Seraphine

Seraphine. Un delicato ritratto di un’artista visionaria.
Quella che zampilla dalle sue tavole è una natura raffinata e nello stesso tempo selvaggia, specchio della dualità di un’anima che, proprio con la natura, si identifica. È il ritratto di una singolare pittrice francese del Primo Novecento che Martin Provost ci ha offerto attraverso Séraphine, lungometraggio vincitore di ben sette premi César.
A Senlis, cittadina situata a cinquanta chilometri a nord di Parigi, una donna di mezza età, goffa e introversa, svolge pesanti lavori domestici di giorno per calarsi poi, di notte, nei panni di pittrice autodidatta.
Topico sarà per Séraphine (Yolande Moreau) – e per la tessitura del film – l’incontro con un mercante d’arte tedesco, Wilhelm Uhde (Ulrich Tukur), primo acquirente di Picasso e mecenate di Henri Rousseau. Scoprendo per caso un piccolo dipinto di colei che sarà proprio la sua governante durante il soggiorno a Senlis nel 1914, Uhde promette alla donna di coltivarne e supportarne l’innato talento. Una nota di merito a Provost per aver abilmente caratterizzato il profondo e spirituale rapporto instaurato tra i due personaggi. Due spiriti solitari e sradicati dalla società, l’una relegata all’infimo gradino di serva e l’altro ghettizzato perché omosessuale. Quel che più li unisce è l’amore viscerale per l’arte che esula dallo scopo di lucro: Séraphine dipinge solo perché così le è stato ordinato da un angelo custode e il motto di Uhde non è collezionare per vendere ma vendere per collezionare. La dipendenza che svilupperà la pittrice verso Uhde la condurrà ad un progressivo aggravarsi delle sue condizioni psichiche, soprattutto quando l’uomo lascerà la Francia a causa dello scoppio della Prima Guerra Mondiale. Ed ancora, quando l’abbandonerà una seconda volta durante la crisi del ’29, anno in cui sia gli acquirenti che i finanziamenti per l’allestimento di mostre scarseggiano.
Più che un biopic in grado di restituire un quadro d’insieme della vita di Séraphine, Provost accende i riflettori solo sul periodo coincidente con la produzione artistica della donna. Dal primo incontro con Uhde, passando per l’evoluzione e sublimazione della sua arte fino allo spegnersi del ‘sacro fuoco’. “La pittura è scomparsa nella notte”, così dirà Séraphine internata nell’ospedale psichiatrico di Clermont-de-l’Oise per allucinazioni e pensieri deliranti. Muore nel 1942 ma il valore della sua arte verrà elogiato postumo con la mostra dedicata ai ‘Cinque primitivi’ allestita dallo stesso Udhe.
Il regista ci mostra i dettagli della vita di Séraphine accompagnandola con la macchina da presa mentre valica scalza lussureggianti sentieri, mentre attraversa torrenti o s’immerge nuda dentro laghetti, proprio per sottolineare quel suo processo di comprensione della natura, concepita come rifugio incontaminato nella quale lei si fonde perfettamente. La simbiosi di Séraphine con la natura viene, inoltre, resa con le significative sequenze in cui abbraccia gli alberi, parla con i fiori, resta per ore in contemplazione dei paesaggi sottoponendosi direttamente alla loro mistica influenza. Già in queste scene viene abbozzato il suo precario equilibrio psichico che degenererà poi nella seconda parte del film.
Offuscata dalla gloria di Rousseau, la pittrice è stata privata ingiustamente del primato di progenitrice e di massima esponente dell’arte naïf (o come amava definirla Uhde, “arte primitiva”). In effetti, lo stile espressivo che percorre la produzione di Séraphine ben incarna gli ideali di tale corrente. Priva di una qualsiasi formazione accademica, segue solo il proprio istinto e restituisce con la propria genuina visione forme di realtà alterate, quasi fiabesche. I suoi soggetti sembrano muoversi, parlare e vibrare minacciosi. Tramite un’esecuzione apparentemente elementare e priva di prospettiva, dà vita, non ad una statica natura morta ma a un’esplosione di tragica tensione. Foglie, fiori, frutti, steli e rami moltiplicati in serie, che prima traspone su piccole tavole di legno e che, poi, negli ultimi anni di attività, su pannelli di due metri. Provost ha preferito utilizzare nella pellicola colori tenui per porre in risalto esclusivamente le tinte fiammeggianti e febbrili dei quadri di Seraphine. La corposità della materia pittorica non è altro che il risultato dell’abile mistura, da lei stessa ideata, di elementi attinti dalla vegetazione, uniti alla cera rubata nelle chiese e al sangue di animali sottratto in macelleria. Il regista traduce quei colori brillanti in “metafore trascendentali” delle varie esperienze terrene non vissute dalla donna.
Sia la tenerezza che la follia di Séraphine sono espresse da una strepitosa (e somigliante) Yolande Moreau che evita di ripiegare verso una recitazione troppo sopra le righe. “Non interpreta Séraphine, la incarna”, dice il regista.
Provost più che celebrare le sue opere, intende omaggiare la forza e l’originalità del personaggio. Un’artista visionaria che racchiude in sé grazia e rozzezza, saggezza e follia, semplicità e complessità, realizzazione e autodistruzione. Un’eroina che è stata in grado di rovesciare i dettami borghesi e i tabù dell’epoca.
di Francesca Trapè, da “omero.it”

Sbarca in Italia a partire dal 22 ottobre Séraphine, il film francese che ha spopolato in patria l’anno scorso vincendo 7 César, tra cui quello per miglior film e miglior attrice. Il film racconta la vita di Séraphine de Senlis (Yolande Moreau, Louise-Michel), bizzarra e modesta governante, a partire dal momento in cui comincia a lavorare come domestica presso la casa del critico d’arte e collezionista tedesco Wilhelm Uhde (Ulrich Tukur). L’uomo per caso si troverà sotto gli occhi una natura morta dipinta da Séraphine, e da quel momento deciderà di sostenere e coltivare il talento di questa donna di mezza età che dipinge per una strana vocazione religiosa, perpetuandone la memoria dopo la morte facendo di lei una delle più grandi pittrici “neo-primitive”. La conoscenza della figura di Séraphine per il regista Martin Provost è avvenuta gradualmente: “Un giorno una mia amica giornalista radiofonica mi ha parlato di Séraphine, dicendomi che era un soggetto interessante. Sono quindi andato su internet ma ho trovato poche notizie. È stato tuttavia sufficiente per incuriosirmi. Quando in seguito ho iniziato a leggere tutto quello che era disponibile su di lei, è diventata un’ossessione. Punto di partenza è stata la biografia di Uhde Da Bismarck a Picasso”.
Subito dopo aver approfondito la figura di Séraphine, Provost ha cominciato a ragionare sui possibili attori, pensando subito a Yolande Moreau: “Il destino ha voluto che entrambi vivessimo in campagna, a 3 km di distanza l’uno dall’altra, perciò è stato facile incontrarci… Ho passato un pomeriggio a convincerla, penso che se non avessi incontrato lo stesso entusiasmo in Yolande avrei cambiato progetto”. Un ruolo che è valso all’attrice, sceneggiatrice e regista belga 3 premi, tra cui quello come miglior attrice da parte del Los Angeles Film Critics Association. “Sul set è avvenuto una sorta di miracolo, il vero incontro tra una figura storica e un’attrice”, racconta Provost. “Yolande non recita, incarna Séraphine. Libera un’energia poetica ed emotiva che è ancora più intensa e preziosa, considerata la recitazione trattenuta”.
Di Séraphine Provost ha conosciuto la pittura solo dopo la sua figura umana: “Mi ha interessato il personaggio, molto rivoluzionario per l’epoca. Mi ha commosso questa donna che ha infranto molti tabù del tempo e che attraverso la pittura si è ribellata alla sua condizione sociale. Ammiro molto anche la sua fede”. Il film si concentra sull’affermazione di una personalità e un’arte che è stata tuttavia possibile grazie alla figura chiave di Wilhelm Uhde, suo mecenate e amico per oltre 20 anni: “Séraphine era abbastanza cosciente del suo talento, anche se era modesta. Se non si fossero incontrati con Uhde forse tuttavia la sua opera non sarebbe emersa. Mi interessava l’incontro tra queste due anime, l’artista e il mecenate”. Un rapporto e una storia personale raccontati da Provost con una regia sobria e discreta: “Volevo sottolineare la riuscita di una donna che parte dal basso, piuttosto che usare un punto di vista miserabilista. Questo non è un biopic, non si segue la vita di Séraphine cronologicamente, ma è uno spaccato della sua vita quotidiana, come lei la viveva”.
Giorgia Lo Iacono, da “cinecorriere.it”

