Il segreto dei suoi occhi

Un poliziotto da poco in pensione tenta di scrivere un romanzo su un caso di stupro e omicidio su cui aveva indagato 25 anni prima. Ripensando a quei particolari, rivive le indagini come se si svolgessero in quel momento, e le rivive più coscienziosamente di come fece la prima volta…
Tratto da un romanzo di Eduardo Saccheri pubblicato in Italia da Rizzoli, Il segreto dei suoi occhi ha sorprendentemente vinto l’Oscar 2010 per il miglior film in lingua straniera, battendo i favoriti Il nastro bianco e Il profeta. E’ un premio esagerato, perché i film di Haneke e Audiard sono entrambi straordinari, ma non ingiusto, perché si tratta comunque di un ottimo film. E’ anzi piuttosto facile capire perché sia piaciuto all’Academy tanto da premiarlo con l’Oscar.
Sceneggiato dal regista e dall’autore del romanzo, il film gestisce molto bene l’alternanza tra le due linee temporali, con il 1975 a prendere il sopravvento rispetto al 2000 ma senza mai inglobare completamente il racconto, così da dar modo allo spettatore di riflettere sul caso insieme con i personaggi.. La sceneggiatura presenta molti dialoghi davvero eccezionali e costruisce un ottimo personaggio protagonista, cui presta il volto un sempre bravissimo Ricardo Darín.
Juan José Campanella – che aveva già diretto Darín nel Figlio della sposa – si conferma un regista elegante, un direttore attento e capace. Dirige il film con lo stile di un dramma romantico, riescendo anche a costruire suspense pur non dando a prima vista l’impressione di creare un vero e proprio thriller. Usa la computer graphic quando serve e riesce a cambiare totalmente ritmo al momento giusto, arrivando così in crescendo ad un finale durissimo.
Forse solo a Hollywood Il segreto dei suoi occhi può essere considerato migliore del Nastro bianco e del Profeta, ma è senza dubbio un gran film, da qualsiasi longitudine lo si guardi.
Alberto Cassani, da “cinefile.biz”

Benjamín Esposito è un ex pubblico ministero della Procura di Buenos Aires in pensione. Da venticinque anni un caso di omicidio lo tormenta: quello della giovanissima Liliana Coloto, violentata e uccisa nella capitale argentina nel 1974. Deciso a rispolverare la sua passione per la scrittura, Benjamín decide di scrivere un romanzo proprio su quel caso e chiede aiuto all’amica e collega di un tempo Irene. Tornare su quell’evento gli riaprirà le porte del passato, nella speranza di poter mettere definitivamente la parola “fine” a quella vicenda…
Avendo vinto l’ultimo Oscar come Miglior film straniero battendo due film molto importanti come Il profeta e Il nastro bianco, si corre il rischio di sottovalutare Il segreto dei suoi occhi. Vuoi mettere l’originalità e la capacità di rimescolare i generi del capolavoro di Audiard, e vuoi mettere il rigore e l’intelligenza dell’opera di Haneke? Il segreto dei suoi occhi è meno difficile di questi due titoli, e forse per questo ha fatto breccia nel cuore dell’Academy, ma il paragone alla fin fine è solo una questione di premi, voti e nomination che lascia il tempo che trova.
Il film di Juan José Campanella è invece sorprendente, perché capace di funzionare a livello superficiale come ottimo film di emozione purissima, ed è poi capace di narrarci altro attraverso il genere. Fa bene il regista a non considerarlo un noir, e anzi ad ammettere di usarlo per raccontarci sostanzialmente una storia d’amore. Ma oltre a narrarci di una storia d’amore “impossibile” (la storia tra Benjamín e Irene non è mai sbocciata), Campanella fa bene almeno un’altra cosa: pianta molto bene le radici del suo racconto, tratto dal romanzo di Eduardo Sacheri, nella storia dell’Argentina.
L’humus de Il segreto dei suoi occhi sta nella storia del paese, negli anni in cui saliva al potere Isabel Perón e la storia dell’Argentina andava incupendosi sempre di più: il regista è abile nel riuscire a trasmettere un clima sempre più claustrofobico e senza via d’uscita che si va pian piano stringendo attorno ai personaggi. E su questo terreno il film può costruire la sua trama, in cui un uomo solitario non riesce più a vivere il presente, è costretto a guardare al passato per poter costruirsi un futuro migliore.
“Lascia la porta aperta”, avvisa Irene ogni volta che Benjamín vuole parlarle in privato: ed è proprio la porta del passato che dev’essere in questo caso chiusa in modo definitivo. Il segreto dei suoi occhi è quindi un film sull’importanza e la necessità della memoria, e dall’altra un film in cui un passato non risolto può tormentare fino all’angoscia. Il rischio è sempre alto: tornando indietro per richiudere la porta c’è la possibilità di scoprire verità terribili.
Armato di un bagaglio tecnico ineccepibile (Campanella ha lavorato sì per il cinema, ma si è fatto le ossa anche con serial tv americani), il regista riesce a tenere in pugno lo spettatore con una grinta che attanaglia dall’inizio alla fine, con una padronanza del ritmo interno lodevole, permettendosi addirittura di giocare con la macchina da presa nell’incredibile pianosequenza ambientato nello stadio. Il suo sguardo è lucido e sapiente, perché narra la vicenda come solo un romanziere navigato sa fare.
Descrive i suoi personaggi con pochi dettagli, come nel caso del “folle” collega e amico del protagonista, Pablo, alcolista. Riesce a dare un significato anche alla questione stessa dello “sguardo”: non a caso Benjamín crede di aver individuato l’assassino da un suo sguardo stampato su una fotografia. E riesce a capirlo solo perché lo sguardo dell’assassino è uguale a quello che lui ha per Irene: “il segreto dei suoi occhi”, qui sta proprio il significato del bel titolo.
La stessa recitazione del cast, capitanato dal perfetto Ricardo Darín (qui alla sua quarta collaborazione con Campanella), dà una mano fondamentale alla riuscita complessiva dell’opera. Il segreto dei suoi occhi si rivela così un film stratificato e denso, in cui tutto sembra calcolato in ogni minimo dettaglio, e in cui tuttavia questa perfezione non raggela l’insieme, bensì serve a trasportare lo spettatore verso un colpo di scena finale agghiacciante che riesce a scuotere per davvero, in cui tutto il turbamento della trama cade addosso ai personaggi e allo spettatore in un colpo solo, come un pugno sui denti. Forse le porte del passato si possono chiudere, ma certi orrori e certi dolori non si possono mai dimenticare…
da “cineblog.it”

Fattosi le ossa con la serialità “alta” statunitense, Dr. House e Law & Order, il regista argentino Juan José Campanella ha vinto a sorpresa l’Oscar 2010 per il miglior film straniero con Il Segreto dei Suoi Occhi, appassionante mélo-noir tratto dal romanzo “La pregunta de sus ojos” di Eduardo Sacheri. Campanella, anche co-autore dell’ottima sceneggiatura e del montaggio di incalzante lentezza, riesce ad innervare il proprio lungometraggio con la compattezza narrativa della migliore televisione, dilatandone i tempi senza cadute di tono né di tensione. In poco più di due ore l’autore mescola generi diversi, noir, thriller, mélo, commedia, love-story, diversi registri, drammatico, romantico, brillante e politico, realizzando un equilibrio alchemico che coniuga perfettamente i due piani del racconto, pubblico e privato. Il motore della narrazione è l’ostinazione della memoria (“deve dimanticare dott. Esposito, deve dimenticare!”), il rimpianto dell’ex-funzionario giudiziario per un’ingiustizia che dopo 30 anni ancora brucia (pubblico) e lo struggimento per un amore mai sbocciato, mai confessato neppure a se stesso (privato): il protagonista scava nel passato per cercare una soluzione nel presente ed una speranza per il futuro.

juan_josé_campanella-segreto_suoi_occhi2Impreziosito dalla raffinatissima fotografia di Félix Monti e dalle struggenti interpretazioni di protagonisti tutti perfetti, Il Segreto dei Suoi Occhi vive di atmosfere e suggestioni in un continuo rincorrersi di piani narrativi e temporali, con visioni di grande eleganza che cominciano con una lancinante inquadratura della vittima, corpo femminile abusato, bambola disarticolata dalla violenza, oggetto di indagine, e culminano nell’emozionante piano-sequenza che parte dal cielo per finire nei sotterranei dello stadio di Buenos Aires. Sullo sfondo l’incupirsi di una politica di regime che non si manifesta apertamente, ma rimane sospesa come una minaccia costante che condiziona le azioni e le vite dei protagonisti, uomini stanchi e donne coraggiose uniti da un passato che “non vuole morire”, con la consapevolezza che soltanto chiudere i conti con una vecchia storia permetterà di viverne finalmente una nuova. Ed alla fine, dopo la (ri)scoperta di un orrore “desaparecido”, ci si chiede quale sia stato il peccato peggiore: rinunciare alla verità, o negare l’amore.
Giovanni Romani, da “cultframe.com”

Stazione Retiro, Buenos Aires anni ‘70: il Sig. Morales aspetta. Seduto, si guarda intorno. Tra la gente cerca l’assassino della moglie, Liliana. Ogni singolo giorno, da un anno, attende il colpevole in un luogo caotico e popoloso. «La cosa peggiore è che comincio a dimenticarla» dice Morales. I suoi ricordi sfumano, si confondono, ma conserva l’emozione quando ripensa ancora a quell’ultimo tè al limone che la moglie gli ha servito prima di morire.
Benjamín Espósito è un impiegato del tribunale penale in pensione. Tempo fa ha indagato sull’assassinio di Liliana. Tempo fa ha visto negli occhi di Morales un sentimento di amore puro. Tempo fa ha trovato il colpevole, poi ingiustamente scarcerato. Benjamín è un uomo ormai stanco, travagliato dai ricordi di un passato che avrebbe voluto cambiare. Deluso da un amore sfiorito ancor prima di nascere. Ha perso molti treni, ma ora è tempo di rielaborare quelle memorie: fare i conti con i fantasmi, scrivere e quindi rivivere la propria storia.
Campanella, regista argentino, ha girato Il segreto dei suoi occhi e vinto così l’Oscar 2010 per il miglior film straniero. Poco conosciuto in Italia si era comunque già distinto con Il figlio della sposa (2001) anch’esso candidato all’Oscar.
Campanella è rimasto affascinato da una particolare immagine del romanzo (La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri) da cui il film è tratto: un vecchio che mangia da solo. Partendo da questa ha voluto ripercorrere il passato del personaggio, le conseguenze che lo hanno reso triste e vuoto, con le quali è d’obbligo confrontarsi. Così è nato Il segreto dei suoi occhi.
Il lungometraggio si sviluppa lento. Non racconta solo un omicidio e una vendetta, ma sopratutto due storie d’amore diverse e sofferte. Pregno di sentimento, penetra la psicologia dei personaggi, ne svela i dolori e la tristezza. Sprofonda lo spettatore nei tormenti del protagonista. Lo conduce lungo un sentiero che porta alla verità. Il segreto dei suoi occhi è un viaggio nell’Argentina degli anni ’70, in un paese che porta già in grembo il germe della dittatura. Uno stato retto da una legge rallentata dalle scartoffie e da uffici strabordanti di inutili pratiche.
Campanella è attento anche agli occhi del pubblico e abbellisce la sua opera con uno stile registico elaborato e ricco di dettagli. Mai banali le inquadrature con quinte visive e straordinario il piano sequenza dello stadio, che varrebbe di per sé la visione del film.
Un’opera complessa. Un cinema profondo che emoziona e stupisce. Si profila ancora oggi (e questo non è poco) un cinema d’Autore.
di Andrea Massimiliano Guetta, da “nonsolocinema.com”

Vincitore del Premio Oscar 2010 come miglior film straniero, nonché del Goya per il miglior film straniero in lingua spagnola, è arrivato da pochi giorni nelle sale italiane Il segreto dei suoi occhi, del regista argentino Juan José Campanella, film talmente amato dai membri dell’Academy tanto da preferirlo al favoritissimo e pluripremiato (Palma d’Oro a Cannes, Golden Globe, Oscar europeo) Il nastro bianco, dell’austro-tedesco Haneke, e al sorprendente Profeta di Audiard. I motivi di questa fascinazione dei giurati nei confronti dell’opera del regista latino americano vanno ricercati non solo nella qualità complessiva del film, ma anche in una crescente presa di coscienza del fatto che il cinema proveniente dal Sudamerica, nonostante la scarsa distribuzione nei circuiti maggiori, ha raggiunto ottimi livelli di qualità e d’ispirazione narrativa che è al contrario declinante sia negli States (sempre più ancorati ai fumettoni e all’effetto speciale fine a se stesso) che nella vecchia Europa. È recente, ad esempio, l’Orso d’Oro a Berlino alla pellicola peruviana Il canto di Paloma, di Claudia Llosa, opera dolorosa contro l’oblio degli stupri in Perù, o il riconoscimento della critica, sempre dall’Argentina, per il toccante e mal distribuito XXY di Lucia Puenzo, pellicola centrata sul tema dell’intersessualità, fino a retrocedere al bellissimo Central do Brasil di Walter Salles, vincitore di 55 premi sparsi ad ogni latitudine del pianeta, sul finire dei Novanta. Il film di Campanella – che aveva sfiorato l’Oscar già nel 2001 con la pellicola El hijo de la novia – ha vinto tutto sommato con merito (l’unico contendente di pari bellezza è stato Il Profeta, a parere di chi vi parla), dunque, perché ci regala una storia che avvolge mescolando abilmente i generi, e procedendo con un rigore geometrico che non inchioda lo spettatore alla forma, ma anzi facilita l’interiorizzazione della sostanza proposta.
Benjamin Esposito è un ex pubblico ministero della Procura di Buenos Aires, oramai in pensione. È tormentato dai suoi fantasmi, che lo inseguono da venticinque anni, da un controverso omicidio che aveva avuto come protagonista una giovanissima ragazza, Liliana Coloto, violentata e uccisa nella capitale argentina nel 1974. Per esorcizzare i fantasmi, decide di scrivere un romanzo che parte proprio da quell’evento, per ripercorrere, sulla linea dei ricordi e della nostalgia, della malinconia per ciò che poteva essere e non è stato, un tempo in cui era sopravvissuto a se stesso e a un amore condiviso ma mai consumato. Tornare a quegli eventi dolorosi, però, spalancherà porte oramai sepolte nel passato, rinvigorendo i dubbi e portando in superficie ricordi che conducono a un’agghiacciante verità.
Tratto dal romanzo (di prossima uscita anche in Italia, presso Bur Extra) La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri, alternando passato e presente, mescolando sogni evocazioni e realtà, Il segreto dei suoi occhi centra il suo nucleo fondamentale sull’idea che la potenza della memoria è incrinata per lo più dagli inganni del tempo, che a volte si palesano come improvvisi rovesci della sorte o come dubbi salvifici che ci conducono a ritrovar noi stessi nella giusta dimensione temporale. Più che un thriller, da cui prende le mosse, l’opera di Campanella è un noir-melodramma sulla scia dell’ultimo Almodovar, o dell’ultimo Coppola, ma più concreto compatto e narrativamente fluido sia rispetto a Gli abbracci spezzati che a Segreti di famiglia, peraltro due ottimi film. L’indiscutibile punto di forza della pellicola è infatti la scrittura, la solidità di una sceneggiatura che tiene e coinvolge per le due ore e passa di durata del film. Una regia misurata e senza ostentazioni autoriali permette al regista argentino di incastrare bene gli elementi, dosando sapientemente, senza mai renderlo ingombrante, il contesto politico in cui si svolgono i fatti che donano linfa alla vicenda. Siamo nel 74, proprio quando muore Peron, non dunque nel periodo più doloroso e cruento, ma nel momento in cui s’insinuano i germi del golpe militare del 76, che diede l’avvio alla dittatura che durò fino all’83, con tutti gli orrori che ne conseguirono (la sconvolgente parabola dei desaparecidos, le uccisioni indiscriminate, la prigionia e atrocità d’ogni sorta). Tutto molto centrato, tutto in grande equilibrio senza per questo restare indifferenti al contesto ma per privilegiare le motivazioni intime dei personaggi sulla ribalta, fino a trasportare le loro passioni e i loro interrogativi dal piano particolare a quello universale. Ecco che il doloroso pre-epilogo, giunge agghiacciando ma non sorprendendo del tutto lo spettatore, in linea con l’impianto generale e la filosofia di fondo dell’opera di Campanella. Note di merito anche per l’affiatato cast, in cui spiccano le prove di Ricardo Darìn e Soledad Villamil, protagonisti di una inusuale vicenda amorosa per il cinema attuale, perché non sublimata dalla congiunzione dei corpi e sospesa platonicamente nel tempo: i sentimenti che resistono allo scorrere del tempo, lo noterete, sono la traccia più rilevante che lascia il film di Campanella.
L’Oscar alla pellicola è stato accolto in Argentina al pari di una importante vittoria della nazionale di calcio albiceleste (chi conosce il popolo argentino, può immaginare la portata del paragone proposto), ma anche prima del prestigioso premio ricevuto Il segreto dei suoi occhi aveva dimostrato in madrepatria una vitalità senza precedenti nelle sale, in quanto tutta la nazione pare essersi identificata con un’opera che ripercorre con realismo e malinconia un tratto di storia abbastanza recente e fin troppo doloroso per poterlo dimenticare. Da qualunque lato lo si voglia guardare, e in qualunque modo si vogliano interpretare gli eventi, Il segreto dei suoi occhi torna sempre a riportare al centro i due elementi che lo connotano nel profondo: la memoria e il tempo, il loro essere così imperscrutabilmente interdipendenti nella nostra vita.
Federico Magi, da “lankelot.eu”

