Noi credevamo

Le due Italie di Martone
di Alberto Crespi L’Unità

Noi credevamo che 30 copie o 3000 non dovessero fare alcuna differenza. Noi credevamo che i premi veneziani non dovessero decidere del valore di un film. Noi credevamo, e crediamo ancora, che Noi credevamo fosse e sia un capolavoro. Scusate il ripetuto gioco di parole, ma è determinato dalla volontà di tornare al film e al suo significato profondo. Intorno all’affresco risorgimentale di Mario Martone si sono agitati venti di polemica che non servono a nessuno. Detto che le 30 copie sul territorio nazionale sono una vergogna – di chiunque sia la colpa: di Raicinema che ha prodotto, di 01 che distribuisce, degli esercenti che aspettano i cinepanettoni di Natale con la bava alla bocca –, noi possiamo solo invitare i nostri lettori a formare file fuori dai cinema, a dimostrare ai mercanti che si sono impossessati del tempio che c’è ancora domanda di qualità. In fondo è quanto è successo qualche sera fa su Rai3, con l’exploit Fazio/Saviano/ Benigni. La Rai è ormai un commando suicida votato all’autodistruzione, per preciso diktat di chi ci governa: noi spettatori abbiamo solo la forza delle nostre scelte per dimostrar loro che sbagliano. Noi credevamo esce in una copia lievemente ridotta rispetto al film visto a Venezia. Martone giura di esserne soddisfatto: «Il film è migliorato, ho asciugato soprattutto la prima parte: se prima era un andante, adesso è un allegro». Il regista pensa al film come ad una sinfonia in 4 movimenti, piuttosto che ad uno sceneggiato tv in4 puntate. Non ha torto, se si pensa che sinfonie e melodrammi (assieme ai feuilleton) erano gli intrattenimenti popolari dell’Ottocento. Noi credevamo copre un arco temporale che va dal 1828 al 1862. Martone e il suo sceneggiatore, Giancarlo De Cataldo, hanno creato tre protagonisti fittizi, tre amici – Domenico, Angelo e Salvatore – di origine aristocratica e giacobina i primi due, figlio di contadini il terzo, che nel primo capitolo si affiliano alla Giovine Italia di Mazzini e strada facendo incrociano personaggi ed episodi rigorosamente storici. Non siamo molto lontani dal lavoro di De Cataldo per Romanzo criminale: protagonisti immaginari ma molto vicini al vero, contesto reale e documentato al mille per mille. Dal Cilento i tre ragazzi salgono prima a Torino, poi a Parigi dove incontrano la mitica principessa Cristina di Belgioioso e chiedono a lei aiuti per sostenere la causa mazziniana. Nel secondo «movimento» Domenico è in carcere, dove discute del futuro dell’Italia con Carlo Poerio e altri patrioti. È il momento più alto del film, dove un’impostazione teatrale quasi brechtiana si sposa a una verità – di scrittura e di recitazione – degna di Rossellini. Ci si interroga: l’Italia deve essere monarchica o repubblicana, meridionale o piemontese? È la dialettica dei «due Risorgimenti » che per Martone è il cuore speculativo del film. Fin da prima di Garibaldi e dei Mille, l’Italia nasce divisa: chi la vuol repubblicana (Mazzini) e chi persegue l’annessione del Sud al Piemonte (Cavour), e questa – passateci il paradosso mancanza di unità sul progetto di Unità è alla radice dell’Italia di oggi, e fa di Noi credevamo una riflessione sul nostro presente. «Questa divisione si è ripresentata in tutte le forme che la nostra storia successiva ha conosciuto, passando ovviamente attraverso fascismo e antifascismo e arrivando fino ai giorni nostri», dice Martone. Come dargli torto, vedendo le crepe sempre più profonde che segnano anche la vita civile e politica del presente? Nel terzo movimento Angelo partecipa all’attentato contro Napoleone III, nel quarto l’unità è compiuta e cominciano riciclaggi e trasformismi. Il Crispi di Luca Zingaretti e il Mazzini di Toni Servillo sono due fra le tante anime del film, l’opportunismo politico contro l’idealismo tragico. Abbiamo citato due dei bravissimi attori e servirebbe un’intera pagina di giornale per citare tutti gli altri. Diciamo solo che il livello della recitazione è un altro motivo per non perdere questo magnifico film.
Da L’Unità, 12 novembre 2010

Viaggio lungo ed emozionante nel Risorgimento italiano nascosto
di Davide Turrini Liberazione

Per rimanere su quel “noi”, che nel film di Martone appare, scompare e ricompare come un soggetto storico perennemente in bilico, ci teniamo a dirlo subito: Noi abbiamo pianto. Tanta e tale è l’intima commozione di fronte ad un possente monumento nazionale come Noi credevamo. Soprattutto in quel finale quando le parole di un protagonista risuonano in un parlamento italiano vuoto. Cinema fuori durata che scandaglia ed esplora il Risorgimento italiano nascosto, sfiorando le icone (Mazzini e Garibaldi) quasi fossero comparse. E più che la nozione scolastica di patria, o le sopracciglia imbiancate di qualche repubblicano del secolo passato, Noi credevamo racconta dell’idealità e coerenza che hanno contraddistinto le lotte politiche contro l’ingiustizia e l’oppressione di ogni tempo. Scandito in quattro atti consequenziali e compenetranti l’uno all’altro, dal 1822 al 1862, Noi credevamo segue i passi decisi di tre giovani patrioti del Cilento (Domenico e Angelo di ceto nobiliare, Salvatore di origine contadina) posti di fronte alle brutalità dell’esercito borbonico: affiliatisi alla Giovine Italia mazziniana, nel ’34 corrono a Parigi, conoscono l’illuminata e affascinante principessa di Belgiojoso (una Francesca Inaudi da mozzare il fiato) e cospirano per la morte del monarca piemontese Carlo Alberto in nome della repubblica. Ma i moti savoiardi falliscono, Angelo uccide Salvatore ritenendolo una spia e Domenico finisce nel carcere borbonico di Montefusco. Passano gli anni, anche la Repubblica Romana del ’48 fallisce e Angelo adulto (Valerio Binasco) si ritrova a Londra per preparare l’ennesimo tentativo, poi fallito nel ’54, di attentare a Parigi la vita di Napoleone III, reo di aver impedito l’unità d’Italia appoggiando il papato anni prima. Angelo verrà ghigliottinato e Domenico (Luigi Lo Cascio), uscito dal carcere dopo molti anni, tenterà nel ’62 di riunirsi alla lotta di Garibaldi per liberare Roma dal papa, nonostante l’avvenuta unità d’Italia, finendo disperso sotto il fuoco “amico” dell’esercito piemontese. Centosettanta minuti (il director’s cut veneziano era di duecentoquattro) per entrare in un mondo ottocentesco minuziosamente ricostruito, recitato con impeto da un cast inarrivabile e girato in stato di grazia da Martone cineasta. Noi credevamo è il film italiano più politico di questo inizio secolo: saggio ragionato e lucido sulle storture che resero l’Italia unita e di cui ancora oggi subiamo le conseguenze culturali; sentita e ispirata messa in scena del fallimento di ogni sacrosanta utopia democratica. In alcuni momenti sono solo le candele ad illuminare la scena, la nuca eburnea di Inaudi, gli occhi infervorati di Binasco o è solo il fuoco a screziare visi, camice rosse e fucili puntati in alto degli arrembanti garibaldini, simbolico telone rosso da Novecento di Bertolucci. Più utile di un manuale di storia o di un pistolotto moralista sulla corruzione che tanto vende oggi. Solo trenta le copie distribuite. Occorre andarlo a vedere per fare presto il tutto esaurito.
Da Liberazione, 12 novembre 2010

Quell’Italia nata da idealisti e traditori
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Il Risorgimento come “passato che non passa”, radice se non specchio deformato del nostro presente, album di famiglia già dotato di tutti i tipi e le tendenze che popolano la vita pubblica italiana. Idealisti e traditori, trasformisti e cospiratori, terroristi e uomini forti, esuli e prigionieri politici. Noi credevamo non è solo un magnifico affresco che rovescia come un guanto ciò che credevamo di sapere sulla nascita della nostra nazione rendendo queste figure più vive che mai. È una rassegna commossa e insieme spietata di intrighi ed orrori, occasioni mancate e lotte fratricide, che scava nell’eterna distanza fra Nord e Sud, aristocratici e borghesi, estremisti e moderati, monarchici e repubblicani. Tre ore di film, quattro atti, trent’anni di storia e di storie, un gruppo di amici del Cilento che spera, lotta, invecchia, si divide, sprofonda nella follia o nel disincanto. Appaiono in nuova luce Crispi, Mazzini, Felice Orsini, Cristina di Belgioioso, mentre Londra e Parigi danno dimensione europea a lotte e giochi politici. Ambizioso, tumultuoso, appassionante. Un calcio salutare a retoriche e Bignami. Cast espanso e strepitoso. Mazzini: «La nostra è guerra, guerra mortale, guerra che si combatte segretamente da anni, da secoli, e volete vincere alla prima battaglia?».
Da Il Messaggero, 12 novembre 2010

La meglio gioventù
di Lietta Tornabuoni L’Espresso

Opera piena di energia, di ardita gente giovane, di ragazzi rivoltosi; e insieme storia di una sconfitta, film tragico. Noi credevamo” (il titolo è di Anna Santi) di Mario Martone, realizzato per la Rai nel molto celebrato centocinquantesimo anniversario dell’Unità d’Italia, arriva a compiere un’impresa molto difficile, intellettualmente onesta: raccontare il Risorgimento senza esaltazioni d’occasione ma per quanto fu per i protagonisti: una delusione profonda. Ancora oggi resistono i conflitti mai superati di allora: conflitto tra Nord e Sud del Paese, tra conservatorismo autoritario e democrazia libertaria, tra padronato e proletariato. La lìnea del potere temporale dei papi e la nascita della Repubblica, unici sostanziosi mutamenti istituzionali, hanno preteso molto tempo e restano imperfetti. Il lavoro culturale compiuto da Martone è davvero ammirevole. Il film, basato su tre personaggi e diviso in quattro periodi, parlato in molti dialetti e diverse lingue, mutilati di circa mezz’ora rispetto alla versione originale, di stile ineguale, non ha nulla di scolastico nè di esaustivo (mancano gli austriaci e l’Austria, mancano il 1848 e il I860 delle Cinque Giornate di Milano e dell’impresa dei Mille). Analizza il 1828 -1834 della carboneria meridionale; il 1852-1855 degli anni di detenzione subiti dai patrioti; il 1856-1858 degli attentati dinamitardi a Parigi; l’alba della Nazione. Non mancano gli opportunisti voltagabbana Francesco Crispi e Antonio Gallenga (Luca Zingaretti, Luca Barbareschi). Giuseppe Mazzini, consumato dal fuoco della politica, interpretato da Toni Servillo in una versione quasi terroristica, dopo il lungo esilio morì clandestino in patria nel 1872. a Pisa, sotto lo pseudonimo di dottor Brown.
Da L’Espresso, 25 novembre 2010

C’era una volta il Risorgimento
di Valerio Caprara Il Mattino

Pugnace tentativo d’affresco antiretorico, kolossal autarchico dalla travagliata gestazione e libera rivisitazione del libro omonimo di Anna Banti, «Noi credevamo» fa una certa fatica a districarsi dalle polemiche che ne accompagnano l’uscita. Lo strano è, però, che la maggior parte di queste schermaglie extra-testuali sono alimentate proprio da Mario Martone, il regista e cosceneggiatore insieme a Giancarlo De Cataldo: prima d’interrogarsi sul fervore del racconto, sulla sua presa emotiva e spettacolare o sull’originalità delle soluzioni stilistiche adottate, lo spettatore rischia, in effetti, di doversi per forza confrontare con la conclamata carica eversiva dell’interpretazione, per così dire, martoniana del Risorgimento. Non sarà un peccato grave, ma di solito i grandi film producono questo tipo di riflessioni, anziché farsene precedere come se fossero altrettanti test d’ingresso. (per non dire autodafé cui far seguire l’abiura o la condanna degli eretici). Prudentemente ridotto rispetto alla versione in concorso all’ultima Mostra di Venezia, «Noi credevamo» intende rievocare in quattro atti ampi scorci di storia italiana preunitaria (1828-1862): attraverso le diverse vicissitudini, i viaggi avventurosi e le imprevedibili traiettorie del cuore e della mente di tre giovani cilentani affiliati alla Giovine Italia, Domenico, Angelo e Salvatore, gli episodi frammentari, i personaggi inventati o reali, gli eventi storici importanti e quelli trascurati tendono a stagliarsi nella fissità straniata e compassata di un cinema ispirato alla maniera neo-brechtiana dei Taviani. In estrema sintesi Salvatore sarà ucciso da Angelo che l’ha preso per una spia, mentre quest’ultimo, coinvolto nell’attentato di Felice Orsini contro Napoleone III, è destinato a finire sotto la ghigliottina; in quanto a Domenico, già ristretto nei carceri borbonici, vedrà l’entusiasmo suscitato dall’Unità d’Italia amaramente estinguersi davanti alle guerre fratricide sull’Aspromonte e ai massacri compiuti dall’esercito sabaudo ai danni delle popolazioni meridionali. Certo lontano dai procedimenti viscontiani (da «Senso» a «Il gattopardo») che mescolano il fattore storico con quello umano nel crogiuolo fiammeggiante dell’epica e del melodramma, Martone gioca la posta drammaturgica sulle scelte e le esclusioni: dei padri nobili del Risorgimento, emerge per esempio quasi solo Mazzini, al quale sono peraltro attribuite le discutibili stimmate del terrorista ante-litteram; di Garibaldi s’intravede in extremis solo la silhouette, circonfusa da un’ammiccante luce celestiale; Cavour risulta abrogato del tutto e Crispi è utilizzato per farne un topico esemplare del voltagabbana italico. Tutto bene, se dal complesso di storie, ricostruzioni e suggestioni non finisse per promanare un che di didascalico e d’impettito, da fiction tv: sia pure applicati e diligenti, i bravi attori funzionano non a caso come portaparola dell’autore, pedine di un teorema per immagini, figure sempre un tono «sopra» a un genuino afflato narrativo. Forse perché l’encomiabile sforzo compositivo ritorna sempre – come abbiamo detto – al doping del messaggio, all’ossessione del collegamento del presente col passato (e non viceversa) che include facili anacronismi (un fabbricato abusivo vista mare, vetri antiproiettile in prigione, un’insegna al neon parigina) per sottolineare al colto e all’inclita la continuità dei presunti «disastri» risorgimentali. A proposito dei quali è lecito che l’artista abbia agito con l’accetta; senza poter pretendere, peraltro, che passino per nuove le critiche che tutte le culture politiche italiane del Novecento – tradizionalisti neoborbonici e ultrà paleomarxisti inclusi – hanno portato alla nascita del nostro stato nazionale.
Da Il Mattino , 12 novembre 2010

Le verità scomode del Risorgimento
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Il titolo Noi credevamo è quello di un romanzo di Anna Banti: ogni speranza e promessa del Risorgimento delusa, tradita. È la storia di una sconfitta, un film tragico: all’inizio, la testa mozzata di un ribelle meridionale infilzata sulla baionetta d’un militare piemontese. Storia non scolastica e parziale (mancano l’Austria,il 1848 e il 1860 delle cinque giornate di Milano e dell’impresa dei Mille), girata in digitale, nel 150° anniversario dell’Unità d’Italia Noi credevamo dice che restano oggi ancora irrisolte la conciliazione tra Nord e Sud, quella tra padronato e proletariato, quella tra conservatorismo autoritario e democrazia libertaria: i soli mutamenti risultano istituzionali e hanno preteso tanto tempo, la fine del potere temporale del Papato, la Repubblica.
Il film è diviso in quattro periodi e basato su tre personaggi: il 1828-1834 di Salvatore e del brigantaggio meridionale; il 1852-1855 di Domenico (Luigi Lo Cascio) e dei lunghi anni di detenzione sofferti dai patrioti; il 1856-1858 di Angelo (Valerio Binasco) con gli attentati dinamitardi a Parigi e le lotte per la Repubblica; l’alba della Nazione. Toni Servillo è Giuseppe Mazzini, figura pallida divorata dalla passione politica. Non mancano naturalmente i personaggi ambigui, gli opportunisti, i voltagabbana così italiani (Francesco Crispi, Antonio Gallenga impersonati da Luca Zingaretti e Luca Barbareschi), né l’appassionata aristocratica Cristin di Belgioioso (Francesca Inaudi); il finale è affidato a Anna Bonaiuto. È un film parlato in numerosi dialetti e in diverse lingue (francese, inglese), ambientato anche a Ginevra, Londra, Parigi oltre che nel Cilento e in Piemonte, con qualche voluto anacronismo e una mutilazione che lo abbrevia, rispetto all’originale, di una mezz’ora. Nella vicenda tutta fondata su documenti certi, l’episodio meno noto è l’attentato di Felice Orsini a Parigi, che non uccise Napoleone III ma provocò otto morti e 150 feriti.
È un film di gente giovane, di ragazzi rivoltosi: questo, insieme con le alte idealità del Risorgimento, gli dà una bellissima vitalità, grande energia. I temi discussi sono appassionanti, lo stile sembra troppo posato e teatrale. Il risultato è molto, molto interessante: Martone ha colto un’occasione storico-celebrativa per raccontare verità storico-scomode sul nostro Paese, con una serie insistente di allusioni al nostro presente; ha quindi svolto un’esemplare funzione culturale. Peccato che lo stile e i costumi degli attori appartengano invece ai modi più convenzionali dei fotoromanzi televisivi.
Da La Stampa, 12 novembre 2010

