Il responsabile delle risorse umane

Per arginare le critiche di un giornalista senza scrupoli, il responsabile delle risorse umane di un panificio deve viaggiare nell’Est Europa a seppellire una ragazza morta in un attentato kamikaze e della cui assenza nessuno si era accorto…
Come ci hanno insegnato pregevoli film quali Simon Konianski di Wald e Ogni cosa è illuminata di Schreiber, il topos della sepoltura e dell’ultimo viaggio è insito in una cultura, come quella ebraica, che sulla diaspora e sui riferimenti alla santità della propria terra è fondata. Ma il nuovo film di Eran Riklis, noto per La sposa siriana e Il giardino di limoni, pare rileggere questo elemento alla luce dei nuovi rivolgimenti culturali e politici, come a mettere una sorta di pietra tombale.
Commedia drammatica o viceversa, come sempre per un cinema sfuggente alle etichette come quello di Riklis, scritta da Noah Stollman sulla base dell’omonimo romanzo di Abraham Yeoshua (Einaudi) che racconta in modo sottile e vivace del modo in cui l’integrazione culturale è possibile proprio rispetto alla disintegrazione del corpo. Già dalla premessa, infatti, s’intuisce come il film cerchi di portare un archetipo nella situazione attuale fatta di bombe, di guerra fratricida, ma anche di immigrazione e di povertà proveniente dal mondo, portando Israele a confrontarsi con una realtà nuova per una nazione che, specie negli ultimi anni, ha fatto della chiusura un elemento distintivo. E Riklis smorza i colori e il tono grottesco di altre simili parabole, vena di commedia il presente e trasforma il film da parata surreale in un lento corteo che sa sostituire senza strappi il sorriso alla commemorazione.
La sceneggiatura adatta con cura ed efficacia un romanzo complesso come quello di partenza e Riklis, senza strafare, quasi sottotono, definisce personaggi, luoghi e mezzi di trasporto con bravura, magari senza brillare e rischiando l’understatement, ma anche con capacità di lavorare sulla realtà. Qualche caduta di tono forse c’è, ma l’affiatamento del cast sa dare calore e vivacità a un film interessante e curioso, che sa riflettere e superare la staticità della cultura per arrivare alla vitalità delle culture ormai globali del nostro mondo.
Emanuele Rauco, da “cinefile.biz”

In questo percorso di espiazione che passa per il dolore e il silenzio, Riklis fa propria una costante della narrativa di Yehoshua, in cui la responsabilità è identificata con la capacità di portare il peso di un imperativo morale. Di tappa in tappa, quasi di stazione in stazione, il protagonista oppone un impulso solidaristico allo spirito individualista che avvelena il vivere della sua gente

Il responsabile delle risorse umane
Vittima di un attentato kamikaze nel cuore di Gerusalemme, Julia Regajev è l’unica ad avere un nome nel romanzo di Abraham Yehoshua come nel film che ne ha tratto Eran Riklis: perché il suo corpo resta all’obitorio senza che nessuno lo reclami, perché nessuno nell’azienda dove lavorava si è accorto della sua scomparsa. Perché malgrado le uniche cose che restino di lei siano una fotografia sbiadita e le chiavi di un modesto appartamento, sembra impossibile liberarsi della sua presenza. Certo non ci riesce il responsabile delle risorse umane, incapace di ricordarla da viva come di sollevare il lenzuolo sul suo volto da morta, infastidito dalle ipocrite accuse di “mancanza di umanità” che un giornaletto locale ha rivolto all’azienda e costretto a scortare le spoglie della donna fino al suo paese natale per assicurarle una dignitosa sepoltura. In procinto di divorziare, con una figlia che a stento gli rivolge la parola e un lavoro in cui ha smesso di riconoscersi da tempo, l’uomo è un alienato insofferente e distratto, cui Mark Ivanir dona tracce di sensibilità sopita, d’impulsività rimossa, mentre lentamente nel suo animo la tentazione di autoassolversi cede il posto a un inconsapevole bisogno di redenzione. Il formarsi della classica, improbabile comitiva che a bordo del pulmino Volkswagen si appresta ad attraversare il freddo deserto di un imprecisato paese dell’ex Unione Sovietica fa temere per un momento che il film possa virare verso le abusate traiettorie del road movie tragicomico, ma Riklis riesce ad alternare senza forzature diversi registri, e a rendere il paesaggio un non luogo privo di punti di riferimento e certezze (“non siamo né in oriente né in occidente”) e per questo foriero di intossicazioni catartiche e di vitali irragionevolezze. Se per la protagonista de Il giardino di limoni la lotta per affermare la propria identità e memoria è rivolta contro la follia della realtà che la circonda, quella del responsabile delle risorse umane è contro una parte di sé arenata lungo quell’infido confine in cui la barbarie rischia di diventare normale banalità quotidiana. In questo percorso di espiazione che passa per il dolore e il silenzio, Riklis fa propria una costante della narrativa di Yehoshua, in cui la responsabilità è identificata con la capacità di portare il peso di un imperativo morale. Di tappa in tappa, quasi di stazione in stazione, il protagonista oppone un impulso solidaristico allo spirito individualista che avvelena il vivere della sua gente; all’ammonimento a fare in fretta (come intima la proprietaria dell’azienda), all’ossessione ottusa per il controllo, l’uomo finisce per preferire l’abbandono all’inesplicabile e all’ignoto, la suggestione della presenza muta di Julia, misteriosamente portatrice di pace. La sua attrazione per un mondo sconosciuto, occasione di un percorso epifanico, si riflette nel viaggio compiuto in vita della donna, fuggita dal suo paese per vivere in Terra Santa: testimonianze entrambe della precarietà e insieme del bisogno di avere radici, dell’istinto insopprimibile di conoscere l’altro, di come siano le scelte, e non le origini, a determinare il senso di appartenenza che lega gli individui al luogo in cui vivono.
Sara Orazi, da “sentieriselvaggi.it”

