Una sconfinata giovinezza

Pupi Avati presenta ‘Una sconfinata giovinezza’
Insieme a Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri il maestro bolognese si lascia alle spalle la querelle veneziana e ci parla del suo ultimo film, un dramma delicato sul morbo di Alzheimer cui fa da cornice un’infanzia autobiografica.

A pochi mesi dalla polemica sull’esclusione dell’italiano Pupi Avati dalla selezione ufficiale di Venezia 67, abbiamo incontrato alla Casa del Cinema a Roma il regista de La casa dalle finestre che ridono che, rievocando l’immeritata bocciatura, ci ha raccontato la genesi di Una sconfinata giovinezza. Come per la maggior parte delle opere precedenti, anche questa favola melanconica e nostalgica, ambientata a Roma e Bologna e girata in parte nei teatri di posa a Cinecittà, trae ispirazione dalle riflessioni del regista sul proprio passato. Questa volta è infatti un’infanzia autobiografica a fare da cornice alla storia del film, una ballata che racconta, tra flashback dalle atmosfere da horror metafisico e realistici quadretti familiari, la battaglia di una coppia di fronte al morbo dell’Alzheimer. Avati mette da parte quella volontà di denuncia che aveva caratterizzato il recente Il figlio più piccolo e firma un dramma emozionale e delicato su una patologia che spesso divide le famiglie. Come nel film citato si schiera dalla parte dei deboli, ma riesce a evitare la strada comoda e meno rischiosa della lacrima a tutti i costi facendo dell’equilibrio sentimentale il punto forte del film.

Diversamente dal passato, rappresentato da un curriculum di ben 41 opere, Pupi Avati ha deciso questa volta di mettere in scena la storia di un amore coniugale, percorrendo una strada narrativa originale e poco battuta nel cinema italiano. Nei panni dei protagonisti due bravissimi Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri, che ultimamente vediamo sullo schermo in veste di attrice solo nelle opere di Avati, i quali ci hanno parlato della loro esperienza sul set, accanto a un regista che sa svelare la sua umanità, rispondendo al telefono alla moglie preoccupata dell’accoglienza del film durante la conferenza stampa, oltre a una professionalità che ormai non ha più bisogno di conferme. A presentare il film, distribuito con determinazione dalla 01 Distribution in oltre 200 sale, insieme agli attori principali e al regista, i redivivi Serena Grandi, Lino Capolicchio e Manuela Morabito e Antonio Avati, produttore con Rai Cinema.

Serena Grandi e il piccolo Brian Fenzi in una scena del film Una sconfinata giovinezza Come nasce questa storia e come mai ha al centro un tema così delicato?
Pupi Avati: La ragione per cui mi sono occupato di questa patologia è il rapporto col tempo. Oggi un 72enne si definisce un anziano, uno che sta in una zona di rientro a casa, un momento in cui dismette la nostalgia per la propria giovinezza. La regressione, tipica di questa patologia, s’impone anche a chi è vicino: ognuno di noi ha in famiglia un parente affetto da Alzheimer. Se guardo indietro nel mio cinema, molti miei film guardano con affettuoso rammarico al mio passato imputandomi la colpa di aver vissuto la giovinezza con troppa precipitazione, vi si avverte la necessità di ritornare su quei luoghi. Questa forma di nostalgia ora riguarda più la mia infanzia perché si sta svegliando in me in modo sempre più prepotente il bambino di 8/10 anni che sono stato e che credevo di aver dimenticato.

Quindi molti elementi sono autobiografici, ci fa degli esempi?
Pupi Avati: Il gioco dei ciclisti viene da mio fratello, che era tifoso di Gastone Nencini. Il cane si chiama Perché come il cane di mio padre. E’ vera anche la storia del brillante cercato da mia zia nel catorcio in cui i miei trovarono la morte nell’illusione di trovarlo. La lotta tra i ragazzini riguarda la mia iniziazione sessuale, un momento in cui ho trovato la prima ebbrezza… Quando ci siamo accorti che mio suocero iniziava a confondere il presente col passato, mi sono molto incuriosito e ho studiato questa patologia, ne ho parlato con tanti esperti, mi sono documentato e mi sono detto che avevo finalmente un pretesto dopo 41 film per parlare di una storia d’amore, che non è solo tra moglie e marito ma anche tra moglie e figlio. Vado orgoglioso di questo sviluppo perché c’è la coincidenza della malattia con l’amore e il medicinale che un medico prescrive dovrebbe sempre essere l’amore perché adesso nella nostra società non si abbandonano solo gli animali ma anche i parenti e questo dovrebbe destare perplessità.