Il funzionario della Corte di Giustizia di Buenos Aires, Benjamin Esposito (Ricardo Darìn), ha un conto in sospeso con il passato e dopo 25 anni, arrivato alla pensione, decide di sistemarlo scrivendo un romanzo. Il suo libro è la ricostruzione di un caso di omicidio avvenuto nel 1974 e attorno al quale si è sviluppata (o forse è implosa) una parte cruciale della sua vita. Lo stupro e l’assassinio di una donna, Liliana Coloto, il dolore insanabile del marito, le indagini “insabbiate” da poteri molto più forti della legittima giustizia e il rapporto d’amore irrisolto con Irene (Soledad Villamil), l’affascinante cancelliere del Tribunale nonché capo di Benjamin: dopo tanti anni ogni cosa sembra rimasta sospesa. Non tanto nella realtà, quanto nel vissuto di Benjamin che, di quei fatti lontani, deve ancora illuminare molti luoghi oscuri.
Uno script solido e dialoghi brillanti fanno la vera fortuna di Il segreto dei suoi occhi – premio Oscar come miglior film straniero – thriller tratto dall’omonimo romanzo dell’argentino Eduardo Sacheri, co-sceneggiatore del film assieme al regista Juan Josè Campanella. Uno che di televisione (anche americana) ne ha masticata tanta, dirigendo episodi di Dr. House e, soprattutto, di Law&Order. Un esercizio che deve essergli servito, nel realizzare questa crime-story in cui tutto è ben dosato e anche le inverosimiglianze (ce ne sono parecchie) si fanno dimenticare volentieri sull’altare della suspense. Il film regala anche vere e proprie chicche, segno di una mano non solo allenata nel mestiere ma capace di qualche ottima schiacciata. Il personaggio della “spalla” comica, l’aiutante ubriacone del protagonista Pablo Sandoval (Guillermo Francella) è eccellente poiché allo stesso tempo incarna il vero detective della storia e la figura divertente del film. Non è il protagonista, troppo coinvolto negli eventi per averne una visione lucida e guardarli “negli occhi”, a compiere l’indagine sull’omicidio ma il suo aiutante buffo. Questo genera uno slittamento interessante: Pablo ricalca il poliziotto di “natura hollywoodiana”, visto che beve, non riesce a dare ordine alla sua vita e ha le intuizioni risolutive. Eppure è così antieroico da “farsi carico” di tutte le situazioni comiche. La cosa funziona parecchio e sembra dirci – meglio di tutto il resto – che negli anni ’70, in Argentina, chi comprendeva a fondo le dinamiche della realtà poteva al massimo diventare un disadattato. Ci sono poi alcune scene molto belle: la lunga azione all’interno dello stadio e, più di ogni altra, la scena dell’ascensore. Breve, incisiva, vero tocco di cinema, con due gesti precisi riesce a raccontare uno snodo narrativo con tutte le sue conseguenze.
Il segreto dei suoi occhi si pone però obiettivi tematicamente più ambiziosi: riflettere sulle scelte mancate, sui ricordi (e i ricordi dei ricordi) e – in qualche misura – sulla difficoltà di un paese di elaborare il proprio passato per superarlo. Ma il film funziona molto bene fino alla chiusura del giallo, che conosciamo attraverso la riscrittura di Benjamin, che ricalca completamente ciò che è avvenuto (non c’è nulla che metta in discussione la veridicità del “libro”). Il ritorno al presente, in cui si sviluppano le conseguenze del passato, appare involuto. Le conseguenze emotive e narrative risultano più facili di quanto il film ci abbia promesso, il finale pare un po’ tirato via e, tutto sommato, il ruolo delle donne (morte o incapaci di agire) è un po’ troppo “romanticamente” passivo. Perché? Forse il problema è che non c’è alcuna ambiguità nel riepilogo dello scrittore/detective rispetto ai fatti. E se la domanda a cui il film vuole rispondere (torna a più riprese nei dialoghi) pare essere: si può vivere una vita “vuota”? la risposta è “sì”. Il passato ridisegnato dalla memoria non lascia, infatti, vuoti: tutto è già accaduto e viene solo rimesso in scena. La memoria non ha una funzione elaboratrice e pare una facoltà puramente descrittiva. Le conseguenze dei fatti, però, arrivano dopo 25 anni. Quindi i protagonisti hanno vissuto veramente una vita vuota. Il che li indebolisce, li rende più “fragili” e meno credibili. Anche questo però fa parte del marchingegno filmico – in questo caso, però, macchinoso – perché Il segreto dei suoi occhi vuole far emergere l’impossibilità dei protagonisti di cambiare la propria vita nell’inamovibile realtà politica e sociale dell’Argentina post peronista, in attesa della dittatura.
Negli anni ’70 il dominio della violenza non rendeva possibile nulla. Forse, pare dirci il regista con un messaggio di speranza, oggi le persone possono – molto più di allora – avverare i propri sogni e lottare per i propri desideri. Ma la scarsa ambiguità dei “ricordi” (le motivazioni interiori sono trasferite, in fondo, all’esterno e scaricate sul contesto) non aiuta a rendere vivo il presente.
Elisa Battistini, da “nonhosonno.wordpress.com”

Il caso è rimasto 25 anni negli archivi. Una bella ragazza massacrata nella sua camera da letto da uno sconosciuto che passava di lì. O magari da una vecchia conoscenza, non si può mai sapere chi abbiamo per vicini di casa. Benjamin aveva indagato, ora che è in pensione la vecchia storia lo ossessiona al punto da volerla raccontare in un romanzo. Non sembra archiviata invece l’amicizia con Irene, che allora era il suo capo (pur essendo molto più giovane, di ottimi studi e buona famiglia) e ora fa il giudice. Sul romanzo, sembra perplessa. Ma risulta subito chiaro che i rapporti tra i due non sono esattamente quelli tra ex colleghi di lavoro. Attorno al “cold case” da riesaminare, il regista e sceneggiatore argentino avanza e indietreggia nel tempo, senza mai fare confusione e senza mai usare i flashback come espediente per sviare l’attenzione dalle debolezze della trama. E’ uno tra i molti pregi del film, tratto da un romanzo di Eduardo Sacheri e vincitore dell’Oscar come miglior film straniero. Gli altri sono, per esempio, un’attrice come Soledad Villamil, perfetta e bellissima sia nella sua parte da neolaureata al primo impiego sia nella sua parte da donna matura. Niente trucco pesante, bastano le luci, la pettinatura, certi buffi vestiti scozzesi anni 70 (il passaggio di età riesce meno bene a Ricardo Darín, che alterna barba nera e barba sale e pepe, mentre l’Argentina scivola verso la dittatura: ma quando i personaggi funzionano e vogliamo sapere come andrà a finire, perdoniamo). Alle scene comiche provvede il vicino di scrivania Sandoval, ubriacone senza ritorno ma a suo modo geniale. Alle scene strazianti provvede il marito della vittima, che tutti i giorni va alla stazione sperando di incontrare l’assassino. Siccome siamo perfezionisti, e siccome nel montaggio vale la regola di Billy Wilder – quel che non c’è non si vede, lo spettatore non vi rimprovererà mai per le meravigliose scene tagliate via per colpa del cattivo produttore – avremmo tolto il riepilogo finale, che ripropone a uno a uno i dettagli che risolvono il puzzle. “Il segreto dei suoi occhi” è girato tanto bene che non ce n’era bisogno, lo spettatore ricorda benissimo tutto. Raro film per adulti dove nessuno si comporta mai da idiota e anche le scene più osate sono perfettamente credibili.
di Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

Juan Jose Campanella. Premio Oscar per il miglior film straniero.
Il suo El Secreto de sus ojos, scritto insieme all’autore del romanzo da cui è tratto, Eduardo Sacheri, è un legal thriller formalmente. Narra la storia di un investigatore legale ormai in pensione, il quale ritorna a Buenos Aires con lo scopo di scrivere un romanzo, basato su un caso nel quale ha lavorato nel passato, mentre lavorava ancora per Irene, un tempo suo supervisore, ora giudice, ancora l’amore inespresso della sua vita.
Venticinque anni prima, mentre ancora Peron era presidente dell’Argentina una donna viene ritrovata assassinata brutalmente e stuprata proprio il giorno dopo il suo matrimonio con un impiegato di banca di nome Morales.
Benjamin Esposito (Ricardo Darìn) si affeziona al caso e al povero marito, che disperato dal vuoto lasciatogli nella vita, attende paziente ogni giorno alla stazione di vedere l’ingordo omicida. Tra le foto della giovinezza della moglie infatti spicca un volto, quello del suo futuro assassino, Gomez, che con tragica ironia rivolge gli occhi a lei, anziché al fotografo.
Insieme all’aiuto di Irene, che permette di riaprire il caso, Esposito e la genialità soffusa dai fumi dell’alcool del suo fedele aiutante Pablo Sandovàl, riescono finalmente a scovare il colpevole.
Ma nell’aria il fantasma della democrazia è ben lontano dal paese. La legalità si dissolve altrettanto, come i desaparecidos. E loschi individui come Gomez riescono, grazie all’aiuto di una forza dell’ordine corrotta, a tornare liberi, anzi di più, potenti e meschini.
Se Irene è dalla parte giusta del binario, Esposito invece, in quanto cittadino di serie B, è minacciato dall’insulso potere.
E quando dopo molti anni torna a Buenos Aires, la verità è ancora nascosta, come i personaggi spesso ripresi in secondo piano, mentre qualche oggetto sfocato impedisce ai nostri occhi di vedere. Una vita intera alla ricerca di una risposta, forse insensata. “Come si fa a vivere una vita vuota? Come si fa a vivere una vita che è riempita di niente?”. Benjamin teme la verità, ma soprattutto teme di non essere stato capace di vivere la sua vita riempiendola con l’unica cosa che ha veramente senso. L’amore.
Nicole Braida, da “cinemovie.info”

Giunto alla pensione dopo una carriera non troppo brillante, con anni passati in una sperduta località di confine, l’ex poliziotto Benjamin Esposito cerca nella scrittura un rifugio per mettere ordine nel suo passato, tentando di scrivere un romanzo sul caso che vent’anni prima ha segnato la sua vita: lo stupro ed omicidio di Liliana Coloto, giovane donna di Buenos Aires.
L’ispirazione manca, ed Esposito non è in grado di scrivere, fino al giorno in cui, tornando al palazzo di giustizia dove lavorava negli anni ’70 al servizio del giudice Fortuna, non reicontra la sua ex collega Irene Hastings, all’epoca dirigente di cancelleria e divenuta poi giudice.
Pur con qualche dubbio e resistenza, figli di ricordi negativi dell’epoca, la donna comincia a leggere il manoscritto ed invita Esposito ad andare avanti nella difficile stesura del romanzo che mescola cronaca nera, vicende storiche di un’Argentina in crisi economica e prossima alla dittatura militare, e storie di vita quotidiana nel tribunale di Buenos Aires, fra le sfuriate del giudice fortuna, le bassezze del collega reazionario Romano, il tocco leggero ed ingegnoso dell’amico e collega Pablo Sandoval.
La narrazione è basata sul contrappunto fra uno statico presente, in cui un ingrigito Benjamin ed una stanca Irene cercano di mettere in ordine in eventi sepolti che hanno, in qualche modo, condizionato le loro vite e la loro carriera, ed un passato tormentoso, dove si il giovane poliziotto ed il collega Sandoval avviarono un’indagine non autorizzata, con spunti ora comici, ora concitati, alla ricerca dell’assassino di Liliana, per dovere di verità e giustizia e per saldare una promessa fatta al vedovo della donna uccisa, Ricardo Morales.
Nella ricerca dell’assassino, condotta a partire dalle fotografie della vittima, i due poliziotti si avvicinano gradualmente all’identità di un colpevole che sembra inafferrabile e che viene finalmente arrestato su intuizione di Sandoval, per il quale, nella vita, tutto può cambiare ed a tutto si può rinunciare, meno che alla propria passione, sia essa un amore nascosto e mai dichiarato, l’alcool e le risse in una bettola di periferia, il calcio. Attorno ad essa ruota la vita di ciascuno di noi, ed attraverso di essa si può conoscere il segreto di chiunque.
L’individuazione del colpevole – spinto poi a confessare dalla Hastings – non è, però, che l’inizio del dramma, che si interseca con l’avvento della dittatura militare e la trasformazione della polizia in guardiana del regime, attraverso le violenze della sua sezione politica e dei torturatori che ne fanno parte.
Ed è qui, a metà anni, ’70, che iniziano si snodano i differenti percorsi di Esposito, Hastings, Sandoval e Morales, in cui l’omidicio di Liliana altro non è che la causa scatenante delle rispettive solitudini e delle tragedie individuali di ognuno, che soltanto la scrittura di un tardivo romanzo saprà placare.
“Il segreto dei suoi occhi” – Oscar 2010 per il miglior film straniero – è un finto poliziesco che, a dispetto delle premesse e dello stesso sviluppo della trama, usa i misteri e le contraddizioni della vicenda gialla per parlare delle vite e dei sentimenti di chi è sopravvissuto alla vittima e, nel tentativo di punire il colpevole ristabilendo l’ordine violato dall’omicidio, ha via via perso il controllo della propria vita, vuoi per ossessione – come il vedovo della donna – vuoi per caso – come i due poliziotti – o per necessità – come la giovane funzionaria di cancelleria – tutti subendo con rassegnato fatalismo il proprio destino.
Profondamente radicato nella cultura e nella letteratura sudamericana, il film, a propria volta tratto da un romanzo di Eduardo Sacheri, richiama la narrativa di Borges, Cortazar, Vargas Llosa e Bolaño, dove pone al centro della narrazione degli uomini di legge, o d’ordine, che si agitano alla ricerca di una verità, i una giustizia e di un amore percepiti dai protagonisti come un bene assoluto per il quale tutto si può mettere in gioco, fino all’esilio ed al sacrificio della vista stessa, ma che proprio per la loro tensione ideale risultano “stelle distanti”, lontane ed incomprensibili da un mondo in cui dominano violenza, corruzione e compromesso ed in cui, come dice con sprezzo un personaggio del film, “un Esposito resta sempre un Esposito: una nullità”.
Tutto il film si gioca dunque sulla tensione degli opposti, siano essi presente e passato, amore assoluto e rinuncia nella quiete quotidiana, sofferenza e rassegnazione, abbandono al vizio e slancio talentuoso, intelligenza e violenza, città e periferia, sacrificio ed egoismo, rovesciando continuamente la prospettiva offerta allo spettatore fino a farlo perdere in un labirinto in cui ci si rassegna a percorrere strette vie circondate da muraglie piuttosto che a cogliere una visione di appagante e completa della vita e dei suoi valori.
Sembrerebbe dunque un film pessimista, tragico e senza vie d’uscita, quello di Campanella, partecipe nel nichilismo che fa da controcanto ad ogni ricerca di valore rimasta inappagata, e messa di fronte al limite, all’illusione ed alla delusione che ne conseguono.
Eppure, resta il segreto dei “suoi” occhi, dove il pronome possessivo viene lasciato, volutamente, nell’indeterminatezza, per cui quando si esce dal cinema ci si chiede a chi appartengono gli occhi, quale segreto celano, e quale sia il senso ultimo di questo segreto.
Possono essere gli occhi della vittima, chiusi da una mano pietosa con un guanto di cellofan, o ancora aperti sulla foto ben in vista su una libreria di campagna; oppure gli occhi di una persona a cui non si è mai dichiarato il proprio amore, risvegliando il sentimento non appena li si incrocia, anche dietro un paio di lenti da presbite; quelli di un amico che ha l’accortezza di aiutarci quando siamo in difficoltà, ubriachi in una bettola, o esposti alla vendetta di uomini pericolosi; quelli di un vedovo in disperata attesa di un treno che non verrà o di un prigioniero in solitaria speranza di una parola che renda meno dolorosa la sua punizione.
Ogni occhio ha il suo segreto, ed ogni segreto cela una passione che, scoperta, può dare un senso, tragico o comico, alla vita di ognuno, per quanto “complicata” essa sia, per usare l’aggettivo con cui Irene Hastings definisce, sorridendo, lo stato delle cose a conclusione della vicenda.
Un senso che può solo intuirsi, od in cui ci si imbatte d’improvviso, ma che non muta, come non muta mai, a pensarci, lo sguardo di ognuno di noi.
da “debaser.it”