Un viaggio per ricominciare a vivere
Il responsabile delle risorse umane del più grande panificio di Gerusalemme non ha vita facile. Una sua dipendente occidentale è stata uccisa durante un attentato kamikaze e nessuno ne ha reclamato il cadavere. I media scaricano tutte le colpe sul manager e accusano l’azienda di disumanità e menefreghismo. Come se non bastasse il protagonista si è separato dalla moglie e ha una figlia che non lo considera più.
La direttrice della panificio ordina al responsabile di mettere tutto a posto e ripristinare l’immagine aziendale. Il protagonista dovrà intraprendere un viaggio per riportare la salma della donna al suo paese di origine, in Russia. Sul suo cammino incontrerà svariati ostacoli che lo aiuteranno a crescere.
Quello descritto da Riklis è un viaggio interiore, un percorso che aiuta a conoscersi e ritrovare i propri valori. Il protagonista non è contento della propria esistenza, ma non fa niente per cambiarla. Nella prima parte del film si lascia vivere, obbedendo agli ordini, rispondendo a domande inutili, optando per le scelte sbagliate. È un responsabile delle risorse umane poco umano, che ha perso di vista i propri ideali. Non sa aiutare il prossimo e non sa gestire sé stesso.
E allora cosa fare? Allora un’occasione inaspettata. Allora un’opportunità di svolta decisa. Con Il responsabile delle risorse umane Riklis traspone sul grande schermo il libro omonimo di Abraham B. Jehoshua e veicola un sottile messaggio sociale che si trasforma in iter emotivo e sentimentale. L’attentato kamikaze a Gerusalemme è l’evento che inizialmente riconduce lo spettatore alla nostra realtà e testimonia ancora una volta la gravità del conflitto israelo-palestinese. Il film si sviluppa poi come un dramma personale, che descrive i contrasti interni di un uomo e le sue possibilità di salvezza.
Rispetto ai film precedenti del regista Il responsabile delle risorse umane è un’opera più leggera e meno impegnata politicamente, ma ugualmente interessante. Rimangono comunque le tematiche alla base della filmografia di Riklis: gli impedimenti burocratici che intralciano i personaggi (La sposa Siriana), l’impotenza del singolo individuo di fronte al sistema strutturato (Il giardino di limoni) e la difficoltà di comunicazione tra classi sociali opposte.
Tragedia e commedia si compenetrano reciprocamente e danno vita a sequenze umoristiche (il gruppo di uomini che trasporta la bara trova paradossalmente rifugio in un bunker militare e sarà costretto ad utilizzare un carro armato come mezzo per arrivare a destinazione) e malinconiche (l’arrivo nel villaggio di origine della defunta). Tutto si capovolge nel film: si raggiunge la meta per poi ripartire, si parla di morte per insegnare la vita. Riklis racconta opportunità casuali ed esperienze condivise. Stimola a sperare e guarda a un futuro migliore.
di Andrea Massimiliano Guetta, da “nonsolocinema.com”

Road movie sgangherato che, partendo da Israele e arrivando ad una Romania dimenticata dalla civiltà, racconta la storia della salma di Yulia, operaia rimasta uccisa in un attentato suicida a Gerusalemme, che il responsabile delle risorse umane della fabbrica è incaricato di riportare a casa. Tratto da un fortunato romanzo di Abraham B. Yehoshua (edito in Italia da Einaudi), è il vincitore del Premio del Pubblico all’ultimo Festival di Locarno nonché candidato israeliano all’Oscar 2011 per il miglior film straniero.
Il garbo con cui la vicenda è trattata è, al tempo stesso, il punto di forza e la debolezza del film. Se da un lato infatti la leggerezza dei toni evita di appesantire una pellicola che, tra temi come morte, immigrazione, sradicamento, legami familiari infelici, rischiava di diventare un polpettone melenso, dall’altro non permette al film di sollevarsi dalla superficie del racconto: la tanta narrazione, le avventure tragicomiche dei protagonisti, l’equilibrato mix di battute e silenzi, le riuscite figure di contorno rendono la trama densa ma l’introspezione è, in ogni momento, più evocata che mostrata e le varie dinamiche tra i personaggi restano inadeguatamente indagate, quando non propriamente irrisolte (tra queste ultime rientrano sicuramente i rapporti – tutt’altro che secondari nello sviluppo del plot – tra il responsabile delle risorse umane e la vedova a capo della fabbrica e tra lo stesso responsabile e sua moglie).
La neve dona un senso di pace. Alcuni sguardi del protagonista Mark Ivanir e del giovane Noah Silver lasciano il segno più di un dialogo ben scritto. Il vecchio furgoncino che taglia il nulla desolato e imbiancato è il miglior viatico per arrivare alla fine del deserto interiore di ciascuno.
Il film è idealmente diviso in tre parti. La prima ambientata a Gerusalemme, preparatoria e un filo titubante. Una seconda parte scoppiettante, in cui vengono introdotti elementi indiscutibilmente comici che sfiorano talvolta il grottesco senza sfociarvi apertamente; con una serie di personaggi stralunati che rimandano alla lezione dei maestri poveri Jarmusch e Kaurismäki e una serie di situazioni che richiamano – complice anche l’ambientazione in un Est Europa di dolente arretratezza – “Ogni cosa è illuminata” di Liev Schreiber. Infine una terza parte – forse la migliore perché permette al film di non declassarsi in senso moraleggiante né di scadere in direzione di una bizzarria a tutti i costi – che porta ad un finale rigoroso, fatto di un mancato funerale, battute contate ma azzeccate, pochi ma esattissimi sguardi.
Pierluigi Lucadei, da “ilmascalzone.it”

Licenziamenti e assunzioni all’ordine del giorno. Il mestiere del responsabile delle risorse umane sta tutto lì: conoscere i candidati, sottoporli a colloquio e infine accettarli o rimandarli a casa alla ricerca di un’altra opportunità. Semplice, chiaro e diretto. Talmente meccanico da ridurre al minimo le implicazioni umane degli incontri e ampliare al massimo quelle utilitaristiche. Può capitare quindi di scordarsi volti e nomi dei propri dipendenti, così come accade al protagonista del film, accusato da un giornalista d’assalto di non essersi interessato alla morte tragica di una ex dipendente, rimasta uccisa in un attentato terroristico in Israele. Nessun parente reclama il suo corpo e il manager, messo alle strette dal senso di colpa, decide di partire per un lungo viaggio verso il paese natale della ragazza, un villaggio sperduto nella fredda Russia, alla ricerca di un parente disponibile a fare il riconoscimento. Lontano da casa e dagli affetti, troverà l’occasione per riflettere su se stesso.
Tratto da un romanzo di Abraham B. Yehoshua, il film di Riklis smorza l’intensità drammatica dei lavori precedenti, per approdare ad un road movie picaresco dai toni semiseri ma dai risvolti esistenziali. Le lunghe pause tra un dialogo e l’altro, caratteristica predominante de Il giardino di limoni, qui si arricchiscono di accenti avventurosi che rendono più briosa la narrazione. I personaggi si spostano da un luogo all’altro, non rimangono fermi a guardare il corso delle cose; il giornalista rincorre il successo e un’idea di onestà intellettuale alquanto discutibile ma vive ancora con la madre e si ostina a rifiutare una certa maturità. Il manager è in baruffa con moglie e figlia ma si aggrappa alla speranza di un riscatto morale, vede nella disgrazia l’occasione di rinascita personale.
Attorno ai due personaggi contrapposti, ruotano il figlio ribelle della donna, un marito irresponsabile e due buffi ambasciatori del consolato. Donne e uomini che si confrontano con l’identità della ragazza uccisa, che non compare mai se non in una fotografia sfocata e in un breve video. Quella conformità costruita e cresciuta sulle tappe del viaggio in corso è un corpo fisicamente assente ma molto presente con il carico di ricordi che ha lasciato alle persone care. La meta è, sì il raggiungimento della madre della vittima, l’unica che può riconoscere la salma, ma è anche il motivo della riconciliazione del protagonista con la parte umana di sé, andata perduta ormai da tempo. La passionalità della storia, di per sé ricca di suggestioni evocative, non attraversa le immagini del cinema. Riklis frena i suoi intenti e ci lascia spazio all’interpretazione, dandoci però pochi punti di riferimento. Chi sta a guardare sente di essere in balia di qualcosa, ma non accede fino in fondo alla verità dei fatti. Un piccolo messaggio però arriva: abbiamo tutti delle “risorse umane” alle quali badare, al di là di confini e frontiere.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Viaggio sentimentale da Israele in Romania
di Silvana Silvestri Il Manifesto

