Benvenuti al sud

Terroni & polentoni senza retorica
di Valerio Caprara Il Mattino

Buttarla troppo in politica potrebbe danneggiare «Benvenuti al Sud». Un film di Luca Miniero che, in qualità di remake del campione d’incassi francese «Giù al Nord», ambisce a essere soprattutto una farsa in punta di fioretto. Certo il gioco di sceneggiatura – ordito dallo stesso Miniero insieme a Massimo Gaudioso – prevede uno smascheramento degli eterni pregiudizi che animano lo sport nazionale d’insulti contrapposti, l’eterna e incanaglita zuffa tra nordisti e sudisti, polentoni e terroni, leghisti e borbonici. Ma il metodo prescelto è, grazie a Dio, quello di un ping pong sarcastico, con i luoghi comuni che s’infrangono l’uno dentro l’altro e servono essenzialmente per inanellare una serie di gag più accurate dell’odierna media a ben più alto budget. Claudio Bisio è sicuramente in forma nel tratteggiare le paure del dirigente delle Poste Alberto, brianzolo trasferito per punizione in un ufficio di Castellabate che al primo impatto gli si rivela popolato da strani e infidi individui. Rievocando con una certa grazia lo spirito delle commedie – prima vituperate e poi beatificate – del neorealismo rosa anni Cinquanta, il film è assai gradevole e scorrevole per gran parte del percorso, confortato com’è dalle recitazioni degli attori chiamati a incarnare le gogoliane anime perse dell’incantevole paesino del Cilento. In prima linea agisce infatti il postino innamorato e mammone, un personaggio di giusti sottotoni e calibrate timidezze che dimostra la concentrazione di Alessandro Siani, uno che dal vivo è abituato a fare sprigionare scintille solo accentuando un’espressione o un gesto. Ma anche sperimentati incantatori di pubblico come Giacomo Rizzo, solisti fuori standard come Angela Finocchiaro e Nando Paone e caratteristi di solida stoffa come Riccardo Zinna e Nunzia Schiano contribuiscono a conferire al teatrino d’equivoci quel misto d’ingenuità e malizia con cui il regista deride i dettagli paradossali mirando al bersaglio grosso. Un merito non secondario dell’operazione è, insomma, quello di rivolgersi al grande pubblico senza cedere alle consuete scorciatoie sguaiate. Purtroppo «Benvenuti al Sud» sconta un affievolimento dal momento in cui la moglie razzista di Alberto cala nel microcosmo campano e verifica di persona come quei minacciosi indigeni siano in realtà esseri umani superdotati contagiosa umanità. Dicevamo, sia pure in senso lato, della politica: scivolando verso una conclusione zuccherosa, la commedia rischia di perdere la fragranza. Per fortuna i colpi migliori sono già andati a segno e l’allegra compagnia d’attori può inserirsi con piena dignità nell’ingombrante album di famiglia.
Da Il Mattino, 1 ottobre 2010

Paola Casella
Europa

C’è la realtà, e poi c’è la realtà fiabesca. In Benvenuti al sud, rifacimento di una commedia francese di enorme successo oltralpe (qui è stata intitolata Giù al nord), le notizie terrificanti dei giorni nostri, dal «sono porci questi romani» di Bossi alle botte agli immigrati, si trasformano nella favola di un dirigente delle poste italiane (che sponsorizzano un film già tracimante product placement) trasferito suo malgrado dalla Lombardia a un paesino in provincia di Salerno, per scoprire che i pregiudizi sui meridionali sono, appunto, tali. Il dirigente, interpretato da Claudio Bisio con tutta la sua bonomia padana, farà amicizia con un postino locale e tutta la comunità locale. Una fiaba lieve che scalda il cuore e fa venire voglia di trasferirsi in provincia. È ovvio, ogni critica sociale è edulcorata, e le battute stanno ben attente a non incorrere in una ritorsione politica, ma non si può volere molto di più da una commedia scanzonata che non ha alcuna pretesa autoriale né alcun vero intento sociologico.
Da Europa, 1 ottobre 2010