Ciononostante la gioventù è raccontata nel suo film con un elemento magico, quasi come in un fantasy…
Pupi Avati: C’è una sorta di sortilegio nella mia infanzia che credo appartenga a ognuno di noi, qualcosa di straordinario, prezioso e irripetibile. Non c’è niente di eccezionale: un incidente stradale, gli zii in campagna, la storia del brillante sono tutta una serie di rievocazioni della mia infanzia, che è comunque molto comune. Chi conosce il mio cinema può riconoscere le mie radici, che rivendico e dalle quali non intendo prendere distanza.

Una prima immagine del film Una sconfinata giovinezza con Francesca Neri e Fabrizio Bentivoglio Questo film si può considerare un horror dell’anima che scandaglia malattia e quotidianità in senso chirurgico. Come ha scelto di utilizzare questa tonalità per raccontare questa malattia?
Pupi Avati: Questa è una storia nella quale volevo arrivare alla resurrezione attraverso la mia infanzia, perché è l’unico momento della nostra vita in cui tutto è compatibile e m’inteneriva l’idea che un uomo cercasse di resuscitare la donna amata con una impudenza che solo il cinema permette. Io penso che il cinema debba essere utilizzato come uno strumento elastico che esce dall’asfittico mondo culturale nel quale gran parte del cinema comico si agita in cerca di un’angolazione. L’horror è la tensione che si produce nei confronti dello sconosciuto, è il buio della mente. C’è un momento del film che amo follemente e che è lo sguardo smarrito di Lino dopo che ha picchiato la moglie perché è esaustivo, racconta di questa storia il passato, il presente e il futuro.

Un altro tema affrontato coraggiosamente nel film e raro nella nostra cinematografia è la descrizione di un amore coniugale. E’ stata rischiosa questa scelta?
Pupi Avati: Io non ho dati statistici da mettere in campo, ma sono sicuro che i matrimoni durevoli in Italia siano la maggioranza. Che il cinema non lo testimoni è vero, ma che la realtà sia un’altra anche. Io sono sposato con la stessa signora da 46 anni, con la quale litigo ogni giorno e alla quale sono costantemente riconoscente perché mi tiene sempre in uno stato di agitazione perenne a cui non potrei rinunciare. Nel tempo da passione il matrimonio diventa affetto, ma penso con terrore all’idea che la persona che più mi conosce non dovesse più esserci: sarebbe insopportabile!

Come considera la polemica veneziana a posteriori?
Pupi Avati: Non ho visto i film in concorso perché non amo andare al cinema, non perché abbia voluto discriminare la Mostra di Venezia. C’è ben di peggio per un regista che leggere che il suo film è stato “bocciato” anche se in quel momento sono rimasto sbigottito. Se mi sono comportato così è stato anche per una sofferenza post Il papà di Giovanna. Questo è un film alternativo rispetto al cinema di oggi: tutti vogliono andare a vedere commedie, basta guardare gli incassi. La prudenza di 01 Distribution nel numero delle copie ci fa capire questa situazione. Io sono convinto che ci sia un potenziale bacino di utenza che non voglia vedere film che necessariamente facciano sganasciare dalle risate.

Il film non induce alla commozione facile, ma emoziona senza arrivare alle lacrime. Avete avuto difficoltà a mantenere questo equilibrio?
Pupi Avati: Potevamo scivolare sul terreno sdrucciolevole della produzione di emozioni, ma abbiamo affrontato questa storia con un grande pudore interpretativo, cercando d’interiorizzarla e senza specularvi. Sono sicuro che il pubblico che vedrà questo film ha una relazione con questa malattia, che è la malattia dei parenti. E’ un’esperienza che si può accogliere come un episodio umano, non volevo mostrarne la disperazione. Questo “non premere troppo approfittandosene”
ci ha portati a un film che non verrà visto nell’indifferenza. Abbiamo cercato d’interpretarlo “sottoemozionandoci”.

Il regista Pupi Avati con Francesca Neri e Fabrizio Bentivoglio sul set del film Una sconfinata giovinezza Quanto ha pesato la scelta del cast sul film?
Antonio Avati (produttore): Avevo proposto Fabrizio a mio fratello, ma non si trattava di una scoperta proprio come in passato per Silvio Orlando e Antonio Albanese. Il mercato cinematografico italiano dei protagonisti possibili poi non è così ampio.
Pupi Avati: Questo è anche il mio primo film in cui i due protagonisti sono belli!

I protagonisti sono due personaggi molto spigolosi, gli attori hanno avuto dei punti di riferimento per entrare in questi ruoli?
Fabrizio Bentivoglio: Difficilmente prendo come modelli i personaggi del cinema, ma mi rifaccio sempre a persone reali. In questo caso mi sono rifatto alla mia infanzia e a quella di Avati, che mi ha raccontato.
Francesca Neri: Anch’io non ho avuto particolari ispirazioni, ma abbiamo vissuto il set e conosciuto una tenerezza che ci ha accomunati.