Inizia come un poliziesco, con il detective che porta sulle spalle il peso di una vita un po’ malandata e che non mollerà il caso finché non lo avrà risolto. Ma non si tratta di un giallo, siamo in un grande panificio che serve tutta Gerusalemme e il mistero lo deve risolvere il Responsabile delle risorse umane. È un termine che avrà certo colpito lo scrittore Yehoshua per la sua irresistibile involontaria comicità, tanto da farne un romanzo, da cui Eran Riklis (li giardino di limoni, La sposa siriana) ha tratto il film con un gusto altrettanto vigile per gli aspetti assurdi della vita: «non un bizzarro divertente, ma bizzarro triste», si dice nel film, ma si procede con un gusto del racconto di non comune sottigliezza, dove la gamma delle vicende umane e delle situazioni non sfugge all’ironia del regista. E l’uomo si troverà a diventare in tutti i sensi «responsabile» non solo di assunzioni e licenziamenti, tagli e ottimizzazione, ma di un sostegno che ci porta in un ambito di umanesimo e fratellanza. Si farà carico di una sua operaia fino a conoscere ogni aspetto della sua vita e sopportare qualunque difficoltà per compiere la sua missione.
In un attentato al mercato di Gerusalemme muore un’addetta alle pulizie del panificio e il corpo resta per una settimana all’obitorio senza che si conosca la sua identità. La stampa si scatena, monta uno scandalo per l’insensibilità dell’azienda che non si cura dei suoi impiegati, fino a raccontare i fatti privati del Responsabile delle risorse umane, compreso il suo divorzio. La proprietaria non può permettere che si parli così della sua azienda e per riparare all’accusa di insensibilità impone al Responsabile di risolvere il caso, fino a riportare il corpo alla sua famiglia, all’estero. Si tratta infatti di una rumena, ingegnere, immigrata e assunta come donna dèlle pulizie, di una bellezza che colpisce anche dopo morta, tanto che nel romanzo si sottolinea un’ossessione sottile, come di fascinazione impossibile tra il protagonista e quella che ormai è un’assenza.
Riklis nel viaggio che fa compiere al suo protagonista rende palpabile l’importanza di quella sparizione, nella memoria, nella lontananza e sempre di più ci fa cogliere il senso di una vita che come tante in questi ultimi anni sembra non contare niente, morti anonime di tutte le guerre e attentati, di tutti gli attraversamenti del Mediterraneo e dei deserti e quanto ogni essere umano sia prezioso e possa ancora incidere sulla vita di chi resta sulla terra. Fino a toccare la sacralità delle esequie. Il figlio rimasto in Romania, l’ex marito, la madre: sono tutti incontri che ci spalancano mondi e speranze, problemi e dolori e su tutti spicca la determinazione di quella donna che vedeva nel suo viaggio all’estero una possibilità di vita migliore: la sua volontà anche se non può più esprimerla è così forte che sarà rispettata.
L’interprete, Mark Ivanir, un attore che lavora a Hollywood (Csi, Law and Order) è di origini ucraine, ha sempre vissuto in Israele dove ha fatto il servizio militare per poi diventare clown e fondare una compagnia teatrale diventata famosa, chiamato infine da Spielberg per Schildler’s List e The Terminal.
Da Il Manifesto, 3 dicembre 2010

Dolore senza frontiere
di Lietta Tornabuoni L’Espresso

Parlato in ebraico, inglese e rumeno, un film israeliano del tutto fuori del comune, calmo e malinconico. di sapore locale e insieme internazionale. sempre sul confine del grottesco senza mai oltrepassarlo, recitato benissimo. Il protagonista. “il responsabile delle risorse umane” di un panificio industriale governato da una vedova suscettibile, viene incaricato di rimediare a un guaio d’immagine: una donna è morta in un attentato a Gerusalemme, nessun sa chi sia, da giorni è abbandonata all’obitorio; in assenza di documenti c’è solo il cedolino della paga del panificio, e un giornalista denuncia la mancanza d’umanità dell’azienda. Comincia così un viaggio tra Israele e Mitteleuropa: confuso, dolente e ridicolo. Per salvarsi la faccia, il panificio intende pagare funerale e sepoltura, ma come capita nella vita tutto si rivela difficile: nessuno può autorizzare l’inumazione (il marito della donna è divorziato, il figlio è minorenne, la madre è in Romania), la defunta era un’immigrata clandestina in Israele. A volte in furgone. a volte issata su un carro armato, la bara percorre infiniti chilometri, sino a una falsa soluzione: la donna viene sepolta nel suo villaggio rurale in Romania ma, dice sua madre, è un errore, a quel paese era del tutto estranea. Intanto il responsabile delle risorse umane, a contatto con gente diversa, con altri Paesi e con differente dolore, è cambiato: e gli spettatori si sono resi conto di cosa voglia dire cosmopolitismo dei poveri. L’aneddoto (con molte variazioni) è tratto dal romanzo di Ahraham B.Yehoshua (Einaudi: ma la qualità del regista Riklis “lI giardino di limoni”) e del film sta soprattutto nel tono, nello scoramento rassegnato che l’esistenza impone ai personaggi.
Da L’Espresso, 9 dicembre 2010

Le “risorse umane” che responsabilità
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Un film israeliano, tratto da ‘un romanzo di – Abraham E. Yehoshua (Einaudi) e diretto dal regista de Il giardino di limoni. Un film quieto, malinconico, che dovrebbe forse essere grottesco ma non lo diventa mai, preferendo i toni sommessi. Il responsabile delle risorse umane di un panificio industriale governato da una vedova insicura viene incaricato di rimediare a un guaio d’immagine: una donna è morta in un attentato a Gerusalemme, nessuno la conosce, da giorni è abbandonata all’obitorio; in mancanza di documenti c’è solo il cedolino di paga del panificio, e un giornalista denuncia la crudele inumanità dell’azienda. La donna, si scopre, è una immigrata clandestina dalla Romania. Comincia così un viaggio complicato e dolente della bara tra Israele ed Europa centrale: difficoltà burocratiche, comportamenti selvatici del figlio adolescente della defunta, ironia sugli usi e costumi aziendali. Il film è molto riuscito soprattutto nel tono, nella tristezza paziente del protagonista.
Da La Stampa, 3 dicembre 2010

