Affetti e dispetti (La nana)

Raquel lavora come tata e domestica nella casa di una famiglia benestante. Ci lavora da oltre vent’anni; festeggia con loro il natale e i suoi compleanni. La madre la sente solo al telefono, perché non fa mai ritorno a casa: ormai la sua famiglia è quella con cui vive da tempo. O così è convinta. Finché i padroni non decidono di affiancarle una nuova ragazza…
Dopo Tony Manero, grande vincitore del Torino Film Festival due anni fa, arriva sempre dal festival piemontese un film cileno di notevole fattura che riesce a descriverci un personaggio principale in modo davvero convincente. In Affetti e dispetti lo spettatore si trova a dover odiare e amare in modo alternato Raquel, tutta indaffarata nella sua routine quotidiana, tra le faccende di casa e il lavoro con i bambini: i pavimenti da pulire, i pranzi da preparare, i farmaci che prende per il mal di testa…
La donna è sempre più stanca, e i padroncini lo notano: così decidono di affiancarle una nuova ragazza che l’aiuti nelle faccende domestiche. Ma Raquel vede l’arrivo di giovani aiutanti come una vera e propria minaccia, e tenta così il tutto e per tutto per metterle in cattiva luce e far sì che se ne vadano. Una situazione del genere già la dice lunga sulle capacità di Sebastián Silva di poterci parlare di una figura umanissima con ironia tagliente.
Un’ironia tagliente e nera che si sviluppa in tutta la prima parte della pellicola, che riesce addirittura ad essere cattiva e abbastanza tesa, coinvolgente proprio perché ci viene descritta una vita a tratti allucinante e dolorosa dove man mano spunta fuori il vero cuore delle tematiche della pellicola: la tematica del lavoro vissuto come alienazione. Ancora una volta infatti, come succedeva – anche se in termini diversi – in Tony Manero, il discorso politico e sociale non è da tenere in poco conto: Raquel, dopotutto, è il prodotto del suo alienante lavoro e della mancanza di sincera umanità nelle persone con cui ha vissuto per vent’anni.
Lo snodo narrativo giunge con Lucia, l’ennesima ragazza che viene affiancata a Raquel. Il film si fa più umano, si racchiude caldamente attorno alla protagonista e ai suoi problemi, alle sue ansie, al suo pensiero per una vita che non prevede null’altro se non il proprio lavoro. Il suo atteggiamento cambia e anche il film dimostra un’anima inedita ma necessaria, descrivendo la mancanza di affetto di una donna che vive con una famiglia come se fosse una delle sue componenti, ma che in realtà non potrà mai essere parte integrante del nucleo familiare.
A sorpresa Affetti e dispetti è stato nominato ai Golden Globe, ha anche vinto come miglior film straniero al Sundance e si è portato a casa altri premi. La grandissima protagonista Catalina Saavedra ha vinto a Torino e in altri festival in giro per il mondo: tutto meritato. Il titolo italiano appiattisce sensi e significati di un’opera che può colpire tutto il pubblico, sia quello cinefilo sia quello che al cinema ci va sporadicamente. Ma forse ce l’avrebbe fatta da solo, senza una mossa di marketing discutibile…
da “cineblog.it”

Psicopatologia della tata
Sotteso a uno squilibrio psicologico dei personaggi costante e all’urgenza prepotente di una crisi furibonda degli eventi, il film di Silva, alla sua seconda opera, riesce a evitare gli impianti narrativi banali dei drammoni che costipano lo stile e l’originalità.
Psicopatologia della tata
Le abitudini quotidiane a volte imprigionano la mente e oscurano il più lucido e geometrico raziocinio. Diventano pericolose gabbie e claustrofobiche trappole che delineano percorsi tortuosi e dolorosi. Il regista e sceneggiatore cileno Sebastián Silva prende spunto da questa problematica sofisticata, ma non artificiosa, e segue una strada poco battuta con Affetti e dispetti, pellicola dai ritmi hanekiani e dalle atmosfere claustrofobiche di certi thriller domestici spesi negli affanni cronici della tensione affilata.
La storia di Affetti e dispetti ruota tutta intorno alla protagonista Raquel, tata, appunto, di una ricca famiglia altoborghese. La donna è al servizio dei Valdes da più di vent’anni, durante i quali ha svezzato i bambini e cresciuto i ragazzi, dedicandosi corpo e anima alla faccende domestiche. Si sente parte della famiglia e prova a convincersene cercando di partecipare ad alcuni momenti della loro vita attraverso piccoli gesti. In realtà però si sente sola proprio mentre è in loro compagnia perché non è legata alla sua famiglia e non ha nessun altro contatto umano oltre quello. A quarant’anni compiuti il metabolismo della sua maniacale riverenza e della sua religiosa devozione s’inceppa in uno stress psicologico e una stanchezza fisica dalle quali non riesce più a risollevarsi. La signora Valdes decide allora di affiancarle qualcuno che le dia una mano in casa, ma una gelosia ossessiva e paranoica la porta a compiere dispetti diabolici contro le “rivali”, impaurita dalla terribile possibilità che qualcuno possa prendere il suo posto nella “sua” casa. La sua paura fa paura! Lo sguardo inquieto e inquietante di Raquel diventa la molla di un pericoloso processo di auto-demolizione nel quale sembra essere risucchiata vertiginosamente. A fare presa sullo spettatore anche la superba interpretazione dell’attrice Catalina Saavedra, che ricorda per l’espressione turbata e misteriosa Judith Anderson, che rese memorabile il personaggio dell’atroce signora Danvers in Rebecca, la prima moglie. Non è un caso che, come Hitchcock, anche Silva abbia cercato di riscattare l’emblematica figura di una donna che riflette nel proprio comportamento uno sconvolgimento intimo, profondo come gli inferi cui rimandano due occhi scuri persi nel vuoto.
Sotteso a uno squilibrio psicologico dei personaggi costante e all’urgenza prepotente di una crisi furibonda degli eventi, il film di Silva, alla sua seconda opera, riesce a evitare gli impianti narrativi banali dei drammoni che costipano lo stile e l’originalità. Il regista utilizza le inquadrature come bisturi nella realtà e nelle sue mani la macchina da presa sembra un imprudente spioncino che indaga e perquisisce i moti del tormento. La sua scelta, metodicamente estetizzante e profondamente accurata, catalizza lo sguardo in una direzione precisa, che s’inanella lungo la traiettoria di un’angoscia che magistralmente si riflette con la stessa alcolica intensità per tutta la durata del film: Affetti e dispetti è un thriller drammatico che sfugge alle categorie e colpisce gli spettatori soffocandoli con un pathos immenso.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

Raquel è l’introversa e bizzosa domestica dei Valdés, una famiglia benestante che da vent’anni occupa tutti i suoi pensieri fino all’emicrania. E sono proprio le sue dolorose e frequenti cefalee a preoccupare la padrona di casa, che ritiene opportuno affiancarle una seconda cameriera. Convinta che il provvedimento della signora Valdés possa minacciare il suo ruolo e il suo regno domestico-affettivo, Raquel si accanisce sulle ignare aspiranti, intralciandone il lavoro e chiudendole letteralmente fuori dalla porta e dalla vita dei “suoi cari”. Ricoverata in ospedale dopo un collasso fisico ed emotivo, viene provvisoriamente rimpiazzata da Lucy, una giovane donna esuberante che non tarderà a farsi amare dai Valdés. L’offensiva della domestica storica non risparmierà nemmeno la nuova arrivata, che metterà in atto però un inedito quanto efficace contrattacco. Approvata e infine accreditata, Lucy vincerà il cuore di Raquel, rivelandone la dolcezza e muovendola alla vita.
Opera seconda e “a colori” di Sebastián Silva, Affetti & dispetti è una commedia domestica centrata sulla famiglia, valore centrale e formidabile collante sociale per i popoli latini, e colma di emozioni finemente descritte. Dopo il debutto in bianco e nero (La Vida me Mata), il regista cileno racconta il suo paese e la sua giovane democrazia attraverso i vincoli affettivi e di classe dei protagonisti. La dinamica, almeno quella di partenza, è quella classica padrona-serva: Pilar Valdés è la madre borghese e colta di quattro figli che coniuga lavoro e famiglia dentro la sua lussuosa villa, Raquel è la sua domestica da due decenni, ne ha cresciuto i figli e con il suo proletario senso pratico fa fronte alle faccende casalinghe. La prima parte del film documenta allora le tappe di questa relazione e il vincolo di necessità ma pure di affetto sincero che tanti anni di convivenza hanno instaurato tra le due donne. Inibita e chiusa al mondo e alle persone, la Raquel ordinaria e straordinaria di Catalina Saavedra (premiata al Sundance e blasonata al Torino Film Festival) è sullo schermo una presenza misurata ma non meno capace di suscitare sfumature di intenso sentimento. Caduta in uno stato di profonda depressione, cui cerca di far fronte nel modo a lei più congeniale, riordinando la cucina, rigovernando le stanze da letto e disinfettando i servizi, “la nana” recupererà la condizione fisica e il valore dei rapporti umani nella seconda metà del film e nel confronto con la nuova domestica.
Sarà lei a vedere chiaramente oltre l’intrattabilità, lei a interrogare la rassegnazione di una vita tribolata, lei, ancora, ad invitare la collega e l’amica ad amare di nuovo, a conoscere altri suoni, altri odori, altri corpi, altri amici, altre famiglie. Affetti & dispetti è una commedia di costume che ha i suoi momenti più interessanti negli spazi chiusi ma che si risolve e risolve la protagonista scorrendo all’esterno, dove la vita di Raquel riprende letteralmente a correre.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Ecco il gioco sottile dei rapporti umani
di Roberto Nepoti La Repubblica

Il titolo con cui esce in Italia (quello originale, “La nana”, sta per “cameriera”, “colf”) può portare fuori strada, facendo prendere il secondo film del cileno Sebastián Silva per una commedia. Se pure tocchi sparsi di commedia vi si ritrovano, si tratta piuttosto di un dramma psicologico, di uno studio di carattere non collocabile entro precisi confini. Affetti & dispetti non è neppure un thriller, come qualcuno potrebbe immaginare ricordando vecchie storie di governanti pazze o di domestiche indemoniate. Diciamo, per capirci meglio, che siamo di fronte a un film “indie” da manuale, una pellicola indipendente a cominciare dai canoni di genere: il che l’ ha fatta amare dal pubblico del Sundance Film Festival 2009 (dove è stato premiato come miglior film straniero) e da quello del festival di Torino. Raquel lavora come domestica da oltre vent’ anni presso i Valdes, numerosa e agiata famiglia di Santiago del Cile. I “padroni” rappresentano il suo solo interesse, l’ unica ragione di vita di una donna che sembra non avere passato né altro legame sulla terra; il modo in cui si occupa di loro rasenta il maniacale. Mentre seguiamo i diversi tipi di relazione tra lei e la famiglia, ci rendiamo gradualmente conto dell’ ambiguità dei rapporti che s’ intrecciano tra le mura domestiche: i Valdes festeggiano il compleanno della dipendente, ma ne mortificano la dignità; eppure, in un certo senso, l’ irascibile Raquel sembra la vera padrona della casa, mentre la signora Pilar mostra nei suoi confronti una pazienza esagerata. La crisi latente nella situazione si scatena allorché i datori di lavoro di Raquel assumono una seconda cameriera, col compito di aiutare la prima: lei non sopporta l’ invasione di territorio e riesce a mettere in fuga l’ intrusa. La minaccia, però, è reiterata dall’ arrivo di un’ altra aiutante, Lucy, che sembra piacere a tutta la famiglia. Studio psicologico acuto sul sottile crinale tra normalità e patologia, avveduto nel rifiutarsi di offrire soluzioni preconfezionate o di buttarla nella metafora della lotta di classe (tipo “Le serve” di Jean Genet), il film è realizzato con telecamera ad alta definizione. Silva dimostra di saperci fare, movimentando le inquadrature in sintonia con l’ agitarsi dei personaggi e dando alle immagini un andamento che, spesso, suggerisce la vena di nevrosi della storia; fino a instaurare una tensione crescente capace di tenere in ostaggio lo spettatore e di trasmettergli una sorta di malessere. Laureata come migliore attrice sia a Torino sia al Sundance, una bravissima attrice di nome Catalina Saavedra disegna un personaggio enigmatico, potenzialmente sinistro e pieno di lati oscuri con ammirevole maestria. È lei, in realtà, a caricarsi l’ intero film sulle spalle. Senza un’ attrice così, il sottile gioco che lo traversa da cima a fondo – e che consiste nello spiazzarci di continuo rispetto alle nostre abitudini e previsioni di spettatori – non potrebbe funzionare.
Da La Repubblica, 26 giugno 2010