Signora Neri come ha vissuto quest’esperienza che la vede invecchiata e nei panni di un personaggio femminile molto emblematico?
Francesca Neri: Questo è uno di quei ruoli che un’attrice vorrebbe fare e l’invecchiamento fa parte della complessità di questa parte anche se è minimo perché è facile invecchiarsi di soli 10 anni. Siamo partiti da un dettaglio fisico per poi trovare un modo di essere Chicca. Ho lavorato sulla dignità di questa donna perché credo che amare suo marito faccia parte di una maturità che ho sentito dal primo giorno sul set. E’ stato bello ritrovarmi con Fabrizio e vivere tre settimane insieme è stato come fare un viaggio d’amore, con i disagi, con le paure… Ne sono uscita con un senso poetico di questa storia, che racconta una malattia devastante e soprattutto la trasformazione di un amore.

Lei è anche produttrice e la vediamo sempre meno al cinema come attrice. Cosa la stimola nell’interpretare solo film di Avati?
Francesca Neri: Penso che stiamo facendo un pezzetto di strada insieme. Ci siamo incontrati tardi, ma ho l’impressione che, come un giovanissimo regista, lui mi conosca molto bene e sia in sintonia con me e con quello che potrei fare e dare al cinema. Con Pupi mi sento protetta come a casa, ma anche stimolata. Lui mi fa sentire di crescere ogni volta un po’ di più come donna e come attrice e questo è prezioso per me.

Il protagonista Lino è un giornalista sportivo immerso in un’ambientazione familiare molto tradizionale. Anche questa una scelta poco comune…
Pupi Avati: Nel film vedete la classica famigliola organizzata dove tutti sono piazzati e in cui si appalesa un membro esterno come un giornalista sportivo: il suo matrimonio con Chicca è disdicevole! Ho pensato che dovesse essere un giornalista perché è uno che usa la parola e non potrebbe farne a meno.

Signor Bentivoglio lei come si è preparato per il suo personaggio?
Fabrizio Bentivoglio: Quello di Lino è un ruolo particolare. Quando Pupi mi ha contattato mi aveva detto che aveva un “pacco dono per un attore”, e lo è stato per me, ma era anche una patata bollente da trattare in maniera molto delicata. Questo è stato il mio obiettivo: trattare tutto con grande amore e sensibilità ritrovandomi bambino, girando a Cinecittà, cosa di cui sono stato onorato. E’ stato come quelle domeniche pomeriggio in cui da piccoli si gioca con gli amichetti con giochi autoctoni, pre-Playstation, prima ancora del subbuteo. Il nocciolo della storia vibrava già nella sceneggiatura, che mi emozionava. Potrebbe essere spiegato quasi come una favola per bambini: Lino e Chicca si amano, ma non hanno bambini così un giorno Lino decide di trasformarsi in un bambino che Chicca si ritrova in braccio.

Manuela Morabito, Lino Capolicchio e Gianni Cavina in una scena del film Una sconfinata giovinezza Signor Capolicchio, la signora Neri non è l’unica a rappresentare un ritorno alla regia di Avati…
Lino Capolicchio: Quando Pupi mi ha telefonato, mi ha detto che era dispiaciuto, ma aveva una parte per me. Io non so come definirlo perché lui è un affabulatore impressionante e dire di no, cosa che ho fatto sempre nella mia carriera, a lui non è possibile. La cosa più emozionante per me sul set è stato l’incontro con Francesca Neri, che avevo scoperto al centro sperimentale un giorno in cui Sergio Leone mi aveva chiesto di sostituirlo ai provini. Lei era carina, ma non riusciva nemmeno ad aprire bocca così ho capito che aveva una sensibilità maggiore. Sul set Francesca mi vedeva ancora come un maestro. Anche Serena Grandi l’avevo conosciuta piccolissima, aveva 17 anni e le trecce…

Anche la signora Grandi e Manuela Morabito però sono redivive. Com’è stato per voi tornare a lavorare con Avati?
Serena Grandi: Per la seconda volta devo ringraziare Pupi, sia perché ancora una volta mi ha dato la possibilità d’interpretare un personaggio che fa parte della sua famiglia sia perché è stato straordinario nel trattare un copione emozionante come questo.
Manuela Morabito: Con un maestro come lui sembra di avere a che fare con i valori della propria famiglia e devo confessare che ho imparato sul set da lui più che in tre anni di accademia.

Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

In un’elegante casa da alta borghesia romana, si consuma il black-out lento di Lino, la firma sportiva di punta del Messaggero, interpretato da un credibile Fabrizio Bentivoglio.
Pupi Avati, in veste insolitamente drammatica, con Una sconfinata giovinezza (dall’8 ottobre nelle sale) disegna con delicatezza una storia d’amore turbata ma cementificata dall’Alzheimer, sfiorando il melò ma senza caderci appieno. Solo sul finale, per fare della realtà una poesia, oscilla pericolosamente inserendo troppi accadimenti (che ovviamente non vi anticipiamo) e cercando ostinatamente di chiudere dei cerchi tra infanzia e malattia.
Francesca Neri, incanutita per essere la moglie cinquantenne di Bentivoglio, è Chicca, la compagna amorevole, da sempre visceralmente unita al marito al di là della famiglia altolocata che non gradisce lui e trova così inopportuna la loro unione “bianca”, senza numerosa figliolanza al seguito. Da sola si trova a combattere senza possibilità di vittoria la cosiddetta “malattia dei parenti”, quella demenza degenerativa invalidante che cambia la mente e la personalità dei malati. Da moglie si trova ad essere madre di suo marito che, regredendo, diventa quel bambino mai avuto.
Intanto Avati, come suo solito e come sa fare così bene, colloca qua e là dei flashback temporali sull’infanzia bolognese di Lino/Bentivoglio, in pellicola decolorata. Nel farlo ammette di attribuire al suo personaggio la sua triste infanzia. “Mio padre morì in un incidente stradale simile a quello del film” racconta il regista emiliano. “Mia zia andava tutti i giorni a cercare nel rottame dell’auto il brillante di mio padre perso nell’incidente (nella finzione la zia è interpretata da Serena Grandi, ndr). Il cane di mio padre si chiamava Perché. E anche la mia iniziazione sessuale avvenne lottando con la Leda”.
Una sconfinata giovinezza pochi mesi or sono non era stato selezionato alla Mostra di Venezia, preferendogli La solitudine dei numeri primi. Ma Avati glissa dicendo che è acqua passata e di non aver visto il film di Saverio Costanzo. E giustamente si concentra solo sul suo film. “Avendo vissuto l’Alzheimer in prima persona, attraverso mio suocero, ho potuto vedere come quest’uomo posato abbia buttato del tutto la sua identità, tornando quel bambino che aveva 12-13 anni. Se da una parte questo ci ha inquietati, da una parte a me ha sedotto”. Così il grande giornalista sportivo Lino/Bentivoglio si ritrova a desiderare solo di giocare su una pista disegnata in terra coi suoi ciclisti impressi sul fondo di tappi di latta.
“La sfida era non approfittarsi della situazione: non andare a cercare l’effetto, in questo caso tragico” racconta Bentivoglio il suo percorso interpretativo. “Pupi mi diceva che per lui De Niro e Hoffman sono stati dei cani in Risvegli e Rain Man“. “Perché hanno approfittato biecamente della situazione interpretativa” spiega Avati. E così Bentivoglio ha giocato a togliere, a mio avviso riuscendoci.
Francesca Neri da parte sua è stata molto colpita dalla storia interpretata: “Uscita dal mio personaggio ho fatto fatica ad abbandonarlo. Sarà anche per la trasformazione fisica, ma ci ho messo più del solito. È un personaggio che ho amato molto. Ringrazio Pupi per questo regalo meraviglioso“.
Una sconfinata giovinezza è anche l’ultimo film di Vincenzo Crocitti, il prete della famiglia di Chicca/Neri, già malato durante le riprese. “È uno degli ultimi caratteristi del cinema italiano”, lo ricorda con affetto Avati.
Simona Santoni, da “blog.panorama.it”

