L’amore buio

“L’AMORE BUIO” di ANTONIO CAPUANO
Le due Napoli di Capuano tra disperazione e speranza
Dopo una giornata di sole, mare, tuffi, qualche birra e una pizza, quattro ragazzini violentano Irene, anche lei adolescente. Il giorno dopo Ciro va a denunciare sé e i suoi compagni. Dietro a lui si chiudono le porte del carcere minorile di Nisida, Irene si rinchiude nel guscio protettivo della sua casa elegante in uno dei quartieri borghesi della città. Due mondi lontani che però piano piano inizieranno ad avvicinarsi e, forse, a comunicare.
Preceduto da qualche polemica sul mancato inserimento in Concorso a Venezia, presentato nella Giornate degli Autori, L’amore buio è l’intensa storia di due adolescenti e di due mondi agli antipodi, narrata da un regista sincero e scomodo come Antonio Capuano, autore anche della sceneggiatura.
I due volti di Napoli raccontati da Capuano non potrebbero essere più distanti: da una parte Ciro con il suo linguaggio colorito e vivace, espressione del sottoproletariato costretto a far crescere i propri figli sulla strada, ma capace di passioni e affetti. Dall’altro Irene, figlia (i genitori sono Luisa Ranieri e Corso Salani, qui nella sua ultima interpretazione) di un ambiente borghese e formale, freddo e chiuso, che – sono parole del regista – “pratica la città da estranei”.
Nella continua contrapposizione che sembra la caratteristica di questo film, i due giovani sono prigionieri: Ciro è detenuto nel carcere minorile di Nisida dove sta scontando la pena di due anni per la violenza, Irene è “protetta” dalle sbarre invisibili di una casa lussuosa e bellissima, in cui insegue e cerca “un piccolo spazio per essere segreta”.
Il punto di svolta arriva quando Ciro, dal carcere, inizia a scrivere a Irene delle lettere, preannunciate in due poesie su due aspetti dell’amore – ancora una volta una contrapposizione, che sono il fulcro narrativo della storia: è l’atto di coraggio che diventa terapia per sconfiggere notti insonni e monotonia della vita in carcere scandita solo dai laboratori, dai colloqui con la psicologa (Valeria Golino, qui così dimessa che Ciro la definisce “brutta”) e dai pasti in refettorio con i compagni di cella. Ciro inizia così ad esprimersi fino all’esplosione di uno strepitoso rap napoletano in cui dichiara la sua rabbia verso il mondo.
Irene quelle lettere non le legge per un tempo imprecisato, poi le strappa in mille pezzi, ma poi le ricompone meticolosamente: è qui che la disperazione che si respira per tutta la prima parte della narrazione scivola lentamente nella speranza. La speranza che questi due mondi così distanti possano forse un giorno incontrarsi.
La fine del film coincide con la fine della detenzione di Ciro. All’uscita dal carcere, tra la gente, la macchina da presa indugia sui volti di Ciro e su quello di una giovane donna – Irene non è ormai più una adolescente – e anche se i luoghi fisici non coincidono, è bello pensare che un filo ideale unisca in qualche modo Ciro e Irene, così diversi eppure, nelle loro sofferenze, così simili.
I due giovani attori, reclutati nelle scuole napoletane, sono, con la loro spontaneità e autenticità, il punto di forza dell’opera. Dopo la proiezione Capuano si commuove mentre racconta al pubblico i provini, e la scelta di Gabriele Agrio e Irene De Angelis per i ruoli dei protagonisti, due ragazzi che “facevano lievitare le cose che gli chiedevo”.
Due facce perfette per un film pieno di poesia, esempio di arte cinematografica in grado di diventare strumento di coscienza. Un film che potrà piacere o non piacere, ma che, come tutte le opere di Antonio Capuano, lascia un segno profondo nel cuore dello spettatore.
di Ada Guglielmino, da “nonsolocinema.com”

Capuano e la doppia anima di Napoli
di Alberto Castellano Il Mattino

I microcriminali liberi e vagabondi di «Vito e gli altri» sono finiti in galera, il quattordicenne Pianese Nunzio ora ne ha 16 e porta alle estreme consequenze i suoi istinti violenti, il mondo borghese e quello sottoproletario entrati in cortocircuito in «La guerra di Mario» circoscrivono di nuovo i propri confini e restano rigorosamente separati. «L’amore buio» di Antonio Capuano, presentato a Venezia nelle «Giornate degli autori» ci spinge – a costo di forzature metacinematografiche – a ricomporre l’universo narrativo (ma anche il suo coerente percorso artistico ed esistenziale) dell’autore napoletano più estremo e provocatorio, più naturalistico e spigoloso, il meno «riconciliato». Sono passati vent’anni dal suo folgorante film d’esordio sull’infanzia rubata. Capuano continua a raccontare l’adolescenza difficile napoletana, ma sa che è diventato un territorio narrativo sempre più minato, che negli ultimi anni parlare dei sottoproletari è diventato di moda. Ed esplora con piglio espressionistico e vocazione naturalistica la doppia faccia dell’amata/odiata Napoli, perlustra la luce e il buio, le zone d’ombra e gli exploit solari delle due città che non s’incontrano/scontrano, tutt’al più si sfiorano o fanno finta di piacersi o illusoriamente e a sprazzi convivono, ad associare – senza pedanteria simbolica – il contrasto chiaro/scuro al buio dell’anima, al lato oscuro della coscienza. La sua visione realisticamente disperata lo porta a rifuggire come fa sempre dal puro sfondo, dalla burocratica ambientazione per lavorare sulla città come un corpo che si scompone e si ricompone, si decompone e si rigenera in un tutt’uno con i corpi, i volti e i gesti dei due giovanissimi protagonisti che si «conoscono» solo attraverso un violento contatto fisico e resteranno separati ma al tempo stesso legati da quel trauma che ha cambiato le loro vite. Una giornata balorda di un gruppo di amici che si conclude con lo stupro di Irene, una ragazza della Napoli bene. Il sedicenne Ciro la mattina dopo denuncia l’accaduto e i ragazzi vengono condannati a due anni di reclusione. Da questo momento Capuano segue le vicende parallele del carnefice e della sua vittima, documenta l’inferno carcerario dell’uno e il (finto) paradiso borghese dell’altra, osserva con sguardo antropologico l’evoluzione interiore e (anti)psicologica dei due giovani, i segni profondi e indelebili di un rapporto buio e violento ma che con la trasformazione di ambedue non resta qualcosa da consegnare soltanto alla cronaca. Straordinaria come sempre in Capuano la scelta dei due esordienti (Irene De Angelis e Gabriele Agrio) per azzerare lo scarto tra finzione e realtà e ottenere un’incisiva adesione psicofisica.
Da Il Mattino, 17 settembre 2010

Il cinema di Antonio Capuano si è sempre inscritto in quel solco pasoliniano che ha inciso pesantemente sul cinema italiano post-neorealista. Ecco che il titolo del suo ultimo film non potrebbe essere più esemplificativo a tal proposito: L’amore buio, un ossimoro celato, il sentimento più luminoso da cercare nell’oscurità. Nell’ombra di una prigione o nell’ombra di un passato che imprigiona. Con Corso Salani nella sua ultima interpretazione

amore buioPer essere poeti, bisogna avere molto tempo. Questo diceva ormai troppi anni fa Pier Paolo Pasolini, e questo era il senso intimo della gran parte delle sue prime opere: concedere il giusto tempo per irradiarsi al candore spontaneo dei suoi ragazzi di vita. Prima che ogni potente sovrastruttura sociale li rispedisse “a calci” nel buio. Da questo punto di vista il cinema di Antonio Capuano si è sempre inscritto in quel solco pasoliniano che ha inciso pesantemente sul cinema italiano post-neorealista. Un cinema che ha fatto della scrupolosa ricerca della poesia nel disagio la sua matrice prima e la sua meta più ambita. Un cinema che esige un contatto intimo, quasi violento, con gli attori e con i “corpi” che riprende (pensiamo agli shock visivi e vividi di Ciprì e Maresco). Ecco che il titolo del suo ultimo film non potrebbe essere più esemplificativo a tal proposito: L’amore buio, un ossimoro celato, il sentimento più luminoso da cercare nell’oscurità. Nell’ombra di una prigione o nell’ombra di un passato che imprigiona.
Ciro e Irene sono due ragazzi, quasi coetanei, vivono nella stessa città ma in un “mondo” differente. Lui è il ragazzo di vita che non può non inciampare negli istinti primari della strada, lei è quella che una volta si sarebbe chiamata una “borghese” insoddisfatta. Un evento passato li ha uniti e ne ha violentemente deviato i rispettivi percorsi di vita: uno stupro di gruppo che ha segnato nel profondo lei e tolto tutto il tempo a lui, ormai confinato in un carcere. Il film di Capuano intelligentemente segue il divenire, le giornate, i minuti di queste due giovani vite. Lo fa con pudore ma non risparmiandoci niente dell’asprezza di questi due faticosi percorsi. Lo fa organizzando una messa in scena che alterna ellissi amplissime a dilatazioni temporali a dir poco inusuali nel cinema italiano contemporaneo. Capuano insomma riesce a concedere il tempo ai suoi personaggi di diventare poeti. Un discorso sulla memoria privata e pubblica (interviene nel film in prima persona don Luigi Merola, simbolo odierno della resistenza alla camorra) che si risolve per i due protagonisti semplicemente nell’accettazione della comunicazione con l’altro, ad ogni costo, come unico parziale superamento del passato. Il cambiamento che timidamente i due protagonisti compiono sotto i nostri occhi è il vero fuoco di un film che sfilaccia ogni rigidità narrativa per cercare altro. Per tentare di tornare ad avere un tempo utile.
Pietro Masciullo, da “sentieriselvaggi.it”