Come si fa a vivere una vita piena di niente?
Come si fa a rassegnarsi ad un amore strappato, ad uno mai vissuto forse per mancanza di coraggio, o alla morte ingiusta di un amico, assassinato al posto tuo? Si vive per le proprie passioni, fino a farle diventare vere e proprie ossessioni che ci fanno perdere il senso del tempo.
Queste, le tematiche che ricorrono in questo piccolo pezzo di cinema, che riesce ad incastonare alla perfezione generi diversi – noir, dramma, commedia e romantico – in uno unico a se stante, che prende forma a poco a poco senza che mai un aspetto sovrasti l’altro.
La storia è quella di un assistente del pubblico ministero, Benjamin Esposito, nell’Argentina di oggi, che una volta in pensione decide di riprendere un caso di molti anni prima che aveva continuato a tormentarlo, lo stupro e l’assassinio di una donna. A questa si affianca la sua storia personale, l’amore mai dichiarato né tantomeno vissuto proprio per il suo capo, l’affascinante Irene, oltre al desiderio di porre giustizia, alleviando i propri sensi di colpa, al suo amico ed assistente Pablo, che nel film, nonostante il ruolo secondario, è una presenza forte e simbolica al tempo stesso, dal momento che rappresenta, forse in uno standard più hollywoodiano, il poliziotto dannato e ubriacone che in qualche modo riesce a redimersi.
In una cornice storica, politica e sociale, tra gli anni settanta e i giorni nostri, Il segreto dei suoi occhi – premio oscar 2010 come miglior film straniero – riflette un’umanità che tenta di risolvere le proprie problematiche esistenziali, vista da angolature diverse nelle quali il mistero assume un ruolo di primaria importanza.
Grazie a scelte tecniche impeccabili, come i colori seppia, la musica delicata ma toccante, i ritmi giusti, il regista regala allo spettatore una costante atmosfera magica, che è rotta saltuariamente da uno squillo del telefono o da un’immagine cruda che riportano di colpo alla realtà. Da rimarcare anche l’abilità di saper collocare la telecamera sempre nel punto giusto al momento giusto – magistrale il piano sequenza dell’inseguimento allo stadio – oltre al fatto di saper rivelare senza mai sottolineare niente. Con queste premesse è sicuramente facile perdonare anche alcuni limiti, come l’aspetto della prevedibilità o la simmetria troppo perfetta tra la storia d’amore e l’indagine, che si svolgono e si risolvono negli stessi tempi.
Come si fa a vivere una vita piena di niente? E’ la domanda che rimbomba nella mente dello spettatore durante e dopo la visione. La risposta è sicuramente nel segreto dei suoi occhi.
Simona Cappellini, da “lalineadell’occhio.it”

Il meritato vincitore dell’Oscar 2010 come miglior film straniero “Il segreto dei miei occhi” dell’argentino Juan Josè Campanella, arriva senza eccessivo ritardo sui nostri schermi, regalando la sorpresa di un film ottimo, ma soprattutto scritto assai bene, elemento che può fare la fortuna di una pellicola. Se è vero che “Il segreto dei miei occhi” è tratto da un libro firmato da uno degli sceneggiatori (pubblicato anche in Italia dalla Rizzoli), il lavoro realizzato a tavolino da Eduardo Sacheri e Juan Josè Campanella fa decollare il film, attraverso l’uso adeguato dei registri narrativi del classico noir, della melanconica storia sentimentale, dell’inquietudine politica e dell’ironia liberatoria.
Le prime inquadrature sfuocate ci indicano la chiave della storia: la memoria vera e quella “immaginata”, il ricordo come tentativo di recuperare il tempo perduto, ma pure le rimozioni (e il protagonista, appena sveglio, scrive una frase “in automatismo”, la quale, alla conclusione della vicenda, diventerà viatico per la sua nuova esistenza), l’allontanamento “forzato” dalle ingiustizie e dagli orrori.
Così Benjamin Esposito, ormai in pensione, ex aiuto di un giudice, vorrebbe, come pare essere tipico di buona parte della magistratura, scrivere un libro su un caso “semi risolto” di venticinque anni prima. Una brutta faccenda di stupro e omicidio. Siamo in Argentina e parlare del 1974 vuol dire anche tratteggiare una nazione pericolosamente indirizzata verso una delle più terribili dittature del Novecento, con la sparizione di buona parte della generazione dei più giovani. Nel film, l’elemento politico pare solo accennato: qualche immagine dei telegiornali e, poi, l’evidenza, da parte del regime, dell’uso di criminali come pedine per il lavoro sporco della repressione. Ma si sente soprattutto, a un certo punto della vicenda, la sensazione soffocante di un mondo che sta prendendo una svolta inquietante. Esposito ricorda, ritrova la sua collega del tempo, ancora bella e vitale, per quanto anche lei vissuta “nel niente”.
Le fa leggere il manoscritto, insieme ripercorrono un’inchiesta atipica. E l’assassino reo confesso? Dove è finito? Arrestato, è stato liberato durante il golpe del 1976 e poi si è dileguato; in quali meandri burocratici? O è fuggito e si è ricostruito una verginità? E il marito della vittima, così convinto che la giusta pena sia l’ergastolo per un omicida, si sarà fatto giustizia da solo?
Le sorprese non mancano in un film veramente di ottima qualità, dove gli attori, al pubblico italiano sconosciuti (Soledad Villlamil, Guillermo Francella, il grandioso Ricardo Darin), danno forza con la loro interpretazione ai personaggi, fuori dagli stereotipi, e il regista con il contributo del direttore della fotografia (Felix Monti) realizza un’opera dove le ombre, i toni caldi, le musiche evocative ci aiutano ad entrare nel labirinto della memoria, come solo il cinema può fare.
Gli indizi, per lo spettatore, stanno negli occhi dei protagonisti, nel loro “punto di vista” rivelatore, specchio di anime pure o carnivore.
Elisabetta Randaccio, da “cinemecum.it”

Arriva anche in Italia il recente Premio Oscar per il miglior film straniero, Il segreto dei suoi occhi. Diretto da Juan José Campanella, regista per lo più televisivo (tra gli altri diversi episodi di Law & Order e Dr. House), questa coproduzione argentino-iberica ha ottenuto diversi riconoscimenti anche per le interpretazioni dei protagonisti, Ricardo Darin (XXY, Nove regine) e Soledad Villamil, misconosciuti nel Belpaese ma attori di grande richiamo in patria. Scampando, almeno temporalmente, al destino toccato al suo predecessore Departures, uscito oltre un anno dopo la consacrazione agli Academy Awards, Il segreto dei suoi occhi viene distribuito i primi di giugno da Lucky Red, sempre attenta a produzioni estere di un certo valore cinefilo. Premettiamo fin da subito che il successo è stato più che meritato, e ora vi spiegheremo il perchè.
Lo sguardo del passato
Buenos Aires. Benjamin Esposito (Ricardo Darin) è un assistente Pubblico Ministero in pensione da qualche tempo, che ha deciso di scrivere un libro su uno dei casi irrisolti nella sua lunga carriera nella polizia, di ben venticinque anni prima. Per cercare di rimettere a posto le idee, chiede consiglio anche alla sua collega di un tempo, la segretaria del P.M. Irene (Soledad Villamil), con la quale vi era un rapporto di intima amicizia, ormai sposata da diversi anni. La storia che Esposito sceglie di raccontare l’ha tormentato per tutto il resto della sua vita, e riguarda lo stupro e l’omicidio di una giovane ragazza. Durante le indagini Esposito si era attirato non poche antipatie da parte degli alti capi della polizia (alcuni corrotti), per i suoi metodi poco ortodossi di procurarsi le prove. Così, quando il principale sospettato venne catturato, reo di aver anche aggredito Irene durante l’interrogatorio, fu ben presto liberato affinchè cercasse la vendetta proprio nei confronti di Esposito e dei suoi collaboratori, tra cui il fido amico Pablo Sandoval (Guillermo Francella). Ma sulle tracce dell’assassino vi è anche il compagno della vittima, Ricardo Morales (Pablo Rago), che non riesce a darsi pace e non accetta che l’assassino la passi liscia. Tra passato e presente, tutti i tasselli di questo efferato puzzle verranno lentamente alla luce.
Segreti e verità
Un poliziesco drammatico di rara intensità. In poco più di due ore Il segreto dei suoi occhi riesce ad appassionare e a coinvolgere al destino dei suoi protagonisti con innato magnetismo e senza alcun calo di ritmo. Si è visto molte volte il collegamento tra passato e presente per risolvere un caso nella sua interezza, basti solo pensare a serial tv come Cold Case che trattano l’argomento dei casi irrisolti. Certo è che quello qui narrato rimane come un groppo in gola, permane nella sua tragicità e nelle domande che un delitto così efferato pone nelle coscienze. A tal proposito, il finale farà molto discutere, viste le continue discussioni sulla giustizia della pena e sul ergersi a giudici al posto dello stato. Sobriamente avvincente nelle dinamiche d’azione, realizzate rigorosamente come nel caso dell’inseguimento allo stadio durante una partita, con la camera a mano che segue i protagonisti nella bolgia di persone intente a tifare. Ma Il segreto dei suoi occhi è prima di tutto un dramma morale, un vortice di scelte che vanno a toccare sia il profilo strettamente giudiziario ed etico, che quello personale, vista la grande attenzione data al rapporto tra Esposito e Irene, e ancora tra lo stesso ispettore e il suo grande amico Pablo, senza dimenticare i tormenti assillanti del marito della vittima. Grande merito va data alle caratterizzazione dei personaggi, che grazie alle performance degli attori trasmettono un vortice di emozioni difficilmente eguagliabile. Campanella è riuscito nel non facile compito di amalgamare al meglio le due componenti, equilibrando attentamente il film tra platonica love story e poliziesco lucido e ragionato, tanto che la sceneggiatura lascia fino all’ultimo il dubbio nello spettatore, salvo poi rivelare tutte le verità in un rivelatorio, e in certo senso liberatorio, epilogo che chiude tutte le porte fin lì aperte, non senza ripercussioni, sia in positivo che in negativo. Il punto di connessione rimane sempre Esposito, vero e proprio punto di riferimento per le rerlzioni che instaura con gli altri personaggi, e la sua ricerca si trasforma in una vera e propria ossessione, non solo lavorativa ma strettamente privata, poichè quegli eventi del passato hanno condizionato fino ad oggi la sua intera esistenza. Giocato sui dialoghi, su scene lunghe e un montaggio calibrato che non cede mai ai convulsi stereotipi di matrice hollywoodiana, lontano dalla furba anima dello spettacolo d’intrattenimento, abbandonata in favore di una costruzione tempistica e visiva perfetta, Il segreto dei suoi occhi è un’Opera che rinnova il genere, nel quale può inserirsi tranquillamente tra gli episodi più riusciti dell’ultimo decennio. Sarebbe veramente un peccato lasciarselo sfuggire.
Il segreto dei suoi occhi è una pellicola aperta a diversi punti di riflessione e discussione, incapace di lasciare indifferenti grazie alla sua intensa e magnetica carica drammatica, ibridata al meglio a una trama poliziesca apparentemente classica, ma i cui risvolti appassionano e coinvolgono incessantemente per le oltre due ore che, senza accorgersene, volano veramente in un lampo. Missione possibile solo per il grande Cinema, cui il film di Campanella fa meritatamente parte proponendosi come una delle migliori pellicole di genere, e non solo, degli ultimi tempi. Imperdibile.
VOTOGLOBALE8.5
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