L’artista francese Séraphine de Senlis rinasce attraverso il terzo lavoro del regista Martin Provost, Séraphine. Molto acclamata in Francia (vincitrice di sette Cèsar) e distribuita solo dopo due anni in Italia, la raffinata pellicola non è una biografia, ma solo la storia di un incontro, quello tra il critico e collezionista d’arte tedesco Wilhelm Uhde e la pittrice naïf.
Séraphine il giorno è schiaccita dal suo lavoro da domestica, mentre la sera dipinge su piccole tavole di legno con colori fatti in casa. La sua vita procede guidata da una fede ossessiva, la devozione per la Santa Vergine la spinge a continuare a dipingere nonostante le difficoltà economiche. Nel 1912 Wilhelm Uhde, collezionista d’arte, per scrivere in tranquillità affitta un appartamento a Senlis, vicino Parigi, presso una ricca famiglia locale. Al suo servizio per la durata del soggiorno, Séraphine. Durante una cena con la famiglia ospitante il mecenate tedesco nota a terra un quadro. Gli viene rivelato che è opera della domestica, Séraphine appunto: il figlio della padrona di casa lo aveva acquistato per pochi soldi da lei senza però comprenderne veramente il reale cvalore artistico. Uhde, che invece è un estimatore degli artisti naïf (o come preferiva definirli lui “primitivi moderni”), subito coglie il talento, ancora immaturo, della donna. Acquista a sua volta il quadro e spinge l’umile domestica a continuare a dipingere. Tra i due si instaura così un legame particolare che finirà spezzato dalla guerra: Uhde, costretto a scappare nella sua terra d’origine, lascia sola e sconsolata la povera Séraphine, che nonostante l’abbandono dell’amico continua a dipingere raggiungendo sempre più la consapevolezza della necessità di farlo come condizione primaria di sopravvivenza. Cade così in povertà, ma comprare i colori diventa esigenza primaria davanti anche al cibo. Molti anni dopo, nel 1927, Uhde torna a Senlis con il compagno e la sorella, ma non cerca la vecchia domestica nonostante la vicinanza dalla sua casa. Sarà la sorella del collezionista a dargli modo di “riscoprire” la donna. Recuperare i contatti con Séraphine è facile: è, semplicemente, nella sua stanza a dipingere. Una volta capita la disperata condizione della donna, Uhde l’ingaggia per dipingere a tempo pieno promettendole che se avesse maturato la sua arte le avrebbe organizzato una personale a Parigi. In breve tempo sia gli acquirenti che Uhde stesso sembrano però perdere interesse nel suo lavoro e il progetto della mostra salta. Si accentua così il già precario stato psico-fisico di Séraphine, tanto da arrivare ad essere rinchiusa in un manicomio, luogo dove terminerà, in solitudine, la sua vita terrena.
Martin Provost, prima che una sua amica gli consigliasse di interessarsi alla storia di Séraphine, non sapeva affatto chi fosse questa misconosciuta artista francese. Ad incuriosirlo, poi, il libro sulla vita e la follia e la morte di Séraphine ad opera di Françoise Cloarec, uno psichiatra che aveva conosciuto Anne-Marie Uhde, sorella di Wilhelm, in possesso di lettere e documenti che sono stati la principale fonte di ispirazione del regista. Il film non sarebbe stato portato a termine se Yolande Moreau non avesse accettato la parte di Séraphine. Provost era convinto che solo lei sarebbe stata in grado di interpretare un personaggio così semplicemente complesso. E il pomeriggio speso a convincerla ha dato i suoi frutti: l’attrice, molto nota in Francia, riesce infatti a restituire al personaggio quella follia pacata che contraddistingueva la pittrice.
L’interessamento di Provost nei confronti del personaggio è stato dettato dalla sensazione di una vicinanza spirituale e dalla personale ammirazione per tutto ciò che nasce dalla pura creatività tipica dell’arte naïf. Séraphine non era una donna colta e non è nata in circostanze favorevoli, ma dentro di se celava un talento fuori dall’ordinario. Ed è questo quello che ha visto Uhde, ed è qui il nocciolo della questione. Il film non vuole ripercorrere le tappe biografiche della vita di Séraphine, ma volutamente si sofferma sul periodo dell’incontro con Uhde. Quest’ultimo – interpretato da Ulrich Tukur – è un personaggio volutamente ambiguo: in un primo momento sembra dedicarsi a Séraphine con tutto se stesso (le confessa perfino la sua omosessualità), ma quando torna a Senlis nel ‘27 non pensa di ricercare la donna, si comporta come se non fosse mai esistita. Quando la “riscopre” di nuovo dedica tutte le sue energie a lei, ma ecco che all’improvviso sembra ancora una volta perdere interesse, per poi ritrovarlo nuovamente nel periodo in cui Séraphine viene rinchiusa in manicomio. E’come un amante che torna sempre nel momento giusto e se ne va in quello sbagliato. E questa ambiguità di fondo serve a mantenere la complessità del personaggio, la sua relazione con Séraphine e, in ultima analisi, con il mondo. Come Séraphine parla agli angeli, Uhde convive con dei demoni (interiori): il collezionista d’arte è infatti divorato dal rimorso e da un pizzico di codardia, la sua forza morale lo aiuta a superare la morte del compagno malato ma a volte, troppe volte, non basta.
L’avere tanto rispetto dei personaggi, non renderli didascalici, è stato un lavoro molto duro, una maniacale attenzione ai dettagli. Questo bene si sposa con la regia sobria e rigorosa che ha permesso allo spettatore di conoscere con semplicità i protagonisti del film. Anche la scelta di non usare colori caldi in scena è stato un escamotage adottato al fine di dare risalto alle opere di Séraphine, facendo così dei colori delle tele gli unici protagonisti della scena. Pochi movimenti di macchina per non soffocare gli attori, pochi tagli per restituire alle immagini la sensazione di un percorso naturale. E nel finale l’immagine, la pellicola, si apre al connubio tra l’Arte e la Natura, tra la pittrice e il mondo. Restituendoci una Séraphine de Sanlis libera. E in pace.
Martina Gaucci, da “pointblank.it”

Séraphine, vincitore di sette premi César, è l’ultima opera cinematografica di Martin Provost, scrittore, sceneggiatore, regista ed attore francese.
In Séraphine, Provost decide di raccontare l’insolita storia di una donna straordinaria che riesce a coltivare la passione per la pittura, nonostante le difficoltà dovute da una vita fatta di stenti, portando la sua arte ad un altissimo livello.
Yolande Moreau interpreta magistralmente la pittrice ispirata dal divino Séraphine de Senlis. Il film racconta una storia tragica, di una donna sola che di giorno lavora come governante e di notte, “costruendosi” i colori da sola, dipinge in stato di grazia. L’incontro con il suo mecenate è determinante e dà una svolta alla sua vita. Poi nel pieno della creazione subentra la pazzia che la condanna ancora ad una esistenza grama fino ad essere sepolta in una fossa comune. Come per molti altri artisti, in vita non verrà resa giustizia alla sua opera. Nel film la storia tragica termina con una pacificazione dell’artista con la vita e le immagini zen della pittrice che abbraccia e vive gli alberi, rappresentano parte del suo attaccamento alla natura.
D’altronde Séraphine pittura fiori che a prima vista sembrano disegnati dalle mani di un bambino, ma guardando bene, nel corso del film, si capisce che quelle foglie e quei petali sono squarciati dal dolore, piangenti e sanguinanti come la vita di Sèraphine, in una totale sublimazione del sesso, di cui la donna si priva nella sua esistenza.images Una pittrice religiosa che produce un’arte eretica che fa paura agli uomini di Dio perché chiaramente sensuale, vibrante, demoniaca.
E’ importante riscrivere la storia e far emergere queste rivoluzionarie figure femminili che per troppo tempo sono state sepolte da una storiografia fatta di uomini. Donne che hanno sconvolto il mondo e la Chiesa, soprattutto per la forza di superare la condizione di oppresse e di schiave. In questo Sèraphine è una figura ammirevole, certo l’aiuto del mecenate è stato determinante a far spiccare il volo alla pittrice, ma anche se non ci fosse stato, magari le sue opere non sarebbero arrivate ai posteri, ma il pennello di Sèraphine avrebbe ininterrottamente continuato a dipingere con il sangue.
Un film esemplare che riscatta i vinti, i senza voce e che quindi espleta quella funzione fondamentale del cinema che è quella di far parlare la società attraverso la voce di chi non ha visibilità, del debole e il reietto. Yolande Moreau è un’attrice fantastica che abita le zone interstiziali dell’essere: la sua maschera non maschera rompe gli schemi che vogliono le attrici belle e sensuali e sempre sorridenti, la Moreau è contro ogni formalismo è uno splendido autsider in un mondo di parvenu.

Abbiamo incontrato il regista Martin Provost che ha presentato Séraphine, la sua utima opera cinematografica, il 19 ottobre a Roma. La pellicola è basata sulla vita della pittrice antesignana del naïf che, nata umile donna di servizio, ha raggiunto con la sua arte, ispirata dalla profonda fede religiosa, alcune delle gallerie più famose del mondo.

Il film, esce nelle sale dal 22 ottobre, ed è distribuito da One Movie e Movies Inside, grazie al Festival del cinema francese France Odeon, che sarà quest’anno, per la seconda edizione, a Firenze, dal 21 al 24 ottobre.
In patria è stato un successo, infatti ha vinto sette César ottenendo una grande affluenza di pubblico, grazie al passaparola.