Ancora una volta la cronaca soggioga l’autore e regista napoletano Antonio Capuano che – dopo vari struggimenti – riesce a portare a cinema l’Amore Buio che narra (parzialmente) di una storia vera accaduta 15 anni fa: due giovanissimi partenopei, divisi per censo e quartiere, si incontrano “grazie” ad una violenza carnale che, sopita la colpa con il carcere lui e l’assimilazione del trauma lei, li porta a sposarsi.
Capuano, che dei veri protagonisti del caso di cronaca ha conosciuto solo lui (che gli ha impedito di conoscere lei), scova due esordienti per portarli in scena: Gabriele/Ciro ed Irene/Irene (singolare lei conservi il suo vero nome anche sulla scena), attraverso serrati casting nelle scuole di provincia e nei licei bene napoletani.
Ciro è bellissimo, ha due occhi diversi (uno verde-blu, uno nocciola), mentre Irene è schiva e tendente al biondo: entrambi sono i prototipi di due rampolli della stessa città – una disgraziata fatta di tuguri e di camorra; l’altra fatta di belle ville, atenei prestigiosi da studente, genitori lontani ed anaffettivi. Una città verticale dove chi sta sotto è povero e tale resterà a meno di miracoli (e il film è tutto un miracolo, una favola) e chi sta sopra è ricco e difficile che scenda di posizione.
L’opera, che non narra assolutamente così com’è il fatto di cronaca a cui si riferisce (prima nella sua crudezza e poi nella sua interezza: persino la scena di violenza è talmente post-prodotta che si intuisce ma non si vede) si svolge in una Napoli fatta a strati ed ad essa pare dedicato, con infinita dolcezza.
Da un lato lo struggente e assolato promontorio di Nisida con il carcere minorile e il suo microcosmo immerso in un’oasi paesaggistica senza pari, dove Ciro impara a confrontarsi con la sua rabbia, esercita per la prima volta la scrittura e finirà a comporre versi per la sua amata e per le boy band del carcere. Dall’altro l’interno di una silente e ombrosa casa patrizia, a Posillipo, dove vive Irene, che fa da controcanto all’affettività roboante di Ciro e dei suoi che sfocia a correnti alternate in incomprensibili butti di violenza.
Ciro ottiene l’indirizzo di casa di Irene, complice il suo insegnante di ceramica in carcere (l’attore di teatro Vincenzo Saggese) e comincia ad inondarla di lettere, seguendo le suggestioni maturate nei colloqui con la psicologa (una Valeria Golino imbruttita ad arte già musa di Capuano ne La Guerra di Mario, con cui l’esordiente esegue i dialoghi migliori).
Le lettere non sortiranno alcun effetto: Irene pare ignorarle – fino al climax in cui le strappa prima tutte e poi le ricompone per leggerle avidamente, scossa da tutto il ventre di Napoli che comincia a conoscere indotta dalla violenza subita .
Ci sono altre micro-storie sottili a fare da contraltare ai due protagonisti: reggono bene il tempo e gli intervalli ma si capisce che il regista abbia volto giocare con il rumore bianco di Napoli, la sua luce da ogni angolazione possibile e soprattutto con gli occhi di Ciro ed Irene. Come si guardano i due – mai e poi mai l’uno davanti all’altro – è la somma della magia del film. E vale tutti i 110 minuti della pellicola terapeutica: dalla musica originale, al colore pastosissimo di Tommaso Borgstrom fino agli spiazzanti ritratti di anime ed anfratti (cesellati in anni di sedimentazione da Capuano).
Diana Marrone, da “cultframe.com”

Presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia “L’Amore Buio” di Antonio Capuano, prodotto dalla Ellegiemme in collaborazione con Rai Cinema e Fandango. “L’Amore Buio” è una storia di disperazione e amore, di dolore e gioia, sentimenti lontanissimi gli uni dagli altri che a volte possono essere, purtroppo, tragicamente molto vicini.
“L’amore buio” rappresenta la sensibilità, la differenza e il diverso di due società a confronto, di due mondi agli antipodi. La storia di Ciro e Irene non è una vera e propria storia d’amore, ma la descrizione di “Amore”. Tra il bellissimo mare, il sole e qualche pizza, Ciro con i suoi amici decide di distrurbare la vita di Irene; una vita fatta di agio, ma che imprigiona un’anima debole, incapace di ribellarsi. Due giovani che sono ”legati” alle loro realtà e che non conoscono l’odore della libertà…due amori che si cercheranno e che dopo il carcere ritroveranno le loro vite.
Ciro, dopo aver consumato il peccato più grande della sua vita, decide il giorno dopo di confessare tutto e questo gesto cambierà il corso della sua adolescienza…non sarà più la stessa. Ciro e si suoi amici trascorreranno due anni in carcere, l’unico luogo che lo porterà ad aprire la sua anima ferita e fragile. Ciro cerca di avere un contatto con Irene, cercando, forse, anche clemenza in quelle gesta; dopo un primo rifiuto, anche Irene comincerà questa corrispondenza di “riscoperta” con il cattivo Ciro.
Una volta uscito dal carcere, Ciro, incontra un’anima non più adolescente…in una Napoli fatta di mille contrasti. Ed è questo che il regista Antonio Capuano ha voluto raccontare – “facevano lievitare le cose che gli chiedevo” – ha detto durante un’intervista; la scelta dei due protagonisti è stata fatta attraverso una ricerca accurate nelle varie scuole di Napoli.
Antonio Capuano, è stato definito uno dei registi “invisibili “del nostro panorama cinematografico, ma con questa pellicola ha voluto descrivere una poesia…la poesia e l’atmosfera che si respira nei quartieri di Napoli, le differenze, le anime diverse, i colori, l’allegria e la crudeltà di una gioventù che sembra aver vissuto “già” in un’altra vita.
L’amore buio è arricchito anche dalla partecipazione di Luisa Ranieri nei panni di una madre perfettamente adeguata al sistema dell’alta borghesia napoletana e Valeria Golino, la psicologa, che sarà un punto di riferimento per i molti giovani all’interno delle carceri…il suo infatti è un ruolo delicato e decisivo per un percorso formativo.
Questo film può piacere come non piacere, ma una cosa è certa…le emozioni di una vita, l’amore forzato verso un sistema, l’amore desiderato della libertà e la voglia di riscatto, sono gli elementi fondamentali narrati in questa pellicola, curata nel modo più semplice.
Tatiana Bellisario, da “filmone.it”

“L’Amore Buio” di Antonio Capuano: la storia
di disperazione e amore di Ciro e Irene
Presentato alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia “L’Amore Buio” di Antonio Capuano, prodotto dalla Ellegiemme in collaborazione con Rai Cinema e Fandango. “L’Amore Buio” è una storia di disperazione e amore, di dolore e gioia, sentimenti lontanissimi gli uni dagli altri che a volte possono essere, purtroppo, tragicamente molto vicini.
“L’Amore Buio” di Antonio Capuano: la storia di disperazione e amore di Ciro e Irene
“L’Amore Buio” è un film accorato, forte ma allo stesso tempo sorprendentemente delicato.
Siamo nella città del sole e del mare, alla fine di una bella domenica spensierata quando quattro ragazzini violentano Irene, un’adolescente della stessa età. La mattina seguente, Ciro, uno di loro, decide di andare a denunciare se stesso e gli altri, beccandosi due anni di galera. Alla fine però, quei due mondi tanto diversi, i mondi di Ciro e Irene, finiranno con l’attrarsi, col mescolarsi e, infine, fondersi. Da lontano si attraggono. Ciro nel carcere di Nisida (uno dei posti più belli dell’hinterland napoletano) e Irene nella casa dove vive con la famiglia, in uno dei posti più belli della città, capiranno che sono destinati a un inesorabile e inevitabile avvicinamento.
Antonio Capuano, il regista, ha detto che pensa al suo film come a “un viso, a una voce, a due occhi che lo guardano”. E come a una luce, anzi a due facce luminose di uno stesso intero. La luce di Ciro è colorata, estrema, accesa, quasi febbrile, quella di Irene pallida, pulita, fredda, elegante. Due mondi, quello proletario della strada e quello borghese e chiuso delle case delle zone raffinate. Il mondo picaresco e quello, almeno in apparenza, bene istruito e bene educato delle famiglie “normali”.
Il regista è andato a cercare i due attori protagonisti nelle scuole, nei licei e negli istituti professionali della città. Quando li ha trovati, ha sperato che si piacessero. I due si sono incontrati solo una volta sul set e si sono ignorati. Capuano ha raccontato che lavorare con i giovanissimi è come fare un salto nel vuoto e che ha tenuto i due ragazzi per mano, uno con la destra e l’altra con la sinistra. Loro attraverso lui si sono toccati e tenuti insieme e hanno dato, per l’appunto, luce e voce a un film sorprendente e forte, tagliente come una lama ma brillante di energia purissima.
Claudia Verardi, da “cinemaitaliano.info”