Stereotipi con classe e profumo di cartoon
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un giorno qualcuno rileggerà l’Italia del nuovo millennio attraverso il suo cinema e scoprirà di avere in mano una gran massa di informazioni purché sappia, come dire, decodificarle. Questo accadeva davvero, qui si allude a un fenomeno del quale c’è traccia in altri documenti, questa battuta va letta così, là si riconosce l’eco ingentilita o la caricatura di questo o quel conflitto. Come se certe realtà si potessero raccontare solo a distanza o filtrandole attraverso regole precise. A rischio di depotenziarle. Come succede trasformando personaggi reali in cartoons, che sono per definizione inalterabili, indistruttibili, impermeabili al dolore e alla morte. A differenza dei personaggi delle vere commedie di ogni epoca e paese.
Ecco, da Benvenuti al Sud si esce un po’ con questa sensazione: di aver visto un esilarante film d’animazione recitato da attori in carne e ossa. Un film dove tutto ciò che il suo soggetto richiede, i pregiudizi, gli stereotipi, l’ignoranza, la diffidenza reciproca che separa Nord e Sud, è trattato su un tono leggero e farsesco che rende tutto esatto, pertinente, pungente e a volte irresistibile, ma anche stranamente risolto e inoffensivo.
Non stiamo dicendo che mancano il dramma o la violenza, per carità, a quelli pensano le cronache tutti i giorni, chiunque è in grado di distinguere la realtà dal registro scelto per rappresentarla, anzi è proprio lo scarto di fantasia a rendere appetibili temi e figure usurati dalla loro drammaticità e dall’invadenza televisiva. Però al remake italiano del massimo successo francese di sempre (Bienvenue chez les Ch’tis, in Italia Giù al Nord) era lecito chiedere non tanto più cattiveria, ma un pizzico di amore in più per i suoi personaggi.
Che restano dall’inizio alla fine “tipi”, maschere, macchiette, amabili e stereotipati quanto i pregiudizi di cui sono farciti (e che finiscono bonariamente per confermare). Come si è sempre fatto nel ramo più “idilliaco” della nostra commedia, da Pane amore e fantasia a Bulli e pupe, che facevano di certa Italia popolare una specie di Arcadia. Ma con meno passione, qui, di quanta ce ne sarebbe voluta per fare del dirigente delle Poste milanese Claudio Bisio, di sua moglie Angela Finocchiaro, degli impiegati di Castellabate Alessandro Siani, Valentina Lodovini, Nando Paone, Giacomo Rizzo, veri personaggi e non semplici “veicoli”. È una sfumatura, il film funziona benissimo e avrà un successo strepitoso, ma è la sfumatura che separa la grandezza dal semplice divertimento. Nelle interviste Bisio cita “il gusto degli altri”, forse alludendo proprio al bel film di Agnès Jaoui. Ecco, lì oltre a ridere si soffriva e si gioiva con i personaggi. La differenza è tutta qui. Ma in Italia anche i sentimenti ormai fanno un po’ paura.
Da Il Messaggero, 1 ottobre 2010

Un leghista fra i ‘terùn’
di Alberto Crespi L’Unità

Cercate su Google le immagini di Castellabate, il paesino del Cilento dove è ambientato Benvenuti al Sud, e capirete perché il remake del film francese Giù al Nord era, checché ne dicano a Medusa e alla Cattleya, un’idea bizzarra. In Francia il Sud (la Costa Azzurra) è bello e ricco e il Nord (il Pas de Calais) è grigio e povero, e per trovare l’umanità degli «Ch’tis» – gli abitanti del Nord – occorreva tutto l’impegno del protagonista. In Italia, anche il più fesso dei leghisti sa (forse…) che il Cilento è più bello della Brianza, e quindi il terrore del nordista Claudio Bisio, di fronte al trasferimento fra i «terùn», suona credibile fino a un certo punto. Ma questo sono considerazioni a priori. Qui e oggi, secondo noi è utile che questo film esista, e che esca pochi giorni dopo le idiozie di Bossi sui romani porci. Bisio e la Finocchiaro sono strepitosi come sempre, il regista Luca Miniero (autore con Paolo Genovese del geniale Incantesimo napoletano, nel 2001) è un esperto in stereotipi. Lo sceneggiatore, Massimo Gaudioso, era nella squadra che portò al cinema Gomorra. Tutte garanzie.
Da L’Unità, 1 ottobre 2010

