La bellezza del somaro

Somari surreali a casa Castellitto
di Alberto Crespi L’Unità

Il nuovo film di Sergio Castelletto è un oggetto da maneggiare criticamente con cura. Diversi colleghi ce l’avevano anticipato come «tremendo» (disponendoci alla benevolenza: le stroncature preventive ci fanno questo effetto). Beh, forse La bellezza del somaro è «tremendo», ma non in senso qualitativo. Lo è nel giudizio morale che esprime sui suoi stessi personaggi, in modo consapevole: descrive con tremendo cipiglio un’Italia perduta, nella quale l’alta borghesia (la classe sociale raccontata: il ricco architetto Castellitto, la psicologa e moglie di lui Laura Morante, i loro parenti e amici) ha perso ogni freno morale e ogni contatto con la realtà. Nemmeno i pazienti della psicologa, che dovrebbero portare nella storia il loro carico di dolore e di follia, sono «la realtà»: schizzati e snob quanto la loro dottoressa, sembrano ambire soltanto a divenire come lei. Persino gli animali – somari, pitoni… – sembrano vivere le stesse nevrosi degli umani. La realtà irrompe in questo limbo familiare quando la figlia minorenne, passata da un fidanzatino coatto all’altro (i giovani non sono meglio degli adulti, anzi), porta a casa il suo nuovo amore, che è… Enzo Jannacci, senza eccessive sovrastrutture da personaggio «scritto ». Nel senso che è proprio Jannacci, con il suo umorismo surreale, la sua saggezza alla Chance il Giardiniere. E lui è umano, il che esalta l’insopportabile antipatia degli altri. «Surreale» è un altro termine critico da maneggiare con cautela. Da Buñuel in poi, può voler dire tutto e il contrario di tutto. E però La bellezza del somaro è qualcosa di più di una commedia grottesca, è proprio un film surreale, dove di tanto in tanto il regista/attore/autore guarda in macchina e si rivolge a noi spettatori, e dove il montaggio sempre acrobatico di Francesca Calvelli (di solito monta i film di Bellocchio, che Castellitto ben conosce) crea associazioni visive sorprendenti. In breve: è chiarissimo cosa NON È. Non è una commedia all’italiana, non è un film natalizio. Più arduo dire cos’è. Forse un tentativo di importare Almodovar nella borghesia italiana, o di ritrovare le atmosfere feroci di Ferreri (altro autore che Castellitto ha frequentato). Sicuramente è un film sfrontato, coraggioso, personalissimo. Solo Castellitto poteva farlo.
Da L’Unità, 17 dicembre 2010

“La bellezza del somaro” una commedia grottesca con Castelletto e Morante
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Una commedia. Accetta anche la farsa delle torte in faccia, ma abilmente sa raccogliersi attorno a cifre di sentimenti malinconici, come il titolo anticipa perché la bellezza dell’ asino (o del somaro) è quella che, se nient’altro la sorregge, tramonta presto con gli anni ed è inutile rincorrerla. Ce lo dice, con l’abituale finezza ma questa volta, anziché il dramma privilegiando il sorriso, la sempre più esperta Margaret Mazzantini raccontandoci le disavventure di una coppia non del tutto ben assortita con una figlia diciassettenne di cui si pensa di saper tutto. Si comincia quando lui, Marcello, si appresta a festeggiare i cinquant’anni affidando alla moglie Marina l’organizzazione di un ricevimento in campagna per riunire i loro molti amici che si propongono con ironia come un pittoresco ritratto della “buona borghesia” di oggi; con pregi e difetti intercambiabili, specialmente gli anziani, perché i giovani hanno tutti l’aria di badare solo a se stessi. In mezzo a loro, appunto, la figlia della coppia, Rosa, che preannuncia una sorpresa tipo “indovina chi viene a cena”. Però quel nuovo fidanzato di cui ha anticipato l’arrivo non è un ragazzo di colore, Marina e Marcello, ritenendosi alla moda, lo accetterebbero senza troppe difficoltà, ma un uomo sui settant’anni di cui Rosa si dichiara perdutamente innamorata, corrisposta soprattutto con saggezza. Da questo spunto il resto, sulle cui tracce Margaret Mazzantini lavora di fino proponendoci situazioni ora molto comiche ora attraversate anche da accenti seri, vissute da una galleria di personaggi che si mescolano gli uni agli altri spesso anche con colori così vivaci da tendere intenzionalmente al grottesco. Guidati con mano sicura dalla regia di Sergio Castellitto che i ritmi spesso quasi frenetici dell’azione li affida con sapienza alla recitazione di tutti gli attori, sempre equilibrati anche quando li fa urlare. Prima fra tutti Laura Morante, la moglie, poi lo stesso Castellitto, il marito, e una bravissima adolescente, Nina Torresi, nel ruolo tutto fiamme della figlia. Dà voce alla saggezza Enzo Jannacci, il canuto settantenne.