di Giona A. Nazzaro
Ci sono voluti ben sette anni di lotte, delusioni, timori e speranze, prima che Mario Martone riuscisse a portare a termine Noi credevamo, il suo film sul risorgimento italiano che nell’arco di tre ore e mezza affronta nodi ancora ampiamente irrisolti della nostra storia nazionale. Reduce a mani vuote dal Festival di Venezia, com’era prevedibile d’altronde, il film di Martone, proprio com’è già accaduto a Vincere di Marco Bellocchio, è stato accolto con una reazione quintessenzialmente italiana. Da un lato, inevitabilmente, si è lodato lo sforzo, il tentativo, il cimento erculeo del regista partenopeo, dall’altro i numerosi distinguo, sia degli storici che dei critici cinematografici, hanno espresso benissimo il senso di disagio che Noi credevamo suscita.
Proprio com’era accaduto con Vincere, lodando il tentativo si prendevano le distanze dal progetto attaccandone inevitabilmente il senso. Infatti, eliminati i convenevoli festivalieri, sia a Bellocchio che a Martone non si perdona di avere osato affrontare la storia del nostro paese secondo modalità che non la danno affatto per “passata”. Infatti sia Bellocchio che Martone commettono con straordinaria audacia due crimini in uno, stando ai tutori dell’ordine intellettuale (anche quelli – più o meno – insospettabili). Entrambi affrontano, infatti, non solo la storia italiana al presente, ma lo fanno attraverso l’agone della forma cinema, lontanissimi dalle semplificazioni prodotte dal pensiero unico televisivo; sia esso declinato in forma di mero intrattenimento che calato nella dimensione classica della fiction “impegnata”. Senza contare inoltre che Martone ha dovuto scontare duramente la caparbietà e la ferocia di L’odore del sangue, il suo film precedente, andato incontro a un’incomprensione molto acuta, cosa che dimostra, qualora ce ne fosse ancora bisogno, che “sbagliare” film o tentare di uscire dal solco della produzione maggioritaria viene fatto pagare a carissimo prezzo. Se non è censura, poco ci manca.
Così come Vincere – nonostante l’attenzione della critica internazionale e del pubblico italiano – è stato accolto come un film “sconveniente”, qualcosa che era meglio mettere da parte velocemente, allo stesso modo Noi credevamo potrebbe rischiare di subire il medesimo trattamento e quindi la medesima rimozione. Cosa che non deve assolutamente accadere. Noi credevamo è probabilmente il miglior film italiano degli ultimi decenni. Uno dei pochissimi sussulti di dignità e vitalità che, per citare Domenico Starnone (cfr. Almanacco del cinema), possono contribuire a creare “un contesto di vivacità democratica”. Cosa di cui il nostro cinema, come evidenziato da tutti gli interventi raccolti nell’Almanacco del cinema, ha un bisogno tremendo. Perché, sempre Starnone, “rischiamo di essere un paese dove anche quando ci si sente ‘fuori’, ‘nuovi’, in realtà si è ‘dentro’ fino agli occhi”. Ed è esattamente questo il senso “del venire fuori”, del “chiamarsi fuori”, che trasmettono film come Pietro di Daniele Gaglianone, il Tony Scott di Franco Maresco e Noi credevamo. Provocare una discontinuità dall’esistente (dal “dentro”). Con lucidità rigorosa e appassionata. Per un fuori autenticamente “fuori”.
Raramente un film italiano chiama alla vigilanza critica. Noi credevamo è uno dei pochissimi titoli degli ultimi decenni del cinema italiano che merita di essere amato e difeso a spada tratta. E che deve diventare patrimonio condiviso non solo del pubblico cinematografico ma della cultura italiana tutta. Se ciò non accadesse, il nostro paese avrebbe nuovamente perduto un’occasione importante non solo per ragionare su se stesso ma, soprattutto, per ricreare quegli ambiti di confronto poetico e democratico che in questa particolarissima congiuntura sono ridotti a pochi cenacoli abitati da ancor meno resistenti.
A ben vedere, Noi credevamo, per quanto ci riguarda, incarna alla perfezione il senso dell’interrogativo alla base dell’Almanacco del cinema della nostra rivista. Nel film di Martone si ritorna a ragionare sul mondo a partire da uno specifico linguistico. In questo senso, ed è una prima conclusione, Noi credevamo è senz’altro un film baziniano. Ossia un cinema che pratica la differenza. Che accoglie la materia che mette in scena come uno scarto, permettendo quindi all’immagine non di scomparire nel tessuto del racconto (strategia del cinema classico), ma di restare sempre visibile come lavoro del dispositivo di riproduzione. Ovvero prodotto di un pensiero. In questo senso la forma di Noi credevamo, tesa com’è fra corti contadine e salotti aristocratici, carceri umide e campi di battaglia, non diventa mai schermo sul quale allontanare lo scarto ineludibile del reale; assurge invece, con flagranza sconcertante, ad altro reale. L’immagine è dunque ciò che non riesce a essere trattenuto dalla superficie dell’immagine. L’immagine è ciò che eccede l’immagine stessa è che produce differenza. Ciò che manca. L’immagine è (sempre) la testimonianza di ciò che non si vede (e mai la composizione visibile del conflitto in atto). Il residuo non visto che vive nell’immagine è il lavoro del cinema e dello sguardo. Immagine come mancanza, quindi, e in questo Martone è sintonizzato perfettamente con il cinema più urgente e necessario del momento.
Non capita sovente nel cinema contemporaneo che sia dato di osservare il passare del passato come cinema, ossia come verità 24 fotogrammi al secondo (secondo la felice formula godardiana). Clamoroso esempio di nitore rosselliniano, il film di Martone recupera soprattutto la lezione degli ultimi lavori del maestro di Paisà cui Noi credevamo rimanda con la sua scansione in capitoli. Nello specifico la lezione dei lavori televisivi di Rossellini, oltre che quella dei tardi e incompresi capolavori come Viva l’Italia e Vanina Vanini. E Rossellini rivive nell’economia essenziale del gesto cinematografico di Martone.
Scandito apparentemente come un racconto classico, il film evidenzia nella sua tessitura lacerazioni e fughe prospettiche. Colti nel farsi della storia, i protagonisti si ritrovano come proiettati in una sorta di territorio lunare dove gli avvenimenti “maggiori” risuonano come echi fantasmatici (esemplare in questo senso la magnifica apparizione di Garibaldi, un icastico frammento notturno di rara potenza poetica). Indicative di una volontà che non desidera ricostruire scenograficamente la storia, annegando nella meticolosità del dettaglio o della verosimiglianza, sono le fratture della sospensione dell’incredulità che il regista introduce filmando l’esecuzione nel carcere attraverso un’anacronistica scala di ferro e, soprattutto, calando nel corpo del racconto lo scheletro di un piccolo ecomostro contemporaneo nel quale il protagonista si rifugia notte tempo.
Martone non è un calligrafo. Martone lavora con i materiali della storia per costruire il suo film. Il che ovviamente non significa che si sia preso delle libertà ciminiane con i fatti, bensì che ha accolto questi nel corpo del suo film permettendo loro di continuare ad agire come tali in un ambiente cinematografico. Cinema impuro, insomma. Cinema che infrange lo schermo della rappresentazione invisibile e della narrazione univoca per privilegiare una modalità di racconto che sia da un lato democraticamente orizzontale e dall’altra, come operazione formale, vertiginosamente verticale. In questo modo gli elementi di Noi credevamo risultano sempre chiaramente distinti. Lontanissimi dalla tentazione dell’affresco corale che è un modo molto preciso per uniformare i conflitti e le differenze in un linguaggio unico. Come dire che questo non è il cinema; Noi credevamo è un altro cinema.
In questo senso Mario Martone è lontanissimo da una certa idea di cinema italiano che pure negli ultimi anni ha prodotto risultati molto alti e convincenti. Al contrario del lavoro epico e memoriale di Giuseppe Tornatore di cui Baarìa è l’esempio più compiuto, Martone non pratica un cinema della memoria o della nostalgia (anche se il regista siciliano, con i suoi lavori migliori, ha dimostrato che “nostalgia” non necessariamente significa essere reazionari). Baarìa racconta l’epica del quarto stato e del ruolo che il PCI ha svolto nell’economia dell’avanzamento politico dell’Italia, mettendolo in scena con una schiettezza che unisce Sergio Leone a Giuseppe De Santis, Raffaello Matarazzo a Ettore Scola. Un cinema puramente fantastico, come fantastico era il sublime Francesco Rosi di C’era una volta. Martone, invece, pratica un cinema del presente, della frattura. L’approccio di Martone è schiettamente modernista. E soprattutto non si muove nell’ambito di un cinema italiano a torto o ragione considerato edenico. Martone, come Bellocchio, inventa costantemente il proprio presente storico e cinematografico. Ed è per questo motivo che Noi credevamo non è affatto viscontiano, perché Martone non mira al romanzo ottocentesco né tanto meno al melodramma puro del Bertolucci di Novecento, creazione quest’ultima schiettamente ophülsiana (anche se la musica di Giuseppe Verdi vi ricopre un ruolo assolutamente centrale).
Questa “strategia della separazione” Mario Martone l’aveva già praticata con eccellenti risultati nello straordinario Teatro di guerra, con una serie di scarti concentrici che allontanavano e riposizionavano la possibilità dell’esistenza di un centro narrativo. L’attualità si ricollocava costantemente rispetto al lavoro del teatro e, soprattutto, rispetto al lavoro necessario a rendere possibile il lavoro teatrale. Il valore politico è dato quindi dallo scarto politico che la forma opera rispetto al reale.
In questo senso la collaborazione con Renato Berta, il maestro ticinese che ha fotografato i capolavori della nouvelle vague elvetica collaborando con cineasti del valore di Michel Sutter, Daniel Schmid e Alain Tanner, prima di diventare operatore abituale di Manoel de Oliveira, Amos Gitai e, soprattutto, Jean-Marie Straub e Danièle Huillet, si è rivelata straordinariamente fruttuosa. Gli interni sono colti con una precisione de oliveiriana, mentre gli esterni sono come impregnati di una potenza materialistica squisitamente straubiana. In questo senso Martone è come se avesse incorporato in un racconto italiano le conquiste formali più alte del cinema moderno contemporaneo senza per questo manifestare né alcun complesso di subalternità né l’altrettanto odioso vezzo del citazionismo gratuito. Martone, dialogando con Renato Berta, è come se fosse riuscito a sfondare dall’interno il muro che soffoca il racconto storico italiano, permettendogli di dialogare con il presente, portandolo su un piano di rischio e avventura.
Noi credevamo è un film necessario. Un film che pone delle domande precise al cinema italiano e, soprattutto, all’Italia. La qualità e la forza delle domande è ineludibile. È auspicabile che tale sia anche la qualità delle eventuali risposte. Se ci saranno. Noi credevamo non è ancora un Noi crediamo. È un tentativo di dire “noi”. Un’operazione non certo facile. Non in questo paese.
Mario Martone, però, ha compiuto un passo importantissimo. A tutti noi spetta di valorizzarlo nelle modalità, forme e sedi più adeguate.
da “temi.repubblica.it”

Le guerre risorgimentali, l’Unità d’Italia, le spedizioni garibaldine e i complotti e i dissidi interni al movimento unitario visti attraverso personaggi secondari e sacrificabili, come Domenica, combattente incarcerato, Angelo, un appassionato militante, o Saverio, giovane camicia rossa…
E’ il momento topico della Storia nazionale, il Risorgimento, quello su cui si è costruita l’intera retorica della Patria che dall’inno di Mameli al fascismo e oltre ha contraddistinto i discorsi italiani. Mario Martone decide così di rileggere quella decina d’anni di storia patria attraverso chi combatté o chi, dietro le quinte, cercò di rendere possibili i sogni di Garibaldi e Mazzini.
Martone, assieme a Giancarlo De Cataldo, adatta un libro di Anna Banti e ne tira fuori un corposo affresco popolare e antieroico in cui l’impostazione teatrale si sposa con la profonda “emotività” filmica del regista. Il film mette in scena la rivoluzione politica e sociale che portò dal mosaico di regni e ducati nello stivale all’Italia unita, soffermandosi soprattutto sul confronto “di classe” tra la pianificazione strategica, i dissidi e le tensioni, i compromessi e le difficoltà dei padri della nazione e i loro figli, i militanti, i carcerati, i combattenti che diedero spesso il sangue vedendo spesso traditi i propri ideali: ma soprattutto, Martone ne fa un’allegoria dell’Italia attuale, che patisce non solo la corruzione di una classe politica ma anche l’incapacità di cambiare, uccisa dalla necessità di non dare fastidio a nessuno. E lo fa in crescendo, dopo una prima parte statica, didattica un po’ scolastica, macchiandosi di sangue – come spesso nel suo cinema – andando a scavare nella morte e nell’impossibilità di quella stessa rivoluzione (Garibaldi è solo un’ombra da un monte), dando il meglio nella parte in carcere.
La sceneggiatura riesce ad arricchire la struttura di base con notazioni acute sull’educazione, l’istruzione la cultura e la questione meridionale e il crescendo drammatico della regia si sposa con un intelligente uso dei suoni e dei rumori, anche se – forse a causa della produzione Rai Fiction – il film resta meno evocativo di altri di Martone, che si trova anche in difficoltà a gestire un cast fin troppo eterogeneo (da Luigi Lo Cascio a Toni Servillo, da Valerio Binasco a Michele Riondino). Cosa che toglie al film solo una piccola parte della sua forza.
Emanuele Rauco, da “cinefile.biz”

Raccontare cinquant’anni di storia italiana risorgimentale in tre ore circa: basterebbe l’intento di affrontare seriamente un progetto cinematografico del genere per fare i complimenti a Mario Martone. E invece Martone il film l’ha anche girato, e bene: grazie a capitali italiani e francesi, il regista napoletano non si è risparmiato. Ha investito molto in scenografie e costumi, ha ricostruito alcuni ambienti alla perfezione. E proprio dagli ambienti partiamo: già, perché Noi credevamo è innanzitutto un film di interni, di stanze, case, prigioni, salotti, aule parlamentari. Sono tutti ambienti che, per natura o per come vengono raffigurati, non sono quasi mai intesi come luoghi in cui si prepara un’azione esterna, ma come luoghi in cui ci si ritira dopo un fallimento, sia questo l’arresto, l’esilio, un appuntamento mancato. Nel disordinato e fiacco roteare delle manifestazioni per i 150 dell’Unità di Italia, Martone narra proprio i fallimenti intorno a quelle sorti magnifiche e gloriose il cui percorso è punteggiato da date ed eventi che abbiamo imparato a memoria a scuola. Ma per ogni battaglia vinta ce ne sono tante perse, per ogni diritto conquistato che ne sono tanti negati. E’ per sottrazione che Martone ci racconta il Risorgimento, prendendo come punto di vista quello di tre uomini che nel 1828 sono testimoni oculari di uno dei tanti momenti di repressione violenta che hanno caratterizzato la storia della penisola. Da questo episodio comincia la lunga narrazione del film, che dai moti carbonari ci porterà fino all’Unità e oltre.

In molti hanno riportato il lavoro di Martone a classici “storici” italiani, da Allonsanfan a Novecento: in realtà, sebbene anche nel caso di Noi credevamo il punto di vista non è di quei personaggi-che-hanno-fatto-la-storia, il film non ha timore di mostrarci, insieme ai rivoluzionari protagonisti, anche alcuni dei grandi nomi dell’epoca, da Crispi a Mazzini. La Storia non rimane solamente sullo sfondo, sebbene non vengano esposte a mo’ di Bignami le tappe salienti del lento e accidentato processo di unificazione. E’ il punto di vista ad essere realmente dominante: è un’ottica dal basso, un trucco prospettico, che fa sì che i “grandi personaggi” siano mostrati sullo schermo davvero come li avrebbero potuti vedere i protagonisti del film. Il Mazzini di Servillo, soprattutto, è perennemente tormentato e, come in effetti fu, sempre lontano dal centro dell’azione, avendo vissuto gran parte della sua vita in esilio. E’ un Mazzini che, più che essere “terrorista”, come molti giornali hanno scritto, ci appare come un personaggio tra l’impotente e il visionario, che ha necessariamente le notizie in ritardo, che tenta, fomenta, prova, ma che infine ottiene assai poco. Non urla frasi storiche e scolpite nel marmo: per la maggior parte delle volte è triste e deluso.