Nel momento in cui scrivo, il film in questione ha sostanzialmente sorpassato per tre volte il ben più blasonato “Inception” nel box-office italiano relativo al weekend scorso (si parla di 3 milioni a uno di incasso). E l’errore più grossolano sarebbe quello di considerare perciò “Benvenuti al Sud” alla stregua di un cinepanettone con l’uscita anticipata e la risposta di pubblico leggermente più ridimensionata. Ma sarebbe anche questo “ragionare per cliché”.
Quindi il film di Miniero, più che remake diciamo “rivisitazione” spaghettomandolino del francese “Giù al Nord” (postilla: curiosa la proposta di titolo italiano che congiunge sia l’originale francese “Bienvenus chez les Ch’tis” che quella tradotta), a conti fatti ce la mette in saccoccia pure a noi.
O meglio, a chi pensa che, siccome si tratta di una commedia italiana, e siccome si tratta di una commedia italiana costruita sui clichè, si finirà irrimediabilmente per finire risucchiati in un vortice di banalità, gag scontate, dialoghi annacquati e happy-end di infima lega.
D’altronde, i più (brrr) “autoriali” Veronesi e Brizzi da questo punto di vista ci hanno abituato abbastanza male, direi.
E invece si esce dal cinema col sorriso sulle labbra di chi non è andato sicuramente alla pretesa nè alla ricerca del capolavoro e s’è trovato sullo schermo una commedia intelligente, ben costruita, pronta ad accelerare sul grottesco quando serve per far risaltare al meglio l’effetto comico (le scene si sprecano: la gag della carrozzina, i preparativi pre-partenza di Bisio, la superba ed esilarante carrellata nel “ricostruito” quartiere di Castellabbate dove si inscena una cinematografica rappresentazione dei luoghi comuni del Sud Italia), disposta a scivolare (ma il minimo possibile) sul retorico per accontentare chi da questo tipo di film vuole l’esaltazione dei buoni sentimenti, per poi invece innalzarsi dalla media dei prodotti/paccottiglia nostrani con una sceneggiatura briosa, asciutta e piena di battute se non memorabili quanto meno simpatiche (“Sud Italia? Ma tipo Bologna?”, “Andiamo in un posto bellissimo, Chateaux de la Baix”, “E adesso cos’ha detto sto tipo? Eh, dottò, questa non l’ho capita nemmeno io”). Roba che, anestetizzati da anni e anni ricorrenti di gag scatologiche e doppi sensi penosi, ci risulta persino inaspettata.
L’andamento della storia riprende sostanzialmente quella del già citato originale transalpino, inclusi gli spaesamenti linguistico/dialettali (resi qui dal personaggio di Salvatore Misticone), la caratterizzazione “a macchietta” degli autoctoni coi quali il protagonista si scontra e poi incontra (e nei quali ritroviamo quel Giacomo Rizzo che anni fa Sorrentino aveva salvato dall’oblio delle commedie sexy facendolo diventare infimo -e perfetto- strozzino), l’abile gioco di riappropriazione dei clichè ad uso comico, equilibrando e smorzando i toni (per ogni campano che urla, gioca a calcio e beve caffè c’è un lombardo che fa le ronde, non dice parolacce e si mette il corsetto antiproiettile).
Il finale poi, complice anche le buone interpretazioni di Bisio e -soprattutto- dei comprimari, non stucca e, più che di un intento didattico, si fa portatore di una morale antiretorica e antimoralista.
Proprio come per il film: basta poco, che ci vuole.
Rocco Castagnoli, da “ondacinema.it”