Benjamín Esposito è un assistente del Pubblico Ministero in pensione. Dopo una vita passata a rincorrere assassini decide di dedicarsi completamente alla stesura di un romanzo. Per farlo ripensa al vecchio caso Morales degli anni Settanta, archiviato dalla polizia negli scaffali polverosi dello stato, ma per lui rimasto sospeso in un tessuto di pensieri senza possibilità di scioglimento. La morte della ragazza, stuprata e uccisa brutalmente da un conoscente che rimarrà impunito, lascia nello sconforto Ricardo Morales, il novello marito, apparentemente tranquillo ma in fondo assetato di vendetta. Nel percorso all’indietro di Esposito, si inserisce anche l’amore per Irene, segretaria del Pubblico Ministero, sentimento nato e negato, mai vissuto.
Intrappolare Il segreto dei suoi occhi in un solo genere ben codificato sarebbe un’operazione semplicistica e fuorviante. Il film di Juan José Campanella è un thriller dalle implicazioni legali, ma è anche un’opera sentimentale sull’amore impossibile, oltre che una storia politica di denuncia morale. La complessità del racconto, tesa alla dimostrazione dell’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, non soffoca però le emozioni ma le incanala in un ingranaggio di sequenze che svela, attraverso i dettagli, la profondità delle trepidazioni dell’anima.
L’assassinio di una giovane sposina innocente apre ferite laceranti a chi rimane in vita. E finisce per trasformarsi in un’ossessione non solo per il marito rimasto vedovo, ma anche per Esposito, in qualche modo anch’esso vedovo di un amore sfiorato ma non posseduto. Ritmato dalla presenza di fotografie rivelatrici (Eros e Thanatos negli occhi di chi è ritratto), l’andamento narrativo stempera la gravità del tema della morte, inserendo momenti di leggerezza di grande raffinatezza stilistica, dettati dall’ironia.
Gli avvenimenti si concatenano l’uno con l’altro, scorrono lungo la via del tempo, mettendo a fuoco un particolare momento storico (la dittatura militarista argentina tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta) ma, nell’operazione, si inserisce anche la volontà di rappresentare una storia piccola, tenuta in piedi da pochi personaggi, per riflettere sul comportamento umano universale.
Questo equilibrio tra privato e pubblico è la forza del film, un contenitore di emozioni che rimane nascosto dentro le mura di stanze buie e palazzi squadrati (le scene importanti sono girate in luoghi chiusi, ad esclusione del piano sequenza allo stadio), ambientazioni simboliche – prigioni più che case ospitali – che racchiudono l’ansia del vivere, in attesa di essere raccontata. Anche attraverso la scrittura di un libro.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Quando l’Argentina si sporse sull’abisso
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Una volta il peggior nemico della memoria era il tempo. Oggi è la valanga di informazioni che a volte confonde e rimescola tutto in un eterno presente. Su questo terreno il cinema ha ancora molte carte da giocare, specie in paesi che con la memoria hanno un conto aperto come l’Argentina. Il segreto dei tuoi occhi, Oscar come miglior film straniero in barba a due capolavori come Il nastro bianco e Un prophète, è un perfetto esempio di questo lavoro che usa con abilità i generi (poliziesco, mélo) per scavare nella memoria.
Protagonista è il maturo Esposito (un magnifico Ricardo Darìn), funzionario in pensione del tribunale di Buenos Aires che vuole scrivere un romanzo su un delitto di 25 anni prima da cui è ancora ossessionato (occhio alle date: il delitto è della primavera 1974, l’azione dunque si divide fra quel periodo e il 1999). Cosa c’era dietro lo stupro e l’omicidio di una giovane bellissima e senza storia? Perché né Esposito né l’affascinante magistrato per cui lavorava e che amava in silenzio, l’altera Irene (la toccante Soledad Villamil), riuscirono a sbattere in galera il colpevole? E dove sarà il marito della vittima, che continuò a cercare da solo l’assassino?
Trattandosi di anni 70 e Argentina, scatta l’associazione più ovvia: giunta militare, desaparecidos, voli della morte. Sbagliato! Perché Peron muore nel luglio ’74, il golpe è del marzo’76, dunque la parte principale del film si svolge nel periodo d’incubazione della dittatura. Un periodo semicancellato dalla valanga di orrori successiva, tanto che oggi gli stessi argentini, specie i più giovani, ne hanno scarsa cognizione.
Campanella rievoca quegli anni oscuri proiettando l’inchiesta di Esposito, del suo aiutante ubriacone e della loro bella capoufficio, contro lo sfondo agghiacciante di un paese che stava sprofondando nell’orrore ma non osava dirselo. Sono gli anni in cui il Potere reclutava malviventi comuni e la famigerata AAA (Alleanza Anticomunista Argentina) rapiva e trucidava impunemente “sovversivi”. Si dice persino che Peron sia morto per mano di uno di questi delinquenti, guardia del corpo e amante di sua moglie Isabelita (a questo allude una scena del film, da non svelare). Campanella è bravissimo a evocare tutto questo giocando sulle atmosfere, gli uffici divorati dalle scartoffie, il collega improvvisamente e apertamente minaccioso, le scene madri centellinate con maestria (c’è perfino un imprevedibile momento “hard”). Qualcuno non gli perdonerà l’epilogo a sorpresa o l’addio alla Dottor Zivago. Ma basterebbe la scena dell’ascensore a riconciliarci con un cinema insieme tradizionale e potente. Dopo tanti “cattivi” da 007, avevamo dimenticato cos’è la paura al cinema. Campanella ce lo ricorda con schietta brutalità. È una lezione anche questa.
Da Il Messaggero, 4 giugno 2010

Inchiesta e passione da premio Oscar
di Valerio Caprara Il Mattino

A soddisfazione. Mettetevi comodi, esigete una proiezione all’altezza e preparatevi a gustare un grande film all’antica, uno di quelli in grado di nascondere il tempo, fare la gimkana sui piani emotivi e concettuali e provocare infinite discussioni postume. «Il segreto dei suoi occhi», vincitore a sorpresa dell’Oscar riservato ai titoli stranieri, possiede, in pratica, la rimpianta qualità di venire incontro alle esigenze del pubblico non specializzato suggerendo nel contempo una serie di motivi stimolanti per quello più agguerrito: grazie all’ardito e riuscito dosaggio di tonalità thrilling, melò, noir e storico-politiche Juan José Campanella, argentino che si è fatto le ossa dirigendo negli Usa episodi di serie tv come «Law & Order» e «Doctor House», riesce a rendere credibile e avvincente una sceneggiatura (tratta dal romanzo La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri) tutt’altro che semplice, articolata com’è su un meticoloso, fitto, allarmante e incalzante incrocio di presente col passato. Il personaggio-guida del film è Benjamìn (Ricardo Darìn), solitario pensionato che per vincere la propria amarezza decide di scrivere un romanzo ispirato a un caso di efferato omicidio accaduto venticinque anni prima a Buenos Aires. Ci ritroviamo dunque nel ’74, quando al suo ufficio di vice cancelliere presso il tribunale viene assegnata il nuovo capo Irene (Soledad Villamil): «rigida, conservatrice, compassata» all’inizio, ma poi vincolata al socialmente inferiore protagonista e al suo genialoide e alcolizzato assistente Sandoval (Guillermo Francella) dalle indagini sul brutale stupro e assassinio della mogliettina sexy dell’anonimo bancario Morales (Pablo Rago). Il puzzle così si ricompone a poco a poco, costringendo Benjamìn a rivivere da un nuovo e ancora più destabilizzante punto di vista l’impatto che ebbero sulla sua vita le drammatiche tappe dell’inchiesta, la passione inespressa per la donna (ormai diventata autorevole giudice, moglie madre) e l’atmosfera di cupa paranoia che stava per calare sul paese dopo la morte di Peròn, l’ascesa al potere della moglie Isabel e i prodromi del golpe militare. Campanella porta ai limiti della soap la struttura di genere – il massimo del romanticismo e della nostalgia, scarti improvvisi di humour e di violenza, espliciti duelli sessuali e insieme morali, il culto popolare per il football (sul quale è congegnata una sequenza straordinaria, destinata a restare nei manuali), l’ossessione della vendetta – per poi dare consistenza e profondità a raccordi raffinati come quelli della logica «rivelatrice» degli occhi e degli sguardi, delle vite indotte a perdere d’un tratto ogni significato o della ricerca (vana) di giustizia affidata all’accoppiata imperitura di un Don Chisciotte e un Sancho Panza.
Da Il Mattino, 4 giugno 2010

L’Oscar argentino, tra melodramma, noir e Storia individuale e collettiva
di Boris Sollazzo Liberazione

A chi si danna per titoli imperdibili non distribuiti, raramente viene in mente un maestro come Juan Josè Campanella. Uno che ha vinto l’ultimo Oscar per il miglior film in lingua straniera (e che già c’era andato vicino in passato, finendo nella cinquina, con Il figlio della sposa , unico già mostrato anche nel nostro paese), uno che ha raccontato l’Argentina degli ultimi decenni con microcosmi vibranti, pieni di sentimenti e di emozione. Melodrammi che mischiano genere e Storia per dirci cosa successe prima della dittatura militare, come in quest’ultimo Il segreto dei suoi occhi , o durante la bancarotta fraudolenta di un intero paese, come in Luna de Avellandeda . Uno sguardo impietoso ma pieno di pietas su una patria martoriata da orrori ed errori politici e storici, su un Potere ottuso e feroce. Tre decenni fa cominciò l’eccidio fisico e psicologico di una generazione- i desaparecidos- più tardi colpirono le tasche. Il segreto dei suoi occhi (tratto dal libro di Sacheri La pregunta de sus ojos ) in qualche modo, chiude il cerchio. Tra un presente pieno di rimpianti e un passato di rimorsi (e viceversa), tra un amore devastato da un omicidio atroce e un altro mai nato. Due delitti simili, in cui i due protagonisti del secondo lottano per il primo, in una catarsi che li allontana nel 1975 per farli ritrovare tre decenni dopo. La coppia Ricardo Darìn- Soledad Villamil, suoi attori feticcio, sono struggenti nello sfuggirsi cercandosi, in quel libro con cui il primo torna sul luogo del delitto. Quello di un amore soffocato dalle regole sociali, quello di una ragazza martoriata, bella, giovane e innamorata e del suo vedovo inconsolabile. E sullo sfondo l’Argentina, prima di Videla & C., già ben oltre l’orlo del baratro, in balia di forze del disordine con licenza di uccidere.
Campanella è un burattinaio sopraffino, muove gli attori, bravissimi, sulla sua scacchiera, stupisce cambiando genere con repentina decisione- melodramma, noir, commedia, buddy movie (grazie a un comprimario da urlo come Guillermo Francella)- e offre soluzioni artistiche di grande livello, come “finti” pianosequenza da manuale. Si pensi solo allo stadio- bella la scelta della squadra del Racing di Avellaneda, perdente di successo con tifo caldissimo- che ospita un momento di grande cinema. E per più di due ore questo fine cineasta che sa prenderci a schiaffi e poi asciugarci le lacrime, viaggia nella memoria individuale e collettiva. Il filo rosso sangue parte dal corpo esanime e meraviglioso di Carla Quevedo fino a quello provocante e provocatorio dell’interrogatorio di Soledad Villamil, corpi di donna su cui gli uomini sfogano codardia, violenza, (auto)distruzione. Un film che è storia di carne viva e allo stesso tempo metafora assoluta, cinema d’autore e intrattenimento d’alto livello.
Da Liberazione, 11 giugno 2010

I troppi segreti di Buenos Aires
di Lietta Tornabuoni La Stampa

La scena più inattesa è durante l’interrogatorio di un giovane da parte d’una funzionaria del tribunale penale di Buenos Aires: repentinamente il ragazzo tira fuori il coso dai pantaloni, lo esibisce, poi aggredisce la donna con un forte pugno. Lo stile de il segreto dei suoi occhi è in genere meno clamoroso, ma la storia tratta da un romanzo di Eduardo Sachiri è molto interessante e complessa. Un impiegato del tribunale penale di Buenos Aires (in quel Paese deve esserci un coincidere del lavoro per il tribunale e del lavoro di polizia giudiziaria), andato in pensione, seguita a pensare a un delitto impunito di venticinque anni prima con tanta intensità da decidere di raccogliere i suoi ricordi in un libro: quello che scopre muta il suo passato e il suo avvenire. Il montaggio tra fatti di presente, passato remoto e passato prossimo è molto abile, non deviante; il contrasto tra delitto di sangue e routine burocratica quotidiana è molte ben raccontato, gli attori sono tutti impeccabili; e i sentimenti del protagonista (amicizia, amore), mai espliciti danno calore umano alla vicenda. Il film ha avuto l’Oscar come migliore opera in lingua non inglese del 2009: più che meritato.
Da La Stampa, 04 giugno 2010

Indagine per scoprire un segreto del passato
di Silvana Silvestri Il Manifesto

In un film di Campanella ci saranno sempre particolari che a una prima visione sfuggiranno, altri momenti che ci piacerà vedere più di una volta: hanno un fascino popolare i suoi film perché (come ci racconta il regista premio Oscar nell’intervista su Alias di sabato prossimo), si ispira al cinema italiano e al cinema americano degli anni ’70. Forse è proprio questo elemento che lo rende diverso dagli altri registi della sua generazione, quelli del nuovo cinema argentino – Burman, Trapero, Martel per citare quelli che utilizzano come lui, un tipo di produzione industriale. Come nel cinema italiano dei tempi di Gassman e Manfredi, anche a lui piace lavorare con i grandi attori. In particolare ne ha scelto uno, Ricardo Darín, come protagonista ideale di tutti i suoi film (El hijo de la novia, La luna de Avellaneda), uomo dal presente affaticato, talvolta disperato, che mette in moto un meccanismo di risalita per non affondare grazie alle sue doti di umanità e alla luce che balena nei suoi occhi. Anche se il titolo di questo film non allude precisamente a Darín, questo attore possiede un carisma in cui il pubblico argentino si identifica, così come poteva farlo in Hector Alterio. Il pubblico può trovare in lui parecchi motivi di identificazione. Si entra nella carne viva della società con temi come la corruzione, il sentimento di vendetta e del potere, storia d’amore a parte. El secreto de sus ojos è ambientato per lo più in tribunale, che in qualche modo scandisce i tempi burocratici dell’azione. Fin dal 1974 Benjamín Espósito, funzionario del ministero della giustizia segue un caso di omicidio rimasto insoluto. Ha perfino scritto un romanzo, visto che, andato in pensione, il suo legame con il caso non è solo di carattere professionale, ma anche sentimentale, intrecciato a una storia d’amore rimasta in sospeso, nei confronti dell’irraggiungibile Irene, magistrato a capo dell’ufficio, donna di illustre famiglia come si intuisce dal cognome (Menéndez Hastings), che ha studiato negli Stati uniti e sposerà un uomo alla sua altezza (mentre lui è discendente da semplici immigrati italiani).
I binari del romanzo, della vicenda dell’inchiesta, della storia d’amore, del trentennio trascorso, si incrociano su vari piani di lettura, pure se l’indagine sembra prendere il sopravvento. Se questo abbia a che fare con l’elaborazione della memoria che ha coinvolto tutto il continente latinoamericano e l’Argentina in modo eclatante per i processi ai responsabili di genocidio a noi sembra evidente, ma per il regista è un tema da cui non è partito intenzionalmente nello scrivere la sceneggiatura tratta dal libro di Eduardo Sacheri, suo abituale cosceneggiatore. Né si potrà svelare qui la trama, ma certo ha a che fare con tutto il complesso meccanismo di cancellazione del passato avvenuto nel paese e con la vigile persecuzione dei responsabili e non di un solo omicidio. Ha a che fare con il rigore morale di un paese che attraverso il suo protagonista sentiamo non aver perso dignità ed ha cercato di rialzarsi dopo la dittatura e dopo il crollo dell’economia. Per continuare a vivere infatti è più facile evitare di pensare al passato. Ci sembra un valore in più del film che procede ora romantico, ora in piena suspence, sempre con interpreti in grado di riempire lo schermo con la loro presenza. Oltre a Ricardo Darín, Soledad Villamil (Irene), interprete di Un oso rojo di Adrian Caetano e di El sueño de los heroes di Sergio Renan, principe della malinconia, regista sentito distante dalla nuova generazione, con l’eccezione di Campanella, di cui ritroviamo qui qualche atmosfera e perfino di Un muro de silencio, film militante di Lita Stantic, regista e produttrice. E Javier Godino e Guillermo Francella, l’amico fedele che nei film di Campanella non manca mai.
Da Il Manifesto, 4 giugno 2010