Non c’è solamente l’ormai onnipresente Toni Servillo, nel film: tra Renato Carpentieri e Andrea Bosca, tra Valerio Binasco e Michele Riondino, Martone raduna nel cast una marea di attori giovani e vecchi, per lo più provenienti dal teatro e dalla televisione. Perché, allora, tra tutti questi usare come protagonista proprio Luigi Lo Cascio, sicuramente tra i meno dotati del panorama attoriale italiano? Forse questa scelta è l’unico scivolamento “didattico” in un film che si mantiene, come dicevamo, fieramente distante da riduzioni e semplificazioni. Usando Lo Cascio come simulacro dello spettatore, visto che per gran parte del film seguiamo le vicende attraverso la sua presenza sullo schermo, Martone sembra quasi che non ci voglia distrarre, che ci “appiccichi” a un corpo attoriale schivo, passivo e, diciamolo, ben poco espressivo. Il volto perennemente intristito di Lo Cascio ci permette, insomma, di entrare nel film senza timori e, paradossalmente, di dimenticarci quasi del personaggio che l’attore interpreta. E se un film funziona nonostante questo, evidentemente è un film solido.
da “secondavisione.wordpress.com”

Durante uno dei periodi più tormentati della storia italiana, il Risorgimento, i tre amici Angelo, Domenico e Salvatore sono coinvolti nelle cospirazioni finalizzate a costituire l’unità nazionale. Mentre l’ideale romantico e tanto sognato di unificare i territori della penisola si rivela un’impresa culturalmente ardua, gli insuccessi rivoluzionari e i sospettati tradimenti politici scalfiscono l’identità personale di ogni personaggio e minano la stabilità dei rapporti d’amicizia.
Attraverso quattro episodi e circa tre ore e mezza di spettacolo, Mario Martone ripercorre gli avvenimenti più importanti della storia risorgimentale italiana, riportando alla memoria i veleni di un’epoca controversa e ancor oggi al centro del dibattito storiografico. Tre ragazzi poco più che adolescenti e nati in un piccolo paese del Sud Italia accompagnano lo spettatore nell’immersione storica prospettata dal regista. Angelo, Domenico e Salvatore sono amici di vecchia data accomunati dal desiderio di battersi per l’unità d’Italia e intraprendono un percorso di militanza politica all’interno della Giovine Italia di Mazzini. Il film rievoca numerosi avvenimenti storici di un movimentato trentennio della storia italiana basandosi sulle vicende di cui sono protagonisti i tre ragazzi del Cilento, personaggi con nomi di fantasia ma ispirati a persone realmente esistite.
Angelo è un personaggio “colpevole”, incapace di reagire in modo razionale ai traumi dell’insurrezione. Incattivito ed intossicato dal germe straziante della rivoluzione, perde la propria lucidità fino a compiere un atto estremo ed irreparabile: uccidere l’amico Salvatore per un sospetto infondato. Domenico, interpretato con convinzione da Luigi Lo Cascio, è più riflessivo e con il passare degli anni comprende l’importanza di ricondurre il proprio animo ribelle verso una forma meno istintiva ed autodistruttiva. La minuziosa caratterizzazione dei personaggi è un elemento essenziale per la scorrevolezza e la riuscita generale dell’opera di Martone, senza la quale lo spettatore non riuscirebbe a cogliere le mutevoli sfumature comportamentali dei protagonisti e ancora meno il contesto storico-politico in continua variazione. Un ulteriore esempio del lavoro compiuto dal regista e dallo sceneggiatore Giancarlo De Cataldo in relazione alla definizione dei protagonisti è la figura di Caterina di Belgiojoso, personaggio centrale nell’opera presentata alla 67. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica. La principessa lombarda è l’anti-eroina femminile del film: una coraggiosa patriota che, contrariamente ai numerosi soggetti maschili, si dimostra consapevole della necessità di tutelare prima di tutto i diritti del popolo e non soltanto quelli dell’avida classe dominante.
Noi credevamo si presenta come un film storico in cui non si percepisce la volontà di indirizzare il pubblico verso una faziosa rivalutazione ideologica delle vicende. Proprio grazie ad un approccio non ideologico, lo spettatore può confrontarsi con gli avvenimenti narrati e trarne in modo spontaneo una riflessione sul presente. L’opera di Martone è inoltre una ricostruzione imperniata sulla ricerca di una spiccata autenticità storica: molti dialoghi riportano pensieri e discorsi dei personaggi esistiti, recuperati mediante un sopraffino lavoro in sede di sceneggiatura e conservati nella forma del linguaggio ottocentesco per preservarne la spontaneità.
Il film di Mario Martone propone un umano affresco del periodo risorgimentale mediante uno stile narrativo fortemente televisivo: la netta suddivisione in quattro episodi e l’andamento didascalico segnalano infatti un’evidente tendenza ad un linguaggio che si avvicina ai ritmi televisivi. Nonostante questa impostazione all’apparenza superficiale, Noi credevamo riesce a trasportare lo spettatore in un tempo lontano per coglierne le contraddizioni e riflettere sul valore dell’unità del nostro Paese, partendo proprio dall’immagine dell’Italia “gretta, superba e assassina” ricordata dal regista.
Livio Meo, da “nonsolocinema.com”

Strano popolo quello italiano. Senza memoria, senza attenzione per la propria storia, senza curiosità per il proprio passato. Si tratta di un qualunquismo generalizzato che ormai ha completamente attecchito nelle giovani generazioni (ma non solo), perse nell’idea perversa del successo, della plastificazione esistenziale.
Eppure, la nascita dello Stato italiano, e degli italiani come popolo, è stata caratterizzata dal sacrificio di persone che per questa “stravagante” idea dell’unità del paese, nel segno dell’uguaglianza sociale ed economica, della libertà di espressione, del rispetto dei diritti umani, della fratellanza, hanno versato il proprio sangue, dato la propria vita.
Certo, questi ideali nobili sono stati subito traditi, fin dal primo governo italiano, sotto la guida di Francesco Crispi, un primo ministro che diede all’Italia nascente un’impostazione non proprio progressista e bassamente colonialista.
È proprio questa vicenda complessa e dolorosa che prova a raccontare Mario Martone, nel suo monumentale film Noi credevamo.
Duecentoquattro minuti (durata più televisiva che cinematografica) che regalano allo spettatore un affresco di incredibile sobrietà e precisione su quelli che sono stati i moti rivoluzionari che hanno portato nel 1861 alla proclamazione dello Stato italiano e poi nel 1871 all’unità definitiva, con Roma capitale.

Rigore formale, chiarezza narrativa, recitazione sempre misurata, mancanza assoluta di compiacimenti estetici. Il racconto è incentrato alla massima lucidità. Martone indaga, ripercorre, ricostruisce, fa riemergere la storia di uomini che nel più completo anonimato hanno inseguito, voluto e messo in atto un ideale di libertà e di indipendenza. La regia dell’autore napoletano è perfettamente calibrata al tono severo della vicenda, non soverchia mai le questioni storiche e politiche. Martone ha dunque realizzato una grande opera di servizio (pubblico), ha ricordato agli italiani di oggi come mai esistono, e come mai esiste ancora questo paese. E l’ha fatto in modo alto, cioè senza l’uso della retorica nazionalistica (fattore che avrebbe banalizzato tutto).
L’ha fatto anche nel segno di un sentimento espressivo, quello della ricerca della verità, della volontà di parlare ai ragazzi di oggi di altri ragazzi (di cento cinquanta anni fa) che non inseguivano il potere personale e che credevano solo in un mondo migliore. A loro modo erano visionari, forse folli, uomini e donne convinti che al di fuori della logica della democrazia repubblicana non si potesse vivere nel rispetto del prossimo.
Poi sappiamo come è andata: la monarchia, l’atrocità e la vergogna del regime fascista, e poi ancora, dopo la ricostruzione e il boom economico, il terrorismo e la strategia della tensione, la mafia, la P2, la corruzione, l’imbarbarimento della politica e dell’economia.
Quando il personaggio centrale del film di Martone (un intenso Luigi Lo Cascio), dopo decenni fatti di lotte, clandestinità, battaglie, prigionia, e fede nella democrazia arriva per la prima volta al neonato Parlamento italiano per conferire con un politico, si renderà conto che ciò in cui lui aveva creduto e per cui aveva combattuto e vinto già non esiste più.
“Noi credevamo” afferma la sua voce fuori campo, ma i suoi occhi sono persi nel vuoto, incapaci di riconoscere l’Italia che aveva sognato e amato. Se vedesse le condizioni in cui è ridotta l’Italia dei nostri giorni, sarebbe anche peggio. Sarebbe devastante.
Maurizio G. De Bonis, da “cultframe.com”

Sette anni per prepararlo e poterlo realizzare, sette sono circa i milioni che sono serviti per poterlo portare a compimento. Un “colossal” di tre ore (quattro per la versione televisiva), con un cast “stellare” per il cinema italiano. Un po’ come l’ultimo film di Tornatore, ma questo – anche se con una sceneggiatura non del tutto precisa e riuscita – è sicuramente un film forte e possente, senza bozzettismi, velleitarismi e slogan. Argomento essenziale della nostra storia, Il Risorgimento è stato visitato poco dal nostro Cinema e non sempre con efficacia: c’è sempre stato il rischio del ‘santino’ o del didascalico se non del didattico. Ricordiamo i film di Visconti con il potentissimo Senso con il gusto per il melodramma e lo stile epico ideologizzato e con il ‘fantasmagorico’ e mitico Gattopardo in cui Visconti cerca più che la Storia soprattutto la ricerca del mondo perduto.
Ricordiamo Luigi Magni con i suoi film Nell’anno del Signore, Il nome del papa re, In nome del popolo sovrano, Arrivano i bersaglieri e La Carbonara in cui la romanità e ‘il popolaresco’ smitizzano gli eroi e quei tempi. Ricordiamo, andando indietro nel tempo, San Michele aveva un gallo e Allonsanfans dei fratelli Taviani, Bronte, cronaca di un massacro di Florestano Vancini. E poi il calligrafico Piccolo mondo antico di Mario Soldati che racconta le delusioni prodotte dalla conquistata unità e dagli ideali traditi, 1860 di Alessandro Blasetti del 1934 che si conclude con una imbarazzante e retorica visione delle falangi fasciste che sfilavano davanti ai reduci garibaldini. E poi, ricordando alla rinfusa, I Viceré di Roberto Faenza, Li chiamarono… briganti di Pasquale Squitieri, Il brigante di Tacca del lupo di Pietro Germi, Viva l’Italia di Roberto Rossellini, La pattuglia sperduta di Pietro Nelli, Quanto è bello lu murire acciso di Ennio Lorenzini, e altro ancora…
Abbiamo già scritto che Noi credevamo è un film potente e anche coraggioso, nonostante una forma algida e poco “melodrammatica” – ma questa è la cifra stilistica di Martone – ma dobbiamo anche dire che se c’è una grave colpa questa è nella sceneggiatura; ed è un peccato mortale. Perché un ‘operazione culturale’ del genere, in un’epoca di questo genere, richiederebbe un’attenzione maggiore, anche maniacale: Visconti si serviva di scrittori come Suso Cecchi d’Amico, Pasquale Festa Campanile, Enrico Medioli, Massimo Franciosa o Giorgio Bassani; Martone si serve solo di Giancarlo De Cataldo, uno scrittore legato a Romanzo criminale e a pochissime sceneggiature di gruppo, forse con un’esperienza e una professionalità non sufficiente per uno script di tale complessità epica, culturale e storica. A quanto pare Martone si è voluto caricare sulle spalle l’Epica della nostra Storia ed ha effettivamente rischiato in alcuni passaggi solo un esercizio di stile, se non di creare ‘la meglio gioventù’ dei nostri bisnonni. Eppure la sceneggiatura è stata costruita sulla falsa riga di Rocco e i suoi fratelli: un’introduzione (la più confusa e lenta, che un montaggio più coraggioso avrebbe snellito e forse emotivamente più coinvolto lo spettatore), i tre atti divisi sui tre protagonisti e il finale (la parte più forte del film, più emotiva, più politica, più chiara e anche più teatrale), anche se questo tipo di ‘interpretazione’ o svelamento dei lati bui e “osceni” del Risorgimento è stata già raccontata dai fratelli Taviani, da Vancini e da altri ancora. Altra scelta stilistica interessante (ma non nuovissima) è la ‘marginalità’ dei tre protagonisti nella storia; lottano, pagano dei prezzi alti come il carcere o la morte, sono a breve contatto con Mazzini o Garibaldi, ma non condizionano o indirizzano la Storia.
Come gran parte dei film sul Risorgimento, anche Noi credevamo è tratto da un romanzo, di Anna Banti, pubblicato nel 1967. E’ la storia di tre amici del sud Italia, due figli della nobilita agraria e un figlio di contadini agiati.
Domenico, buono, silenzioso, coriaceo e coerente fino alla fine – l’unico che assisterà alla disillusione degli ideali; Angelo, instabile, inquieto che si trasforma in un fanatico estremista; e Salvatore, il figlio del popolo, concreto, caparbio, deciso. Reagiscono alla repressione borbonica del 1828 giurando fedeltà alla Giovine Italia e agli ideali repubblicani e democratici di Mazzini. Una curiosità, ma come fa Mazzini che ha ventisei anni nel 1831 a essere come Toni Servillo?
In una girandola di trasferimenti i tre passano tra Torino e Parigi, il sud Italia e Ginevra. Il primo, ripetuto e un po’ confuso temporalmente destino è giungere presso l’affascinante, sensuale e lucida politicamente Cristina Belgioioso che vive in esilio a Parigi dopo essere stata bandita dalla Lombardia, dall’Impero Autro-Ungarico. I tre amici partecipano o assistono al fallimento del tentativo di uccidere Carlo Alberto nonché all’insuccesso dei moti savoiardi del 1834. Questa delusione porterà i tre amici fraterni a prendere strade diverse e a creare una frattura irrimediabile. A questo punto partono i tre ‘blocchi’ narrativi che riguardano i tre amici. Ma sarà con lo sguardo di Domenico che noi spettatori osserveremo l’evoluzione e il tradimento della lotta mazziniana e del cambiamento di ‘epoca’: se il giovane prende coscienza grazie alla repressione criminale delle truppe borboniche, perderà la speranza dopo decenni quando vedrà sempre i contadini uccisi e maltrattati dall’esercito piemontese e urlerà per la prima volta disperato quando un ufficiale piemontese farà fucilare dei garibaldini. In tutto questo c’è un Mazzini ieratico e distante, un Garibaldi lontano, un Filippo Orsini che prepara il complotto contro Napoleone III, la “follia” di Angelo, il carcere di Domenico assieme a Carlo Poerio, un Crispi concreto e complottatore “politico”. Su tutto questo lo scontro tra repubblicani democratici e monarchici.
Martone ritorna al cinema dopo sette anni, dopo L’odore del sangue. Noi credavamo è diretto con sicurezza e ci regala alcuni momenti molto belli, alcune scene corali sono efficaci anche se sembra che narrativamente l’autore sia troppo interessato a dover rendere cinematografico il suo pensiero e le sue idee, mentre come regia prevale un’idea più teatrale e quando lo manifesta chiaramente – nella parte finale – sembra più compatto e coinvolgente. A volte però non riesce a regalare quelle emozioni e quei sentimenti che un tempo i registi riuscivano a trasmettere al pubblico e far ‘nostri’ senza problemi. Un piccolo dettaglio da segnalare: ogni tanto compaiono strutture in cemento armato e scale moderne, non ci sembra del tutto sbagliata l’idea ma almeno potevano essere dei ‘mostri’ più cinematografici.
Il cast d’attori risulta ricco e variegato, tra i tanti attori, tutti bravi e credibili, vanno segnalati Valerio Binasco (Angelo, da adulto – lo ricordiamo in Lavorare con lentezza, e La Bestia nel cuore), Francesca Inaudi (Cristina di Belgioioso da giovane – la ricordiamo in Dopo mezzanotte e Io, Don Giovanni), Luigi Pisani (Salvatore – al suo debutto al cinema).
Da segnalare tutti i reparti, dalla fotografia, alle scenografie, ai costumi.
Domenico Astuti, da “spigolature.net”

Sotto alla classicità dell’impianto narrativo e alla pomposa solennità del respiro visivo, Noi credevamo nasconde un tagliente animo rivoluzionario e anticonvenzionale, che ne fanno con tutta probabilità un’opera che continuerà a parlarci per alcuni decenni. Nel suo fluviale affresco sul doloroso travaglio che ha partorito l’Unità d’Italia, Martone sceglie di affidarsi ad un percorso antiretorico affezionato a fallimenti e vicoli ciechi piuttosto che su protagonisti e battaglie che si sono guadagnati nomi di corsi e piazze in ogni cittadina italiana. Il Mazzini di Servillo è un profeta isolato e dolente, Garibaldi niente più che un’ombra ispiratrice stagliata su una rupe, Cavour e i Savoia occupano un fuoricampo distante e in altre faccende affancendato. Noi credevamo abbraccia le vicende di tre outsider del Risorgimento, due nobili cilentani e un amico popolano compagno d’utopia (ispirati a figure realmente esistite), tutti e tre titolari di un capitolo personale nel film, tutti e tre in un modo o nell’altro fagocitati un ingranaggio storico alimentato da compromessi e giochi di poteri costituiti più che da volenterosi impeti romantici. Le speranze di cucire i brandelli di un territorio nel complesso coerente di una Nazione, si sfilacciano nel gramelot di lingue e dialetti dei suoi occupanti, impegnati a collezionare complotti, fratricidi e diserzioni e dispersi tra assemblee ed azioni rivoluzionarie sparse per l’Europa e fuorviate dalle effettive urgenze italiane. I ranghi di miseria e nobiltà rifiutano di compattarsi persino nella comune tragedia delle prigioni borboniche, mentre i piani alti del parlamento si riempiranno del pragmatismo elitario di Crispi e rimarranno orfani e svuotati di genuini afflati patriottici, come quelli di Cristina di Belgiojoso, amaramente confinati in una sterile dimensione teorica e salottiera. Nel contesto formale che ricorda l’approccio didascalico e pittorico del Rossellini televisivo, il regista partenopeo non rinuncia ad inserire sottili e potentissime dirompenze cronologiche: intonaci cadenti, scale metalliche e ruderi cementizi squarciano la ricostruzione storica per suggerirci che le ferite di una nazione nata prematura siano tuttora aperte, alla vigilia del suo centocinquantesimo compleanno. Popolato più da briganti che da eroi, documento crepuscolare di un passato ancora in corso, Noi credevamo è il maestoso sussidiario illustrato di un’Italia nata reduce e sconfitta.
Alfonso Mastrantonio, da “indie-eye.it”

Bastava fare due passi al Lido e sostare dinanzi al ground zero di quello che doveva essere il Nuovo palazzo del cinema per i centocinquant’anni dell’Unità d’Italia per capire il film di Mario Martone in concorso al Lido. Amianto. Tangenti. Tutto abbandonato. Vergogna di Stato, l’ennesima.
Il regista napoletano racconta come è stata unita l’Italia, e ben lungi da lui è l’idea manierista, la retorica dell’affresco per la quale quegli uomini erano tutti belli, buoni e saggi, corretti, probi e onesti. Presto è chiaro che si trattò di terroristi, di idealisti mossi dallo sprone unitario a compiere atti anche vergognosi o deplorevoli. Con la stessa decisione Martone tristemente afferma che quei giorni memorabili avessero insito in essi, già, il fallimento, la decadenza che ora percepisco guardando il cantiere abbandonato, qui, ora, così come nel film appaiono costruzioni moderne e fatiscenti, segno istantaneo della continuità del fallimento, della transcronicità dell’orrore.
Questi due svincoli tematici governano il terzo film italiano in concorso alla Mostra di Venezia e ne fanno un’opera bella e necessaria, anzi indispensabile, che dovrebbe essere proiettata ovunque: nelle scuole e nelle caserme, nelle piazze e in televisione.
Questo è, infatti, lo svincolo formale da menzionare inevitabilmente: Martone lo sa – si affida a uno sceneggiatore come Giancarlo De Cataldo – che in Italia la Storia non è mai una unica e inalienabile né mai considerata interessante da parte dei cittadini che ne costituiscono il popolo. Che fa, allora, l’intelligente coppia d’autori? Va oltre il rischio di veder definito il proprio lavoro come “didascalico-televisivo” e confeziona un film che è esattamente così, lungi dal viscontiano lirismo e molto vicino al Rossellini televisivo e al Giordana de La meglio gioventù, la scelta di Lo Cascio come protagonista pare simbolicamente legare i due film. I due autori colgono che questo è l’unico modo che ha il quale il film per essere mostrato e visto – la durata di 204′ non è giustificabile altrimenti al giorno d’oggi – avvicinandolo al pubblico di ogni target.
Ricordando la finestra della sala stampa, nella quale piove dentro e se ne va internet se tuona il cielo, credo che sarebbe stato bello e necessario avesse vinto Noi credevamo, denuncia non retorica né ideologica di quanto poteva essere e continua a non essere.
da “sushiettibili.it”

Forse il momento più alto del film “Noi credevamo” è quello, atroce, in cui si descrive la fucilazione sommaria di alcuni volontari garibaldini, comandata da un ufficiale dell’esercito piemontese (pardon, “italiano”), in un livido domani dello scontro che avvenne in Aspromonte, nel 1862, tra l’esercito regolare e i volontari che erano convenuti per tentare una spedizione volta alla presa di Roma (ancora pontificia).
“Non è indicativo che nella coscienza comune di tutti noi – scrive Martone nel libro che accompagna l’uscita del film – l’Aspromonte abbia sostanzialmente prodotto soltanto quella canzoncina che i bambini canticchiano a scuola? ‘Garibaldi fu ferito… Questa canzoncina è l’unico ‘lascito’, nella nostra coscienza di italiani, di quella che è stata l’alba tragica del nostro Paese: lo scontro fratricida tra l’esercito regolare italiano e i volontari guidati da Garibaldi. Forse è una tragedia troppo forte? Forse ci spaventiamo guardando al nostro presente, perciò la rimuoviamo?”.

