Questione di punti di vista

L’automobile di Kate l’abbandona lungo il viaggio; Vittorio si ferma e ci mette poco per farla ripartire. I due si ritrovano poco dopo in città: lei lavora in un piccolo circo, lui è incuriosito da tutta la situazione. In realtà Kate è da 15 anni che non torna a lavorare al circo: che cosa l’ha spinta a tornare? E soprattutto, cosa la fece, anni e anni fa, abbandonare quel lavoro?
Non fatevi ingannare da qualche commento: il nuovo film di Jacques Rivette è un gioiello che riconferma l’eleganza e le doti sempreverdi del maestro francese. Un cinema pieno di idee che sa anche essere sottile ed emozionante, e che continua sempre sui discorsi dei film precedenti.
Si tratta del lungometraggio più corto di Rivette, regista di film-fiume come Out 1 e La bella scontrosa (nella versione originale). Ma anche negli ultimi film il regista non scendeva sotto le due ore, grazie all’idea che il cinema debba appoggiare anche l’improvvisazione e debba prediligere lunghe sequenze.
Proprio in uno di questi ultimi film, Chi lo sa?, Rivette aveva lavorato con Sergio Castellitto, che ritrova in questo Questione di punti di vista. E ritrova ancora una volta Jane Birkin, affidandole il ruolo da protagonista. Rivette punta così la trama del film sui personaggi di Kate e Vittorio, sugli enigmi di lei e la curiosità di lui verso il nuovo, piccolo “mondo” che gli si pone davanti.
Continua nella cinematografia del maestro della Nouvelle Vague il rapporto con l’arte. In questo caso parliamo dell’arte circense, rappresentata soprattutto dai clown (maschere per definizione) e dall’arte dei mimi. Lo stesso circo, inteso come luogo fisico, è indicativo di quanto sia piccolo il film e di quanto parli della semplicità di questo mondo: è un mini-circo itinerante d’altri tempi, in cui lavorano poche persone e che viene visitato da altrettanti pochi spettatori.
E il tutto spesso viene visto ancora una volta sotto la lente del teatro: basta vedere la scena, verso il finale, della “passerella” di tre personaggi, che guardano in macchina, verso il pubblico, e parlano. Ma gli stessi spettacoli dei clown, rifatti e riproposti in variazioni da diverse angolazioni, richiamano la produzione teatrale.
Ma l’atmosfera dolce e godibile di Questione di punti di vista, al di là di tutto, sta proprio nel rapporto tra i personaggi. Nella curiosità di Vittorio verso le persone che inizia a conoscere. Nei drammi di Kate. Nella relazione sempre più forte tra i due protagonisti. E convince questa bella coppia di attori, formata da una fragile Birkin e da un sempre grande Castellitto.
da “cineblog.it”