Il ruolo della protagonista è affidato alla belga Yolande Moreau che, oltre a vantare un curriculum di tutto rispetto ( l’abbiamo apprezzata, tra gli altri, in Senza tetto né legge (1985) e poi, più di recente, ne Il favoloso mondo di Amèlie e in Louise-Michel ) è attualmente molto attiva sia come interprete che come regista. Al France Odeon la vedremo al fianco di Gérard Depardieu in Mammuth e nell’horror La Meute, mentre sta preparando il suo secondo film da regista dopo Quand la mer monte (2004).
E sarà anche protagonista della prossima pellicola di Provost, Ou va la nuit, un noir ispirato al romanzo irlandese The Long Falling, per l’occasione “spostato” in Belgio. Una storia dallo sfondo sociale, ma anche dalle tinte gialle, un film dark, ambientato negli anni Novanta quando in Irlanda l’aborto non era legale.

Come è venuto a conoscenza della pittrice Séraphine de Senlis ?

Martin Provost: Inizialmente non la conoscevo. Quando ho digitato per la prima volta il nome di Séraphine de Senlis su Internet, sono apparse poche note biografiche e l’immagine di un quadro, che ad essere onesti, non mi piaceva.

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In seguito che cosa l’ha colpito di questa figura?

Martin Provost: A colpirmi è stato più che altro il percorso personale di una donna straordinaria, segnalatomi da una mia amica, produttrice di un’importante stazione radiofonica, France Culture. Approfondendo, mi è diventato chiaro che in quella storia c’era qualcosa di molto potente, importante, che meritava di diventare un film. Ho iniziato a leggere tutto quello che c’era su di lei, era diventata un’ossessione. Ho letto anche la tesi di François Cloarec, uno psichiatra che aveva conosciuto Anne-Marie Uhde (sorella di Wilhelm Uhde, che scoprì la pittrice), e della quale possedeva le lettere, oltre a molti altri documenti. Quel lavoro è stato la mia fonte principale di ispirazione.

Perchè ha scelto Yolande Moreau come protagonista?

Martin Provost: Ho pensato subito a Yolande, l’ho incrociata una volta al supermercato, perché abitiamo vicini, e ho scoperto che il costruttore della mia casa aveva lavorato anche alla sua. Così, abbiamo organizzato tramite lui un incontro, senza agenti. Ho passato un pomeriggio a convincerla e alla fine ha detto sì. Solo tempo dopo, nella biblioteca di Kandinsky, ho trovato l’unico ritratto conosciuto di Séraphine, fatto a matita da uno dei suoi vicini. La somiglianza era incredibile. Quando gliel’ho mostrato, Yolande ha esclamato: “Non sarà granché lusinghiero, ma sono proprio io!” Se lei non mi avesse mostrato un tale entusiasmo, probabilmente mi sarei dedicato a un altro progetto.

Che cosa gli interessava raccontare principalmente di questa storia?

Martin Provost: Ho ritrovato un articolo titolato più o meno “Grande collezionista scopre pittrice: è la sua cameriera”. Mi interessava soprattutto questo incontro, intellettuale e spirituale, tra il mercante illuminato e l’artista ispirata”. Un’ispirazione che ha del mistico, nel film è avanzato il paragone tra Séraphine e Teresa d’Avila, dato che la missione artistica della protagonista ha inizio dopo la visione del suo angelo custode, che le ordina di dipingere dei fiori per la Santa Vergine.

Un altro tema fondamentale del film è il contatto con la natura…

Martin Provost: I fiori che dipinge Séraphine assumono anche la funzione di metafora per tutte le esperienze, tra cui quelle sessuali, che lei sente di non aver vissuto.

Il finale della storia, nella realtà, è tragico. Séraphine finisce i suoi giorni in manicomio, abbandonata da tutti, sola e viene seppellita in una fossa comune.
La chiusura del film, invece, volge verso la speranza e la pacificazione. Perchè?

Martin Provost: Non era mia intenzione fare un biopic, infatti non ho parlato nemmeno della sua infanzia. Volevo raccontare la realizzazione dell’opera di questa donna rivoluzionaria che, partita dal nulla, è riuscita grazie al suo lavoro a riscattare la sua condizione sociale. E non solo. Un paio di mesi dopo l’uscita del film, ho saputo quale sarebbe stata la scritta desiderata da Séraphine sulla sua lapide: “Séraphine Louis Maillard – con il nome di sua madre – Aspettando la rinascita”. Ebbene, anche se la sua sepoltura non è stata come la desiderava, Séraphine è comunque rinata, attraverso la sua arte.

Solo sessant’anni dopo la personale organizzata da Uhde alla Galerie de France, in seguito alla morte dell’artista, a Parigi si è tenuta una mostra dedicata esclusivamente a lei…

Martin Provost: Séraphine è rivissuta grazie al film. Nel corso della sua vita, non riuscì mai ad ottenere la mostra personale in cui aveva tanto sperato, Uhde dovette rinunciarvi a causa della “Grande Depressione francese”. Grazie a Dina Vierny, che comprò la collezione da Anne-Marie Uhde, si è tenuta una mostra al Musée Maillol. Anche al Musée d’Art Moderne c’è una stanza dedicata a Wilhelm Uhde, con molti bellissimi quadri di Séraphine. Sfortunatamente molti dei suoi lavori sono andati distrutti, perché al tempo la gente riteneva che non avessero alcun valore. Spero che oggi l’opera di Séraphine possa vivere ancora una volta alla luce del giorno, al di fuori del circolo degli specialisti. Ora che la conosco, anch’io capisco la sua opera e quando vedo i suoi quadri, non posso fare a meno di emozionarmi.
Sonia Cincinelli, da “fuorilemura.com”

Wilhelm Uhde, gallerista tedesco scopritore di Picasso, Braque e Rousseau, negli anni prima della Grande Guerra si trasferisce con la sorella in una vecchia casa di campagna a Senlis, tra i violacei pastelli della regione francese dell’Oise. Qui rimarrà inaspettatamente folgorato dalle sgargianti nature morte di Seraphine Louis, umile e bistratta cameriera dalla psiche disturbata e dall’incolto talento visionario. La Storia e le beghe del vil denaro metteranno i bastoni tra le ruote del loro connubio, ma nel finale riconciliato, più che la miseria di una fine tragica, verrà sottolineata la breve scintilla che ha reso possibile la momentanea ascesa di un’artista/fantesca capace di precorrere i tempi senza accorgersene.
Piccola fiammiferaia vive la sua rivincita e diventa pittrice famosa: il rischio di sbracare nel lacrimoso era parecchio forte. E invece Provost riesce a non banalizzare, svincolandosi dalla forma del biopic puro, rifiutando l’aneddottica e il calligrafismo celebrativo per raccontarci il curioso ed effimero miracolo dell’incrocio fortuito tra due straordinarie emarginazioni: quello avvenuto, saltando a piè pari le classi borghesi, tra una idiot savant capace di concepirsi solo attraverso la mimesi artistica della natura e un intellettuale dall’animo inquieto, segretamente omosessuale e attratto dalle passioni primitive e senza contegno.
Il racconto rivela uno sguardo misurato ed essenziale, procedendo per pennellate funzionali non tanto alla narrazione pura dei fatti quanto ad un ritratto tattile e impressionista del personaggio di Seraphine, alla sensazione emanata dal suo universo quotidiano: tra una dissolvenza in nero e l’altra sono racchiusi momenti di prosaica e minuta routine, dai bagni al fiume alla fabbricazione artigianale e clandestina dei colori, dalla simbiosi con gli alberi alle fissazioni religiose, consuetudini di un’esistenza marginale tesa all’esercizio dell’arte pittorica vissuta in bilico tra l’esperienza mistica e l’ossessione autistica.
Se l’operazione riesce senza risultare stucchevole bisogna darne merito (riconosciuto dallo stesso regista) a Yolande Moreau, che presta al personaggio la propria figura sgraziata e popolare costruendo dalle biografie e dall’unico ritratto pervenutoci un ventaglio credibile e minuzioso di camminate, atteggiamenti, dondolii e smorfie attonite capaci di comunicare la figura di Seraphine con la sola forza di una posa. Librandosi in parte sulla riscoperta tardiva di una singolare eroina nazionale, la pellicola ha scatenato in patria un impetuoso tam tam di entusiasmi, conquistando ben sette Cesar all’edizione di due anni fa. Giunto ora nelle sale italiane, rappresenta un’occasione onesta e delicata per conoscere la storia umana di una autentica fauve, talento candidamente autarchico ed estraneo ai libri di scuola.
Manute, da “sushiettibili.it”