L’insostenibile leggere dell’essere (una colf)
di Annalisa Bertè Liberal

Novantacinque minuti, passati in una casa tra stracci, aspirapolvere e urla di bambini capricciosi, che tengono incollati alla poltrona del cinema. Una vicenda pesante descritta con estrema leggerezza, un’ambientazione domestica noiosa per una trama avvincente e dai risvolti psicologici imprevedibili. La storia di una donna che non lavora per vivere ma vive per il lavoro.
Se pensate che non ci sia niente di meno curioso e interessante della vita di una colf, non avete ancora visto Affetti & Dispetti dal 25 giugno nelle sale italiane, opera seconda, ma la prima a colori, del trentenne Sebàstian Silva. Il film del cileno è stato meritatamente pluripremiato: miglior film straniero e miglior attrice protagonista al Sundace Film Festival 2009, miglior attrice protagonista al Torino Film Festival 2009, per fare solo qualche esempio. Catalina Saavreda, interpretando il ruolo principale, ci offre una recitazione sublime che ci porta a leggere i pensieri di una donna, che a tratti manifesta addirittura disturbi mentali, semplicemente dal volto, anche quando per lunghi momenti i dialoghi non sono presenti. Quasi tutto il film si svolge dentro l’abitazione o al massimo nel cortile dei Valdes che è in realtà la casa dei genitori del regista in vacanza durante le riprese. Questa curiosità, apparentemente insignificante, fa sì che Silva si muova con la macchina da presa con estrema disinvoltura (è proprio il caso di dire come uno di casa!) in un territorio per lui così familiare e dove i particolari domestici sono curati nel dettaglio. Per rendere ancora più casalingo l’ambiente, il regista ha ben pensato di far recitare il fratello minore Augustin. Pentole, aspirapolvere e schermaglie tra mocciosi rappresentano l’unica sgradevole sinfonia della pellicola, in cui la colonna sonora è completamente assente, accentuandone così il vivo realismo. Il genere in cui si voglia muovere Silva non si riesce comunque a decifrare: si oscilla dal drammatico al thriller noir, con la protagonista che sembra sempre sull’orlo di commettere una follia estrema; dalla commedia di costume al film di denuncia nei confronti del classismo ipocrita dell’alta società cilena. Questo melange di generi incompiuti artisticamente riuscito, è rovinato dalla scelta del titolo italiano (non è una novità di questi tempi), che non rende assolutamente l’idea come l’originale La nana, traducibile con “la cameriera” o “la tata”. Del resto mantenere l’originale poteva trarre in inganno il pubblico italiano, facendo pensare alla storia di un’artista circense, ma è fuor di dubbio che si poteva trovare un titolo migliore e facilmente memorizzabile.
Ci troviamo fin dall’inizio del film nella casa di una benestante famiglia della borghesia cilena solo apparentemente progressista e il regista con maestria ci fa vivere le vicende attraverso gli occhi della domestica Raquel. Una quarantenne sfatta, musona e scorbutica che si dedica al lavoro con dedizione maniacale e che si sente parte della famiglia per cui lavora ma, come ci si accorge già dalle prime scene, non è così. Il film si apre con i brevissimi festeggiamenti per il compleanno di Raquel quasi forzati da parte degli abitanti della casa, neanche il tempo di finire la torta e scartare i regali che subito la si ritrova nel suo regno, la cucina, alle prese con le stoviglie. Nonostante i ragazzi che ha cresciuto e accudito in più di vent’anni di servizio non perdano occasione di ricordarle che in fondo lei nient’altro è che una serva, la donna si ostina a chiudersi in quell’ambiente familiare che non le appartiene, a non riuscire a dedicarsi ad altro neanche nel giorno libero. Del resto si percepisce in maniera indiretta dalle eloquenti espressioni cupe della donna e dalle molte domande senza risposta rivoltele sull’argomento, che i rapporti con la famiglia di origine sono pressoché inesistenti, freddi e non idilliaci. Quando Raquel incomincia ad accusare la stanchezza ed avere delle forti emicranie che la portano allo svenimento, la signora Valdes decide di assumere una ragazza che l’affianchi nelle faccende domestiche. A questo punto la donna sente minacciato il suo habitat e messo in discussione il suo ruolo che vuole mantenere esclusivo a qualsiasi costo. Così con dispetti e crudeltà di una cattiveria inaudita fa scappare le malcapitate, anche quelle brave e meticolose nel lavoro come lei. Terribilmente folle ed emblematico è il bisogno compulsivo di pulire con acidi asfissianti ovunque passino le candidate, come a voler evitare una possibile contaminazione del territorio. Finché arriva Lucy, una ragazza di campagna, che con la sua ironia e simpatia travolgente riesce a spiazzare e finalmente a far sorridere la scontrosissima tata. La giovane con la sua umanità contagiosa riesce a diventare una amica più che una collega per Raquel e a guarire la sua anima oltre che il suo corpo. Finalmente l’ossessione per il lavoro lascia spazio all’allegria e alla leggerezza. Raquel si accorge che esiste altro al di fuori della famiglia a cui si è sempre dedicata, la scoperta di affetti reali e non artefatti, e persino la gioia del sesso a quarant’anni.
Un film in cui la tragedia sembra sempre imminente e che tiene col fiato in sospeso fino all’ultimo. Un finale inaspettato e liberatorio. Un’interpretazione da oscar della divina Saavreda. Un solo rammarico: l’uscita a fine giugno di opere cinematografiche di così gran valore è un sacrilegio. Fa caldo e difficilmente si ha voglia di rinchiudersi dentro un cinema, ma quest’ottimo lavoro diretto con abilità inconsueta vale la pena di vederlo, anche a costo di rinunciare a una bella giornata di mare.
Da Liberal, 1 luglio 2010

Diario di una cameriera diversa da tutte le altre
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Una volta si diceva “la serva”. Poi la parola diventò troppo cruda e si passò a governante, cameriera, domestica, donna di servizio, fino al burocratico colf (anche se ormai a Roma tutti dicono con larvato razzismo “la filippina”). Ma il termine migliore per indicare la protagonista di questo impeccabile La nana (che in Cile sta per “tata”) è proprio domestica: formale, rispettoso, corretto, eppure distante.
Una specie di membro esterno della famiglia che per farne parte svolge i lavori più umili. Una figura domestica, appunto, cioè appartenente alla casa, che baratta tempo e forza lavoro con una parvenza di calore famigliare. Fino a scambiare, come la Raquel di Affetti & Dispetti (il titolo italiano più brutto e traditore dell’anno, ma anche il manifesto non scherza), la familiarità concessa dai suoi padroni con una famiglia vera.
È una dinamica ambigua che in Italia conosciamo bene perché tipica dei paesi cattolici. Finché funziona fa da ammortizzatore sociale. Se degenera produce, oltre che ingiustizia, nevrosi e infelicità a catena (come dire, dalla lotta di classe al conflitto interiore). Premiato in mezzo mondo, dal Sundance a Torino, il bel film del cileno Sebastian Silva scava in una di questa nevrosi con finezza e ironia sorrette da una qualità invidiabile di scrittura e interpretazione, ovvero da personaggi così ben disegnati che ci sembra di conoscerli da sempre e insieme di non averli mai visti (e capiti) meglio.
A servizio da più di vent’anni dai benestanti Valdés, l’ombrosa Raquel è meno di una parente e più di una governante, ma soprattutto è una persona sola e spaventata. Duque disposta a tutto per mantenere il potere. Potere sui ragazzi, che sente un po’ suoi (tranne la detestata primogenita, troppo grande e forse troppo carina). Potere sugli orari, le consuetudini, le mansioni. Potere su quella bella villa con piscina, di cui conosce ogni minimo anfratto (dettaglio decisivo: è la casa in cui è cresciuto il regista, che dedica il film a due sue “nane”).
A farne le spese sono soprattutto le aiutanti che la padrona di casa si ostina ad assumere per darle una mano. Senza immaginare che è lei, Raquel, a far loro la guerra. Salvo poi crollare svenuta per lo stress e la fatica. Fino a quando una di queste aiutanti più fantasiosa (e risolta) delle altre, adotta una stragegia nuova. Come un esperto di judo, non reagisce alle provocazioni di Raquel ma le schiva, facendo in modo che sia lei a sbatterci contro. Come uno psicoterapeuta, intuisce il suo disagio e anziché combatterla la accoglie, le offre comprensione, calore e un modello di vita alternativo. Impossibile dire di più senza rovinare il piacere della visione, ma La nana ha almeno un’altra qualità rara, specie oggi. Un ottimismo che non suona mai ingenuo o semplificatorio, ma è un esercizio di intelligenza e amore per i personaggi che scalda il cuore.
Da Il Messaggero, 25 giugno 2010

La tata, antieroina della famiglia
di Valerio Caprara Il Mattino

Ci vuole un bel coraggio a fare concorrenza ai weekend estivi e le dirette calcistiche con uno studio psicologico come ricamato dalla punta della cinepresa. È una considerazione che fa certo onore ai distributori di «Affetti & Dispetti», opera seconda del trentunenne cileno Sebastian Silva apprezzata e premiata in due festival «di tendenza» come l’americano Sundance e l’italiano Torino Film Festival. Il titolo nostrano, per la verità, è fuorviante e forse penalizzante perché rende nebuloso il sottotitolo che poi sarebbe quello originale: «La Nana» definisce infatti in spagnolo una governante o cameriera, cioé il mestiere della protagonista. Imboccando con marcato pauperismo la strada del ritratto intimistico, Silva riesplora il classico tema del cruciale rapporto tra servo e padrone già oggetto degli acuti e insinuanti affondi di Renoir, Bunuel, Genet e Losey e lo rielabora in una messinscena realizzata in digitale con una fotografia dai colori significativamente neutri, spenti. Veniamo così introdotti con somma discrezione nel piccolo mondo agiato e beneducato della famiglia Valdés a Santiago del Cile, dove la fedele Rachel è stata appena festeggiata per il suo quarantunesimo anniversario. Dato che di questi anni ben ventitré sono stati spesi a servizio notte-e-giorno della famiglia, è ovvio che l’antieroina rappresenti ormai una specie di appendice della stessa, premurosa ma non esente da simpatie o idiosincrasie, onnisciente ma pur sempre marchiata dal ruolo, promiscua ma di fatto condannata a rinchiudersi quando è opportuno nella sua cameretta-cella. L’ambiguità della situazione, con tutto ciò che sottintende d’impietoso o di classista, risalta nella super-incarnazione di Catalina Saavedra, «nana» depurata da ogni femminilità, squallida quanto basta, occhi pesti e divisa indossata come una tonaca, atteggiamento dimesso, amorfo eppure sorretto da una segreta quanto indomabile sofferenza. Quando si profilano inattese minacce al suo, per così dire, decoro professionale ci si aspetta da un momento all’altro la catastrofe, il guizzo eclatante o la svolta provocatoria, ma la scelta del film è quella di mantenere una tonalità leggera, divagante, incuriosita. Col risultato di proporre uno svolgimento molto sui generis, sempre in bilico tra la noia e l’interesse, a tratti tentato dalla crudeltà a tratti dall’ironia, deciso nella caratterizzazione psicologica eppure morbido nel tirare le conclusioni. Insomma si tratta di un film lodevole per quanto riguarda l’economia dei mezzi e il controllo drammaturgico, ma abbastanza superfluo per quello che riguarda sia l’ipotetico messaggio sulle inalienabili differenze che (anche in regime democratico e progressista) hanno diviso, dividono e divideranno borghesi e sottoposti, ricchi e poveri, servi e padroni, sia – che diamine – il diritto all’emozione e al coinvolgimento richiesto dalla maggior parte degli spettatori.
Da Il Mattino, 25 giugno 2010

