Vendicami

Arriva sugli schermi nostrani, grazie alla Fandango, Vendicami, ultima fatica del prolifico maestro del cinema di genere asiatico Johnnie To. Presentata in concorso alla scorsa edizione del Festival di Cannes e vincitrice del Leone Nero per il miglior film al Courmayeur Noir in Festival 2009, la pellicola del regista hongkonghese trascina letteralmente lo spettatore in una spirale di violenza, in cui il sangue si mescola con il piombo e il fango. To firma un affresco marcio e senza speranza che infetta il cuore e la mente di chi lo guarda, conservando però intatta quella sottile ironia che da sempre caratterizza il suo modo di raccontare e mostrare storie e personaggi. Lo script, firmato dal fedele Wai Ka Fai, solido tanto dal punto di vista narrativo quanto da quello dell’impianto dialogico, racconta, attraverso un’impeccabile commistione di azione e dramma, un viaggio disperato, quello di un padre in cerca di vendetta, tra le strade, i vicoli e il degrado, di gigantesche metropoli come Macao e Hong Kong.
Frank Costello, killer in pensione passato dietro i fornelli, sbarca in Oriente dalla natia Francia per vendicare la brutale mattanza abbattutasi sulla famiglia di sua figlia, ridotta in fin di vita nel letto di un ospedale. Il suo unico scopo è quello rendere pan per focaccia, estirpando dalla faccia della Terra prima gli esecutori e poi il mandante. Per farlo avrà bisogno di appoggio logistico e dell’aiuto di un gruppetto di simpatici e letali mercenari. Costello ha il volto scavato e segnato dal tempo di un Johnny Hallyday in stato di grazia che, abbandonata momentaneamente l’attività di cantante, presta magnificamente voce e sguardo di ghiaccio a uno dei personaggi più intensi e sofferti della galleria di To. Il suo è un antieroe vecchio stampo che richiama alla mente i protagonisti magnetici e misteriosi della tradizione del polar transalpino e della letteratura noir a stelle e strisce. In tal senso, il gioco citazionistico al quale ci ha sempre abituato To trova qui libero sfogo, anche se nel suo caso bisognerebbe parlare di veri e propri omaggi a filoni o, addirittura, ad autori della Settima Arte e più in generale della letteratura. Intorno e accanto a Hallyday un cast ben assortito, nel quale svetta per presenza e bravura l’impeccabile Anthony Wong, che insieme a Lam Ka Tung e Lam Suet formano un trio di sicari tra i più riusciti del recente passato.
Il film ruota interamente intorno a quella che è, a tutti gli effetti, una spietata caccia all’uomo, ma orchestrata secondo regole d’ingaggio rette da un codice quasi cavalleresco, uno dei temi chiave nella sterminata filmografia del regista hongkonghese e in quelle di altri illustri colleghi asiatici (tre su tutti John Woo, Tsui Hark e Takeshi Kitano).
Vendicami, in tal senso, si può considerare una sorta di compendio del cinema di Johnnie To, nel quale è possibile rintracciare chiaramente temi e stilemi ricorrenti come l’amicizia fraterna e virile, per la quale si è disposti anche a morire pur di difenderla perché legata indissolubilmente da un patto di sangue, l’onore, il rispetto e l’attaccamento alla famiglia o alla gang. Il tutto confluisce in film capaci di coinvolgere lo spettatore empiricamente e cerebralmente, immergendolo in atmosfere rarefatte, cariche di quella tensione che si taglia con la lama di un coltello, quelle stesse atmosfere che hanno elevato film del calibro di Election (2005), Exiled (2006), Throw Down (2004), Breaking News (2004), PTU (2003) o Mad Detective (2007).
Dal punto di vista tecnico, con Vendicami, To non raggiunge la perfezione ma la sfiora. Sparatorie che normalmente in un film targato Michael Bay o Tony Scott non andrebbero oltre la pirotecnica e confusionaria mitragliata di campi controcampi, nel film diretto dal collega hongkonghese si trasformano, invece, in coreografie animate da poetici ralenti e fulminee accelerazioni ritmiche. Le sequenze da incorniciare non mancano (la rocambolesca fuga dalla palazzina assediata, lo spettacolare conflitto a fuoco nella discarica di Macao, senza dimenticare il duello sotto la luna piena nel bosco e il memorabile epilogo tra le strade di Macao), ma questa non è di certo una novità, perché To, preservando uno stile che lo rende subito riconoscibile, ha sempre e comunque la forza e la bravura di rinnovarsi.
Francesco Del Grosso, da “taxidrivers.it”

Una donna, un uomo, due bambini. Lei di origine francese, lui cinese. All’improvviso la morte che entra in casa per mano di sicari che compiono una strage. Solo la donna si salva. Suo padre, Costello, raggiunge l’Estremo Oriente con un proposito preciso: vendicare la morte del genero e dei nipoti. Per farlo ingaggia tre killer che ha scoperto in azione mentre eliminavano l’amante infedele di un boss della malavita.. Con il loro aiuto cercherà di portare a compimento la missione che si è prefisso.
