Precious

I sogni non muoiono
Il «cielo di carta» si strappa. Claireece Precious Jones guarda il soffitto e inizia a sognare. Precious ha sedici anni ed è incinta di suo padre per la seconda volta. Vive in un appartamento con sua madre, che la insulta continuamente e la costringe ad abbuffarsi ogni giorno. Precious pesa 160 chili ed è vittima degli scherzi di chiunque la circondi. Nella sua testa è ancora vivo il ricordo delle violenze subite, immagini incancellabili che riemergono quotidianamente.
Eppure rimangono i sogni, i pensieri, le speranze. Claireece vorrebbe fare l’attrice: essere circondata da fotografi e camminare sul red carpet al fianco del ragazzo che ama. Oltre le mura, oltre il soffitto, oltre la violenza reale prende forma un mondo immaginato che le dona la forza di continuare a vivere, nonostante tutto e nonostante tutti.
Precious narra una storia che nessuno vorrebbe ascoltare. Potrebbe rivelarsi una vita troppo estrema per essere vera e invece Ramona Lofton (in arte Sapphire), autrice del libro da cui il film è tratto, si è ispirata alle tragiche vicissitudini di tante ragazze che ha conosciuto quando insegnava a leggere e scrivere nelle scuole di Harlem e del Bronx. La protagonista è infatti semianalfabeta: il suo desiderio di conoscenza la spinge a frequentare la scuola di recupero «Each One Teach One» e così cresce in lei la necessità di un istruzione che allontani gli abusi.
Precious è un film sul coraggio di una persona apparentemente invisibile, ma con grandi capacità. Lo stesso regista Lee Daniels ha subito in passato delle violenze fisiche e nel momento in cui queste si facevano più pressanti, secondo lui «l’immaginazione era la mano divina che proteggeva e allontanava la pazzia». Il plot del lungometraggio, a differenza della storia del libro, valorizza molteplici sequenze fantastiche attraverso le quali la protagonista fugge dalla terribile realtà in cui è immersa. Precious non è dunque un film di diretta critica sociale, ma innanzitutto la dettagliata analisi di un «io», immagine di un dolore universale conseguente all’emarginazione e all’abbandono. Ogni sequenza termina con una dissolvenza in nero, pausa che scandisce le esperienze vissute dalla protagonista senza che queste abbiano sempre un’esatta collocazione temporale. La storia di Precious è un accadimento reale, tuttavia arricchito dagli stimoli immaginari della sua mente.
La drammaticità delle situazioni viene descritta senza ricorrere a facili patetismi e nei momenti di maggiore ansia subentrano le sequenze surreali (le fotografie durante il pestaggio con la madre o la protagonista che diventa interprete de La ciociara).
L’infelice ragazza soffre di un male contemporaneo: vuole assomigliare a qualcun’altro e ci vorrà tempo prima che diventi consapevole della propria unicità. La forza di questo film è stata premiata con due Oscar. Precious fonde insieme realismo, fantasia e potenza emotiva. È un’opera necessaria che apre gli occhi e afferma l’immenso valore dell’esistenza umana.
di Andrea Massimiliano Guetta, da “nonsolocinema.com”

Qual è il limite di disgrazie che una persona può vivere in una vita lunga solo 16 anni? Quale quello che noi spettatori possiamo accettare di vedere in un film? Questi interrogativi non possono non frullare nella testa mentre si vede Precious di Lee Daniels. Un vero e proprio caso dell’ultimo anno, un piccolissimo e tragico film che ha ottenuto ottimi incassi e soprattutto una valanga di premi in giro per il mondo.
Difficile non pensare che l’America non abbia espiato anche un po’ il suo peccato originale nell’innamorarsi di questa storia di una ragazza afroamericana che nel 1987 ad Harlem vive con la madre in uno squallido appartamento una vita terribile; è incinta del secondo figlio, frutto di uno dei vari stupri incestuosi del padre, è obesa e presa in giro da tutti. Una vita già segnata dalla tragedia e dall’impossibilità di uscire da un circolo vizioso fatto di povertà e disperazione. L’America sta vivendo gli ultimi mesi della presidenza Reagan e il boom che a Wall Street porta alla gloria economica e sociale Gordon Gekko 100 isolati più a nord ci racconta una storia ben diversa. La Precious del titolo non parla mai, si rifugia in un suo mondo di fantasia in cui trionfano i colori e il glamour e in cui lei è una stella del cinema. Ma nella realtà quando a scuola scoprono che è incinta per la seconda volta del padre viene mandata via e si ritrova in una scuola di recupero. Quasi illetterata cercherà di alfabetizzarsi, ma soprattutto di aprisi ad un microcosmo nuovo, con la voglia di trovare il proprio ruolo, lottando contro tutto e tutti, ma cercando di vedersi bella, di diminuire la distanza con la Precious dei suoi sogni.
È difficile pensare ad un film più straziante, forse talvolta la sequela ininterrotta di drammi assoluti, inaccettabili, che si trova a vivere è proprio uno dei limiti di un film che è un’esperienza, dolorosa, ma emozionante. Come non essere conquistati da questa adolescente che sembra una donna, da una Gabourey Sidibe che ha un’adesione sorprendente al corpo prima che al personaggio (che per fortuna non appartiene alla sua biografia personale. Nota di merito per lei e per il regista). Impossibile poi immaginarsi questa storia senza la sbalorditiva Mo’Nique (premiata con un sacrosanto Oscar), comica americana qui nell’inedito ruolo della madre di Precious che rende con una perfidia e una violenza mista a disperazione e fragilità che ci portiamo dietro per giorni. La scena della madre che si confronta con la figlia sulle scale di casa è uno dei momenti più significativi del cinema americano di questa stagione. Solo come nota di curiosità segnaliamo un paio di ruoli di contorno per due amici del regista, ma anche star della musica, come Lenny Kravitz e Mariah Carey.
Se il trionfo di critica è forse un po’ esagerato Precious rimane un buon film che le due protagoniste rendono qualcosa di più.
Mauro Donzelli, da “comingsoon.it”