Redenzione di un manager
di Piera Detassis Panorama

Il viaggio con bara al seguito, fra grottesco e dramma, è un déjàvu del cinema, ma nel film di Eran Riklis (autore dell’emozionante Il giardino dei limoni) l’on the road è scatenato da un fatto di cronaca politica, appena accennato nel fuori campo dell’inizio e che tuttavia proietta un’ombra inquietante sullo sviluppo della pellicola, tratta dal romanzo di Abraham Yehoshua.
Una ragazza impiegata in un panificio industriale muore nel corso di un attentato kamikaze a Gerusalemme, uno dei tanti che affliggono la quotidianità di Israele. Nessuno reclama il suo cadavere, ma un giornalista d’assalto denuncia ai media il disinteresse dell’azienda mettendo sotto accusa il responsabile delle risorse umane. Toccherà a lui, a disagio nei suoi rapporti familiari e annichilito dalla macchina burocratica, ristabilire l’onore della ditta per cui svolge il suo freddo lavoro di assunzioni e licenziamenti. Non basta però una lettera di scuse, è necessario accompagnare il cadavere in Russia, luogo d’origine della ragazza, e attraversare il paese con la bara appresso per ritrovare, nel lontano villaggio, un familiare in grado di riconoscere ufficialmente quel corpo. Tra sorrisi a denti stretti, emozioni trattenute da una regia sempre geometrica, ma a tratti picaresca (la bara nascosta in un bunker militare e poi trasportata su carro armato), il film si trasforma in un viaggio alla ricerca dell’umanità perduta del manager e della vita dell’oscura impiegata cancellata dal caso violento. La scommessa di Riklis è non rendere tutto esplicito, ma suggerire piuttosto un senso continuo di inadeguatezza e oscurità: la tensione ideale che ne deriva riscatta in parte il film dal sospetto di prevedibilità.
Da Panorama, 9 dicembre 2010

L’anima del manager
di Roberto Nepoti La Repubblica

Candidato israeliano agli Oscar, vincitore del premio del pubblico a Locarno, un racconto picaresco a valenze dichiaratamente simboliche che Eran Riklis (“Il giardino dei limoni”) ha tratto dalle pagine di Abraham Yeoshua. Il capo del personale del più grande panificio di Gerusalemme è accusato dalla stampa locale d’ indifferenza verso la morte di una dipendente, avvenuta in un attentato. Per restaurare l’ immagine dell’ azienda, l’ uomo intraprende uno strano viaggio fino al paese d’ origine della vittima, in Romania. Una storia tragicomica di rigenerazione morale, in uno stile che – a tratti – ricorda il cinema di Kusturica.
Da La Repubblica, 4 dicembre 2010

In viaggio con la bara
Spostare la propria ombra dai soliti itinerari è certamente un modo per scoprire cose nuove di sé, o per ritrovare quello che è stato smarrito. Nulla di trascendentale, certo, ma raccontato da Abraham Yehoshua, nell’omonimo romanzo, e tradotto in immagini da Eran Riklis (La sposa Siriana e Il giardino dei limoni), diventa un film sorprendente per sfumature e ritmo, per una felice alternanza di registri, senza forzature perchè il drammatico può scivolare nel comico e viceversa.
Israele 2002, sotto la minaccia di un giornalista d’assalto, il responsabile delle risorse umane di un panificio industriale deve risolvere rapidamente il mistero di una dipendente, giovane immigrata rumena, morta in un attentato kamikaze e di cui l’azienda non ha segnalato la scomparsa. Un vero pasticcio per un dirigente la cui vita privata è già parecchio complessa: le ombre di un passato appena accennato, una recente separazione, i problemi con la figlia e una nuova vita da ospite di un grande albergo.
Brioso e malinconico, Il responsabile delle risorse umane racconta un rocambolesco viaggio verso est che porta lentamente alla purificazione dalle costrizioni di ruolo e al vanificarsi dei pregiudizi. Con un’ironia sommessa, Riklis costruisce un percorso, da Israele alla Romania, ricco di contrattempi, attraversando terre gelide e depresse ma piene di umanità e curiosità che riscaldano. In viaggio, con una bara da riportare “a casa”, in compagnia di personaggi borderline: il figlio della defunta, scuro e selvatico, “serpente”, il giornalista senza scrupoli ma ancora dipendente dalla mamma, l’imponente consolessa, con il suo viceconsole-consorte, ed altri ancora. Diverse sono le soste, anche in un rifugio atomico abbandonato, e con più mezzi sono gli spostamenti, tra cui un blindato peso a prestito dall’esercito.

Protagonista è un meraviglioso Mark Ivanir (già in Berlin-Jerusalem e Disastro a Hollywood e prossimamente nel Tintin di Spielberg), che da apparentemente inespressivo e congelato dirigente ingombro di problemi personali e professionali si abbandona, poco a poco, alla concatenazione degli eventi; si rassegna ai contrattempi e cede ad una catartica intossicazione per ritrovarsi ripulito e pieno di compassione, pronto ad affrontare problemi temporaneamente accantonati e ad agire irragionevolmente per seguire quel che gli pare giusto.
Questa volta Eran Riklis vuole un po’ di leggerezza da aggiungere alla sua storia. Lontano dall’esplicito dramma de Il giardino dei limoni, da vita ad un’opera più assimilabile alla cinematografia di Emir Kusturica o Radu Mihaileanu: agrodolce, lontano dalla fiaba, rappresenta il magico che si nasconde tra le pieghe del reale, racconta qualcosa che può accadere, lontano o vicino, basta solo saper riconoscere l’occasione. Presentato a Locarno 2010, ha vinto il Premio del Pubblico.
di Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Riklis è un regista israeliano cresciuto tra gli Stati Uniti, Canada e Brasile, ha diretto già quattordici pellicole tra televisione e cinema, e i suoi film più recenti sono dei piccoli gioielli riconosciuti sia dal pubblico che dalla critica di tutto il mondo. E’ forse il migliore regista israeliano contemporaneo.
Tra i suoi film possiamo ricordare quello d’esordio “B’Yom Bahir Ro’im et Dameshek ” ( On a clear day you can see Damascus ) del 1984, poi sono da segnalare ” Finale di partita ” del 1992, presentato al Festival di Venezia e a quello di Berlino, ” Zohar “, il più grande successo del cinema israeliano, il rigoroso ” La sposa siriana ” del 2004, in cui si parlano cinque lingue diverse: ( arabo, inglese, ebraico, russo e francese ), e vincitore di ben 18 premi internazionali.