Johnnie To si è finalmente (e speriamo definitivamente) scrollato di dosso i vincoli narrativi che almeno fino ad Election ne avevano in qualche misura ostacolato la genialità visiva. Sembrava cioè che il regista si sentisse in dovere di giustificare da un punto di vista sociologico l’agire dei suoi personaggi preoccupandosi quindi oltre misura del contesto. Intendiamoci: oltre misura per un regista come lui assolutamente in grado di intervenire sui generi interpolandoli con lo scopo di andare ‘oltre’ la verosimiglianza per puntare dritto al piacere della visione.
Qui, a partire dall’esplicito omaggio a Melville sottolineato nel cognome del protagonista, è un susseguirsi di luoghi del cinema pronti a sottoporsi a reinvenzione. Se dispiace che il ‘samurai’ melvilliano Delon abbia rifiutato il ruolo di protagonista il dispiacere è di breve durata perchè Johnny Hallyday è praticamente perfetto nei panni del vendicatore che pronuncia le battute più improbabili con la stessa determinazione con cui reciterebbe Shakespeare. Con un interprete così To è libero di giocare con le immagini (indimenticabile lo scontro con i contendenti che si proteggono con inusuali barriere individuali) raggiungendo un livello di astrazione che fonde magistralmente cinefilia e spettacolo.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Con Johnny Hallyday killer con le rughe il noir è un western
di Natalia Aspesi La Repubblica
Basta il titolo, Vendetta, bastano il nome e la provenienza del regista, Johnnie To da Hong Kong, per aspettarsi triadi ferocissime che si riempiono di buchi sanguinolenti. Però questa volta l’eroe non é cinese pur avendo gli occhi all’insù: è nientemeno che Johnny Hallyday, nume francese del rock, attualmente in giro a cantare con quella che lui ha definito la sua ultima tournée, per dedicarsi definitivamente al cinema. Un bel problema, perché non si riesce a immaginarlo che come gangster, o serial killer, o come qui, ex-assassino diventato cuoco in Francia, che arriva a Macao per far fuori chi ha sterminato la famiglia di sua figlia, il marito cinese e i figlioletti cinofrancesi.
Il prolifico regista cinese che da anni è invitato ai festival, è qui in concorso ed è venerato da noi da una ristretta cerchia di scicchissimi cinefili, voleva Alain Delon, ma a 74 anni l’attore che ancora rimpiange la sua perduta bellezza, ha rinunciato. Chissà chi sarà mai questo Hallyday, si è chiesto To quando glielo hanno proposto: però quando l’havisto è impazzito dall’ammirazione, pretendendo tuttavia qualche modifica. Via il giubbotto nero di pelle, via il crocefisso al collo con un Gesù che suona la chitarra. Su un corto impermeabile nero, un borsalino nero in testa, occhiali neri riflettenti, una vecchia Magnum in una mano e una Mad Max nell’altra, il resto lo ha fatto Johnny stesso: 66 anni atletici, baffi e pizzo rossiccio, la faccia una ragnatela di rughe e borse impressionante nei primi piani, Un fantastico sguardo inespressivo quindi ottimo per rappresentare malinconia, una voce profonda che più virile e criminosa non si può. E sulla quale c’è stato un piccolo contenzioso (a gesti, perché Uno non parla il cinese e l’altro solo il cinese) tra Johnny e Johnnie perché il primo voleva più battute e il secondo trovava i dialoghi noiosi e superflui nel fragore degli spari e nello zampillare del sangue.
Costello (Hallyday) assiste per caso all’assassinio di una coppia nuda che sta facendo l’amore. I tre killer cinesi gli vengono buoni per la sua vendetta, altrimenti impossibile non essendo pratico delle mille luci di Hong Kong. Come fosse un western alla Sergio Leone ma anche la serie di Tom &Jerry, i tre killer suoi amici lo portano dai tre killer che hanno sterminato la famiglia di sua figlia e insieme li sterminano in una bellissimo bosco fiabesco in una notte di luna piena. La moltitudine di killer volonterosi che pullulano nella zona sono più o meno tutti al servizio del ricco George che prima di far ammazzare l’amante adultera la distende sulla tavola imbandita tra terrine di caviale e aragoste, divorandola di baci, sotto lo sguardo impassibile dei camerieri in frac. Poi, sotto una pioggia scrosciante, in una foresta di ombrelli, tra la folla sconosciuta, il povero Costello si perde e perde la memoria: non sa più cosa voglia dire vendetta, e perché debba vendicarsi. To aveva avuto un’idea drammatica: attribuire la smemoratezza all’Alzheimer, poi ne ha capito il cinismo anche per un film di pura fantasia da cartone animato, e ha ripiegato sugli effetti momentanei di una pallottola conficcata da anni nel cervello del padre e nonno disperato. In una Hong Kong spaventosamente in rovina e fetida, muoiono tutti, tranne il pur ferito Costello: «Mi devo vendicare prima di dimenticare» si dice. Vendetta porta a vette sublimi l’infantilismo da videogioco, con momenti di assoluta meraviglia cinematografica, come la battaglia in cui i killer cattivi avanzano nascosti dietro enormi balle di carta straccia che rotolando, assediano i killer buoni, come in tempi di minor trionfo della spazzatura, avanza l’esercito nascosto dietro la foresta semovente nel Macbeth scespiriano.