Da Il Tempo, 11 dicembre 2010

Ad elogio delle buone intenzioni direi di non considerare La bellezza del somaro come una semplice alternativa. Alternativa al cinepanettone, alternativa a chi si disinteressa delle giovani generazioni, alternativa al 3D, alternativa al dramma (di una figlia adolescente con fidanzato settantenne).
Al suo terzo film da regista Sergio Castellitto voleva fare una commedia avendo molte idee al riguardo. Il “racconto esteso”, come lo ha definito la stessa Margaret Mazzantini (qui sceneggiatrice), che fa da base al progetto, prevedeva molti personaggi, caratteri sopra le righe, vivacità intellettuale e l’assunto di base che la vecchiaia fa paura a tanti.
Abbiamo a che fare con la giovanilistica coppia di coniugi Marina e Marcello (Castellitto e Laura Morante), un casale in Toscana, un gruppo di amici e parenti riuniti per il week-end dei morti (o dei santi) e il nuovo ragazzo della deliziosa e intelligente figliola Rosa, ospite atteso fino a che non si rivela con i capelli bianchi. Le certezze dei cinquantenni di ampie vedute, tolleranti e fisiologicamente aitanti vacillano di colpo.
Il film sorride e si burla di una certa generazione di adulti narcisisti, moderni e modaioli, con lavori niente male ma in qualche modo sempre insicuri e incompleti. Effettivamente esistono e a volte i loro giudici sono i figli, diciassettenni svegli ma esigenti (il marito alla moglie a un certo punto dice:”Rosellina nostra scassa il cazz.. da quando è nata!”). Questa era una giusta premessa per dare una lezione ai genitori e portare il vecchio in casa (che non è ricco, non è famoso, è solo vecchio). Questa era anche una giusta premessa per utilizzare i toni grotteschi, di farsa, di commedia caricaturale ma ricercata e riunire il coro d’attori in un unico luogo.
L’impianto del film è volutamente teatrale, lo svolgimento un po’ delirante: in senso positivo, tentando una variante surreale della commedia degli equivoci, in senso negativo, poichè confonde le idee e si affida alle urla anche quando non ce n’è bisogno.
Pertanto gli amici d’infanzia (Gianfelice Imparato e Marco Giallini), i pazienti della psicologa in vacanza premio, le ex mogli arrabbiate dalla nascita, i figli saggi o intontiti e la domestica dispotica, sono tutti piuttosto esuberanti nell’alternare alla comicità popolare, brevi pillole di cultura (citazioni di Cechov, Jung, Nabokov). Così possiamo aspettarci la resa dei conti generazionale sulla tavola imbandita o alle terme fumando una canna, mentre l’illuminato, il “vecchio” Enzo Jannacci è l’unico che mantiene la calma.
Questo è La bellezza del somaro, dove il somaro vero è una comparsa simbolica e la sua bellezza è quella stolta, sfacciata e genuina della giovinezza (un titolo azzeccato ma che necessita di spiegazioni). Una commedia che al divertimento muticolor di base affianca una baraonda nevrotica molto rock che, piaccia o no, dovrebbe rimanere tale fino alla fine, come un “ruba bandiera” infinito dove sono ammessi anche gli sgambetti. Perchè se il vecchio, e forse anche il giovane, in qualche modo spaventa tanto vale tenerlo in casa e cercare di capirci qualcosa.
Giulia Pietrantoni, da “comingsoon.it”

Marcello (Sergio Castellitto) e Marina (Laura Morante) sono la classica coppia moderna, benestante, affermata nel lavoro, dalle idee aperte, con tanti amici ed interessi.
La loro perfetta vita borghese viene sconvolta quando l’adorata figlia Rosa (Nina Torresi) porta a casa il suo nuovo fidanzato, Armando (Enzo Jannacci), un uomo che ha 50 anni più di lei.