Considerate le premesse del soggetto Lee Daniels sarebbe potuto scadere facilmente nel patetismo a buon mercato e con ciò colpire al cuore il grande pubblico, ma così non è stato. La pellicola, acclamata a Cannes nella sezione Un Certain Regard e vincitrice di diversi premi al Sundance Film Festival, tiene incollato lo spettatore allo schermo proprio per il distacco con cui si racconta la storia. La scelta, ad esempio, di girare con i tempi e i modi del neorealismo contribuisce alla percezione di tale divario, soprattutto nelle riprese di molte scene difficili da digerire (come quella dell’incesto) che invece ci sono presentate in piano ravvicinato.
La pellicola si compone inoltre di due livelli, quello appena descritto del reale, e quello della vita interiore di Precious: nei momenti più difficili la ragazza “sogna” di essere una star, di vivere in un mondo appartenente in tutto e per tutto all’immaginario televisivo. L’evasione della protagonista manifesta la pochezza della realtà che conosce, neppure nella fuga è veramente libera: essa non è soltanto schiava di un corpo, di una famiglia e del quartiere-ghetto dove vive ma è anche imprigionata in categorie mentali limitate. Alla ragazza non è stata insegnata altra verità che non sia quella del suo quotidiano o quella che vede in televisione, colpevole a tal proposito è una società, quella statunitense, che Lee Daniels ci mostra piena di pesanti ed evidenti lacune. Precious non può avvalersi di nessun aiuto istituzionale: né la scuola, che la lascia arrivare a sedici anni semianalfabeta, né le assistenti sociali che hanno seguito il suo caso si sono dimostrate degne di una società civile. Per risollevare la testa, la giovane ha potuto contare solo su se stessa e su pochi che hanno saputo mostrare umanità nei suoi confronti.
L’opera mette lo spettatore in uno stato d’angoscia e di profonda impotenza probabilmente paragonabili ai sentimenti vissuti dalla nostra protagonista. Purtroppo in Italia la pellicola ancora aspetta di uscire, un peccato considerando che Precious è un film ben fatto che svela un mondo spesso abbozzato ma più di rado analizzato così a fondo.
Monia Raffi, da “paperstreet.it”

Precious Jones ha diciassette anni, un corpo obeso e un figlio nel ventre (il secondo ed entrambi sono frutto di incesto). A scuola viene derisa dai compagni anche perchè non ha ancora imparato a leggere e scrivere. A casa la madre non solo non la difende dalle violenze paterne ma la accusa di averglielo rubato oltre a cercare di ostacolare in ogni modo i suoi tentativi di riscatto dall’ignoranza. Precious però, solo apparentemente ottusa, tiene duro. Accetta l’offerta di iscriversi a una scuola con un programma speciale dove finalmente comincia ad apprendere come leggere e scrivere e, soprattutto, decide di tenere il bambino. La strada verso l’autodeterminazione non è però facile.
Una vera sopresa positiva questa opera seconda di Lee Daniels. Ispirato a un romanzo di Sapphire il film non ha nulla di letterario e non a caso, prima di essere presentato a Cannes nella sezione Un Certain Regard, ha vinto al Sundance il Premio del Pubblico e il Gran Premio della Giuria. Entrambi meritati perchè questa storia di ordinaria violenza domestica e sociale è narrata con uno stile decisamente originale e si avvale di una protagonista che riesce a trasformare il proprio problema fisico in una risorsa di indubbio impatto. Se vedendola comprendi come il mondo che la circonda possa trovare più di un’occasione per deriderla, Daniels riesce a farti aderire immediatamente all’universo dei suoi desideri non facendo ricorso a un facile pietismo ma lavorando sul suo immaginario.
Precious è una ragazza di diciassette anni prigioniera di un corpo fuori misura che però non si sogna magra. Il suo universo ideale ha altri territori in cui cercare percorsi diversi da quelli ormai a lei ben noti della brutalità di una vita in cui domina l’ignoranza. Perchè Daniels riesce a farci quasi respirare un clima saturo di un odio e di una perfidia dettati dalla totale mancanza di un benchè minimo orizzonte culturale. Lo fa però con la leggera profondità di chi sa che si può trovare uno stile piacevole per proporre riflessioni su temi gravi. Riuscendoci.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Roberto Silvestri
Il Manifesto

Di grande potenza, di stazza estetica e etica insostenibile, anche il nordamericano Preciuos di Lee Daniels (sempre Certain Regard), eroina tragica una gigantesca Mo’nique, diciassettenne nera-assoluta di dimensioni chimiche-adipose aliene (merito anche della dieta McD, l’unica accessibile ai poveri), sballottata dalla scuola pubblica alla «scuola sperimentale» ovvero differenziata, quando si scopre che è di nuovo incinta… Il film è tratto da un racconto agghiacciante di Sapphire sulle violenze sessuali domestiche subite dalle ragazzine, anche neonate, nelle comunità più a rischio. Ma il merito del lavoro è colpire tutti i punti nevralgici di una civiltà putrescente e, come succede ascoltando le canzoni di Mirabella Dauer, si comprende come quella produzione di mostri a mezzo mostri non abbia a che fare solo con la comunità povera african american, o ispanica, ma con il meccanismo di potere perverso di ogni macchinario «famiglia».
Da Il Manifesto, 16 maggio 2009