Da La Repubblica, 18 maggio 2009

Roberto Silvestri
Il Manifesto
Vendetta di Johnnie To (in concorso) si ambienta tra il paradisiaco Macao e l’infernale Hong Kong ed è la versione senza delizioso frame porno, ma più strindberghiana, horror, comunista, ecoballista, umorista e misogina di L’Anticristo. Che, come tutti sanno, tranne Mughini, non è la natura umana, né quella femminile, né quella napoletana, ma la «natura poliziesca» (serva ottusa, senza se e senza ma, della proprietà privata). Infatti questo misterioso ex poliziotto francese che ha una casa pregiata a Parigi, un ristorante sui Campi Elisi, un mazzetto pingue di contanti e una pallottola in testa, che prima o poi lo porterà all’amnesia totale, e assolda tre killer cinesi simpatici per assassinare i tre killer cinesi antipatici che gli hanno assassinato la figlia, il genero e due nipotini, non ce la conta giusta. E, molto sospetto sulla provenienza dei suoi immobili, chissà quali altri piani perversi nasconde dietro alla sua ronda privata e al «diritto alla giusta vendetta, altro che corti d’assisi demodé». Come tanti altri «parenti delle vittime» strumentalizzati e istigati a farsi giustizia da sé, bypassando la morale, le leggi internazionali e i film di Clint Eastwood e Park Chan Wook. Insomma l’ex rocker, sbeffeggiato per il suo conformismo antisessantottino già da Antoine, esibisce una fretta esagerata a far fuori il boss della triade di turno, donnaiolo, geloso e spietato. Nella sezione Cine classics è passato Lontano dal Vietnam. 40 anni fa quel film ci chiedeva come e se l’occidente avrebbe mai risarcito il popolo vietnamita, vittima di una aggressione ripetuta e continuata, tossica e immonda. Johnnie To, con la sottigliezza di un saggio orientale, contribuisce a quel risarcimento facendo la parodia di una carogna francese. In fondo fu Parigi a creare il «pasticcio vietnamita».
Da Il Manifesto, 19 maggio 2009

Johnny Hallyday, un vero duro a Macao
di Maurizio Cabona Il Giornale
Johnny Hallyday non farà più tournée canore, dandosi solo al cinema. Fa bene, a giudicare da Vengeance (Vendetta) di Johnny To, presentato ieri in concorso al Festival di Cannes, che viene dopo tante belle interpretazioni, come L’uomo del treno di Patrice Leconte (Mostra di Venezia 2004). Composto e taciturno, Hallyday cammina svelto, parla poco e spara tanto: accenna una smorfia quando colpito, un sorriso quando colpisce. La storia e il fascino di Vengeance stanno nell’essenzialità sua e di Anthony Wong, il Lino Ventura del cinema cinese o anche l’alter ego locale di Hallyday. Perciò questo è un film di genere che merita una grande vetrina, anche perché – pur rappresentando criminali – ha una dimensione etica, quella mutuata dai film di Jules Dassin e Jean Pierre Melville. Di quest’ultimo la citazione da parte di To è scoperta, fin dal cognome del personaggio di Hallyday, Costello, come il Jeff del Samurai, che in Italia divenne (!) Frank Costello, Faccia d’angelo. E proprio il suo interprete, Alain Delon, avrebbe dovuto girare Vengeance: trattativa lunga e vana. Poi si fece avanti Hallyday. Il resto è cronaca. Gli incassi ci saranno, e non solo in Francia: se il coprotagonista è Wong, l’antagonista è il celeberrimo (in Cina) Simon Yam, entrambi a Cannes per presentare il film con To e Hallyday. Sarà da vedere se il film sarà distribuito anche in Italia, dove il criminale da festival ha preso l’aspetto desolante reso da Gomorra. Che, certo, è quello prevalente in ogni categoria professionale. Ma un film deve creare una realtà, non esserla. Dimenticando le miserie del neorealismo epigonale, torniamo a Hallyday. Gli occhi azzurri più amati di Francia splendono meno di una volta fra palpebre che hanno molto vissuto. Ma il suo personaggio – a Macao per vendicare la figlia (Sylvie Testud) e i nipotini, oltre al genero, finiti in una strage delle Triadi-è quello di un ex poliziotto a riposo, che ha un ristorante sugli Champs- Elysées (Hallyday ne ha davvero uno, dove Emanuele Filiberto incontrò Clotilde Coreau) e quindi sa cucinare. Cucina anche per un’altra frazione