Dal Sundance, la «tata» cilena tra noir e rosa
di Mariuccia Ciotta Il Manifesto

La nana del sottotitolo non è una donna bassa, ma una «tata», una domestica babysitter, ed è anche il titolo originale del film cileno, che in italiano diventa Affetti&Dispetti. Un percorso a ostacoli per arrivare a un’operetta originale, proveniente dal Sundance, dove ha vinto come miglior film straniero, e poi di passaggio in concorso al festival di Torino, che ha premiato l’attrice protagonista, Catalina Saavedra, Raquel, la tata. Una quarantenne arcigna, infaticabile e restia a farsi coinvolgere dalla famiglia dove lavora da più di vent’anni. Tanto grandi e piccini la adulano, la circondano di attenzioni, la chiamano a tavola, la festeggiano con una torta di compleanno, tanto lei è sfuggente e sospettosa. In fondo, direbbe Mike Bongiorno, è solo una «serva», altro che «collaboratrice domestica» e tutto questo miele le suona fasullo. Tanto più che deve star dietro a una nidiata di bambini e adolescenti, e non tutti le garbano. Il film accumula tensione, la tata fa sparire qualche oggetto, distrugge un modellino di nave, hobby del «padrone», si rifugia nella sua stanza off limits, perseguita la ragazzina più grande. E poi i movimenti furtivi nella grande villa, la solitudine della donna, le telefonate alla madre lontana, che non vede mai… Il messicano Arturo Ripstein farebbe scorre il sangue in questa storia di vita borghese osservata dal punto di vista sghembo della cameriera Raquel. Ma il trentenne cileno Sebastian Silva, al secondo lungometraggio (La vida me mata, 2007, l’esordio) sceglie la commedia sentimentale, la compassione per il suo personaggio avvolto nell’ipocrisia, diseguale in un mondo che finge di ignorare le barriere sociali. Tutti amano Raquel, ma lei sembra pronta a eliminarne qualcuno, cova qualche segreto, moltiplica feroci dispetti, e chiude fuori di casa a ripetizione le nuove cameriere, assunte per darle aiuto. Insomma, una potenziale devota assassina che fa lievitare la suspense in un gioco a rimpiattino tra le mura domestiche, tanto che ci si aspetta una imminente vendetta metaforica a danni dell’opulenta borghesia cilena.
Il detour narrativo si chiama Lucia, l’ennesima cameriera chiamata per affiancare l’esaurita Rachel, sempre più affetta da atroci malditesta, e ridotta al collasso per stress domestico. Lucia è radiosa, amabile e soprattutto condivide con la tata lo stesso status. La fa sentire amata non più per convenienza, la strappa alla sua ossessione maniacale per il lavoro. Quella casa non è il suo regno ma la sua prigione. Nominato ai Golden Globe, il film, essenziale, minimalista nello scavare variazioni psicologiche della quarantenne senza fascino, devia e volge verso un finale confortante, l’amore scalderà il cuore duro della Nana.
Da Il Manifesto, 25 giugno 2010

Coinvolgente Raquel (Il titolo un po’ meno)
di Davide Turrini Liberazione

Diario di una cameriera cilena. Con la solita nostra pedante precisazione. In originale il titolo (se i titoli hanno ancora un senso per i film, altrimenti non ce li mettiamo) andrebbe tradotto qualcosa come “la serva”, “la cameriera” o giù di lì. Come da ciò si sia arrivati ad Affetti e dispetti rimane un mistero. Questo per dire che sullo schermo non troverete Jennifer Lopez a far scherzetti a Ralph Fiennes, ma Catalina Saavedra, nel film Raquel, quarantunenne cameriera irrigidita e torva dentro la gabbia/casa di una agiatissima famiglia di Santiago del Cile.
La serva, appunto, serve in tavola, è rinchiusa nel suo stanzino con sveglietta e lettino baby, vive nella stessa magione dei ricchi ma spazialmente separata. Il meccanismo ipocrita e distanziante, Sebastian Silva, che il film l’ha scritto e diretto, lo deve conoscere molto bene: tanto che La nana è dedicato Jeannette e Marisol che nei titoli di coda paiono come due distinte e reali cameriere. La sequenza d’apertura, poi, con il compleanno di Raquel festeggiato in modo sforzatamente ilare da padre, madre e quattro figli che la comandano, sembra propendere per un’imminente rivolta da parte della vessata signora in divisa blu e grembiule bianco. Invece il ritratto di Raquel, e del suo entourage iperborghese (il golf, l’hobby del modellismo con veliero), finisce subito per far emergere l’affezione miope che la figura umana senza coscienza sociale sembra aver unicamente imparato nei ventitre anni di servizio in quella casa. Raquel è attaccata ossessivamente a quell’angolino di nulla, schiava 24 ore su 24 ore di bizze e idiosincrasie altrui. L’annullamento dell’individualità scambiato per una briciolina di emancipazione sociale che è poi un lavoro da schiava. Eppure la donna osteggia con violenza e persino sadismo ogni possibile affrancamento (dalla molle peruviana Mercedes, alla vegliarda e burbera Sonia) che la potrebbe veder soccombere negli squilibri della famiglia. Finché un naturale coccolone la mette fuori gioco e la sbarazzina nuova cameriera Lucy le farà capire che si può essere qualcuno anche oltre le mura domestiche altrui.
Silva non demanda alcun pietismo al ruolo della protagonista, ma lascia Saavedra col suo insuperabile tono dimesso davanti all’obiettivo di un algido digitale. Per raccontarci, in fondo, che dopo la scomparsa della lotta di classe, è scomparso pure il concetto di classe. Ma lo sfruttamento, nonostante l’ipod e il jogging, rimane.
Da Liberazione, 25 giugno 2010

Paola Casella
Europa

Non perdete questo bel film cileno che al Sundance ha vinto il premio per il miglior lungometraggio straniero e che al Torino film festival ha conquistato quello per la miglior attrice, Catalina Saavedra, nei panni di Raquel, domestica tuttofare e insolita eroina: non è bella, ha raggiunto la mezza età, si comporta in modo sgradevole verso i componenti della famiglia che la ospita, e quando scopre che i suoi datori di lavoro stanno cercando una cameriera che l’affianchi rende la vita comicamente impossibile alla nuova arrivata.
Quel che capiremo è che Raquel è logorata dalla fatica di provvedere a quella famiglia in tutti i suoi capricci, e sa che la bonomia con cui viene trattata è sempre soggetta alle ubbie dei suoi datori di lavoro. L’arrivo di un’ennesima aiutante che, invece di rappresentare una minaccia, si rivela una compagna, mostrerà la fame d’amore di Raquel. Una parabola sui rapporti intrinsecamente immorali basati sulla disparità economica in tante parti del mondo.
Da Europa, 26 giugno 2010

Diario di una cameriera
Scene di vita quotidiana nella bella casa dei Valdés, ricca coppia con quattro figli. Protagonista è Raquel, la cameriera che da vent’anni lavora con loro: si è talmente identificata nel suo lavoro da non avere più una sua vita. Quando i Valdés decidono di affiancarle un’aiutante, Raquel – che vediamo perennemente imbronciata e in preda a forti mal di testa – sente la propria posizione minacciata e mette in atto stratagemmi per spingere le nuove assunte (una ragazza peruviana e poi un donnone dai modi spicci) alla fuga. Le cose cambiano con l’arrivo di Lucy: dopo le prime incomprensioni, tra le due nasce un’amicizia che porta Raquel a rapportarsi agli altri in modo nuovo.
Girato in digitale con una fotografia dai colori spenti, quasi priva del rosso, Affetti e dispetti è uno studio psicologico di notevole finezza. L’alienazione nel lavoro (come il maggiordomo Anthony Hopkins di Quel che resta del giorno, Raquel ha annullato se stessa nel lavoro), la solitudine, il rapporto servo-padrone e le barriere fisiche che sanciscono le distanze sociali (porte, muri e cancelli sono costantemente presenti a delimitare gli spazi di potere) sono tratteggiati con precisione realistica e senza forzate sottolineature. Inizialmente, quando si vedono certi conflitti tra Raquel e Camila, la figlia più grande dei Valdés (Raquel le proibisce di prendere da mangiare, Camila le dice “qui sei tu la serva”, ecc.) sembrerebbe che il film – sulla falsariga di classici come Il servo di Pinter/Losey o Le serve di Genet – voglia esplorare soprattutto le ambiguità del rapporto tra servo e padrone e le possibili inversioni di gerarchia. Col procedere della storia, quello che emerge è piuttosto l’osservazione, che è sempre guidata dall’affetto, del progressivo estraniarsi dal mondo di Raquel.
Tra i pregi del film c’è la capacità di evitare di dar sfogo al registro grottesco-caricaturale, che facilmente avrebbe potuto emergere da una storia come questa, e di non trasformare la protagonista in una macchietta di cui ridere (uno dei difetti di Menteur del belga Tom Geens, film che passò lo scorso anno al Milano Film Festival e che trattava di un altro caso di disagio psichico, stava proprio nel rendere sovente il protagonista una macchietta ridicola): il difficile rapporto col mondo di questa donna è sempre guardato con “simpatia” e compassione. È dunque un film che talvolta può mettere a disagio lo spettatore, perché lo spinge a identificarsi con una persona il cui rapporto col mondo è fortemente problematico.
Solo l’arrivo di Lucy porta un po’ di sollievo tra le sensazioni dello spettatore. Si può peraltro discutere se il finale lieto sia il più coerente con le premesse. Quando la padrona di casa scopre che Raquel ha malamente cancellato dall’album di fotografie tutte le immagini che riguardano Camila vien da pensare che il disagio psichico della cameriera sia pronto ad esplodere in forme morbose e drammatiche. E – date le premesse realistiche su cui il film si fonda – è difficile pensare che una famiglia con le caratteristiche dei Valdés, di fronte a segnali di questo tipo, non metta in atto strategie di protezione (per esempio, attraverso una ospedalizzazione della donna, magari in una clinica dotata di tutti i comfort, ma pur sempre lontano dalla famiglia). Il finale appare insomma, per certi versi troppo facile: per esempio, invece di risolvere il conflitto con Camila, si limita a farlo uscire di scena.
O forse il finale ottimistico, per quanto non del tutto credibile dal punto di vista realistico, potrebbe essere giudicato coerente con uno sguardo che, come si diceva, vuole essere affettuoso e simpatetico nei confronti dei personaggi. In ogni caso, malgrado i dubbi che si possono avere su questo finale, Affetti e dispetti rimane un buon esempio di come, anche con bassi budget e filmando tra le mura di una casa, si possa fare del cinema coinvolgente sul piano narrativo e stimolante sul piano tematico.
Rinaldo Vignati, da “nonsolocinema.com”