A Napoli Irene, una ragazza adolescente, rimane vittima di uno stupro da parte di un gruppo di ragazzi minorenni. L’evento creerà uno shock nella giovane, che solo a fatica riuscirà a recuperare una dimensione di vita “normale”. Le conseguenze saranno molteplici anche per Ciro, 16enne che dopo aver partecipato allo stupro di gruppo sconta la pena in un carcere minorile dove inizierà una riabilitazione tormentata fatta di rimorsi e una difficoltà psicologica a rimuovere il rapporto con Irene…
L’amore buio parte come un normale telegiornale nostrano di minzoliniana memoria: gioventù sconsiderata che fa la bella vita lasciandosi andare a furtarelli e scorribande più o meno clamorose. Talvolta però si supera il segno, e si arriva a violentare una liceale reduce da una serata con il suo ragazzo.
Siamo nel napoletano, e regna la camorra. Per questo non va giù a nessuno il fatto che Ciro, uno dei quattro violentatori, si penta e il giorno dopo confessi tutto alla polizia, beccandosi le accuse di spia, traditore e quant’altro, mentre la sua famiglia vede i suoi furgoncini bruciati dai parenti degli altri ragazzi e la propria credibilità sociale distrutta. E’ il mondo alla rovescia, dove però la camorra entra a sanare i conflitti svolgendo la propria parte di giudice e arbitro super-partes, garantendo così il quieto vivere a tutti. E’ questa la realtà drammatica in cui si trovano a vivere questi ragazzi, cresciuti da genitori incoscienti e codardi che in gran parte rifiutano la ribellione e applaudono solo ipocritamente alle parole di Don Luigi Merola, prete che vive con la scorta per sfuggire alle minacce di “spegnimento” dei clan.
Ma alla base di tutto ciò ci sono anche le condizioni materiali, e il paradosso che in carcere i ragazzi siano seguiti con maggiore attenzione e godano di una maggiore libertà creativa e materiale che nella vita urbana abituale. E’ questo il motivo per cui uno dei passaggi più simbolici è quello in cui il padre di Ciro afferma che il vero carcere è quello “là fuori”, e non la sede minorile sita su un’isola dove i ragazzi possono giocare a calcetto, prendere i contributi per la pensione, stare in spiaggia a godersi il sole, imparare attività artigianali e suonare la batteria! “Tutto questo perchè non ce l’avete dato quando eravamo liberi?” E’ questo l’atto d’accusa di Ciro, rivolto a istituzioni, psicologi e soprattutto politici.
Questa tematica di denuncia politico-sociale è solo una parte dell’opera L’amore buio, dramma che si pone in continuità con la scuola napoletana (Garrone, Sorrentino, Martone, ecc.) e con quella neorealista, secondo un filone che sopravvive in maniera neanche troppo sotterranea nel cinema italiano dai tempi immemori di Rossellini e De Sica.
A chiudere il cerchio c’è però da segnalare l’attenzione per le problematiche psicologiche che riguardano i due personaggi principali, Ciro e Irene, a loro modo diversissimi eppure legati dalla condivisione di un evento decisivo della loro vita, per quanto brutale e infimo possa essere stato.
E’ questo legame che emerge nel simbolico scambio di sguardi finale tra i due, vissuto più spiritualmente che realmente, dopo che per un certo periodo di tempo l’unico contatto concreto è consistito in uno scambio epistolare.
Una nota di elogio per Capuano che non rinuncia, nonostante la sceneggiatura poco pirotecnica, a rinforzare la scena con una regia vivace e massiccia, in cui grande ruolo giocano primi piani di forte intensità accompagnati da lunghi silenzi. Giochetti tipici del cinema italiano che però stavolta non risultano sterili ma colpiscono nel segno, anche grazie all’espressività degli attori (soprattutto Gabriele Agrio, ma anche Irene De Angelis fa il suo nonostante una staticità a tratti eccessiva).
Alessandro Pascale, da “storiadeifilm.it”

Il potere dello sguardo
Il nuovo film di Antonio Capuano, presentato fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, è un’opera onesta.
L’amore buio, quinto lungometraggio del regista napoletano, è un gioco di simmetrie che si snoda intorno a un nucleo doloroso: uno stupro perpetrato in gruppo dal figlio del popolo Ciro ai danni della figlia della buona borghesia partenopea, Irene.
Dicevamo onesto perché l’intento pedagogico di Capuano indica che il cuore del regista batte chiaramente per Ciro, il suo intento è sincero. E’ il tentativo di mostrare un fenomeno di causa / effetto da una parte tra la condizione emotivamente ignorante di Ciro e la sua incapacità di gestirla; dall’altra tra l’atonia di Irene e l’asettico ambiente privilegiato in cui la ragazza vive.
La storia: il giorno dopo lo stupro Ciro si reca dalla Polizia e si autodenuncia (ed anche i suoi complici). Nel carcere minorile di Nisida egli inizia a scrivere lettere a Irene. Il contenuto non viene svelato allo spettatore. La ragazza non risponde, frequenta l’ultimo anno di liceo classico, s’impegna in un corso teatrale nel disperato tentativo di riempire con parole significanti il proprio vuoto fino a quando non decide di rispondere a Ciro.
Il ragazzo lentamente viene a patti con la propria rabbia e svela i suoi talenti: scrive poesie, s’improvvisa rapper, modella posacenere di creta. Insomma scopre con stupore la potente forza salvifica della parola. Uno di questi posacenere viene spedito a Irene, con i loro nomi incisi su entrambi i lati. La reazione della famiglia borghese di Irene è immediata: la figlia viene spedita con il fidanzato a New York per incominciare una vita anonima e muta.
Il gioco delle simmetrie si sviluppa da subito. Dopo una prima sequenza d’introduzione di Ciro ed i suoi amici che si fanno il bagno, mangiano la pizza e scorazzano sui motorini impugnando telefonini con cui cercano di catturare frammenti di esistenze, lasciandosi scie colorate alle spalle fino alla catastrofe dello stupro, il regista dipinge Ciro con colori acidi e luce calda come la sua rabbia e la sua vitalità. Al contrario Irene è sempre in penombra, vestita di nero o di grigio, inghiottita dalla freddezza della sua condizione sociale.
Ciro è contenuto dalla dimensione mitologica / primitiva dell’isola; Irene si perde nel centro di Napoli, realtà tenuta a distanza e mai sperimentata. Quella stessa realtà oggetto di un inserto scritto di Kant, cifra stilistica del film: noi abbiamo percezione della realtà il momento che essa diventa necessità.
Man mano che la realtà diventa necessaria per Ciro egli si dota di uno sguardo, aiutato dalla parola, che non ha più paura e che anzi cerca, indaga, desidera. Al contrario Irene appare accecata dal proprio autismo emotivo e non riesce a cogliere quello sguardo, a ricambiarlo.
L’ultima sequenza, bellissima, sigilla questa impossibilità: Ciro esce dal carcere e in un primo piano volta la testa a cercare con gli occhi Irene, speranzoso che sia potuta venire; primo piano di Irene che apparentemente guarda nella stessa direzione di Ciro.
In realtà la ragazza è a New York e non sta di fronte al ragazzo. In questo continuo e lungo scambio di primi piani scopriamo che le due simmetrie, come due rette, non s’incontreranno mai.
Francesca Galli, da “vitadidonna.org”