Il suo penultimo film è stato il lirico ” Il giardino di limoni ” che ha vinto il premio del pubblico al Festival di Berlino. Oggi nelle sale è giunto ” Il responsabile delle risorse umane ” tratto dall’omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, della cosiddetta Israeli New Wave e forse il miglior scrittore israeliano, ed è candidato all’Oscar come miglior film straniero. E’ un film più disincantato e acquiescente con la realtà del precedente, una storia costruita perfettamente, originale, forte, così ” semplice ” da sembrare semplice.
Coinvolgente e mai banale. Con una fotografia perfetta che non si sovrappone alla storia e si ascrive per sottrazione, con un montaggio splendido che è quasi una seconda regia, con una regia al servizio della storia senza alcun eccesso o formalismo, con un gruppo d’attori dalle facce vere e forti che si possono ormai trovare solo nei sud del mondo.

Insomma un ottimo film fuori dall’omologazione generale, una storia profondamente umana in cui tutti i personaggi – nel corso di un viaggio inaspettato – imparano a comprendere la profondità e la durezza della vita e forse un po’ se stessi, e forse le loro vite cambiano in meglio. Il responsabile delle risorse umane di un panificio israeliano mentre sta per andarsene a casa viene informato dalla sua datrice di lavoro che una loro dipendente, Yulia, è morta al mercato durante un attacco terrorista; deve scoprire chi sia la donna e preparare una lettera per un giornale che il giorno dopo pubblicherà un articolo sull’insensibilità dell’azienda nei confronti della donna che è all”obitorio da una settimana.
L’uomo stanco, indifferente, con grossi problemi familiari per cui è costretto a dormire in albergo deve affrontare l’emergenza. Scoprirà che la donna era un’umile lavoratrice romena di cui non sapeva nulla e gli tocca – anche a causa del giornale che lo accusa di indifferenza e cinismo – per evitare problemi all’azienda di riportare la salma della dipendente nel paese d’origine e consegnarla ai familiari.

Un viaggio in Romania semplice e breve: un volo con il feretro, una donazione in denaro ai familiari, e subito via.
Ma appena giunge in Romania, tutto si complica, il marito è divorziato dalla donna, il figlio minorenne vive per strada e l’unica che può accettare il corpo è la vecchia madre che però vive in un paesino sperduto a mille chilometri da Bucarest.
Il dramma si trasforma in commedia e il protagonista viene coinvolto in un viaggio folle e imprevedibile popolato da personaggi fuori dal mondo. E’ costretto a portare la bara con la donna assieme al figlio di lei, a un giornalista israeliano infantile e rompicoglioni, al marito della console e a un autista ubriacone, prima in un furgoncino e poi da solo in un carro armato trovato sulla strada innevata e bloccata dal freddo.
Un viaggio in luoghi sconosciuti, fuori dal mondo, che diventa un on the road strambo e faticoso ma allo stesso tempo è come una purificazione, un’espiazione che gli farà trovare quell’umanità e quel desiderio di vivere che aveva perso.
Da segnalare l’ottima prova del protagonista, Mark Ivanir, ma sono tutti bravi gli attori.
Domenico Astuti, da “cinemalia.it”

Il regista israeliano Eran Riklis è già noto al pubblico italiano per i due film precedenti: La sposa siriana e Il giardino di limoni. Il suo attuale film è tratto da un libro molto noto di Abraham Yeoshua, e racconta la storia di un piccolo dirigente di un panificio industriale chiamato a svolgere un compito che va ben al di là delle sue normali mansioni. È un film girato con acume e carattere e che mostra una notevole dose di passione alle vicende umane, fino a una toccante scena finale. Una giovane rumena rimane uccisa durante un attentato suicida a una fermata del bus a Gerusalemme. Viveva da sola, così il suo cadavere rimane all’obitorio senza che nessuno vada a reclamarlo o a effettuare il riconoscimento. Un cronista scopre che lavorava in un panificio e scrive un articolo denunciando l’inumanità dei suoi datori di lavoro, che si comportano come niente fosse successo. Quando la padrona del panificio lo scopre, incarica il responsabile delle risorse umane di fare di tutto per cancellare la vergogna. Così, nel cuore della notte, l’uomo inizia la sua indagine, scoprendo che la donna era stata licenziata dal suo superiore, perché questi temeva che la moglie venisse a sapere che aveva una relazione con lei, però continuava a farle avere l’assegno. Questo basterebbe a chiudere il caso, ma la padrona vuole di più, esige che il responsabile delle risorse umane scorti il corpo della donna fino al suo paese, perché possa avere sepoltura nella sua terra. Inizia così un bizzarro viaggio di uno stranito gruppo, che attraversa vari territori dell’ex impero sovietico e che dovrà fare i conti con scontri generazionali, tradizioni religiose, differenze culturali ed etniche, man mano che il tragitto procede. Girato d’inverno, in gran parte in esterni pressoché deserti, il film rivela personaggi di umanità inaspettata, ognuno chiamato a fare i conti col proprio passato e presente, richiamati alle proprie responsabilità da quella cassa con cui devono condividere il viaggio.
Beppe Musicco, da “sentieridelcinema.it”

Dal romanzo omonimo di Abraham B. Jehoshua, il regista del Giardino dei limoni Eran Riklis riesce a restituire al testo narrativo l’enigma e il nonsenso, celato tra le pagine del libro. Nella pellicola il responsabile delle risorse umane, interpretato dall’attore di origini ucraine Mark Ivanir, è una figura che dopo il recente divorzio ha infilato nella toppa una chiave, serrando ermeticamente il suo cuore sanguinante. A smantellare il ferro della propria corazza interiore che inizia pian piano a soffocarlo è, però, un inatteso scherzo del destino. Assistiamo così allo sgretolamento della maschera di cinismo che si era inerzialmente assestata sul suo volto, allorché il responsabile delle risorse umane è costretto a intraprendere un viaggio per dare degna sepoltura a un’ex dipendente straniera. Più di una volta, l’uomo prova il desiderio irrefrenabile di scappare via a gambe levate, dal momento che trova assolutamente impossibile dare credito a quella sorta di armata Brancaleone che lo accompagna lungo le fredde lande dell’Unione Sovietica. Di personaggi strampalati nel Responsabile delle risorse umane ce ne sono davvero per tutti i gusti: un piccolo giornalista antiborghese e un po’ ipocrita, un adolescente selvaggio, un autista con il vizio di alzare troppo il gomito e una coppia di ambasciatori di mezza età, innamorati come due ragazzini. Eppure, saranno proprio i suoi scalcinati compagni ad accendere in lui il desiderio di saldare i conti con la coscienza.