La purezza disperata di un film drammatico, che non si piange addosso
“Precious” è il secondo film di Lee Daniels (dopo il thriller del 2005 “Shadowboxer”), tratto dal romanzo “Push: la storia di Precious Jones”, della scrittrice e poetessa afro-americana Sapphire (in Italia il libro è in ristampa e l’uscita, per la Fandango Libri, è prevista per il 22 aprile).
La pellicola co-prodotta da due acclamatissime star mediatiche Oprah Winfrey e Tyler Perry, è stata presentata al Sundence Film Festival, dove ha vinto il Premio del pubblico, il Gran premio della giuria e il Premio speciale della giuria per l’interpretazione drammatica di Mo’Nique; al Toronto Film Festival, che le ha conferito il Premio del pubblico; e al Festival di Cannes del 2009, dove era in concorso nella seziona Un certain regar ed è stata protagonista di una standing ovation.
E la scalata al successo non si è fermata: ha ottenuto sei candidature agli Academy Awards, portando a casa due Oscar: quello per la Miglior attrice non protagonista (Mo’Nique) e quello per la Miglior sceneggiatura non originale. Due premi, pochi, ma certamente meritati per un’opera tanto drammatica quanto controversa, sulla quale si sono espressi pareri discordanti. Preciuos è l’opera simbolo che ha aperto, a Milano, il 20° Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina.
Il film, ambientato di New York, nel quartiere di Harlem, sul finire degli anni Ottanta, racconta la storia di Precious Jones (Gabourey Sidibe, una perfetta debuttante sul grande schermo), giovane sedicenne afroamericana, obesa e con una serie di problematicità linguistiche, bravissima in matematica, ma ha difficoltà di lettura, ai limiti dell’analfabetismo. La vita si è accanita su questa giovane, che rappresenta tante altre ragazze in difficoltà umane, in un perenne e angustiante disagio appesantito dalla solitudine. Precious sogna. Sogna di essere alta, bionda e di avere un bel fidanzato bianco. Sogna di ballare, sogna di avere successo. I suoi sogni sono le uniche evasioni che può permettersi da un padre che ha abusato vergognosamente di lei, da quando era piccola. E da questi ripetuti e violenti abusi è nata una bambina. Ma Precious è di nuovo incinta. Per questo, la preside della scuola che frequenta, la manda in un altro istituto, per giovani problematici, dove le sarà garantita un’istruzione e un aiuto.
Nonostante una madre ignorante e aggressiva (Mo’Nique), che di sentimento materno è del tutto priva, Precious inizia a frequentare questa scuola. Con l’aiuto di angeli concreti: un’insegnante paziente (Paula Patton), dedita al suo lavoro, e di un’assistente sociale (Mariah Carey), che la ascolta con interesse, Precious riuscirà a tirare fuori la sua drammatica realtà e il suo disperato vissuto, gridando, sottovoce, aiuto. Nel frattempo, partorisce il suo secondo bambino; in ospedale conosce un infermiere (Lenny Kravitz) che la sostiene senza compatirla.
Precious non è una favola, non c’è il lieto fine, ma c’è la riscossa di questa giovane che decide di non arrendersi. Lee Daniels ha avuto la capacità e la sensibilità necessari e doverosi per fare, di questo suo lavoro, un’opera realistica, ma che sa non piangersi addosso. Con uno stile documentaristico, fatto di primi piani e particolari, il regista ha centrato perfettamente il senso della storia: documentare non narrare. Daniels, con la sua macchina da presa, ha documentato una storia non impossibile, ha trasposto, sul grande schermo, un dramma che arriva come un gancio potente nello stomaco dello spettatore, che si trova a guardare questa pellicola sgranando gli occhi. Precious è un film bello, fatto senza false smancerie; è un film sincero, che non vuole piacere a tutti i costi. Infatti, proprio l’assenza di pietismi e commiserazioni fa, di questa pellicola, una storia pura, brusca e decisa nel dramma. Merito di questa estetica lucida, con la quale il film si traduce sullo schermo, è l’interpretazione degli attori: essenziale, asciutta e densa di trasporto; dalla performance toccante, ma non strappalacrime, di Gabourey Sidibe, a quella brutale di Mo’Nique, a una irriconoscibile, ma intensa Mariah Carey, a una delicata Paula Patton.
di Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