L’amore buio è una storia di cecità. E racconta di uno stupro. La Napoli dell’alta borghesia e quella del popolo entrano in contatto attraverso una violenza carnale: Capuano dipinge ritratti minuziosi, indaga con sguardo etico il fattore umano, guarda all’individuo, rendendo l’uomo materia concreta di un discorso politico e sociale di dolorosa puntualità. Nessuno come il regista napoletano sa raccontare la propria città per quella che è: il degrado, la lotta quotidiana per la sopravvivenza, la malavita che è il vero Stato, il vero Stato che è solo un’ assenza, l’ambiente accademico che considera l’estero come unica speranza, le classi agiate che sembrano ignorare quello che avviene nel contesto in cui vivono, salvo scoprirlo per caso, scoprire che l’ultima generazione, persa nel proprio benessere si è di fatto allontanata dal popolo. I quartieri non sono che un rimosso: l’incontro tra due mondi così innaturalmente separati non può che avvenire attraverso un trauma, un lampo che getti luce nell’inconscio, che ribadisca la voragine che separa le due dimensioni. L’amore buio si muove con coraggio raro su di un territorio pericolosamente instabile: il rigore morale con cui Capuano affronta il tema ostile della violenza sessuale convive con l’assoluta necessità di questa violenza nell’ordine simbolico; il crimine più deprecabile significa l’unica possibilità di un incontro vivo e pulsante tra livelli sociali, lo shock sensoriale che mina una stabilità autistica, anaffettiva. E cieca. Il campo/controcampo che chiude il film, gli occhi della vittima che scrutano quelli del carnefice, racconta dunque di un percorso umano compiuto, mentre chiude perfettamente il discorso simbolico enunciato: come se a Napoli, oggi, per ritornare a vedere, fosse necessaria una ferita corporale così profonda da destabilizzare ogni nebbia narcisistica e sovrastrutturale dell’intelletto, ogni omertà, ogni convenzione.
Lontano dai prontuari di pensiero e dall’etica in pillole del cinema engagé di casa nostra, Capuano affronta un tema ostico facendo polvere della retorica, giungendo ad una complessità di sguardo a cui lo splendido titolo del film, che irradia una moltitudine di significati possibili, rende giustizia: il regista fotografa con esattezza i microuniversi che mette in scena, noncurante di soddisfare canoni estetici accomodanti dà spazio alla carne come alla patina opaca della superficialità, quando necessario sposa la voce della volgarità, restituisce temi, personaggi, sentimenti nella loro dimensione più viscerale, dando ad ogni aspetto il respiro che richiede, la rappresentazione che esige nel profondo, senza abbellimenti di sorta, senza facili pre-digestioni. Retorico quando i personaggi si conformano alla retorica, capace di parlare un linguaggio formale basso senza facili catarsi parodiche, senza paura di scottarsi in un ridicolo che è tale solo per chi non sa riconoscerne la vera anima. Kitsch al kitsch, algido all’algido, nella forma l’odore della sostanza, senza alibi, senza grazie: Capuano è un cineasta dell’immediatezza, fisico, sa che la contaminazione è la materia di cui è fatto l’oggi (qui riferimenti alti convivono con videoclip da emittenza locale, personaggi pubblici alimentano la fiction, Antonioni si specchia in Pasolini con neomelodici in sottofondo), espressionista per radicale scelta politica, massimalista, lontano dalla contemplazione individualistica e impressionistica di ritratti minimali. Il suo è un cinema che urla, ma non per questo si fa semplicistico: coglie miserie e nobiltà di ognuno dei suoi personaggi, mette in scena l’anima poliedrica e contraddittoria di una città. E si astiene sistematicamente dal giudizio. L’amore buio conferma il talento imprescindibile di un autore unico, il solo in questo paese a misurarsi costantemente con argomenti ardui, scomodi, crudi, legati a età e mondi altrettanto malagevoli come l’infanzia e l’adolescenza nel fu sottoproletariato pasoliniano, il solo a non scialacquare parole previste sul tema, ma a fare dell’immagine il principale strumento dialettico e del linguaggio verbale un aspetto (seppure consistente) di un tutto.
Giulio Sangiorgio & Luca Pacilio
Voto: 7.5
da “spietati.it”

Malavita, caduta, pentimento, rinascita. Questo il percorso che affrontano entrambi i protagonisti nel film di Capuano. Una storia dura, uno stupro di gruppo ad una ragazza di buona famiglia, la vergogna di quanto compiuto che porta Ciro, quindicenne napoletano di periferia, a costituirsi.

Il carcere, i ricordi che affiorano, l’insonnia perenne lo conducono alla vera disperazione, tanto più profonda perché propria di un ragazzino. Intanto lei, Irene, è perseguitata dalla sensazione di sporcizia, di rifiuto e negazione del proprio corpo.

Le reazioni sono diverse: Ciro si sfoga con la scrittura e si sporca le mani con la cera (quasi un rituale purificatore), fino a quando non trova il coraggio di scrivere lettere proprio a lei, Irene, lettere che si interrompono nel momento in cui la ragazza parte col fidanzato (insulso e accondiscendente in maniera irritante) alla volta dell’America. Ciro cresce spiritualmente all’interno del carcere, diventa un altro, ma la sofferenza e l’angoscia non lo abbandonano, non allentano la morsa.

La fotografia accompagna in maniera efficace e originale le due anime di questi ragazzi: con Irene la luce è calda, a 360°, spaziosa, sembra che profumi; con Ciro i colori sono cupi, fumosi e polverosi come la stanza in carcere. Le sensazioni sono simili, la pena è la stessa. Molto li accomuna: entrambi parlano con psicologhe curiose, che non capiscono i tormenti che li animano, hanno genitori preoccupati, famiglie con storie malcelate. Il regista svela un rapporto\non rapporto, un legame che non ha sviluppi, ma che inspiegabilmente si rivela essere fortissimo, appunto un “amore buio”. A riprova di ciò, la scena finale ha come fulcro gli occhi, occhi che si allacciano, si guardano, si scavano, si scrutano: Irene in America, Ciro fuori dal carcere a Napoli.
di Raffaella Carraro, da “paperstreet.it”

L’ultimo film di Antonio Capuano parte con un’ottima premessa: fare qualcosa di diverso e più incisivo nel panorama italiano. Il tema scelto è quello dello stupro, e il registra decide di addentrarsi in questo spinoso argomento in punta di piedi.

Dopo l’immediato antefatto, quasi fulmineo, seguiamo in parallelo le vite di Ciro e Irene, coetanei, ma provenienti da diverse culture. Lui profondamente radicato nella napoletanità dei margini, lei di famiglia borghese. Ciò che li lega è la violenza carnale. Ciro è in riformatorio per il suo crimine, commesso insieme ad amici, senza rendersene conto, lei cerca di riprendere la sua vita, mentre il mondo che la circonda cerca di capire, invano, il silente calvario che la allontana sempre più da se stessa. Ciro sente crescere il senso di colpa per quello che ha fatto, senza esserne cosciente, e deve riuscire a liberarsi. In qualche modo, il contatto tra i due può essere la cura per entrambi.
Sulla carta il film di Capuano è estremo, soprattutto per l’ipotesi incredibile di un possibile legame tra vittima e carnefice. Il gioco non riesce perfettamente, per qualche sbavatura di script, ma va benissimo seguire questa direzione.
Gianluigi Perrone, da “taxidrivers.it”

A quattro anni da La guerra di Mario, Antonio Capuano torna in sala con il suo ultimo film, presentato alle Giornate degli Autori durante lo scorso Festival di Venezia. Ancora una volta il regista ci racconta e si/ci interroga sul rapporto tra i giovani e il contesto difficile di una Napoli diversa eppure così simile a quella che egli stesso ha alacremente raccontato fin dai tempi di Vito e gli altri, suo film d’esordio.

Il prologo de L’amore buio è a dir poco fulminante. Capuano racconta con stacchi rapidissimi l’estate solarizzata di un gruppo di ragazzi partenopei. Immersi, e a loro volta produttori del cicalio della città e della spiaggia, scattano foto col cellulare, nuotano in acque cristalline e girovagano per le strade senza meta. E in un attimo si fanno artefici di violenza nei confronti di una ragazza mai vista prima. Al montaggio velocissimo e agli stretti primi piani, segue una ripresa dall’alto, muta a lentissima, che scopre un panorama mozzafiato fino a raggiungere il cortile del carcere minorile in cui i giovanissimi responsabili della violenza ora sono costretti a stare. Così Capuano sembra raccontare il contrasto tra le meraviglia di un territorio e la disperazione che lo abita, in una dicotomia palese tra natura e (in)civiltà, attraverso uno sguardo asciutto, seppur intenso. Il resto del film segue le vite distanti della vittima, ragazza borghese strappata alla sua innocenza, e quella del carnefice, ragazzino di umili origini, immerso nel tessuto tipico della Napoli difficile. Questa costruzione del tessuto narrativo, nonostante a tratti dia l’impressione di essere artificiosa, si dimostra ben presto al servizio di un racconto capace di scavare nella psiche di personaggi che lottano per il ritorno alla normalità, laddove i canoni di una supposta stabilità sono difficili da rintracciare.

Siamo decisamente lontani dalla forza disturbante di ciò che Capuano ebbe il coraggio di mettere davanti la macchina da presa nel suo fulminante film d’esordio Vito e gli altri, dove bambini lasciati a loro stessi compivano scippi e finivano per infilarsi siringhe nelle braccia. In L’amore buio, come del resto già ne La guerra di Mario, più che scioccare lo spettatore mostrandogli, per mano di una regia sicura, gli atti di una realtà documentata, il regista lavora quasi per sottrazione sulla colonna visiva, per moltiplicare gli effetti del racconto nel disegno dell’evoluzione dei personaggi e dei loro rapporti. Come ne La guerra di Mario la rilevazione del passato invisibile del piccolo protagonista era affidato al commento off e al progressivo scolorimento dell’immagine a colori del tempo presente, ne L’amore buio il motore dell’azione è proprio l’incontro/confronto mancato tra vittima e carnefice. A ben guardare, entrambi i film più recenti di Capuano riflettono sul valore della memoria in rapporto alla costruzione dell’identità personale. Cosa fanno, infatti, Ciro e Irene se non fare i conti, in ogni istante, con la memoria di ciò che erano prima della violenza e su come, in seguito, tutto sia cambiato? Ad entrambi Capuano assegna una terapia. Irene inizia a frequentare lezioni di recitazione, Ciro si getta nella scrittura, firmando centinaia di lettere e qualche poesia. Ed è proprio attraverso uno scambio epistolare che i due stabiliscono un vago contatto, alle prese con un destino terribilmente comune.