delle Triadi, quella che lui arruola per la vendetta, in cambio di denaro, di un Rolex, del ristorante e di «un grande appartamento a Parigi » (Hallyday ne ha davvero uno). È bello vedere Macao col suo fascino portoghese, seguita da Hong Kong, col suo fascino cinonewyorkese. I soprabiti dei finti passanti sono eccessivi per la locale temperatura invernale: servono solo per fare tanto film noir. Ma To sa anche inventare: la bicicletta senza ciclista, fatta correre a rivoltellate, è una bella novità. Il rapporto fra i sicari di una parte e dell’altra, puramente professionali, sono meno nuovi, ma il regista li arricchisce di dettagli simpatici. E anche l’incombere dell’amnesia, che obbliga Hallyday a fotografare e classificare buoni e cattivi (onde poterli collocare a memoria perduta) è una felice ironia su registi (romanzieri, giornalisti) che mettono come una didascalia ai personaggi. Convinti che, altrimenti, il pubblico non capisca.
Da Il Giornale, 18 maggio 2009

Ci sono due cose di cui a Johnnie To pare non fregare niente: la plausibilità e la ripetitività. E per entrambe va stimato.
Poco noto da noi ma estremamente seminale ad Hong Kong, quello che To fa da decenni è prendere la materia occidentale noir e poliziesca e ambientarla nella sua terra. I suoi film non sono assolutamente la traduzione del cinema occidentale quanto una sua versione, come se guardassimo Johnnie To che guarda un film noir americano o francese e capissimo cosa lo colpisca di più di quei film. Allargando il racconto dai classici tre atti occidentali ai 4 più tipici del cinema orientale Johnnie To sembra quasi sempre raccontare due storie in una.
I topoi occidentali ci sono tutti ma spesso non paiono importanti, al contrario le tematiche più care alla cultura asiatica (la vendetta su tutte) non hanno un ruolo centrale ma sono ciò che muove tutto.
Vendicami in particolare ha una trama che può ricordare Memento di Christopher Nolan: un uomo deve vendicarsi e deve farlo in fretta poichè per una malattia degenerativa da cui è affetto in qualsiasi momento la sua memoria potrebbe tradirlo. Eppure non siamo dalle parti del plagio o della citazione, Johnnie To in questo film si pone soltanto la medesima domanda di Nolan: “La vendetta è così importante da dover essere compiuta anche se poi non se ne potrà godere?” Ed è interessante come, mentre Nolan sembrava suggerire una risposta negativa, qui To sembri suggerire una risposta positiva.
Il titolo italiano è infatti ancora una volta fuorviante sebbene solo di poco differente dall’originale Vengeance, la vendetta in generale invece della vendetta in particolare.
Tra iperboliche sparatorie, infinite prove di virilità e di fratellanza, deduzioni oltre il normale e via dicendo, To riesce ancora una volta nell’impossibile, cioè riesce a sottrarre al noir quella che solitamente è la sua caratteristica fondamentale: la plausibilità. Nonostante ci rendiamo conto che ciò che accade in molti punti non sarebbe pensabile, lo stesso l’atmosfera vince ogni resistenza e rende credibili i sentimenti individuali.
Ma ancora più in là la forza di Vendicami è Johnny Hallyday, uno tra i volti cinematografici più puri mai visti. Già notato in L’Uomo del treno e noto in Francia come una specie di Little Tony locale (era cantante nei medesimi anni), ora ha una seconda vita artistica come attore serissimo di noir cupissimi. E sebbene sia totalmente incapace di andare oltre l’unica espressione che la natura e le molte plastiche facciali gli hanno donato, lo stesso quel volto riempie lo schermo e satura l’ambiente di disperazione noir più di molti altri attori migliori. Hallyday arriva, Hallyday ad un certo punto c’è e tutto è chiaro. Straordinario.
Gabriele Niola, da “blog.screenweek.it”

Per vendicare il tentato omicidio della figlia e lo sterminio del genero e dei due nipoti, ad opera di George Fung (detto Mr. Fung), capo locale della triade che governa Hong Kong, Fernard Costello, un ex killer francese che, ritiratosi dalla professione criminale, gestisce un ristorante parigino, è costretto a riprendere le armi.