Era nel 2008 che abbiamo avuto modo di vedere Kad Merad nei panni del responsabile dell’ufficio postale di Salon-de-Provence Philippe Abrams, il quale, nel tentativo di ottenere un trasferimento in una città sulla costa al fine di andare anche incontro alle esigenze della moglie in preda alla depressione, si fingeva disabile per poi essere scoperto e ritrovarsi, paradossalmente, trasferito nel Nord della Francia, tra abitanti per lo più rozzi agricoltori, ubriaconi e caratterizzati da un dialetto incomprensibile.
Era nel divertente Bienvenue chez les ch’tis, distribuito nel nostro paese con il titolo Giù al Nord e diretto ed interpretato dallo stesso Dany Boon che ora ritroviamo in una breve apparizione in questo remake nostrano, del quale è anche produttore esecutivo.
Con Claudio Bisio al posto di Merad, assistiamo quindi al trasferimento di Alberto, responsabile dell’ufficio postale di una cittadina della Brianza, in un paesino della Campania, da lui ritenuta terra della camorra, dei rifiuti per le strade e dei “terroni” scansafatiche, ma che, con gran sorpresa, finisce per rivelarsi un luogo affascinante e caratterizzato da una popolazione ospitale.
Incantesimo napoletano
E, mentre Angela Finocchiaro veste i panni di Silvia, moglie di Alberto rimasta al Nord, è un ottimo Alessandro Siani a prendere il posto di Boon nella parte di Mattia, simpatico collega supportato anche dall’uomo per riconquistare la bella Maria alias Valentina Lodovini.
Ma provvedono i veterani Giacomo”L’amico di famiglia”Rizzo e Nando”Bomber”Paone a completare il cast di bravi attori di questo rifacimento che, recuperando dall’originale le esilaranti incomprensioni verbali dovute alle differenze di dialettica, ne trasforma il contrasto Sud-Nord in un rapporto Nord-Sud inserito nell’ottica dell’incontro-abbraccio-riconciliazione.
Quindi, con Mattia che, anziché essere un suonatore di campane come il personaggio della pellicola francese, si presenta quale esperto di fuochi d’artificio, abbiamo confronti tra mozzarella e gorgonzola e Alberto che scende nella località campana, in maniera decisamente grottesca, indossando un giubbotto antiproiettile e pensando di spalmarsi addosso per precauzione una crema solare protezione 50.
Per il resto, lo script, che porta qui la firma del Massimo Gaudioso di Gomorra (2008), rimane piuttosto fedele a quello del lungometraggio da cui prende le mosse, regalando non poche occasioni per ridere e permettendo al regista Luca Miniero, già apprezzato per Incantesimo napoletano (2002) e Nessun messaggio in segreteria (2005), diretti insieme a Paolo Genovese, di costruire i 102 minuti di visione con grande padronanza della macchina da presa e notevole senso del ritmo narrativo.
Senza mai scadere nei cliché tipicamente tirati in ballo quando si fa ironia sui napoletani, fino all’epilogo sulle note di O’ sole mio, la quale conferisce un certo lirismo ad una rilettura che risulta anche più frizzante e riuscita del già apprezzabile film di Boon.
Lontano dall’abituale collega Paolo Genovese, insieme al quale ha firmato, tra gli altri, Incantesimo napoletano (2002), Nessun messaggio in segreteria (2005) e Questa notte è ancora nostra (2008), Luca Miniero si occupa del remake della pellicola francese Giù al nord (2008) ribaltandone il concetto originale. Infatti, mentre lì avevamo un protagonista trasferito per lavoro dal Sud al Nord della Francia, qui Claudio Bisio veste i panni di un responsabile dell’ufficio postale di una cittadina della Brianza spostato in un paese della Campania. Con la risultante di una commedia divertente, ottimamente recitata e scandita da un notevole ritmo narrativo, tanto da non far rimpiangere affatto il capostipite, al cui confronto, al contrario, appare addirittura leggermente più riuscita.
VOTOGLOBALE7
Francesco Lomuscio, da “everyeye.it”

Alberto è il direttore dell’ufficio postale di Usmate, in Brianza, questo però non gli basta perché da qualche tempo, causa le continue pressioni di sua moglie Silvia, desidera poter essere trasferito a Milano. Per poter coronare questo sogno Alberto è disposto a tutto, anche fingersi disabile.
Una volta scoperto l’unico modo per riparare è accettare, per due anni, il trasferimento al sud a Castellabate, in provincia di Salerno. Un luogo che per Alberto è da sempre avvolto da numerosi luoghi comuni.