Il resgista napoletano si conferma, ancora una volta, un vero talento nella direzione degli attori che, scandagliati spesso attraverso primi piani insistenti, sono lo specchio della complessità di ciò che si agita nelle menti dei loro personaggi. Ma se Capuano dimostra anche qui di possedere la rara maestria, già visibile agli esordi, che lo rende capace di far dialogare per contrasti il piano sonoro e visivo delle immagini, in diversi momenti il film è più acerbo di quanto non si sospetterebbe. Soprattutto nel finale e nei dialoghi tra Irene e il suo ragazzo, L’amore buio fatica a mantenere la qualità e l’intensità della prima parte. Ma se certe debolezze sono facili a perdonarsi, è perché il film riesce a raccontare con efficacia il dramma della giovinezza violata e della difficoltà di crescere nonostante un contesto aberrante. Oltre a descrivere la realtà partenopea con l’efficacia di sempre, Capuano regala un respiro universale alle anime perse ma non irrecuperabili di questi ragazzi.
Viviana Eramo, da “effettonotteonline.com”

Le due prigionie
Alla fine di una domenica di sole, mare, tuffi e pizza, quattro ragazzini, approfittano di Irene, anche lei adolescente. Uno di loro, Ciro 16 anni, la mattina dopo va a denunciare sé e gli altri. Vengono condannati a due anni di reclusione. Quei due mondi, così opposti e diversi, finiranno coll’attrarsi, incontrarsi, fondersi. Irene e Ciro, da lontano (l’uno dal carcere di Nisida, e l’altra dalla casa meravigliosa dove vive con la famiglia in una delle zone belle della città), quasi senza accorgersene, lentamente cominceranno un irresistibile avvicinamento. (sinossi)
Nella Napoli pulsante e vitale di tutto il cinema firmato da Antonio Capuano due giovani esistenze diversissime per estrazione sociale, passato e futuro s’incontrano. O meglio si “scontrano” in uno dei modi più drammaticamente possibili. Lei è Irene, studentessa di buona famiglia borghese fidanzata ad un universitario prossimo alla laurea e ad una proficua carriere americana. Lui è Ciro, scugnizzo da clan “costretto” dall’ordine precostituito delle cose a reprimere una sensibilità nascosta. Una sera la ragazza che rientra, lasciata dal compagno, fa pochi passi da sola verso casa. I motorini la accerchiano. Quel che accade subito dopo non si saprà mai, ma i due personaggi principali saranno volenti o nolenti costretti a resettare le rispettive vite. L’amore buio ha inizio.
La magia presente in ogni lungometraggio diretto da Capuano, presentato a Venezia 2010 nelle Giornate degli Autori, sta tutta nella capacità di pensare poeticamente, cosa rara al giorno d’oggi, che dietro ogni fatto – anche e soprattutto classificabile come appartenente alla cronaca nera – possano celarsi esseri umani provvisti di storia nonché conseguenze imprevedibili. La narrazione parallela dei destini di Irene e Ciro (ottimamente interpretati, rispettivamente, dagli inediti Irene De Angelis e Gabriele Agrio) si nutre quindi di ellissi narrative che obbligano lo spettatore alla forma più estrema (e rischiosa, per il film…) di empatia, quella di identificarsi per completare un mosaico mancante. Le sequenze di una regia che nasconde non per il semplice gusto dell’enigmaticità tipica del noir si interrompono spontaneamente lasciando pendenti situazioni anche estreme, parole e silenzi (molti). Uno stile che può apparire a prima vista sperimentale – come nella scena di sesso tra Irene ed il suo ragazzo – ma al contrario ci rimette di fronte allo sguardo un tipo di cinema non omologato a cui non siamo più abituati, quello che ci costringe a prenderci i nostri tempi insieme ai personaggi di un’opera che non si premura, peccato mortale, di mimetizzare i propri paradossi, ma anzi li ostenta ed alimenta con una fierezza tipica di chi ama il cinema sopra ogni altra cosa. L’amore buio infatti, formalmente parlando, è tutt’altro che tale. La splendida fotografia L’amore_buio_testodi Tommaso Borgstrom illumina e ridipinge a tinte forti i luoghi meno turistici della capitale partenopea, sovente seguendo in perfetta simbiosi lo sguardo vergine di Irene, desiderosa di non sentirsi più estranea a casa propria per uscire definitivamente dall’apatia di una esistenza sino alla fatidica notte troppo facile e da lei percepita come inutile. Meno fluido il percorso di riscoperta di sè da parte di Ciro, rinchiuso in un carcere dove le sbarre non possono fermare la sua prorompente sete di rude confronto con il resto del mondo. Capuano osserva, miracolosamente, da una posizione in perfetto equilibrio tra neutralità e partecipazione emotiva. Osa una lunghissima, meravigliosa serie di campi e controcampi silenziosi tra Irene e sua madre nel corso del più importante momento di svolta narrativa del film, quello in cui si attiva il contatto epistolare tra i due dopo i numerosi tentativi andati a vuoto da parte di Ciro. La cui reazione emotiva di fronte al ricevimento in carcere della prima missiva, rappresentata in una sequenza dalla sincerità “sconvolgente”, potrebbe valere da sola come motivo principale per recarsi a vedere L’amore buio. Pellicola che peraltro possiede pure l’affatto trascurabile merito di presentare una sfilata di volti noti in ruoli di secondo piano (una al solito pregevole Valeria Golino pesantemente imbruttita, un Fabrizio Gifuni psicologo per necessità che fa dell’arte una cura, una Luisa Ranieri vibrante come non mai nella parte della madre di Irene ed una toccante partecipazione del recentemente scomparso Corso Salani) ognuno di essi con una precisa giustificazione nell’evolversi di una trama diegetica che va perfettamente a coincidere con la storia personale dei due giovanissimi personaggi, sempre esemplarmente tridimensionale. Due sfaccettate linee parallele che al termine vengono a contatto, almeno visivo, in un finale aperto ad ogni possibile sviluppo in ossequio all’unico credo che può seguire un cineasta appartato e coerente come Capuano: quello della vita vissuta.
E allora anche L’amore buio può inondarsi avidamente della luce del sole; con il non trascurabile distinguo di lasciare nell’ombra del dubbio le anime di Irene e Ciro, unici fautori di un destino che può e deve appartenere solo a loro. E davanti ai quali persino il cinema fa rispettosamente un passo indietro.
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

Antonio Capuano, arrabbiato e visceralmente solidale cantore di giovinezze degradate nella Napoli della camorra in Pianese Nunzio, 14 anni a maggio e in La guerra di Mario, intitola L’amore buio la sua ultima fatica, forse perché i protagonisti adolescenti brancolano nel buio nel definire ciò che provano e sentono, e comunicano la loro inattitudine a comprendersi allo spettatore.
La storia di Irene (Irene De Angelis), liceale borghese, e del coetaneo Ciro (Gabriele Agrio), chiuso nel carcere minorile di Nisida, passa sul binario morto della cronaca, tanto è scontata: lei è stata violentata dal branco una sera d’estate, lui di quel branco faceva parte, si è autodenunciato ed è stato condannato. Se l’universo in cui viviamo fosse semplicemente rappresentabile con i luoghi comuni, sullo schermo ci verrebbero raccontate le difficoltà di superare il trauma della vittima, il senso di colpa e la redenzione nel suo stupratore, infine il perdono salvifico per entrambi.
È questo in effetti quanto avviene in superficie, se non che la traiettoria scelta dall’autore per arrivare al senso profondo dell’evento non è la linea retta del cronista, bensì il procedere sussultorio, allusivo, del cantautore pop: si alternano infatti a un ritmo sincopato i silenzi dolorosi della scolarizzata Irene di fronte a genitori e fidanzato, normali «come auto di serie», i suoi percorsi esplorativi nei bassifondi urbani e le fughe nei fondali marini, l’ossessiva ricerca di colori, immagini, suoni e parole dell’adolescente illetterato Ciro. Per lei, secolarizzata, le parole sono un possesso naturale, lui ne trova invece incespicando fra le lettere faticosamente, lei sorride cortesemente, lui insulta, urla e dà pugni, eppure la pellicola li avvicina cautamente, prepara il loro incontro ideale, lasciando appunto nel buio di un rapporto epistolare quasi segreto i motivi di una paradossale parentela.
In realtà è scavando nelle ombre che si scopre la barriera che impedisce sia alla benestante colta sia al subproletario illetterato l’espressione libera di desideri ed inquietudini, deformandoli e tradendoli in azioni involontarie e feroci: la deprivazione di una lingua capace di dar voce all’esperienza. Un triste Paese sovrastato da un cielo dove le stelle sono scoppiate e, per dirla con Montale, morta la poesia, le sopravvive solamente il silenzio.
Augusto Leone, da “cine-zone.it”