L’allegra gita in campagna con amici al seguito si trasforma in un momento di rottura, che spinge genitori e figli a mettersi in discussione, squarciando quel velo di ipocrisia che finora ha caratterizzato le loro esistenze.
Non è facile raccontare la storia de La bellezza del somaro, commedia agrodolce scritta da Margaret Mazzantini e diretta e interpretata dal marito, Sergio Castellitto, in uscita il prossimo 17 dicembre.
Un film che definirei spiazzante, sia per il ritmo sincopato preteso da Castellitto, che ha dichiarato di aver voluto girare una commedia come fosse un film di guerra (grazie anche al magnifico montaggio di Francesca Calvelli), sia per il suo carattere surreale e a tratti grottesco.
E’ una commedia corale diversa da tutte le altre in circolazione per la scelta degli attori, la sceneggiatura, la cura dei personaggi.
Castellitto ha voluto intorno a lui e alla Morante non nomi di grido o star glamour, bensì attori, più o meno famosi, in grado di dar vita ad una vera e propria gara di bravura: Marco Giallini, Barbora Bobulova, Gianfelice Imparato, Nina Torresi, Emanuela Grimalda, Lidia Vitale, Renato Marchetti, Lola Ponce e una strepitosa Erika Blanc.
Stupisce la credibilità e la naturalezza del “non attore” Enzo Jannacci, assolutamente perfetto nel ruolo del saggio e disarmante Armando.
La cura dei personaggi è straordinaria: sono tutti ben definiti, ognuno ha qualcosa da dire, nevrosi, aspirazioni, timori, nessuno è lasciato al caso.
Ma il vero punto di forza di questa commedia è la sceneggiatura: ammirevole l’attenzione alla storia, evidente la voglia di far divertire, raccontando qualcosa che possa anche far riflettere e non semplicemente mettendo insieme una serie di gag.
Le battute sono efficaci, i dialoghi credibili e sferzanti, il tema è quanto mai attuale: il rapporto genitori – figli ai giorni nostri, un rapporto analizzato con una certa dose di ironia, ma anche di spietatezza.
Figli che hanno tutto, ma sono affamati di affetto e di approvazione da parte dei genitori e spesso più maturi e lucidi degli stessi; genitori che vogliono fare gli amici dei figli e finiscono per non assumersi le proprie responsabilità.
Ma il film ha il coraggio di dibattere anche di quello che forse è l’unico tabù rimasto nella nostra società occidentale: la vecchiaia.
Una vecchiaia che ha più volti: quello di Armando, che accetta lo scorrere del tempo serenamente, ma anche quello di Marcello e dei suoi amici cinquantenni, eterni Peter Pan che si affannano a vestirsi e comportarsi da giovani, incapaci di affrontare serenamente la mezza età.
“La bellezza del somaro”, infatti, non è altro che la bellezza scontata e un po’ stolta della giovinezza.
Ottima la scelta della colonna sonora, splendida la fotografia, che ci restituisce i colori caldi della campagna toscana.
Confezionando un film coraggioso, originale, ottimamente scritto, diretto e recitato, che diverte molto, ma si preoccupa di farlo in modo intelligente, Sergio Castellitto fa onore alla grande tradizione della commedia all’italiana e consegna un vero regalo di Natale al pubblico italiano.
Annarita Vitrugno, da “directorscup.it”

Con il fantasma di Marco Ferreri, un disturbante, eccessivo ma anche coraggioso e seducente ritratto di una generazione sull’orlo di una crisi di nervi, una giostra impazzita azionata dalle sonorità di P.I.M.P. di 50 Cent o abbandonata a quelle di Dreams di The Cranberries. Castellitto regista, come il precedente Non ti muovere, non fa sconti. Prima tiene a distanza, poi contagia. E nella testa restano le cose migliori del film che finiscono per contaminare e poi annullare le parti meno riuscite

Aleggia il fantasma di Marco Ferreri su tutto La bellezza del somaro. Innanzitutto con le apparizioni del somaro in cui sembra che riprendono forma proprio quelle atmosfere del primo periodo spagnolo, quello di El pisito ed El cochecito. Inoltre sia lo stesso Castellitto sia Enzo Jannacci sono passati attraverso il suo cinema, il regista con La carne, il cantautore con L’udienza. Una giostra impazzita, una generazione sull’orlo di una crisi di nervi che Castellitto (al suo terzo film da regista dopo Libero burro e Non ti muovere) porta sullo schermo amplificando gli eccessi, esibendo il grottesco esibendo quelle incontrollate esagerazioni presenti anche in alcuni suoi ruoli come attore, come per esempio in Caterina va in città. Marcello e Marina sono una coppia affiatata e benestante. Nel corso di un weekend nella loro casa in campagna in Toscana in cui ci sono anche i loro amici di sempre, come il manager depresso Valentino con la moglie invadente Raimonda e il cardiologo Duccio che in prime nozze aveva sposato la dispotica giornalista di guerra Delfina, la situazione precipita; la loro figlia Rosa, 17 anni, arriva con un nuovo compagno. Non si tratta però di un coetaneo ma del settantenne affabile Armando.

