The last song

Veronica/Ronnie (Miley Cyrus) non ha proprio accettato il divorzio dei suoi genitori, e al contrario del fratellino Jonah (Bobby Coleman) ha sviluppato una sorta di corazza emotiva che ne fa una ragazza scontrosa e ribelle, che ha voluto troncare ogni rapporto con il padre ( Greg Kinnear), che ritiene l’unico responsabile della sua sofferenza e del disfacimento del nucleo familiare.
Ronnie però dovrà affrontare la sua rabbia e l’odiata figura paterna durante una vancanza estiva. che la vedrà convivere con padre e fratellino in una casa in riva al mare, nella suggestiva cornice balneare di Tybee Island.
Inizierà cosi per Ronnie una faticosa elaborazione del suo disagio, che verrà aiutata da una serie di avvenimenti che la supporteranno in questo non facile percorso, su tutti l’incontro con Will (Liam Hemsworth) rampollo di una ricca famiglia locale alle prese con la recente tragica scomparsa del fratello.
Ronnie e Will si innamoreranno e questo predisporrà la ragazza ad un riavvicinamento con il padre e ad un ritorno alla musica, passione per la quale la Ronnie ha davvero un grande talento, ma proprio quando la famiglia sembrerà di nuovo unita, il destino metterà Ronnie di fronte all’ennesima prova.
Piccole popstar crescono, l’idolo delle adolescenti Miley Cyrus alias Hanna Montana tenta il salto di qualità verso un pubblico più variegato del consueto zoccolo duro di teenager con un dramma a tutto tondo, in cui l’elemento Teen è sfumato a favore di un’impronta melò, che se pur prevedibile nel suo svolgimento non manca di momenti toccanti, e di una messinscena dignitosa che permette alla pelllicola di trattare e veicolare tematiche non semplici.
The Last Song unisce due delle figure più odiate dalla critica d’assalto, lo scrittore Nicholas Sparks (Le parole che non ti ho detto) che ha la pessima abitudine di parlare di amore e sentimenti rivolgendosi al grande pubblico, e Miley Cyrus rappresentante di quella fabbrica di star in miniatura che è la Disney Factory, che nonostante sia dotata di indubbio talento e carisma. è ritenuta mera macchina per far soldi, quindi incapace per molti di qualsivoglia caratura artistica.
Così accade che tutti gli indubbi difetti del film della regista inglese Julie Anne Robinson, all’attivo molti premi e un corposo curriculum teatral-televisivo, diventino l’unico metro di giudizio di un film che è decisamente meglio di come lo si vuiol dipingere, o di come molti vorrebbero che sia, tanto per darsi una pacca sulla spalla e cestinare in fretta e furia l’invadente star musicale in trasferta sul grande schermo.
The Last song ha senza dubbio tutti di difetti tipici delle opere di Sparks, qui in parte amplificati dal suo ruolo di co-sceneggiatore, ma grazie ad una regia efficace riesce, dopo un incipit che senza alcun dubbio potrebbe far pensare all’ennesimo script da teen-movie, ad innalzarsi al di sopra della media di molti prodotti analoghi, rivelandosi un film che si lascia tranquillamente guardare, certo sempre se si apprezza il genere, non si cerca nulla di memorabile, e soprattutto non si parta prevenuti.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

