lungo tempo. Dopo un inizio piuttosto turbolento, tra i due nasce immediatamente una passione travolgente, dove l’irruenza di Ford e la sua propensione ad un sesso che alcuni definirebbero violento, potrebbe fuorviare facendolo passare per uno squallido pervertito, mentre invece è assolutamente palese il potere mentale che egli esercita su entrambe le sue amanti, un fascino talmente incontrollato da renderle avvinte a lui persino in punto di morte.
L’omicidio, tema costante del film, affiora in Lou non come un piacere personale bensì come una necessità generata dalla vendetta e questo concetto è assolutamente essenziale per comprendere che non siamo al cospetto di un sociopatico che uccide per il gusto di uccidere, ma fa “quello che deve essere fatto”e con una profonda lucidità. Per questo sulla scia degli eventi ad un omicidio ne seguirà un altro, non per soddisfare la sete di sangue di un folle, ma semplicemente per evitare con estrema consapevolezza il castigo che segue la colpa.
La tanto citata violenza di cui si parlò già durante le riprese del film, non sta tanto in un viso tumefatto o una schiena livida, c’è forse infatti un tentato o presunto omicidio che non si manifesti con ferocia? Togliendo poi il fatto che negli anni ci sono state sottoposte scene ben più raccapriccianti, ma la vera violenza sta nella totale assenza di emotitività con il quale il protagonista prende le sue decisioni e nella consapevolezza di fare qualcosa non di sbagliato ma di assolutamente inevitabile, a costo di farlo verso persone anche a lui care ma purtroppo vittime degli eventi…
Riferendosi all’omicidio come concetto, Lou infatti dirà con estremo senso analitico:”Nessuno se lo merita, per questo nessuno se lo aspetta”.
Per certi versi il personaggio di The Killer Inside Me si avvicina al Chris di Match Point (accomunati curiosamente tra l’altro dalla medesima colonna sonora, “Una furtiva lagrima” dall’ ”Elisir d’amore” di Donizetti): sono infatti entrambi uomini retti che viaggiano su una strada priva di curve, ma che al primo ostacolo al faccino pulito da impiegato antepongono quello di spietato assassino, consci e turbati delle loro imprese ma che, citando Clark Gable in una sua celebre interpretazione:”Sono come il ladro, al quale dispiace aver rubato ma è tanto afflitto di andare in galera”.
Il resto è una scanzonata atmosfera country dei primi anni 50’, resa per altro magistralmente da un ottimo uso della fotografia ed un’eccellente interpretazione di Kate Hudson nel ruolo della fidanzata di Lou; al seguito dei personaggi macchietta di contorno senza alcuna pretesa di distogliere l’attenzione dal nostro enigmatico assassino, persino Simon Baker attore con un certo carisma, non riesce con le sue assillanti indagini ad accattivarsi le simpatie dello spettatore, che è indotto quasi a parteggiare per l’antieroe per eccellenza.
Non dimentichiamoci però di un altro personaggio essenziale ai fini di tutta la storia…Central City. Lo sceriffo è infatti figlio dell’ignoranza e del perbenismo di una comunità ottusa dove il vero problema non è chi si è ucciso o chi sia l’amante di chi, ma il celare tutto affinchè nessuno lo venga a sapere, non è dunque un disquisire di moralità ma di reputazione.
Paradossalmente, per quanto degno di biasimo, è proprio lo sceriffo Lou Ford ad uscirne vincitore, dopotutto chi può dire di non avere scheletri nell’armadio..
Il punto è, se l’anta dovesse aprirsi, chi ne verrebbe scostato e chi completamente sepolto?
da “splattercontainer.com”

Dal Sundance, il noir inedito da noi di Michael Winterbottom da Jim Thompson, calato in scoloriti anni ’50 texani ancor più asciutti e spietati degli Ellroy di Hanson e di De Palma.