Séraphine ha vinto 7 premi César, tra cui quello per il Miglior Film, Miglior Attrice a Yolande Moreau, e Miglior Sceneggiatura. Martin Provost, figura eclettica, è scrittore, sceneggiatore e attore, oltre che regista. Séraphine è il suo terzo lungometraggio, che ha scritto e diretto.
Prima che un’amica gli parlasse di Séraphine Louis, Provost non aveva idea di chi fosse.
Dopo aver fatto alcune ricerche, nonostante le esigue notizie ritrovate, il regista è rimasto affascinato da quest’eroina del tutto particolare e fuori dal suo tempo.
Quella raccontata è la storia di una donna, che per vivere fa la governante, accetta qualsiasi tipo di lavoro umile, per racimolare del denaro, più che per mangiare, per comprare il materiale per dipingere. La passione e la frenesia di Séraphine è la pittura, lasciar sgorgare le immagini che la sua mente vede e la sua anima ha dentro di sé. Tra le tante persone di cui fa la domestica, uno è Wilhelm Uhde, critico d’arte e collezionista tedesco, che un giorno per caso intravede un dipinto su legno della donna. Sbalordito dalla bellezza di ciò che ha tra le mani, chiede a Séraphine di mostrargli tutti i dipinti che ha realizzato fino a quel momento. Le dice che ha un grande talento e che dovrebbe dedicarsi interamente a quello, potrebbe arrivare anche il successo. Martin Provost rende omaggio, con questo film, a un’artista dimenticata, ricca di talento, di creatività e di un animo forte. È il ritratto di una donna libera, nonostante l’epoca in cui vive, che riesce a esprimere se stessa, in un mondo in cui la donna è relegata in casa, e a mantenere la sua autonomia. Séraphine è una donna che non si scoraggia di fronte alla povertà più nera, dipingendo si sente libera di esprimere la propria personalità, mostra se stessa in tutta la sua completezza.
Per Provost quella raccontata è la storia di un incontro tra due anime che, a loro modo, vivono ai margini e che è stato utile per entrambi. Séraphine vive nella miseria e si arrabatta tra un lavoretto e l’altro. Wilhelm Uhde, straniero e omosessuale, è il primo che la vede per quello che è senza alcun pregiudizio.
Il regista ha delineato il mondo di Séraphine con riguardo e stando sempre sulla soglia.
È un mondo duro, sconcertante e, in alcuni momenti, visionario. La donna è una visionaria, in quanto si lascia trasportare da qualcosa che è più forte di lei, il suo angelo guardiano, come lo chiama, che la spinge a creare.
Dipingere è come respirare, può smettere di nutrirsi, di dormire, anche, ma non di creare. Niente la riesce a fermare, neanche arrivare sull’orlo del baratro, perché solo quando dipinge si sente veramente viva.
La regia è sobria e leggermente trattenuta, proprio come nell’intento di Provost, affinché rispecchiasse la figura di Séraphine, semplice e bonaria, come la vede lo spettatore. Una scelta precisa è stata fatta nell’utilizzo dei colori.
Quelli caldi sono stati affidati alle tele della pittrice, che esprimono passionalità e un fuoco ardere incessantemente, tutto il resto è grigio, blu e nero.
Yolande Moreau incarna sapientemente Séraphine, delineando con un atteggiamento trattenuto, una persona solitaria, apparentemente schiva e scorbutica, e di gran cuore.
Il film è pervaso da una malinconia di fondo, soprattutto nella seconda parte, facendo conoscere al pubblico il lato più profondamente umano di una donna, che non è riuscita a veder realizzato il sogno di ottenere una personale, finché è rimasta in vita, ma che ha saputo coltivare il suo talento in maniera umile, contro ogni avversità, riuscendo ad andare avanti fin quando ha potuto.
È un film stupendamente diretto e interpretato, che lascia lo spettatore sgomento di fronte a tanta forza interiore.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Il film di Provost non cede alle tentazioni di uno sguardo pietistico, ma segue da vicino la vita e il lavoro di Séraphine, ne indaga il quotidiano secondo la sua ottica, svela la semplicità e complessità insieme del suo approccio all’arte.
Una fede primitiva
Francia, 1913. Il critico d’arte Wilhelm Unde si trasferisce in un appartamento a Senlis, vicino Parigi: qui conosce Séraphine, una governante diligente anche se un po’ eccentrica nei comportamenti. Ciò che l’uomo ancora non immagina è che Séraphine la notte si diletti a dipingere soggetti floreali, con uno stile che la accomuna in parte alla scuola dei pittori primitivisti da lui prediletta: trovato casualmente un quadro di Séraphine, l’uomo ne scorge il talento e decide di farle da mentore, finanziandone le opere. Ma Séraphine, donna dotata di una straordinaria fede, è convinta che il fuoco dell’arte le sia stato trasmesso dall’alto, che il suo lavoro sia in realtà una missione divina.
Già trionfatore ai premi César del 2008, arriva solo ora nelle nostre sale questo Séraphine, fictionalizzazione della vita di una originale pittrice francese della prima metà del secolo scorso, terza opera del regista Martin Provost. La vita di Séraphine (o meglio, la parte di essa che coincide con la sua produzione artistica) è vista sotto il filtro del suo lavoro e della sua incrollabile fede religiosa, che nella visione della sceneggiatura rappresenta un tutt’uno con la sua arte. Il focus iniziale della narrazione è posto sulla grande fede della protagonista, sulla sua convinzione di essere un semplice strumento di un disegno più alto: da qui la sua umiltà, la sua dedizione al lavoro di domestica nonostante la consapevolezza del suo talento, la disciplina quasi sovrannaturale nel dedicarsi alla pittura ogni notte, incurante dei sacrifici che ciò comporta. La simbiosi con la natura, elemento fondamentale nell’arte della pittrice e motivo ispiratore delle sue opere, è rappresentata nel film in tutta la sua potenza: Séraphine abbraccia gli alberi, resta per ore in contemplazione del verde dei boschi, ha una concezione del rapporto con la divinità (che alcuni definirebbero pagana) che significa comunione con il tutto della creazione. E nuova produzione di essa nell’arte.
Yolande Moreau in un\’immagine del biopic Séraphine Il film non indugia (quasi) mai a uno sguardo pietistico su una personalità dotata di uno straordinario talento, ma costretta dalle sue condizioni sociali a una vita di stenti, spinta ai margini dall’ottusità delle convenzioni borghesi: la macchina da presa di Provost segue da vicino la vita e il lavoro di Séraphine, ne indaga il quotidiano secondo la sua ottica, svela la semplicità e complessità insieme del suo approccio all’arte. La pittrice è una donna semplice, le sue umili origini le impediscono di interrogarsi compiutamente sul suo talento: nella sua visione, questo è un dono trasmesso dal suo angelo custode, che le ha semplicemente affidato una missione da compiere. Al contempo, la sua è un’arte che comporta tensione, dolore, persino sofferenza: nei motivi floreali da lei creati non c’è placida armonia, non c’è la natura come stasi ed equilibrio, ma al contrario una tensione sempre presente, una lotta elementale, una cromaticità che rimanda al fuoco come elemento predominante. Complemento di elementi opposti sempre in tensione, quindi, paradiso e inferno insieme; non a caso, in una scena del film, una suora chiede a Séraphine se è sicura che sia stato il suo angelo custode a suggerirle quei soggetti. Questi elementi, che Provost lascia emergere dalle opere della pittrice quando queste vanno in primo piano, facendosi intelligentemente da parte, emergono anche nello sguardo di una straordinaria Yolande Moreau, umile e fiero al tempo stesso, a volte inquietante nella sua determinazione portata fino all’autodistruzione.
Yolande Moreau ed Ulrich Tukur in una scena di Séraphine E’ anche da rimarcare, nel film, la misura con cui viene descritto il rapporto col personaggio di Unde (anch’esso ben interpretato dal tedesco Ulrich Tukur), mercante illuminato ma non privo di debolezze, in difficoltà nel gestire una personalità complessa come quella di Séraphine: l’uomo si farà carico dei destini della donna, instaurando con lei un rapporto profondo ed intenso, e Séraphine legherà, più o meno consapevolmente, la sua stessa sopravvivenza alla presenza e al sostegno di Unde. Non si può esimersi dal notare, inoltre, l’importanza delle scenografie, naturali e non: dalla cura delle strade della provincia francese, abilmente ricostruita, alla bellezza dei paesaggi naturali da cui la protagonista trae linfa vitale per la sua arte, entrambi messi a rischio dai fuochi di una guerra che resta fuori campo, ma la cui minaccia è ben avvertibile nel corso della storia. E si può in fondo perdonare qualche squilibrio nella seconda parte del film, in cui le condizioni miserevoli prima, e l’aggravarsi della psicosi della protagonista poi, prendono il sopravvento in modo fin troppo evidente, rompendo un equilibrio narrativo prima ottimamente costruito. Resta, comunque, la pregnanza dello sguardo del regista e la vividezza del ritratto che ne risulta, che riesce ad essere anche genuinamente “didattico” senza mai diventare didascalico.
Marco Minniti, da “movieplayer.it”