Arrivato ad Hong Kong per il riconoscimento delle salme e la burocrazia post mortem, non fa arrestare uno degli autori del massacro, per portare a termine la sua personale vendetta. Attraverso l’ingaggio di tre sicari, riesce a scovare in un parco di Macao, (grazie alle indicazioni della figlia in coma vigile e al fatto che uno degli assassini era stato colpito, durante lo scontro a fuoco, a uno orecchio), gli esecutori materiali della strage, nella speranza di riuscire a raggiungere e a giustiziare il mandante.
Inizia così un viaggio lucido e allo stesso tempo allucinatorio, in bilico tra ricordo ed oblio, risoluzione e smarrimento, in cui il protagonista (uno strepitoso Johnnie Haliday), soffrendo di ricorrenti amnesie (per un proiettile conficcato nel cranio, dovuto al suo passato criminale), tenta di ricucire il filo della sua esistenza, cercando di connettere presente e passato, memoria e urgente bisogno di vendetta, rappresentando in qualche modo, la giustizia personale e senz’appello, tipica del linguaggio western.
Ed è questa ricerca attiva e concreta della vendetta, che dirada le nebbie dell’oblio e dà senso alla vita di un uomo distrutto in cerca di un senso qualsiasi per aggrapparsi ancora alla vita, il filo conduttore di tutto il film, nella puntuale alternanza di momenti di lucidità a istanti nebulosi ed incerti, in cui sembra quasi che la vera vittima sacrificale e predestinata sia proprio Costello, simbolo stesso della bruciante consapevolezza che qualsiasi rappresaglia, anche la più riuscita, non potrà mai far ritornare in vita i propri cari.
“Che senso ha la vendetta, se non si ricorda più nulla?”, osserva uno dei tre killer della triade, passati dalla parte di Costello (che ricordano – anche esteticamente – I sette samurai di Kurosawa), mettendosi addirittura contro il loro stesso capo, Mr. Fung. E un altro risponde. “Lui ha dimenticato cosa è successo. Noi no.”
In questo breve dialogo c’è tutta l’ansia di pareggiare i conti con un destino atroce e vigliacco che non risparmia nessuno, cieco e selvaggio nel suo cancellare vite, affetti, amicizie, amori, odi, esperienze e passioni.
In una Hong Kong spietata e carica di umori noir (tanto ricercati nella filmografia di Johnnie To), la vendetta conclude la sua corsa, nella parabola finale di Mr. Fung, che rimanda – forse inconsapevolmente – alla costruzione geometrica della morte criminale, che si ritrova in Scarface di Howard Hawks del 1932.
Ma ciò che differenzia Costello, dagli altri vendicatori del cinema, è il suo bisogno di aiuto esterno, data la sua menomazione celebrale, che gli impedisce di ricordare e di possedere una memoria fondamentale per portare a termine la sua vendetta. Dai tre killer della triade passati al suo fianco, per soldi o forse per difendere un’ingiustizia, alle foto dei suoi cari uccisi con la scritta vendetta, ai bambini di una ragazza madre che lo aiutano ad individuare Mr. Fung e a colpirlo in un piazza centrale di Hong Kong. Ecco, il giustiziere non è solo, ma in compagnia di un’umanità (di cui è difficile comprendere la natura) che sente innato in sé il senso della giustizia sommaria, la necessità di colmare il vuoto della morte con la pienezza, seppur effimera, della vendetta.
Il gioco paziente nella costruzione razionale dello sguardo filmico connesso alla lucida visibilità del movimento scenico, consente a Johnnie To di realizzare il suo capolavoro, paragonabile, per profondità espressiva ed elaborazione minuziosa di un immaginario collettivo, a Kill Bill di Quentin Tarantino.
E’ importante però non appiattirli l’uno sull’altro. Mentre in Kill Bill, Tarantino dava libero sfogo alla sua maniacale ricerca di un eros “sanguinolento”, di una battuta feroce ed incontrollata che faccia da ridicolo contraltare alla precisione coreografica della letalità dell’arte marziale, Vendicami, raffina con accenti aurei, la complessa osmosi tra coscienza e atto, desiderio e storia, piano della volontà e principio di ragione, descrivendo come l’uomo possa sentirsi solo ed abbandonato nei suoi deliri di vendetta (come descrisse benissimo Gustav Klimt in Eros e Thanatos), e di come possa sentirsi realizzato nel ritrovare il possesso di sé, la memoria di essere un elemento del passato in divenire attivo nel presente.
Costello è dunque un eroe tragico, e in fin dei conti debole, silenzioso ed enigmatico come ogni personaggio noir che si rispetti. Non vi è in lui nessuna traccia di eroismo o di protagonismo architettato a tavolino. La recitazione empatica e per certi aspetti musicale di Halliday, riflette la sua precisa volontà di rimanere sempre con i piedi per terra, nell’osservare e vivere distaccato l’orrore anonimo che lo circonda. Non vi è compiacimento romantico ed erotico nella morte, ma la consapevolezza del vuoto incolmabile e della scia di sangue che lascia dietro di sé.