Il favoloso mondo di Precious Jones
La straordinarietà del film di Lee Daniels risiede in una meravigliosa protagonista sospesa tra tragedia e sogni di una freschezza e di un’ingenuità dolcissime, in una grande creatività visiva e in una insopprimibile, debordante carica di ironia.
Cosa sarebbe successo se Juno fosse stata un’adolescente obesa di Harlem negli anni ’80 con una situazione familiare inconcepibilmente atroce? Sarebbe stata Precious, e la sua sarebbe stata un’altra storia, molto più vera e molto più dolorosa, ma non per questo priva di fantasia e di forza vitale – anzi, immensamente più ricca su entrambi i fronti. La nostra eroina, a sedici anni, è incinta per la seconda volta di suo padre. Dalla prima gravidanza è nata la piccola “Mongo”, affetta da trisomia 21 e affidata alla bisnonna, mentre Precious si occupa della madre, una donna pigra, vile e malvagia che rifiuta di lavorare e conta di intascare a oltranza le sovvenzioni assistenziali e odia la figlia perché le ha “rubato il suo uomo”. Quando però la preside della scuola raccomanda per la ragazza una scuola speciale, per Precious, che è molto dotata in matematica ma incapace di leggere e scrivere, le cose iniziano a cambiare.
Gabourey ‘Gabby’ Sidibe e Mo’Nique in una scena del film Precious Tratto dal romanzo Push della poetessa/musicista Sapphire, Precious è stato fortemente voluto e prodotto dall’onnipresente Oprah Winfrey e dal poliedrico Tyler Perry, due veri numi della scena black americana, ed è interpretato da una serie di popstar che include Lenny Kravitz e Mariah Carey. Ma non è qui la sua straordinarietà, che si deve tutta a una meravigliosa protagonista sospesa tra tragedia e sogni di una freschezza e di un’ingenuità dolcissime, a una grande creatività visiva e a una insopprimibile, debordante carica di ironia.
La protagonista Gabourey ‘Gabby’ Sidibe, qui al suo debutto, è dotata una strana grazia e simpatia naturale che serve a rendere sopportabile allo spettatore una condizione che sarebbe altrimenti assolutamente straziante, e soltanto Mo’Nique, impegnata nel ruolo di uno dei più terrificanti e riusciti villain cinematografici che si siano visti negli ultimi anni, riesce a rubarle la scena nell’ambito di un cast così ricco di volti noti.
Gabourey ‘Gabby’ Sidibe e Paula Patton in una scena del film Precious Ma la straordinarietà di Precious non è ancora tutta qui: è difficile infatti pensare ad un film che riesca ad essere tante cose allo stesso tempo. E’ una storia di denuncia non solo degli abusi domestici, ma anche del sistema assistenziale e scolastico americano; è una storia di rinascita, in cui gli sforzi di Precious sono eroici, le sue tribolazioni gravose come quelle del più sfortunato tra i protagonisti dickensiani (altro che The Millionaire). E’ un film dissacrante eppure tenero, angosciante eppure confortante, e tutto questo ne fa un’opera umanamente unica come la sua eroina e come tutte le eroine invisibili, precious di nome e di fatto.
Alessia Starace, da “movieplayer.it”

Film black, a tutti gli effetti. Film black perché nero è il colore della pelle di tutti i suoi protagonisti, eccezion fatta per l ‘assistente sociale, l’unica “bianca” (anche se dai tratti marcatamente mediterranei) a far parte del cast. Black perché nero è il destino di Precious la ragazza protagonista, vittima inerme di un passato oscuro e privo di luce; nera perché è nera e torbida l’anima di sua madre Mary, un personaggio la cui cattiveria assume contorni epici e toni così drammatici di cui solo alla fine ci viene resa una parziale giustificazione, senza la quale il suo personaggio sarebbe rimasto un enorme e inspiegato punto interrogativo.
Precious ha lo sguardo ottuso e privo di espressività di un feticcio indios, affronta la vita con una passività disarmante, sia essa rappresentata dagli scherni dei compagni di scuola (nei confronti dei quali ha però improvvisi scoppi di rabbia) o dalle odiose reazioni della madre, minacciosa ed urlante. Precious aspetta un bambino e se la sua coetanea Juno affrontava la gravidanza come uno sberleffo nei confronti di una società leggera e disincantata, per la ragazzona nera, sformata e priva di qualsiasi appeal, quell’attesa, pur se frutto del più rivoltante dei delitti, diventa una prova della propria esistenza, anzi, l’unica motivazione dello stare in una terra dove ti sbattono per terra per toccarti il culo o perché non hai portato le sigarette a tua madre, sprofondata su una logora poltrona a fumare e guardare idioti programmi alla tv. Il sogno di Precious è, invece, quello di avere una televisione in camera per poterla guardare da sola o specchiarsi e vedersi magra e bionda, o diventare una star della canzone e farsi attendere da un affascinate ragazzo in moto che saluta dalla finestra. Siamo ad Harlem dove ogni orrore è possibile ma anche dove ogni sogno può realizzarsi; anche quello di un’analfabeta, priva di educazione e di istruzione, di ritrovarsi con un diploma in mano che le consentirà addirittura di andare al college.
Tratto dall’omonimo libro di Sapphire, Precious è diretto magistralmente da Lee Daniels, già produttore di The Monster’s Ball e The Woodsman – Il Segreto. E non avrebbe potuto essere diversamente visto il tenore di questi film. La storia mette in luce una vicenda di dolore e sofferenza, dove l’aspetto umano, sia esso rappresentato dal sentimento di solidarietà sia invece raffigurato nella brutalità e bestialità dell’uomo, è al centro del ragionamento che muove l’opera. Attentissimo a colpire l’attenzione dello spettatore senza però scioccare, Daniels gira il suo film alternando alla narrazione degli eventi momenti onirici che si distinguono per il cambiamento di stile e inframmezzando rapide significative sequenze come le zampe di maiale che bollono in un’acqua putrida e maleodorante. Si affida ad una cast eccezionale a partire dalla strabiliante Mo’nique nei panni della madre terribile alla quale presta la drammaticità della sua mole e la durezza granitica delle sue espressioni di disprezzo nei confronti della figlia Precious (Gabourey Sidibe). Tra gli attori anche le star Mariah Carey e Lenny Kravitz (entrambi belli e bravi).
Nel prendere distanze dalla squallida realtà c’è anche il momento, per Precious, di ritrovarsi, in un sogno cinematografico, nei panni della bambina della Ciociara con la madre nelle fattezze della Loren, a dedicarle parole buone e rasserenatrici. Un sogno, per l’appunto, di celluloide.
Daniele Sesti, da “filmfilm.it”