I colori del male dentro
Una serva, neppure una cameriera. Una donna solitaria e invisibile: sbriga i lavori di casa più faticosi per i notabili del paese e smacchia le loro lenzuola nelle acque fredde del fiume. Ma, di notte, quelle stesse mani estraggono i succhi colorati dalle piante e dalle bacche e mescolano sangue e argille a vernice.
Di notte, mentre il paese, che la conosce come anima persa, dorme, Séraphine Louis, massiccia e sgraziata creatura, febbrilmente, imprime su tavolette di legno il fiammeggiare di una natura sovrastante. Canta lodi alla Madonna mentre dà vita, con dita e pennelli, ad una natura replicata, dai colori forti e dalle forme rapaci. Sono fiori e foglie, steli e tronchi, frutti e radici; sono carnose e ciliate ferite, orbite oscure, sono dettagli che insieme composti divengono trionfo di vita. Selvatica e scalza, il suo rifugio è la natura, da cui trae forza, a cui sente di appartenere profondamente. Vaga per campi e boschi con una cesta, un ombrello e una bottiglia di vino.
Vive nella Francia all’alba della Grande Guerra, a Senlis, a pochi chilometri da Parigi. Pittrice istintiva e visionaria, viene scoperta dal critico e mercante d’arte Wilhelm Uhde (Picasso e Rousseau, il doganiere), che per qualche mese si trasferisce in campagna alla ricerca di pace per scrivere. Il loro incontro cambierà la vita di Séraphine, che da serva diventerà pittrice, liberando la sua follia silenziosa e nascosta. Tele di due metri diverranno lo spazio necessario per riportare le sue mistiche visioni.
Séraphine è la storia di un incontro tra due anime sole e diverse (Uhde è omosessuale), ma è anche la storia di involontari abbandoni che provocano sofferenza e privazioni. Wilhelm Uhde entra nella vita dell’artista, la riconosce la induce a lasciare la sua normalità, senza riuscire ad accompagnarla (scoppia la guerra ed è costretto a rientrare in Germania) e a sostenerla, anche economicamente, quando lei decide di dedicarsi interamente alla pittura. Seguiranno anni d’indigenza, di ossessione e di profonda solitudine, ma anche anni di fervida produzione, fino all’internamento in manicomio, nel 1932.
Seraphine Louis (o de Senlis), dopo anni d’oblio viene riscoperta.
Martin Provost scrive e gira un biopic che vuole restare ben lontano dall’aneddotica e, per fare questo, si concede il giusto tempo per restituire allo spettatore un percorso fatto della quotidianità di una vita ripetitiva, apparentemente senza nessuna ricchezza, ma che nasconde piccoli frammenti di mistero. Al suo terzo lungometraggio firma regia e sceneggiatura con la collaborazione di Marc Abdelnour e chiama a sé la straordinaria Yolande Moreau (Louise-Michel), un’intensissima Séraphine, accompagnata da Ulrich Tukur nella parte di Uhde.
La macchina da presa non interpreta ma restituisce, con quadri prevalentemente fissi e movimenti sempre subordinati al movimento dell’attore, i sapori di un luogo, di un tempo e di una vita. Con una regia lontana dalla ricerca di forme evidenti, Provost avanza lentamente, ma in crescendo, includendo nella miseria e nella marginalità gli elementi di eccezionalità dell’artista attraverso la sommatoria di indizi e ritardando il momento della visione dell’opera (una scelta assolutamente efficace) per poi arrivare ad una rappresentazione di totale fusione tra la visionarietà della tela e il corpo di Séraphine.
Vincitore di 7 Cèsar, Séraphine di Martin Provost è una storia d’amore, appagato e negato; di sofferenza e di ricerca della felicità. E’ la storia di una donna che è stata capace di rappresentare le forme e i colori del suo male e di una pittrice dimenticata, morta nel manicomio di Clermont de l’Oise, in una sera d’inverno del 1942, nella Francia occupata.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Arthur Schopenauer disse “il genio e la follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri”. Questo è Seraphine ed è tutto nello sguardo spiritato di Yolande Moreau, a ragione l’attrice più apprezzata e in voga di Francia. Il film si regge sulla sua straordinaria interpretazione. Da una storia vera.
Senlis, Piccardia. Francia. Non troppo lontana da Parigi, ma distante secoli dalla luce accecante della Ville Lumiere. Lì, in una sontuosa tenuta di campagna, lavora Seraphine Louise. Una sguattera, completamente priva di educazione e dai modi un po’ bizzarri. Di giorno fatica, di notte dà spazio al suo estro. Cantando una litania religiosa, in quella mansarda buia e inospitale, si rifugia nel suo mondo. Sembra non importarle di altro. Anche l’ultima goccia di sudore è impiegata per guadagnare quei pochi spiccioli che le permettono di comprare la vernice per poter dipingere.
Arthur Schopenauer disse “il genio e la follia hanno qualcosa in comune: entrambi vivono in un mondo diverso da quello che esiste per gli altri”. Questo è Seraphine ed è tutto nello sguardo spiritato di Yolande Moreau, a ragione l’attrice più apprezzata e in voga di Francia. Il film si regge sulla sua straordinaria interpretazione. Evanescente, ingenua, caparbia, vive in una realtà che sembra esistere solo nella sua testa. La capacità di arrangiarsi, di perseverare, perché l’unico modo di sentirsi viva, di dare un senso alla sua esistenza, è tutto racchiuso nella pittura. In quei colori creati dal nulla, dal fango di una pozzanghera, dal sangue di una gallina sgozzata, dalla cera sciolta di una candela in chiesa.
Forse, volutamente, la maggior parte dei personaggi e dei rapporti interpersonali sono poco caratterizzati, quasi fosse volontà del regista concentrarsi su altro. Ad eccezione della relazione d’amore platonico fra la protagonista e l’amico/mecenate Wilhelm Uhde (un ottimo Ulrich Tukur), comunque sempre velata e mai eccessivamente calcata. Martin Provost gioca piuttosto sull’emozione che scaturisce dall’ideazione e successivamente dal parto di un dipinto, il brivido della creatività. Un viaggio attraverso gli occhi di Seraphine, lassù, arrampicati sul ramo di quell’albero, assieme a lei.
Eppure il film è, a lunghi tratti, un po’ freddo. A partire dalla scelta cromatica di colori spesso autunnali. A far da contraltare, quasi il mondo fosse una figura sbiadita al di fuori della testa di Seraphine, le esplosioni visive dei quadri. “Siete proprio sicura che la vostra mano è guidata dal vostro angelo custode?” chiede la madre superiora.
Sì, perché quei dipinti raffiguranti vegetazioni che a tratti sembrano esotiche, spesso paiono rappresentare la flora di un inferno di follia. Persino attraverso il grande schermo non si può fare a meno di esserne rapiti, di rimanere scioccati. Persi nell’immagine, trascinati dentro.
Non è tanto il ritratto di una donna emancipata e forte, in un’epoca in cui il genere femminile era ancora assai lontano dall’avere pari diritti. Bensì il coraggio di essere libera da schemi mentali, da status sociali. Probabilmente senza volerlo, per naturale predisposizione. Perché non c’è scuola o insegnante che possa dar lezioni di talento. Ci si nasce, lo si coltiva, lo si asseconda. È il massimo che si può fare, anche a rischio di perdere la propria sanità mentale.
Riccardo Moglioni, da “sentieriselvaggi.it”

L’arte di “Seraphine”, fra mistica e follia
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Vita (oscura), arte (segreta) e tragedia (dimenticata) di Séraphine Louis, meglio nota come Séraphine de Senlis, domestica e pittrice francese morta in manicomio nel 1942 dopo una breve notorietà dovuta al critico e collezionista tedesco Wilhelm Uhde, riscoperta di recente anche grazie a questo film del 2008 che in Francia ha riempito le sale, vinto 7 César. E messo in orbita la grande Yolande Moreau: attrice-sceneggiatrice-regista belga che presta a Séraphine il fisico imponente, gli occhi acquosi, i trasalimenti improvvisi con cui dà corpo al talento misterioso e per certi versi inquietante di questa pittrice autodidatta.
Séraphine infatti ricopriva piccole tavole e poi grandi tele di fiori e di frutti ossessivamente assemblati e dipinti con la terra, il sangue degli animali e il succo delle piante, obbedendo all’impeto imperioso di tanti artisti naif. Ma anche a una vena mistica che poi degenererà in mania e forse in follia. Provost concentra nell’epilogo gli anni terribili del manicomio diffondendosi invece sul mistero della donna e della sua arte, ovvero sull’incontro casuale quanto decisivo con il collezionista Uhde (Ulrich Tukur), che era stato il primo ad acquistare un Picasso e a organizzare una mostra del Doganiere Rousseau.
Il meglio sta nel misto di orgoglio e remissività, selvatichezza e fatalismo, con cui Séraphine vive la sua condizione di domestica, ignorata o disprezzata dai padroni, capace di aprirsi solo col suo pigmalione (omosessuale, dunque a sua volta “diverso”), fino a riporre in lui speranze forse eccessive. Il limite nel tono un poco medio del racconto, elegante, sensibile, accurato, privo di veri colpi d’ala (di scelte decise) ma sicuramente capace di gettare una luce cruda e rivelatrice su un destino singolare quanto crudele.
Da Il Messaggero, 22 ottobre 2010