Dopo quindici anni di assenza, Kate ritorna al mondo circense, abbandonato da giovane dopo la tragedia di un grave incidente. Il padre, direttore del piccolo circo in tournée, è morto da poco tempo e gli acrobati rimasti, scioccati dalla perdita, devono fare i conti con l’insuccesso del loro spettacolo itinerante. Bloccati in un piccolo paesino alle porte di Parigi, cercano di riavvicinarsi lentamente a Kate. Durante la preparazione dei nuovi sketch, arriva Vittorio, misterioso viaggiatore italiano, che, affascinato dall’eccentricità del gruppo e dall’animo tormentato di Kate, decide di fermarsi per qualche tempo. L’incontro tra le due anime solitarie costringerà tutti a fermarsi e riflettere sui traumi del passato.
Rivette è ossessionato dal legame tra arte e vita. Dopo aver sviscerato il topos ne La bella scontrosa, enigmatica riflessione sulla pittura come sintesi intellettuale di creazione artistica e ricerca esistenziale, ora continua a srotolare quel filo, ambientando una nuova storia d’amore nel mondo del circo. Sceglie un piccolo tendone rudimentale, lo arricchisce di luci e colori e lo sveste del carattere esagerato da baraccone ambulante. Il non-luogo sospeso del circo viene così rappresentato nella sua essenzialità: non ci sono elefanti addestrati né tigri o cavalli ma solo un gruppetto di clown e qualche acrobata. L’assenza totale di musica e la presenza algida e apatica dell’esiguo pubblico pagante, ammanta la costruzione silenziosa dei sentimenti di un’aria triste e desolante. Se i drammi del cuore affrontano con gravità la ricerca di un senso compiuto, le scenette teatrali dei clown e l’estrosità di Vittorio (che ride quando gli altri non lo fanno e si intromette negli affari degli sconosciuti con picchi buffi di petulanza), temperano i tormenti interiori.
Vittorio è impacciato e ‘fuori tempo’ nell’avvicinamento a Kate; tra i due nasce però una strana complicità che li unisce e separa continuamente, in un ballo di emozioni sussurrate e mai vissute carnalmente. Lei è bloccata dai ricordi e vive imponendosi la sofferenza della rimozione di una parte di se stessa, quella legata al mondo del circo dov’è cresciuta.. Accetta le incombenze quotidiane del presente, pensa al futuro ma non vuole fermarsi a guardare indietro. Il ritorno al circo ‘ambulante’ la blocca in un luogo magico, dove la commistione tra creatività e gioia di vivere creano il posto ideale per pensare. Lo stesso accade a Vittorio, nomade anomalo che vede, prima nello spettacolo circense, poi in Kate, l’occasione di aggrapparsi alla vita.
Niocoletta Dose, da “mymovies.it”

jacques_rivette-punti_di_vistaImmaginiamo una montagna e giriamo intorno ad essa. Guardandola da un’angolazione la vedremo sempre uguale osservandola anche da un’altra? Per Rivette quel che stiamo vedendo può mutare, progressivamente, sotto i nostri occhi e rivelare una serie di strati di realtà e di verità sempre diverse. La sua eroina, Kate, è imprigionata dal proprio passato, da un ricordo che la strugge, da una morte che torna ad ossessionarla… Dopo tanti anni decide di riprendere la strada di un tempo, ritornare sul luogo della sofferenza non tanto per liberarsene ma, al contrario, per verificare come la fitta del dolore non si sia ancora sopita.

Il circo, la sua pista illuminata dalle luci che si fa cerchio magico dove “ogni cosa può accadere”, esprime metaforicamente l’orizzonte delle possibilità e, secondo una messa in scena squisitamente teatrale Rivette, racconta la storia di una salvezza o, ancor meglio, di una guarigione. Tra simboli e parole il regista mette a nudo l’anima di Kate che, suo malgrado, si trova al cospetto di un “salvatore” sbucato dal nulla, estraneo (anche per la provenienza) alla sua vita e al suo sgomento. Come una favola narrata da un vecchio cantastorie il film si dipana attraverso gesti, silenzi e battute che fanno della realtà un nuovo spettacolo, un numero nel numero, di un carrozzone esistenziale al quale tutti teniamo dietro. Rivette racconta anche se, nel farlo, smarrisce un po’ il suo potere incantatorio nella recitazione forzosa di Castellitto e nello sguardo distratto di Jane Birkin, entrambi troppo distanti l’uno dall’altra per far sì che emerga davvero il legame che lega i loro destini. Una fiaba breve che si ascolta senza il sussulto di una vera emozione ma con la quieta attenzione che si riserva ad un vecchio maestro sotto il riverbero, ancora nitido, della sua grandezza.
Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