Il vice sceriffo Lou Ford ha una macchia di violenza nel suo passato. E quando gli si presenta l’occasione per la vendetta, con l’immutabile faccia d’angelo dà inizio a un fiume di violenza tanto più orrendo quanto radicato nella normalità di un noioso paesino del Texas…
L’Assassino che è in me di Jim Thompson esce nel ’52. Kubrick lo ritiene “il più spaventoso e credibile racconto in prima persona su una mente criminale che abbia mai letto” e affida allo scrittore americano le sceneggiature del suo noir Rapina a mano armata e del bellico Orizzonti di gloria, ancor più nero del noir. Nel ’52 vigeva il codice Hays (quello aggirato da Hitchcock col lungo bacio di Notorious): passi un libro pulp, ma un film come quello di Winterbottom non si sarebbe potuto fare. Un vice sceriffo, faccia d’angioletto di small town texana, pedofilo da adolescente, che prende le donne a cinghiate, spegne sigari sulla mano a un barbone e non esita a uccidere (a cazzotti!) anche una che amerebbe per compiere la sua vendetta privata per i fatti di gioventù. Poi per far sparire i testimoni. E poi… poi continua a uccidere perché quando si è fatto il primo passo in una certa direzione, tutti i successivi vengono da sé. Come in una tragedia greca, come nell’Edipo Re che (col Capitale di Marx!) Thompson indicava come propria matrice letteraria. Come nel più autentico noir, da Woolrich a Scerbanenco, che attraverso una trama tesa esprime sempre anche una disperata visione del mondo.
Winterbottom segue molto fedelmente l’andamento del libro, con una messa in scena filologica quanto scarna e ancor più asciutta e “terra-terra” di quanto avessero fatto Curtis Hanson con L.A Confidential e Brian De Palma con Black Dahlia, i due noir ellroyani stilisticamente più vicini all’operazione vintage del regista inglese. Che però nel suo film riesce a essere ancor più scabro e “anti-spettacolare” nel rappresentare l’indolente vita quotidiana di un comune vice sceriffo sadico assassino: molto normale, bianco, educato con tutti e quindi da tutti rispettato nel paesino.Un andamento lento, pigro, che per contrasto fa risaltare come veri pugni allo stomaco quelli inflitti dal bravissimo e controllatissimo Casey Affleck alle povere Jessica Alba e Kate Hudson in poche scene violente che in questo film lasciano davvero il segno e in un prodotto major non verrebbero mai accettate (ricorderete il sedere striato di Caitlin Turner, ripreso nel Cinesex dell’ultimo Nocturno, ma ce n’è anche per la Alba, in una scena autenticamente s/m poco dopo l’inizio che è già una delle più “chiacchierate” in rete).
Attori tutti in parte e dialoghi ultra-slang colla sordina (duro lavoro per i doppiatori italiani). A parte la bellissima sigla di testa con grafica da fumetto sull’immortale Fever (cantata da Little Willie John e non da Elvis) qui siamo più dalle parti della tragedia che del pulp. Se davvero la BIM lo distribuisce anche da noi verso novembre come pare, non fatevelo sfuggire.
Mario Gazzola, da “nocturno.it”

Lou Ford è un vicesceriffo di una piccola città del Texas negli anni cinquanta.
Apparentemente è una persona gradevole, prevedibile e ai limiti del noioso. Ma la sua maschera cadrà progressivamente a partire dal momento in cui incontrerà Joyce, una giovane prostituta sulla cui attività stato mandato a indagare.
Lou Ford è un simpatico, noioso, banale vicesceriffo. Vive in città da sempre e tutti pensano di conoscerlo. Lou ha un sorriso affabile e una bella faccia schietta, di quelle di cui ci si può fidare al primo sguardo. Ma di Lou sarebbe in realtà meglio non fidarsi.
Quando incontra Joyce, una giovane e avvenente prostituta, Lou intreccia una relazione clandestina con lei, e nel frattempo tesse la trama per una vendetta. Una di quelle che costerà la vita a un certo numero di persone, alcune delle quali del tutto innocenti. Ma Lou è uno psicotico del tutto fuori controllo e nulla di quello che fa sembra realmente toccarlo nel profondo.