Wilhelm Uhde, gallerista tedesco scopritore di Picasso, Braque e Rousseau, negli anni prima della Grande Guerra si trasferisce con la sorella in una vecchia casa di campagna a Senlis, tra i violacei pastelli della regione francese dell’Oise. Qui rimarrà inaspettatamente folgorato dalle sgargianti nature morte di Seraphine Louis, umile e bistratta cameriera dalla psiche disturbata e dall’incolto talento visionario. La Storia e le beghe del vil denaro metteranno i bastoni tra le ruote del loro connubio, ma nel finale riconciliato, più che la miseria di una fine tragica, verrà sottolineata la breve scintilla che ha reso possibile la momentanea ascesa di un’artista/fantesca capace di precorrere i tempi senza accorgersene. Alle prese con un soggetto insidioso proprio per la sua lampante forza e umanità, Provost riesce a non banalizzare, svincolandosi dalla forma del biopic puro, rifiutando l’aneddottica e il calligrafismo celebrativo per raccontarci il curioso ed effimero miracolo dell’incrocio fortuito tra due straordinarie emarginazioni: quello avvenuto, saltando a piè pari le classi borghesi, tra una idiot savant capace di concepirsi solo attraverso la mimesi artistica della natura e un intellettuale dall’animo inquieto, segretamente omosessuale e attratto dalle passioni primitive e senza contegno. Il racconto rivela uno sguardo misurato ed essenziale, procedendo per pennellate funzionali non tanto alla narrazione pura dei fatti quanto ad un ritratto tattile e impressionista del personaggio di Seraphine, alla sensazione emanata dal suo universo quotidiano: tra una dissolvenza in nero e l’altra sono racchiusi momenti di prosaica e minuta routine, dai bagni al fiume alla fabbricazione artigianale e clandestina dei colori, dalla simbiosi con gli alberi alle fissazioni religiose, consuetudini di un’esistenza marginale tesa all’esercizio dell’arte pittorica vissuta in bilico tra l’esperienza mistica e l’ossessione autistica. Se l’operazione riesce senza risultare stucchevole e buonista bisogna darne merito (riconosciuto dallo stesso regista) a Yolande Moreau, che presta al personaggio la propria figura sgraziata e popolare costruendo dalle biografie e dall’unico ritratto pervenutoci un ventaglio credibile e minuzioso di camminate, atteggiamenti, dondolii e smorfie attonite capaci di comunicare la figura di Seraphine con la sola forza di una posa. Librandosi in parte sulla riscoperta tardiva di una singolare eroina nazionale, la pellicola ha scatenato in patria un impetuoso tam tam di entusiasmi, conquistando ben sette Cesar all’edizione di due anni fa. Giunto ora nelle sale italiane, rappresenta un’occasione onesta e delicata per conoscere la storia umana di una autentica fauve, talento candidamente autarchico ed estraneo ai libri di scuola.
Alfonso Mastrantonio, da “indie-eye.it”

Il Dio dell’acqua, degli alberi e delle foglie
Nel 1913, Wilhelm Uhde, critico d’arte e collezionista tedesco, il primo ad acquistare un quadro di Picasso e lo scopritore del pittore primitivista Henri Rousseau, affitta un appartamento a Senlis, vicino a Parigi, per scrivere in tranquillità. L’uomo ingaggia come domestica Séraphine, una donna semplice e schietta di mezza età. Qualche tempo dopo, mentre è in visita in casa di una ricca famiglia locale, nota un piccolo dipinto su legno. La sua sorpresa nello scoprire che si tratta di un’opera di Séraphine è palpabile. Tra Uhde e Séraphine si sviluppa un’intensa e inaspettata relazione.
Come talvolta accade, aldilà del merito artistico alcuni film hanno la capacità di rammentarci personaggi persi nell’oblio del nostro tempo, e che poi si scopre meriterebbero sorte migliore. E’ il caso di Seraphine De Senlies (1864-1942), pittrice naif di una piccola provincia nel nord della Francia, le cui opere ebbero soprattutto gloria postuma. Martin Provost, cinquantatre anni e altri due lungometraggi all’attivo, ha pensato di soffiar via la polvere del tempo sui quadri, quasi tutti di soggetti floreali, e di farne un film con protagonista l’acclamata da qualche anno Yolande Moreau. Provost parlando di come è nato il progetto ci dice già molto del film, affermando che non si sentì affatto attratto di primo acchito dalle opere della pittrice, ma di averle maggiormente apprezzate e amate dopo aver letto la sua biografia. Perché Seraphine visse poverissima, era una governante, e in assoluta povertà e nonostante i pregiudizi dei suoi paesani ebbe un’unica passione e ragione di vita: dipingere.
Il film di Provost certamente non è assimilabile a una massa indefinita di “film crosta” che hanno avuto l’ardire di raccontare vite di artisti: gli ultimi fallimentari con Picasso, Modigliani, Veermer, mentre tra i pochi si salva l’eccellente Van Gogh di Maurice Pialat. Nel caso di Provost una produzione non costosa e presumibilmente di un’artista poco conosciuta ha portato il film lontano dalle trappole dell’aneddotica, e del “maledettismo” più stereotipato. Il film si concentra in modo iperrealista su ambienti, sguardi, e azioni quotidiane, intervenendo in modo molto discreto col romanzesco. In questo caso è la cronaca di un incontro: quello casuale e decisivo tra la domestica e un ospite tedesco, il collezionista Willhelm Uhde, anch’egli personalità importante nelSéraphine_testo mondo dell’arte. Nel primo Novecento oltre a seguire molto le Avanguardie, egli scoprì e fece scoprire il talento dell’incompreso Henri Rosseau. La stessa cosa ma con minor fortuna provò a fare con Seraphine, con la quale instaura un tenero legame, relazione in cui a scanso di equivoci la sessualità è bandita. Il loro intenso osservarsi, anche silenziosamente, lo scoprirsi così differenti per classe sociale, specie nelle abitudini, lei cattolica al limite del fanatismo (ma sembra un misticismo personale, pieno di innocenza), lui fervente ateo, e invece simili per sensibilità verso soprattutto la natura, e dunque il loro graduale avvicinarsi fa parte della prima metà di Séraphine, forse la più riuscita. Gli eccellenti Yolande Moreau e Ulrich Tukur riescono a rendere senza stereotipi la loro particolare interiorità, anche in conflitto con l’ottuso mondo esterno, ma è anche vero che fuori da questo legame il film invece mostra i suoi limiti. Anche Provost non volendo entra nel sentimentalismo, allargandosi ad altri personaggi di contorno che vorrebbero far presa a livello poetico, come il pittore tisico che morirà tra le braccia del collezionista. Oppure mostrando lunghe sequenze in cui davanti alle inusuali piante, anche gigantesche, dipinte da Seraphine, si alternano le reazioni più disparate di amici e conoscenti. Il tutto dà alla narrazione una certa prolissità, e davvero il film sembra durare troppo; difetto a cui tuttavia giova la troncatura finale sulla parte più tragica della vita di Seraphine, ovvero la sua reclusione in manicomio negli ultimi anni di vita. In questo caso Provost è stato bravo a non cedere alle trappole del pietismo, sempre pronte al varco.
Pur nei suoi difetti narrativi, comunque Seraphine riesce nell’intento di restituire il lato nascosto, spirituale, dietro l’artista soffermandosi molto sul senso materico che la Moreau mostra toccando cose, oggetti, alberi, l’acqua della sorgente, o semplicemente osservandoli come se si sentisse in un mondo a parte, sola con essi. Crediamo davvero che sia questa la cosa più importante per un film di questo tipo, che tradotta equivale a dare grande dignità ad un personaggio per certi versi anche rivoluzionario, artista donna e povera, soprattutto perché dà alla pittura un senso sia di salvezza che di rivalsa nei confronti del mondo.
Valerio Ceddia, da “cineclandestino.it”