Il titolo italiano trasforma in modo generico e in definitiva insignificante l’originale, asettico e impersonale, ma preciso 36 vues du Pc Saint Loup, che allude ad una rappresentazione. Si tratta infatti di una pièce, dove ognuno è contraddistinto da un ruolo ed al cui interno si mettono in scena un recita clownesca, ripetuta più volte, ed una rischiosa performance di abilità.
Il film di Rivette, ambientato nel sud della Francia, con il paesino antico e accogliente, dove il tempo sembra essersi fermato, i monti sullo sfondo, il verde della vegetazione, l’azzurro del fiume, procede quasi in sordina, con situazioni che si intrecciano con semplicità e naturalezza, ma senza nessuna ricerca di plausibilità realistica. Nel paesino si è fermato un circo, che sarà il teatro dell’azione principale e delle altre a questa collegate. L’inizio è un incontro fortuito, in una strada di campagna, tra quella che si autodefinirà la “cassiera” del circo, con l’auto in panne, ed un bellimbusto qualsiasi, occhiali scuri, camicia bianca con le maniche rimboccate con nonchalance, che arriva con una vettura sportiva, si ferma, scende e senza dire una parola ripara il guasto. Questo fatto casuale si evolve poi in situazioni volute e calcolate, fino alle ripetute scene dei clown, dalla recitazione forzata. La ripetizione, nella rappresentazione come nella realtà, non ripropone mai le cose in modo uguale e, se cambiano gli “attori”, si hanno vistosi cambiamenti. Non tutto può essere controllato. E c’è continuità tra vita e teatro, anzi, teatro clownesco dell’assurdo.
Il personaggio di Castellitto, comune e banale,si fa attrarre da una donna, dal suo mistero e questo cambia il suo ruolo, che è quello del soccorritore: da aggiustatore di auto, si fa, con maggiori motivazione e convinzione, liberatore della donna, prigioniera del suo trauma, non senza aver prima sostituito l’attore mancante dello sketch.
Lei, interpretata da una splendida Jane Birkin, dalle leggere movenze di ragazza, sotto l’apparenza equilibrata e dimessa, è angosciata dal senso di colpa, prigioniera di un trauma , abbarbicata e come affezionata ad un dolore.
L’incontro fra i due cambia le cose, ma non prosegue il suo cammino: ognuno va per la sua strada. La vicenda è fuori da quello spazio, lontano nel tempo.
Il film, raffinato ed elegante, scorre senza graffiare; ha bisogno di essere ripensato.
Maddalena Ferrari, da “lalineadellocchio.it”