La vendetta può essere l’antidoto definitivo contro la morte? Solo la morte può sconfiggere la morte? Forse. Oppure è più semplicemente la vita che non riesce più a vincere contro l’inevitabile dipartita di tutto ciò che vive?
Claudio Vettraino, da “persinsala.it”

Vendicami
Costello ha una missione: vendicare la figlia, la cui famiglia è stata interamente sterminata a Macao. Solo un caso ha fatto sì che la donna si salvasse e a lei, tra la vita e la morte, Costello giura di trovare gli assassini. Dalla Francia, in cui esercita la professione di cuoco, l’ormai anziano Costello si reca quindi a Macao, per giungere poi a Hong Kong, metropoli a lui sconosciuta, straniero tra stranieri. Lì assolda killer della vecchia guardia, perché lo aiutino nell’impresa. Anche se Costello ha una certa esperienza in sparatorie, dato che, nel passato, era un noto gangster.
Il regista di Hong Kong Johnnie To con Vengeance, insieme alla sua casa di produzione, la Milky Way, si affida, per la prima volta, a una produzione internazionale. Non solo. In Vengeance c’è un mutamento che, chi conosce il cinema di To, ravvisa subito. La sceneggiatura, contrariamente al solito, è già scritta totalmente: viene così a mancare l’improvvisazione che era una delle cifre stilistiche del regista. La spontaneità e la freschezza della recitazione sono salvate, in extremis, dal fatto che gli attori conoscono poche battute della loro parte, nell’intento di Johnnie To di evitare precedenti elaborazioni da parte degli attori.
Vengeance, al di là della conferma della maestria di To nel creare perfette ambientazioni, che spiccano per originalità e bellezza ‘coreografica’, delle sparatorie e dei litri di sangue che scorrono copiosi, nell’arte di rendere il crimine e i bassifondi, le rudi amicizie virili consolidate attorno a una tavola, si costruisce tutto attorno al protagonista che, nelle intenzioni originali, doveva essere Alain Delon. In realtà Costello si fa tutt’uno con il cantante e attore francese Johnny Halliday, anziano e sciupato dalla vita al punto giusto, con la voce graffiante, il volto solcato dalle rughe, lo sguardo tra lo spietato e lo sperduto.
Vengeance, che nello stesso nome del protagonista, Costello, vuole richiamarsi a Jean Pierre Melville e al suo Le samurai, risulta un connubio tra i gangster movie del regista e i polar francesi, ma mantiene intatta, pur nella sceneggiatura a tratti sbilanciata e semplicistica, la malinconia e sofferenza che i film di To esprimono. Emblematica è la momentanea perdita della memoria del protagonista, che si aiuta con i nomi scritti dietro alle fotografie, in una mappatura di buoni e cattivi, amici e nemici, e che arriva a smarrire il senso profondo del suo cercare e del suo esigere vendetta. Perché la vendetta senza ricordo è inutile: solo la memoria dà un senso ‘etico’ alla sete estrema di giustizia, alla traiettoria perfetta di un colpo di pistola.
La frase: “Mia figlia. Mio genero. I miei nipoti. Sono uno straniero qui. Ho bisogno del vostro aiuto”.
Donata Ferrario, da “filmup.leonardo.it”

Insieme a Takashi Miike, Johnnie To può essere tranquillamente definito l’autore più prolifico del cinema orientale che riesce a mantenere una qualità costante delle sue pellicole. Dopo l’uscita suicida di Exiled nelle sale (ma c’è gente che giura non si sia mai visto in nessun cinema del Belpaese) la scorsa estate, c’è da augurare una maggior fortuna a Vendicami (Vengeance), ultimo lavoro dell’adrenalinico regista di Hong Kong. Un autore che ha sempre fatto delle storie e dei valori di lealtà e coraggio insiti anche negli ambienti più crudeli come quelli della Yakuza e delle Triadi il suo punto di forza. Erede designato di John Woo, ha saputo trasportare il cinema hard-boiled nel nuovo millennio, con una carica visionaria e di straordinaria potenza visiva. Vendicami ha la fortuna di essere un prodotto più esportabile, anche perchè a differenza dei suoi altri lavori, è stato girato quasi completamente nella lingua di Albione, e di vedere come protagonista una star (anche della musica), forse un pò decadente ma da dal sempre gran fascino come Johnny Hallyday, primo eroe privo di occhi a mandorla della sua cinematografia. Le carte in regola per regalare un’ennesimo action movie degno di nota ci sono tutte, anche se il film presentato a Cannes? ha suscitato reazioni contrastanti nella critica. Vediamo dunque se il marchio del buon Johnnie è rimasto intatto o ha sentito in parte un’eccessiva “occidentalizzazione”.