Paola Casella
Europa

Storia di un procuratore distrettuale in pensione che decide di ripercorrere il caso più memorabile della sua carriera: il brutale omicidio di una giovane sposa. Nel primo dei molti flashback il procuratore Benjamin (Darin) darà la caccia all’omicida, aiutato dal marito della vittima e da una bella donna dell’alta borghesia argentina, Irene (Soledad Villamin), che è il capo di Benjamin, nonché l’oggetto del suo desiderio. Il plot è avvincente, ma quel che sorprende è il sottotesto politico: la vicenda inizia nell’Argentina dei primi anni ’70 e scollina negli anni del regime dei generali e della scomparsa di centinaia di desaparecido. Ciò che colora tutta la vicenda è il senso di impotenza che caratterizza il popolo argentino dai «mille passati e nessun futuro», come lo descrive Benjamin, davanti all’impunità di tanti crimini e alla tracotanza del potere. Un film “di genere” che sorprende e affascina, nonostante l’artigianalità dell’esecuzione (o forse proprio per questa): di sicuro ha conquistato l’Academy, che gli ha dato l’Oscar 2009 come miglior film straniero.
Da Europa, 12 giugno 2010

Il segreto di un Oscar
di Paola Casella Europa

L’assegnazione del premio Oscar per il miglior film straniero segue spesso logiche imperscrutabili: l’anno scorso, per fare un esempio, la statuetta è andata al giapponese Departures, poetico film su un “preparatore di defunti” che sbaragliò candidati ben più noti e già pluripremiati come La classe di Laurent Cantet e Walzer con Bashir di Ari Folman. Anche quest’anno l’outsider Il segreto dei suoi occhi del regista argentino di origini italiane Juan José Campanella ha contraddetto i pronostici superando in volata Il nastro bianco di Michael Haneke e Il profeta di Jacques Audiard, dati per favoriti. A ben guardare, il ragionamento che accomuna queste scelte (e molte altre prima di loro) appare simile: sia Departures che Il segreto dei suoi occhi sono film intimisti molto accessibili e commoventi, laddove Il nastro bianco era stilisticamente algido e inavvicinabile e gli altri tre erano politicamente incendiari, poiché davano spazio (in modi diversi) al problema dell’integrazione religiosa e razziale fra cristiani, musulmani ed ebrei – un tema scottante anche negli Stati Uniti e che i membri dell’Academy tendono a sfuggire. Inoltre sia Departures che Il segreto dei suoi occhi sono raccontati con una estrema essenzialità narrativa e visiva, al punto da ricordare rispettivamente il teatro kabuki e la miniserie televisiva, laddove Haneke, Cantet e Folman si lanciavano in virtuosismi registici e dialoghi carichi di doppi significati e implicazioni.
È difficile dunque pensare, da critico cinematografico, che Il segreto dei suoi occhi meritasse l’Oscar più di un film innovativo nella tradizione sia dal punto di vista registico che da quello contenutistico come Il profeta, o avesse l’eleganza compositiva di un lavoro fortemente stilizzato e altamente ideologico come Il nastro bianco.
Ma per capire il consenso che Il segreto dei suoi occhi ha ottenuto fra i giurati dell’Academy bisogna tornare a valutarlo da spettatore comune: e allora ci appare come un godibilissimo e avvincente noir ricco di sorprese narrative e occasionalmente anche cinematografiche, benché innestate su un impianto didascalico e televisivo. I personaggi sono molto ben delineati, e si fanno voler bene fin dalla prima scena, grazie al talento di due grandi attori sudamericani, Ricardo Darin (che sembra un Pietro Taricone più profondo) e Guillermo Francella; i dialoghi sono spiritosi e intelligenti; la trama è abbastanza complicata da tenere desta la nostra attenzione e abbastanza semplice da portarci passo passo fino alla conclusione, che è etica prima ancora che narrativa. La storia, a grandi linee (per non rovinare la suspence), è quella di un procuratore distrettuale in pensione che decide di ripercorrere per iscritto il caso più memorabile della sua carriera: il brutale omicidio di una giovane sposa. Nel primo di moltissimi flashback il procuratore Benjamin (Darin) aiutato dal suo collega e amico Sandoval (Francella) darà personalmente la caccia all’omicida, aiutato dal marito della vittima e da una bella donna dell’alta borghesia argentina, Irene (Soledad Villamin), che è il capo di Benjamin, nonché l’oggetto del suo desiderio. Il plot è di per sé avvincente, ma quel che sorprende è il sottotesto politico, abbastanza sottile da non spaventare l’Academy: la vicenda inizia nell’Argentina dei primi anni Settanta e scollina negli anni del regime dei generali e della scomparsa di centinaia di desaparecido. Ciò che colora tutta la vicenda è il senso di impotenza che caratterizza il popolo argentino dai «mille passati e nessun futuro», come lo descrive Benjamin, davanti all’impunità di tanti crimini e alla tracotanza di un potere pronto a legittimare qualsiasi nefandezza in nome della propria supremazia.
L’altra sorpresa, nel contesto di un film visivamente molto lineare, viene da un paio di scene di regia davvero efficaci nella loro artigianalità: quella in cui Benjamin e Sandoval vanno a caccia di un sospetto fra la folla dello stadio di Buenos Aires e quella in cui un killer di governo entra nell’ascensore con Benjamin e Irene. Se l’ispirazione viene rispettivamente dal film d’azione e dal noir yankee, c’è tutta la cultura latina nell’immediatezza viscerale e nella vitalità sanguigna di entrambe le scene, nell’adrenalina palpabile che consente maggiore identificazione da parte del pubblico nel dettaglio “povero” che nella perfezione hollywoodiana. Sospendete ogni spocchia e fatevi trascinare da Campanella: l’intrattenimento è assicurato.
Da Europa , 5 giugno 2010

Quando il passato non fa sconti
di Piera Detassis Panorama

L’ombra del passato, il disagio del il tempo perduto, il peso inevaso della colpa. Come in un classico noir, tutto questo è raccontato benissimo nel film argentino di Juan José Campanella, che a sorpresa ha strappato l’oscar al favorito Il nastro bianco di Michael Haneke. Benjamin (Ricardo Darin), ex investigatore della squadra criminale, e il giudice Irene (Soledad Villamil) si rincontrano 25 anni dopo avere indagato insieme, nel 1974, su un brutale caso di omicidio e violenza carnale a Buenos Aires. L’uomo non è mai stato convinto della colpevolezza dei due arrestati, l’indagine ricomincia e il feeling taciuto ma palpabile tra i due bravissimi protagonisti riemerge in misteriosi, intensi, sguardi. Si intuisce che la dittatura militare dell’epoca non è estranea al crimine, ma nel mirino del regista c’è soprattutto il magma complesso dei sentimenti e il film ondeggia fra passato e presente con eleganza fluida e ombrosa. Una regia da 10 e lode che si esprime a pieno nel labirintico inseguimento dentro lo stadio affollato, specchio feroce del tumulto del tempo che non fa sconti e girato con virtuosismo all’ultimo respiro.
Da Panorama, 10 giugno 2010

Arriva in Italia l’ultimo lavoro del regista argentino Juan Jose Campanella, Il segreto dei suoi occhi, premiato con l’Oscar come miglior film straniero nel 2010. Gli occhi. Su di loro Campanella fissa l’attenzione per scandagliare la storia, i destini, le emozioni dei personaggi della sua storia: cosa possono raccontare sulla vita di un vecchio che si ritrova a mangiare in totale solitudine? E dell’incertezza, del timore e della frustrazione che accompagnano un amore impossibilitato a sbocciare? Cosa possono esprimere della ferrea determinazione che accompagna il dolore di un uomo innamorato o della sottile linea che divide la passione più pura dall’odio più cieco?

Benjamin Esposito (Ricardo Darìn) è un anziano impiegato del tribunale penale, ormai in pensione. Vecchio e solo, decide di ripercorrere la sua vita scrivendo un romanzo sull’episodio che ne rappresenta il vero e proprio crocicchio: venticinque anni prima, nell’Argentina del collasso economico e sociale che si preparava a vivere la dittatura di Videla, aveva lavorato al caso dell’omicidio della giovane e bellissima Liliana, uccisa dopo essere stata brutalmente picchiata e stuprata. Colpito dall’amore incrollabile che continua a dimostrarle il marito Ricardo (Pablo Rago), Benjamin si mette sulle tracce dell’assassino, aiutato dal collega Pablo Sandoval (Guillermo Francella), un uomo tanto geniale quanto autodistruttivo, e dal suo capo, Irene Menendez Hastings (Soledad Villamil), della quale è segretamente innamorato (e altrettanto nascostamente ricambiato) ma frenato dal fidanzamento della donna e dalla enorme differenza di ceto sociale. La caccia si conclude con successo grazie a un folle inseguimento sulle tribune del “Cilindro” di Avellaneda e alla fine psicologia di Irene. L’assassino sfugge però alla giusta condanna grazie a un gioco politico di favori e ripicche, penoso marchio di fabbrica dell’Argentina del periodo. Mentre scrive, riavvicinandosi così a Irene, decide di rimettersi alla ricerca dell’assassino per dare un senso alla sua vita e alle sue scelte passate.

Partendo da un noir, Campanella ci regala un film sull’amore più puro, un sentimento in nuce, o piuttosto che non ha mai avuto il tempo di nascere, crescere e morire, legandolo a doppio filo al tema della memoria, il ricordo degli eventi passati che ci permette di cambiare il presente per poter vivere un futuro diverso. “Le scelte che abbiamo preso trent’anni fa”, dice Campanella, “influenzano profondamente ciò che siamo noi oggi”: e questa teoria, come direbbero gli americani, delle “sliding doors”, Campanella la allarga dai suoi personaggi a tutta l’Argentina, un paese prossimo alla dittatura, cupo e opprimente come il Cile di Pinochet in Tony Manero. Ma il ricordo può regalare un futuro nuovo a tutto il paese. Campanella è bravo a non rallentare mai i ritmi (si vede che ha lavorato nelle serie tv americane) e stupisce, regalando inquadrature suggestive: su tutte il fantastico piano sequenza dello stadio durante la partita del Racing Avellaneda. Cast ottimo, personaggi ben calibrati, un’inquietudine latente che pervade il film e si sfoga nel drammatico colpo di scena finale: Oscar meritato.
Marco D’Amato, da “silenzio-in-sala.com”

“Il segreto dei suoi occhi” è l’ultimo film del regista argentino Juan Josè Campanella e debutta nei cinema oggi 4 giugno.
Vincitrice agli Oscar 2010 come “Miglior film Straniero”, la pellicola ha riscosso un ottimo successo sia in Argentina che in Spagna.
Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Eduardo Sacheri, “Il segreto dei suoi occhi” è un thriller ma anche un film sull’amore, sull’amicizia, sulla politica.
Buenos Aires, primi anni del 2000. Benjamin Esposito (Ricardo Darin), un funzionario della Corte di Giustizia, è andato in pensione e decide di occupare il proprio tempo libero scrivendo un romanzo. Prendendo spunto da un caso di omicidio da lui affrontato 25 anni prima, Benjamin inizia un lungo viaggio nei ricordi di quegli anni per scoprire la verità.
Una giovane donna fu allora violentata e uccisa. Benjamin, insieme al fedele amico e collega Sandoval, riuscì a individuare l’assassino, che una volta incarcerato venne rimesso però in libertà per far parte di un gruppo paramilitare del governo.
Sono anni difficili per l’Argentina: la dittatura e la corruzione dilagano. In quel periodo Benjamin s’innamora anche del suo giovane capo, Irene. L’amore è ricambiato ma nascosto e mai dichiarato.
Solo oggi Benjamin potrà fare i conti con il passato, cercare giustizia per quella morte dimenticata, esternare i suoi sentimenti verso l’amata.
“Il segreto nei suoi occhi” è un piccolo gioiello cinematografico: la sceneggiatura è avvincente, il ritmo incalzante, i personaggi ben delineati.
La regia stilisticamente non è perfetta: le scelte estetiche del regista a volte non convincono e rischiano di sporcare tutta la pellicola. Così Campanella preferisce sgranare qualche immagine per dare risalto al protagonista della scena oppure decide di rincorrere con la cinepresa la fotografia, e tutto questo risulta forzato e inutile.
Il film è in ogni caso avvincente e profondo. Sullo sfondo si mostra l’Argentina della dittatura e dei gruppi paramilitari, ma anche quella della giustizia personale e dell’amicizia sincera.
Anastasia Mazzia, da “onecinema.it”

Identificazione di un amore. Dalle ceneri di un passato che non è ancora tale all’inquietudine di un presente bisognoso di risposte. Gli sguardi degli amanti si rincorrono tra la burocrazia dei tribunali e il corpo deturpato di una giovane donna, sullo sfondo di un paese a corto di memoria e flagellato dalla pestilenza del regime. Una corsa contro il tempo e nel tempo per fare giustizia di un delitto insoluto diventa la possibilità di riprendere le fila di un discorso amoroso interrotto da un treno in partenza, e finito nelle lacrime di una corsa a perdifiato. Ostacoli materiali e della mente che catapultano le persone all’interno di un calderone popolato da accoliti spietati e aguzzini senza scrupoli, e dove anche le leggi del cuore devono sottostare a quelle messe in piedi da un Sistema che non conosce verità.

Ambientato a cavallo di due epoche distinte ma contigue, “Il segreto dei suoi occhi” ricalca in parte le necessità di un cinema argentino costretto a sopravvivere con i finanziamenti dello stato e le limitazioni artistiche imposte da una classe dirigente progressista e bisognosa di rassicurare con un cinema educativo: da qui la prevalenze di opere attaccate alla realtà e anche fortemente omologate, da cui però questa si distacca per la capacità di lavorare a due livelli, quello privato, rappresentato dagli sviluppi emotivi tra Irene e Benjamin, e quello pubblico, legato al clima storico della dittatura, evitando di appesantire il film con l’ossessione del dettaglio storico o della ricostruzione d’ambiente (costosa e spesso stereotipata) e riuscendo a rimanere sempre all’interno di una dimensione emotiva, colonna portante del film non solo quando si occupa della tormentata relazione tra i due protagonisti, ma anche nell’anomala indagine messa in piedi per catturare l’assassino.