Sette César vinti non sono pochi; si tratta infatti dei premi nazionali di una cinematografia – quella francese – che non teme rivali quanto a qualità media delle pellicole prodotte. Non potrebbe esserci, forse, lancio migliore per un film di valore, quale effettivamente è questo “Séraphine”, per quanto da noi arrivi con colpevole ritardo – se è vero che la protagonista, dal trionfo ottenuto due anni fa, ha già interpretato una dozzina di ruoli in altrettanti film – e sia distribuito, ma non è certo una novità, in maniera del tutto inadeguata.
L’opus numero tre di Martin Provost è al contempo un ambizioso romanzo storico per immagini e una tenue favola con un finale in bilico tra il lieto e il tragico. Il regista sa raccontare, e sviluppa la vicenda evitando facili artifici retorici quali dialoghi a presa sicura, insistiti momenti melò, confusione dei piani temporali. La storia della servetta pittrice si svolge per blocchi narrativi, separati dai grandi traumi collettivi degli anni dieci e venti del Novecento (Prima guerra mondiale, Grande depressione) cui seguono le relative ellissi che interrompono l’emancipazione artistica e sociale della nostra eroina allontanandola dal suo pigmalione e mecenate tedesco (dunque nemico, per i francesi dell’epoca). La tenuta drammatica complessiva, non disprezzabile, è a onor del vero neppure impeccabile.
Ma il percorso di Séraphine ha anche un che di disneyano: la sua condizione di “cenerentola”; l’antagonismo dei padroni, insensibili all’arte e chiusi alle modernità in maniera eccessivamente esplicita; il destino irrimediabilmente avverso.
Più adulta e riuscita la riflessione sull’atipica religiosità della donna, non priva di accenti panteistici; un filo grossolane le corrispondenze individuate tra uomo e natura, fonte di ispirazione se la si contempla, di quiete se vi ci si immerge. Gli sceneggiatori sono comunque attenti a non lasciarle per strada e riscattano tali schematicità con un’ultima sequenza in campo lungo, ammirevole per poesia e pudore.
Non convince del tutto l’osannata Yolande Moreau, talvolta davvero intensa, altrove un po’ fasulla, forse più adatta al comico-grottesco di un “Louise-Michel”. Discorso diverso per le musiche per archi di Michael Galasso: tese, vibranti, essenziali.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Arte come mistero, un mistero imperscrutabile, inspiegabile e assolutamente affascinante. Arte come ispirazione divina, come talento naturale e necessità, come forza che tutto soggioga.
Questo deve aver pensato il regista Martin Provost, quando è venuto a conoscenza della straordinaria storia umana di Séraphine Louis, una donna umile, con un talento prodigioso per la pittura e in questo modo ha pensato di mostrarla sullo schermo.
Séraphine Louis, nata in Francia nel 1864, è una donna poco istruita, che lavora come serva e lavandaia, ma con dentro una sensibilità singolare nei confronti della naturae un mondo ricchissimo che poteva essere espresso solo tramite la pittura. Per Séraphine la pittura è tutto, la sua necessità di dipingere è primaria, più del cibo, più del carbone per scaldarsi. E’ una necessità che nasce da dentro ed è personale, non c’è ricerca di approvazione o ammirazione, lei dipinge solo per se stessa. A scoprire, in maniera del tutto casuale, questo talento è Wilhelm Uhde, collezionista e critico d’arte, tra i primi a comprare opere di Braque e Picasso e scopritore di Henry Rousseau.
Ma come raccontare una vita tanto straordinaria? O attraverso un racconto visionario che utilizzasse Séraphine come punto di vista o un racconto minimale, scevro da qualsiasi orpello, utilizzando il punto di vista di Wilhelm Uhde. Quest’ultima è la strada scelta da Martin Provost; noi conosciamo Séraphine solo attraverso il suo contatto con Uhde, la prima volta nel 1912, quando il collezionista arriva a Senlis e riconosce il suo talento, Séraphine già dipinge, “… è stato il mio angelo custode a suggerirmelo”, noi non sappiamo nulla di lei, il suo passato è un mistero e tale resterà.
Quando Uhde, deve scappare a causa della guerra, non sappiamo più nulla di Séraphine, è solo nel 1927, quando il critico nuovamente la incontra, che torna in scena. La sua incredibile evoluzione artistica, dalle prime piccole e stentate nature morte, alle opulente composizioni naturali è un enigma.
L’intento di Provost, come già detto, non è spiegare, ma farci immergere in un mondo poetico, lirico, in cui la natura ha un ruolo centrale. Straordinaria la bravura di Yolande Moreau nel rendere la goffaggine, la malagrazia, lo spirito scontroso ed eccentrico di Séraphine, si prova quasi avversione verso la sua figura, così sporca e trasandata, eppure i suoi quadri erano di una ricchezza e di una bellezza che lascia ancora oggi senza parole.
La frase: “La pittura è scomparsa nella notte”.
Elisa Giulidori, da “filmup.leonardo.it”

Toccante, triste, a tratti addirittura ironico questo film rivelazione dei premi Cesar 2009, terzo lungometraggio del regista Martin Provost che racconta con estrema sensibilità la dolorosa vita della pittrice francese Séraphine de Senlis, esponente del movimento definito neo-primitivo, meravigliosamente interpretata da Yolande Moreau. Siamo nel 1912 in Francia e in casa del ricco collezionista d’arte Wilhelm Uhde (Ulrich Tukur) una domestica inizia a compiere strani gesti: raccoglie il sangue degli animali macellati, ruba la cera dalle candele in chiesa, coglie bacche nel bosco, scava la terra bagnata da un ruscello e nella notte, chiusa in mansarda, unisce tutti questi elementi tra di loro. Interessante questo inizio carico di chiari e scuri, esterni molto luminosi e interni molto bui, atmosfere che stimolano la curiosità dello spettatore al quale non viene inizialmente svelato nulla. Notturni di Chopin si diffondono nei corridoi della casa, un’aria quasi magica fatta di riti e di silenzi nasconde chissà quale segreto, ed ecco finalmente l’esplosione dell’arte: gli intrugli naturali si trasformano in pittura. Le bacche, la terra, il sangue diventano colori per dipingere le tele: rossi fiammanti, verdi decisi, ori e turchesi nascono dalle mani di questa strana domestica che scopriamo essere in realtà un’artista, una pittrice.
Si apre così la seconda parte del film, con l’infatuazione di Wilhelm Uhde nei confronti delle opere d’arte di Séraphine, e la nascita di un intenso rapporto tra i due fatto di stima e di grande amore per la pittura che dà modo a Séraphine di uscire dall’isolamento e tirar fuori se stessa, mostrandosi al mondo esterno grazie ai propri dipinti. Quando però, a causa della prima guerra mondiale, i due dovranno per forza separarsi e Wilhelm suo malgrado abbandonerà Séraphine con le sue opere d’arte, si iniziano a percepire inquietanti mutamenti di umore nella pittrice e un nuovo ancor più grave isolamento la porta a chiudersi in un appartamentino, nel quale si rifugerà impaurita dalle voci delle vicine che percepisce come pericolose e persecutorie e da dove non uscirà più. In questi anni di ossessione nasce un meraviglioso e intenso tripudio di quadri di enormi dimensioni, contraddistinti da colori forti e da eccentriche fantasie, dove sembra rappresentato tutto il doloroso e confuso mondo interiore di Séraphine. Il regista affronta così il disagio mentale dell’artista come disagio mentale in assoluto, la solitudine di chi soffre, le reazioni distaccate della gente, la paura del male oscuro e l’emarginazione che ne consegue. Vediamo sul finale, alla luce del giorno, Séraphine arrancare lungo le vie del paese, girare a vuoto con un abito bianco, scalza, ormai preda del delirio. Da lì a breve verrà portata in manicomio, dove morirà in solitudine.
La delicatezza e la profondità con la quale Martin Provost ha raccontato attraverso la storia di questa pittrice, della quale si sa ancora troppo poco, è stata molto apprezzata in sala, e sarebbe interessante poter contare su una distribuzione in Italia. La bravissima Yolande Moreau di Louise e Michelle, di Micmas, de Il favoloso mondo di Amélie torna a farci sognare con questi 125 minuti di fluttuante armonia, lasciandoci in sospeso sul precario equilibrio tra arte e follia.
Valentina Gerardi, da “frameonline.it”

A due anni di distanza dalla sua uscita in Francia, arriva anche in Italia Séraphine di Martin Provost. Il film ha raccolto un grande successo in patria, aggiudicandosi ben sette premi César, tra cui Miglior Film, Miglior Sceneggiatura – scritta dal regista assieme a Marc Abdelnour – e Miglior Attrice – la belga Yolande Moreau. E ha fatto riscoprire la figura e l’opera della pittrice naif Séraphine de Senlis, attiva tra le due guerre.
Siamo in Francia, alla vigilia del primo conflitto mondiale. Séraphine Louis (Yolande Moreau), una serva non più giovane, si dedica con abnegazione al suo lavoro, sopportando fatica e umiliazioni. Ma nella sua vita non c’è solo questo. Nel chiuso della sua stanza, Séraphine dipinge, perché – dice – questa è la missione affidatale dagli angeli, le cui voci l’accompagnano da sempre. A cambiare la sua vita è l’incontro con il collezionista d’arte tedesco Wilhelm Uhde (Ulrich Tukur) – amante della pittura naif e scopritore di Rousseau – presso il quale Séraphine presta servizio. Per caso Uhde scopre il talento della donna e la incoraggia a dipingere. Tra i due nasce un forte legame ma, lo scoppio della Prima guerra mondiale riporta Uhde in Germania. Al suo ritorno in Francia, il collezionista si imbatte nuovamente nei dipinti di Séraphine e decide di sostenerla, anche economicamente. Nei primi anni ’30, però, Uhde, a causa della difficile congiuntura economica, non può più farsi carico delle spese di Séraphine ed è costretto a rimandare la mostra a lei dedicata. La pittrice cade allora in un profondo stato confusionale, che la porterà ad essere rinchiusa nell’ospedale psichiatrico di Clermont de-l’Oise, dove morirà nel ’42.
La pellicola celebra dunque questa donna, che sentiva di dover compiere una missione, dettatale da potenze superiori, di cui era puro strumento. Celebra soprattutto un talento naturale, che rischiava di restare sconosciuto, a causa della condizione sociale dell’artista, ultima tra gli ultimi perché povera, donna e pazza. Ma il talento, evidentemente, va oltre tutto ciò. Il film però non ha i toni della celebrazione. Non è retorico. Anzi, si adegua alla protagonista, alla sua modestia: mostra il lavoro costante e instancabile di una donna semplice, che vuole dedicarsi a ciò che per lei è vita: la pittura. C’è una sceneggiatura costruita su episodi di vita quotidiana di una donna qualunque, una serva. Episodi non eclatanti, senza colpi di scena o sensazionalismi. Una donna che però, insospettabilmente, ha qualcosa di speciale. Séraphine dipinge per necessità: per lei l’arte è un moto insopprimibile dell’animo e del corpo. E’ esigenza fisica, come quella di toccare le foglie e abbracciare gli alberi. Anzi, quasi un naturale proseguimento di quell’esperienza. Provost sottolinea quest’aspetto con suggestive inquadrature di Séraphine immersa nella natura, tra i boschi della campagna francese, lì dove raccoglie la materia prima per i suoi colori. Quindi campi lunghi, che la includono in quel tutto nel quale trova tranquillità e quiete. Nell’arte che nasce dalla natura la pittrice traspone la gioia di quei momenti, ma trova anche una catarsi al suo travaglio interiore. Questo valore catartico e il suo rapporto viscerale, corporeo con la tela ricordano – o precorrono, vista l’epoca – quelli di Pollock). A dare forza al film, senza dubbio, l’ottima interpretazione di Yolande Moreau, che abilmente passa dal tono dimesso della serva a quello ispirato dal furor artistico della pittrice; dall’involontaria ironia alla collera, alla commozione. La macchina scruta da vicino il volto della donna, per rivelarne la complessità. Emblematico lo sguardo di Séraphine/Yolande, spesso rapito dall’altrove che la accompagna, ma anche mobile, intenso, mutevole; spia di quel disordine mentale che la condurrà in manicomio. Misurata ed efficace anche l’interpretazione di Ulrich Tukur, nel ruolo di Uhde. L’attore dà corpo a un personaggio più enigmatico rispetto a quello della protagonista, ma anch’egli preda di conflitti interiori, tenuti nascosti (l’omosessualità, il senso di colpa, un carattere scostante, la condizione di straniero). Proprio questo mondo interiore inconfessabile e questa diversità, o divergenza dal canone sociale lo accomunano a Séraphine.
La pellicola ha un ritmo lento, non incalzante: il regista sembra non voler disturbare gli attori, invaderne troppo il campo d’azione con interventi drastici. Li segue con estremo rispetto. Così come non vuole da loro interpretazioni sopra le righe, eccessive, ma piuttosto – lo dichiara lui stesso in un’intervista – “trattenute”. Il risultato è senz’altro notevole e colpisce proprio per questa sua non invadenza, che rispecchia anche il temperamento di Séraphine: dimesso, ma determinato. Il film patisce forse qualche lungaggine, ma ciò non intacca l’efficacia complessiva dell’opera. Quella che Provost ci offre, infatti, è un’occasione da cogliere: oggi che non siamo più abituati a questo slow cinema, quanto piuttosto a montaggi incalzanti, ritmi veloci, primi piani con luci spietate sui volti degli attori, colpi di scena. Grazie al cinema francese, con Séraphine, possiamo invece immergerci di nuovo in un film “a misura d’uomo”. Scelta che, peraltro, va di pari passo con l’epoca trattata, in cui tutto scorreva più lento, più semplice, meno convulso. Un invito, dunque, anche a recuperare questi ritmi, nel cinema come nella vita.
Scilla Santoro, da “cine-filos.com”