Castellitto sulle tracce disperse di Kasdan di Il grande freddo: un funerale e poi un raduno di amici. Un gruppo allo specchio, nelle sue contraddizioni, nelle finte idee progressiste, ritratto impietoso di una classe anche agiata ma consumata dal proprio narcisismo e dalla propria isteria come la bella figura di Delfina, quasi caricatura anche nel fisico di Oriana Fallaci, che esibisce ed urla al mondo il suo isolamento o Valentino che cerca quasi l’assenza, la voglia di diventare invisibile. Poi il gruppo dei ragazzi disorientati dagli adulti e i pazienti della moglie, tutte incarnazioni di un cinema che Castellitto – anche sul suo corpo e su quello della Morante – deforma al punto limite, con tracce quasi da cartoon. Storie di ordinaria follia, dove Verdone di Compagni di scuola si scontra col cinema di Jean-Pierre Jeunet, dentro il paesaggio toscano (zona S. Casciano Bagni, Siena) che inghiotte e isola questo gruppo come se si trattasse di una comunità, di una specie protetta che non è detto che vada salvaguardata. La bellezza del somaro, come Non ti muovere è un cinema che rischia grosso. Dentro c’è sempre la scrittura della moglie Margaret Mazzantini che Castellitto non riesce, anzi non vuole dominare o controllare e allora diventa una bomba esplosiva, come questo film e il precedente, disturbante e coraggioso, fastidioso e seducente che però si solidifica nella testa proprio con i suoi momenti migliori che contaminano e poi annullano anche le parti meno riuscite. Restano luci così forti che filtrano nell’inquadratura, apparizioni che sono quasi emanazioni di ‘sogni perduti’ (la Bobulova con il biberon) mosse dalle sonorità di P.I.M.P. di 50 Cent o improvvisamente abbandonate a Dreams di The Cranberries. In questi ultimi due film Castellitto ha liberato tutto se stesso, senza filtri. Può piacere o meno ma è certo che un’identità c’è. Una di quelle con le quali inizialmente ti tieni a distanza, poi ci entri in confidenza e ti contagia.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

Un’irresistibile commedia su un argomento serissimo
Marcello(Sergio Castellitto), Marina(Laura Morante) e Rosa(Nina Torresi) sono i tre componenti di una serena famiglia medio borghese italiana; lui architetto, lei psicologa e la figlia, Rosa, una ragazza diligente, brava a scuola che però si mostra un po’ fredda verso i genitori. Questa famiglia decide di passare il ponte dei santi(o dei morti che dir si voglia) nella villa in toscana con gli amici Duccio(Marco Giallini) e la moglie Delfina(Lidia Vitale), Valentino(Gianfelice Imparato) con la moglie Raimonda(Emanuela Grimalda), la madre di Marina, Venanzia(Erika Blanc), due pazienti molto critici di Marina, Lory(Barbora Bobulova) e Ettore Maria(Renato Marchetti) e gli amici della figlia Aldo, Luca, Francipalla e Niccolò. A questi si unisce Armando, un simpatico settantenne che Rosa presenta come il suo nuovo fidanzato.
Questa rivelazione destabilizzerà l’equilibrio fragile della famiglia.
Marina, da brava psicologa, ripassa mentalmente tutte le fasi della crescita della figlia e tutto ciò che può averla turbata, portandola ad accusare il marito, per la sua immaturità, perché si comporta troppo da”figaccione”.