Napul’è mille dolori
Non senza eccessi e con qualche lungaggine, Capuano è bravissimo a restituire un’immagine verace, crudele, positiva e appassionata della gioventù bruciata di Napoli, con tutti i suoi contrasti e le sue incoerenze.
Ciro e Irene sono due ragazzi napoletani di sedici anni, ma la loro non è una storia d’amore. Dopo una giornata trascorsa al mare insieme ai suoi amici del quartiere, Ciro partecipa allo stupro di gruppo di Irene, una ragazza della Napoli bene che poco ha a che fare con la malavita e il degrado in cui lui e i suoi giovani compari sono cresciuti. Dilaniato dai sensi di colpa e cosciente delle conseguenze che il suo gesto comporterà, Ciro non ce la fa a reggere il peso e il mattino successivo si reca al Commissariato per una confessione spontanea, nella quale compaiono anche i nomi di tutti gli altri componenti del branco. Il trasferimento nell’Istituto penitenziario minorile dell’isola di Nisida è immediato, come il conseguente isolamento fisico e mentale di Ciro dal resto del mondo. Non sono state meno dolorose le conseguenze dell’accaduto sulla vita di Irene, che nel frattempo è divenuta scostante, fredda, insicura, depressa, ma ha mantenuto intatta la sua sagacia, la sua voglia di ‘scoprirsi’, dentro e fuori, la sua voglia di conoscere a fondo una città che le appartiene solo anagraficamente ma con cui non è riuscita a stabilire un legame forte.
Irene De Angelis in una scena del film L’amore buio Due mondi opposti quelli di Ciro e Irene, due anime in pena, due cuori che dopo la tempesta cercheranno un po’ di quiete guardando dentro se stessi con uno sguardo molto più adulto e consapevole di prima. Da lontano, raccontandole per iscritto i suoi turbamenti e i suoi stati d’animo, Ciro inizia a comunicare con Irene e lei, dopo il rifiuto iniziale inizierà un lentissimo e sofferto avvicinamento verso di lui fino al giorno del rilascio, due anni dopo, momento in cui per entrambi inizierà una nuova vita…
Gabriele Agrio in una scena del film L’amore buio (2010) Già vincitore della Settimana della Critica nel 1991 con Vito e gli altri e in concorso nel 2001 con Luna Rossa, Antonio Capuano torna a Venezia con L’amore buio, un nuovo doloroso racconto ambientato nella sua Napoli, la Napoli dei delinquentelli, adolescenti nati e cresciuti nei quartieri più difficili, la Napoli dei giovani, quella dei mille colori e dei mille dolori che il regista aveva già raccontato in tanti altri film (Pianese Nunzio 14 anni a maggio su tutti), sempre con occhio lucido e disincantato, e con un realismo impressionante. I due giovani e bravi protagonisti, attori non professionisti reclutati tra i ragazzi delle scuole di Napoli, aiutano il film a mantenere intatta la sua credibilità e spontaneità anche nei momenti in cui Capuano si concede qualche azzardato ma interessante exploit stilistico e qualche leziosismo di troppo (le poche note di Bollywood in un certo contesto stonano leggermente), ma il supporto maggiore viene dal cast di ‘supporto’, da attori d’esperienza come Valeria Golino, sorprendentemente brillante nel ruolo della psicologa bruttina che prova a rompere il muro che Ciro si è innalzato tutto intorno, Luisa Ranieri, nei panni della madre premurosa di Irene, e dell’indimenticato Corso Salani, nell’ultima apparizione prima della sua tragica scomparsa avvenuta nel giugno scorso a soli 49 anni.
Luisa Ranieri in una scena del film L’amore buio Due adolescenti, Ciro e Irene, che incarnano in tutto e per tutto le due anime della città, quella brulicante, colorata e spavalda da una parte e quella elegante, compassata e indifferente dall’altra. Basti pensare che nelle celle del carcere minorile di notte filtrano musiche e luci colorate provenienti dalle navi da crociera che sfrecciano in allegria nel Golfo di Napoli. Splendida nella sua struggente silenziosità la scena di chiusura del film, a chiudere un cerchio perfetto e a mostrare come la distanza tra Ciro e Irene viene finalmente colmata: in un interminabile istante, lo stesso per entrambi, i loro cuori si toccano, i loro sguardi, fisicamente ai lati opposti del pianeta, si incrociano idealmente in un lungo amorevole abbraccio.
Non senza eccessi e con qualche lungaggine, Capuano è bravissimo a restituire un’immagine verace, crudele, positiva e appassionata della gioventù bruciata di Napoli, con tutti i suoi contrasti e le sue incoerenze. Un plauso anche all’avvolgente colonna sonora di Pasquale Catalano, già applaudito autore delle straordinarie musiche de Le conseguenze dell’amore e de La doppia ora.
Luciana Morelli, da “movieplayer.it”

Il giovane Ciro, insieme ad altri amici dei “quartieri”, partecipa a uno stupro di gruppo la cui vittima è Irene, adolescente borghese. Dopo una notte insonne, il ragazzo decide di denunciare il fatto accettando di passare i futuri quattro anni della propria vita in carcere. Lì, nella notte che non finisce mai, inizia a scrivere delle lettere ad Irene, cercando attraverso la scrittura di dare una forma comprensibile a quello che lo fa star male e che non riesce a controllare con il pensiero (sintomatici il ticchettare continuo della mano, quasi uno scavo nella mente, e l‘insonnia). Cerca anche un rapporto profondo con la ragazza, più che l’oblio dato dal perdono, poiché oramai sente che Irene è diventata una parte necessaria, e molto profonda, della propria realtà. Significativo a questo proposito è ciò che il ragazzo legge sulla lavagna della scuola del carcere: “ciò che davvero esiste, esiste per assoluta necessità”. Ciro scrive poesie e lavora la creta, si elettrizza per una batteria scoperta dietro un uscio di una porta socchiusa e sbotta contro gli assistenti sociali chiedendogli perché queste cose, queste possibilità, non gliele hanno date quando erano liberi. Don Luigi Merola e Valerio Perrella partecipano a un incontro dentro il carcere, parlando di memoria e responsabilità individuale (“morire per cambiare? no, cambiare per non morire”, sono le parole con cui incita i ragazzi a vivere pienamente agendo anzitutto su loro stessi, prima di cercare le colpe altrove). La memoria privata, quella che Irene ha rinchiuso dentro il negativo mai più sviluppato di quella violenza, e quella collettiva, costituita dalle testimonianze di uomini che si battono contro l’omertà, si rincorrono nella comune ricerca di luce. Così che la scelta del regista di dar presenza nel film di persone della società civile, conferisce grana documentaria ad alcuni fotogrammi sporcando l’illusione immedesimativa dello spettatore di un’epifania di scomoda realtà. In questo senso anche la matericità grezza di Valeria Golino (senza un filo di trucco), psicologa del carcere, offre un piccolo esemplare detour.
Irene vomita, tossisce e non riesce più a fare l’amore con il proprio ragazzo. Rifugge lo specchio e cerca attraverso il teatro di trovare una possibilità d’espressione più profonda di quella offerta dalla concretezza e dalla sicurezza della quotidianità, qualcosa che la possa rappresentare per quello che è ora. Cominciano a starle strette le mura di casa e forse anche la protezione del proprio ragazzo. Una sera finge di non vederlo all’uscita della lezione di teatro, così che dopo aver accettato il caffè e la conversazione del proprio maestro di corso (un Fabrizio Gifuni in parte) si ritrova a scivolare attraverso la forza di un temporale dentro il centro pulsante, materico e oscuro di Napoli, trovandovi provvisoria catarsi. Il centro della città come l’uscio aperto sembrano le porte d’ingresso in cui “entrare” per poter vivere pienamente. Così come per noi spettatori le immagini anticonformiste (non televisive) di Capuano sono l’accessibile (perchè libero) varco per lo spettacolo della vita. Accessibile ma non immediato, occorre entrare per esperire, non concedendo, il regista, le scorciatoie emozionali del cinema spettacolare tutto preso a far mostra di sé.
Ecco allora che a tendere il collo si scopre che Irene nella testa ha una fame speciale (di ricordare, di capire) che “gira come un avvoltoio”. Che la vita fatta di “sanissime” cose concrete non le basta. Vita psichica e espressione artistica cominciano a nutrirla (i diari della Duras sulla memoria), così come la marginalità di vite e situazioni diverse dalla bolla borghese da cui finora ha attinto le proprie esperienze. Tornata a casa ricompone le lettere di Ciro fatte precedentemente a pezzi (la destrutturazione operata dalla memoria per costruire nuovo senso) e gli scrive.
Alcuni amici napoletani mi fanno notare come in questo film (come anche nel precedente La guerra di Mario) i personaggi siano poco verosimili, poco reali, e che la realtà di quei posti, attraversati da differenze che non si incontrano se non nella violenza, è più drammatica e la via d‘uscita meno facile. Credo sia vero. Ma penso anche che le storie messe in scena da Capuano abbiano, in parte, come punto di riferimento il mito, così che la storia raccontata si inserisce quasi sempre in una più grande che la precede e che non ha una vera fine. Capuano, insomma, mette su uno stesso spazio di visione realtà e astrazione, realismo e idealismo, la visione bassa e quella artistica, la spinta dialettica e quella verso l’universale (la “necessità assoluta“?).
E allora finisce che la disponibilità al dialogo e l’apertura, che sono pure i fondamenti della democrazia, diventano le parole del rap cantato da Ciro, un rap nato da esperienze reali che inciampa e stona e brilla di luce propria come tutti i tentativi. Fluttuano, oltre i titoli di coda, momenti abbaglianti, come gli occhi del protagonista aperti stupiti sull’altro da sé e il sorriso intelligente, senza fine, di Corso Salani.
Alessia Brandoni, da “schermaglie.it”