Nell’ultima opera dell’autore della Sposa siriana affiora l’attrazione del protagonista per un percorso iniziatico che parte e far ritorno a quella città considerata come luce del faro per ebrei, cristiani e mussulmani: Gerusalemme. Riklis applica le potenzialità di un discorso situato tra due termini dialettici come cosmopolitismo e localismo, in una società che tende ad accettare l’espandersi del globalismo contemporaneo. L’accenno al conflitto israelo-palestinese traccia una linea di connessione tra pressoché tutte le sequenze di un lungometraggio che, altrimenti, potrebbe potenzialmente sfidare i confini di una fiaba morale, per la sua finalità didascalico – edificante. Sarà per questo che l’identità anagrafica di ogni personaggio è stata deliberatamente rimossa? Non si tratta di una semplice dimenticanza, ma di un atto deliberato del regista. Infatti, osservando con attenzione l’accaduto si può notare come soltanto la salma sia in possesso di un nome e cognome, sebbene il suo volto sia sradicato da un corpo tangibile e mostrato solo in foto.
Da gran regista qual è, Riklis sa che l’ironia grottesca – se ben dosata – non è mai un ostacolo tra i meandri di una storia melodrammatica, in fuga da schemi precisi e codificati.
Maria Cristina Caponi, da “filmfilm.it”

Contesto sociale e sfera privata si fondono in una pellicola capace di far riflettere pur mantenendo un’ironia di fondo costante, ma sommessa, che emerge quando il protagonista si imbatte in una galleria di personaggi borderline tratteggiati con sagacia dal regista Eran Riklis.
Cadaveri in viaggio
Il dramma dell’immigrazione si intreccia a quello del conflitto israelo-palestinese nel rocambolesco Il responsabile delle risorse umane, road movie diretto dal regista de La sposa siriana Eran Riklis. La forza del film, ispirato al sagace romanzo omonimo di Abraham B. Jehoshua, sta nell’abbracciare temi fondamentali come la solitudine dell’immigrato trapiantato in un paese straniero, la logica del profitto delle grandi aziende e l’impotenza dell’uomo di fronte alla morte, ponendoli come sfondo di una vicenda dai risvolti tragicomici. A toccare con mano il dramma della morte di una dipendente, un’immigrata rumena perita in un attentato suicida, è il responsabile del personale di un grande panificio di Gerusalemme il quale si trova a dover gestire una situazione potenzialmente critica. La donna, licenziata un mese prima dall’azienda di cui conservava ancora in tasca il cedolino dello stipendio, continua a risultare sul libro paga del panificio per un errore burocratico e non avendo parenti che la possano riconoscere, in quanto straniera, rischia di restare a lungo nell’obitorio senza che nessuno reclami il corpo. Quando un giornalista senza scrupoli, noto come ‘il serpente’, minaccia di rendere pubblica la vicenda gettando fango sul panificio, il responsabile del personale si incarica di risolvere la questione. L’uomo, afflitto da un cumulo di problemi personali (una moglie da cui ha divorziato, una figlia che non riesce a gestire la separazione dei genitori), si imbarca in un viaggio della speranza trascinandosi dietro la bara per mezza Europa.
Contesto sociale e sfera privata si fondono in una pellicola capace di far riflettere pur mantenendo un’ironia di fondo costante, ma sommessa, che emerge quando il responsabile delle risorse umane si imbatte in una galleria di personaggi borderline, tra i quali spicca il figlio della morta, un adolescente scontroso e problematico, che gli rende ancor più complicato il lungo tragitto. Eran Riklis tratteggia con equilibrio e sagacia gli eccentrici caratteri che popolano la sua pellicola. In questo è favorito dalla presenza di un grande cast capitanato da Mark Ivanir, attore di origini ucraine trapiantato da tempo a Los Angeles che prossimamente vedremo in Le avventure di Tin Tin: il segreto dell’unicorno di Spielberg. Il suo responsabile delle risorse umane, incastrato in un drammatico divorzio e in un lavoro che odia, rappresenta un vero e proprio monumento al dovere. L’uomo accantona i problemi personali che lo affliggono armandosi di sopportazione per salire su un furgone sconnesso guidato da un autista ubriaco che lo condurrà in Romania per riconsegnare la bara alla madre della defunta.
Una scena del film Il responsabile delle risorse umane di Eran Riklis Al tema del viaggio come scoperta di sé, centrale in tutta la produzione di Abraham B. Jehoshua, si aggiunge stavolta quello di una rinascita interiore che passa attraverso la morte, quella vera, drammatica, irreversibile. Alla purificazione spirituale del personaggio interpretato da Ivanir corrisponde quella fisica. L’intossicazione alimentare che lo mette KO rappresenta la liberazione simbolica dalle sofferenze che ne inquinano il corpo e, una volta rinato, l’uomo potrà portare a termine la propria missione cristiana: dare sepoltura al cadavare reietto. Chi vuol vedere riferimenti religiosi, seppur in quantità più lieve rispetto al romanzo, è libero di farlo visto che la città di partenza – e, paradossalmente, anche di arrivo – del viaggio è proprio quella Gerusalemme culla di diverse fedi e teatro di un orribile conflitto. Finale, profondo e sentito, a sorpresa con l’aggiunta di un ulteriore viaggio, stavolta a bordo di un carroarmato sovietico. Ancora un riferimento storico-sociale – la condizione degli abitanti dei paesi dell’Est dopo il crollo dell’Unione Sovietica – ancora un mondo che si apre davanti agli occhi dello spettatore intento a seguire la stratificata pellicola concepita da Riklis. Il segreto per mantenere coesa un’opera che ci fornisce uno spaccato di mondi e contesti storici profondamente diversi? La leggerezza. Per non smentirsi il finale dolce-amaro de Il responsabile delle risorse umane, nella sua profonda saggezza, è capace di strapparci ancora un sorriso.
Valentina D’Amico, da “movieplayer.it”