Con il tono della commedia Castellitto e la Mazzantini ci raccontano l’umanità dal loro punto di vista, gli eterni ragazzini(o figaccioni che siano) che non vogliono fare i genitori ma si illudono di poter essere amici dei figli, senza accorgersi che i figli non hanno bisogno di amici. Uomini che vanno a letto con qualsiasi donna eccetto la moglie, “donne sull’orlo di una crisi di nervi” che sfogano la loro disperazione o sul cibo o ostentando una marcata antipatia per la borghesia e la società in generale, poi ci sono gli adolescenti che invece vogliono apparire più maturi di quello che possono essere e la colf che si comporta come fosse la padrona di casa, con il suo sguardo gelido e severo è come se tenesse in ostaggio i padroni di casa e gli invitati in un carnascialesco ribaltamento dei ruoli, poi Ettore Maria e Lory, che con la loro innocenza e trasparenza, smascherano per primi la vera natura dei personaggi e infine lui, Armando, l’unico che riesce ad essere quello che è, un settantenne, solo un settantenne che non nega il fatto di essere “vecchio”, che non si preoccupa di sembrare più giovane, in questo modo svela l’unico vero tabù della nostra società la vecchiaia.
La bellezza del somaro è la bellezza inconsapevole e un po’ goffa dei più giovani, e qui si dimostrano tutti più somari che altro. Inoltre il somaro è un elemento fondamentale nell’economia del film che osserva le follie umane dall’esterno senza poter commentare.
Come dice lo stesso Castellitto; “Maneggiare un tema serissimo nell’acqua della commedia è scommessa ardua” di fatti in quest’acqua ci sono pericoli inaspettati che potrebbero far affondare il film, ma Castellitto va benissimo, vince questa scommessa e ci regala un film delizioso, divertente e tenero, i personaggi non si possono non amare, proprio per i loro difetti e per le loro debolezze. Con questo film Castellitto dimostra di essere un regista eccelso e che l’accoppiata con la Mazzantini è sicuramente vincente, perché sono pochi quelli che riescono in un impresa del genere.
Auguri al film di Castellitto, che esce il diciassette dicembre con 250 copie, e che dovrà scontrasti con l’indiscusso campione di incassi italiano, il cinepanettone, chissà che, come Fazio in tv è riuscito a crearsi un suo spazio nonostante andasse in onda in contemporanea con il grande fratello, anche questo film riesca comunque ad emergere.
Flavio Artusi, da “doppioschermo.it”

Si è disposti ad invecchiare? Si ha il coraggio di guardarsi allo specchio, scoprire le prime rughe e dare ad esse l’importanza che meritano?
È questo il tema del nuovo film diretto e interpretato da Sergio Castellitto, e magistralmente scritto da Margaret Mazzantini.
Marcello (Sergio Castellitto) e Marina (Laura Morante) sono due coniugi cinquantenni molto affermati: lui architetto, lei psicologa, vivono una vita impegnata e agiata, arricchita da amici sui generis, amanti focose, e pazienti che fanno della malattia mentale una vera ragione di vita. Marcello e Marina hanno una figlia ancora minorenne, Rosa, attorno alla quale ruota il mistero del fidanzatino mantenuto inspiegabilmente segreto. Ma la sorpresa è dietro l’angolo: in Toscana, alla tenuta dei propri genitori, Rosa porta con sé Armando (Enzo Jannacci), un dolce settantenne alle prese con una vita semplice e incantata.
Quando entra in scena Armando, qualcosa nell’equilibrio della famiglia sembra spezzarsi: in un mondo di cinquantenni-ragazzini e di adolescenti più grandi della loro età, Armando si mostra nella sua fragilità di uomo anziano che interpreta se stesso. Non cerca di allontanare la vecchiaia, né di nascondere l’inesorabilità del tempo che passa attraverso palliativi di dubbio gusto – spinelli facili e sesso proibito. Armando ‘è’. Armando ‘fa’ (come sottolinea Castellitto in conferenza stampa): le sue azioni non hanno precise finalità, ma ‘esistono’ . Il suo fascino autentico e adamantino, scevro da ogni dettame, fa subito presa sugli altri personaggi e sul pubblico, dando al film un ritmo di sicuro originale.