In una strada di montagna in Francia, Vittorio soccorre la povera Kate, rimasta bloccata sul ciglio della carreggiata a causa di un problema al motore della macchina. Per sdebitarsi del prezioso aiuto, la donna francese invita il suo soccorritore ad assistere allo spettacolo della compagnia circense nella quale lavora. Affascinato dall’intrigante ambiente del circo e desideroso di conoscere fino in fondo l’affascinante donna, Vittorio rimanda la partenza verso Barcellona e decide di passare alcuni giorni assieme alla troupe. La permanenza fra i circensi si rivela però più coinvolgente del previsto e il viaggiatore italiano assume un ruolo importante negli stravolgimenti emotivi ed artistici che si verificano all’interno della compagnia.
Dopo più di vent’anni di assenza dalla manifestazione veneziana, il regista francese Jacques Rivette presenta il suo ultimo lavoro alla 66. Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia. 36 vues du pic saint-loup, titolo originale della pellicola che verrà distribuita in Italia con il titolo Questione di punti di vista, è un’opera in grado di conquistare per la sobrietà con la quale viene delineato il piccolo microcosmo circense della compagnia protagonista. Kate aveva abbandonato da molti anni il lavoro nel circo di famiglia ma al momento della morte del padre, fondatore e responsabile della troupe, decide di tornare per aiutare la sorella e gli altri componenti del gruppo a concludere dignitosamente la tournee. Il motivo della fine della collaborazione, ovvero la morte durante una scena dell’amante di Kate, è ancora una ferita aperta nel cuore della donna, incapace di dimenticare l’atroce incidente.
Vittorio, simpatico manager italiano di passaggio per la Francia, viene catapultato nel clima circense e ne rimane fortemente attratto: la curiosità inquisitoria del personaggio investe la vita privata degli artisti, mentre il fascino dei numeri dello show lo spinge a diventare un consigliere personale dei clown.
La struttura narrativa del film si sviluppa secondo due binari distinti: il primo, costituito dall’evolversi del rapporto di Kate con il proprio passato, si muove sul piano riflessivo ed introspettivo; il secondo, rappresentato dalle performance degli artisti, è rappresentato dall’intenzione di rinnovarsi e migliorare della compagnia. Vittorio è il tramite fra queste due tendenze: l’italiano è incuriosito dal segreto celato da Kate ma, al tempo stesso, intento a stimolare gli artisti ad un cambiamento necessario per sopravvivere alla scomparsa, anche creativa, del responsabile del circo.
I due differenti percorsi si congiungono durante il ritorno sul palco di Kate e il debutto circense di Vittorio, chiamato a sostituire un clown indisposto. Il siparietto di cui è protagonista quest’ultimo funge da rigenerazione per l’intera compagnia e Kate, subito dopo lo show di Vittorio, affronta senza timore il numero che aveva provocato la morte dell’amante, buttandosi così definitivamente alle spalle il passato. I due numeri affrontati dai protagonisti simboleggiano un nuovo inizio sia per la vita artistica del circo che per la ritrovata serenità emotiva di tutti i suoi componenti.