Vendetta
Costello (Johnny Halliday) si reca a Macao in seguito all’omicidio del genero (originario del luogo) e dei nipotini, e va a trovare la figlia ferita gravemente in ospedale. Questa chiede al padre di vendicare lei e la sua famiglia, ma gli indizi sono pochi. E’ cosi che l’uomo (che si dichiara chef, ma sa usare fin troppo bene la pistola) assolda Kwai (Anthony Wong), Chu (Ka Tung Lam) e Fat Look (Suet Lam) tre abili sicari affinchè l’aiutino nella difficile missione. L’inedito poker di uomini si mette così sulle tracce degli assassini, anch’essi killer specializzati, ma scopre che il mandante è qualcuno che conoscono bene. Ora i tre nuovi compagni di Costello dovranno decidere se restare leali all’uomo andando contro i propri interessi e a discapito della loro vita.
Uno per tutti, tutti per uno
Chi è abituato al cinema di To potrebbe almeno inizialmente rimanere spiazzato. Vengeance è un film formalmente perfetto che ha, paradossalmente, la maggiore pecca nella scelta del protagonista. Hallyday si rivela poco adatto allo stile del regista, e la sua interpretazione, seppur volutamente monocorde, non si farà certo ricordare. Il personaggio ha indubbiamente dei punti di fascino, soprattutto per ciò che concerne il suo passato, ma la caratterizzazione è appena abbozzata e impedisce di affezionarsi realmente al suo cammino di vendetta. Ed è così, operazione probabilmente pensata a tavolino, che il vero fulcro centrale della storia diventa il gruppo di sicari intento ad aiutarlo, che vanta le grandi performance di attori feticcio del regista quali Anthony Wong, Lam Suet e Ka Tung Lam (senza dimenticare il diabolico boss Simon Yam). Il rapporto di lealtà e fratellanza, di onore che permea le loro vite è l’essenza più pura della filmografia dell’autore, e addirittura certe scene ricordano per impostazione quanto già visto nell’immenso Exiled. E poco importa che a un certo punto le loro strade si dividano per il beffardo destino da quella di Costello, rimangono loro i cavalieri eroici e dannati che danno anima e corpo alla storia. La parte finale, orfana di questi combattenti, è alquanto statica e prevedibile, ma d’altronde non si potevano pretendere acrobazie e sparatorie coreografiche da un “vecchietto di ferro” (nel senso buono del termine) come Hallyday, che ha da poco superato le sessantasei primavere, e l’uso delle controfigure avrebbe avuto ben poco senso per l’età comunque avanzata del protagonista. Lo stesso epilogo, per quanto abbia intenti catartici, non convince del tutto e una conclusione più tragica (a cui To ci ha ben abituati) e meno classica degli eventi avrebbe forse migliorato le cose. Tralasciando dunque questi dettagli, comunque non da poco per un regista che ha sempre narrato grandi storie ricche di pathos dall’inizio ai titoli di coda, la pellicola rimane comunque un solido action movie, ben superiore alla media di prodotti analoghi provenienti dalla terra di Zio Sam. Alcune scene madri hanno insita una potenza evocativa di altissimo livello, con quell’arcana poesia di sangue e proiettili che ammalia e avvince per la sua genialità e che servirebbe a molti presunti autori hollywoodiani. L’avvenente violenza in questione è baciata da una fotografia di altissimo livello, che regala una delle sparatorie notturne più belle che la storia del Cinema ricordi, e che si diletta alla grande nei rallenty e nei roboanti cambi di sequenza, soffermandosi sui volti e rendendo un semplice silenzio fautore di qualsiasi pericolo. Anche grazie a questo la tensione è sempre costante, e non lascia un attimo di tregua nelle parti puramente action, dove l’inventiva dell’autore si dimostra in gran forma. Non mancano nemmeno una coinvolgente colonna sonora (ennesimo classico della filmografia Toiana), atta a sottolineari i passaggi pregni di quell’eroismo difficile da dimenticare. Vendicami ha il solo demerito di essere inferiore all’alto standard cui il nuovo maestro dell’hard-boiled ha ormai abituato, ma è comunque un teso e solido action movie, nuova interessante divagazione sul tema quanto mai abusato della vendetta.
La vendetta di Johnnie To non colpisce nel segno come dovrebbe, rivelandosi un ottimo prodotto di genere ma inferiori ad altri capisaldi firmati in passato dallo stesso regista. Chi è ormai insaziabile onnivoro del suo Cinema ne rimarrà forse un pò deluso, anche se comunque non potrà evitarne la visione, per tutti gli altri il consiglio è di recuperare due classici come A hero never dies ed Exiled, recensito su queste stesse pagine.