Brillante commedia sulla famiglia e sul conflitto generazionale giunto oggi ad un gap senza uscita, La bellezza del somaro si affida a una sceneggiatura raffinata, priva di cadute di tono e ricca di battute ben calibrate, che salva alcune piccole defaillance della regia, la quale, tutto sommato, si presenta con un interessante impianto teatrale. Gli attori danno alla storia una carica particolare, proponendo una sfilata di maschere sopra le righe, specchio deforme di uomini senza reali appigli. La recitazione si giostra tra monologhi esagerati e gestualità impazzita: aspiranti suicidi, uccisioni simboliche di genitori, psicanalisti vittime della stessa psicanalisi e cinquantenni che urlano, fanno estenuanti sessioni ginniche e curano eczemi. Di fronte a ciò, la normalità di Armando è un controcanto decisamente poetico. Scene spinte al limite del nevrotico vengono bilanciate da alcune sequenze cariche di un lirismo straniante: sono le sequenze dedicate a Jannacci, alla freschezza delle sue battute, agli sterminati paesaggi toscani, alla luce naturale del sole. Qui il film si placa, ci mostra un visibile da osservare e da vivere senza sovrastrutture di alcun tipo.
A tratti forse eccessivamente didascalico, La bellezza del somaro suscita la risata, ma una risata amara: la commedia rilegge e sublima quel disagio intimo del nostro tempo che ci impedisce di essere ciò che siamo. La crisi dei cinquantenni è sotto gli occhi di tutti: sono stati figli che hanno preso sonori schiaffi dai genitori, ma oggi sono padri e madri sin troppo disponibili, amichevoli e, soprattutto, sempre «attenti ai sogni dei propri figli» (altra verità messa in evidenza da Castellitto). Così, tra anziani appartenenti ad un’epoca passata e adolescenti colti e problematici, gli uomini di mezza età sono messi fuori, adeguati alla moda della società ma privi della consapevolezza che invecchiare può essere un valore aggiunto, lasciando in questo modo spazio ai veri giovani.
Il finale si fa indicibile, non è dato e va oltre il film: è la strada verso l’ignoto, nel corso della quale c’è sempre la possibilità di un’autentica rinascita, indipendentemente dall’età che si ha.
A detta degli stessi autori, La bellezza del somaro potrebbe essere una buona alternativa natalizia ai soliti ‘cinepanettoni’, e la volontà è proprio quella di scalzare i concorrenti con una risata “più seria”.
Veronica Mondelli, da “taxidrivers.it”

Ci sono infinite buone ragioni per andare a vedere La bellezza del somaro, terza prova alla regia per Sergio Castellitto dopo Libero burro e Non ti muovere. Il tono agrodolce, la divertente polifonia dei personaggi, la predominanza di una natura semplice e genuina, lo splendido personaggio di Jannacci, che porta in sé la riflessione sulla vecchiaia e sulle età di una vita, sono fatti viaggiare sulle note di un uso frequente della macchina a mano, che conferisce all’insieme freschezza e immediatezza.
L’occasione della storia non è una novità. Per festeggiare il suo cinquantesimo anno, Marcello (Sergio Castellitto), architetto intellettualoide della borghesia romana si trasferisce con la moglie Marina (Laura Morante), la figlia diciassettenne Rosa (Nina Torresi) e amici – compresi due pazienti della consorte psicologa – nella casa in campagna. È così che il ponte dei morti si accompagna di follie e grandi affermazioni di vita scandita da giochi, pranzi e cene di luculliana memoria.
Non fosse per quella natura così disarmante nella sua schiettezza, perfetta nelle onde delle colline toscane. Non potrebbe che essere questo lo sfondo per La bellezza del somaro, che si dipana inizialmente per le strade di Roma, ingarbugliandosi tra i vicoli della borghesia cittadina, e che mette sul palcoscenico un carnet di personaggi poliformi. Ciascuno è in cerca di sé. Seguendo l’equazione secondo cui la casa è il teatro di questa mise en scène ed i personaggi le maschere che vi recitano, la natura diviene l’interfaccia con cui tutti si scontrano. Ognuno con le proprie manie, i propri “buchi”, per citare il personaggio di Castellitto.