Quando l’affetto diventa ricatto, i miseri gesti della vita insieme possono tessere una rete che immobilizza l’uomo, e lo fa ammuffire. Ce lo testimonia Sebastiàn Silva, giovane regista cileno, seguendo con minuzia esasperante morte e rinascita di una cameriera. Con Affetti&Dispetti (La nana) realizza un film scarno e profondo, vincitore di più premi (Gran Premio della Giuria al Sundance Film Festival e Migliore attrice al Festival di Torino).
Raquel, opulenta quarantenne abbruttita (Catalina Saavedra), vive da vent’anni come governante nella casa della famiglia Valdès, abbarbicata all’affetto dei quattro bambini che ha cresciuto e ai ritmi rituali di spazi non suoi. Unico rifugio una stanzetta infantile, dove tre orsacchiotti e le foto della famiglia per cui lavora disegnano l’asfittica immobilità della sua vita. L’affetto la circonda e l’autorità imperiale su stoviglie e detersivi le dà l’illusione di avere un luogo suo.
La signora Valdès, colta madre altoborghese addolcita dalla fede, vive un senso di gratitudine e colpa verso la domestica, giustificandone i modi bizzosi. Ma il morboso attaccamento monta nello sguardo inquieto di Raquel, affannoso nel cercare l’affetto del figlioccio Lucas, rancoroso e crudele quando si posa sulla maggiore Miranda, colpevole di allontanarsi dalla rete domestica tessuta con dedizione.
Un’emicrania invadente è messaggera che la vita non può continuare a questo modo e, quando la famiglia decide di affiancarle un’aiutante, il demone della gelosia la possiede, trasformandola in belva accecata, pronta a tutto pur di difendere il territorio.
Si apre una guerra tragicomica tra fornelli e sgabuzzini, con la varichina usata per disinfettare le tracce estranee delle altre domestiche. Quotidianamente si ripete lo sfregio rituale e Raquel chiude fuori le candidate, usando la porta blindata come limite inaccessibile al suo mondo.
La frustrazione fa capolino dietro ai gesti quotidiani: lenzuola sporche diventano sopruso e minaccia, il disinfettante vessillo d’odio e chiusura. Dietro alla marca di un golf cova il rancore di classe che avvelena. L’inferno domestico esplode lasciando vittime simboliche sul campo di battaglia: il veliero del padre distrutto, il gattino di Miranda defenestrato, l’umiliazione delle altre domestiche. La guerra culmina nella zuffa selvaggia con la troglodita Sonya, cinico e rude donnone dai grandi polpacci che, rimasta fuori, assalta la casa come una fortezza e si avventa furiosa su Raquel.
Ma ecco, come uno spiraglio di liberazione, arriva Lucy, lo sguardo limpido e sicuro di chi sa di essere amato, reagisce ai tiri di Raquel con ironia, denudandosi in giardino e rimarcando che lei, in quella casa, non ci vuol certo ammuffire. Che la sua vita è altro.
Piange sul rancore cieco di Raquel e abbraccia il suo bisogno famelico di essere amata. Smaschera il vizio della collega, il modo soffocante di voler strappare l’affetto come un cane sotto il tavolo, una dedizione storta, che nasce dalla solitudine e dall’insicurezza. Lucy invita Raquel dai suoi per Natale: la accoglie una chiassosa famiglia allargata, col calore gioioso e così poco borghese che immaginiamo nelle case sudamericane.
Tra lo srotolarsi sterminato dei campi e la goffa scoperta dell’erotismo, il mondo di fuori irrompe nella vita di Raquel, squarciando lo spazio claustrofobico di casa Valdès. Sotto lo sguardo di Lucy la cameriera inizia a respirare, a vivere i rapporti con libertà, ad avere nostalgia della sua vera casa. Tutte cose che si scoprono solo quando si è amati.
Un film fatto di poco, di corpi denudati nella propria misera umanità, nel bisogno d’amore che può tradursi in brama cannibale. Un racconto persino fastidioso nel lento e preciso inseguire le bassezze quotidiane che punteggiano ogni convivenza.
Un film talvolta anche noioso ma profondamente vero nel denunciare il lato oscuro dell’amore, la violenza di quando s’impone all’altro di riempirci la vita e si finisce con l’odiare. Nel finale, la corsa di Raquel, nata come goffa imitazione, ci richiama alla mente le parole di Gaber, contro ogni imborghesito cadersi addosso nell’angusto spazio delle proprie case: “Bisogna ritornare nella strada per conoscere chi siamo”.
Eleonora Recalcati, da “ilsussidiario.net”

La bisbetica Raquel (interpretata dalla bravissima Catalina Saavedra) fa la governante presso la famiglia Valdés da oltre venti anni: tutto il suo mondo gira intorno alla cura della casa e dei ragazzi, che le sono molto affezionati. Quando la sua salute comincia a risentirne, la signora Valdés (Claudia Celedòn) tenta di assumere altre ragazze che possano darle una mano. La donna, gelosa dei propri spazi e delle attenzioni che la famiglia ha per lei, le mette in condizioni di licenziarsi facendo loro terribili scherzi e trattandole male. Un giorno però arriva Lucy (Mariana Lodola), una ragazza semplice ed esuberante, che riesce a scalfire la corazza con cui Raquel si protegge dal mondo esterno e a diventare sua amica.
Il secondo film di Sebastiàn Silva, che ha vinto meritatamente diversi premi internazionali, è un divertente racconto che descrive senza fronzoli o sentimentalismi come l’amicizia aiuti a crescere interiormente e ad aprirsi agli altri. Il realismo è una delle componenti fondamentali del film, la scenografia ne è un esempio lampante, infatti, il regista cileno afferma di aver girato “Affetti&Dispetti” nella casa dei suoi genitori, sfruttando gli spazi a disposizione senza ricreare nulla in studio. Proprio questi spazi circoscritti (mostrati con inquadrature imprecise), un uso particolare della macchina a mano (vicinissima ai personaggi) e la fotografia rendono bene l’idea della ristrettezza del microcosmo in cui vive la protagonista e l’apparente aridità interiore dietro cui si trincera. La scena iniziale è emblematica della sua situazione: Raquel mangia da sola in cucina e fuori campo si sentono le voci dei signori Valdés che pranzano in sala. I Valdés la considerano una di famiglia ma la donna risulta separata da loro sia da barriere fisiche che psicologiche (non vuole condividere né gli spazi né i momenti di festa con la famiglia).
A Silva, anche autore della sceneggiatura, non interessa indagare esplicitamente l’interiorità dei personaggi, sono i gesti quotidiani che parlano di loro: la sveglia che suona al mattino, la doccia, la colazione sono azioni che nel film sono ripetute più volte; il modo di svolgerle dice molto sulle protagoniste, sul loro temperamento, sul loro modo di affrontare la vita.
Solo quando nella vita di Raquel entra l’amicizia, arrivano gesti affettuosi, sorrisi e sentimenti reali, e per la prima volta la donna smette di indossare la maschera che l’ha nascosta fino a quel momento, una maschera che simbolicamente appare nel film e vediamo riprodotta anche nella locandina, di sapore vagamente ferreriano.
Grazie a una costruzione originale della mise en scéne, che riesce a mescolare realismo e simbolismo, e all’ottima performance delle attrici, “Affetti&Dispetti” risulta essere un film piacevole e di spessore, che riesce a parlare di sentimenti senza affettazione.
La frase:
– “Ciao, come va?”
– “Siamo qui…”
Ilaria Ferri, da “filmup.leonardo.it”

Una ricca famiglia cilena, vive in una grande e stupenda casa con piscina. Marito e moglie e tre figli: due adolescenti ed uno più piccolo. Da oltre venti anni hanno una domestica: Raquel. Lei si è sempre presa cura della casa e dei figli, praticamente allevandoli al posto dei genitori sempre impegnati al lavoro. Raquel è ben voluta dalla famiglia e soprattutto i ragazzi le sono molto affezionati. Per dedicarsi a loro Raquel non si è costruita una propria vita. Non ha un fidanzato, non ha amici, è molto distante dalla sua famiglia. E’ disadattata. L’unica sua ragione di vita è una casa ed una famiglia non sue.
Una tale passività può creare solo delle disfunzioni mentali e psicologiche. La vita di Rachel finisce per diventare maniacale, con atteggiamenti di follia immaginabili. L’esaurimento è forte. Non dorme, ha dei fortissimi mal di testa, fa un uso spropositato di pillole contro il dolore. Eppure lei non riesce a comprendere le motivazioni di tanta ansia. Neppure la famiglia dove è serva da venti anni riesce a comprenderla.
L’instabilità si trasforma in profonda gelosia maniacale quando le si vuole affiancare una aiutante per le faccende domestiche. La giovane peruviana Mercedes, la vecchia e scorbutica Sonia saranno spazzate via dallo sconsiderato comportamento squilibrato di Rachel. La casa si trasforma in un campo di battaglia utilizzato per sconfiggere il nemico e rimanere unico possessore del proprio territorio. Rachel è imbattibile, non può avere rivali nel suo atteggiamento morboso.
In rotta le prime due aiutanti, sarà il turno di Lucy. Lucy è una ragazza molto legata alla sua famiglia. La sua condotta è tranquilla e serena, ma pure sbarazzina. Ha dei comportamenti di distacco dal suo lavoro: non ci vuole passare la vita in quella casa. In questo modo conquista Rachel, fino a diventare sua amica. Rachel non ha modelli di vita. Lucy gli entrerà nel cuore fino a voler assomigliare a lei.
Una storia molto bella. Il personaggio di Rachel è unico. Non ha responsabilità per essere stata sempre in quella abitazione. Però è proprio quella casa ad aver soppresso, annientato ogni sua voglia e speranza di vivere. Non è una semplice alienazione al lavoro; è qualcosa di molto più grande. Una lettura dello sfruttamento di una “serva” sarebbe incompleta. C’è qualcosa di molto più estraniante nella storia. E’ il perdere la propria dignità, la propria vita, il proprio futuro. Rachel non ha nulla, lei pensa di avere molto, ma tutto gli appartiene di riflesso, nulla è suo.
C’è una colpa dei “padroni” ma soprattutto c’è una sua colpa. Il linguaggio è costruito per dare una colpa a Rachel. Una colpa grave. I suoi primi piani sono apatici. Le riprese dentro la doccia con il suo corpo flaccido costituiscono prova della sua accidia psicologica. Solo nella corsa finale, la macchina persevera su di lei, come se corresse verso una ignota libertà.
Tutto è costruito con suspense. Ci aspettiamo la pazzia di Rachel sfociare in qualche atto drammatico. Ogni sequenza parte piano per subire una accelerazione nell’attesa del gesto folle. Si aumenta la velocità, siamo vicini alla azione paranoica e poi tutto, repentinamente, si ferma di fronte ad una inezia, producendoci un effetto contrario: quello di sorridere. E poi si ricomincia con un’altra sequenza di questo dissennato disegno. Queste montagne russe ci scombussolano ancor di più. Rachel ci turba. Ci diverte. Ci commuove e alla fine la amiamo. Catalina Saavedra è una eccezionale Rachel.
Roberto Matteucci, da “cinemovie.info”