2 premi Oscar, 1 premio ai Golden Globe, 3 premi al Sundance Film Festival, 5 premi agli Indipendendent Spirit Awards e oltre 60 premi in 38 festival internazionali hanno fatto di modo che, negli USA, Precious fosse uno dei film rimasti più a lungo nelle sale, ben 19 settimane!
Dopo una sfilata di premi così imponente è difficile andare al cinema senza sperare in qualcosa di significativo, e se poi si scopre che non è quel capolavoro che ci si aspettava la delusione può essere grossa. Resta il fatto che si tratta comunque di un buon film: le persone sensibili piangeranno, gli amanti dei sentimentalismi pedagogici troveranno pane per i loro denti e le famiglie cercheranno di capire perché queste tragedie esistono e come provare a fermarle.
Precious (Gabourey Sidibe) è una diciassettenne, ragazza madre, obesa e nera, che vive a Harlem, New York, negli anni ‘90, con la madre Mary (Mo’nique). Quest’ultima non rispetta la figlia, la odia e le dice: «Ti scopi il mio uomo!», ma non è così, Precious non si “scopa” suo padre, è lui che la stupra ed è di lui che è rimasta incinta.
Precious non sa leggere, scrive a malapena e capisce solo la matematica, per questo le viene consigliato di andare in una scuola alternativa. Lei non conosce il significato della parola “alternativa”, ma le piace come suona e quindi ci va. A scuola finalmente incontrerà delle amiche e, soprattutto, un’insegnante, Ms. Rain (Paula Patton), splendida, educata e cordiale che si prenderà cura di lei e le insegnerà l’importanza dello scrivere.
Il film procederà a suon di colpi di scena drammatici, forti, fatti appositamente per scuotere lo spettatore e per fargli rimanere impressa questa storia. C’è solo qualche piccolo attimo di sollievo per spezzare il fiato, quando Precious, per non vivere dei momenti terribilmente brutti, si immagina amata da Tom Cruise (Barrett Isaiah Mindell) e accolta da un incredibile numero di fan.
Gabourey Sibide, figlia d’arte ma attrice quasi per caso, recita bene, ed è adatta alla parte: “Penso che Precious si senta la persona più brutta del mondo. La sua tristezza … lotta continuamente per cercare di assomigliare a qualcun altro, lotta per essere normale perché pensa di non esserlo. Ho conosciuto un sacco di ragazza come Precious, anch’io mi sentivo un po’ così”. Ora bisognerà vederla in una seconda prova.
Paula Patton eccezionale a tal punto che anche il regista, Lee Daniels, è rimasto sorpreso: “Paula ha reso Ms. Rain sofisticata e talentuosa andando ad aumentare il contrasto tra lei e Precious!”. L’interpretazione della Patton, per certi versi è stata migliore di quella di Mo’Nique che grazie a questo film ha vinto l’Oscar come miglior attrice non protagonista. Mo’Nique riconosce che il suo personaggio potrebbe essere considerato un mostro, per lei, invece, è soltanto una povera donna che non è in grado di prendersi cura si sé stessa.
Lee Daniels, con grande maestria, è riuscito a trasporre su schermo quello che Sapphire era riuscita su carta. Un’operazione che spesso non riesce neanche ai più grandi registi.
Come attori hanno partecipato anche Mariah Carey e Lenny Kravitz dimostrando, come avevano già fatto in passato, di non saper fare solo musica.
Michele Ponte, da “fuorilemura.com”