Il remake del francese “Bienvenue chez le Ch’tis” ha alla fine colpito nel segno e la coppia di comici Claudio Bisio e Alessandro Siani, impreziosita dalla presenza di spalle di grande valore, fra tutti spiccano Angela Finocchiaro nel ruolo di Silvia e Giacomo Rizzo in quello dell’impiegato di posta Costabile Grande, è riuscita a far vacillare qualche stereotipo che da sempre avvolge le convinzioni per mezzo delle quali Sud e Nord si guardano in cagnesco.
Luca Miniero, aiutato dalla pellicola originale di Danny Boon, altri non fa che riadattare per filo e per segno l’originale sbanca botteghini d’oltralpe per poterlo rendere fruibile dal nostro pubblico, riempiendolo di numerosi stereotipi che contraddistinguono i milanesi, nelle idea che di loro hanno gli abitanti del sud, e viceversa.
Strappando ben più di un semplice sorriso. Contando sull’appeal e le capacità istrioniche di Alessandro Siani e Claudio Bisio. Il prodotto finale è una commedia leggera, dal finale buonista che ha saputo mettere d’accordo tutti al punto che Usmate e Castellabate hanno pensato bene di gemellarsi. I dati del botteghino hanno poi risposto talmente bene e inaspettatamente che la pellicola ha già partorito un sequel, Medusa e Cattleya hanno difatti già in cantiere un “Benvenuti al Nord” con il cast confermato in blocco.
Ciro Andreotti, da “cinemalia.it”

Ricordando certo cinema di Totò e Edoardo De Filippo, Miniero, per la prima volta regista unico – dopo aver a lungo lavorato in coppia con Genovese – guarda a un film caricaturale, come è nelle sue corde, e cerca di trasferire dal cinema d’oltralpe quel senso giocoso, politicamente scorretto, costruendo così una commedia garbata, corale, in cui la questione meridionale non diventa pretesto politico intorno al quale costruire il film ma il terreno di scambio, di incontro delle differenze politiche, sociali e culturali

benvenuti al sudBenvenuti nel sud della speranza, della raccolta differenziata, dei luoghi comuni, un sud in cui l’umanità e il calore della gente mettono in ombra qualunque pregiudizio sulla criminalità e sulle realtà stereotipate del meridione. Dopo il successo d’oltralpe di Giù al nord (Bienvenue chez le Ch’tis) del 2007, che in Italia a dir la verità non riscosse il medesimo interesse (complice anche un doppiaggio assolutamente inadeguato) si è pensato a un remake italiano in cui il tema del conflitto nord-sud, imperante in questo paese, non fosse facile pretesto per mettere in scena un film ideologico. Il nordista francese, in Italia diventa “terrone”, e la fobia per il glaciale nord, dove impera il gergo provinciale ch’tis, qua diventa il torrido sud.
Così si costruisce l’asse Milano – Napoli, in cui i due protagonisti Alberto (Claudio Bisio) e Mattia (Alessandro Siani) interagiscono attraverso le proprie realtà. Dalla Brianza il direttore dell’ufficio postale Alberto arriva, carico di pregiudizi, con il giubbotto antiproiettili e una crema solare ad alta protezione. Ad accoglierlo invece si trova Castellabate, la zona del Cilento, una realtà calda e rassicurante in cui ognuno sembra onesto, senza legami con la malavita. Accanto a Mattia, il postino, con cui diventerà amico, si muovono i caratteri comici della moglie di Alberto, Silvia (Angela Finocchiaro) più ossessionata del marito dalla fobia di venire assaliti ed uccisi dalla criminalità locale, e la bella Maria (Valentina Lodovini), ragazza del postino, con cui ritornerà insieme grazie all’aiuto di Alberto.
Della sceneggiatura, scritta da Massimo Gaudioso, famoso per il sodalizio con Matteo Garrone, si è scelta intenzionalmente l’idea di lasciarla per lo più invariata rispetto alla struttura originale del film francese di Danny Boon. Ricordando certo cinema di Totò e Edoardo De Filippo, Miniero, per la prima volta regista unico – dopo aver a lungo lavorato in coppia con Genovese – guarda ad un film caricaturale, come è nelle sue corde, e cerca di trasferire dal cinema d’oltralpe (che peraltro ha già comprato il film distribuito dalla Pathé) quel senso giocoso, politicamente scorretto, costruendo così una commedia garbata, corale, in cui la questione meridionale non diventa pretesto politico intorno al quale costruire il film ma il terreno di scambio, di incontro delle differenze politiche, sociali e culturali, raccontate in modo bonario, sentimentale e a tratti farsesco, in cui però è l’intera struttura filmica a risultare comica, più che le singole battute.
Martina Bonichi, da “sentieriselvaggi.it”

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