Tratto da un interessante romanzo del famoso Jim Thompson, The Killer inside me mette in scena una convincente discesa nell’inferno della follia apparentemente compensata. Una di quelle che esplode di colpo e lascia solitamente le persone a interrogarsi sul motivo e sulla reale prevedibilità di tali derive. Ma la follia, si sa spesso è sotterranea, e ancor più spesso inspiegabile, se non a posteriori e di solito con l’ausilio di uno specialista.
Lou rappresenta un certo numero di personaggi archetipi, primo fra tutti l’individuo segnato da un passato inconfessabile. Subito dopo sarà la convincente incarnazione del vicino con la faccia carina, che nel segreto delle mura di casa si lascia andare a cose inimmaginabili. Infine vedremo emergere il reale Lou: uno psicotico talmente amorale da riuscire a organizzare la sua vita fino alla fine, con la stessa meticolosa precisione con cui ha messo a punto i suoi omicidi.
Anni prima delle perizie balistiche e dei test sul Dna, Lou può pensare di farla franca uccidendo persone e organizzando le scene del crimine come fossero dei set cinematografici. Le sue vittime sono in parte complici con la loro incredula passività, che ammanta il tutto della sgradevole sensazione di assistere a una malsana fantasia. Le sue donne muoiono con la rassegnata consapevolezza di essersi votate all’uomo sbagliato, un’intuizione che sfortunatamente arriverà con un ritardo tale da impedire a chiunque di porre rimedio all’errore commesso.
La stessa triste consapevolezza che alla fine vedremo comparire anche sul volto di Lou, sottolineata dall’immortale Donizetti nella più classica delle rivelazioni del sentimento altrui: Una furtiva lacrima che spunta persino negli occhi di chi si accorge troppo tardi del peso di un amore che non conosce limiti e che travolge anche la follia, per poi trascinare tutto là dove nessuno potrà mai recuperarlo.
Un bravissimo Casey Affleck presta il volto a Lou, in una performance esattamente a metà tra le physique du rôle e una riuscita, glaciale interpretazione del maniaco dell’appartamento accanto.
Jessica Alba mostra una insospettata capacità di contenere la recitazione in una misurata e convincente rappresentazione di innocenza e stupidità, sentimenti questi che ci si immagina da sempre alberghino nel cuore di tutte le sfortunate prostitute protagoniste dei noir.
L’ottima mano del regista segue i protagonisti nell’imminenza della tragedia, senza mai dare la sensazione di suggerire nulla, mentre la fotografia solare e molto retrò ci rimanda senza sforzo all’interno delle riuscite atmosfere del romanzo.
Ma The Killer inside me in realtà va ben oltre la rappresentazione leale dell’opera di un riconosciuto maestro del genere noir.
Il film di Winterbottom si colloca esattamente al centro delle mai sopite diatribe sull’impatto che la rappresentazione del male, inspiegabile e mai motivato, può avere sulle menti deboli. Inoltre la comprensibile rabbia scatenata da scene violente di cui sono protagoniste donne indifese e che non si difendono, anzi prendono i pugni in faccia col dolore scritto in viso e quel dolore è di natura morale, è quello dell’incomprensione di fronte al tradimento di chi si ama, è il solo sentimento possibile nel marasma di reazioni e prese di posizione post femministe improntate più alla rassicurante rappresentazione della mercificazione del cervello femminile presente nei vari Sex in the city e consimili, tutti incentrati su donne che si credono forti e sexy solo perché parlano come gli uomini e comprano scarpe a bizzeffe coi loro personali guadagni.
The Killer inside me ci pone di fronte all’ipocrisia insita nel cuore di tutti quelli che pensano che la rappresentazione debba infine esimere dal reale sguardo sul male che alberga nel cuore degli uomini.
Un male che ha cambiato faccia mille volte, e la cui rappresentazione ha subito alterne vicende, ma che non è mai scomparso, neanche nelle epoche più ottimiste in cui quello che non piaceva finiva spazzato sotto il tappeto del politicamente corretto.
Da che esistono i tappeti usati per lo più come copertura, non ci si è mai potuti esimere dal dargli una energica sbattuta di tanto in tanto, anche solo per fare spazio alle altre cose che aspettano di esservi seppellite sotto.
Anna Maria Pelella, da “cinemalia.it”

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