Se fossero rimasti in città, probabilmente nessun “folle” di questo gioco al ritrovar se stessi si sarebbe confrontato con il proprio riflesso, perché le proprie ossessioni si sarebbero confuse nella frenesia cittadina. Qui, invece, nella purezza della campagna, ogni cosa si rende manifesta. Grazie anche all’arrivo di Armando (Jannacci), l’anziano fidanzato della giovanissima Rosa. Il suo personaggio, semplicemente meraviglioso, è come lo strappo nel cielo pirandelliano. Ogni personaggio è messo a nudo dal suo ingresso in scena. Lui, che nella serena consapevolezza di un uomo che ha vissuto la sua vita, è super partes, è un mentore, un’entità superiore quasi astratta.
Non è certamente perfetto, ma regala pacatezza e sicurezza grazie ad un punto di vista consolidato sugli affaires del mondo. Un punto di riferimento cui rivolgersi per affrontare le incertezze della vita. Non a caso propone una lettura positiva del serpente (che uno degli amici di Rosa tiene come animale domestico), che qui non ha né il classico valore cristiano del peccato né quello più brutalmente sessuale. È piuttosto simbolo di libertà e consapevolezza di sé.
È vero, come dice Jannacci, il serpente striscia tutta la vita, ma ha la grandissima capacità di liberarsi della sua pelle e di rigenerarsi ogni volta. È questa la chiave del film. I personaggi della nostra storia dovrebbero imparare a vivere coscientemente la propria età. In tal modo, Marcello e i suoi due amici cinquantenni la smetterebbero di inseguire gli anni ormai trascorsi e inizierebbero a fare i padri responsabili quali i loro figli vorrebbero.
Perché in questa ruota dove gli uomini sono fermi ai loro vent’anni e le donne si sentono trascurate dai mariti nonché ingoiate dall’isteria del ruolo sociale (una psicologa, una preside, un’inviata di guerra), ci sono anche Rosa e i suoi amici adolescenti. Bulli e un po’ drogati all’inizio del film, si trasformano in figli esemplari, desiderosi di genitori presenti, più maturi e responsabili. Per un lungo attimo i ruoli sono ribaltati. I figli non fumano più le canne, ma i padri sì. I figli non hanno ancora avuto esperienze sessuali, mentre i padri giocano al gatto e al topo con gonnelle più giovani di vent’anni.
Per fortuna Castellitto riesce a tratteggiare con garbo e senza retorica questi “nuovi” adolescenti, che altrove sarebbero stati raccontati sopra le righe cadendo nell’anacronismo più scontato. E dissacra, ma non troppo, la perfezione di Rosa, davvero “troppo tutto” per i suoi anni. A ciascuno il suo, direbbe qualcuno.
Maria Luisa Bellucci, da “ilsussidiario.net”

Il Caos è qui!

Durante uno spensierato weekend con gli amici nella casa di campagna in Toscana, Marcello e Marina, sollevati dal fatto che la storia di Rosa con un suo coetaneo, Luca, sia finita, si preparano a conoscere il nuovo amore della figlia. Ma non sanno ancora cosa (e chi) li aspetta… (sinossi)
Prima di analizzare – ed inevitabilmente giudicare -determinate pellicole pare davvero cosa impossibile mettere da parte il terreno (poco) fertile in cui le suddette vengono “concepite”. La bellezza del somaro, opera terza in cabina di regia del buon Sergio Castellitto dopo Libero Burro (1999) e Non ti muovere (2004), ad esempio è innegabilmente una commedia. Un genere che in Italia incassa molto bene seguendo schemi produttivi e narrativi ormai ampiamente sperimentati, guardando sempre con vincente (al botteghino) strabismo sia ad una platea educata ormai da tempo secondo bassi parametri televisivi (è il caso dei famigerati cinepanettoni, cinepandori o cinecocomeri, che dir si voglia…) ma anche cercando di condire la consueta minestra con spruzzate di “sociologia” pseudo-impegnata, allo scopo di accontentare anche un pubblico dal palato più fine. Citiamo tra i tanti, nello specifico e con i debiti distinguo, l’ultimo Brizzi, Maschi contro femmine, o il campionissimo d’incassi Benvenuti al Sud di Luca Miniero.