Campanella costruisce un’opera in controtendenza, non solo perché racconta una storia d’amore senza scorciatoie né ammiccamenti (la sensualità deriva dallo sguardo e non dall’esposizione delle carni), ma soprattutto per la forza di una sceneggiatura capace di stare in piedi da sola, senza bisogno di distrarre il suo pubblico con i giochi di prestigio della macchina da presa.
Un cinema che riesce ad alludere senza dare la sensazione di farlo – il primo piano degli occhi per fissare una risposta mancata o una prospettiva sfalsata per acuire il senso di angoscia dei protagonisti – supportato da una presenza attoriale, quella sì strepitosa, a cominciare da Ricardo Darin, una specie di Mastroianni argentino, perfetto nel raccontare l’umanità di un personaggio alle prese con una vicenda più grande di lui, e poi con Soledad Villamil, cantante e attrice di teatro prestata al cinema, e qui perfetta nella duplice veste di oggetto del desiderio e di soggetto desiderante, per non dire di Guillermo Francella, a cui va il premio per la simpatia in un film poco propenso al sorriso. Oscar 2010 per il miglior film straniero.
Voto: 8.0
Carlo Cerofolini, da “ondacinema.it”

Questo è un film sulle porte. Porte lasciate aperte e porte chiuse. Porte sfondate a calci e porte a cui bussare. Ma è anche un film sull’amore, sulle parole non dette, sulla memoria e sui ricordi dei ricordi. Tanta roba per un thriller, un giallo argentino capace di arrivare in punta di piedi alla notte degli Oscar per soffiare la statuetta al meraviglioso “Il nastro bianco” di Haneke. Campanella dirige un noir meraviglioso, dove i sentimenti dei personaggi sono protagonisti di una storia densa di ricordi e segreti, e tra tante emozioni non può passare inosservata la tecnica, come lo straordinario piano sequenza girato nello stadio del Racing (concluso guarda caso proprio accanto ad una porta, ma in questo caso da calcio).
Benjamin Esposito ha lavorato praticamente tutta la vita per il tribunale penale di Buenos Aires. Ora che è in pensione, e solo, decide di scrivere un romanzo sul caso che più di tutti lo ha coinvolto: quello del brutale omicidio di una giovane moglie. Attraverso i ricordi tornano alla mente le immagini di un amore mai dichiarato, di grande amicizie ma anche di inaccettabile violenza: ma attraverso il romanzo i ricordi tornano ad ossessionare Benjamin, permettendogli forse di cambiare il suo futuro.
“Il segreto dei suoi occhi” è uno di quei film che si finisce per portarseli dietro anche dopo l’uscita dalla sala, che penetra lentamente sotto la pelle e continua ad avvolgerci anche durante il resto della giornata. Non è la storia noir – bellissima – ad emozionarci, o non soltanto: è la storia di ognuno dei personaggi a convincere, i loro rimpianti ci commuovono, le loro parole non dette ci lacerano, il loro finale ci cattura. Splendido.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Gli occhi sono rimasti lì, fermi per venticinque anni sul corpo martoriato di Liliana, nella paura ancora irrisolta che pesa sull’Argentina come un’eredità difficile da rielaborare. Esposito deve necessariamente partire da questa immagine di morte, ribaltando lentamente la sua prospettiva fallace che, di fronte all’indagine ossessiva verso la realtà, sospinta da un’ideale di Giustizia indisciplinato e apparentemente in opposizione all’ingranaggio istituzionale, mostra progressivamente, nel tentativo di ricostruzione del senso, come anch’essa sia sospinta da una repressione che profetizza la futura deriva storica. Crede di vedere, mentre in realtà è cieco, cieco verso un Paese il cui oggetto del desiderio (e dello sguardo), è condannato, rinnegato. Proiettando in Gomez, quell’ A(mor) impossibile che lo spinge verso Irene (Liliana) non fa altro che avvicinarsi al lato opposto, incredibilmente frainteso, di Morales, bloccando il tempo, mettendo in scacco una via verso un futuro che possa (finalmente) chiudere una volta per tutte la porta del passato, integrandola.
Ambientato su due livelli temporali, uno esterno e uno interno al romanzo autobiografico di Esposito, Il segreto dei suoi occhi emana la dolorosa eredità della Dittatura Argentina, di una ferita (ancora) aperta che domina la memoria privata, ne mette in luce i limiti di indagine, la verosomiglianza del ricordo, il dilemma etico-morale. Ma è anche un’opera che rivendica il valore cauterizzante dell’Arte, un veicolo che accompagna la creatività con il sentimento, che trasfigura la visione nelle possibilità di una storia, della Storia. E’ il gioco nostalgico, di delicata regressione, che orchestra lo strumento genere, contaminando la struttura portante del thriller con il melò, con echi noir, con sentori da commedia, con un cinema che vira la realtà nell’atmosfera del sogno. A volte di fragile ed intima ingenuità, a volte audace come il virtuoso (finto) piano sequenza dello stadio.
Se la pressione della cornice storica si riflette con forza, questa non è mai risolta dalla retorica della denuncia. Campanella concentra la problematicità del pubblico tra gli interstizi del privato, l’unico fondamento per ricucire il valore della propria identità. Nel cammino dentro la sua storia, allontanandosi dal vivere quelle degli altri, Esposito potrà rimarginare quello che al Tempo non era riuscito.
Una pace dal sapore romantico.
Marco Compiani, da “spietati.it”
Voto: 7.5

Argentina 1973: un caso di stupro ed omicidio si imprime indelebilmente nella mente del magistrato argentino Benjamín Espósito, influenzando profondamente il resto della sua vita. 25 anni dopo, andato in pensione, decide di ripensare a quella storia, scrivendoci un romanzo per ripercorrere le indagini ed i misteri appartenenti ad un passato pieno d’amore, di morte, d’ingiustizia e di amicizia. Ma quei ricordi, una volta liberati e scandagliati ossessivamente, cambieranno la sua visione del passato. E riscriveranno il suo futuro.
Premio Oscar come miglior pellicola straniera, “Il Segreto dei suoi Occhi” è un ottimo esempio di cinema d’autore, non noioso né scontato o didascalico, che sa sperimentare con il pubblico proponendo una commistione narrativa di più generi: elementi da thriller, film drammatico, giallo-giudiziale, brillante e romantico vengono miscelati con cura ed equilibrio nel corso di una storia che si evolve in maniera sorprendente ed imprevedibile.
La pellicola, ambientata tra il 1973 e il 1998, cattura l’attenzione e l’empatia dello spettatore fin dai suoi primi momenti con una narrazione robusta ed introspettiva, raccontando parallelamente il presente del protagonista ed il passato di 25 anni prima; man mano che i fatti sul caso giudiziario vengono ricostruiti, la suspense delle indagini si sposa con le vicende personali dei protagonisti, i quali pagheranno in prima persona le conseguenze del loro lavoro nel clima di repressione governativa che caratterizzò l’Argentina degli anni ’70, con omicidi, servizi deviati e desaparecidos. Grazie ad una sceneggiatura che presenta un’evoluzione imprevedibile di eventi e personaggi, il film tocca numerosi argomenti e corde emotive, illustrando in maniera chiara ed efficace la situazione politica di illegalità costituzionale del paese, dove esponenti del governo e della magistratura non si fecero scrupolo di arruolare criminali incalliti da impiegare per la caccia ai sovversivi –o meglio, semplici oppositori- del regime argentino.
Il tema principale che il regista/sceneggiatore Juan José Campanella esprime e sviluppa per tutto il film è la passione nella sua infinità di declinazioni umane: la passione dei due protagonisti (i magistrati Benjamín ed Irene), legati da un amore impossibile e da una sete di giustizia inappagata; la passione, malata ed arrogante, dell’assassino e quella, struggente e ristoratrice, del marito della vittima. Ciò viene raccontato senza filtri da Campanella, che riesce ad esprimere sul grande schermo tutti i fattori umani e narrativi della sua sceneggiatura, con grande attenzione per i personaggi attraverso i quali la narrazione si evolve costantemente; nulla, infatti, è detto o fatto vedere per caso, con indizi e dettagli disseminati tra passato e presente che vengono in seguito ripresi aggiungendo una nuova prospettiva al racconto, ribaltando l’idea che lo spettatore si è fatto durante il film e conducendolo, con piccoli colpi di scena mai gratuiti, ad una serie di rivelazioni sulla natura dei personaggi destinate a confluire in un duplice finale, il primo illuminante e crepuscolare, il secondo efficacemente consolatorio.
Il film ha uno stile visivo realistico ed introspettivo, con la cinepresa focalizzata sui protagonisti tramite riprese con primi piani e campi molto stretti, ma con un certo eclettismo, Campanella cambia all’improvviso il timbro registico, arricchendo il suo film con sequenze molto diverse tra loro per ritmo e pathos: quella ambientata nello stadio oppure quella dell’interrogatorio sono due gioiellini di tensione e realismo, con la prima che è un capolavoro di tecnica cinematografica e montaggio, proponendo un sorprendente quanto realistico inseguimento (apparentemente) senza tagli. Citiamo, infine, lo struggente addio alla stazione, fatto di sguardi, parole non dette ed uno sfiorarsi che rende il distacco più duro e più vero, collegandosi a sorpresa con le prime e confuse scene iniziali del film che suggeriscono come esso sia un viaggio della memoria del protagonista. E di noi con lui.
Paolo Pugliese, da “occhisulcinema.it”

Decisamente un bel film quello che è valso l’Oscar come Miglior film straniero a Juan José Campanella. Regista argentino, Campanella ha lavorato a note serie televisive quali Law & Order, 30 Rock e Dr.House e già nel 2001 il suo Il figlio della sposa era stato candidato all’Oscar come Miglior film straniero.
Sceneggiatura vincente, attori di grande talento e dialoghi riusciti sono gli ingredienti di quest’opera sudamericana che di base sembra essere un noir ma fa dell’amore il suo leitmotiv. Un amore rimasto sospeso in un tragico evento passato, un amore che grazie a quel passato rivive e guarda al futuro.
I primi piani giocano un ruolo fondamentale nella narrazione, dando al racconto una forte intensità. La scoperta del probabile assassino tramite un’accurata analisi degli album fotografici di famiglia, sembra richiamare Blow Up di Michelangelo Antonioni.
Ottime le prestazioni degli attori – soprattutto del protagonista, Ricardo Darìn, molto intenso in questa parte – ed anche dei personaggi di contorno tra cui Sandoval che, tra una bevuta e l’altra, alterna lampi di genio a gaffe, battute esilaranti e disquisizioni spassose come quella sulla categoria dei coglioni, riferita ai loro capi, il giudice Romano e il “Dottore”.
Non poteva mancare un accenno al calcio, sport per eccellenza dell’Argentina: suggestive la sequenza girata allo stadio stracolmo di tifosi e quella dell’inseguimento nei corridoi dello stesso stadio, molto probabilmente il River Plate Stadium.
Il finale risulta un po’ stiracchiato e oltremodo dottrinale ma nel complesso, Il segreto dei suoi occhi coniuga una buona regia, senza fronzoli, ad una efficace struttura narrativa fatta di flashback con cui il protagonista ricostruisce gli eventi raccontati nel suo romanzo.
La chiusura tarda ad arrivare: quando la storia sembra essere giunta al termine, ecco che un colpo di scena ci catapulta nuovamente nell’intreccio. Morales continua ad esortare Esposito a lasciare indietro il passato ma lui in primis non lo ha mai abbandonato anzi, lo tiene imprigionato, in tutti i sensi, da venticinque anni.
Il finale dunque è ad effetto, profondamente toccante. Per un film ammirevole sotto tanti aspetti, da andare sicuramente a vedere.
Sally Albright, da “filmfilm.it”

Un meritato Premio Oscar! Basta questo per commentare “Il segreto dei suoi occhi” del regista argentino Juan José Campanella, che proprio quest’anno si è portato a casa l’ambita statuetta dell’Academy come Miglior Film Straniero. È servita al regista l’esperienza sugli schermi televisivi con serie di successo come “Law & Order” o “Dr. House”, perché è riuscito a realizzare sicuramente uno dei film più interessanti della stagione cinematografica. La storia, a tinte noir con accenni al thriller, racconta le vicende di Benjamín Espósito (Ricardo Darín), un ex impiegato del tribunale penale, che, ormai in pensione, decide di scrivere un romanzo… un romanzo su un caso di omicidio avvenuto 25 anni prima, rimasto indelebilmente impresso nella sua mente e nei suoi occhi. Facendo i conti con il suo passato, Benjamín cerca di dare un senso alla sua vita, ormai stanca, noiosa e purtroppo solitaria. La pellicola si basa sulla memoria, sul passato che assilla un uomo e non è un caso che siano presenti molte fotografie, principali artefici del ricordo. Campanella, esperto, televisivamente parlando, in casi di omicidio, questa volta utilizza questo avvenimento come un lanx satura da condire con dei personaggi che sono scritti magistralmente. Impeccabile la scelta degli attori, con prove tutte degne dell’ottima regia: sguardi ed espressioni talmente intense da non lasciare indifferenti nemmeno gli spettatori più cinici. Il protagonista si muove immerso nel mondo, fin quando la telecamera non comincia ad indagare la sua intima natura, osservandolo dritto negli occhi, quegli occhi che sono, popolarmente considerati, lo specchio dell’anima. Il tema principale del racconto è l’ossessione in un universo cupo e torbido, come è quello dell’Argentina degli anni ’70, che circonda i personaggi. Certo è che il perno principale della storia è l’amore puro, con cui devono fare i conti tutti i protagonisti: basti pensare all’amore di Benjamin per la collega Irene, storia nata prima di nascere, ma che continua a tormentarlo. Infine tutta la narrazione è attraversata dalle infinite passioni, che possono essere una donna, il lavoro, il potere, uno sport o semplicemente l’alcol. Il film è compatto, con una sceneggiatura, giocata sui flashback, sapientemente calibrata, con dialoghi meravigliosi (fate attenzione alla spiegazione sulle varie tipologie di coglioni, degno del miglior Tarantino) rispettando sempre in ogni momento il carattere intrinseco dei personaggi. Per palati raffinati!
Davide Monastra, da “ecodelcinema.com”

Un film classico sulla vendetta e sulla passione. Premio Oscar come miglior film straniero, Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella riporta in auge il cinema argentino…
Per venticinque anni un caso di omicidio è rimasto impresso indelebilmente nella mente di Benjamín Espósito. Andato in pensione, decide di ripensare a quella storia per ripercorrere un passato pieno d’amore, di morte e d’amicizia. Ma quei ricordi, una volta liberati e scandagliati ossessivamente, cambieranno la sua visione del passato. E riscriveranno il suo futuro.
L’amore è sempre un ricordo. Un luogo passato e familiare. In cui gli occhi giocano una parte fondamentale. Ma sono spesso occhi della mente, che si insinuano, ripiegano su quel che è stato, coprono tutto di nostalgia. Non per l’agente federale Benjamin Esposito. Che nel passato ritorna per scrivere un libro di memorie e scoprire che in ogni modo, ogni vita umana è regolata da una passione. Premio Oscar a discapito dello sguardo chirurgico di Haneke o del modernismo di Audiard, il film Il segreto dei suoi occhi di Juan José Campanella colpisce perché non ha nulla di innovativo, anzi, è perfettamente classico, antico. Proprio come gli archetipi di cui racconta: l’amicizia, la vendetta, su tutti, appunto la passione. Costruito intono allo schema classico della ricerca dell’assassino, vira a metà film per toccare una dimensione più personale e intima. Non è tanto l’ossessione (americanissima) di voler individuare un colpevole (e un senso) e chiudere i conti con il caos che l’uomo ha provocato. Il disequilibrio viene subito aggiustato. Esposito, seguendo un intuizione rintraccia l’uomo e lo mette dentro. In mezzo un inseguimento degno di Vivere e morire a Los Angeles: si strabuzzano gli occhi, ci si chiede come sia possibile tanta meraviglia. Fine del gioco e della parte “americana”. Una volta che l’uomo viene liberato, subentra qualcos’altro. Qualcosa che Campanella non rende subito chiaro, come il sentimento di un uomo che si sta per innamorare, ma ancora non lo sa. Il segreto dei suoi occhi, infatti, sembra perdere qualche colpo, rallenta, zoppica a tratti, respira affanosamente. Poi improvvisamente tutto viene dispiegato, mostrato. E la grandezza della pellicola è probabilmente in questa capacità di far tornare tutti i tasselli al proprio posto. Di sorprendere rimanendo credibile. La scena madre rimane negli occhi. Ribollente e raggelante allo stesso tempo. Poche parole, il cuore di tenebra umano viene fuori in tutta la sua (dis)grazia. Non c’è molto da aggiungere, anche Esposito se ne va. Almeno lui ha ancora la possibilità di andare da una donna e amarla senza dover prensare al futuro.
Marco Fagnocchi, da “nocturno.it”

Un viaggio tra la memoria e lo sguardo che su di essa si posa: di questo tratta principalmente il bellissimo film argentino che, alquanto inaspettatamente, lo scorso marzo ha vinto l’Oscar come migliore pellicola in lingua non inglese; si è trattato di una sorpresa principalmente perché ciò è accaduto ai danni di un gigante come Michael Haneke, forte dello splendido e glaciale Il nastro bianco cui precedentemente erano stati tributati gli onori sia della Palma d’oro che del Golden Globe.
Al di là di tali questioni, dei premi in generale e dei gusti precipui dell’Academy (comunque spesso refrattari ai cambiamenti che sarebbe lecito attendersi assieme all’avvicendarsi delle generazioni), non si può dire che Il segreto dei suoi occhi non abbia meritato la gloria del palcoscenico hollywoodiano, sottolineando qui come un riconoscimento di tale importanza abbia di certo donato una cassa di risonanza a un’opera che, altrimenti, con maggiori difficoltà avrebbe potuto contare su un’attesa un minimo ampia, perlomeno alle nostre latitudini. E ciò sarebbe stato veramente un peccato, poiché questo film sa destare una meraviglia mai innocua, grazie alla sua invidiabile capacità di mostrare attenzione verso le piccole cose, ponendo l’accento sui moti dell’animo di personaggi comunque soli cui fa da sfondo la tragicità della Storia, in un mondo dove la speranza lotta, affranta, contro la mediocrità e il male sempre diffusi.