Una caratteristica molto apprezzabile dell’opera è l’autonomia di cui godono i personaggi nei confronti dell’ingombrante ambientazione circense. Grazie ad una precisa caratterizzazione, ognuno di essi gode infatti di una propria vitalità e non rappresenta una mera comparsa. Lo scenario in cui si sviluppa il film non sfocia in uno sterile insieme di siparietti e giochi di prestigio ma rimane sobriamente sullo sfondo delle vicende, permettendone così uno svolgimento più chiaro e disinvolto. Da sottolineare inoltre la brillante prova corale del cast, fra il quale spicca un Sergio Castellitto in stato di grazia, impeccabile nel ruolo di Vittorio e capace di far sorridere grazie ad una comicità pacata e composta.
Questione di punti di vista segna il ritorno in grande stile del maestro della Nouvelle Vague, che presenta al pubblico della kermesse veneziana un’opera deliziosa per la delicata ma efficace caratterizzazione dei protagonisti e, soprattutto, per l’attenzione con la quale viene lucidamente delineata la complessa ambientazione circense.
Livio Di Meo, da “nonsolocinema.com”

Questione di punti di vista
Ha un sapore di antico il nuovo film del regista francese Jacques Rivette, o come dice anche il suo protagonista Sergio Castellitto in conferenza stampa “è un film archeologico” perché porta in se il DNA del vero cinema d’autore.
Presente in Concorso alla 66esima Mostra del Cinema, “Questione di punti di vista” ha una trama molto semplice. Kate (Jane Birkin) è tornata dopo tanti anni a lavorare nel circo di famiglia e per caso incontra Vittorio (Sergio Castellitto). Lui rimane folgorato sia dalla donna dal passato misterioso che dal mondo del circo, e decide di seguire entrambi per qualche giorno. E questa sua folgorazione per il circo, che si trasforma in affetto anche per chi lo tiene in vita, è tale da portare Vittorio a viverlo in prima persona, trasformandosi per un attimo in un improbabile clown che filosofeggia sulla vita e l’arte.
Jacques Rivette è molto bravo a far vivere i personaggi senza raccontare nulla di loro.
Nulla sappiamo di Vittorio, da dove viene o dove sta andando, ma la sua presenza è fondamentale perché cambierà il destino di Kate e di tante altre persone. La sua funzione, in questa storia semplice nel suo scorrere ma complessa per l’intreccio di sentimenti in essa, è quella di un angelo salvatore, del deus ex machina che libera Kate dal suo passato e dal suo grande dolore.
Vittorio è il risolutore della storia, e si fonde con essa dopo esserne stato spettatore.
Fondamentale è anche il luogo spaziotemporale dove la vicenda si svolge, il circo. Rivette abbandona in suo luogo prediletto, il teatro, per un altro luogo lontano dalla realtà ma più pericoloso di questa perché la rappresenta. E’ il luogo dove non si vive una vita reale ma una sua rappresentazione, così da affrontare i ricordi e il proprio dolore fino alla catarsi finale che consente di poter, di nuovo, ricominciare a vivere. E Vittorio è il regista di questa rinascita.
I destini e le vite dei protagonisti incuriosiscono lo spettatore visto anche i pochi dettagli su di loro rivelati con parsimonia.
Quello che interessa a Rivette non è il loro passato o il loro futuro, ma ciò che provano e vivono in quel preciso istante. Il film è quasi una continua fotografia delle loro emozioni, sospesa nel tempo. A sottolineare ciò, non ci è dato sapere se le strade di Vittorio e Kate continueranno insieme, è importante che si siano incrociate per modificare le loro vite.
Il film è piacevole, anche se scorre lento. Consigliato perché rimane, comunque, una grande lezione di cinema.
La frase: “Sono colpevole. La mia punizione è essere andata via. La mia punizione è essere tornata.”.
Giuliana Steri, da “filmup.leonardo.it”