Arriva nelle sale italiane The maid (La nana) il secondo film di Sebastian Silva, già autore dell’inedito La vida me mata. Presentato anche allo scorso Festival di Torino, la pellicola ha vinto il Gran premio della giuria al Sundance e una candidatura ai Golden Globes come miglior film straniero. Ennesima dimostrazione di come il cinema cileno sia in gran forma, dopo l’exploit proprio nella mostra piemontese di Tony Manero, The maid è un esempio di cinema minimale, che punta tutto sulla storia e i suoi protagonisti, lasciando in secondo piano il campo tecnico e puramente estetico. Una pagina di cinema realtà che ottiene spesso più favori dalla critica che dal pubblico. Speriamo che questa volta, nonostante la distribuzione firmata Bolero sarà probabilmente limitata a poche sale, questo trend venga sfatato.
Fuori dal mondo
Raquel (Catalina Saavedra) lavora da ventitre anni come domestica della famiglia Valdes, numerosa e benestante. Una vita solitaria, che si svolge sempre all’interno della casa dei suoi datori di lavoro, che ha contribuito a rendere il carattere della donna introverso e poco incline al divertimento, non impedendogli però un buon rapporto con i padroni e i loro figli. Per loro prova una sorta di morbosa ossessione, e così quando i Valdes assumono una giovane domestica per aiutarla nel lavoro, Raquel sente il suo territorio minacciato, e fa di tutto per scacciare la nuova arrivata, anche con subdoli trucchi psicologici. Nel frattempo però comincia ad avere delle strane emicranie, che gli provocano sempre più frequenti svenimenti. Un giorno proprio a causa di una di queste finisce in ospedale, e durante il periodo di ricovero i Valdes assumono una nuova ragazza, Lucy (Mariana Loyola). Finita la degenza e tornata al lavoro, Raquel vede inizialmente in Lucy la più terribile delle nemiche, finchè questa non gli aprirà gli occhi sul significato della sua vita e delle occasioni perse durante tutti quegli anni.
Tra cinema e realtà
Lo sguardo su un’esistenza vissuta all’interna di un microcosmo troppo piccolo per poter garantire quanto necessario a una stabilità psicologica ed emotiva. Un personaggio ostico, odioso, con il quale è difficile entrare in sintonia nonostante la conoscenza del suo passato da semi-reclusa volontaria, e i cui comportamenti sono tutto fuorchè condivisibili, mettendo anche a rischio la salute di altre persone, colpevoli solo di esser viste come una minaccia dalla sua psiche instabile. Sebastian Silva è bravo nel trasportarci in questa vicenda di insoddisfazione maturata dal tempo e dagli eventi, senza scadere in una facile retorica ma mostrando crudemente e senza sconti come l’astrazione sociale possa deformare il carattere di una persona, rendendola più simile a una bestia che a un essere umano. Ma Raquel non è monocromatica, e quando arriva l’occasione di scoprire cos’è realmente la vita, dopo che le sono stati aperti gli occhi dalla sua ultima “rivale”, comprende l’inutilità di quanto svolto fino ad allora, finendo per guardare il mondo con un altro sguardo. Girato quasi interamente in questa enorme casa e nello spazio ad esso confinante (se si esclude il breve excursus ospedaliero), con uno stile minimale, che concentra tutto sui volti e gli sguardi, sulle emozioni provate dai protagonisti di questa vicenda torbida che affonda le sue radici nel reale. Ottima la prova della maid Raquel, interpretata da un’algida Catalina Saadreva (già al lavoro con il regista nel suo film d’esordio), tra le migliori attrici del panorama cileno. Il comparto tecnico è un mero optional, e non eccelle in nessun campo, da una fotografia limitata dalla claustrofobia dei luoghi (girato all’interno di una vera casa, quindi con spazi limitati) e tendente a colori cupi e freddi, alla colonna sonora praticamente inesistente. Ma d’altronde lo scopo era ben altro, e quindi uno stile quasi documentaristico non può che giovare a una produzione lontana dallo spettacolo e più vicina al senso stesso di un racconto morale. Molti dopo aver letto queste righe, se mai ne avranno avuto la voglia, dimenticheranno presto queste parole e la pellicola, ma chi invece volesse darle un’occasione difficilmente rimarrà deluso.
The maid è una pellicola senza mezze misure: girata con un sapore quasi amatoriale, punta tutto sulla storia e i personaggi, tralasciando il risultato estetico in favore di un’espressione morale vissuta attraverso la storia di una “strega”, una donna che pur di proteggere il suo mondo è pronta a tutto. Non fino a quando una moderna Biancaneve le aprirà gli occhi. Un’Opera ostica per chi cerca puro intrattenimento, ma che potrebbe regalare diverse soddisfazioni agli amanti del cinema più ricercato.
VOTOGLOBALE7
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

Arriva nelle sale italiane Affetti e dispetti, la seconda opera di Sebastiàn Silva (già autore di La vida me mata, 2007), premiato allo scorso Festival di Torino (Migliore attrice protagonista), e al Sundance Film Festival (Gran Premio della Giuria Migliore attrice e Miglior film straniero), e candidato al Golden Globe come miglior film straniero.
Raquel (Catalina Saavedra) lavora presso la benestante e numerosa famiglia Valdés da più di vent’anni. Trascorre con loro anche le feste, tratta i ragazzi come fossero figli suoi (nel bene e nel male), e sente sua madre raramente, per telefono. Ha dedicato tutta la sua vita al lavoro, sviluppando un’indole introversa e poco incline alle distrazioni. Ormai è una di famiglia, o almeno è convinta di esserlo. Si ripete in continuazione che le vogliono tutti bene, ma forse non ne è così sicura neanche lei. E quando le viene affiancata una nuova domestica, per aiutarla nelle faccende di casa, il suo teatrino della famigliola perfetta entra in crisi. Escogita diabolici dispetti alle nuove domestiche, i suoi rapporti con i Valdés, inevitabilmente, precipitano, e la sua solitudine aumenta. Contemporaneamente comincia ad avere i sintomi di un esaurimento nervoso, che la obbligano al riposo, e ad accettare la nuova “vice-colf”, Lucy (Mariana Loyola).. Sarà proprio l’inaspettata amicizia con questa donna solare ad aprirle le porte del mondo esterno, e a farle intravedere la possibilità di una nuova vita.
Il film di Silva è un’opera minimalista, girata con pochi mezzi, dentro una grande casa (pochissimi sono gli esterni), e in modo un po’ “grezzo” (il che non guasta).
Prevalgono i luoghi claustrofobici, ognuno si rinchiude nella propria stanzetta, dove dà libero sfogo ai propri insospettabili, intimi momenti di autenticità. C’è chi si dedica al modellismo e sogna una carriera nel mondo del golf, chi cancella dalle foto i volti di chi li ha delusi, chi si confida con le amiche e chi si abbandona alle prime gioie dell’autoerotismo. E in questi luoghi, la forma privilegiata del racconto e, forse, la più potente, sono i frequenti primi piani, spesso rivolti alla telecamera/allo spettatore, e accompagnati da diegetiche voci off. Spesso, specialmente sui primi piani di Raquel, i movimenti della macchina da presa sono “sporchi”, forse a sottolineare il suo disorientamento psicologico e la sua solitudine. L’unica priva di momenti privati è Pilar, la madre di famiglia che, spinta da un (superficiale) cattolico senso della pietas cristiana, tenta di mettere tutti d’accordo, senza però comprendere la profondità dei disagi che vivono i protagonisti, primi fra tutti Raquel.
La fotografia tende ai toni freddi, cupi, quasi a sottolineare che, forse, gli apparentemente profondi e cortesi rapporti instauratisi tra i Valdés e Raquel, sono molto più superficiali di quanto i protagonisti vogliano far credere agli altri e a se stessi.
Gli attori sono tutti bravissimi. In particolare Catalina Saavedra, la cui recitazione asciutta e attenta ai dettagli più minuziosi dà vita ad un personaggio estremamente grottesco ma, contemporaneamente, credibilissimo. Un personaggio che si ama e si odia allo stesso tempo, ma che, in ogni caso, ci tiene incollati al grande schermo durante tutta la durata del film.
La prima parte del film è caratterizzata da un’ironia noir, tagliente, e da un ritmo piuttosto lento che, se da un lato dà al film quasi il sapore di un thriller hitchockiano, dall’altro, in alcuni punti, può risultare un po’ noioso. Tuttavia la tensione è forte, lungo tutto lo svolgersi della narrazione, e non sappiamo mai se, con ogni nuova domestica, Raquel si limiterà a chiuderla fuori casa, o passerà oltre e, ad esempio, la defenestrerà, così come fa col gattino. Ma dopo l’incontro con Lucy, che prende il sole nuda in giardino, va a correre, e ci tiene a puntualizzare che non marcirà all’interno della casa in cui lavora, Raquel rivela il suo animo puro ed ingenuo, rimasto nascosto per anni sotto le montagne di panni da lavare, e i doveri della brava domestica.
È evidente che Affetti e dispetti non è semplicemente un racconto ironico e cinico sulla frustrazione della domestica media. Quest’opera è una denuncia dell’alienazione a cui porta il lavoro, nel momento in cui non ci si crea una vita al di fuori di esso. Raquel è vittima del rapporto ambiguo che i suoi datori di lavoro hanno instaurato con lei, è rimasta intrappolata in quel felice nido d’amore, convinta di farne parte e, quando si rende conto di esserne, in realtà, solo spettatrice voyeuristica, si sente abbandonata e incapace di costruirsi una felicità che le appartenga. È una denuncia del fatto che la pietas cristiana, le pacche sulla spalla e i sorrisetti di circostanza non sono sufficienti a dare serenità a chi, ogni giorno, lavora nelle nostre case e ci rende la vita più leggera.
Il finale del film, apparentemente riappacificante, è in realtà più crudele di quanto sembri a prima vista: c’è da chiedersi se ci sia realmente una presa di consapevolezza da parte di Raquel. Bastano un walkman e un po’ di jogging per risolvere tutto? Non è forse evidente, in questo finale un po’ affrettato e ambiguo (Raquel sembra felice, ma rimane comunque a vivere in casa Valdés, sola), che la lotta di classe non è oggi possibile o è, comunque illusoria? I rapporti servo/padrone, nonostante i tirannici dispetti di Raquel e la sua “rivoluzione” interiore, sono comunque rimasti gli stessi. Dopo la tempesta, Raquel è ancora lì, sorride, corre goffamente, ma in realtà non è cambiato nulla.
Ilaria Liberatore, da “parolibero.it”