Aspromonte

Anche se l’idea del film nasce molto prima, l’anno in cui è uscito nelle sale è lo stesso in cui corre il 150° anniversario dell’Unità d’Italia: il rapporto, sia pure casuale, non poteva evitare di essere instaurato: anche perché negli stessi mesi dello stesso anno, è stato pubblicato pure il romanzo “I traditori” di Giancarlo De Cataldo, il quale insieme a Martone ha firmato la sceneggiatura del film e che, nel suo romanzo, affronta lo stesso periodo storico: il “Risorgimento”.
Il Risorgimento è stato definito una rivoluzione tradita. Non c’è stata alcuna liberazione, in Italia, nessun tentativo di sollevazione popolare, che non sia stato, in quegli anni, represso nel sangue. I confini di quelli che da allora è l’Italia sono il risultato di annessioni, quasi improvvise (avvenute fra il 1859 e il 1860, e, qualche anno più tardi, nel 1866 e nel 1870), da parte della monarchia sabauda: annessioni resesi possibili sfruttando, con opportunismo politico, i momenti in cui lo scacchiere politico europeo lo permetteva.

Il divario tra nord e sud, ancora oggi mai sanato, fu – nei primissimi anni dell'”unità” – non quel problema cui l’annessione piemontese avrebbe posto rimedio, bensì ne risultò persino aggravato. Il tradimento degli ideali (quelli sociali, prima di quelli patriottici) fu a maggior ragione lancinante, se si considera come grandissima parte delle istanze “risorgimentali” eran sorte proprio nel Meridione, dove ebbero terreno fertile come istanza prima di tutto di rinnovamento sociale, in una condizione endemica di arretratezza economica.

Questo il sostrato su cui poggia il film di Mario Martone, il suo punto di partenza e il suo punto di arrivo. La pellicola si apre nel Cilento del 1828, dove una sollevazione popolare fu repressa brutalmente da parte delle milizie del Regno delle Due Sicilie, e va a chiudersi (prima di un epilogo torinese) sempre in Cilento, e poi in Aspromonte, dove è ora l’esercito del Regno d’Italia ad occuparsi della repressione.

Un racconto ellittico

Protagonisti del film sono Domenico, Angelo e Salvatore: tre ragazzi cilentini nel 1828 – poi cospiratori repubblicani mazziniani – le cui vicende, sempre più indipendenti tra loro, vengono seguite in modo ellittico fino a quel 1862 che segna l’amara assunzione di consapevolezza, di un sogno tradito dai fatti.
Il film può essere seguito e compreso anche senza conoscenza storica del periodo, grazie proprio alla sua struttura fortemente ellittica, che si concentra sui personaggi, invece che sugli eventi storici. Sono sottratte (anche dalle didascalie) le date-chiave, e sono del tutto elusi gli eventi storici canonici (così come non fa mai la sua comparsa il principale artefice politico dell’unità: quel Cavour che era presente in sceneggiatura fino al penultimo trattamento). A volte, in “Noi credevamo”, gli episodi raccontati appaiono collaterali alle stesse vite dei protagonisti. Dal loro insieme non scaturisce un “intreccio” coerente in senso tradizionale.
Martone sceglie di parlare della nascita dell’Italia con una modalità simbolica che mira ad essere universale: le stesse ambizioni quindi de “Il vento che accarezza l’erba” di Ken Loach, capolavoro che in modo molto più compatto racconta dell’analogo esito fratricida di una guerra di liberazione nazionale – quale se non altro è stata per davvero, la guerra d’indipendenza dell’Irlanda, al contrario del risorgimento italiano.

“Noi credevamo”, dopo il prologo nel Cilento del 1828, si compone di quattro parti, delle cui prime tre ciascuna è intitolata a uno dei protagonisti, mentre l’ultima (“L’alba della nazione”) è ambientata nel 1862, e vede protagonista il solo Domenico.

La prima parte, intitolata a Salvatore, è la più difficoltosa da seguire, e, a nostro parere, è poco riuscita. Si avverte lo sforzo – e l’esito non completamente felice – di dare avvio alla narrazione, dovendo allo stesso tempo fornire allo spettatore (sin troppi) personaggi e spunti. In essa, non è dato il tempo di familiarizzare con i tre personaggi, né di comprenderne adeguatamente le differenze di temperamento (per arrivare a questo, occorre andare molto avanti nel film).
Anche il personaggio, centrale in questa parte, di Cristina di Belgiojoso, è appena abbozzato: non giova la recitazione di Francesca Inaudi, che rimane accademica, e non gli dà linfa vitale.
In questa prima parte, il personaggio di Salvatore si trova “sballottato” (insieme ad Angelo e Domenico) fra Parigi e Torino, con una puntata a Ginevra da Mazzini, e un epilogo nuovamente in Cilento. Ma il film sino a questo punto ha ruotato anche attorno alla vicenda di Antonio Gallenga, fallito tirannicida di Carlo Alberto.

Al contrario della nervosa dislocazione della prima parte, la seconda (intitolata a Domenico) è tutta chiusa entro le mura del carcere borbonico di Montefusco. Qui ritroviamo, anni dopo, Domenico (che da questo momento è interpretato da Luigi Lo Cascio, probabilmente in una delle sue migliori interpretazioni), insieme a un gruppo di prigionieri politici, di cui alcuni realmente esistiti (tra cui spicca Sigismondo di Castromediano, interpretato da Andrea Renzi). La seconda parte ha una notevole tenuta (e momenti cinematograficamente molto alti); appare meno didascalica della prima (anche se è rivolta sostanzialmente ad illustrare i rapporti tra l’ideologia dei repubblicani e quella dei moderati). Tuttavia, nell’economia del film, la seconda parte è statica, e tiene ancora lontano il film dal prendere il volo.
Se si giunge a metà pellicola senza aver ancora individuato un centro motore della storia, questo si rivelerà un elemento di fascino del film, anziché un difetto: scopriremo infatti, gradualmente, che esso apre diverse prospettive sulla sua complessa materia: mira a lasciare aperti gli interrogativi che solleva, lungi dal chiudersi in una ricostruzione rappacificata della nostra Storia. Ciò non toglie che a soffrirne sia la struttura drammaturgica, che non appare nella prima metà felicemente risolta.

La terza parte, intitolata ad Angelo, vede quest’ultimo (Valerio Binasco) coinvolto nella preparazione dell’attentato (fallito) all’imperatore francese Napoleone III, organizzato nel 1959 da Felice Orsini (Guido Caprino).
Questa vicenda intende aprire uno squarcio sulle conseguenze abissali cui conducono gli ideali democratici quando sconfinano nella lotta armata, condotta con i metodi del terrorismo eversivo.

La quarta e ultima parte ha inizio a unità d’Italia compiuta, e termina come detto in Aspromonte (con un epilogo torinese). Ci viene finalmente permesso di tirare le fila di tante vicende, e di comprendere come questi uomini rappresentino, ciascuno, una modalità diversa di esprimersi dello stesso spirito: Salvatore incarna il disincanto e la rassegnazione precoce, Angelo la deriva terrorista, Domenico l’eroica resistenza – e infine il fallimento – di un’utopia. Tutte queste modalità sono state sconfitte.

Mentre i personaggi di Salvatore e di Angelo sono d’invenzione, o risultano dal collage di personaggi realmente esistiti (lo stesso metodo adottato da De Cataldo, co-sceneggiatore, già per “Romanzo criminale”), la vicenda di Domenico è ispirata alla vita di Domenico Lopresti, che è poi anche il protagonista del romanzo “Noi credevamo” di Anna Banti (nome d’arte di Lucia Lopresti: la nipote).
Il (bellissimo) romanzo omonimo cui il film è ispirato porta una data rivelatrice: il 1967. La profonda, cinica disillusione con cui, nel romanzo della Banti, il personaggio di Domenico racconta in prima persona la sua vicenda, con l’amarezza di chi ha visto crollare tutti i suoi ideali, mette i brividi se pensiamo che l’autrice scriveva agli albori di una stagione di lotta, le cui istanze sociali più avanzate sono state, nuovamente, quasi del tutto disattese.

“Eravamo tanti, eravamo insieme, il carcere non bastava; la lotta dovevamo cominciarla quando ne uscimmo. Noi, dolce parola. Noi credevamo…”. Queste parole, con cui la Banti chiude il suo romanzo, Martone le fa pronunciare a Domenico, fuoricampo, prima dei titoli di coda. L’allusione a un presente in cui si crede con meno vigore e meno speranza (sempre che si creda), nel 2010 è ancora più livida di quanto non lo fosse già nel 1967.

Il trasformismo di Crispi. Una rivoluzione tradita

In origine gli ideali risorgimentali avevano due anime inconciliabili: quella repubblicana democratica, eversiva e radicale, e quella liberale, moderata, che all’epoca non poteva che esser monarchica: in astratto riformista, ma in definitiva conservatrice.
Martone non fa mistero di aderire all’ideale repubblicano, quello in cui pulsavano istanze di rinnovamento più autenticamente sociali.

Tuttavia – come ovunque è sempre stato – ogni sollevazione popolare, per l’attuazione rivoluzionaria di quelle istanze, è stata destinata a venire repressa nel sangue, a meno che una èlite non si sia avvalsa di essa per vincere una rivoluzione, salvo poi instaurare una dittatura spesso più feroce del regime precedente. Nel caso del risorgimento, tutti i tentativi insurrezionali sono stati brutalmente repressi (Milano, Venezia, Roma: nel biennio 1848-‘49), oppure sono stati strumentalizzati: la partecipazione dei mazziniani all’annessione avviata da Cavour è, sostanzialmente, quella di colui che è stato determinante nel preparare un terreno, i cui frutti vengono raccolti poi da qualcun altro.

Nel 1860, al momento dell’unità d’Italia, molti fra coloro che erano stati ferventi rivoluzionari si trovarono “riabilitati”: spesso furono loro offerte poltrone nelle istituzioni statali. E’ il caso di Francesco Crispi.
In questo modo, si iniziò ad alimentare quell’equivoco che nei testi di Storia rimane non chiarito: in che misura si può asserire che l’Italia sia stata “fatta” da Mazzini e dai repubblicani in generale, oltre che da Cavour?

Nell’epilogo torinese di “Noi credevamo”, Domenico assiste, nel parlamento italiano, al celebre discorso con cui Crispi si fa monarchico (interpretato da Luca Zingaretti, in una notevole caratterizzazione).
Francesco Crispi, mazziniano, era stato un acceso insurrezionalista, e probabilmente partecipò anche al fallito attentato a Napoleone III del 14 gennaio 1959 – un attentato che fece otto morti e centocinquanta feriti (oltre a dare il via alla catena di eventi che condusse, in meno di due anni, all’unità d’Italia): quello intorno al quale ruota la terza parte del film.
All’indomani del 1860, lo troviamo sugli scranni del parlamento di Torino, convertito in fervente monarchico. Più tardi diverrà anche primo ministro, attuatore di una politica rigidamente reazionaria, e avviatore del colonialismo.
Questo esempio estremo di trasformismo è stupefacente come lo sarebbe stato se avessimo visto Ché Guevara, anziché morto in Bolivia, riapparso a Washington come Segretario di Stato di Nixon.

Rivoluzione e terrorismo

“Noi credevamo” è un film doppiamente impegnativo: non solo comporta una rilettura critica del Risorgimento, che la coscienza storica degli italiani non ha affatto compiuto, ma contiene anche un interrogativo sulla dialettica fra rivoluzione e terrorismo – che rappresenta però un punto debole dell’opera.

Il primo riferimento esplicito al terrorismo sta nelle parole che pronuncia Mazzini (interpretato, con il consueto mestiere, da Toni Servillo) la prima volta che ci appare. Sono parole documentate: Martone ha voluto far uso, secondo la lezione di Rossellini, degli elementi della Storia evitando rielaborazioni artificiali. Mazzini avalla l’intento di Antonio Gallenga (che rinuncerà poi al proposito) di assassinare Carlo Alberto con un pugnale (un progetto che oggi sarebbe considerato quello di un kamikaze, giacché implicava la condanna a morte) con queste parole: “Penso con dolore a questo nostro amico che sta per sacrificarsi, ma so che in questo modo egli comincerà una seconda vita, e non solo in cielo, anche tra gli uomini. Anche lui lo sa, e questo pensiero lo conforterà, morendo”.

La terza parte del film ruota per intero attorno alla preparazione dell’attentato a Napoleone III, ed inizia con una scena in cui vediamo Crispi negare il suo sostegno (per motivi strategici, non morali) a un progetto terroristico di rara efferatezza: far esplodere la cattedrale di Nôtre-Dame durante il battesimo del figlio di Napoleone III. Un progetto (mai compiuto ma realmente ideato) che avrebbe comportato la morte di centinaia di persone – e che Martone, parlando del film, paragona all’11 settembre.
L’odio dei repubblicani per Napoleone III ha una motivazione storica: è stato lui a soffocare la Repubblica Romana nel 1849. Fu un vero shock: proprio a quel Napoleone, l’anno precedente, era stato consegnato il potere dalla rivoluzione che aveva messo termine in Francia alla monarchia. Nel 1849, egli non aveva ancora tradito le istanze rivoluzionarie, come fece poi facendosi incoronare imperatore con il nome, appunto, di Napoleone III.
Tutto ciò, dal film, non si evince. Se non lo si sa, le mire tirannicide verso l’imperatore francese appaiono incomprensibili. Si deve dedurne che è stato cercato, scientemente, lo sgomento dello spettatore, chiamandolo a partecipare dall’interno ad un’azione terrorista, senza offrirgli la possibilità di capirne la causa.

Le vicende che vedono Angelo e Domenico continuare parallelamente la lotta, sono narrate con un’adesione che, allo stesso modo di come cerca la partecipazione emotiva alle scelte di Domenico, non opta per un distacco sinceramente neutro verso la “deriva” di Angelo, che viene narrata con un senso del tragico quasi compassionevole.

Il film dunque richiede allo spettatore, anzitutto, di saper distinguere tra il tempo presente e l’800, e poi lo provoca, chiedendogli di scindere criticamente un atto rivoluzionario da un atto terrorista: una distinzione che tuttavia facile non è. E spesso nemmeno possibile.
L’interrogativo viene in effetti lasciato aperto: ma non senza una certa ambiguità. La prospettiva in cui viene collocato, infatti, è pur sempre quella dell’adesione all’istanza rivoluzionaria: tuttavia, senza poter risolvere a monte il dilemma per cui l’istanza rivoluzionaria convive facilmente con l’opzione terrorista, il discorso entra in circolo vizioso.
Si scorge la voglia di aprire interrogativi, laddove sarebbe forse urgente chiuderne.
Martone ha dichiarato che tra le sue fonti di ispirazione vi sono “I demoni” di Dostoevskij”: in effetti nelle angosce di personaggi come Angelo, o nei discorsi che si tengono nel carcere di Montefusco, si avverte un’eco di Stavrogin o Kirillov. Martone tuttavia non sembra collocarsi nella prospettiva “ideologica” di Dostoevskij, e pertanto l’ascendenza non può essere che generica.