Lino Settembre e Chicca sono sposati da tanti anni. Un matrimonio felice e affiatato, nonostante le differenze: lui giornalista sportivo per il Messaggero, lei docente universitaria di filologia romanza, proveniente da una famiglia di primari e pianisti, dove tutti figliano come conigli. Lino e Chicca non hanno figli, non sono arrivati, ma quando Lino comincia ad accusare i primi segni di una demenza senile precoce e degenerativa, Chicca si trova a fargli da mamma, ad occuparsene come fosse un bambino.
Dopo Gli amici del bar Margherita, riuscita tessitura di una serie di ricordi dell’adolescenza del regista, Una sconfinata giovinezza appare subito tenuta insieme da un’idea narrativa molto più salda e forte, una storia nel senso più pieno del termine, come poche se ne trovano nel cinema italiano. Pupi Avati non è certo il primo ad aver toccato il tema umanissimo della trasformazione dell’amore coniugale in amore filiale, la letteratura lo esplora da sempre e il cinema lo ha fatto a suo modo recentemente col Benjamin Button di Fincher, ma Avati lo fa ora nel cinema italiano, col suo linguaggio particolare, quasi un idioletto, distinto dalla lingua madre delle produzioni romanocentriche.
Peccato che le scelte di regia non sostengano la dolorosa poesia della trama: peccato per le musiche enfatiche, da drammone, e per il seppia delle sequenze di Lino bambino, che costituiscono in assoluto la parte più magica del film. Può darsi che nella memoria del regista, quei ricordi – perché son tutti veri: dal cane Perché all’incidente d’auto mortale, dalla straordinaria vicenda del brillante ai non meno straordinari fratelli Nerio e Leo – siano registrati con quei colori, ma è più facile che l’artificio filmico canonizzato si sia imposto prima sulla mente che dirige e poi sulla mano che traduce. E peccato, infine, per quei piccoli tentativi di giocare con gli obiettivi per rendere lo spaesamento dettato dalla malattia, insicuri e fuori tono.
Eppure, nonostante tutto questo, che poco non è, il film ha una potenza emotiva irresistibile e tocca corde profonde, che hanno a che fare con la sorte dell’uomo e il bizzarro e struggente mistero dell’infanzia che non finisce mai e, anzi, torna prepotentemente al tramonto (o in autunno, come il cognome del personaggio pare suggerire), non si sa se più per beffa o per consolazione.
Bentivoglio è quello che un protagonista dovrebbe essere: l’unico interprete possibile per quel ruolo, ma gradito è anche il ritorno di Capolicchio e di Cavina, con i loro ruoli ambigui e le loro ombre, che illuminano, per contrasto, l’innocenza del personaggio principale, la sua perdita di ogni retropensiero e l’adesione terminale e totale a una bugia da bambini.
Per Avati ancora e sempre la vita è come un film: giunta alla fine si riguarda dall’inizio.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Incontrare Pupi Avati è come farsi raccontare una fiaba o una vecchia storia da uno zio lontano. Cineasta della memoria, Avati non è solo un buon regista, ma anche un grande affabulatore, che in oltre quaranta film e attraverso centinaia di personaggi, è sempre riuscito a parlare, con dovizia di particolari, della vita e delle sue stagioni. Lo ha fatto ogni volta con incanto quasi bambinesco, e non è un caso, quindi, che il suo nuovo film, Una sconfinata giovinezza, renda omaggio alla fase, se non più bella, almeno più significativa, della nostra esistenza: l’infanzia.
“Una sconfinata giovinezza nasce dal rapporto che ho con il tempo e la memoria” – ci ha spiegato il regista in una piccola stanza dell’Hotel Excelsior di Roma.
“Sono una persona adulta, che nel secondo tempo della propria vita avverte sempre più la necessità di un rientro a casa. Dopo aver dismesso la nostalgia per la giovinezza, per un’adolescenza spensierata e meravigliosa, mi sono ritrovato vittima di un’ulteriore regressione che mi ha condotto fino all’infanzia, a un bambino di 9 anni che, come il protagonista del mio film, aveva un cane di nome Perché e aveva perso parte della famiglia in un tragico incidente stradale… quel bambino scalciava, si agitava e aveva voglia di fare nuovamente capolino”.
L’infanzia di cui parla il regista bolognese è il rifugio e la sola realtà di un giornalista sportivo che si ammala di Alzheimer. “Ho preso a interessarmi a questa patologia quando mio suocero ha iniziato a confondere il presente con il passato. Ho letto dei libri e parlato con i medici. Mi hanno spiegato le varie fasi che un malato di Alzheimer dolorosamente attraversa: la disperazione, l’aggressività, la rimozione del presente. Anche io, in forma diversa, ho voluto rimuovere il presente e viaggiare fra le epoche. Ci sono riuscito grazie all’impudenza che solo una forma d’arte come il cinema può avere”.
Una sconfinata giovinezza è la prima incursione di Pupi Avati nel territorio della malattia mentale e la prima vera storia d’amore a cui dedica un film. “Sono sposato con la stessa donna da 46 anni e mi sono reso conto di come il sentimento che ci lega sia profondamente mutato nel tempo, attraversando molte fasi distinte, ma tutte belle. Mia moglie è una parte di me, e se un giorno venisse a mancare, la mia vita sarebbe finita. Il sentimento che ci unisce è molto simile a quello che lega la coppia del film. Lino e Chicca, addirittura, regrediscono insieme, inventandosi una maniera nuova di comunicare e volersi bene”.
Mai retorico e costantemente in bilico fra commozione e leggerezza, Una sconfinata giovinezza può anche essere letto come una favola, almeno secondo il protagonista maschile Fabrizio Bentivoglio, che ha voluto raccontarcela così: “C’erano una volta Lino e Chicca, che non avevano mai avuto figli. Un giorno Lino si trasformò in un bambino e Chicca fu felice di diventare la sua mamma”.
Innamorato del cinema di Pupi Avati, Bentivoglio ha ammesso di aver incontrato qualche difficoltà ad avvicinarsi al personaggio di un malato di Alzheimer. “La prima volta che Pupi mi ha parlato del film, mi ha detto: ho un ruolo che per un attore è un vero e proprio pacco dono. A me sembrava più che altro una patata bollente, ma quando ho cominciato a lavorarci, ho capito che non dovevo fare altro che ridiventare bambino. Insieme a Pupi e ad Antonio abbiamo cercato un approccio delicato. Ci siamo raccontati la nostra infanzia ed è stato come tornare molto indietro nel tempo e andare a giocare a subbuteo o a soldatini a casa di un amichetto”.
Ad aiutare Fabrizio Bentivoglio a entrare nella parte è stato anche un periodo trascorso insieme a Francesca Neri nella casa in cui gran parte della vicenda si svolge: “Con Francesca abbiamo creato una forte complicità, non da coppia alle prime armi, ma da persone che si vogliono bene da tanto tempo. Per me è stato utile anche girare a Cinecittà. Sono un attore che ha sempre girato in esterni, o comunque in location reali. Ho scoperto nel teatro di posa un luogo affascinante, un posto dove la frase: Silenzio si gira! acquista un suono particolare, un significato quasi sacro”.
Arrivata alla sua terza collaborazione con Pupi Avati, dopo La cena per farli conoscere e Il papà di Giovanna, Francesca Neri si sente davvero a casa con il regista bolognese, e a proposito del tempo trascorso sul set di Una sconfinata giovinezza non ha esitato a dire: “Mentre giravamo, si è stabilito un clima di profondo affetto e tenerezza. In ogni momento ci trasmettevamo qualcosa, un’emozione, una magia, che poi è la vera magia del cinema. Pupi ed io stiamo facendo un pezzetto di strada insieme. Ci siamo incontrati tardi, ed è un peccato, perché lui mi capisce, mi fa sentire a casa e nello stesso tempo mi stimola a cercare di raggiungere sempre nuovi traguardi”.
Per la Neri, che ha amato molto il personaggio di Chicca, il compito più difficile è stato dover invecchiare di 10 anni. “Chicca è uno di quei ruoli che ogni attore vorrebbe interpretare. Mi sono sottoposta a un invecchiamento minimo. Di solito si viene invecchiati di molti anni, noi invece ci siamo limitati alla parrucca e a qualche segno sul viso, che mi hanno molto aiutato. Più che altro ho lavorato sulla dignità di questa donna, che ha un modo di amare maturo e consapevole. Sa che per lei il marito viene prima di tutto e per lui non esita a sacrificarsi. Chicca l’ho capita con il tempo, l’ho capita trascorrendo del tempo insieme a Fabrizio. Passando le mie giornate con lui, ho afferrato pienamente il senso di questa storia, che poi è un senso poetico: quello di un amore che si trasforma”.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Lino (Fabrizio Bentivoglio) e Chicca (Francesca Neri) sono una bella coppia professionalmente realizzata, lui è un affermato giornalista sportivo, lei una docente universitaria, i due non hanno figli, ma questo elemento causa di molte separazioni e crisi matrimoniali non ha incrinato un’armonia che con gli anni è andata invece consolidandosi, cercando l’uno nell’altra le inevitabili mancanze emotive che nel corso di oltre vent’anni di matrimonio si sono via via materializzate.
A incrinare l’equilibrio raggiunto e l’armonia conquistata in anni di convivenza arriva la malattia, imprevedibile e spietata solo come l’Alzheimer riesce ad essere, dopo alcuni sintomi che si presentano come un campanello d’allarme che anticipa l’inevitabile, la memoria di Lino viene lentamente erosa sino a che per lui comincia una lenta e irreversibile regressione verso un oblio che presto ne cancellerà ogni ricordo.
Chicca diventerà ancora una volta per il marito un punto di riferimento, una memoria condivisa da cui poter attingere ricordi di un amore forte che fungerà da legame anche quando muterà in una sorta di cordone ombelicale che trasformerà la compagna in figura materna e i ricordi d’infanzia nell’unica vita vissuta.
Difficile e irto di ostacoli il tema scelto da Pupi Avati per il suo nuovo film, l’amarcord che contraddistingue molta della sua produzione diventa materiale da melò, una coraggiosa e non indolore svolta narrativa che perde in leggerezza per abbracciare una dolorosa storia d’amore e un registro drammatico che Avati mette in scena con qualche eccesso di formalità, che se serve a mettere in risalto il talento dei due protagonisti, alla lunga perde in genuinità.
Una sconfinata giovinezza crea qualche perplessità anche a livello di confezione, sembra che si sia optato per un prodotto a mezzavia tra un’opera di fiction televisiva d’alto profilo con tutti i manierismi tipici della narrazione da piccolo schermo e la poetica d’ampio respiro che contraddistingue molto cinema d’autore nostrano che a tratti squarcia il velo per mostrarci stralci del miglior Avati, quello dei ricordi rielaborati dalla nostalgia canaglia e delle molteplici suggestioni del cinema di genere che il regista conosce e utilizza sempre a piccole, ma incisive dosi.
Pietro Ferrari, da “ilcinemaniaco.com”