Gerusalemme, 2002. Tra le vittime di un attentato c’è una giovane donna senza documenti, il cui cadavere giace all’obitorio per una settimana, finché un giornalista (Guri Alfi) non si interessa al caso, scoprendo che la donna era Yulia, una giovane rumena, addetta alle pulizie nel più grande panificio della città.
Per una serie di circostanze, nessuno in azienda si era accorto della sua assenza, cosa che provoca alla stessa l’accusa di crudele mancanza di umanità.
Tocca al responsabile delle risorse umane (Mark Ivanir) rimediare al danno di immagine, accompagnando la bara di Yulia in Romania, dove l’aspettano i suoi parenti per la sepoltura.
Ma il viaggio si presenta molto più complesso e bizzarro del previsto.
Tratto dall’omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, Il responsabile delle risorse umane, in uscita in Italia il prossimo 3 dicembre, è un film pluripremiato in patria, tanto da essere il candidato di Israele per l’Oscar 2011 come miglior film straniero (il nostro è La prima cosa bella, di Paolo Virzì). In Italia è conosciuto perché ha conquistato il premio del pubblico all’ultimo Festival di Locarno.
Il tema del film è il viaggio, inteso non tanto come spostamento fisico, quanto piuttosto come percorso esistenziale all’interno del proprio io.
A differenza di quanto possa sembrare leggendo la trama, il regista, Eran Riklis, non punta la sua attenzione sul cinismo aziendale, quanto piuttosto sul cinismo e sull’indifferenza “che caratterizzano tutti noi quando guardiamo qualcuno che ci è estraneo o quanto sentiamo parlare della sofferenza altrui”. Per il regista, infatti, “il vero tema del film è la ricerca della propria umanità”.
Ancora, secondo Riklis, “il film racconta come si può viaggiare con la morte per riscoprire la vita. Yulia è morta, ma i suoi desideri, i suoi sogni e la sua presenza abitano ormai in tutti quelli che la conoscevano, anche solo alla lontana. Yulia permette ad ognuno di loro di fare un viaggio alla riscoperta di sé”.
Costretto a confrontarsi con l’esasperante giornalista, la bizzarra console (Rovina Cambos) e suo marito (Julian Negulesco), e soprattutto con il figlio adolescente di Yulia (Noah Silver), scontroso e arrabbiato, nonché con i paesaggi selvaggi e freddi della Romania, il responsabile delle risorse umane compie un viaggio dentro di sé, ripensando al suo rapporto con l’ex moglie e con la figlia e alla sua vita così asettica e priva di calore umano.
La sua maschera di freddezza e impassibilità si scioglie pian piano e l’uomo si scopre fragile e disarmato, ma capace di fare le scelte giuste, anche se non sono le più semplici.
Riklis confeziona un film asciutto, essenziale, privo di fronzoli e con dialoghi mai banali.
Nonostante il tema sia impegnativo, il racconto non risulta pesante, grazie anche all’ironia che pervade molte situazioni e battute.
Gli attori sono molto bravi, soprattutto il protagonista, Mark Ivanir (Schindler’s list, The Terminal), capace di trasmettere il cambiamento interiore del suo personaggio attraverso gli occhi.
Un film d’autore interessante e originale, che insegna ad “esplorare la vita attraverso la morte”.
Annarita Vitrugno, da “directorscup.it”

Il responsabile delle risorse umane (Mark Ivanir) di uno dei più famosi panifici di Gerusalemme viene coinvolto in un caso molto delicato che potrebbe avere delle gravi ripercussioni sull’azienda: in un feroce attentato viene uccisa una giovane donna rimasta senza identità che aveva addosso solo la busta paga del panificio. L’azienda non si è accorta della sua assenza ed è accusata dalla stampa di crudele mancanza di umanità. Tocca proprio all’addetto al recruiting rimediare al danno di immagine: parte così in missione per riportare il corpo a casa, in Romania, dalla famiglia. Come spesso accade nei film, il viaggio è sempre visto come una metafora: tra le lande desolate della Romania, il protagonista compirà un tortuoso e difficile percorso interiore che lo farà diventare una persona migliore, più sensibile ed attenta ai bisogni delle persone che lo circondano, in primis la figlia e l’ex-moglie. Tratto dall’omonimo libro dello scrittore Abraham B. Yehoshua, “Il responsabile delle risorse umane” è diretto da Eran Riklis (“Il giardino di limoni”, 2008), che si è appassionato a questo personaggio letterario proprio per la sua missione: quella di trovare se stesso. Benché imposta dal suo capo, a poco a poco essa gli entra dentro, diventando qualcosa di più intimo ed emotivo, che gli permetterà di capire la vita attraverso la morte, facendogli trovare un senso alla condizione umana. Il film, candidato agli Oscar 2011 per Israele, ha vinto in casa numerosi premi: Miglior Regia, Miglior Sceneggiatura, Miglior Attrice non Protagonista e Miglior Colonna Sonora.
Domenica Quartuccio, da “ecodelcinema.com”

Israele-Romania: andata e ritorno
Gerusalemme: dopo il mancato riconoscimento del cadavere di una donna romena morta durante un attentato suicida, l’azienda presso la quale lavorava, che non si è curata della sua assenza, viene pubblicamente accusata di mancanza di umanità. Il responsabile delle risorse umane, incaricato di riportare in patria la salma, parte per la Romania dove viene a contatto con il Paese e la famiglia di Yulia. Ma il viaggio diventerà presto l’occasione per ricongiungersi con una parte perduta di sé.

Storie di umana irresponsabilità
Quando l’impiegato dell’obitorio chiede al “signor risorse umane” di identificare il cadavere di Yulia, quest’ultimo gli risponde di non esserne capace. Non si può riconoscere il corpo di un’estranea: la mancata esperienza non concede alcuna presenza di tracce dentro di sé. Le prove vanno cercate fuori, sono quelle tangibili di chiavi che schiudono un appartamento, un nome su una porta, qualche foto appesa qua e là. In questa prossimità, che improvvisamente viene a strappare una distanza paradossale (perché imposta proprio da chi si dovrebbe occupare della conoscenza e valorizzazione del potenziale di donne e uomini che è chiamato a gestire), sta una delle immagini simbolo dell’ultimo film di Eran Riklis. La vita di Yulia si è consumata nel più crudele dei silenzi, la sua morte invece fa rumore, scuote le coscienze e reclama la restituzione di una dignità.
Ispiratosi all’omonimo romanzo di Abraham B. Yehoshua, il regista de La sposa siriana e Il giardino di limoni riprende il tema della convivenza tra culture straniere a contatto con quella israeliana per riflettere, in maniera meno drammatica rispetto alle opere precedenti, sul tema dell’identità. L’apertura della casa di Yulia da un lato costituisce metaforicamente l’ingresso da parte del responsabile delle risorse umane all’interno della vita della donna, dall’altro anticipa gli eventi successivi. Dall’alloggio in Terra Santa, che per lei si è trasformato in patibolo, si passa alla conoscenza della sua famiglia e del paese natale. È la morte a permettere alla vita di tornare a riempire le esistenze: la memoria stessa di Yulia, infatti, riacquista valore man mano che ci si avvicina ai suoi cari, a chi di quel vissuto ha ereditato l’insegnamento e i principi. Ma soprattutto per il protagonista il viaggio diventa l’occasione per recuperare una parte di sé rimasta a lungo inascoltata, inerme perfino di fronte alla richiesta di maggiori attenzioni da parte della propria famiglia. Un percorso al maschile quello che Riklis fa compiere ai suoi personaggi: cinque uomini che non si conoscono, uniti per caso, volontà o sfortuna dall’unica e costante presenza femminile, rappresentata dalla bara di legno che li accompagna. Il senso di uno scopo da portare a termine, a costo di infrangere le leggi e ritardare il ritorno a casa, viene a galla progressivamente come una rinata consapevolezza. L’ingombrante coesistenza di culture diverse, costrette a condividere la stessa esperienza, è manifestata linguisticamente dall’uso di tre idiomi (israeliano, romeno, inglese): quest’ultimo però, che dovrebbe fungere da collegamento tra Oriente e Occidente, non ha la forza comunicativa che dovrebbe possedere. Solo dopo il crollo emotivo del figlio di Yulia – quando il dirigente israeliano capta il suo malessere e lo affronta partecipando al dolore – i suoni escono dalla loro natura informe per divenire reale veicolo di espressione. Da quell’istante il ragazzo rivela di saper parlare inglese e comincia a interagire con l’uomo. Finché non ci si vede non è possibile entrare in contatto: per dirsi è necessario prima sentirsi.
Il rapporto che si stringe tra queste due generazioni, divise per lingua, età e storia, apre un varco nell’intimità dei personaggi, che sono obbligati a fare i conti con la propria dolorosa apatia, quasi fosse un peso da cui non sono riusciti a liberarsi. Durante la tappa conclusiva del tragitto che conduce al paesino d’origine della donna, il numero dei viaggiatori si riduce a due. Sono il figlio e il responsabile delle risorse umane a percorrere gli ultimi chilometri che portano a destinazione, compiendo così un ritorno al significato di paternità/filiazione che si traduce nel ritrovato legame dell’adolescente col proprio padre e, si immagina, in quello del protagonista con la figlia (la quale, non a caso, ha la stessa età del ragazzo). Ma soprattutto nel senso di vera responsabilità, quando nella scena finale la salma viene ricaricata sul veicolo per essere trasportata in Israele, dove Yulia si era recata per cercare una nuova vita: saranno altri a incarnarla per lei, ridando valore a una morte assurda e riempiendo finalmente di umanità le parole di un titolo che fino a quel momento è stato solo un’etichetta vuota.
Chiara Mattucci, da “spaziofilm.it”