Ciro (Gabriele Agrio) ha 16 anni. Insieme a tre coetanei, dopo una giornata di mare, violenta l’adolescente Irene (Irene De Angelis), ragazza della Napoli bene. Il giorno dopo si costituisce, facendo i nomi degli altri componenti del branco. Il suo mondo, per i successivi due anni, è circoscritto dalle sbarre del carcere di Nisida, così lontano e al tempo stesso così vicino alla prigione ovattata in cui finirà per rinchiudersi Irene.
La doppia faccia della luce, “febbrile e bruciata, estrema” per quello che riguarda Ciro, “pallida e fredda, quasi elegante” per raccontare Irene e la sua vita: è anche attraverso un ragionamento estetico così marcato e al tempo stesso ricco di sfumature che il nuovo film di Antonio Capuano – presentato al Lido alle Giornate degli Autori, in sala dal 3 settembre con Fandango – segna l’ennesimo punto a favore di un regista tra i più dotati dell’ultimo ventennio italiano: non nuovo al racconto della città di Napoli e dei suoi più giovani abitanti (Pianese Nunzio, 14 anni a maggio, Polvere di Napoli e La guerra di Mario su tutti), Capuano confeziona con L’amore buio (titolo bellissimo) un altro suggestivo, poetico e doloroso ritratto di due adolescenti, separati e distanti per estrazione sociale e abitudini (i due protagonisti, Agrio e De Angelis, sono stati proprio per questo cercati da Capuano uno nelle scuole di periferia, l’altra nei licei della città), irrimediabilmente attratti come solo gli opposti sanno essere, finendo per non incontrarsi mai. Ma capaci di raggiungersi, solo con uno sguardo, dai cancelli del carcere di Nisida alle strade di San Francisco, dove Irene si è trasferita al seguito del futuro marito, per l’unico finale possibile di un film che, allontanandosi, ritrovandosi e perdendosi insieme ai suoi personaggi, mantiene comunque caldo lo sguardo sul cuore di ognuno di loro. E su tutti i grandi attori di “contorno”, dai genitori della ragazza, Luisa Ranieri e Corso Salani (alla sua ultima interpretazione prima della tragica scomparsa), a Fabrizio Gifuni e Valeria Golino (psicologa del carcere), brava e misurata come sempre, coraggiosa nel lasciarsi inquadrare con il viso poco curato (sopracciglia foltissime, peluria sulle labbra) per uno dei momenti più intensi del racconto, quando incontra per la prima volta Ciro e la sua idea di “bruttezza”.
Valerio Sammarco, da “cinematografo.it”

Due storie, apparentemente destinate a scorrere per sempre su binari diversi. Ciro è un adolescente all’apparenza normale, ama il mare e scorrazzare in scooter nella sua Napoli con gli amici di sempre. Irene è una sua coetanea di buona famiglia più solitaria, introversa, occasionalmente ossessionata dalla sua linea. I loro destini arrivano ad incrociarsi tragicamente nella notte in cui, dopo una giornata di sole e mare, il gruppo di cui Ciro fa parte mette in atto uno squallido stupro di gruppo di cui Irene è la vittima. Ciro non riesce a convivere con la tragicità del suo gesto e, la mattina dopo, denuncia sé stesso e gli altri tre partecipanti, condannandosi di fatto a due anni di riformatorio. Ma sarà proprio questo nuovo ambiente, all’apparenza così povero di stimoli, a far fiorire in Ciro vocazioni artistiche (narrative, poetiche, musicali, teatrali) insospettabili. Sarà sempre il riformatorio che gli farà nascere il desiderio di “ricucire” lo strappo con la vittima attraverso un rapporto epistolare.
Capuano torna a Venezia (ha precedenti illustri come Pianese Nunzio, 14 anni a Maggio, un episodio de I Vesuviani e Luna Rossa) con un’opera che è punto d’incrocio di molte tematiche da lui trattate in precedenza. Il film conduce parallelamente i due filoni narrativi (Ciro in prigione e Irene fuori a cercare di ricomporre la sua vita) con evidente maestria, per quanto a volte rimangano alcune zone d’ombra per una sceneggiatura non perfettamente limata. Naturale che, alla fine, del film rimangano soprattutto le interpretazioni dei due giovani esordienti, abbondantemente al di là di quanto era possibile attendersi da due giovani che Capuano è andato personalmente a cercarsi nelle scuole partenopee; interpretazioni che, come si è detto da più parti, vanno a coprire anche quella di una Valeria Golino un po’ incolore nel suo ruolo di assistente sociale. Veleggia ovunque lungo il film l’aria di già visto e sentito e, in buona parte, la sensazione è giusta: va comunque detto che siamo in presenza di una naturale evoluzione del filone “riformatorio” piuttosto che di un clone. C’è la volontà di mostrare la detenzione sotto una luce diversa, più positiva e pro-positiva, e questo basta ad elevare l’opera sopra la piattezza a cui sarebbe stata altrimenti condannata.
Francesco Alinovi, da “cinemainvisibile.it”

L’amore…..e il buio….
Antonio Capuano gioca con il fuoco ma non si scotta affatto…
Ingredienti “pesanti” come la violenza sessuale, la criminalità minorile, le iniquità sociali e la malavita non gli fanno paura…anzi, con abilità sa come combinarli e farli lievitare assieme…
Mischia la borgata ed il suo linguaggio volgare fondendo “il complesso degli elementi” in un crogiuolo vivo ed incandescente, assieme alla “ricchezza solo materiale” di mondi apparentemente lontani e dorati e che paiono protetti in un’aura di benessere infrangibile, intoccabile…. Ma spesso anche per coloro che li abitano, non del tutto “tangibili” fino in fondo….
Accompagna la scia di cordoni ombelicali che discendono da un seme di violenza, figli di nessuna nascita ma al tempo stesso impossibili da recidere e che stringono legami tra le esistenze, anche loro malgrado….
Le parole, sotto forma di lettere scritte incessantemente, al pieno del paradosso partorite “dal basso” e da chi con meno probabilità sembrerebbe poterne fare un uso compiuto, sono “il mezzo”: frasi che urlano di dolore e sgorgano dai recessi dell’anima e “incidono” i fogli, sigillati dentro buste che ne custodiscono il mistero…… che riemergono poi da dietro i volumi di una libreria, come un fiume che era stato costretto ad esser temporaneamente carsico ma che alfine non puo’ piu’ rimandare il momento di sfociare in una dirompente esplosione di acqua, violenta ed irrefrenabile…… forse liberatoria…… forse solo un cambio di stato delle pene…
Se non è possibile ottenere il perdono per certi errori, allora anche il solo osare chiedere la remissione dei peccati puo’ servire a resuscitare un senso che aiuti nel continuare a vivere e tornare a pensare di “(ri)costruire”….
Segue e racconta questo calvario Capuano, gli “incroci a distanza” che parlano lingue diverse ma che in comune hanno un dramma vissuto con sofferenza atroce su sponde opposte….
“Scompone e ricompone” il tutto, prende il carcere e gli offre la luce di contrasto degli ambienti benestanti, arredati con i pianoforti e gli argenti, dove si muovono le cameriere esotiche che servono il vino dentro larghi bicchieri, sempre per tornare in definitiva ad affermare concetti di “vicinanze parallele”, dove nemmeno Napoli e lo Sri-Lanka possono essere poi così distanti….
…e il sorriso di una mamma in fondo è una festa per tutti…
….Anche se le lacrime di quella della piccola Irene escono appena, si affacciano ai bordi degli occhi impastandone il trucco attorno ma di proseguire per la strada che porta lungo il viso e rigare le guance non ottengono il permesso, vittime di una inspiegabile soppressione del sentimento ed un inaridimento del vivere che inquieta solo ad osservarlo da fuori….
“Tutti ed ognuno” sono indistintamente sotto “assedio”…..accerchiati dalle responsabilità, immersi in vite difficili, costretti ad affrontare ostacoli “oggettivamente” insormontabili…. dolori….ricordi….
Capuano ne “L’amore buio” è bravissimo a descrivere non quello che è prigioniero dietro le sbarre bensì quello che è confinato dentro lo scrigno incerto e traballante del cuore, segregato nel forziere dell’anima….
Per raggiungere lo scopo dispiega con padronanza un armamentario di regia ricco e sapiente: coi colori ci “schizza” delle inquietanti “serigrafie del dolore”, dispone le immagini e gli avvenimenti in un montaggio che mescola i momenti allucinati della memoria “che rifiuta e respinge” i ricordi assieme a quelli piu’ freddi, rigorosi ed opprimenti…. senza paura evita di tradurre il dialetto per non destituirne l’essenza dai suoi luoghi di origine….coi vetri dei bicchieri e delle porte scorrevoli deforma i volti e gli ambienti e ne usa le pareti opache o convesse come diffusori di sensazioni ovattate o represse….
Addosso a Napoli ci manda una pioggia battente che però non affoga la città ne la sommerge ma in qualche piccola possibile entità addirittura la pulisce, la purifica….
I piccoli innesti didattici con Don Luigi Merola e Silvio Perrella, l’evocazione di Don Peppino Diana, sono piu’ che tollerabili e funzionali…. nel complesso non provocano stridore….
Sullo sfondo, ma ben visibile, si agita una Italia attualissima conosciuta per davvero solo da chi “ci vive”, dai rioni “bassi” ai quartieri “bene” e che per vie differenti è vittima di misteriosi malesseri e non trova ne liberazione, ne pace….
Ecco che chi puo’ tenta la fuga verso riparate oasi di “momentaneo finto benessere” o addirittura lontano e per sempre, all’estero…
Poi c’è chi non puo’ neanche tentare di fuggire e abita le sua privazioni con dignità, che pare di primo acchito rassegnazione ma rivela invece subito sotto un primo strato il frutto, talvolta velenoso, della vita vera….
Non è questione di gabbie o di sbarre….Sono percorsi tortuosi e densi di patimento e sopportazione ma che pure sanno inventare (…regalare….) “poesia”, presentano “dritti come l’evidenza” la differenza tra amare e “scopare”….
…Frammenti di esistenze racchiusi nel breve percorso di una pellicola, niente di piu’ che manciate di storie….
….Seguendole per un tratto, senza doverci apporre necessariamente la parola fine al seguito, possono rivelarci segreti piccoli e grandi, le insospettabili risorse o privazioni di chi vive ed in solo momento dall’errore cade direttamente giu’ fino alle viscere dell’inferno….
Capuano non certifica rinascite….di certo le crede realizzabili, le spera forse o così sembrerebbe ipotizzabile….
…ma è del sentiero obbligato che puo’ renderle possibili, con passione cinematografica ed umano sentire, che parla e racconta….
………e quello che il cinema “non sa” la vita prontamente glielo suggerisce….
da “effemmecinema.spinder.com”