Del resto, è da pochissimo che il cinema sta provando a fare i conti con i cosiddetti “anni di piombo”, e rimane inevitabilmente irresoluto, laddove coniuga la condanna dei “mezzi” alla condivisione degli ideali (pensiamo a “La prima linea” – ma la questione non è solo italiana: si veda soprattutto il superlativo “Carlos” di Olivier Assayas).
Resta il sospetto che, sotterraneamente, si provi un po’ di nostalgia per l’istanza più radicale: ciò deriva, forse, dal non aver compiutamente elaborato la Storia recente. Un altro sospetto è che vi sia, anche, una mal rimossa voglia di mettere in discussione la condanna dei metodi eversivi imposta dall’adesione alla legalità e al “politicamente corretto”. Se così fosse, non sembra aversi il coraggio di condurre il discorso sino alle estreme conseguenze, e lo si lascia invece in sospeso.
Il film di Martone, volendo parlare dell’Ottocento in modo universale, e quindi anche del passato prossimo e del presente, appare in questo frangente vertiginosamente sospeso su di un baratro, per superare il quale non ha completato il ponte.

Cemento armato

Come questo ponte lasciato a metà, altrettanto incompiuta appare, verso la fine del film, una abbandonata struttura in cemento armato, sotto la quale Domenico trova rifugio per una notte, e che appare vistosamente anacronistica nel 1862.
Già prima, nel film, avevamo notato l’anacronismo di una scala di metallo che conduce a un sotterraneo – un garage con tanto di luce al neon – in cui si prepara l’attentato a Napoleone III.
E’ Martone stesso ad indicare come, volutamente, sin dall’inizio del film, e in crescendo sino alla visibilità assoluta di quella enorme struttura in cemento armato, vi siano vari elementi scenografici contemporanei che fanno irruzione nella pellicola.

L’intenzione è quella di creare un aggancio fra l’800 e il presente. Un aggancio che in quella struttura di cemento armato vuole essere simbolico: sta ad indicare una costruzione interrotta come l’Italia, e allude anche all’abusivismo edilizio nel Meridione, come alla prassi di avviare opere e lasciarle incompiute.
Il dubbio è che questo simbolo, pur essendo iconograficamente una licenza molto ardita (quindi notevole), stoni. Anche perché si innesta male. Appare più che altro pretenzioso, e ingenuo insieme: non è solo per un limite di preparazione dello sguardo se lo spettatore sospetta inizialmente un errore di messa in scena.

La messinscena: un film duro come un sasso

“Noi credevamo” è un film però anche molto bello. La messinscena è spoglia e rigorosa, e specialmente a cominciare dalla seconda parte si fa scabra, dura come un sasso.
Martone si è avvalso splendidamente dei limiti di budget, per parlare in modo assolutamente non convenzionale e antiretorico. Rifugge dai canoni della fiction televisiva, e rifiuta ogni concessione non solo alla spettacolarizzazione, ma anche a una forma accademica di estetismo che sia di ascendenza viscontiana.
Specie nella seconda parte – quella ambientata per intero nel carcere di Montefusco – si ha modo di apprezzare in “Noi credevamo” uno stile molto vicino a quello di alcune delle cose migliori dei fratelli Taviani (si pensi a “San Michele aveva un gallo”).

Le musiche, poi, sono splendide e s’intonano benissimo alla pellicola: si tratta di brani classici e di opera lirica, che contribuiscono non poco a creare le giuste atmosfere.

La ridondanza sfiorata

“Noi credevamo” è film complesso e ambizioso, a volte pecca di didascalismo, ma più spesso è ardito. Appare infine disomogeneo nelle sue parti, ma all’interno di una complessiva omogeneità stilistica.
La disomogeneità deriva dall’incompleta riduzione della complessità della materia: alcuni episodi (ad esempio il ritorno di Gallenga, più anziano, interpretato da Barbareschi), e alcuni altri personaggi cui non si è fatto cenno, appaiono troppo estranei al corpo centrale del racconto. E’ come se gli sceneggiatori non fossero stati completamente capaci di tenere a freno l’urgenza di assommare temi e spunti (è un difetto che si riduce man mano che il film procede, fino a scomparire totalmente nella bellissima quarta parte). Forse avrebbe giovato la potatura ulteriore di altre parti, come è successo per quella in cui appariva la figura di Cavour. E non per una questione di lunghezza, ma di compattezza.

Il film, insomma, è ibrido: da una parte è asciutto ed essenziale fino all’osso, dall’altra sfiora il rischio di essere persino ridondante.
L’impressione è che la colpa di Martone sia di non aver tenuto del tutto a freno De Cataldo in fase di sceneggiatura. Appartiene senza dubbio a De Cataldo infatti un certo barocchismo narrativo, il gusto della frammentarietà, l’aggiunta di molte tracce e sottotracce innestate tra loro. Ma in un film storico che vuole mantenersi spoglio e non retorico, un simile gusto della ridondanza è molto rischioso, ammesso che possa funzionare anche sulla carta. E infatti funziona solo entro un certo limite: il romanzo “parallelo” di De Cataldo “I traditori” è sin troppo “pieno”, col risultato di finire per essere un febbrile feuilleton, cui manca fiato e che resta troppo in superficie, pur mettendo tantissima carne al fuoco.
Il film, per fortuna, non è così: prevale lo stile di Martone, prevale l’asciuttezza ma soprattutto l’intensità di molti momenti di altissimo cinema.
I personaggi di “Noi credevamo” sono vivi, vitali: soffrono e in loro si avverte un elemento tragico, che non trova approfondimento nel romanzo di De Cataldo, dove prevale il cinismo di un disincanto troppo compiaciuto e poco dolente.

La disillusione di un esule in patria

Martone prevale, alla fine: nello stile, ma anche nella poetica. De Cataldo – nel suo romanzo – è interessato al disvelamento storico: vuole svelare il ruolo dei servizi segreti, il ruolo dell’Inghilterra, i rapporti tra il fronte dei mazziniani e Cavour, il ruolo della mafia e quello della camorra, ecc…
L’interesse di Martone sta altrove. Resta affine al romanzo della Banti nel mettere in scena il disincanto profondo delle illusioni. Mentre il Domenico della Banti è però un vecchio astioso, che ormai ha perduto ogni gioia di vivere, e trasmette un estremo, quasi insopportabile distacco dal proprio passato, il Domenico cui si ferma Martone è ancora giovane: in lui il segno della disillusione è più cocente.

Il succo di “Noi credevamo” non è poi tanto distante dal primo film di Martone, quel “Morte di un matematico napoletano” che per noi resta il suo capolavoro. Il Domenico di questa pellicola si ferma un attimo prima dell’anarchico Caccioppoli, vittima di un disincanto feroce, personaggio vertiginoso e affascinante, che si apprestava a tagliare ogni residuo ponte con il mondo.
E si pensi in questo senso anche al personaggio interpretato da Fanny Ardant nel precedente film di Martone, “L’odore del sangue”.

La poetica di Martone indulge al fascino decadente e quasi morboso di figure che non credono più in nulla, sovrastate da ogni delusione. Martone scrive, a riguardo di questo suo ultimo film: “Il titolo ci dice che il film è il racconto di una sconfitta, e non c’è dubbio che Noi credevamo sia un film tragico”.
Però aggiunge anche: “Ma quando dico tragico, intendo anche catartico. Vorrei cioè che desse una spinta all’azione. Il punto non è che tutto è finito, il problema è che tutto è da cominciare”.
Ecco: abbiamo il sospetto che il film non corrisponda esattamente a queste intenzioni.
Il film è sì emotivamente catartico (del genere di catarsi che è presente nei tragici greci): però trasmette ben poca speranza che le cose possano cambiare, oggi, proprio nel momento in cui ci dice che, chi “credeva” forte e intensamente, non ha avuto neppure allora gli strumenti per far sì che le cose cambiassero.
Da un punto di vista civile (e fuori da un giudizio estetico), mi sembra che questo film non fornisca strumenti utili a uscire dall’empasse in cui è sin troppo chiaro tutto ciò che non funziona, ma non si ha alcuna intuizione in merito a dove metter mano per “cominciare”.
E come opera d’arte (dunque in senso estetico, stavolta), il film di Martone si colloca in pieno nel decadentismo, e non è poi troppo distante, a parte l’approccio stilistico, da “Il Gattopardo”. Chiamiamolo pure post-decadentismo. E’ anche questo segno di tempi irrimediabili?

“(…) Ma io, con il cuore cosciente
di chi soltanto nella storia ha vita,
potrò mai più con pura passione operare,
se so che la nostra storia è finita?”

Pier Paolo Pasolini, Le ceneri di Gramsci
Stefano Santoli, da “filmscoop.it”

Mario Martone è il direttore del teatro stabile con il migliore cartellone d’Italia, un apprezzato regista di prosa, lirica e cinema, una colonna portante della cultura nostrana e non meritava affatto il trattamento irrazionale riservatogli dalla distribuzione (film uscito in solo trenta copie e abbondantemente scorciato, e invece miglior media spettatori per sala al primo weekend e lunghe file alle biglietterie…) per questa sua ultima fatica, anche perché “Noi credevamo” è un’interessantissima riflessione sulla storia del nostro centocinquantenario paese e avrebbe potuto sollevare dibattiti enormemente maggiori di quelli che, in sordina, hanno comunque accompagnato la presentazione a Venezia (peccato che la giuria pensasse ad altro) e ora il debutto nelle sale.
Un Risorgimento senza Garibaldi e Cavour, i Mille e gli austriaci, il re e le cinque giornate di Milano, è visto tramite gli occhi dei tre amici cilentani Angelo, Salvatore e Domenico (il patriota degenerato in comune assassino, la vittima innocente nonché l’unico popolano dei tre, il testimone che capisce tutto ma troppo tardi) ricalcati sulla biografia di altrettanti personaggi storici minori, base di partenza (assieme, in parte, all’omonimo romanzo di Anna Banti) per i quattro episodi, corrispondenti a quattro momenti significativi e temporalmente distanti della lotta di liberazione nazionale italiana, in cui il film è suddiviso e strutturato.
L’Ottocento di Martone si fregia di una messa in scena meticolosa e puntuale, prevalentemente in interni e in spazi angusti, fittamente dialogata, ispirata – pur in una maniera né retorica né didascalica che rifugge icone, citazioni, inni e fanfare – allo spirito, gli umori, arti quali la pittura, la letteratura, la musica dell’epoca (Bellini lo vediamo in scena ma al fortepiano suona Beethoven, di Rossini e Verdi sentiamo talune composizioni, non le più popolari e mai le arie cantate). Con una resa che oscilla tra il neorealismo ante litteram del Blasetti di “1860” e le precise ricostruzioni antispettacolari dei film in costume di de Oliveira, mirando senza mai – volutamente – raggiungere il gusto barocco del Visconti di “Senso” e del “Gattopardo”, il regista fa giustamente tesoro della sua esperienza in teatro, produce anche per la televisione, ma al contempo sigla un’opera prettamente cinematografica e personale.
Variando il tema della dicotomia monarchia/repubblica, prendendo talvolta le mosse dalla figura dominante di Mazzini, deflagrando infine drammaticamente con lo scontro fratricida sull’Aspromonte, l’autore trova occasione di riflettere su una serie infinita di tensioni e fratture caratterizzanti l’Italia di allora, di ieri e di oggi.
Contraddizioni geografiche: nord e sud, città e campagna come centro e periferia. Sociali: intellettuali e popolo, ricchi e poveri, chi fa la storia realmente e chi invece rimane solo nei manuali. Di prassi politica, geostrategica, istituzionale: moderazione e estremismo, movimentismo e parlamentarismo (Crispi farà carriera), fronte interno e appoggi internazionali (l’aristocratica dimora parigina di Cristina di Belgiojoso), lealtà e cospirazione, coerenza di idee e mutamenti di campo, purezza ideologica e compromesso tattico, azione protofoquista/terrorista (gli attentati falliti o abortiti a Napoleone III e Notre-Dame) e coinvolgimento delle masse, rivoluzione solo istituzionale o anche sociale, gesto nobile e violenza “sporca”.
Lo scioglimento di tali nodi è una chimera, poiché l’Italia “gretta superba e assassina” non è solo quella di allora, ma anche quella di un passato più prossimo (dal fascismo agli anni di piombo) e del presente; è l’attualizzazione il senso ultimo di questo progetto. Il Domenico/Martone che nel finale rivolge la pistola contro il il Parlamento è un uomo più che mai sfiduciato, amareggiato, pessimista, profondamente antipolitico.
E se ci sembra che nel percorso dei nostri protagonisti manchi qualche passaggio, ci piace attribuire tali lacune di sceneggiatura alla riduzione apportata per la distribuzione sul grande schermo. Aspettiamo dunque la versione integrale prima di pronunciare la parola “capolavoro”.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Gli uomini che fecero l’Italia

Tre ragazzi del sud Italia, in seguito alla feroce repressione borbonica dei moti che nel 1828 vedono coinvolte le loro famiglie, maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. Attraverso quattro episodi che corrispondono ad altrettante pagine oscure del processo risorgimentale per l’unità d’Italia, le vite di Domenico, Angelo e Salvatore verranno segnate tragicamente dalla loro missione di cospiratori e rivoluzionari, sospese come saranno tra rigore morale e pulsioni omicide, spirito di sacrificio e paura, carcere e clandestinità, slanci ideali e disillusioni politiche. Sullo sfondo, la storia più sconosciuta della nascita del paese, dei conflitti implacabili tra i “padri della patria”, dell’insanabile frattura tra nord e sud, delle radici contorte su cui sì è sviluppata l’Italia in cui viviamo. (sinossi)

Perchè mai realizzare proprio oggi un film sull’Italia in formazione, che abbracci quel largo periodo storico che va dai primi moti risorgimentali (storicamente riconducibili al 1820) sino alla presa della Capitale, fino al 1870 sotto il dominio Pontificio? A domanda retorica, risposta scontata: la cronaca più o meno storico-filologica raccontata da Noi credevamo di Mario Martone – pellicola in concorso a Venezia 2010 – in tutta evidenza ripropone problematiche che, incubate sotto altre forme ed espresse con metodi meno violenti almeno da un punto di vista fisico, covano tuttora sotto la cenere di un paese costantemente tormentato a livello politico da scosse telluriche spesso artatamente create per alimentare divisioni laddove in passato, perlomeno, erano gli ideali a scuotere e fomentare gli animi.
Gli intenti didattici di Mario Martone, che per l’occasione ha ripreso il testo omonimo scritto oltre trent’anni addietro da Anna Banti, risultano quantomai espliciti da subito, vuoi per una regia di impianto formale strettamente televisivo (fa eccezione, a livello linguistico, un accenno di macchina a mano verso il finale), sia per un’attenzione pressoché maniacale a tenere saldo il timone di una continuità logica e narrativa che avrebbe potuto con facilità naufragare a causa della pletora di personaggi, in parte fittizi o nella maggioranza dei casi realmente esistiti, citati in Noi credevamo. E senza, per una volta, che tali annotazioni determinino per forza di cose un giudizio negativo sul film; il quale al contrario si pone come un prodotto intellettualmente Noi_credevamo_testoambizioso ma onesto in un panorama cinematografico italiano poco avvezzo ad operazioni di questo tipo: un’opera cioé che possa essere considerata una lezione di Storia senza eccessi cattedratici o, peggio, tentazioni di proselitismo.
L’Italia descritta da un autore sovente definito, nella sua filmografia passata, compiutamente (Morte di un matematico napoletano, ad esempio) o velleitariamente (L’odore del sangue) intellettuale, in quest’occasione ha il non trascurabile merito di annullarsi nelle mille vicende narrate, preferendo con saggezza concentrarsi sull’aspetto idealista dei vari personaggi che attraversano con speranza e dolore il proscenio della Storia di Noi credevamo e non trascurando affatto di descrivere allo spettatore anche una loro dimensione privata che contribuisce a far scattare quell’indispensabile pulsione empatica necessaria a far trascorrere senza noia gli oltre duecento minuti di proiezione. Il ritratto che ne esce è quello di un macrocosmo frammentato, diviso, nel quale le persone appaiono incapaci di riporre fiducia l’una nell’altra e dove l’agguato è sempre dietro l’angolo (ed attenzione a tal proposito al ruolo interpretato da Luca Barbareschi, assolutamente carico di sottintesi simbolici del tutto extra-diegetici…), prima del coronamento di quell’obiettivo che alla fine sarà sì centrato ma solo formalmente, come ben esprime il monologo finale del narratore Domenico/Luigi Lo Cascio, uno dei tre “credenti appassionati” la cui esistenza è stata appositamente romanzata per essere inserita, in un contesto il più possibile realistico, negli scenari storici del lungometraggio. Del resto, in Noi credevamo, il passato funge da specchio riflettente sul presente in modo quasi spontaneo: le numerose immagini di violenza cieca e brutale si distorcono e adattano bene alle cronache televisive e non solo che al giorno d’oggi condizionano una pubblica opinione allora molto più ingenua ma anche più pronta all’azione e alla reazione, non anestetizzata come adesso. Poiché in fondo la morale amara della pellicola di Martone, ben riassunta da alcuni dialoghi sparsi qua e là serviti da un cast convinto e convincente nel corso del fluviale film, è che comunque deve essere necessario provarci, a cambiare l’ordine delle cose che si ritiene ingiusto; ben coscienti che battersi contro la cosiddetta real-politik, quella che viaggia per sua espressa volontà (e motivi di potere…) sopra le teste di tutti, potrebbe risultare impresa dai contorni quasi impossibili. L’importante, per continuare almeno a sentirsi vivi, è non dire “noi non crediamo più”.
Anche se forse, in determinate circostanze, può essere la soluzione più comoda.
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