Tratto dall’omonimo romanzo di Abraham B. Yehoushua, il film di Eran Riklis ha ottenuto importanti riconoscimenti presso l’Israel Ophir Awards e il festival di Locarno (premio del pubblico), ed è candidato per l’Oscar 2011.
In una Gerusalemme eletta a simbolo del ricco occidente (nonostante la sua dislocazione orientale) le contraddizioni della serializzata società globale emergono ancora più evidenti, ma ignorate dalla massa, indifferente tanto alla morte quanto alla vita. Una società dove pane e cadaveri sono prodotti in serie, e vita e morte si intrecciano nell’insensatezza assurda della modularità (il flusso delle notizie televisive e ogni nuovo attentato che replica il precedente). La morte (e la vita) è motivo di profonda riflessione solo quando colpisce il singolo individuo, che tenta di sfuggire alle problematiche che il lutto (in questo caso collettivo, dell’azienda) comporta. È ciò che fa il responsabile delle risorse umane di un importante panificio di Gerusalemme, quando riceve la minaccia di un imminente articolo giornalistico diffamante: un quotidiano locale intende accusare la ditta di scarsa umanità verso il personale, perché nessuno si è accorto della prolungata assenza di un’addetta alle pulizie rumena, morta in uno dei tanti attentati terroristici kamikaze. Per evitare lo scandalo, l’uomo tenta di risolvere il problema velocemente, scrivendo una lettera di scuse per la “disattenzione”, della quale però il panificio non si prende la responsabilità. Convinto di aver liquidato la questione, scopre che l’azienda dichiara di assumersi le sue responsabilità facendo ricadere la colpa su di lui. Capro espiatorio, non privo di colpe (perché nessuno lo è), l’uomo tenta inutilmente di sottrarsi al compito di restituire la salma della donna alla famiglia e pagare i funerali a nome della ditta.
Si profila, così, un viaggio che si rivela un ritorno alle origini, ad un’ epoca pre-storica, dove il pane si fa in casa e la morte è accolta nella vita collettiva con l’adeguata sacralità, dove il rito ha ancora un senso per una popolazione arcaica incontaminata dalla globalizzazione e della produzione in serie. È nel confronto con l’alterità (la Romania con le sue città fatiscenti, i suoi villaggi arcaici e i relativi abitanti) che il protagonista sonda la propria identità come padre e uomo-medio, perfetto rappresentante di quello che sembra essere il più florido presente storico e economico. Emerge lo scollamento dell’epoca attuale dal suo passato e dal suo futuro. La situazione privata del responsabile delle risorse umane corrisponde a quella lavorativa. Il rapporto con i suoi figli è emblematico dell’incapacità di comunicare con il futuro, perché non si ha consapevolezza del passato e dei suoi morti (della cui responsabilità nessuno vuol sapere nulla). La morte è accettabile nella serializzazione, che però comporta anche la serializzazione della vita (la catena di montaggio del pane, corpo di Cristo, in una terra dov’è nato e ripudiato) trasformando definitivamente l’uomo (vivo o morto che sia) in merce. Vita e morte si identificano in un unico processo seriale, che mercifica l’intera esistenza (di contro si veda il custode dell’obitorio, e la sua affezione morbosa per i cadaveri senza identità che “gli mancano” quando vengono riconosciuti e riportati ai famigliari). La vita/morte come merce indifferenziata è l’amara verità che si tenta di seppellire nell’inconscio collettivo, e che si impone al responsabile delle risorse umane, il quale si rende conto di non poterle sfuggire. Sfuggire le responsabilità del passato comporta il tradimento delle promesse fatte per il futuro (il protagonista non rispetta mai le promesse che fa ai suoi figli). In questo presente-assente sono proprio i figli a implorare i genitori di affrontare il passato (i suoi defunti) e le responsabilità che questo comporta.
Il protagonista parte con l’intenzione di liberarsi subito dell’incomodo (come chiarisce: “Il problema è che sono responsabile di un corpo di cui non riesco a sbarazzarmi”) incappando in una serie di ostacoli che di tappa in tappa lo costringono a prendere coscienza dell’importanza di questa (e di ogni) morte, senza la quale (coscienza) non è possibile comunicare con i figli (e con il futuro). Il figlio quattordicenne della rumena vive tra ruderi di periferia, abbandonato a se stesso, e pretende il ricongiungimento con il passato: il corpo deve essere restituito alla nonna che vive a mille chilometri di distanza. Il viaggio muove dalla città contemporanea, passando per le decadenti metropoli rumene, sino ad arrivare in un luogo che si ostina a vivere in un’epoca passata, i cui punti di riferimento sembrano segnare la via che il presente ha bisogno di riscoprire per ricongiungersi con i suoi figli. Il protagonista decide dunque di ricondurre il corpo alla nonna (anello di congiunzione tra oriente e occidente, madonna/madre atavica e ripudiata dalla stessa figlia, morta per essere fuggita in un mondo nel quale non avrebbe potuto integrarsi) che però percepisce l’inutilità di un gesto – la restituzione del cadavere – come inautentico (quando chiede se la figlia era felice, si scopre che nessuno ha indagato in tal senso, che qualcuno a cui non interessava della vita di questa donna è stato costretto a interessarsi della sua morte per esigenze aziendali). Dramma splendidamente raccontato con poetici toni di spensieratezza (ben sottolineati da una bella colonna sonora e da una messa in scena semplice esaltata da una fotografia nitida, ma non patinata) da un regista che suggerisce la necessità di farsi carico delle responsabilità individuali rispetto all’intera umanità che il mercato ha etichettato sotto il nome commercialmente accettabile di “risorse umane”.
Giovanna D’Ignazio, da “close-up.it”

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