In Cile non c’è posto per Mary Poppins, c’è già La nana Raquel. Faccia da indios indomabile e un cuore troppo chiuso per essere ascoltato. Una storia piena di umanità e di viscerale delicatezza quella raccontata dal bel film di Sebastain Silva.Da Torino 27

affetti e dispetti la nana sebastian silvaBasta con il mito buonista dal sorriso disarmante di Julie Andrews in Mary Poppins. Quel tempo sembra tramontato, almeno tra la buona borghesia di Santiago del Cile. Eh si, perchè tra le quattro mura della grande casa della famiglia Valdez lavora da quasi 25 anni “la nana” (da noi cameriera), Raquel. Donna in camice che certo non conosce la simpatia travolgente del famoso gingle della pillola che va giù. Il giovane regista cileno Sebastiàn Silva ha rimesso insieme ricordi e le immagini della propria infanzia passata con due tate che l’hanno tirato su. Così la storia della “nana” Raquel (la bravissima Catalina Saavedra premiata al Sundance) gira tutta intorna alla vita della famiglia Valdez, è lei il motore di questa piccola ma vivace comunità con quattro ragazzi da accudire. Ritmi e gesti che mandano avanti una casa, la quotidianità e gli anni che passano accanto a degli estranei diventati però i suoi unici affetti. lo sguardo di Silva sta lì, sempre attento e decide di mettersi la camera in spalla e segue il corpo e il volto di Raquel tra i corridoi e le stanze della casa, ne registra umori e stanchezze, normalità e suscettibilità di un essere umano che da venticinque lunghi anni ha assecondato la propria esistenza per gli altri, i Valdez. Faccia da indios poco socievole e modi non proprio da Mrs Poppins, Raquel è una della famiglia e proprio per questo quando i padroni di casa decidono di affincarle un’altra domestica per aiutarla visti i suoi continui mal di testa lei cercherà in tutti modi di impedire alle nuove entrate di mettere radici. Una volta messe in fuga le rivali arrivando anche a infantili e isterici trucchetti l’indomabile tata dovrà però fare un passo indietro quando, colpa di una degenza forzata che la terrà a letto, a casa Valdez arriverà Lucy. La sua simpatia e le piccole libertà di donna di campagna riusciranno a far cadere il muro di ostilità e freddezza di Raquel. Lucy saprà prendere questa piccola donna cresciuta senza infanzia e senza sorrisi e maturata senza “baci e abbracci” arrivando a farle passare un Natale con la sua famiglia. Storia piena di umanità e di viscerale delicatezza dove lo sguardo attento e coinvolto di Silva riesce a tendere i protagonisti senza appesantirli. Senza pietismi e superficiali ipocrisie. Una verità fotografica che sposa i caratteri e i gesti di un cast davvero ben amalgamato. Lucy andrà via, e quello sarà il tempo per Raquel di provare a correre da sola.
Francesco Maggi, da “sentieriselvaggi.it”

La stagione è ormai conclusa, nonostante qualcuno cercherà di raccontarci che anche da noi c’è “l’estate ammerigana dei blockbuster”: ed è un peccato che alcuni film notevoli non abbiano trovato una distribuzione se non in questi disgraziati momenti. La nana (il titolo italiano è insopportabile, per l’ennesima volta) è uno di questi. Il film cileno, che ha conquistato numerosi premi in vari festival, racconta proprio di una “nana”, cioè una domestica: Raquel (una splendida Catalina Saavedra) è alle dipendenze di una numerosa e ricca famiglia cilena da vent’anni. Nonostante questo, la incontriamo quando i suoi datori di lavoro (padre professionista, madre docente universitaria, una figlia appena maggiorenne e tre figli maschi, tra l’adolescenza e l’infanzia) la chiamano in sala da pranzo per festeggiare il suo quarantunesimo compleanno. Raquel si fa pregare per uscire dalla sua stanza e spegnere le candeline: è timida o scortese? Proprio la mutevolezza del carattere della protagonista è uno dei ganci a cui La nana tiene attaccato il pubblico. La donna, infatti, ha evidentemente qualcosa che non va, se non altro in termini di salute: ecco quindi che la signora Pilar decide di farla affiancare da delle aiutanti, nonostante il parere contrario di Raquel. Non sia mai: Silva tira fuori la cattiveria assoluta della “nana”, facendola giocare al massacro prima con una giovane peruviana, trattata come una pezza da piedi, poi con una donna matura e durissima e infine con una coeteanea, Lucy. La sua venuta, però, cambierà le carte in tavola.

Non intendiamo raccontare il resto della trama, ma questi accenni dovrebbero bastare per capire come il film riesca ad essere davvero completo: su una trama solida, infatti, viene costruita (forse a discapito degli altri personaggi), una bellissima caratterizzazione, quella di Raquel. C’è un senso di ambiguità e di vaghezza, di certo ricercata, che non permette mai allo spettatore di rilassarsi veramente. Cosa farà la protagonista alle sue rivali? Perché ha quei forti mal di testa? Come mai odia Camila, la ragazzina che ha visto nascere e che ha cresciuto? Silva non dà risposte certe, come se anche lui fosse allo stesso tempi attratto e respinto dalla figura di Raquel, dai suoi segreti e dalla sua posizione sociale. In fondo la domestica non si ribella, non spara ai padroni come ne Il buio della mente di Chabrol. Semplicemente, ottiene che in vent’anni alcuni dei meccanismi della famiglia alto borghese dove serve, siano regolati e dipendenti da lei. La rivendicazione è il mantenimento come amministratrice unica (sino all’arrivo di Lucy) di quella posizione. Nessuna epifania, nessuna riscossa, nessun riscatto: al massimo la “nana” può andare a correre la sera, ma sarà comunque lei che dovrà spazzare i coriandoli lanciati per il compleanno e pulire i piatti in cui si è mangiata la torta per festeggiarlo.
da “secondavisione.wordpress.com”

Rachel è da tanti anni domestica in una ricca famiglia cilena. Per aiutarla nelle faccende quotidiane, la sua padrona decide di trovarle un aiuto in casa. Non tollerando che un’altra serva prenda il suo posto nel monopolio degli affetti, Rachel fa di tutto per spingere alla fuga le sfortunate candidate.
Girare una commedia su una domestica che non sia tutta sorrisi (in stile Disney) o cosce chilometriche in vista (come in certi film sexy anni Settanta) dev’essere stata, per Sebastián Silva, una vera sfida. Cosa può interessare al pubblico di una donna di fatica, poco piacente e dal carattere niente affatto facile? Brutta, scorbutica, scostante: la nana protagonista di Affetti e dispetti è lontana anni luce dalla tata di Mary Poppins, giovane e bella e capace, per mezzo di una canzone e di un sorriso, di rendere unita e felice una famiglia. Malgrado ciò, questo inatteso film cileno si guarda davvero con piacere e risulta essere una commedia divertente, pur nell’estrema semplicità della storia e della regia, proprio in virtù del personaggio di Rachel e dell’interpretazione che ne dà Catalina Saavedra. Basta soffermarsi anche solo sulle prime inquadrature per comprendere perché, all’ultimo Torino Film Festival, l’attrice cilena abbia ricevuto il premio come miglior attrice. Con grande bravura, infatti, la Saavedra ha reso il personaggio di questa donna abbruttita, resa quasi selvatica da anni e anni passati a servire, chiusa in una corazza che le rende possibili solo goffi e impacciati gesti di gentilezza, ma pronta a difendere con le unghie e con i denti il posto da lei occupato, con trovate di riuscita comicità.
Dalla cucina alle camere da letto, il regista segue Rachel in quello che è il suo habitat, ovvero la casa dei suoi padroni, ma non può mostrarci nulla al di fuori di quel luogo, qualcosa che appartenga alla vita della donna al di fuori di quelle mura, e questo perché l’unico spazio che sembra realmente appartenerle è quello dell’abitazione presso cui lavora. Come un animale allevato in cattività, Rachel non sa più vivere al di fuori della casa della signora Pilar, che difende dagli “invasori” come se fosse suo personale territorio, e che ama come una leonessa che allevi cuccioli non suoi, non ammettendo che qualcuno possa prendere il suo posto nei loro cuori. Tutta questa devozione, in realtà, cela un’enorme solitudine, accentuata dal bisogno di rispettare le gerarchie sociali. Seppur trattata con grande familiarità, infatti, Rachel è e rimane una serva e i moti di affetto della sua padrona e dei suoi figli avvengono sempre nel limite di questa consapevolezza, che si rispecchia nel modo i cui gli spazi di questa casa enorme vengono vissuti. Volutamente, il regista sottolinea come i momenti in cui serva e padroni possono condividere la stessa stanza siano sempre brevissimi ed estemporanei: come un cane fedele, la maggior parte del tempo Rachel rimane sola a pulire stanze dove non c’è nessuno e a “proteggere” la casa.
A riportare un sorriso autentico sulle labbra della nana sarà Lucy, l’unica delle candidate che riesca a “sopravvivere” ai dispetti di Rachel e ad aprirsi un varco attraverso la dura corazza che essa ha costruito attorno a sé. In ciò riesce perché offre alla sua collega e amica un calore e una dolcezza autentici, non inficiati dal rapporto serva-padrona.
Animata da un’allegria frizzante e contagiosa, Lucy riporta nel cuore di Rachel una spensieratezza che anni e anni di lavoro le avevano fatto perdere, le porta il ricordo del calore di una famiglia vera, le offre l’immagine di un amore sensuale di cui non ha mai potuto godere. Lucy è il mondo al di fuori della casa della signora Pilar, che irrompe all’interno del fortino, costringendo Rachel a parlare, a ridere, a respirare un’aria che non odori di detersivo e di pavimenti pulitissimi. L’immagine del mondo al di fuori delle mura rimane nel cuore di questa Mary Poppins cilena anche quando la sua amica andrà via, malgrado il dolore della separazione, dandole l’opportunità di ritrovare la serenità perduta e il coraggio di non sentirsi più animale in gabbia chiamato solo a servire.
di Saba Ercole, da “hideout.it”

Sebastian Silvaaffettiedispetti2.jpeg è un regista e uno sceneggiatore, ma non solo, è un artista a 360 gradi, si occupa di pittura, disegno illustrato e nutre una passione per la musica popolare. I suoi studi, come le sue opere, sono variegati, tanto da permettergli di realizzare progetti musicali e spettacoli di illustrazione. Tra un progetto e l’altro è arrivata la scrittura del suo primo lungometraggio “La vita me mata” e, sempre alternando diverse tipologie di lavori, ha realizzato Affetti e Dispetti, il suo secondo film.