Il racconto procede continuamente per salti, compiendo balzi tra due estremi attraverso costanti flashback, avanti e indietro nel tempo: dal 1974 (anno di poco anteriore all’instaurarsi della dittatura dei generali, ma di certo di suo non simbolo di pace e di giustizia sociali) fin quasi ai nostri giorni, un quarto di secolo dopo. Tempi lontani che si compenetrano, leggendosi gli uni attraverso gli occhi degli altri, partendo dai ricordi posati sulle pagine del romanzo cui Benjamín Espósito (Ricardo Darín) sta tentando di dare vita, inutilmente. Un libro che prende spunto da un caso su cui l’uomo, funzionario nel tribunale di Buenos Aires ormai in pensione, aveva indagato nel ’74: lo stupro e l’omicidio di Liliana Coloto, giovanissima moglie di Ricardo Morales. Nel suo lavoro Espósito era stato aiutato dal collega e amico Sandoval, stimolato nell’affrontare le difficoltà grazie alla consapevolezza di avere scorto negli occhi di Morales il più puro dei sentimenti, un amore forse simile a quello che lui in prima persona provava per Irene, una donna dalle origini altolocate che lavorava come segretaria nel palazzo di giustizia. Anni trascorsi forse invano, perché quell’efferato delitto rimane una ferita che nel 1999 ancora sanguina, al pari di altre; ma ora perlomeno lo sguardo del presente potrà essere utile per gettare luce su quel passato sepolto.

Così come le distanze temporali vengono avvicinate e unite ponendole sullo stesso piano (senza alcun artificio fotografico, se non all’inizio, e senza alcuna enunciazione che ponga distinzioni immediatamente individuabili, al di là dei segni dell’invecchiamento sui volti), allo stesso modo Il segreto dei suoi occhi si comporta con diversi generi cinematografici, mescolando il racconto sentimentale con l’esplorazione dei mondi sommersi (in particolare quelli nascosti nelle interiorità) tipica del noir, il film di ispirazione politica con brani caratterizzati da esilaranti scambi di battute. Quest’ultimo registro, in particolare, attraverso puntute incursioni raggiunge l’apice nella parte centrale del film; soprattutto se ne comprenderà appieno la necessità solo in seguito, quando sopraggiungerà una lacerante desolazione che risulterà acuita proprio grazie a quel gioco dei contrasti che pervade l’intera opera, intessuti con maestria e di cui quello appena riportato è l’esempio forse più lampante.
Malgrado ciò, nonostante una certa politica della frammentarietà, il regista Juan José Campanella (autore anche del montaggio e coautore dello script) riesce ad assicurare la continuità narrativa senza problemi, dipanando i fili che irrorano la pellicola e chiudendo gli intrecci che con grazia ha lasciato gorgogliare lungo di essa. E all’interno di tale ordito si possono gustare svariate sottigliezze, immerse in un ritmo minimalista in cui l’attenzione verso i particolari più nascosti fa in modo che non si senta alcuna costrizione nel modo attraverso cui la vicenda viene conclusa. Soprattutto perché, poi, viene messo in scena un percorso che diviene una ricerca, dove il mistero esteriore fa da pendant con quello interiore e dove alle domande non sempre seguono risposte certe e non fallaci.

Perché comunque si sente l’alito della disillusione aleggiare sulle sorti dei personaggi, così come appare come un atto di ribellione contro la vulgata comune il particolare che due personaggi, legati a idee vicine al nascente regime dittatoriale, siano entrambi tifosi accaniti e profondi conoscitori delle gesta del Racing Club, una delle più importanti squadre di calcio del Paese. E in questa ossessione – oltre al fatto che non si possa comandare la più forte delle proprie passioni, come viene esplicitamente proferito da Sandoval – è possibile scorgere il richiamo al lato negativo di uno degli sport più seguiti al mondo, ai suoi legami con la politica e col potere economico, al sempiterno ’Panem et circenses’ e a quelli che sarebbero stati i Mondiali del 1978, vinti proprio dall’Argentina in casa propria, simbolo del potere dei generali e della loro volontà di farsi belli agli occhi del mondo, per una follia collettiva boicottata solamente da Johan Cruijff, l’unico che si oppose alla gioia bugiarda della palla rotonda che rotolava accanto alla ferocia delle persecuzioni e degli omicidi contro i dissidenti (link esterno).
Perché il contrasto più forte de Il segreto dei suoi occhi giace nella barriera che separa l’individuo dalla collettività e da un potere che, pur incarnatosi in facce con la banalità di volti come tanti altri, assume i contorni quasi dell’astrazione e di una distanza contro cui non si può realmente lottare. E così si può parlare di un’inquadratura che ha del mirabolante, un lunghissimo piano sequenza che unisce massa e individui, ambientato proprio nello stadio in cui si sta giocando una partita del Racing, un catino che diviene quasi l’unica luce nella notte, un monumento su cui la mdp da presa plana andando a individuare un volto nella folla, poi un altro e altri ancora, finendo sulla spalla di un operatore che finirà per tallonare un (classico) inseguimento nelle viscere di quel tempio moderno. Simbolo, questo inventivo movimento, della continuità tra mondi lontani che permea l’intero film: anzi, per la precisione, la continuità accanto alla frammentarietà e ai salti del montaggio per flashback, ossia quello che accade nei sogni, o nei ricordi.
Marco Di Cesare, da “close-up.it”

E se una notte uno scrittore…
Dopo una vita trascorsa come impiegato al tribunale penale, Benjamín Espósito decide di scrivere un romanzo su un caso rimasto irrisolto e che, all’epoca, l’aveva colpito profondamente: l’efferato omicidio di una giovane moglie. Questa diventa l’occasione per ristabilire i contatti con alcune persone del suo passato, tra cui il suo vecchio e sofferto amore, la segretaria Irene, coinvolta nelle indagini. Sarà proprio l’ossessione di Benjamín a condurlo a un’inaspettata soluzione…

Il romanzo della vita
Oscar come miglior film straniero alla passata edizione degli Academy Awards, Il segreto dei suoi occhi, sofisticato noir argentino firmato da Juan José Campanella (Il figlio della sposa, Luna de Avellaneda), giunge sui nostri schermi. La storia prende il via in Argentina, negli anni Settanta, quando Benjamín Espósito si interessa al caso di una giovane donna brutalmente assassinata. Nonostante la sua dedizione e quella dei colleghi, il colpevole rimane impunito. Venticinque anni dopo Benjamín è ormai in pensione, ma un pensiero continua a tormentarlo nelle notti di veglia trascorse da solo: quell’omicidio rimasto irrisolto che ha finito con l’influire sulla sua vita e le sue scelte.
A metà strada tra noir classico, melò, thriller giuridico, Il segreto dei suoi occhi, liberamente tratto dal romanzo di Eduardo Sacheri La pregunta de sus ojos, si snoda sibillino tra diversi piani temporali, attraverso un utilizzo sapiente del flashback e una solida sceneggiatura, cui fa eco la bravura degli interpreti fra i quali spicca il protagonista, Ricardo Darin.
Impegnato in un doloroso pellegrinaggio tra i ricordi, Benjamín riporta in vita il suo passato, per esorcizzarlo una volta per tutte e riuscire ad andare avanti. E nella sua mente sfilano, come in un giallo appartenente a un’altra epoca, i personaggi che hanno condiviso una parte dell’esistenza che lui ancora non riesce a scrollarsi di dosso; a cominciare da Irene Hastings (Soledad Villamil), bella e sofisticata segretaria, alla quale Benjamín non ha mai osato dichiararsi, oppure il simpatico ubriacone dai lampi geniali Sandoval (Guillermo Francella), tutti quanti coinvolti in un omicidio che continua a tormentare il protagonista e ne avvelena il presente. Solo uno scavo approfondito nella propria coscienza e negli occhi di chi gli sta intorno, potrà mettere la parola fine a un’ossessione durata una vita.
Film dalle movenze morbide e dagli improvvisi colpi di scena, Il segreto dei suoi occhi si interroga sul coraggio o la codardia delle nostre scelte, sui rimpianti, sulle nostre passioni e sulla potenza della memoria che, sola, è in grado di cambiare il futuro.
Maria Sole Bosaia, da “spaziofilm.it”

Non era facile avere la meglio sul capolavoro di Haneke “Il nastro bianco” nella corsa agli Oscar quale miglior film straniero. C’è riuscito Juan Josè Campanella, al secondo tentativo, dopo che nel 2001 aveva piazzato nella cinquina finale il suo “El hijo de la novia”.
Sbaraglia gli avversari con “Il segreto dei suoi occhi”, un thriller, che però fa dell’amore il suo leitmotiv, un noir con evidenti richiami alla situazione politica dell’Argentina negli anni ’70. Protagonista Benjamin Esposito (Ricardo Darìn, vero e proprio eroe nazionale in Argentina), impiegato presso il Tribunale di giustizia, ora in pensione, che decide, col pretesto di scrivere un romanzo, di ritornare ad indagare su un misterioso e parzialmente risolto caso giudiziario avvenuto nel 1974 e culminato con la morte, a seguito di violenza sessuale, di una giovane donna (Liliana Coloto alias Carla Quevedo).
Il caso, in effetti, all’epoca, era stato da lui brillantemente risolto grazie alle sue intuizioni ed alla preziosa collaborazione dell’assistente Sandoval (Guillermo Francella, celebre comico in patria), ma l’avvento del regime militare, aveva favorito la scarcerazione di coloro che per ferocia e risolutezza potevano essere assoldati a difesa dello Stato e pertanto anche l’assassino della povera Liliana era tornato in libertà.
Vale la pena brevemente di accennare alla situazione politica di quegli anni in Argentina: alla morte di Peron, il potere passava nelle mani della sua seconda moglie, Isabelita, persona mancante di qualsiasi qualità per gestire il suo incarico. Difatti le redini del potere passarono al suo segretario, il sinistro Lopez Rega, fondatore della “Triple A” (Alianza Anticomunista Argentina), un gruppo militare che seminò il terrore e diede inizio, purtroppo, alla tragica vicenda dei desaparecisos.
Questo gruppo era formato in massima parte da assassini particolarmente scelti che difatti furono rimessi in libertà dalle carceri: tra questi anche l’autore dell’omicidio su cui indagava Benjamin e rimasto a posteriori insoluto, perché tornata la democrazia, dell’assassino si era persa ogni traccia. Che fine ha fatto l’omicida? Questo ed altri sono gli interrogativi che i continui flash-back fanno emergere.
Morales, il fidanzato della vittima, è riuscito a superare il dolore per la perdita dell’amata? (A tal proposito parlare di finale a sorpresa è riduttivo…..) E Benjamin riuscirà a fare il grande passo con quella che all’epoca era la segretaria del Tribunale, Irene (interpretata dalla bella Soledad Villamil, conosciuta in patria per essere anche un’ottima ballerina di tango ed un’apprezzata musicista)?
Un amore sfiorato, il loro, ma mai vissuto davvero. Averla ritrovata e rievocati, giorno dopo giorno i passaggi di un nebuloso passato, apparentemente senza risposte, cambierà la sua visione delle cose, finendo per riscrivere il futuro. Il film è tratto dal romanzo La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri, edito in Italia da BUR.
Orazio Leotta, da “girodivite.it”

Il rimpianto e il senso di colpa affiorano in continuazione tra le righe di questo intenso dramma sentimentale che il cinquantenne regista, sceneggiatore e produttore argentino ha confezionato con un tocco sofisticato ed elegante.
Gli occhi non mentono mai
Finalmente arriva anche nelle nostre sale Il segreto dei suoi occhi, film argentino diretto da Juan José Campanella premiato a sorpresa agli Academy Awards con l’Oscar per il Miglior Film Straniero sbaragliando una concorrenza d’eccezione come quella de Il Profeta di Audiard e de Il nastro bianco di Haneke.
Già candidato agli Oscar per Il figlio della sposa nel 2001, Campanella ha ritentato il colpo grosso, stavolta con successo, con questo dramma sentimentale dalle forti contaminazioni thriller tutto narrato a cavallo di due epoche facendo una sorta di staffetta tra la fine degli anni ’90 e il 1974, anno in cui un tragico fatto di sangue sconvolse l’esistenza di una giovane coppia e di tutti quelli che in seguito si ritrovarono coinvolti nelle indagini.
Siamo a Buenos Aires, Benjamin Esposito è un uomo di mezza età, un ex-magistrato in pensione che non ha mai dimenticato l’assassinio e lo stupro violento di Liliana, una giovane donna strappata alla vita e all’amore del marito da un barbaro assassino ancora in libertà per intrighi di potere. Deciso a scrivere un romanzo sulla storia che lo tormenta da 25 lunghi anni, Benjamin prova a ripercorrere la strada dei ricordi e a risolvere in via definitiva il caso che tanti anni prima gli fu tolto con la forza, un’indagine che lo aveva costretto a ingoiare un boccone amaro senza poter reagire e a lasciarsi alle spalle la sua città e la donna di cui era segretamente innamorato. L’incontro dopo tanti anni con Irene, all’epoca come oggi suo superiore, riporterà a galla sentimenti, cose mai dette, verità negate troppo a lungo, sofferenze e conflitti che spingeranno Benjamin a cercare ossessivamente i pezzi mancanti di un puzzle che aspetta solo di essere ricomposto e appeso nella soffitta dei ricordi. Senza neanche rendersene conto passerà da osservatore a diretto protagonista di questa vicenda, attore principale di una tragedia d’amore e morte cui solo lui può mettere la parola fine. E se nel passato la sua voglia di giustizia si era scontrata con il quieto vivere e le connivenze del potere in un’Argentina senza Giustizia, che iniziava lentamente a piegarsi alla dittatura, ora sembra non esserci alcun ostacolo tra lui e la chiusura di questo gigantesco cerchio che rischia di trasformarsi in un girone dantesco senza via d’uscita.
Cullato dal desiderio di vivere un amore per troppo tempo soffocato in fondo al suo cuore, Benjamin scandaglierà il passato per tentare una volta per tutte di riscrivere il futuro.
Liberamente tratto dal romanzo La pregunta de sus ojos di Eduardo Sacheri, co-sceneggiatore del film insieme a Campanella, Il segreto dei suoi occhi narra in una tante storie, ma fondamentalmente racconta quella di un uomo frustrato e infelice che ad un certo punto della sua vita si ritrova da solo, senza un amore, senza un lavoro, senza una famiglia, con addosso il peso di un passato lasciato per troppo tempo sospeso e che sta tornando con tutta la sua veemenza per presentargli il conto. Il suo sorriso, la sua età, l’esperienza e il cuore forse possono mentire, ma gli occhi, quelli non mentono mai, che siano gli occhi di un assassino, o quelli di chi ha perso per sempre la cosa più preziosa che aveva, lo sguardo dell’amore è inconfondibile, come quello della gelosia, del rancore e del dolore. Gli occhi non riescono a custodire segreti troppo a lungo, e quando provano a farlo il prezzo da pagare è sempre troppo alto.
Il rimpianto e il senso di colpa affiorano in continuazione tra le righe di questo intenso dramma sentimentale che il cinquantenne regista, sceneggiatore e produttore argentino ha confezionato con un tocco sofisticato ed elegante ma che alterna a momenti impegnati di grande impatto emozionale a qualche caduta di ritmo che ne inficia l’efficacia. In qualche punto infatti Campanella lascia il suo film inciampare in evoluzioni e soluzioni narrative piuttosto facili, talvolta surreali, che finiscono per avvicinarlo più volte ad un bizzarro mix tra la telenovela classica e una puntata di Law and Order (di cui Campanella è stato regista in passato). Momenti non proprio in linea con il tenore del film e con il delicato ingranaggio thriller che si tenta di costruire sullo sfondo col passare dei minuti. Sebbene non si tratti di un film di genere l’elemento suspence andrebbe sempre tenuto in primaria considerazione, specialmente quando lo si prende come fulcro della vicenda. La storia, pressochè priva di complessità e intrighi, dopo una buona partenza si ripiega su se stessa, complice anche l’eccessiva durata di alcuni passaggi e le ripetute sovrapposizioni temporali, e si fa a tratti ridondante impedendo allo spettatore di seguirne gli sviluppi in maniera lucida e fluida. Verso il finale le cose migliorano nuovamente e la narrazione riprende la sua vitalità avviandosi verso un finale poco consolatorio e inatteso, un finale che riallaccia due epoche e restituisce nelle mani dei legittimi proprietari la vita che hanno scelto di vivere, senza costrizioni nè impedimenti.
La prova straordinaria di Ricardo Darin, che incarna alla perfezione sia il giovane giurista appassionato che l’uomo maturo che tenta di rimettere la propria vita sul giusto binario, fa da spalla a qualche guizzo di regia interessante di Campanella e, nonostante il cast di contorno sia di tutto rispetto, non riesce da sola ad avviluppare lo spettatore e a trascinarlo nella spirale emotiva dei personaggi coinvolti.
Il talento di Campanella dietro la macchina da presa è innegabile ma la pellicola risente troppo spesso della ‘mano’ televisiva del suo autore restituendo una fotografia, una ricostruzione scenografica e un impianto recitativo tipico degli sceneggiati a puntate. Ad aggiungere un po’ di sapore qualche innovativo ritocco digitale sulle immagini, molto bello l’effetto ricreato nelle scene iniziali per accompagnare le diverse riletture dell’inizio del romanzo, a completamento di un’opera comunque discreta che merita di essere apprezzata e applaudita per la profonda riflessione sulla vita e sull’amore. E se gli occhi non mentono mai, in particolare quelli dei protagonisti di questa struggente storia d’amore e morte, ancor meno mente il cuore, che non ha sussultato come avrebbe dovuto durante la visione. Audiard e Haneke docent.
Luciana Morelli, da “movieplayer.it”