Il circo

Il proprietario di un circo muore improvvisamente e i suoi dipendenti decidono di contattare la figlia, Kate, che non vedono da quindici anni. La donna decide di continuare il lavoro del padre insieme a Vittorio, un italiano conosciuto casualmente… [sinossi]

Un’ora e ventiquattro minuti, questa la durata di 36 vues du Pic Saint Loup, ultimo parto creativo di Jacques Rivette, tra i grandi maestri del cinema d’oltralpe quello rimasto probabilmente più oscuro al pubblico italiano. Potrà apparire bizzarro aprire la disamina critica di un’opera cinematografica con un riferimento al minutaggio sul quale si sviluppa, ma mai come in questo caso ci sembra che l’annotazione risulti perfettamente calzante.
Nel corso della sua lunga carriera, iniziata esattamente sessant’anni fa con il cortometraggio Aux quatre coins, Rivette ci ha abituato a un utilizzo assai personale del tempo: le sue messe in scena non si sono mai sentite costrette a sottomettersi alle regole ferree dell’industria, preferendo un percorso senza dubbio irto di ostacoli ma ben più personale. Anche senza volersi riferire agli episodi più estremi della sua filmografia (le tredici ore di Out 1: Noli me tangere, le sei o poco meno di Jeanne la Pucelle) è impossibile non riconoscere nel tracciato percorso dal cineasta transalpino una verve affabulatoria preponderante, dove la vera e propria dispersione del tempo acquista un senso finanche teorico; nell’annullamento delle regole tempistiche del cinema classico si nasconde un nuovo approccio alla materia cinematografica, rivoltata dal suo interno senza che si abbia mai l’impressione di un’operazione programmatica. Ed è interpretando il cinema di Rivette come uno degli esempi più limpidi di sincerità autoriale (1), palesamento di una necessità della messa in scena che esula da qualsivoglia retaggio di artificio intellettuale, che troviamo indispensabile – se non propriamente giusto – muoverci controcorrente rispetto al pensiero dominante che ha accompagnato la proiezione di 36 vues du Pic Saint Loup, presentato in concorso alla 66.esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia. Molte sono state infatti le voci che hanno parlato di un Rivette minore, immerso in una sorta di pausa riflessiva rispetto ai vari capolavori sfornati nel corso degli anni. Non che un’affermazione del genere risulti, a conti fatti, del tutto falsa: neanche noi ce la sentiremmo di innalzare l’ultima fatica artistica di Rivette al livello dei suoi lavori più riusciti, e ammettiamo di non aver provato durante e dopo la visione di 36 vues du Pic Saint Loup la sensazione di glorioso stordimento che aveva accompagnato, per rimanere negli ultimissimi anni, l’incontro con Va savoir, Storia di Marie e Julien e La duchessa di Langeais. Siamo però perfettamente convinti che questo non sia un difetto da attribuire alla pellicola di Rivette, ma semmai alla comoda sensazione di abitudine che abita spesso e volentieri gli animi del pubblico.
36 vues du Pic Saint Loup è un’opera breve non perché Rivette abbia improvvisamente smarrito per strada la propria ispirazione, ma semplicemente perché l’ora e ventiquattro minuti su cui vi abbiamo già reso edotti è la durata giusta per un film di questo tipo: cadere nell’errore di vedervi all’interno una semplificazione del discorso corrisponde a non aver mai realmente compreso il senso che la messa in scena acquista in mano al regista francese. Ciò detto, quello che probabilmente manca qui rispetto ad altre opere che l’hanno preceduto, è la profondità emotiva e umana di quanto ci viene descritto: la lettura del circo come metafora della vita non è, ammettiamolo, di primo pelo, e finisce per risultare vagamente posticcia rispetto a una scrittura dei personaggi che, al contrario, appare come al solito miracolosa. Molto interessante, invece, lo spezzettamento narrativo operato da Rivette: tutte le informazioni che devono raggiungere il pubblico vengono centellinate attraverso un abile gioco di reiterazione e accumulo. È così per quel che concerne il gag clownesco dei piatti rotti – suddiviso in quattro segmenti che ne delineano di fatto la creazione: si parte dalla scrittura base e si arriva alla totale improvvisazione dell’ultima performance – ma anche per lo svelamento del trauma di cui è stata vittima Kate e che è il basamento su cui si regge l’intera pellicola. Per il resto, 36 vues du Pic Saint Loup gode di una scrittura leggera ed estremamente “fluida” (caratteristica, questa, propria di tutta l’esperienza artistica rivettiana) affidata anche al fido Pascal Bonitzer – collaboratore di Rivette dai tempi de L’Amour par terre, anno domini 1984 – e di un cast di primissimo livello, in cui spiccano le interpretazioni di André Marcon e Sergio Castellitto. Per questo, a fronte di una pletora di pessimisti che interpreteranno questo film come un’opera minore di un grande regista oramai destinato al pensionamento, noi ci limitiamo a definirlo un sano, onesto e decisamente riuscito divertissement. Se vi par poco…
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