Il film è stato presentato al Sundance Film Festival 2009, vincendo il premio come Miglio Film Straniero e a Catalina Saavedra è stato assegnato il premio come Miglior Attrice Protagonista, vinto anche al Torino Film Festival 2009.
La Nana, come cita il titolo originale del film, si chiama Raquel e fa la cameriera e la tata presso i Valdés, una famiglia benestante e con quattro figli che danno il loro da fare. Raquel è al loro servizio da più di vent’anni e si sente parte integrante della famiglia, alla quale è affezionata, soprattutto ha un debole per Lucas, al quale piace fare giochi di prestigio. Occuparsi da sola della casa e dei ragazzi la porta ad affaticarsi e ad avere frequenti emicranie. Pilar, la padrona di casa, le comunica che ha intenzione di assumere una ragazza che l’aiuti, ma Raquel è contraria, vedendo minacciato il suo territorio, così mette in atto dei dispetti per portare le malcapitate alla ritirata. Quando però Raquel si sente male e deve sottostare a un periodo di riposo forzato, Pilar chiama l’ennesima ragazza, Lucy. La nuova “nana” è un tipo decisamente diverso da tutte le altre, spiazza Raquel con i suoi comportamenti, che ne rimane rapita.
Il film mostra con efficacia gli affetti e i dispetti, del titolo italiano, riconducibili entrambi a Raquel, una donna estremamente sola, taciturna, perennemente imbronciata e scura in volto, tranne quando si rapporta ( e non sempre) con i suoi Valdés, la famiglia acquisita. In fondo con queste persone ci è crescita, tanto che Pilar la tiene in forte considerazione riguardo alla sua riluttanza di affiancarle un aiuto.
Sebastian Silva delinea una donna particolarmente fuori dall’ordinario. Raquel è fuori dalla realtà del vivere quotidiano, non ha contatti con l’esterno, il suo tempo lo trascorre in casa dei suoi datori di lavoro, esce di rado e solo per necessità non per distrazione. Non ha amici, non ha un uomo, e probabilmente, si lascia intuire, non l’ha mai avuto. Ha un rapporto ancora da bambina con la madre quando le parla al telefono, intimorita e in attesa di approvazione. Gli atteggiamenti infantili li esprime anche nei dispetti che fa alle sue colleghe di passaggio. Le chiude fuori casa, lasciandole sgolare nel richiamare la sua attenzione, mentre lei passa l’aspirapolvere e le spia dalla finestra.
La casa è un elemento fondamentale del film, esiste una sinergia tra la casa e Raquel, alla quale si sente d’appartenere. Il regista ha girato il film a casa propria. I suoi genitori, dopo aver letto la sceneggiatura, hanno acconsentito a farla diventare un personaggio del film. In effetti, come lo stesso Silva ha affermato, ha scritto la storia pensando proprio ai suoi ambienti e come questi interagissero con Raquel e gli altri abitanti.affettiedispetti.jpg
La fotografia di Sergio Armstrong ha evidenziato le luci e le ombre della casa, che poi corrispondono al carattere di Raquel. La macchina da presa utilizzata è stata quella a mano per seguire Raquel nelle stanze, attraversare i corridoi e utilizzare le scale. Inoltre l’intento del regista è stato quello di dare una sensazione la più realistica possibile, un ritratto fedele sia delle persone descritte che degli ambienti e la camera a mano contribuisce notevolmente a creare ciò, dando la percezione tangibile allo spettatore di osservare Raquel e gli altri da un’angolazione privilegiata, che li fa stare negli ambienti con loro. Molte delle situazioni familiari descritte, poi, si ispirano alla famiglia del regista, una su tutte sono i giochi di prestigio che Lucas si diletta a fare per la sua famiglia, Raquel compresa.
Augustin Silva, che interpreta Lucas, è il fratello più giovane del regista, e ha messo in atto scene di vita che il ragazzo ha vissuto in prima persona, mostrando naturalezza nei gesti e nelle parole.
Il regista ha tenuto molto in considerazione anche i colori e per questo film ha voluto utilizzare una gamma ridotta, senza che ci fossero colori accesi come il rosso, d’altra parte l’atmosfera del film non lo richiedeva, Raquel indossa per quasi tutta la durata della storia una divisa nera, i suoi capelli sono neri, come “nero” è il suo viso, quando qualcosa non le va a genio, il carattere, poi, non si può dire che sia solare.
Sebastian Silva è riuscito a raccontare l’animo di una persona fin nel profondo, catturando e mostrando la verità interiore di un individuo, che spesso non si riesce a scorgere ad un analisi superficiale. Lo ha fatto in modo efficace e pungente, attraverso i silenzi e lo sguardo, inserendo una venatura comica che attraversa il film in maniera trasversale. È un film che merita per il suo essere insolitamente attraente.
Francesca Caruso, da “iniziativa.info”

La Nana arriva da noi dopo aver raccattato premi un po’ ovunque (su tutti Torino e Sundance) ed è il classico film girato con macchina a spalla molto mobile, digitale ad alta risoluzione e piani sequenza sempre un passo dietro la protagonista. Niente colonna sonora se non i rumori ambientali, tutto in presa diretta e la ferma volontà di fare cinema “stretto”, di volti e non di ambienti (che infatti sono per il 90% la casa dove vive la famiglia protagonista).

Al centro di tutto non c’è una donna di bassa statura, come pensavo io nella mia ignoranza, ma una governanta o forse sarebbe meglio dire “tata” (da cui “nana”), una di quelle donne di servizio che vivono nella casa della famiglia per cui lavorano con una propria stanza e compiti che spaziano dal pulire al cucinare al badare ai bambini (maschio e femmina adolescenti, più altri due più piccoli).
La Nana del titolo è in famiglia da molti anni, circa 20, ed è dunque diventata “una di famiglia” nel senso più perverso del termine, cioè ha sviluppato affetti, preferenze e relazioni che però non sono ricambiati alla stessa maniera ma solo fintamente. Per lei il mondo finisce in quella casa per gli altri no. Perchè alla fine della fiera loro sono una famiglia e lei è una donna di servizio stipendiata.
Quindi quando la famiglia decide di affiancarle un’altra ragazza che le dia la mano, scattano le ripicche e i “dispetti” dell’imbecille titolo italiano che mettono in mostra un universo sentimentale terribile e, nel finale, sorprendentemente profondo.

Senza inventarsi nulla formalmente Sebastian Silva racconta l’abbrutimento umano, attraverso ironia, suspense e una giusta dose di sentimentalismo, riuscendo (nel finale) a sganciare la vicenda dalla contingenza (cioè il rapporto famiglia/donna di servizio) per proiettarla più in generale nel mondo delle pulsioni umane.
Il suo modo sconnesso di raccontare la quotidianità e i rapporti è sorprendente per la minuzia certosina con cui è applicato, merito anche dell’ottimo lavoro fatto con la protagonista Catalina Saavedra, i suoi piccoli scambi con il figlio maggiore (il suo preferito) sono dei gioielli di recitazione e messa in scena, dai quali traspare in controluce e attraverso minuscoli particolari, tutta la perversione di quell’affetto assieme a paradossali pulsioni ancestrali (materne, femminili e sessuali).
E se Silva è così intelligente da trovare molti momenti di sommessa ironia (l’arrivo dell’energica aiutante consigliata dall’algida nonna) in un racconto tragico, ha anche la spietatezza giusta per non empatizzare con i suoi protagonisti e assolverli magnamimente ma li lascia in balia delle loro infami mestizie e piccolezze.
da “sonovivoenonhopiupaura.blogspot.com”

Inscritta nel quadrato borghese di una famiglia cattolica che sa pregare per chi soffre, la domestica Rachel coltiva il suo rapporto tormentato con un mondo che ama e odia per la stessa ragione: è l’unico che ha e non può rinunciarvi. Legata dunque coattivamente al nucleo che la ospita, la donna vuole affermare il diritto a starci alle sue condizioni: non rinuncia a simpatie e antipatie manifeste, non mette da parte una certa scontrosità, si impone non di rado, avanza anche qualche capriccio quando necessario; pur conscia del suo ruolo, vuole affermarsi nella casa che la ospita come un membro con diritti pari a quelli degli altri, non ammettendo intrusioni nel suo spazio, neanche quando la salute sembra costringerla a rinunciare al suo solitario e vacuo regnare ché le regole che ha assorbito, imponendole alla sua maniera, hanno finito per sincronizzare la vita della famiglia.
Un’integrazione e una benevola promiscuità tutte di apparenza: fin dall’inizio quelli di Rachel con i membri della famiglia si palesano come legami fantasmatici e ambigui, pronti a dissiparsi non appena gli interessi in ballo cambiano di segno (la nuova collaboratrice viene fatta passare come un aiuto alla donna, ma risponde a logiche puramente funzionali).

Sfaccettato e enigmatico, Rachel è un personaggio che sostanzia la pellicola: un passato che non viene svelato, una famiglia lontana di cui non verremo a sapere niente, idiosincrasie spiccate, un’umanità che si nasconde sotto la coriacea scorza fatta di passati rifiuti e di probabili porte chiuse in faccia.
Facendo ironica leva su luoghi quasi horrorifici (la persecuzione delle rivali, le fotografie con i volti cancellati violentemente, il sotterfugio che diviene maligna esclusione, i guanti di gomma indossati come se servissero a commettere un omicidio), tra echi surrealisti che fanno pensare a Bunuel (Diario di una cameriera) o a certo Ferreri (il simbolico indossare la maschera bestiale usata dai ragazzi), La nana (orrenda la titolazione italiana) è un film di taglio visivo semidocumentaristico che rimane quasi sempre rinchiuso nell’ovattato mondo borghese di riferimento, in cui il regista, che gira in digitale, con macchina a mano, montaggio ridotto all’osso, dimostra mordente soprattutto nella prima parte, nella seconda accettando una dinamica più convenzionale (l’ammorbidirsi a seguito della relazione amicale, la scoperta dell’affetto disinteressato prima e del sesso poi) che si traduce in una sorta di rinascita sotto le vesti liberate di Lucy che, prima persona che le dimostra comprensione, indica alla protagonista un modo diverso di approcciarsi alla vita.
Candidato al Golden Globe come miglior film straniero, premiato al Sundance, riconoscimento come migliore attrice (Catalina Saavendra) al Torino Film Festival 2009.
Luca Pacilio, da “spietati.it”

Davvero molto originale il film di Sebastiàn Silva. Vincitore di importanti riconoscimenti tra cui quelli per il Miglior Film Straniero e per la Migliore Attrice al Sundance Film Festival 2009 e quello, ancora una volta, per la Migliore Attrice al Torino Film Festival, Affetti & Dispetti, il cui titolo originale è La Nana, vanta una buona sceneggiatura ed un realismo degno di nota.
Tecnicamente pulito e scorrevole, il film di Silva punta tutto su dialoghi e personaggi. Ottime le performance dei protagonisti, genuini e spontanei.
Il realismo è tangibile ovunque: la casa in cui si svolgono le vicende, è infatti la casa dei genitori del regista, vissuta e conosciuta da lui e dal fratello Augustin che interpreta la parte del figlio adolescente Lucas. Realistici sono i rituali della buona notte con cui la madre mette a letto i due bambini piccoli, realistiche sono le schermaglie tra la figlia Camila e Raquel, che per qualche oscuro motivo, non la sopporta. Realistica è la routine quotidiana che investe tutti gli abitanti di casa Valdés.
Vedendo questo film, lo spettatore non può fare a meno di detestare la protagonista: una donna abbrutita, musona, scortese e insolente, tanto da sembrare surreale. Ma proprio lei regge le fila della storia ed il suo comportamento fa riflettere sulla solitudine, sull’attaccamento smisurato nei confronti dei padroni per cui ha lavorato tanti anni e che diventano la sua famiglia. Solo grazie all’amicizia di Lucy e creandosi i suoi spazi, ritrova la serenità.
Senza voler fare i bigotti, bisogna dire che alcuni nudi sono decisamente superflui e gratuiti mentre la semi-scena di sesso tra Raquel e lo zio di Lucy è a dir poco grottesca se non addirittura ai limiti del disgustoso. Sulla stessa linea il vocabolario eccessivamente colorito del padre, forse poco consono vista la presenza di due adolescenti e due bambini. Ma questa sovrabbondanza di dettagli sembra far parte del realismo di fondo che il regista intendeva dare alla sua opera, obiettivo raggiunto sotto tutti gli aspetti.
Interessante la componente religiosa del film – che si nota nel grande crocifisso appeso in corridoio, nel santino sulla porta e nella madre che, mettendo a letto figli grandi e piccoli, impartisce loro una benedizione sulla fronte – derivata forse dall’educazione fortemente cattolica, tipica dei paesi del Sud America.
Originale e vincente dunque l’idea del film di Sebastian Silva. Un film divertente, irritante, concreto, autentico. Consigliato agli amanti del cinema indipendente.
Daria Castelfranchi, da “filmfilm.it”