VOTOGLOBALE7
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

La vendetta è il territorio infinito delle conseguenze indesiderate. Amore, morte, desiderio di rivalsa. Su questo territorio Johnnie To mette in scena il suo “Vengeance” (in italiano “Vendicami”), ricognizione astratta e poetica sul tema della vendetta con un Johnny Hallyday in stato di grazia. Per la prima volta il regista cinese mette in scena con la sua casa di produzione, la Milky Way Image che negli anni ’90 ha dato il via ad un profondo rinnovamento del genere noir, una pellicola con un cast internazionale.
Johnny Hallyday, icona rock francese da 100 milioni di dischi venduti, è l’anziano Costello che si ritrova a Macao con una sola missione: vendicare la figlia, la cui famiglia è stata interamente sterminata da un gangster senza scrupoli. Dalla Francia, dove è uno chef, si reca in estremo Oriente dove assolda tre killer affinchè lo aiutino nell’impresa. Con loro, che diventeranno i suoi migliori amici, porterà a compimento la missione che si è prefisso.
A partire dall’esplicito omaggio a Jean Pierre Melville e al suo “Le samurai”, sottolineato nel cognome del protagonista, “Vendicami” risulta un connubio tra i gangster movie del regista e i polar francesi, riuscendo comunque a mantenere intatta la malinconia e sofferenza che i suoi film esprimono. Il protagonista Hallyday, che nella sceneggiatura iniziale doveva essere Alain Delon, nella parte dell’anziano sciupato dalla vita, riesce con la sua voce graffiante, il volto solcato dalle rughe, lo sguardo tra lo spietato e lo sperduto, a rendere perfettamente questa sensazione di tristezza costante.
Emblematica la perdita della memoria del protagonista, che si aiuta con i nomi scritti dietro alle fotografie, in una mappatura di buoni e cattivi, amici e nemici, e che arriva a smarrire il senso profondo del suo cercare e del suo esigere vendetta. Costello è un uomo che ha vissuto intensamente e sofferto intensamente. I suo occhi raccontano storie che la sua mente ha dimenticato. Che senso ha quindi la sua voglia di rivalsa? È questa la domanda che pone il regista a quella intorno al quale si muove l’intera pellicola. La sua ultima fatica è dunque costruita intorno ad un tema tanto sfruttato quanto potenzialmente inesauribile e che si adatta perfettamente al genere cinematografico del quale To è ormai uno dei maggiori esponenti.
Alessandra Agapiti, da “agenziaradicale.com”

Sfida rischiosa, quella di Johnnie To, di scegliere come interprete del suo nuovo film Johnny Hallyday, leggenda nel suo paese d’origine ma completamente sconosciuto in gran parte dell’Asia. E se chiunque si getti in una sfida ha la pur minima speranza di poterla vincere c’è da dire che il regista di Hong Kong non è riuscito nel suo intento. Perché la sfida non è stata vinta ma stravinta!
Il personaggio di Costello non poteva che essere interpretato dalla leggendaria rockstar, talmente è riuscito. Il fatto è che Hallyday è assolutamente straordinario nella sua quasi monoespressività. Cioé: ha una faccia sola per tutto il film e, vi giuro, è immenso. E poi, a prescindere da lui, il film stesso è qualcosa di incredibile. Sembra un fumettone (e fondamentalmente lo è) ma ha tutti i pregi del grande Cinema.
Tra impressioni surreali e caratterizzazioni infallibili, Vendicami non è solo un gran film di genere, è un gran film e basta. Tra rimandi al cartone manga (Il vestito e la silhouette di Costello sono quelle di Zenigata) e omaggi al cinema noir e comico (non so se il confronto è pertinente ma Costello è il nome vero di Pinotto che spesso, insieme al suo compare Gianni, veniva coinvolto in storie di gangster o cose del genere), il film di Johnnie To prende spunti dappertutto e riesce ad essere assolutamente unico.
E se non bastasse, il personaggio principale ha anche una sua aura poetica, lontano da un mondo che non (ri)conosce più ma allo stesso tempo fisicamente invischiato in quel mondo. Big Mama, donna dalla foltissima progenie; Chu, Lok e Kwai guerrieri fedeli fino alla morte; Wolf, Python e Crow tre criminali con nomi di bestie inquietanti; George Fung, il male impersonato, sembrano personaggi da tragedia greca o meglio, shakespeariana. E se ogni tragedia che si rispetti porta spesso in sé battaglie memorabili, qui abbiamo almeno due sparatorie che meritano di entrare in antologie del genere (se mai ne esistono).
E se non bastasse ancora, Vendicami è anche un film rock’n’roll, ma non per la musica, per tutto il resto. Dai giubbotti di pelle a certi personaggi sfigati che sanno tanto di losers. D’altra parte con dentro un mito così, non poteva essere altrimenti! Assolutamente da non perdere!
Renato Massaccesi, da “filmfilm.it”

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