Contro il “romanzo” del Risorgimento, Martone (Morte di un matematico napoletano, 1992, L’amore molesto, 1995, L’odore del sangue, 2003) ritaglia un trentennio della storia italiana (1828-1862) e lega il sogno d’indipendenza dell’élite ottocentesca all’istanza democratica che, sia pure a livello semicosciente, proveniva dal basso, dai contadini meridionali. Due facce della medaglia che non arrivarono a comporsi in un disegno omogeneo, tanto che ancora oggi l’Italia repubblicana soffre di quelle origini confuse. Nel film, ispirato al romanzo di Anna Banti, ci sono Mazzini (Servillo) e Crispi (Zingaretti), ma le loro figure sono tenute in sottordine rispetto ai tre protagonisti, Domenico (Lo Cascio), Salvatore (Pisani) e Angelo (Binasco), espressione del paese “reale”, dove idealità e bisogni si fondono al di qua della mitizzazione storiografica. Si va dalle adesioni alla Giovane Italia e dalla clandestinità delle sette carbonare, le cui prime attività vengono brutalmente represse dai Borboni, alla serie di fallimenti cui vanno incontro i tentativi insurrezionali, compresa la delusione per l’incompiutezza dell’azione garibaldina. Supportato dall’intelligentissima interpretazione fotografica di Renato Berta, mai indulgente in sottolineature stilistiche e sempre attento a un rapporto discrezionale e antiretorico con gli “oggetti” in gioco, il regista procede per tutta la prima metà del lungo film (170 minuti) alla costruzione di quadri non-progressivi, la cui interdipendenza ha valore conoscitivo e insieme discorsivo. Insurrezione e democrazia sono i due parametri secondo i quali si sviluppa una dialettica che brucia, per così dire, al proprio interno la concretizzazione del discorso, lasciando in sospeso la soluzione dei problemi, sia visti dalle posizioni intellettuali e/o fideistiche, sia subiti nella forzata inconcludenza dell’operatività popolare. Poi, la seconda parte lascia spazio alla fiction e Martone cede al richiamo televisivo. Le scene si fanno più “facili” da seguire e, paradossalmente, la “ferocia” di alcune sequenze aiuta a trasferire sul piano emotivo la forma del contenuto. Ciò nonostante, il film conserva una forte carica riflessiva e in buona misura provocatoria (non è una contraddizione), specialmente nel contocinquantenario dell’Unità d’Italia.
Franco Pecori, da “critamorcinema.it”

In Noi credevamo, Mario Martone porta in scena la storia di tre rivoluzionari, Domenico, Angelo e Salvatore che maturano la decisione di affiliarsi alla Giovine Italia di Giuseppe Mazzini, attraverso quattro episodi riferiti all’unità d’Italia il regista esplora gli stati d’animo dei protagonisti sospesi tra rigore morale e pulsione omicida. Tutto questo li rende schizzofrenici nella completa coerenza delle loro scelte. Una pellicola che ha avuto una lunga gestazione con lunghi anni di duro lavoro. Film in concorso al sessantasettesimo Festival di Venezia in odore di premio, proprio per gli eventi attuali che hanno investito l’opera di Martone. Infatti in corrispondenza dell’inizio del Festival, è stato ucciso Angelo Vassallo il sindaco di Pollica, in provincia di Salerno, da nove proiettili sparati da efferati sicari camorristi. Il sindaco, obbiettivo della malavita organizzata per le sue politiche progressiste, era stato invitato al Festival di Venezia per presentare proprio il film di Martone, ma misteriosamente il primo cittadino di Pollica ha chiesto di essere sostituito per l’evento. Semplici coincidenze?
Noi credevamo è un kolossal ed un affresco vivido di un’epoca con un’attenzione particolare ai mutamenti della psicologia dei personaggi coinvolti nell’azione. Ironia della sorte anche uno dei protagonisti si chiama Angelo come il sindaco ucciso. Negli occhi dell’Angelo cinematografico ritroviamo la stessa voglia di cambiare il mondo dello sventurato sindaco. Valerio Binasco, che interpreta Angelo adulto, attraversa magistralmente tutti gli stati d’animo contrastanti di un rivoluzionario diviso moralmente. Binasco è l’attore che convince di più insieme a Tony Servillo che interpreta Giuseppe Mazzini, delude un po’ l’interpretazione di Luigi Lo Cascio.
Molto più di una lezione di Storia quella di Martone e il montaggio di Jacopo Quadri conferisce il giusto ritmo all’opera che, anche se molto lunga, non getta lo spettatore nella narcolessia totale. Imponente e realistica la scenografia di Emita Frigato che sta dimostrando di meritare un posto di riguardo nella storia del cinema. La sceneggiatura del film è stata liberamente ispirata a vicende storiche realmente accadute e all’omonimo romanzo di Anna Banti. Questo elemento è molto importante, in quanto è necessario portare alla luce una letteratura che per troppo tempo la Storia ha sepolto perché fatta di uomini e per gli uomini. Esplorando gli eventi storici anche dal punto di vista dei “personaggi minori”, che poi non lo sono per niente, si scopre che la Storia è fatta da donne straordinarie, innovatrici e geniali: come Anna Banti e tante altre scrittrici, giornaliste, poetesse, pensatrici e anche donne di cinema, come giornaliste cinematografiche e registe. Si tende a ricordare spesso le donne solo per le loro professioni di attrici e modelle, ma queste sono molto di più.
Così il compito di Martone si rivela ben fatto e necessario in un Italia che ha bisogno di capire e ricordare il passato. Anche se il cinema oggi non ha più il potere di educare le masse (come fino agli anni Cinquanta) si spera che almeno i cinefili e il pubblico sensibile capiscano la lezione perché una vicenda come quella del sindaco di Pollica non si ripeta mai più.
Sonia Cincinelli, da “celluloidportraits.com”

Il film di Martone è sicuramente imponente per ambizioni, mezzi utilizzati, spese affrontate e durata complessiva (204 minuti nonostante innumerevoli tagli in fase di montaggio, ulteriormente ridotti per la distribuzione in sala a 170).
Noi credevamo è un prodotto complesso per raccontare una storia complessa come quella che ha portato alla nascita dello stato italiano.
Si crea una sorta (probabilmente in maniera del tutto inconsapevole) di parallelismo tra il film è la storia che si propone di raccontare. Come l’Italia è il risultato di una serie di contraddizioni, di situazioni irrisolte, di piccoli e grandi sacrifici così la pellicola di Martone ripropone al suo interno tali peculiarità.
Il Risorgimento viene raccontato non dai personaggi principali della Storia che compaiono in scena, ma hanno dei ruoli piuttosto circoscritti e servono sostanzialmente solo come appigli e riferimenti fondamentali senza i quali non ci si potrebbe muovere e comprendere a pieno l’evoluzione degli eventi (Mazzini e Crispi appaiono sporadicamente e sono quasi sempre evocati; di Garibaldi si vede solamente un’ombra ergersi su un cavallo), ma dal punto di vista delle cosiddette retrovie, di quei personaggi di cui non si parla nei libri di storia, ma che hanno comunque svolto un ruolo altrettanto se non più importante.
Martone decide di affidare i ruoli dei tre sconosciuti, gli amici d’infanzia Salvatore, Angelo e Domenico ad attori a loro volta dai volti poco noti, ad eccezione di Luigi Lo Cascio che interpreta Domenico da vecchio e diviene il fulcro narrativo dell’ultima parte del film.
Proprio quest’ultima costituisce sicuramente la parte più riuscita del film, laddove le piccole faide interne, i sospetti reciproci, le diffidenze e i sospetti trovano la loro più compiuta espressione nel combattimento dell’Aspromonte tra garibaldini e bersaglieri, una volta fianco a fianco nella stessa guerra, poco dopo avversari spietati disposti a tutto pur di prevalere.
Martone affronta un periodo storico molto ampio che va dagli anni 20 dell’800, dei moti mazziniani e carbonari, fino alla sconfitta garibaldina d’Aspromonte e la restaurazione crispina, percorrendo buona parte del XIX secolo, tralasciando volutamente il 1861 anno dell’unificazione dello stato italiano e la figura di Garibaldi, eroe dei due mondi. Quello che sembra importare a Martone non è tanto l’unificazione quanto gli ideali, le lotte, i contrasti personali, le emozioni dei suoi personaggi prima e dopo il fatidico 1861.
Un risorgimento raccontato quindi in maniera inconsueta, seguendo alcune linee fondanti, alcuni aspetti, soprattutto umani, solitamente tralasciati e dimenticati dalle grandi epopee cinematografico-televisive, evitando la retorica e l’eccessivo facile nazionalismo che nasconde sostanzialmente superficialità, tratto tipico di questi prodotti; un punto di vista nuovo su una materia fondamentalmente poco conosciuta e che ancora oggi è frutto di controversie, polemiche e rivisitazioni più o meno fantasiose. Martone quindi non pecca certo di coraggio, ma non per questo il suo film può dirsi privo di difetti come ad esempio cercare, più di una volta, di creare sottesi parallelismi con la contemporaneità che non sempre risultano riusciti e convincenti.
Nonostante la mastodontica durata Noi credevamo riesce a non essere eccessivamente prolisso e pesante; sebbene Martone non sempre riesca perfettamente a gestire tutti i fili narrativi e più di una volta, soprattutto nella fase centrale, il racconto sembri perdersi e girare su se stesso, va riconosciuta al regista napoletano la grande ambizione di osare, di credere in un cinema colossale per i mezzi messi in campo ma non necessariamente (o gratuitamente) spettacolare.
Tra le note positive vanno annoverate una colonna sonora di pezzi classici appositamente scelti, ma non tra i classici del genere bensì tra i brani meno conosciuti di maestri come Verdi, Puccini, Bellini e Rossini e le prestazioni decisamente positive di un cast a dir poco eterogeneo che comprende attori affermati come Servillo e Zingaretti affiancati da esordienti o attori sconosciuti.
Un film complesso, volutamente antiretorico, diseguale ma comunque interessante (al di là del suo valore artistico), utile a ricordare una pagina di storia italiana tutta ancora da scoprire e da guardare con occhi nuovi e, perché no, con curiosità.
Voto: 6,5
Marco Valerio, da “quartopotere.com”

Noi credevamo di Mario Martone non ricostruisce gli eventi precedenti all’unità d’Italia, bensì scoperchia catacombe da cui fuoriescono fantasmi e visioni allucinate; non si tratta neppure di una diagnosi illustrativa delle cause lontane dei mali immarcescibili del nostro Paese, bensì di una discensio ad inferos, desultoria e frammentata, nelle viscere del passato testimoniata da tre giovani idealisti del Cilento. Un viaggio senza ritorno, dunque, fra anni di cella e deliri folli, al quale sopravvive solo la coscienza lucidamente disperata di Lo Cascio, l’unico superstite a cui sia consentito dopo anni da esule di penetrare nel cuore pulsante della Nazione e viverne sulla propria pelle la disfatta dopo la presunta liberazione dal giogo tirannico.
La pellicola avvolge lo spettatore in un nebbioso labirinto di tenebre, dove i sogni hanno i colori e i suoni degli incubi e i progetti utopici degli intellettuali appena usciti dai salotti aristocratici si tingono di sangue innocente e miseria per gli inermi: un groviglio di passioni e trasformismi, di velleità rivoluzionarie e compromessi dettati dalla Realpolitik, nel quale l’analisi storica è offuscata in ogni sequenza dal dolore impotente di chi riconosce nell’alba di ieri il tramonto di oggi. In Noi credevamo l’oggettività del saggio critico con le sue note verità resta di fatto uno sfondo su cui si stagliano a livello di quadri icastici le ragioni concrete di una disillusione e di un tradimento: il volto pietrificato della madre di Lo Cascio, la spossatezza scettica della principessa di Belgiojoso, l’ammasso di cadaveri di contadini inermi parlano di un popolo non sfiorato dal mito del Risorgimento o di un Sud offeso da un Nord conquistatore e rapace.
Il lungometraggio ribalta volutamente il sistema dei personaggi dei manuali scolastici di Storia, affidando a figure oscure di vittime dimenticate il ruolo di protagonisti e allontanando dal campo di battaglia i cosiddetti grandi: Garibaldi, Cavour, i Savoia sono ombre assunte a puri simboli, Mazzini e Crispi vengono evocati esclusivamente nel drammatico momento del redde rationem; il primo è tormentato dagli spettri dei martiri da lui ispirati, l’altro parla dagli scranni di un Parlamento macabramente vuoto, icona del cinico trasformismo della politica di tutti i tempi. Noi credevamo dà voce a una disfatta civile e forse svela il segreto dell’Italia di oggi: il senso di colpa.
Augusto Leone, da “cine-zone.it”

Ma che vi credete, che sia facile raccontare il Risorgimento? Raccontare, dico io, la storia di quando l’Italia non era ancora neanche Italia, questo mondo rurale di illuminazione a olio, agricoltura, nobiltà e carboneria. Ah, la fa semplice il sussidiario delle scuole elementari: la barbetta di Mazzini, il barbone di Garibaldi, gli occhialetti di Cavour, i cannoni, e poi uno sfondo indistinto di figurine da presepe e cartapesta.
No che non è facile. Noi Credevamo ci prova con lo sbobinamento di tre ore e un quarto di pellicola. Tre ore e tre storie – con la s minuscola ma solo per rispetto della grammatica – le storie di tre amici e confratelli su e giù per la spina dorsale del paese. E un’ottica tutta nuova, anzi, lo smantellamento di un’ottica: via quelle macchine da presa puntate sull’eroismo, giù l’illuminazione, giù tutte le teste.
Dunque ecco l’Italia risorgimentale secondo Mario Martone: un pasticcio di fallimenti e atmosfere cupe di un giorno mai davvero nitido. Un guazzabuglio di piani amatoriali dall’esecuzione affidata a sbruffoni e mitomani. Questo Mazzini fantomatico, irraggiungibile e attraversato da idee febbrili senza una direzione ben determinata. E, a ricordarci che un secolo e mezzo non è certamente sufficiente a modiNoi_Credevamo_07-596×396.jpgficare la firma di un popolo: i grandi interessi ed il bene comune costantemente minati dalla minutaglia di controversie personali e individualismi dell’ultimo momento.
Con una fotografia e un’attenzione al costume storico magistrali, sulla forza lirica di Verdi, Rossini e Bellini, ecco tutte splendidamente in equilibrio tra ambiguità, violenza e patriottismo le interpretazioni di Toni Servillo (Giuseppe Mazzini), Luca Zingaretti (Francesco Crispi), Luigi Lo Cascio e Valerio Binasco. Con una lode particolare a quest’ultimo, volto meno visto al cinema, ma semplicemente eccezionale, letteralmente posseduto dal personaggio di Angelo. Peccato invece per la singola nota stonata, ma stonata davvero – non potrete non digrignare i denti – della Cristina di Belgioioso secondo Francesca Inaudi: una recitazione teatrale, dozzinale, che stacca dal contesto come un pupo siciliano in un film della Pixar.
La formula del triplice racconto funziona. Separazioni e riunioni, piccole spedizioni avventurose, mentre su ogni cosa grava angosciante il peso della Storia. Anni che scorrono, capelli che ingrigiscono, mentre tutti in sala malcelatamente aspettano con il fiato sospeso la grande battaglia finale, la parentesi eroica che continua ad essere elusa: lo stesso Garibaldi rimarrà un’ombra sulla cima di un colle illuminato dal plenilunio.
Tuttavia, tre ore. Tre ore, in effetti, sono proprio tante, e finiscono inevitabilmente con il diluire la qualità momenti di vero genio registico che preferiamo non disvelare in anticipo. Tre ore che sono tali anche per necessità, e diventano quasi quattro nella versione smembrata in puntate a uso fiction televisiva che andrà in onda sui circuiti Rai. E dunque non possiamo non domandarci: uovo o gallina? Lungometraggio stiracchiato per farne mini serie, o mini serie ricompattata per pigiarla dentro il grande schermo?
Poi, tutto si esaurisce con una strana accelerazione finale. Al traguardo non c’è alcuna gloria, eppure non ne siamo sorpresi. C’è così tanta Italia in questa storia, in questa Storia, in queste storie di centocinquant’anni fa, che quel Parlamento vuoto fatto di eleganti tube ben riposte su uno scaffale non sorprende. La strizzata d’occhio è più che altro un amaro colpetto sulla spalla, e la chiarezza dell’operazione si fa retroattiva: saprete anche voi perché siete andati a vedere Noi credevamo, e ne coglierete infine la giusta intonazione.
Andrea B. Previtera, da “giudiziouniversale.it”

Ben sette anni sono stati necessari a Mario Martone per riuscire nel suo Noi credevamo. Anni lunghi di sacrifici ripagati da una unanime standing ovation tributatagli dal pubblico della Mostra di Venezia, dove il film è stato presentato in anteprima nella sua versione integrale di circa quattro ore. Il film è stato poi ridotto a due ore e cinquanta minuti, per consentire una più adeguata diffusione delle (ahimè) pochissime copie oggi in circolazione nelle sale. Dopo Morte di un matematico napoletano (1992), dopo L’Amore molesto (1995), due tra le sue opere meglio riuscite, è come se il giovane regista napoletano avesse raggiunto il suo acme, in una compiutezza narrativa, una potenza espressiva e una perfezione rara nel portare sullo schermo una sceneggiatura che trasuda il coraggio della passione, senza tentennamenti, con il braccio proteso a sventolare una bandiera nella quale, oggi, pare che pochi abbiano fede davvero, disillusi da una classe politica quanto meno discutibile. Martone ci riporta, passo passo, dai primi moti carbonari fino all’alba dell’unità del nostro Paese, una nascita dolorosa della quale ancora oggi portiamo i segni. La sceneggiatura trae spunto dall’omonimo romanzo di Anna Banfi e ci offre il punto di vista di tre ragazzi affiliati alla Giovine Italia di Mazzini, intercalando le vicende dei singoli con i fatti di storia autentica, narrata secondo stilemi rosselliniani. Uno dei più emozionanti tracciati voluti dal regista è quello che ci porta a tentare di capire la nostra Storia, di penetrarla fino in fondo per andare a scoprire cosa c’è davvero in fondo al pozzo e da lì guardare in alto la luce senza essere distratti da altre proiezioni illusorie, mistificate. Noi credevamo è un cannocchiale sulla nostra Italia che, partendo dal passato, guarda lontano, e ciò che prima pareva un punto sull’orizzonte, diventa un chiaro oggetto di conoscenza.
C’è grande passione in tutti i personaggi del film e altrettanta forte delusione, ma lo stesso regista ci ricorda che non necessariamente il rapporto col dolore deve produrre tristezza, al contrario esso deve produrre guarigione, catarsi. Mi pare che siamo sofferenti come cittadini anche senza “Noi credevamo”. Vedere il film può dare una qualche ragione di questa sofferenza e darci una spinta nell’andare avanti.
Noi credevamo ricorda, emoziona, stimola, coinvolge e, soprattutto, genera speranza.
Dario Arpaio, da “solocine.it”