Affresco di un tugurio in cui si “salva” (forse) una gemma
Harlem. Precious é una ragazza di appena diciassette anni ma é già alla sua seconda maternità (entrambe dovute alle violenze subite dal padre). La sua situazione é terribile, é analfabeta, é obesa, la madre non la difende, anzi, l’accusa del comportamento del padre. L’unica via d’uscita per lei, é quella di accettare l’offerta di frequentare una scuola speciale, che le permetta di elevarsi dal mondo di ignoranza in cui si trova suo malgrado. Nonostante l’opposizione della madre, Precious, decide di iscriversi alla scuola e di tenere il bambino, e, contro tutte le difficoltà, inizierà la strada che potrà portarla al suo riscatto sociale… (sinossi)
Reduce dagli ultimi riconoscimenti conferiti dall’Academy (Oscar per la migliore attrice non protagonista a Mo’Nique e per la miglior sceneggiatura non originale), Precious di Lee Daniels ha inaugurato la 20° Edizione del Festival del Cinema Africano, d’Asia e America Latina a Milano.
Tratto dal bestseller di Sapphire “Push” (pubblicato da Rizzoli nel 1996, ndr), Precious dà forma a quella letterarietà che racconta la vita reale, sfruttando al massimo grado la componente espressionistica del linguaggio cinematografico e delle immagini in movimento.
Protagonista è Claireece Precious Jones (Gabourey Sidibe), sedicenne seviziata sessualmente dal padre e fisicamente, oltre che psicologicamente, dalla madre (Mo’Nique).
Le prime sequenze partono in soggettiva, dalle parole di stampo diaristico della ragazza; sono frasi sgrammaticate, ma piene di una spinta a non tacere più e narrare la sua storia, non di finzione ma di cruda realtà. Il flusso iniziale di inquadrature diventa, in snodi particolari, un pugno nello stomaco dello spettatore. La scelta del regista di girare le scene di violenza con l’obbiettivo ravvicinato, con una ripresa movimentata ed obliqua, rende ancora meno digeribile l’atto incestuoso, reiterato per la povera Claireece – essendo incinta per la seconda volta. Non da meno sono gli scontri verbali e corporali tra madre e figlia, fino a toccare l’esasperazione in gesti estremi come scaraventare il televisore giù per le scale nel tentativo di centrare il bersaglio umano (Precious e nipotino, ndr).
Emerge acutamente dallo sviluppo narrativo che la causa principale di queste vessazioni sia il background dell’America dei sobborghi, un’ignoranza tale da portarti a vegetare su un divano ordinando a tua figlia di mentire per cercare diPrecious_Lee_Daniels_foto ottenere il sussidio di mantenimento. Il livello umano è azzerato, prevale il rancore verso una figlia che nella distorta lettura materna ha solamente rubato l’uomo, senza manifestare la minima difesa nei confronti di quell’innocenza mai preservata.
Un leitmotiv permea il secondo lungometraggio di Daniels: «sfondare». Emergere nella vita. Forse è proprio questa voce interiore a portare Claireece ad accettare la sua “diversità” – o sarebbe meglio dire quella che gli altri tacciano come tale, a partire dagli educatori scolastici del ghetto – e a decidere di farsi guidare dall’assistente sociale (Mariah Carey) e dalla nuova insegnante (Paula Patton) della scuola speciale. Il destino è una strada da costruire e Precious colpisce nel segno nel suggerire come non sia e non possa essere tutto scritto; Claireece pur ricevendo una valanga di insulti, mancanza di stima e fiducia da parte di sua madre, crede nel potere della parola, della conoscenza, dell’applicazione e soprattutto nelle sue umane capacità. Gli inserti onirici della ragazza in cui si immagina un’acclamata star dimostrano quanto lei non voglia cambiare se stessa, il suo essere grassa, ma parta da uno stereotipato deficit per crescere.
Non riconoscere quanto queste situazioni di “non vita” siano persistenti sarebbe anacronistico ed un non voler guardare in faccia la realtà – anche quella più vicina, senza pensare che ciò accada solo in America e tra i neri – ma sorge spontaneo rilevare quanto, in alcuni punti, Precious, per scelte registiche e di scrittura, venga martirizzata. Immancabile il clichè dell’insegnante-salvatrice, pur chiudendosi il cerchio con uno slancio aperto ed evocativo. Peccato perché gli sprazzi di film verista, con taglio documentaristico in particolare sull’ambiente socio-culturale e sul gap famigliare, avrebbero potuto sposarsi con una commozione più ricercata, meno tendente al patetismo e magari più ad un disegno poetico.
Tra durezza e sensibilità Precious ci ricorda quanto «tutto è un dono dell’universo», persino i frutti di qualcosa/qualcuno che marcisce dentro arrecando dolore all’altro. Quello che tocca è che questo grido – schiaffo di fronte all’automatismo e alla sordità imperanti – provenga da un’adolescente con una maturità e senso di responsabilità mai posseduti dai suoi “genitori” e con gli occhi impreziositi da una «luce che brilla per gli altri».
Maria Lucia Tangorra, da “cineclandestino.it”

Claireece “Precious” Jones (Gabourey Sidibe) è una ragazza di sedici anni che abita nel ghetto di Harlem degli anni ’80. Obesa e semianalfabeta, Claireece è incinta per la seconda volta di suo padre e vive con la madre Mary (Mo’Nique), che la maltratta e la umilia di continuo.
Derisa ed emarginata da tutti trova rifugio solo nella sua fantasia. Ma quando viene espulsa dalla scuola per via della sua seconda gravidanza, Preciuos non si da per vinta ed accetta di trasferirsi in una scuola alternativa. Nel corso di alfabetizzazione di Ms.Rain (Paula Patton), inizierà il suo difficile percorso per accettarsi e “riabilitarsi” nella società.
Presentato (e premiato) nel 2009 al Sundance Film Festival e vincitore di due statuette agli Oscar 2010 (per la miglior sceneggiatura non originale e alla miglior attrice non protagonista) Precious è il secondo lungometraggio del produttore/regista Lee Daniels. Il film è tratto dal romanzo “Push – La storia di Precious Jones” della poetessa Sapphire. Un soggetto estremo, crudo, che per ammissione del regista è stato adattato ad un linguaggio cinematografico meno “hardcore” ma che ne mantiene l’impatto emotivo.
Un “American Dream” sporcato di fango, declassato, una storia di formazione dove la rivalsa è solo un riacquistare la dignità, un passaggio da un’orribile adolescenza ad un mondo adulto di responsabilità che non da alcuna certezza.
Daniels mette in scena il suo documentario “neorealista”, dove i personaggi appaiono struccati, messi in primo piano (le popstar Mariah Carey e Lenny Kravitz sono irriconoscibili) e in un certo senso umanizzati, anche se studiati e necessari (Mary è “l’antagonista” e Ms. Rain “la salvatrice”). A questa visione “reale”, si alternano sequenze oniriche e kitsch di fuga dalla realtà (Precious sogna di essere con la madre nel film “La ciociara” per citare il neorealismo): una vena ironica che allenta la tensione.
Gabourey Sidibe (al suo debutto cinematografico) è una forza della natura. Non la vediamo recitare ma semplicemente essere Precious. La sua presenza fisica invade lo schermo, ci avvolge e ci trasmette empatia: una ragazza che lotta per essere accettata per quella che è, senza sognare di essere diversa, ma sognando un mondo diverso. La sua ostinazione nell’andare avanti, il suo essere immune al dolore, la rendono a suo modo un’eroina.
Mo’Nique premiata con l’Oscar, interpreta magistralmente il ruolo della madre di Precious, Mary.
Personaggio complesso e vero antagonista, una strega che ripiega nella cattiveria il suo dolore (e quindi rivela un lato umano): sta invecchiando da sola, prova invidia e gelosia per quella figlia che non ha saputo proteggere, quella figlia che le ha “rubato l’uomo”.
Nonostante la vicenda sia imprescindibile dal tessuto sociale in cui si sviluppa, il film non va visto come una semplicistica critica al modello del welfare americano, o condannato per gli stereotipi sui neri e la famiglia di colore: Precious sfrutta questi elementi per raccontare una storia di dolore, umanità e coraggio, una “preziosa” lezione di vita.
Marco Aresu, da “cinemalia.it”