“Come si dice quando uno interviene tra due persone che stanno parlando?” – “Si intromette”.
Inizia così Una sconfinata giovinezza, quarantaduesima fatica di Pupi Avati. Un lapsus. Può capitare a chiunque di non ricordarsi una parola. Di averla lì, sulla punta della lingua, e non riuscire a pronunciarla.
Francesca Neri e Fabrizio Bentivoglio sono Francesca e Lino: lui giornalista sportivo di successo, lei docente di filologia medievale alla Gregoriana. Conducono una vita coniugale serena da più di vent’anni nonostante il non essere riusciti ad avere figli. La cosa, anziché dividerli, ha contribuito a rafforzare il loro rapporto. Improvvisamente Lino iniza ad accusare problemi di memoria che si fanno sempre più invalidanti e che mettono in sempre maggiore difficoltà il normale andamento della vita di tutti i giorni.
Morbo di Alzheimer è la diagnosi: i farmaci possono rallentarne il decorso, ma la malattia è degenerativa e provoca una regressione mentale che porta, chi ne è affetto, ad isolarsi in un mondo parallelo, tutto suo, impenetrabile.
Francesca non ci sta: decide di regredire con Lino. Rifiuta l’idea di rinchiuderlo in un istituto deputato a curare questo genere di malattie. “Se c’è un modo perché la sua mente e la mia continuino a comunicare io lo devo trovare”, dice al medico a cui si rivolge. Il percorso, tutto in salita, viene affrontato dalla protagonista con una forza ammirevole. Le difficoltà sono maggiori di giorno in giorno e la situazione sempre più ingestibile.
Pupi Avati dirige questa pellicola senza sconfinare in un’eccessiva drammatizzazione di una situazione già di per sé drammatica. Alternanza di ieri e di oggi, flashback continui che narrano l’infanzia di Lino e il suo rapporto con la zia Amabile, interpretata da una convincente Serena Grandi. L’epilogo della storia si sa dai primi dieci minuti di proiezione ma, a differenza di altre pellicole di questo genere, la trama non implode.
di Marco Bellagamba, da “delcinema.it”