Premiato al Sundance Festival 2009, al Satellite Awards e al National Review of Motion picture Awards, La nana approda nelle sale italiane, dopo che il Torino Film Festival aveva decretato, sempre nel 2009, Catalina Saavedra, la protagonista del film, miglior attrice.
Sebastian Silva, classe 1979, mette in scena un interessante psicodramma domestico che vede coinvolti i membri di una benestante famiglia cilena e Raquel, da ventitré anni impiegata in qualità di governante. La sceneggiatura, tutt’altro che scontata, rivela una certa forza narrativa, poiché mostra l’intreccio inesplicabile del piano emotivo e di quello politico, mantenendosi costantemente in equilibrio.
Raquel, dopo tanti anni di onorato servizio, si sente parte della famiglia, e non accetta le nuove domestiche che la signora Valdès le affianca per agevolarla nel lavoro; per tale motivo architetta atroci dispetti che inducono le nuove arrivate a svignarsela. Tutte tranne una, Lucy che, giovane e dinamica, non entra in conflitto con la diabolica governante ma, attraverso un certo distacco emotivo, le fa comprendere il fondamentale equivoco in cui si è imbattuta, scambiando i propri datori di lavoro per famigliari.
Guardando La nana, torna prepotentemente alla mente l’ottimo La cérémonie (1995) di Claude Chabrol (uscito in Italia con l’incomprensibile titolo Il buio nella mente), dove Isabelle Huppert e Sandrine Bonnaire interpretavano due reiette che s’introducevano all’interno del patinato mondo borghese, facendone emergere gli orrori e le contraddizioni, i vizi e l’ipocrisia, dando vita ad un epilogo particolarmente violento, in cui i facoltosi nemici di classe venivano trucidati sulle note del Don Giovanni di Mozart. Ebbene, lo scrivente non nasconde di aver covato, durante la visione del film, la speranza di un esito altrettanto efferato. Ma probabilmente Silva, che ha girato il lungometraggio nella casa dei genitori, immedesimandosi con il padronato, non ha saputo, o voluto, torcere il racconto su un piano squisitamente politico e, invece di organizzare un bel processo proletario, si è limitato a registrare le variazioni emotive di Raquel che, nella sequenza finale, sembra aver guadagnato un equilibrio che non aveva prima. In realtà, la sensazione che si prova è che il mutamento messo in scena sia solo apparente. Insomma il ritornello pare “deve mutare tutto, affinché nulla cambi”.
Comunque, a parte queste considerazioni, La nana è un buon film, che consigliamo di vedere, se non altro per arrabbiarsi un po’.
Luca Biscontini, da “taxidrivers.it”

Dai fornelli alla rivoluzione: un gioiellino cileno con la magnifica governante Catalina Saavedra. Premiato al Sundance e Torino
Premiato dalla giuria al Sundance 2009 e pure per la sua magnifica, terrificante protagonista, quella Catalina Saavedra che ha bissato il riconoscimento all’ultimo festival di Torino, il cileno Affetti e dispetti (La Nana) di Sebastián Silva ha pure ricevuto una nomination per il miglior film straniero ai Golden Globes, ma è soprattutto un ottimo esempio di cinema indie e glocal: plauso critico indistinto, alto gradimento di pubblico, non mette in fuoricampo il setting cileno, ma gioca con l’enciclopedia globale del “genere in crestina”.
Perché non è la solita governante: l’esausto canovaccio della lotta di classe in cucina e tinello lascia spazio a un’ambiguità pervasiva, che gioca con le nostre aspettative e quelle dell’agiata famiglia Valdes, da cui la cameriera Raquel (Saavedra) presta servizio da 23 anni.
Ci chiederemo, Raquel sarà sociopatica o razionale, sfodererà il sorriso o la lama? Chissà, ma l’emozione corre sul filo dell’aspirapolvere, con l’alta definizione che sporca le immagini, mentre la centrifuga di dominazione / sottomissione ci tiene incollati alle poltroncine. Tra Kammerspiel e denuncia, commedia domestica e horror morale, un gioiellino da tenere a bada, pardon, balia…
Federico Pontiggia, da “cinematografo.it”

Una nevrotica in famiglia
Raquel è l’ombrosa domestica tuttofare della famiglia Valdes, ma essendo afflitta da frequenti cefalee, necessita di un aiuto. La padrona di casa le affianca quindi un’aiutante, ma Raquel si sente minacciata nella propria posizione, che occupa da ormai venti anni. Scatena così una terribile rappresaglia fatta di crudeli scherzi nei confronti delle nuove arrivate, finché si presenta Lucy, una ragazza semplice che riesce a conquistare il cuore della sospettosa tata…

Sempre la solita routine
Dopo La vita me mata Sebastian Silva firma un’irriverente commedia domestica al cui centro è collocata la famiglia e i suoi rapporti “malati”. Raquel, la bravissima e sorprendente Catalina Saavedra, è una donna scorbutica e introversa, resa tale da un ventennio trascorso a passare lo straccio e a rifare i letti dell’abbiente e numerosa famiglia Valdes. Anche se ormai si sente parte del nucleo familiare da lei accudito, in realtà Raquel ne è ossessionata al punto da soffrire di dolorosissime cefalee. Schiva e sospettosa, la tata di questa tribù non permette a nessuno di avvicinarsi e vive rinchiusa nella sua ciclica quotidianità.
Il peso della routine però comincia a farsi sentire e a così la padrona di casa decide di venirle incontro affiancandole un aiuto. E qui Affetti e dispetti rivela il suo lato migliore attraverso i crudeli scherzi orditi da Raquel alle altre malcapitate domestiche. Sotto uno sguardo allucinato, quasi sembrasse quello del serial killer di turno, e a un istinto quanto mai predatorio, ben due volonterose collaboratrici soccombono, andandosene a gambe levate da quella casa di matti.
Nel frattempo la macchina da presa del regista non esita a scandagliare con attenzione i motivi del tormento della protagonista, facendone l’emblema di un’angoscia profondamente radicata. Per riuscire a scalfire una simile corazza è necessario l’intervento di una persona non legata all’ambiente domestico divenuto ormai soffocante, qualcuno che con rinnovata freschezza e un po’ di umorismo riesca a riportare la protagonista alla vita.
Ottima prova di Silva, nuova rivelazione del cinema sudamericano.
Maria Sole Bosaia, da “spaziofilm.it”

Rachel è una domestica che ha dato tutta la sua vita alla famiglia e alla casa in cui presta servizio: ma quando i Valdes cercheranno di affiancarle un’aiutante, la sua fedeltà diventerà una mania possessiva. Un riuscito esperimento di thriller domestico firmato dal cileno Sebastiàn Silva
Il mondo del lavoro dipendente è cambiato, sia nella sua stabilità che nei suoi rapporti. E questo vale non soltanto per operai e impiegati, ma anche per le lavoratrici a domicilio. Che oggi vantano o subiscono una mobilità accentuata, e comunque hanno una vita personale alternativa, quando non ostativa, alle prestazioni di lavoro che garantiscono. Mentre si può dire che un tempo molte domestiche “nascessero” e morissero nelle grandi famiglie in cui servivano, ricattate dalle vite degli altri in sostituzione della propria, presenze scontate a cui si richiedeva non solo il servizio ma anche l’affetto. Caninamente sempre descritte nei necrologi altrui come la “fedele “… (seguiva il solo nome proprio).
Reduce dai successi del Sundance Festival, del Torino Film Festival, e della nomination al Golden Globe, il film ha come centro portante di tutta la narrazione proprio una di queste antiche figure. Ma siamo ai giorni nostri, in un Cile che comincia ad affacciarsi sulla scena della democrazia, i cui echi sociali giungono precisi anche in una pellicola costituita quasi completamente dagli ambienti di una grande e confortevole villa borghese.
Interni perimetrati, scandagliati, radiografati grazie ad una macchina da presa a spalla che non si scolla mai dalla governante Rachel e dai bambini, adolescenti e adulti che compongono il nucleo in cui lei domina servendo. Tenendoli tutti in pugno con la sua insostituibilità malata, consapevole però di essere nel contempo sia una parte che da parte rispetto al gruppo che ama e tiranneggia. (A questo proposito è interessante notare come il titolo originale sia La nana, ossia la bambinaia, la tata, puntando sul personaggio. Mentre la traduzione italiana, seppur banale, ne qualifica la trama, più ancora che il contesto).
Trama fatta di quasi niente, eppure in cui ogni minima tessera, con il suo colore, non è lì per caso; quasi che, sottraendone una, si vanificasse il mosaico, tracciato in bilico fra amore e odio, sensibilità ed egoismo, gelosia e possesso, bontà e ipocrisia, da parte di una formidabile attrice quarantenne (Catalina Saavedra), che giganteggia onnipresente, seppur in un modo quasi mimetico rispetto alla sua tana, al suo regno,al suo grembiule. Perchè è lei il nodo ambivalente di sentimenti e di passioni represse che la induriscono e la sciolgono in modo alternativo, tanto contradditorio quanto inconsapevole, sullo sfondo di una vita per procura in cui si agitano pulsioni sociali e moventi inconsci, femminili, materni, sessuali. A cui gli altri si adeguano o si ribellano, come corde di strumenti.
A differenza di molte altre critiche, non faremo alcun accenno ai fatti, perché, anche se il film è nei dettagli, accanto all’ironia come alla cattiveria si affiancano momenti di sottile e quasi inquietante suspence psicologica, intonati ad un mondo apparentemente domestico e inoffensivo, ma in realtà alienante nella sua nevrotica ripetizione del fare e disfare sempre le stesse cose; di giorno in giorno, di stagione in stagione, di anno in anno. Con il frigo che volubilmente si riempie e si svuota, i disordini – sempre gli stessi – da rimediare, gli agguati mattutini della sveglia, le insidie del forno, l’ipnotico ronzare della lavatrice, la prepotenza dell’aspirapolvere, che qui è il grande complice di fatti e misfatti e che è altresì quasi l’unica colonna musicale del film, rappresa intorno alle deiezioni dei soli suoni quotidiani.
Tutto questo almeno fino all’esterno finale, in cui Rachel libera l’anchilosi dei muscoli come del respiro nella corsa, e la musica vera per la prima volta accompagna il suo trotterellare incerto, via via più rinfrancato di una vita in prestito che si restituisce finalmente a se stessa. Senza rinnegare nulla, solo rivendicando lo scioglimento dei fili di un destino ormai quasi scontato.
Qualificato dai commenti captati all’uscita dalla sala come “distensivo e carino”, è in realtà un film sapiente e ispirato, con una sceneggiatura dosatissima, un’ottima fotografia che nobilita il proiettore di casa, che inventa un vero personaggio, lo disseziona in modo anatomico, eppure caldamente famigliare nella sua naturalezza, e riesce a trasmettere, attraverso tocchi di esperienze condivise da tutti, il senso dell’unicità dell’io come dell’universalità della natura umana, ambiguamente impastata di materiali contraddittori.
Essendo un film “femminile” girato da un uomo,verrebbe la tentazione manichea di connotare di rosa e d’azzurro anche i soli del giudizio complessivo: uno per gli uomini, due per le donne.
Ma è estate e le sale cinematografiche incominciano il loro plurimo condizionamento. Quindi, e non solo per la scarsa concorrenza, vale comunque la pena di vederlo. Ambosessi.
di Marinella Doriguzzi Bozzo, da “giudiziouniversale.it”

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