Cilento, Regno delle due Sicilie. 1828. Domenico, Angelo e Salvatore sono tre adolescenti che, dopo aver assistito alla decapitazione pubblica dei leggendari e rivoltosi fratelli Capozzoli da parte dell’esercito borbonico, si ripromettono di dedicarsi alla causa dell’unità d’Italia. Le loro vite vengono completamente condizionate dall’appassionata fede in un grandioso disegno, che solo uno di loro riuscirà a vedere realizzato nel lontano 1871, quasi 50 anni dopo. Sullo sfondo delle loro vicende, sofferte e spesso sanguinose, s’intrecciano gli avvenimenti storici di un’Italia che è divisa tra le manovre del potere, monarchico e temporale, e i faticosi moti rivoluzionari che provano a unificare il Paese nel segno della libertà e dell’uguaglianza sociale.
Noi credevamo di Mario Martone. I tre rivoluzionari: da sinistra, Andrea Bosca (Angelo giovane), Edoardo Natoli (Domenico giovane) e Luigi Pisani (Salvatore giovane). I tre protagonisti di Noi credevamo sono ispirati alle figure minori realmente esistite di Domenico Lopresti (nonno di Anna Banti, autrice dell’omonimo romanzo su cui si basa il film), Angelo Pieri e Salvatore Sciandra, ma sono utilizzati dalla sceneggiatura di Giancarlo De Cataldo (Romanzo criminale) e del regista Mario Martone (L’amore molesto) in maniera funzionale all’economia narrativa che, sviluppando una triplice storia di fiction, non strumentalizza la Storia ai soliti fini pedagogici, ma ne disegna un canovaccio denso di vicende, di personaggi e di sentimenti. L’impianto cinematografico è a metà tra un film storico, che ricostruisce e ridefinisce gli snodi famosi e segreti degli avvenimenti epocali dell’Ottocento italiano, e un melodramma teatrale, che l’imponente musica di Hubert Westkemper e la fotografia maestosa di Renato Berta, che ha lavorato con nomi del calibro di Godard, Rivette e Resnais, calibrano sapientemente. Diviso in quattro capitoli, che tracciano quattro atti di una spettacolare messa in scena, scandita in oltre tre ore di visione, il kolossal di Mario Martone restituisce un’immagine della storia risorgimentale assolutamente interessante e scevra di facili ideologismi. La scrittura scaltra sa destreggiarsi infatti tra una trama infittita dai necessari ricorsi storiografici e iconografici e un’interpretazione personale e innovativa: lo stile visivo di Martone, realistico e asciutto, non si può confondere con un semplicistico schematismo televisivo che avrebbe potuto scarnire tutti i nuclei tematici – “la guerra, la rivoluzione, l’unità” – qui sviscerati con cognizione di causa e grande chiarezza d’intenti.
Noi credevamo reca nel nome un programmatico alone romantico che impedisce al film di aderire sterilmente alla realtà, e permette al pubblico di immergersi in una dimensione onirica esclusivamente cinematografica. Il racconto si focalizza con intensità e oculatezza su momenti topici, selezionati validamente: la costituzione della profetica Giovine Italia con l’affiliazione talvolta deviata di personaggi come lo smanioso cospiratore Angelo, e le spinte propulsive ai moti rivoluzionari come una fede appassionata nell’uguaglianza e la combattiva speranza di unire legalmente un’Italia “gretta, superba e assassina”, come quella attuale, di Domenico, un superlativo Luigi Lo Cascio. Ne emerge una raccolta ritrattistica dei personaggi storici moderna, che non ricalca i comuni cliché accademici, ma ne approfondisce la psicologia con onesto e militante piglio mitografico come per Giuseppe Mazzini, un austero Toni Servillo, il discusso Francesco Crispi (Luca Zingaretti), la reattiva Cristina Trivulzio, principessa di Belgiojoso, interpretata in maniera eccelsa da Francesca Inaudi e Anna Bonaiuto e l’ambiguo Antonio Gallenga. Se il corso degli eventi non riesce a suscitare particolare pathos nello spettatore che già conosce il percorso di orrore, miseria e martirio che condusse all’ “alba della nazione”, come segnala l’ultima parte del film, non sfuggono all’attenzione dialoghi e battute pungenti capaci di attualizzare il significativo valore delle faticose battaglie risorgimentali grazie alle quali Martone ci ricorda che “l’albero è stato piantato, con radici malate, ma è stato piantato”, in un invito al recupero della memoria d’ importante portata culturale che oggi nel nostro Paese può solo arrivare dal cinema.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

È la storia di tre ragazzi del sud Italia, Domenico, Angelo e Salvatore, i quali, nel periodo risorgimentale, a seguito delle feroci repressioni borboniche, decidono di unirsi ai moti clandestini miranti all’unificazione dell’Italia. Entrano così a far parte della “Giovine Italia” di Giuseppe Mazzini, viaggiando per l’Europa in cerca di finanziatori per le loro azioni rivoluzionarie e trovando, in un primo momento, l’appoggio di Cristina Trivulzio di Belgiojoso, principessa animata da forti sentimenti antiaustriaci e liberali. Dopo il fallimento del tentativo di spedizione in Savoia, organizzato da Mazzini, la principessa però ritirerà il suo appoggio, anche se il suo salotto resterà un circolo di ritrovo per gli intellettuali e gli esuli italiani.
Salvatore, figlio di contadini, viene (per le sue umili origini) scelto per incontrare Mazzini a Ginevra, e incaricato di procurarsi un’arma con la quale un cospiratore, Antonio Gallenga, medita di assassinare Carlo Alberto di Savoia (ma il Gallenga, intimorito non porterà a termine il suo piano, nascondendosi). Dopo il fallimento della spedizione egli viene accusato da Angelo di essere una spia al servizio dei piemontesi e viene ucciso da questi in un impeto di fanatismo ideologico. Dopo l’assassinio Angelo scappa, viaggiando a lungo per l’Europa dove finirà per entrare nel circolo di Felice Orsini, rivoluzionario che si è distaccato dalle idee di Mazzini, ritenendo i di lui metodi inadeguati per la lotta politica e che medita un attentato a Napoleone III. L’attentato, in cui viene coinvolto anche Angelo, fallisce però miseramente e l’Orsini insieme con Angelo e altri due compagni viene arrestato e processato. Angelo e Orsini finiranno con l’essere quindi condannati a morte ed entrambi ghigliottinati in Francia.
Domenico, nel frattempo, dopo aver passato in carcere gran parte della sua giovinezza, stringendo durante la prigionia amicizie con alcuni importanti esuli italiani attivi nella lotta politica, torna nel sud Italia dove incontra il giovane Saverio, figlio del vecchio amico Salvatore, legandosi insieme a lui ai garibaldini e vivendo con loro la presa del potere di Vittorio Emanuele II e la conseguente disillusione per un’Italia unità nel nome di ideali repubblicani e democratici. Caduti in mano piemontese, anche il giovane Saverio finirà vittima della repressione dei bersaglieri inviati dai Savoia. Ormai vecchio, Domenico assisterà inoltre agli ultimi sviluppi del post-unità, vivendo una nuova, forte disillusione dopo aver assistito al repentino distacco di Francesco Crispi dai vecchi ideali mazziniani e l’avvicinamento a politiche monarchiche e repressive. Stanco e disilluso a Domenico non resterà che meditare tristemente sulle passate speranze e sulle presenti delusioni (e tradimenti ideologici) che segnano tragicamente l’inizio della storia d’Italia.
La vicenda, lunga e complessa è, a livello del racconto, schematizzata in quattro parti, divise in altrettanto sezioni con rispettivo titolo.
Nella prima parte (intitolata: «Salvatore») viene mostrata, a grossi tratti, la vicenda di Salvatore, il più umile dei tre amici cospiratori dalla sua “investitura” mazziniana (con il relativo “onore” di essere da Mazzini incaricato di armare la mano del Gallenga) fino alla morte, avvenuta per mano di Angelo, ormai diventato fanaticamente ossessionato dalla rivoluzione. Nella seconda sezione («Domenico» viene invece presentata la figura di Domenico, nei suoi fervidi tentativi cospiratori contro il nemico borbonico e austriaco. In questa parte del film la figura di Domenico è ancora mostrata come piena di giovanili speranze e di fiducia nell’ideale mazziniano e rivoluzionario. La sezione dedicata a Domenico si interrompe lasciando il posto alla terza (quella di «Angelo», di cui si parlerà a breve), ma torna alla fine nella quarta sezione («L’alba dell’Unità») in cui la sua figura sarà nuovamente protagonista.
Tornando alla terza parte, abbiamo il delinearsi della figura di Angelo, ormai invecchiato, ma non per questo rassegnato nel suo ideale del gesto “risolutore” e violento che dovrebbe dare una svolta alla lotta politica. Macchiato dalla colpa dell’omicidio di Salvatore, che porta come un peso, la storia di Angelo si conclude, anche in questo caso, con la morte del personaggio, invischiato nel fallito attentato di Napoleone III e giustiziato. La quarta e ultima sezione, infine, ripresenta come detto la figura di Domenico, dai lunghi giorni di prigionia fino alla sua adesione ai garibaldini. Le quattro sezioni qui presentate sono (tranne la vicenda di Salvatore che è quasi “autoconclusiva”) a tratti intrecciate tra loro, restituendoci la visione d’insieme di un grande “affresco” della storia risorgimentale attraverso le emblematiche vicende dei tre personaggi.
In questo grande affresco, spicca con evidenza la grande disillusione di Domenico, personaggio che non a caso sopravvive ai due amici, entrambi uccisi ed entrambi “perdenti” nel triste gioco della lotta politica. La disillusione di Domenico è del resto ben motivata dalla similarità dei comportamenti dei nemici borbonici e austriaci e degli “amici” piemontesi, che vengono mostrati dall’autore nel compimento di analoghi comportamenti repressivi nei confronti dell’inerme popolazione locale, come a dire che, cambiando pur l’ordine delle dominazioni (straniere o italiche che siano), il risultato finale di sopraffazione non cambia. La sequenza della morte di Saverio, personaggio legato a quello di Salvatore (suo padre nella vicenda) ed egualmente “sconfitto”, è a questo riguardo molto indicativa: egli infatti viene ucciso, non dal nemico borbonico, ma dalla repressione dei piemontesi (e, anzi, l’episodio della sua morte, con la fucilazione a “tradimento” dei bersaglieri Savoia, nonostante l’armistizio e il mancato processo di un legittimo tribunale acuisce la sensazione di arbitraria malvagità delle azioni repressive dei “nuovi dominatori”). La finale disillusione di Domenico, poi, è ben motivata dalla consapevolezza del prezzo che la neonata nazione ha dovuto pagare, nonostante le numerose morti. La nuova Italia, è sì unita, ma tradita nelle fondamenta ideologiche profonde che avevano ispirato le insurrezioni. Non a caso l’ultima sequenza del film mostra, in un parlamento vuoto, l’ombra di Francesco Crispi durante il famoso e storico discorso con il quale l’ex rivoluzionario democratico mostrerà di aver cambiato del tutto (con l’opportunismo che coinvolge la maggior parte degli esponenti della nuova classe politica) il suo credo ideologico: «noi unitari siamo monarchici e sosterremo la monarchia meglio dei monarchici antichi(!)». E l’amara riflessione finale di Domenico chiude il film, dando quindi un significato profondo al titolo «Noi credevamo», che mostra come l’Unità italiana sia stata raggiunta tradendo però tutto quel complesso di ideali, speranze e convinzioni che avevano animato, nel profondo, i protagonisti dei moti risorgimentali.
Il film di Martone si caratterizza, in ultima analisi, come un ottimo film di vicenda dalla buona struttura e dall’eccellente realizzazione artistica, che non fa pesare le oltre tre ore di visione, supportato anche da un cast di attori – quasi tutti ben diretti – che aggiungono valore a un’opera che, per l’impegno complessivo, meriterebbe di sicuro un riconoscimento (di qualsiasi tipo) in questa mostra del cinema.
Manfredi Mancuso, da “edav.it”

Il Risorgimento raccontato dal basso
Domenico, Angelo e Salvatore sono tre ragazzi del sud Italia che decidono di affiliarsi al movimento Mazziniano, indignati per la violenta politica repressiva dei Borboni nei confronti delle insurrezioni popolari. I tre amici, inizialmente uniti da un comune ideale, saranno divisi da differenti destini tragici. Uno rimarrà coerente agli ideali d’indipendenza e libertà fino alla fine, consumando la propria esistenza nel nome della propria causa; un altro morirà per mano di un amico, vittima di diffidenza e pregiudizio; il terzo corromperà le proprie idee politiche e patriottiche percorrendo la via dell’assassinio politico e del plateale gesto risolutore. Le vite dei tre protagonisti, sconosciuti ma rappresentativi delle vicissitudini di tanti patrioti, s’intrecciano con le biografie di alcuni tra i personaggi più importanti della storia italiana: Giuseppe Mazzini, Francesco Crispi, Felice Orsini, Sigismondo Castromediano, Carlo Poerio, Cristina di Belgiojoso.

Per un cinema antiretorico che comunichi la storia
Mario Martone racconta il Risorgimento con uno sguardo depurato da qualsiasi tipo di retorica (storica, ideologica, revisionista). Le pagine più significative del trascorso (e percorso) nazionale meriterebbero sempre questo genere di delicatezza e attenzione: non solo l’unità d’Italia ma anche la lotta partigiana, il sessantotto, gli anni di piombo richiederebbero un lucido distacco per essere raccontati. Una forma di distacco che, in questo caso, riguarda esclusivamente il giudizio sulla Storia, perfettamente bilanciato dall’amore dell’autore per i propri personaggi, complessi, affascinanti, carichi di sfumature e zone d’ombra. Con la precisione che solo la distanza temporale può garantire, il regista analizza le ragioni della passione politica e civile, gli slanci ideali, le derive violente, la difficoltà di dialogo tra uomini d’azione, rivoluzionari, politicanti e intellettuali. Il rapporto fra terrorismo e lotta per la conquista dell’unità nazionale appare quanto mai attuale.
Noi credevamo non è una rassegna di figurine, sfilata di agiografie da sussidiario. Tutti i protagonisti (sia quelli famosi sia i personaggi-simbolo d’invenzione) pulsano di vitale concretezza divisi tra ambizioni e ideali, combattuti, dubbiosi, arresi. Il Risorgimento appare (come già aveva raccontato Visconti in Senso nel 1954) una rivoluzione mancata, tradita, poco sentita dagli strati più poveri della popolazione e strumentalizzata dal potere politico. Rimane però intatto lo slancio ideale dei protagonisti, specialmente nella figura di Domenico, coerente fino in fondo, inamovibile e disposto a sacrificare famiglia, affetti, libertà e giovinezza nel nome di un’idea sentita come giusta. Da apprezzare anche la rivalutazione di personaggi storici caduti nell’oblio come Cristina di Belgiojoso
Martone cullava questo progetto da quasi dieci anni. La lunga gestazione, dovuta alla mancanza di fondi, ha fatto slittare lavorazione e uscita fino al 2010. Una buona occasione per riflettere sul nostro passato ma anche sullo stato attuale del cinema nostrano, che tarpa le ali, i progetti e la distribuzione ai suoi migliori fautori.
Si potrebbero spendere molte parole sulla bellezza delle scenografie e dei costumi, sul talento degli attori, sull’efficace teatralità della messa in scena (Martone e il teatro sono, è bene ricordarlo, indissolubilmente legati), sulla musica dell’epoca che sembra battere il tempo della storia senza enfasi, ma si rischierebbe di suggerire l’idea di un film ingessato, di una ricostruzione storica in costume e nulla più. Noi credevamo è invece molto altro: un film lungo, difficile e coinvolgente che copre un arco temporale di più di trent’anni (dai tardi anni Venti del diciannovesimo secolo fino all’unità). Un film metafora sulle rivoluzioni e sui caratteri umani e al tempo stesso un racconto focalizzato sui momenti fondativi del nostro Ottocento.
Usciti dalla sala cinematografica si è colti dal desiderio di recuperare libri, leggere, approfondire, capire, andare al di là di date e nomi alla ricerca di quella passione, di quei valori civili laici, libertari e profondamente umani che hanno animato migliaia di uomini oggi dimenticati.
Al di là del tema, significativo e preponderante, siamo dinnanzi a un’opera imponente, a un film di respiro amplissimo e dai molteplici piani di lettura.
Martone è un regista di spessore in grado di osservare e comprendere la Storia e, cosa più importante, comunicarla attraverso il cinema.
Michele Angelo Salvioni, da “spaziofilm.it”

Proprio in un periodo in cui ci si appresta a festeggiare i 150 anni dell’Unità d’Italia su più fronti e con le iniziative più disparate è presentato in concorso “Noi credevamo” di Mario Martone. Il regista ha alle spalle molta esperienza teatrale, cosa che si nota nella scelte registiche e nella cura di luci e ombre, tanto nella fotografia quanto nel gioco di chiaroscuri sui volti nei primi piani, mai banali e sempre significativi. Un racconto che ripercorre gli anni che vanno dal 1824 all’Unità d’Italia, sognata dapprima indipendente e ottenuta solo sotto la bandiera dei re di Savoia. La scelta è quella di raccontare storie reali, vere, tratte dai racconti di patrioti che non si studiano sui libri di storia, ma che la storia della nostra nazione l’hanno fatta, segnata, percorsa e talvolta sognata, senza vederla realizzata. Salvatore (Luigi Pisani), Domenico (Luigi Lo Cascio, da adulto) e Andrea (Valerio Binasco, da adulto) sono i protagonisti di un film che dura 204 minuti ma che mantiene il ritmo e l’interesse quasi come le miniserie televisive e, forse, questo sarà lo sbocco che avrà la pellicola di Martone; non va sottovalutata la presenza di Rai Fiction tra i produttori. Accanto ai protagonisti della pellicola fanno la comparsa ovviamente i grandi che si studiano a scuola e che del Risorgimento sono indicati come i fautori da Mazzini (interpretato da Toni Servillo) a Crispi (Luca Zingaretti), senza dimenticare Garibaldi che rimane un’ombra, osannata dalle camicie rosse.
“Noi credevamo” è un film in concorso che racconta la storia d’Italia, forse per questo è difficile che ne esca vincitore, racconta la storia di quell’Italia sognata come libera e democratica, lontana dai giochi di potere. Molte frasi (anche qui l’importanza dell’esperienza teatrale si sente) pesano come macigni anche per gli italiani di oggi e la conclusione suona come un monito, ancora attuale. “Noi credevamo” le ultime parole del film di Martone e forse, per fortuna, nel nostro paese molti anonimi ci credono ancora.
Mauro Toninelli, da “ancci.it”

Il Risorgimento, lo Stato unitario, le fratture tra nord e sud, in un racconto fluviale delle gesta di tre giovani cospiratori della Giovine Italia di Giuseppe Mazzini. La nascita di una nazione chiamata Italia secondo Mario Martone, tra slanci ideali e disillusioni politiche
Ottocento. Domenico, Angelo e Salvatore, giovani amici appartenenti a classi sociali differenti, nati e cresciuti nel Cilento, sono animati da un forte fervore ideologico. Stanchi delle continue vessazioni e repressioni dell’esercito borbonico e desiderosi di rendersi utili alla causa della libertà, dell’unificazione e dell’indipendenza dell’Italia, decidono di affiliarsi alla Giovine Italia, un movimento fondato dal patriota Giuseppe Mazzini con l’obiettivo di divulgare i principi della democrazia liberale per intraprendere un’azione di lotta contro ogni forma di monarchia. I tre consacrano così la loro vita all’azione cospiratrice e rivoluzionaria per prendere parte al processo risorgimentale che porterà all’unità del territorio italiano. Tra slanci ideali e disillusioni politiche, il loro itinerario procede tra enormi difficoltà. Il sacrificio a cui si sottopongono finisce per dare frutti amari: il tradimento degli ideali repubblicani, le fratture tra nord e sud, le consorterie tra i ‘padri della ‘patria’ minano il pieno conseguimento di un’Italia unita.