Con questa Sconfinata giovinezza Pupi Avati affronta per la prima volta una storia d’amore dolcissima e straziante. Il film segna l’esordio del binomio Avati- Bentivoglio e consolida la collaborazione con Francesca Neri giunta alla terza opera con il regista, una collaborazione decisamente fruttuosa per lei, soprattutto dal punto di vista professionale se i risultati sono questi che vediamo. Non so se qualche altra attrice del panorama italiano avrebbe potuto interpretare questa parte ma di sicuro la Neri riesce a toccare corde profonde con un’essenzialità recitativa apprezzabile, donando al suo personaggio la dignità enorme derivata dall’amore sconfinato per il suo compagno: sotto la direzione di Avati e la sua splendida sceneggiatura raggiunge una maturità espressiva sorprendente.
Francesco Bentivoglio si avvicina ad un ruolo delicato con rispetto, intelligentemente sottrae invece di enfatizzare la recitazione per raggiungere un personaggio che si incammina verso l’isolamento dal reale per toccare e vivere di nuovo un tempo interiore. Il personaggio di Bentivoglio, Lino, sembra essere un personaggio di proustiana memoria alla ricerca di un tempo perduto. Un tempo che rincorre per salvare la donna che ama e ritrova ma al prezzo di perdere il filo di Arianna che lo lega al mondo presente.
E’ una storia in cui il tempo e l’amore si intrecciano, passato e presente si fondono per confluire in una dimensione al di là del tempo: l’amore. E’ stato usato il montaggio alternato per far correre insieme le memorie passate di Lino e il presente. In questo modo ci troviamo a vivere quello che vive Lino. Viviamo il riaffiorare di ricordi rimossi in maniera sempre più pressante e dirompente. Viviamo il terrore, la paura di sentirsi scivolare il mondo tra le dita e di non avere più il controllo sulla mente.
Avati definisce l’Alzheimer la malattia dei parenti perché la paura di chi la vive in prima persona è minore del dolore e del terrore di chi ti ama e ti vede allontanarti, perderti senza poter fare nulla. Accettare di essere impotenti è estremamente arduo quanto convivere con la speranza di poter trovare un canale di comunicazione tra due mondi alieni. Il film rende tutto questo con straordinaria delicatezza e familiarità, commuove ma non offre il fianco ai clichè di un melodramma lacrimevole: anzi, arriva così in profondità da non far uscire una lacrima. Per me rimane un mistero il motivo per cui questo film non sia stato accettato al festival di Venezia.
Susanna D’Aliesio, da “celluloidportraits.com”