Esiste un confine del dolore, una soglia oltre la quale non si prova sofferenza e il male penetra tanto a fondo nei tessuti da anestetizzarli. Laggiù la vita appare fatta di niente, disgregata e intangibile come un sogno.
Su quel confine si tiene in bilico l’esistenza di Claireece Precious Jones (Gabourey Sidibe), vessata da abusi e violenze innominabili, dissanguata e inerte, aliena da ogni possibile forma di speranza, di attesa.
Siamo alla fine degli anni Ottanta ad Harlem, un quartiere difficile cui ben poco giova l’intervento pur continuo dei servizi sociali. Precious è una sedicenne obesa e analfabeta, cresciuta nell’assoluto degrado di una famiglia folle: il padre la stupra sin dall’infanzia, la madre sta a guardare, gelosa che il suo uomo la preferisca a lei e che le abbia dato più figli. Nel tempo del film la ragazza è infatti alla sua seconda gravidanza; quando la direttrice della scuola che frequenta ne viene a conoscenza, la espelle e le indica un istituto alternativo a cui rivolgersi. Nonostante le proteste e gli insulti della madre, Precious si iscrive all’Each One Teach One, una scuola che accoglie ragazzi disagiati e ne cura il processo di alfabetizzazione. Qui ha inizio la sua risalita, la costruzione lenta e concreta di una libertà possibile. Grazie all’insegnamento appassionato di Miss Rain (Paula Patton) e alla condivisione del lavoro con le compagne di corso, Precious sperimenta l’amore per la prima volta e trova la forza di cambiare, radicalmente e definitivamente, la propria vita.
Un film struggente, che affonda il bisturi nelle carni di un corpo sociale malato per estrarne uno ad uno gli organi infetti, primo fra tutti la famiglia, che diventa patologica aberrazione quando nega se stessa e le sue naturali dinamiche. Fa orrore il padre della protagonista, ma forse più ancora la madre – resa tremendamente reale dalla magistrale interpretazione di Mo’Nique – una donna incapace di provare gli affetti più elementari, sprofondata in uno stato di abbrutimento animale che sconcerta e ferisce.
La solida sceneggiatura, basata sul romanzo di Sapphire Push – La storia di Precious Jones, acquisisce una potenza ancora maggiore grazie alla regia intelligente e suggestiva di Lee Daniels, che alterna momenti di asciutta crudeltà con bellissimi segmenti visionari e onirici, conferendo incredibile leggerezza a una storia altrimenti difficile da digerire.
Silvia Ianniello, da “persiinsala.it”