Ideato, diretto e scritto come un fluviale romanzo popolare di una generazione (quella di chi contribuì all’affermarsi dei moti mazziniani), Noi credevamo è una radiografia storica puntuale, lucida e commossa che, attraverso le gesta di tre amici accomunati dalle stesse convinzioni politiche, ci restituisce la memoria dell’Ottocento, periodo cruciale per i destini dell’Italia, rievocando il Risorgimento e Giuseppe Mazzini, la lotta armata dei liberali e le strategie dei sostenitori della monarchia parlamentare, la formazione dello Stato unitario e gli eventi che ne sono seguiti.
Una scena del filmSelezionato alla 67esima Mostra del Cinema di Venezia, il film è così fuori misura (dura quasi tre ore e mezza) ed ambizioso che poteva rovinarsi con le proprie mani. Il rischio temuto era che Mario Martone si sarebbe lasciato andare ad una fredda ricapitolazione guidata con il senno di poi di interi capitoli della storia nazionale o, peggio ancora, alla creazione di personaggi-simbolo per trovare una sintesi degli eventi trattati. Per evitare questo rischio, Martone, con l’aiuto dello sceneggiatore Giancarlo De Cataldo, ha puntato intelligentemente su due soluzioni. La prima: rifiutare qualsiasi astrazione in modo da restare addosso ai sentimenti, ai corpi, ai volti dei tre protagonisti. La seconda: strutturare il percorso narrativo, con le sue svariate ramificazioni, come l’epopea di un’amicizia in balia della ferocia dei sommovimenti dell’epoca. Così facendo il regista partenopeo, lontano dalle trappole del cinismo del disincanto e degli ideologismi, riesce a regalarci personaggi fatti di sangue, carne ed ossa: non li usa come rigide metafore, bensì li arma di gesti, di sguardi, di idee di libertà che si sviluppano nel dolore e nel sangue, dimostrando un grande amore per la materia plasmata dal suo sguardo.
Confidando nel flusso di un’appassionante quadro storico, Martone rovescia i cliché del cinema di ambientazione storica: rinuncia a qualsiasi enfasi retorica, mescola teatro e pittura (basti notare l’uso delle luci), impiega pochi movimenti di macchina e si affida ad una recitazione intensa quanto semplice.
Le emozioni grandi e piccole (non sono poche) sprigionate dal linguaggio apparentemente povero di Martone sono trasmesse da un cast di ottimi attori, in cui spiccano Valerio Binasco, Luigi Lo Cascio e Toni Servillo (qui nel ruolo di Mazzini). Poche volte il cinema italiano ha saputo affrontare in maniera così pregnante le pagine del suo irrisolto passato e, di riflesso, del suo presente.
Francesco Siciliano, da “lostinmovies.it”

Martone, regista tra i massimi del nostro teatro, ma formatosi come cineasta, quando si cimenta per il grande schermo rimane consapevole della differenza del mezzo, senza peraltro mettere da parte l’attitudine al palco: se quanto narra in Noi credevamo si ispira alla realtà storica dei fatti, non tralascia d’altra parte lo specifico della messinscena, secondo un’indole contaminatrice che lo porta a costruire splendidi quadri cinematografici in interni scenografici di grande rigore, ma abitati da figure declamanti, interpretate secondo un modulo studiatamente antinaturalistico, centellinando gli esterni che non si ergono mai ad ambientazioni facilmente riconoscibili, a quinte identitarie, rimanendo l’attenzione puntata sull’azione e i personaggi che la fanno, sulle atmosfere, sugli umori e le passioni prima che sui fatti, evidenziandone la dimensione tragica o melodrammatica, mettendo da parte la cronaca, lasciando che sia lo spirito controverso dell’epoca ad emergere: in Noi credevamo il Risorgimento è un palcoscenico della parola dove non c’è mai il gigante iconico a far da mattatore, ma uomini veri, con entusiasmi, dubbi, convinzioni e valori autentici; in Noi credevamo il Risorgimento è visto dentro e fuori da un teatro epocale incendiato dalle lotte di classe, da giuramenti di fedeltà ad associazioni sovversive (la Giovine Italia dell’esule Mazzini), tra conciliaboli clandestini e litigiosi contrasti di sette.
Martone non prende neanche per un attimo in considerazione la logica dell’affresco storico tradizionale: nel suo film non vediamo apparire i grandi protagonisti del periodo, non ci sono Garibaldi, Cavour o Vittorio Emanuele II, evocati certo, ma mai presenti sulla scena e così i grandi eventi storici non sono mai mostrati, ma solo riferiti: il cuore del lavoro è affidato infatti a un dietro le quinte animato da personaggi sì secondari, ma che la Storia la agirono, personaggi dalle cui vicissitudini è possibile ricavare uno sguardo interno ai tempi, a un’epoca di cui non si dà mai un’immagine grossolana o facilmente illustrativa.
I tre personaggi su cui Martone concentra l’attenzione e le cui vite di rivoluzionari vengono narrate attraverso quattro episodi fondamentali [1], hanno ciascuno una storia, una classe d’appartenenza, un ambiente di riferimento che si incastonano alla perfezione nell’affresco generale: essi vivono in bilico tra paura e coraggio, tra alto profilo etico e furioso impulso omicida, consapevoli che la libertà di un paese si acquista col sangue, ma umanamente tormentati dalla responsabilità che certe scelte comportano, a volte lontani dalla reale condizione e coscienza di un popolo che, come dice la principessa Cristina di Belgiojoso non può essere semplicemente dichiarato libero, senza averlo prima reso consapevole degli esatti confini tra schiavitù e libertà regolata, a volte animati da uno spirito indomito che li conduce al gesto eroico o folle.
Martone è di precisione e di profondità impressionante nella sua messinscena, fa emergere il senso della passione dei suoi personaggi, non è interessato al distacco e non teme di prendere posizione, disegna una figura di statura elevatissima (il repubblicano Domenico, costretto a vedere un’Italia unita sotto il segno dei Savoia e che nel finale interroga un Parlamento di ombre pugnaci che hanno già dissolto l’ideale rivoluzionario nel quale credeva e per il quale aveva combattuto e sofferto), la cui fierezza e il cui rigore morale, a fronte di un’autoanalisi urticante e senza sconti, illuminano la sua caratterizzazione e a cui un Luigi Lo Cascio di bravura commovente dona ogni sfumatura, con una precisione di tratto e un’intensità interpretativa che non esito a definire supreme: da tempo non si vedeva nel cinema italiano un tale perfetto mèlange tra un personaggio così magnificamente scritto e un’incarnazione dello stesso in grado di esaltarne ogni aspetto, di farlo vibrare di vita, di toccare le corde dello spettatore in modo così naturale e potente.
Noi credevamo è un film bellissimo, che si nutre di mille, diverse cose (letteratura, teatro, certi cineasti – Visconti, Rossellini, Soldati -), che emoziona senza ricatti e senza didattiche, che non conosce compiacimenti né retorica, che mette in sordina l’epica ed esalta l’umano (merito di un ottimo cast, diretto splendidamente), in cui, pur rimanendo sullo sfondo, emerge comunque la logica della Grande Storia, quella delle battaglie strenue di coloro che fondarono lo Stato Unito su un territorio instabile, segnato dalla siderale distanza tra Nord e Mezzogiorno, da movimenti sostenuti da animi travagliati e contraddittori e da cui è germogliata e sorta l’Italietta odierna.
[1] MM – Dopo molti mesi di studio e ricerche abbiamo individuato tre figure “minori” tra i cospiratori italiani dell’ottocento e abbiamo attribuito le loro vicende a tre personaggi di nostra immaginazione: intorno a queste vicende abbiamo quindi costruito l’intera impalcatura del racconto, composta integralmente di fatti, comportamenti e parole attinti rigorosamente alla documentazione storiografica. Uno dei tre personaggi è ispirato al protagonista di un romanzo in cui Anna Banti racconta la storia di suo nonno che era stato un cospiratore, un libro intitolato “Noi credevamo”. Solo una parte di questo libro confluisce nel film, ma il titolo ci è apparso bellissimo e adatto per l’insieme del racconto. Domenico e Angelo, l’altro protagonista, incarnano due modi profondamente diversi di vivere l’esperienza della clandestinità, della cospirazione e della lotta armata, modi che ancora oggi è possibile cogliere intorno a noi, se non ci si limita ad appiattire problemi enormi come quello dell’indipendenza dei popoli su uno schema superficiale. La loro storia ha per sfondo la problematicissima nascita dello stato italiano, le scelte di un paese eternamente diviso in due (allora tra monarchici e repubblicani),il contrasto dilaniante tra azione e disillusione che segna da allora, come un pendolo amaro, ogni fase della nostra storia. Provare a leggere la radice dello stato italiano ci aiuta a comprendere molte cose della pianta che ne è sviluppata.
Ricordiamo che la versione del film che circola in sala dura 170′. La versione televisiva integrale, presentata al Festival di Venezia, dura 204′.
Luca Pacilio
Voto: 8.5
da “spietati.it”

Le scelte, Domenico, Angelo, L’alba della nazione.
Quattro capitoli per un romanzo incompleto e frantumato, dilaniato tra ideali furibondi e cocenti disillusioni eppure urgente nonostante il disinganno inciso già nel titolo all’imperfetto (tempo non concluso), che scopre i gangli infiammati e purulenti della disunità d’Italia.
Quattro sezioni di un saggio di storiografia patria non ufficiale, che affonda nelle pieghe e nelle piaghe di un Risorgimento che non è quello dei libri di scuola, nelle sue quinte oscure (l’aura tormentosa e ambigua, quasi stanca, che avvolge Mazzini e quella altrettanto ambigua ma più inquietante di Crispi), un Risorgimento privato degli episodi maggiori (e più gloriosi) e di alcune delle sue figure più celebri che sono solo nomi, ombre, silhouette viste da lontano (l’iconica apparizione notturna di Garibaldi), vissuto dal basso, sulla pelle e nel cuore di personaggi minori (i tre amici Angelo, Domenico e Salvatore) che vivendo la loro storia hanno fatto la Storia.
Quattro atti di un’opera lirica che risuona anche nel fuoricampo delle ellissi storiche, rapsodica e turbolenta, senza una conclusione catartica, senza un finale la cui tragica completezza inviti il pubblico a congedarsi con la coscienza soddisfatta, ancora turbata invece dalle contraddizioni irrisolte messe in scena.
Cospiratori repubblicani, proletari e aristocratici, la meglio gioventù ottocentesca alle prese con l’inarrestabile marcire dell’utopia unitaria e democratica in una terra già divisa tra un Sud asservito e un Nord manipolatore, sporca di olio rubato e di sangue fraterno. Un film sulla creazione dell’Italia moderna che per larga parte è significativamente ambientato all’estero, dove agiscono principalmente le figure-guida e i teorici del movimento, nella confinante Savoia svizzera e tra gli esuli parigini e londinesi. E lo sfrangiarsi dell’azione politica, tra furori rivoluzionari e rigurgiti reazionari, aie contadine e salotti nobili, mazziniani e monarchici, soldati sabaudi e garibaldini, anticlericali di città e preti di campagna, cenacoli intellettuali e arrembaggi armati, moderatismo e derive terroristiche, brigantaggio clandestino e di Stato, con l’ombra lunga della realpolitik a calare su tutto, del compromesso che si fa tradimento. Un coro maschile nella quale spicca però la figura femminile di Cristina di Belgiojoso, la principessa cospiratrice, intellettuale e patriota, corpo modernissimo e anarchico, dedito al piacere e padrone di sé, che non si fa intimidire dalle gabbie sociali e sessuali (aristocratica, donna), capace di individuare le falle dell’azione e del pensiero risorgimentali. Un affresco vasto e spericolato dunque, uno smisurato spazio umano, storico, politico, geografico percorso da Martone con una lucidità straordinaria.
Opera densissima, di potente e fosco splendore, Noi credevamo condensa teatro (la recitazione volutamente declamata di alcune sequenze, il Risorgimento come altro “teatro di guerra”), melodramma verdiano e belliniano (le arie che contrappuntano l’intero racconto e ne ritmano il respiro), letteratura, pittura (la produzione ottocentesca, tra l’accademia di Francesco Hayez e il verismo coloristico dei Macchiaioli), perfino la tv nella sua accezione didascalica alta, quella che non sacrifica alla divulgazione la profondità di sguardo (quale l’ha intesa Rossellini nell’ultima parte della sua carriera) ma soprattutto cinema, grandissimo cinema. Post-viscontiano, neo-rosselliniano, affine per potenza espressiva all’ultimo lavoro di Marco Bellocchio (e come quest’ultimo destinato in Italia a un’accoglienza critica prigioniera del contenutismo e di schematismi ideologici, impermeabile ai puri valori della messinscena), Noi credevamo vibra oltre che del suo splendido cast diretto con intelligenza rara (su tutti un Valerio Binasco gigantesco, da brividi, quasi “posseduto” dal personaggio che interpreta) anche di graffi mélo (il bacio impetuoso alla Belgiojoso velata per le strade di Parigi, il ritratto realizzato dall’antica amante gettato nel fuoco), di squarci western di asciutta intensità (l’ultima parte, quella garibaldina), di centellinate trasgressioni all’impeccabilità della ricostruzione scenografica, anacronismi dal fragoroso effetto stridente (la scala di ferro che conduce al patibolo, un cancello metallico dietro il quale si nasconde un quarto misterioso attentatore, i pilastri in cemento armato di una costruzione non finita in mezzo alla campagna meridionale). La regia di Martone è di elegantissima e violenta essenzialità, profondamente segnata dalla miracolosa fotografia di Renato Berta (si veda l’incipit, incastro sapiente di solarità mediterranea e fuoco devastatore, o certi strepitosi notturni a lume di candela), improntata a una meticolosa organizzazione degli spazi (il montaggio è del fidato e sempre encomiabile Jacopo Quadri) in cui si passa dalla foga sovreccitata e in continuo movimento degli ideali di gioventù (la natura del Cilento, la neve alpina, i palazzi e teatri parigini) ai luoghi sempre più cupi e angusti dell’elaborazione tormentata della maturità, tra complotti rivoluzionari e prigionie fisiche e mentali (il pietroso set carcerario della seconda parte è di un’asprezza barbarica), per ritornare a un plein air sudista amaro e insanguinato ma ancora luminoso e infine ripiegarsi nella splendida sequenza finale del parlamento tenebroso e vuoto, abitato solo da schiere di eleganti tube: l’orrore della recita politica, il trasformismo-spettacolo applaudito da un platea invisibile, un attentato immaginario siglato da uno sguardo in macchina di infinita desolazione.
L’alba della nazione assume tinte crepuscolari ma assistere al funerale di un’utopia non significa disconoscerne il valore. L’Italia è un albero dalle radici malate, lo scheletro di un edificio eretto con sacrificio e passione e mai completato, un ricco patrimonio umano, paesaggistico, culturale lasciato sfiorire. A forza di essere antiepico Martone finisce col realizzare un’epica in negativo, di travolgente cupezza, che dialoga col presente e col nostro passato recente (gli anni ’70 della contestazione e del terrorismo), un’epica della disfatta, degli ideali traditi, di quel che poteva e doveva essere e non è stato, che non rinuncia però a cercare una strada o una cura.
Un capolavoro, ebbene sì, di lancinante e radicale bellezza.
Michele Favara
Voto: 9
da “spietati.it”

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