Due ragazzi, uno fuori e l’altro dentro. Lei intrappolata all’interno di un universo dorato; Lui perso nella caotica Napoli dei quartieri popolari. Una sera, Lui, insieme ad un gruppo di amici, violenta Lei e allora le cose si ribaltano. Lui viene rinchiuso in un istituto minorile che, messo a confronto con i quartieri popolari, appare un’isola felice fatta di partite di pallone, laboratori creativi e gite al mare. Lei esce fuori, nella Napoli che non consoce, scappa dal suo mondo borghese e si scopre straniera in terra natale. Tutti e due alla scoperta di quello che manca, tutti e due, svegliati da una improvvisa doccia fredda, si scoprono pesci fuor d’acqua. Un linguaggio composto, articolato e, in alcuni tratti, originale; scelte narrative non sempre convenzionali, fanno di questo film una buona opera che gioca tra l’emerso e il sommerso, che punteggia qui e là qualche metafora senza farne, però, il suo punto focale.
L’amore buio è un film sul tormento di adolescenti abbandonati a se stessi, che si trovano a vivere in un mondo troppo carico di responsabilità e povero di maestri, circondati da adulti pieni di problemi costretti a prendere decisioni più grandi di loro e a gridare senza essere ascoltati. Adolescenti spocchiosi, irritanti, altezzosi con un diverso senso di ciò che è bello e brutto, giusto e sbagliato. Con una sensibilità che adulti e psicologi non comprendono.
Un’opera garbata e soppesata. Un film diretto con mestiere e girato sapientemente, illuminato con gusto e montato con originalità. Non tocca mai gli estremi della commedia sociale, non scade nella caratterizzazione banale dei protagonisti, non si adagia sul succeso di Gomorra e non di serve dei cliché.
Ma è privo di anima, di passione, di rumore. Non si spinge oltre quello che altri autori hanno affermato, non scava, non affronta ma sorvola tutto dall’alto, dalla superficie senza offrire allo spettatore nulla di nuovo. La storia dei due protagonisti, della loro crescita forzata e del loro modo di comprendersi e perdonarsi non convince fino in fondo. Non spicca mai il volo passando dal particolare all’universale e rimane incatenato a terra, ad una realtà che non rinnega e non fa sua. Un volo pindarico sul mondo femminile, sul dramma della bulimia, sulla potenza salvifica dell’arte, sulla forza delle parole e la potenza del perdono. Un film che scivola spesso in dialoghi surreali, che mal si accordano con le facce fresche dei protagonisti. Tuttavia un’opera interessante che lascia intuire le capacità dal suo autore. Da ricordare il cammeo discreto e garbato di Corso Salani.
Sila Berruti, da “close-up.it”

Dopo una domenica di sole, di tuffi nel mare, di pizza e scorribande sui motorini, quattro adolescenti napoletani violentano Irene, una loro coetanea ancora vergine. Il giorno dopo, uno dei quattro, Ciro, si autodenuncia e denuncia i suoi sventurati complici. Risultato: due anni da scontare nel carcere minorile di Nisida. Due mondi, quelli di Ciro e Irene: d’estrazione proletaria, di strada ed espedienti, ma vitale e colorato l’universo del primo; borghese, chiuso, silenzioso, algido lo sfondo della vita di Irene. Paradossi nei quali Antonio Capuano e il suo cinema si muovono come i pesci nell’acqua. Contraddizioni di una terra baciata dalla luce e odiata dai fausti destini. Spostamenti progressivi di crescite che si rincorrono all’incontrario, di sogni che tramortiscono sotto i colpi delle speranze deluse, di sguardi che si allontanano per tentare di avvicinarsi. Direttamente dalle Giornate veneziane degli Autori 2010, il nuovo, splendido volo (quella cinepresa, all’inizio del film, che dal cielo plana all’interno della prigione dove i ragazzini stanno giocando a pallone è un colpo di cinema come se ne vedono raramente) del regista di Vito e gli altri, Pianese Nunzio, Luna rossa e La guerra di Mario si discosta nervosamente e scorbuticamente dalla normalità delle immagini e dei suoni ricorrenti. Le inquadrature di Capuano sono gocce che perforano lo schermo, sono rumori che bucano i muri e oltrepassano le finestre bloccate dal ferro dei dolori e delle pene, sono parole scritte col pennarello su improvvisati brogliacci d’amore. All’interno di questo percorso, due volti inediti cercati per oltre un anno; l’eterea, diafana, quasi immateriale Irene De Angelis: e il picaresco, avventuroso e romantico Gabriele Agrio. Circondati da una Valeria Golino che ha scelto di imbruttirsi (baffi e sopracciglia pronunciati), da una Luisa Ranieri che ha rinunciato alla sua bellezza, da un Fabrizio Gifuni che ha prestato la sua esperienza teatrale e dall’ultimo Corso Salani, definito dal regista «perbene, solare, un incanto». È anche grazie a loro che la fine del film apre uno squarcio nel cuore.
Aldo Fittante, da “filmtv.it”

Bisognava aspettare Antonio Capuano, “vecchio” leone del cinema napoletano per scuoterci dal torpore di due giorni piuttosto giù di tono qui al Lido. E’ arrivato, Capuano, portandosi dietro la sua Napoli, il suo cinema fisico fatto di violenza e sentimenti, epica e sguardi, i suoi attori intensi nel parlare con i corpi e nel muoversi con le parole, le sue storie laceranti che mettono insieme l’alto e il basso, il cielo e la monnezza.
Che cos’è sennò la storia di Ciro e Irene, due ragazzini nati e vissuti nella stessa città eppure appartenenti loro malgrado a due universi che più lontano non si può, se non l’ennesimo tentativo di tessere una storia d’amore impossibile nel Sud terra dell’impossibile sempre e comunque? Ciro la bestia, che a quindici anni e mezzo stupra con il branco la bella Irene, finendo in un carcere minorile, lontano da tutto e da tutti, separato dal suo mondo da sbarre alte e impenetrabili varcate solo dai versi e dalle parole scritte confusamente e per caso e indirizzate proprio a lei, Irene. La giovane ragazza che ha tutta la vita davanti, con le sue piccole grandi prove, ma circondata da adulti nevrotici, fidanzati stupidi e soprattutto da tanta, inutile ricchezza, si rifugia nel teatro per riaccettare il suo corpo e la sua anima. E forse li trova, tutti e due, o arriva a sfiorarli.
Ecco allora che i due mondi, nella stessa immensa, squallida, bellissima metropoli ai piedi del Vesuvio che li abbraccia respingendoli, si toccano da lontano: sono una fuga nelle acque del mare o per i sentieri della campagna, oppure una passeggiata sotto la pioggia per vedere per la prima volta vicoli, pareti, anfratti, chiese, dipinti barocchi. E’ così che le due Napoli si toccano e scoprono di vivere sotto lo stesso cielo, è così che Ciro alla fine può chiedere, con lo sguardo dritto alla macchina da presa, sotto il ritmo di un rap rabbioso, «perché il teatro, la musica, il calcetto, la ceramica, ecc. non ce li avete dati prima, quando eravamo fuori dalla galera?».
E poi, anche se il tempo passa e forse il carcere vero sta fuori, basta la durezza e la dolcezza di uno sguardo finale (splendido ideale controcampo al montaggio di corpi bagnati e fluttuanti che apre il film) potentissimo nella sua innocenza perduta a rimettere insieme i cocci di un’esistenza che si è accettata ormai come impossibile, come sognata. Proprio simile alle parole scritte che nessuna voce over legge e che restano il segreto sigillo dell’odio e dell’amore di questi due splendidi personaggi napoletani. Italiani.
Marco Luceri, da “drammaturgia.it”

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