La scrittura di Nicholas Sparks già crea un immaginario cinematografico forte. E questo film non si sottrae alle esibite esagerazioni dove ogni situazione è amplificata e ogni sentimento quasi esibito. Ma la sua riuscita consiste nell’essere un melodramma vecchia maniera, quasi obsoleto con squarci tra Pretty Woman e L’ultimo sogno. Greg Kinnear è superbo e Miley Cyrus è sorprendente
Nicholas Sparks in doppia versione. Si parte questa settimana con il primo adattamento, The Last Song di Julie Anne Robinson e si prosegue con la prossima con Dear John di Lasse Hallstrom. E a mettere i due film vicini l’uno accanto all’altro c’è il rischio quasi di confondersi: l’incontro fortuito dei due ragazzi che finiranno per innamorarsi (lui va addosso a lei mentre gioca a beach-volley in The Last Song, lui si tuffa in acqua per recuperare la borsetta di lei in Dear John), l’ambientazione nella località balneare e la figura essenziale del padre di uno dei due protagonisti. Forse l’universo dello scrittore è uno di quelli cinematograficamente più riconoscibili. Ed è anche uno dei più pericolosi con cui confrontarsi. Sparks sta al film d’amore come Grisham sta a quello giudiziario. Lo schema è simile ma gli esiti cinematografici hanno avuto esiti diversissimi. Si passa, per esempio, dal miracolo dell’accoppiata Costner-Mandoki in Le parole che non ti ho detto all’impresa di sciupare completamente una coppia affiatata come Richard Gere e Diane Lane (che invece avevano dato il meglio in Cotton Club di Coppola e Unfaithful di Lyne) in Come un uragano. I personaggi come si è visto appaiono riproducibili e intercambiabili. Sempre all’interno della stessa struttura o in un contesto simile. In The Last Song prendono le forme dell’adolescente ‘Ronnie’ e del fratello più piccolo Jonah che vanno a trascorrere le vacanze dal padre Steve che si è separato molti anni prima dalla madre e che i due non vedono da tempo. Lei si mostra subito indisponente, è sulle difensive e non vede l’ora di tornare a New York. Lei e il padre sono però accomunati dalla passione per la musica. Durante l’estate poi conosce un ragazzo, Will, con la quale vive un’appassionata e complicata storia d’amore.
Julie Anne Robinson non si ferma davanti alle esagerazioni della scrittura di Sparks. Ogni situazione è amplificata, ogni sentimento quasi esibito. Siamo nelle zone di un residuo da melodramma vecchia maniera stile Love Story e forse il motivo della sua buona riuscita è nella sua natura già dichiaratamente obsoleta. Nella struttura delle regole del genere il film non s’inventa nulla, non ha il senso della misura soprattutto nella recitazione dei due giovani protagonisti maschili (Will e il fratellino di Ronnie interpretati rispettivamente da Liam Hemsworth e Bobby Coleman). Però uno dei meriti è che cerca di commuovere e ci riesce. Ciò avviene grazie a un superbo Greg Kinnear (in totale metamorfosi rispetto all’altra sua altrettanto grandiosa prova di una figura viscida in Green Zone) e a una sorprendente Miley Cyrus, imbronciata per metà film e poi muta repentinamente riuscendo ad uscire con disinvoltura dai panni di Hannah Montana. The Last Song possiede anche residui alla Pretty Woman (la festa del matrimonio della sorella del ragazzo di Ronnie), entra nelle zone di un cinema d’acqua nelle immersioni/seduzioni nell’acquario e soprattutto possiede quei fasci di luce che entrano dai vetri che hanno la forza di far rivivere i morti. Un cinema quindi che non forza mai la dimensione terminale, anzi che fa vivere i morti anche dopo il loro decesso. Con una canzone che li tiene in vita, con una chiesa ricostruita che è come il progetto ultimo dell’architetto Kevin Kline dello straordinario L’ultimo sogno. La fedeltà a Sparks è quindi stavolta un’idea vincente. E non ci sorprenderebbe se The Last Song dovesse rappresentare un modello di melodramma teenager-movie così come la saga Twilight lo sta facendo nell’incrocio horror-sentimentale.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

Nicholas Sparks è uno di quegli scrittori che hanno la fortuna di vedere i propri romanzi trasformati in film che con un budget ristretto incassano milioni e milioni di dollari ai botteghini di tutto il mondo. Per “The last song” le cose non sono andate diversamente: costato 20 milioni ne ha incassati 55 nei soli USA, ai quali vanno aggiunti gli incassi che stanno per arrivare da tutto il mondo.

Tutto è iniziato da una conversazione con la produttrice Jennifer Gibgot (17 again, Step Up) che chiedeva a Sparks se avesse un libro adatto a dimostrare le capacità drammatiche di Miley Cyrus (Hannah Montana). Lui non l’aveva, ma in cinque-sei settimane ci ha pensato un po’ e infine ha ottenuto una storia. A quel punto i tempi si restringevano così ha messo da parte l’idea del romanzo – che ha comunque terminato tempo dopo – e si è concentrato sulla sceneggiatura, così per la prima volta ha invertito i tempi e film e libro sono usciti nello stesso anno.

“The last song” è ambientato in una cittadina affacciata sull’oceano dove un padre (Greg Kinnear) cerca di ristabilire il rapporto con i suoi figli, Ronnie (Miley Cyrus) e Jonah (Bobby Coleman) appena arrivati da New York per trascorrere le vacanze estive con lui. Ronnie è la figlia ribelle e dal primo istante cerca di fregarsene delle regole, Jonah è un bambino sveglio: capisce che l’occasione di conoscere suo padre è paragonabile a niente al mondo, e a quel punto tenta di farglielo capire anche alla sorella che però non vuol sentir ragioni e che, per protesta, da quando i genitori hanno divorziato ha smesso di suonare il pianoforte, strumento che le aveva insegnato a suonare il padre e che l’aveva fatto riconoscere a livello nazionale sin da bambina.

Gli amanti del mare ameranno questo film per lo splendido panorama che c’è da contorno: infatti è stato girato su un’isoletta della Georgia (USA) di 4000 abitanti chiamata Tybee dove le spiagge sono piene di dunette e le tartarughe nascono e vanno verso il mare ogni anno.
Colpisce la recitazione di Bobby Coleman, un bambino di 12 anni che avrà un futuro incredibile! Lascia un po’ interdetti quella della protagonista, Miley Cyrus, che probabilmente non siamo abituati a vedere in ruoli simili e perciò difficile da giudicare senza perplessità. Comunque sia, a suo favore, si può dire che è una delle poche attrici che sullo scherzo non sembra una bambola di carne ma una persona vera. Il candidato all’Oscar Greg Kinnear, nel ruolo di Steve Miller, il padre di Ronnie e Jonah, con una recitazione studiata e precisa lascia un forte impatto negli occhi delle spettatore, ma la moglie – quella cinematografica – Kelly Preston, alterna dei momenti sufficienti ad altri dove sembra letteralmente falsa e non adatta al ruolo. Ma nel complesso il film è godibile, adatto a tutti, e ci lascia qualcosa a cui pensare.
Michele Ponte, da “fuorilemura.com”

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