Con “Séraphine” il regista francese Martin Provost ci conduce alla scoperta di una pittrice, realmente esistita, praticamente sconosciuta quando era in vita. Siamo all’inizio del Novecento e la governate Séraphine de Senlis riesce con i suoi colori brillanti a realizzare delle meravigliose tele. Scoperta dal critico d’arte Wihlem Uhde (giusto per intenderci colui che ha acquistato il primo Picasso), la donna cerca di cambiare vita. Provost ci conduce per mano nello spirito di questa donna che parlava con gli angeli, che secondo le sue credenze le hanno donato il dono della pittura, e che è considerata la principale esponente del movimento naïf o primitivismo. La pellicola si definisce per il suo carattere molto intimo e poetico, caratterizzato da lunghi ed estenuanti momenti di silenzio, rotti solo dai canti cattolici intonati da Séraphine. A tratti la narrazione raggiunge dei livelli molto struggenti, soprattutto quando tenta di far scoprire allo spettatore la nuda anima di quello che è un vero talento. La sceneggiatura procede, come ci si aspetta da una storia del genere, in modo molto lento e lineare, senza eccessivi colpi di scena; anzi forse l’unico colpo di scena non è per nulla giustificato (successo nella realtà? Non credibile nella pellicola. Sullo sfondo di un mondo che cambia (si passa dalla Prima Guerra Mondiale alla crisi del ‘29) scopriamo i tormenti e i deliri ecclesiastici che conducono Séraphine a realizzare le opere che, dopo la sua morte, sono state esposte nei musei di tutto il mondo. Un applauso speciale va assolutamente fatto all’unica, splendida protagonista di questo lavoro. Si tratta della straordinaria e polivalente attrice Yolande Moreau (“Il favoloso mondo di Amelié” e “Louise Michel”) perfettamente a suo agio nei panni della folleggiante pittrice di fiori. Una pellicola che ci insegna come bisogna sempre guardare dentro una persona per scoprire il vero io di una donna straordinaria.
Davide Monastra, da “ecodelcinema.com”

Con il coraggio di una giovane e nuova casa di distribuzione, la One Movie, arriva sui nostri schermi, dopo aver raccolto la bellezza di 7 Cèsar (i corrispettivi francesi dei David), la storia di Séraphine, alla regia l’artista poliedrico Martin Provost. Come protagonista assoluta Yolande Moreau – qualcuno la ricorderà ne Il favoloso mondo di Amelie di Jeunet -, che ha ricevuto uno di quei Cèsar, e il premio assegnato dall’associazione dei critici di Los Angeles per la sua interpretazione aliena, leggera, tragica, in una parola ascendente della modesta governante Séraphine, pittrice autodidatta.
Séraphine che farà parte di quei “primitivi moderni” scoperti e portati alla ribalta all’inizio del secolo scorso dal collezionista, critico, mecenate, umanista tedesco Wilhelm Uhde, scopritore anche di (Henry) Rousseau il doganiere, amico personale di Picasso e Braque. Il quale la scoprì a Senlis, quando andò in esilio per riposo nella piccola cittadina francese immersa nelle campagne della regione della Piccardia, lontana dai riflettori di Parigi. È un’immagine immersa, nel vero senso della parola, quella che introduce il film: in una notte illuminata dal chiaro di luna, la mano di una donna è nell’acqua. È quella di Séraphine, che nella narrazione in sottrazione di Provost sancisce il suo Dna puro, in collegamento diretto con la natura, e l’ispirazione divina, quei Dio Creatore, Maria Vergine, coi suoi angeli custodi, protettori e ispiratori per la sua arte. È un passato di privazione quello di Séraphine, portata via dal lavoro dall’umile famiglia, e condotta a vivere, in servizio, in un convento di suore. Sono proprio i suoi angeli, dice, a consegnarle il compito di dipingere, e lo farà prima su tavole di legno, poi in tele sempre più grandi, travolte dalla passione della vita che fluisce nella natura. Come quell’acqua che scivola tra le sue dita all’inizio del film. Come il torrente in cui è immersa, nuda, osservata da Uhde, da lontano e per caso, nascosto anche dalla sua omosessualità. Come il vento che le parla, muovendole i capelli, quando si trova nei suoi frequenti dialoghi, immersioni a due, lei e la natura, in un bosco, su un colle, unico compagno un albero dalle fronde enormi e accoglienti. Natura che sembra ferita, per sgorgare la linfa vitale del sangue, inquietando, e domandando, dalle sue tele. Si conoscono nella casa dove fa da governante, Séraphine e Wilhelm, che si stupisce di trovare per caso una tavola di legno dove si trova il disegno potente di lei. Li separerà la guerra, l’invasione della Germania della Francia durante la Prima Guerra Mondiale. Ma ritornerà Wilhelm, questa volta a Chantilly, con la sorella Anne Marie. Pensando che sia morta, scoprirà che è ancora viva. E l’aiuterà a dipingere. Fino a quando Séraphine non si perderà nel suo mondo, invaso da ombre, che le porteranno via la pittura. È un film umile, come ha ammesso con orgoglio Provost, riferendo le parole che il distributore del film, Michael Saint-Jean, gli ha detto vedendolo. Di quell’umiltà fa il suo pregio più grande, riportando a galla un nome, quello di Séraphine Louis (o anche Séraphine de Senlis), dimenticato in patria (non la conosceva come sua stessa ammissione lo stesso Provost), anche se prima di morire Wilhelm Uhde, ma morta lei, fu capace di mantenere la promessa di una sua personale in quel luogo lontano, irraggiungibile, che era allora Parigi. Ma si parla ormai del lontano 1945. Dopo l’uscita del film, la sua arte è stata per fortuna riscoperta, facendola rivivere ancora. A interpretare la complessità, di Uhde – il suo pianto di solitudine, il suo sguardo attento, e accogliente verso Séraphine, ma anche il suo abbandono quando sotto l’onda della crisi nera dell’29, che dagli USA colpì anche l’Europa, e sotto le grandi spese in compensazione di povertà di lei, decise di non esserci – un’altra carta vincente del film, quel Ulrich Tukur, già diretto superiore dell’osservatore Wiesler (il compianto Ulrich Mühe ne Le vite degli altri).
Asciutto ed evocativo ascende davvero in cielo Séraphine grazie ai violini, che srrivano all’anima, la cui presenza è ben dosata, composti da Michael Galasso (già amato in In the mood for love di Wong Kar-wai). Non giudicando, mantenendosi rispettoso testimone degli eventi che ricostruisce, a cui ridona vita, viene raccontata una storia tragica di bellezza, promessa, e in parte mantenuta. Consegnando l’umile Séraphine nell’eterno empireo del ricordo dell’arte, e dell’umana, disperata, necessaria vita.
Giacomo D’Alelio, da “zabriskiepoint.net”

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