Benjamìn Esposito, un funzionario del tribunale ora in pensione, decide di dedicarsi alla stesura di un romanzo. Questo lo porterà a ripercorrere gli eventi di un crimine di 25 anni prima, che non ha avuto giustizia, segnando l’esistenza di tutte le persone chiamate in causa. Sarà l’occasione per chiudere i conti col passato e riscattarsi. locandina
Il segreto dei suoi occhi non è ascrivibile a nessun genere. E’ un thriller che parla al cuore; un dramma che tiene col fiato sospeso. La premessa con la quale ci si dovrebbe approcciare a questa opera è quella di abbandonare i canoni stilistici a cui ci ha abituato Hollywood. Nella prassi statunitense l’essenziale deve essere immediato. In questo film l’essenziale è qualcosa che è proposto con calma, assaporato nelle sue sfaccettature. Ci sono momenti in cui può sembrare che un’inquadratura o un dialogo durino più del dovuto, diluendo una situazione che non lo richiede. Come premesso, si abbandoni lo stile americano, perché in questa pellicola è l’essenzialità proposta con garbo e calma che è assoluta protagonista.
La regia di Campanella è asciutta, semplice ed intelligente. Ponderata in ogni secondo, restituisce la calma dell’emozione, permette di assaporare il dettaglio significante. Nessun manierismo, niente tecnicismi di ripresa. Pura e semplice proposizione di una storia che scorre fluida e sorprendente. Dettaglio della poesia è la possibilità di interiorizzarla nel tempo di cui necessita, assorbirla in ogni suo verso. Questo è ciò che il regista ci regala. Una camera fissa, con la quasi totale assenza di movimento, che restituisce le emozioni e le sfumature dei personaggi. Caratteri che non scadono negli stereotipi. Originali nella loro umanità, nelle loro vulnerabilità. La lentezza di alcune scene dona il senso di attesa che sfocia nell’incompiutezza, tema portante del film. L’effetto cattura lo spettatore, angosciandolo per un divenire che non si può focalizzare e che quando si manifesta è di una forza che solo la realtà può offrire. Niente retorica né ipocrisia. La natura umana mostrata così com’è: emotiva e irragionevole. Giusto e sbagliato non esistono nell’animo umano. Entrambi sono motivati dalle circostanze, senza vincoli socioculturali.
I personaggi sono incredibili nella loro semplicità. Proprio questa loro peculiarità li esula dal già visto, da canoni riconoscibili. Il collega di Esposito è la rivelazione di questa pellicola lungo il dipanarsi della trama. Beone che si dimostra brillante grazie ai suoi compagni di bancone. Lo stesso Esposito, mostrato nella sua gioventù divisa tra l’impulsività dell’agire e la tenacia della propria morale, ammalia e affeziona.
Il ritmo è elemento fondamentale in un prodotto di questo tipo. Juan José Campanella, con sapienza e grande consapevolezza delle tempistiche (essendo anche montatore), alleggerisce quando serve con ironia intelligente, da commedia raffinata, senza deturpare il contesto timico, mantenendo un’atmosfera di tensione ed impotenza.
Il segreto dei suoi occhi avvince nella sua vena thriller e ci mostra al contempo un lato dell’amore che nella sua poliedricità non è stato quasi mai trattato. Cosa può indurre un sentimento che viene mozzato, che sboccia ma non può fiorire, condannando ad un’inesistenza, confinando in un limbo che costringe a distrarre per non magnificare l’insensatezza di una vita spesa senza viverne le emozioni. L’amore che trasforma e logora chi non dimentica, l’amore che svuota e annichilisce chi non lo vive. Poesia del profondo dell’essere a cui si preferisce non ascoltare.
da “roar.site90.com”

Se “La recherche du temps perdu” fosse stata una storia investigativa, avremmo forse avuto “Il segreto dei suoi occhi”. L’ossessione, la ricerca di una vendetta – che in questo caso corrisponde alla ricerca di giustizia – , l’amore, i ricordi, i delitti, le passioni: tutti temi cari al noir, anche se il film dichiaratamente svicola dalla gabbia del film di genere per cercare altre cose – gli sguardi, le anime, i perché. Benjamin Esposito è ormai un anziano alla fine della non brillante carriera che cerca di capire il vuoto che ha in sé, il senso di fallimento, una ragione alla sua solitudine e prova a cimentarsi nel romanzo, rievocando quel caso irrisolto di 25 anni prima, che per lui è stato l’inizio e la fine di tutto. E Ricardo Morales: un piccolo uomo sperso nella folla della stazione, che scruta alla ricerca del brutale assassino della sua adorata moglie; Pablo Sandoval, il braccio destro di Esposito: lo sguardo luminoso e geniale sperso dietro le lenti degli occhiali e l’alcol del quale non riesce a fare a meno; persino il sospetto colpevole, Isidoro Gomez, che non riesce a staccare gli occhi dalla vittima, in quelle foto tanto piene di ossessione sessuale da risultare incriminanti.
In attesa di festeggiare il proprio bicentenario con la Coppa del Mondo, l’Argentina può celebrarlo con un Oscar quale miglior film in lingua non inglese. Meritato? Secondo la nostra collega, che basa il proprio giudizio considerando l’aspetto formale, piuttosto convenzionale, della pellicola, no. Per noi, maggiormente colpiti da quel senso di vuoto, di lettera mancante inserendo la quale puoi cambiare tutto il senso di una frase (come accade con quella vecchia macchina da scrivere olivetti, a cui manca la “a”), sì. Senza le pretese intellettualistiche europee, senza (appunto) voler cercare la novità formale ad ogni costo, il film si concentra sulla trama e sulle psicologie, su una discreta ricostruzione storica, sulla lievità del tocco (si ride, persino) per stemperare l’amarezza e la violenza di cui il film è intriso. Unica pecca: il finalino sereno che sa di appiccicaticcio. Ma, in fondo, il caparbio Esposito è alla ricerca di un finale per il suo romanzo, perché negargli che sia consolatorio?
Voto: 7,5
Elena Aguzzi, da “quartopotere.com”

Un noir accecante
Dagli occhi si capisce tutto. E questo lo sapevamo già. Benjamín (Ricardo Darín), funzionario in un tribunale di Buenos Aires, è un buon lettore d’occhi e usa questa dote per regalarci un gran bel film. E questa è di certo una piacevole scoperta.
Benjamín legge gli occhi di una ragazza stuprata e uccisa, di una sua superiore, del suo amico ubriacone, di un assassino in libertà. Dagli occhi percepisce indizi, scova verità, scopre segreti. Una lunga indagine svolta prima per il lavoro, poi per la vita e infine per la letteratura. Seguiamo infatti Benjamín in tre fasi. Nella prima è giovane, segue il caso dell’assassino di Liliana (Carla Quevedo) e a primo impatto sembra un assassinio come tanti. In una seconda fase l’indagine si ingarbuglia, i destini si incrociano, gli occhi diventano miopi e riescono con difficoltà a focalizzare la realtà. Nella terza fase troviamo Benjamín anziano, in pensione, che scrive di ciò che ha vissuto per ricostruire il passato e ridare nuova luce a una vecchiaia grigia, solitaria e fallimentare.
Il gioco tra queste tre fasi permette lo sviluppo di una storia molto intensa, rigorosa nella struttura classica quanto nella bellezza delle scene, nella compostezza dei dialoghi, nella freddezza nell’analizzare gli impulsi di tutti i personaggi. Si parla di amori senza mai mostrare baci o carezze, si parla di amicizie senza lacrime, né abbracci o proclami, si parla di vendetta, rancori e soprusi senza mostrare sangue, grida o inutili zuffe.
Solo tante vicende che si intersecano, una grandissima abilità registica nel scavare a fondo le tematiche affrontate e uno sguardo cupo su un’Argentina afflitta da mali tremendi, da un alone di tristezza e da un profonda insoddisfazione morale che si rifletterà per tutto il film.
La forza degli sguardi si poserà prima sui fatti di un’inchiesta per poi fermarsi su un finale straordinario per la sua semplicità, per la terribile quiete con la quale sconvolge tramite la fredda forma con la quale è proposta. Un percorso lento, implacabile e tecnicamente perfetto che non stanca mai lo spettatore nonostante la potenza e la profondità delle tematiche trattate.
Un noir delicato che riesce a squarciare lo sguardo grazie a una lento erosione della retina dello spettatore, privato della capacità di vedere dentro i personaggi ma insignito della capacità di guardare per una volta le passioni umane, quelle vere, quelle di tutti i giorni.
Voto: 8
da “osservatoriesterni.it”

Dopo aver varcato le soglie della pensione Benjamín, già pubblico ministero della Procura di Buenos Aires, rispolvera l’antica passione per la scrittura. Nello scegliere il soggetto a cui ispirarsi preferisce però attingere alla sua storia professionale piuttosto che affidarsi all’inventiva. Ritorna dunque nel palazzo di Giustizia e chiede a Irene, la sua superiore ancora in servizio, di ridiscutere un controverso caso di violenza sessuale e omicidio consumatosi nella capitale argentina nel 1974. Il tentativo di cancellare l’oblio sul crimine inevitabilmente fa riemergere antiche questioni taciute per troppi anni.
I membri dell’Academy sembrano riservare la loro voglia di stupire per la categoria dei lungometraggi in lingua estera, omologandosi invece alle previsioni nelle altre sezioni. Contro i favori di ogni pronostico, infatti, la statuetta per il miglior film straniero nell’ultima edizione degli Oscar è stata assegnata a Il segreto dei suoi occhi (El secreto de sus ojos), pellicola argentina (è la seconda volta che un’opera realizzata nel Paese sudamericano riceve l’ambito premio) capace di spodestare i favoriti Il profeta e Il nastro bianco. Come era successo negli ultimi due anni, del resto, con gli inattesi trionfi de Il falsario (2008) e Departures (2009) su avversari ritenuti di rango maggiore. Finora semisconosciuto in Europa, se si eccettua l’uscita in Spagna del settembre 2009, Il segreto dei suoi occhi sta conoscendo una nuova primavera nel nostro continente con il passaggio in vari festival e l’uscita nelle sale francesi (a maggio) e italiane (a giugno, decisamente troppo tardi), oltreché di altri Paesi.
Diretto da Juan José Campanella, cinquantenne cineasta argentino formatosi alla scuola delle serie TV made in USA prima del passaggio al grande schermo, il film si può definire come un contenitore di passioni, tanto più forti perché nascoste nell’arco di un ventennio. La storia non nasconde venature di thriller, per via di un orrendo delitto insoluto che resta al centro del racconto, ma la cronaca degli eventi assume un ritmo intenso e coinvolgente più per i vincoli sentimentali che legano i protagonisti che per i colpi di scena che si registrano nell’intricata controversia giudiziaria. Sullo sfondo emerge un’Argentina segnata dalla violenza e dell’arbitrio, dove la giustizia si rivela un principio teorico manipolabile secondo le necessità e i capricci dei potenti. Il piano narrativo si scompone in due momenti separati dal trascorrere di oltre venti anni, e le indagini si svolgono così in fasi storiche differenti, pronte a sovrapporsi di continuo.
La macchina da presa segue i tentativi di far luce su una vicenda insabbiata da parte di un uomo, che si presenta dapprima nelle vesti di magistrato inquirente quindi di aspirante romanziere. Il giudice-scrittore può contare solo sulla determinazione di un amico e l’appoggio di una collega, la sua superiore diretta, di cui è peraltro innamorato. Il suo ostinato tentativo di ottenere verità sulla macabra uccisione di una donna si scontra, nel passato come nel presente, con il quieto vivere e le convenienze degli altri spettatori della vicenda. Questa inerzia di comodo a lui non è però concessa, da testimone dei fatti il magistrato Benjamín si trasforma in protagonista dell’intreccio. Quanto accaduto tempo addietro sembra rivivere, chiamandolo direttamente in causa e riempiendo la sua vita, non solo le ore libere di ex lavoratore, dandole un senso nuovo. Amore e odio, vendetta e perdono, fedeltà e ipocrisia si mescolano in quadro dalle tinte accese che il regista dipinge con talento e lucidità. La sceneggiatura non tralascia alcun particolare né evidenzia passaggi a vuoto, nonostante le difficoltà di riannodare fili di epoche dissimili. Campanella, alla sua sesta fatica cinematografica, richiama per i ruoli maggiormente importanti una coppia di interpreti ben noti in Argentina. La parte principale è affidata a Ricardo Darín, già arruolato in quasi tutte le sue precedenti opere. Lo affianca Soledad Villamil, già in coppia con Darín in un precedente film di Campanella El mismo amor, la misma lluvia. Il ritardato approdo sugli schermi italiani penalizzerà probabilmente le potenzialità de Il segreto dei suoi occhi, lungometraggio che avrebbe meritato ben altro spazio e visibilità per le sue indubbie qualità. Chi avrà la possibilità non perda l’occasione di vederlo, questa volta il premio Oscar è davvero meritato.
Giuseppe Costabile, da “film-review.it”

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