Preambolo doveroso per sottolineare il modo chiaro e netto con cui La bellezza del somaro prenda le distanze da questo tipo di film già a partire dall’originale ed intrigante titolo, che non si riferisce solo alla beata stoltezza di una gioventù che può riguardare anche persone mai cresciute ma invita a ricercare il senso etico del bello anche dove meno si sarebbe portati a pensare si possa annidare, ovvero in quella terza età troppo spesso esclusa a priori da qualsiasi dinamica sociale. Un messaggio morale di una certa pregnanza che il sodalizio artistico e familiare composto da Sergio Castellitto (attore e regista) e Margaret Mazzantini (sceneggiatrice) declina attraverso un film corale, variegato nei significati e discontinuo nell’andamento narrativo, girato con un efficace stile “da guerriglia” reso possibile – oltre che dalla verve di una macchina da presa che sembra in perenne ricerca di qualcosa – anche dalla bontà di un montaggio dai ritmi sincopati (opera dalla bravissima Francesca Calvelli) che riesce ad accompagnare lo spettatore alla scoperta di questa fauna umana variamente composita. Ed è proprio in questo processo descrittivo da pochade di una moltitudine di personaggi sbalestrati, le cui nevrosi sono abilmente accentuate dalla chiave grottesca scelta per raccontare il film, che La bellezza del somaro offre i suoi momenti migliori: dal programmatico ribaltamento dei ruoli generazionali tra genitori cinquantenni che hanno visto miseramente naufragare tutte le aspettative “sessantottine” alle quali forse non hanno mai creduto nemmeno loro e figli adolescenti alle porte del miraggio della maturità che si sono costruiti un loro fortino inespugnabile, chissà se per egoismo e presunzione oppure semplice legittima difesa, fino all’elogio della saggezza insita nella vecchiaia di cui si faceva cenno poc’anzi. Rappresentata nel film dalla azzeccata figura diLa_bellezza_del_somaro_testo Armando (Enzo Jannacci), guastafeste designato nonché sagace rovesciamento del cliché berlusconiano in quanto unico tra la folla a conoscere – e mettere in pratica – il significato autentico di un termine altrimenti aleatorio come solidarietà, unica possibile via maestra per rendere vera e propria comunità una società in via di inesorabile sfaldamento.
Detto poi di un cast – tra cui segnaliamo, oltre alle certezze rappresentate dallo stesso Castellitto e da Laura Morante, la grande espressività della loro figlia nella finzione Nina Torresi – nella sua totalità perfettamente a proprio agio nel rendere al meglio le inestricabili contraddizioni di una classe borghese idealista solo sulla carta (radical chic, la definirebbero i detrattori) che è riuscita nella duplice e simbolica “impresa” di farsi sfilare sotto il naso sia l’educazione dei figli che il controllo politico, nel senso lato del termine, del paese e a cui la penna della Mazzantini non risparmia velenose frecciate, anche se nel finale si fa strada un’insidiosa tendenza (auto?)assolutoria, veniamo agli evidenti difetti di un film che, per certi versi, sembra davvero un panno rosso freneticamente agitato davanti al toro della critica. Sorvolando sulla discontinuità delle numerose gags, sulla eccessiva lunghezza di un film a cui avrebbe giovato non poco qualche taglio (la macro sequenza sul tradimento coniugale di Castellitto, tanto per fare un esempio) oppure la scarsa consistenza di qualche personaggio poco approfondito (è il caso del Valentino interpretato dall’ottimo Gianfelice Imparato), ciò che irrita maggiormente è la deleteria tendenza, che già appesantiva parecchio un best-seller letterario come Non ti muovere, a salire metaforicamente in cattedra e “fare la morale” su cosa sia giusto e cosa sia sbagliato, con tanto di indicazioni precise su una possibile soluzione. Già determinati spunti narrativi non hanno esattamente il sapore della novità – basti pensare a certo cinema francese, che Castellitto frequenta con profitto da anni, a grandi freddi di kasdaniana memoria o al Woody Allen d’annata di Sogno di una notte di mezza estate – e se poi ci si aggiunge un’analisi piuttosto raccogliticcia sulla sconfitta di un movimento di pensiero (sempre il Sessantotto o giù di lì, of course) esplicitata da una dimenticabile e didascalica sequenza dove l’architetto Castellitto, in piena ansia di verità da “post-canna”, viene inchiodato da figlia e coetanei di fronte alle proprie responsabilità, ecco che i conti cominciano a non tornare appieno.
Ciò non toglie comunque che La bellezza del somaro, data la situazione contingente, vada considerato per quello che realmente è: un divertente, sfaccettato ed a volte velleitario tentativo di offrire qualcosa di diverso in un panorama derelitto come quello del cinema italiano “leggero”. Merce piuttosto rara, al giorno d’oggi…
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

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dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
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