Scorrendo la lunga filmografia di Pupi Avati, tra una “Storia di ragazzi e di ragazze” (1989) e “Gli amici del Bar Margherita” (2009), non si può fare a meno d’intuire una certa, fondamentale importanza che i ricordi hanno per il prolifico cineasta bolognese classe 1938.
Quindi, c’era da immaginarsi che, prima o poi, dall’autore de “Il regalo di Natale” (1986) sarebbe arrivata la vicenda del giornalista sportivo Lino Settembre alias Fabrizio Bentivoglio, il quale, sposato da venticinque anni con la docente di Filologia Medievale Chicca, interpretata da Francesca Neri, comincia ad accusare problemi di memoria, fino a compromettere in modo sempre più evidente il quotidiano svolgersi delle sue attività professionali e familiari e ad allontanarsi dal presente.
Una vicenda che, inizialmente, non sembra altro che la versione ribaltata del riuscito “Away from her-Lontano da lei” (2006) di Sarah Polley, nel quale era Julie Christie ad essere affetta dal morbo di Alzheimer, mentre il marito Gordon Pinsent provvedeva ad accudirla.
Ma Avati, che costruisce i circa 98 minuti di visione alternando il presente e un passato che, come un po’ in tutti i suoi film, viene raccontato facendo ricorso ad una fotografia dai toni seppia, prende tutta un’altra strada, mostrandoci una sorprendente Neri costretta a trasformare il proprio amore coniugale in un amore materno nei confronti del sempre più infantile (mentalmente parlando) compagno.
Un Bentivoglio alle prese con una delle sue migliori interpretazioni, quest’ultimo, contornato da un cast decisamente in forma comprendente una riscoperta Serena Grandi, il compianto Vincenzo Crocitti, deceduto proprio a pochi giorni dall’uscita del film in sala, e gli immancabili Lino Capolicchio e Gianni Cavina, quasi ospiti fissi dei set avatiani.
E, se nel corso della prima parte, durante la quale si tende a sguazzare tra risate amare e una certa nostalgia (basterebbe citare la pista per giocare con i tappi di latta alla gara ciclistica), non si fatica ad avvertire una narrazione piuttosto fiacca, la bellissima seconda spinge non poco verso la commozione lo spettatore, talmente coinvolto nel sempre più accentuato dramma di Lino da provare quasi l’impressione di rivivere le forti sensazioni degli horror d’ambientazione rurale sfornati dal regista, qui responsabile di quello che possiamo tranquillamente definire “un bel film”.
La frase:
– “Ma è quello della televisione?”
– “Mi sembra lui”
– “Sta messo proprio male”
Francesco Lomuscio, da “filmup.leonardo.it”

Il nuovo film di Pupi Avati “Una sconfinata giovinezza” tratta un tema molto delicato, quello dell’Alzheimer, attraverso le vicende di Francesca e Lino, una coppia felice, soddisfatta affettivamente e professionalmente, che si ama da unna vita . Si sono conosciuti da ragazzi, sono cresciuti e maturati insieme, insieme hanno realizzato i loro progetti, unico cruccio non aver mai avuto un figlio. Poi all’improvviso tutto cambia, Lino non sta bene, per i due iniziano le difficoltà. Il regista mostra con delicatezza e grande sentimento quanto sia difficile affrontare il disagio mentale, vedere chi ami allontanarsi da te per addentrarsi in un mondo al quale tu non puoi appartenere. La forza dei sentimenti, il bagaglio di una vita, l’indissolubilità di un amore come quello che lega Chicca e Lino, non bastano a superare il baratro che si crea tra il malato ed il resto del mondo circostante, dal quale oramai si sente avulso. Lino vive in un mondo tutto suo, che lo riporta indietro alla sua infanzia, che il regista mostra con numerosi flashback, trasposizione cinematografica dell’infanzia del regista. La pellicola è pervasa da una malinconia di fondo, è viva e palpabile l’impotenza di fronte all’ineluttabilità delle cose. Bravissimi i protagonisti, Fabrizio Bentivoglio e Francesca Neri, quest’ultima invecchiata per l’occasione, la loro è una recitazione misurata, quasi sottotono, che rende la narrazione realistica, credibile. Nella pellicola primeggia l’amore di coppia, la dedizione, sentimenti che si trasformano in questa complicata situazione, per Chicca, che spera di poter gestire da sola, in amore materno, che la rendono per Michele, ora più che mai, l’unica ragione di vita. Anche il finale, che può per certi versi lasciare perplessi, è purtroppo più reale che mai. Ad Avati va riconosciuto il merito d’aver affrontato un tema spinoso, seguendo il registro drammatico, rimanendo fedele al suo cinema di sempre, pervaso dai ricordi personali, di un’infanzia e un’adolescenza difficili per la perdita inaspettata di entrambi i genitori, ma non per questo più complicate di quelle di tanti altri, come ama ripetere il regista. “Una sconfinata giovinezza” è un film che fa pensare, riflettere, lascia nell’anima un ricordo che difficilmente sbiadisce, ciascuno di noi serba un qualche dolore nel proprio cuore, una qualche sofferenza, la storia di Chicca e Lino ci ricorda che a questo mondo nulla è più importante dell’amore.
Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

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