Ci sono storie che hanno l’esigenza di essere scritte, raccontate, rappresentate. Storie che hanno l’urgenza di prendere vita e diventare un dono per chi ha imparato a saper ricevere. La generosità della penna di Ramona ‘Sapphire’ Lofton, scrittrice e poetessa statunitense, ci fa conoscere uno dei personaggi femminili più potenti e unici della storia della letteraura e del cinema contemporanei: Clareece ‘Precious’ Jones. Entrare nel mondo di Precious non è affatto semplice. È una ragazza sedicenne che vive nella decadente Harlem degli anni ottanta, frequenta ancora le scuole medie ed è incinta del suo secondo bambino. Vive sola con sua madre, la cui presenza non fa altro che peggiorare e schiacciare le sue speranze e la sua indole curiosa, solare e piena di vita. Le è stato sempre detto di essere una nullità e lei ci ha creduto. Ha sognato di diventare qualcuno di speciale, inconsapevole di esserlo già. Precious è una persona grande, troppo grande. Ingombrante. In tutti i sensi. Ma il peso più grande che questa giovane donna si porta addosso è quello emotivo. Fino a questo momento del suo percorso umano, il suo non è mai stato veramente vivere, ma sopravvivere. Sopravvivere alla violenza, alle umiliazioni, alla disperazione. A quella solitudine che può solo essere stata provocata da una profonda e reale sofferenza. La sua vita è ferma, è stata danneggiata, rubata. L’unico modo per andare avanti è trovare un’alternativa. Lei non è mai vittima di se stessa: è una combattente. Attinge dalla sua fonte inesauribile di coraggio e fronteggia le situazioni più estreme con dignità, poiché l’entità del suo peso è proporzionale alla ricchezza del suo spirito. Grazie all’appoggio di persone che in lei riescono a vedere la luce, Clareece impara ad aprirsi, a parlare, ad esprimersi attraverso la lettura e la scrittura, mezzi indispensabili all’essere umano per comunicare e difendersi, che ingiustamente e crudelmente le erano stati preclusi in passato.
E da qui la vita comincia.
Il lavoro di Lee Daniels e Geoffrey Fletcher , rispettivamente alla regia e alla sceneggiatura, ha sicuramente rispettato e arricchito la visione originale dell’autrice. Daniels non è affatto nuovo, in quanto portabandiera di progetti a dir poco scomodi: nel 2001 è produttore di Monster’s ball, che tratta il tema della pena di morte, mentre nel 2004, con la stessa tenacia e fermezza investe su The woodsman, in cui si parla dello scottante argomento pedofilia in un modo nuovo,ambiguo e decisamente interessante. E finalmente, nell’anno 2009, si mette in gioco passando dietro la macchina da presa con Precious, centrando il bersaglio e aggiudicandosi innumerevoli premi e riconoscimenti a livello internazionale. Apparentemente ci si trova davanti a un linguaggio “neorealista” ( il regista omaggia persino La ciociara di Vittorio De Sica ), ma se si oltrepassa lo strato superficiale – che comunque, data la trama, superficiale non è mai – si nota un delicato e soffuso tocco poetico che accompagna lo spettatore anche nelle scene più feroci e drammatiche.
Una lode particolare va alla scelta degli attori, ognuno perfetto per la parte affidatagli: su tutti l’esordiente Gabourey Sidibe (vincitrice del premio Oscar come miglior attrice proprio per questo ruolo) che interpreta, appunto, la protagonista del film. Un’attrice così in Italia sarebbe stata considerata una caratterista, ma, fortunatamente, chi sa guardare più lontano ha saputo scorgere in lei una spiccata personalità e sensibilità, doti fondamentali per chi ha deciso di dedicarsi alla recitazione, qualità che vanno aldilà di qualsiasi aspetto fisico. Figurano anche volti ben noti al pubblico, soprattutto a quello musicale, ovvero Lenny Kravitz e Mariah Carey e Mo’nique (che, dopo l’interpretazione della Sidibe, si aggiudica il secondo premio come miglior performance attoriale). Anche in questo caso, un azzardo particolare è stato quello di accostare volti così pop e patinati ad uno stile registico tanto realistico, ma l’operazione è senza dubbio riuscita: merito di un cast tecnico che punta ad essere invisibile per dare giustamente il massimo spazio alla storia, ma magistrale, se si osserva attentamente la scelta dei costumi, del trucco, delle ambientazioni e della fotografia.
Pur parlando di morte e afflizione, un senso di benessere pervade il corpo e la mente dopo la visione di questa pellicola. Una pellicola intima, che va vissuta. Precious diventa un punto di riferimento, un’eroina, che ci mette in contatto con i nostri sentimenti più profondi, insegnandoci che il dolore cui ci hanno condannato può essere trasformato in amore, che la vulnerabilità è la vera forza e che si deve stare molto attenti a preservare ciò che di prezioso abbiamo. E, se non ce l’avessimo, se ancora non fossimo arrivati al traguardo di guardarci allo specchio e vedere il nostro puro riflesso, dovremmo essere almeno in grado di riconoscerlo negli altri. In silenzio, ma con una mano tesa.
Giovanna Ferrigno, da “taxidrivers.it”

Lunghi applausi e quasi una standing ovation nella Sala Debussy, dove alla presenza di due membri della giuria, Julie Gayet e Paolo Sorrentino, c’è stata la presentazione di Precious, del regista afroamericano Lee Daniels. Il film è in concorso nella sezione Un Certain Regard in questa 62. edizione del Festival del Cinema di Cannes.
Tratto dal famoso romanzo Push della poetessa newyorkese Sapphire (tradotto in Italia, qualche anno fa, da Rizzoli) è la storia di Claireece “Precious” Jones, un’obesa sedicenne. Siamo nel 1987, a New York, e la sua vita è un vero e proprio inferno: a scuola è continuamente derisa per il suo sovrappeso, per la strada è oggetto di scherno e nella squallida casa di Harlem dove vive non trova altro che le persecuzioni psicologiche della madre e le violenze fisiche del padre, causa di due gravidanze.
Precious è ben interpretata dall’esordiente Gabourey “Gabby” Sidibe, figlia di Alice Tam Ridley, cantante gospel, e del senegalese Ibnou Sidibe. Proprio alla vena artistica della madre c’è un preciso riferimento negli inserti dei sogni di Precious, che nei rari momenti di tranquillità immagina un mondo ovattato fatto di canzoni, riflettori e vestiti luccicanti.
L’adolescente non riesce a trovare tempo per se stessa, non riesce addirittura a leggere o scrivere! La preside del suo istituto le consiglia così una scuola alternativa (la Each One/Teach One). Qui si affida all’insegnante Blue Rain (Paula Patton, già vista al fianco di Denzel Washington in Déjà Vu), nella speranza che l’istruzione possa aiutarla a liberarsi e alla fine riuscirà a cambiare completamente la sua vita.
Tra gli interpreti anche due star della musica pop internazionale: Mariah Carey e Lenny Kravitz, naturalmente oggetto di urla ed acclamazioni fanatiche di tanti giovani presenti alla proiezione. Carey è amica di lunga data del regista Lee Daniels, ed è forse questo l’unico motivo per giustificare la sua presenza in questa pellicola, nel ruolo dell’assistente sociale Weiss. Anche il sex symbol Kravitz non convince più di tanto nei panni dell’infermiere John. Le due star, oltre che prendere a cuore le sorti della protagonista, sono chiaramente un richiamo al botteghino…
Sicuramente più convincente l’interpretazione della mamma di Precious, Mary (Mo’Nique, poliedrica attrice di commedie) che con le sue violente scenate di follia riesce in maniera eccellente a farsi odiare dagli spettatori.
Il film scorre benissimo, intervallato da note di musica disco anni ’80 (Diana Ross, Labelle) che riesce a spezzare le forti emozioni che si susseguono.
Precious a gennaio ha partecipato al Sundance Film Festival dove ha vinto sia il premio della giuria che del pubblico.
Giorgio Sgarbi, da “cinemafrica.org”

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