Viva Jacques

Rivette continua la sua riflessione sui meccanismi della rappresentazione abbandonando, dopo Va savoir!, il teatro e scegliendo, come sfondo significativo del suo girotondo adulto, il circo, inteso come espressione sintomatica di un’arte in declino e ulteriore spazio di messa in scena di una finzione attraverso la quale si arriva a percepire la verità. 36 vues du Pic Saint Loup (il titolo italiano la butta in commedia sperando di accalappiare un pubblico sprovveduto che rimarrà puntualmente deluso) è un film che, dunque, passando di scenario in scenario fa di una detection, la ricostruzione del passato di Kate, il centro nevralgico delle azioni sceniche; la donna è tornata nel luogo che ha segnato la sua vita per cogliere l’ultima possibilità di capire cosa l’ha fatta diventare ciò che oggi è: una persona afflitta e profondamente segnata da un amore conclusosi tragicamente. Vittorio ha dunque la funzione di operare questa ricostruzione, di far guarire la ferita di Kate, di liberarla dal ricordo che la imprigiona; il personaggio interpretato da Castellitto è, in tal senso, un carattere palesemente provvidenziale, spudoratamente scritto, limpidamente archetipico, che arriva in tutta evidenza a sistemare le magagne, da deus ex machina quale è stato concepito; Vittorio prende dunque in mano le redini del circo e usa il circo, luogo di incantati infingimenti, per risolvere la situazione reale di Kate, quella di un passato di morte consumatasi proprio a cagione di un’infausta esibizione: il numero della frusta, in cui (dato essenziale) Kate ricopre un ruolo (la sua presenza nell’arena è il corrispettivo della recita di un personaggio teatrale che, come avviene sovente in Rivette, consente a chi lo interpreta di capirsi), diventa allora il supremo esorcismo di quel passato, lo dissipa una volta per tutte. Il dramma a quel punto si dissolve, i personaggi salutano, Vittorio ha esperito la sua missione e può sparire.
Rivette, col rigore assoluto che lo contraddistingue, continua a confondere i piani, non ci nasconde come tutto sia rappresentazione, che il dramma si annida in ogni livello della sua opera e che esso può slittare dall’uno all’altro (l’entrata di Vittorio nella rappresentazione circense ne costituisce l’esplicitazione evidente); in ognuno di questi piani l’opera riesce a mantenere la sua orgogliosa logica, non ritraendosi di fronte alla necessità di essere puramente teorica e dimostrativa, al contrario facendo sì che il dispositivo narrativo riconosca tale necessità come parte integrante di esso, mettendo da parte i dati psicologici e lasciando che tutto emerga dalla superficie della messa in scena. E’ peraltro miracoloso il modo in cui l’autore riesca, nel perfetto tornare dei suoi soavi teoremi sui rapporti tra arte e vita, a dare spazio all’adorato imprevisto: il film dunque si muove tra i binari del glaciale meccanismo narrativo definito e le variazioni e improvvisazioni che riescono a sublimare l’ineluttabile automaticità dell’intreccio con il dato di un’estemporaneità viva e gioiosa. In questo Rivette rimane grandissimo, dimostrando una freschezza di stile ancora invidiabile nella granitica disciplina che sovrintende il suo cinema, un cinema senza tempo poiché dominato da un’intelligenza indifferente alle sirene delle facili scappatoie delle mode.
Viva Jacques.
Luca Pacilio, da “spietati.it”

L’ultimo film del maestro meno celebrato della Nouvelle Vague, insensatamente distribuito in Italia con un fuorviante titolo da commediola, è una dimessa ricapitolazione dei temi e delle figure care al cineasta. Con il passo leggero di una fiaba, vi si racconta di un personaggio quasi picaresco, Vittorio, che incontra sulla sua strada un circo ambulante, ormai in fase declinante. Qui, come un viandante mandato da un bonario burattinaio dei destini umani, proverà a liberare una delle animatrici circensi, Kate, dal ricordo di una tragedia che la tormenta da quindici anni.
Già dal solo plot ritorna, evidente, l’ossessione principe di Rivette dell’incontro/intreccio tra vita e rappresentazione, possa essere teatrale (come prova gran parte della filmografia rivettiana, da L’amour fou a Chi lo sa?), pittorica (La bella scontrosa), o, come in questo caso, circense. Gioco di scatole innescato dalla pura casualità, delicata mise en abîme, 36 vues du Pic Saint-Loup presta il fianco anche ad interpretazioni smaccatamente metacinematografiche: il circo è ritratto come arte ormai in declino, con il tendone semivuoto e desolato al pari delle moderne sale e con uno spettacolo che non diverte più, incompreso e surclassato (da altri media). Simili richiami fanno capolino anche dai dialoghi, che sembrano ammiccare alla sua nuda illusione (“Il clown è tutto trucco, nient’altro”) senza rinnegarne il mistero – e il rischio- insito nell’immaginario (“Questa pista è il luogo più pericoloso del mondo, dove tutto è possibile”). Non manca persino una nascosta lezione di sguardo, quando Vittorio-Castellito osa suggerire al clown di ‘valoriser e montrer’ il piatto, un consiglio di regia che pare un omaggio all’evidenza hawksiana (decantata ai tempi dei Cahiers). 36 vues du Pic Saint-Loup sembra così il film sul cinema che Rivette, da sempre restìo alle sirene degli amarcord cinematografici, ha a lungo cercato di evitare, e che qui, per la prima volta, decide finalmente di tratteggiare, pur in modo mediato e sottile. Al di fuori di questa limpida metafora, sono poche le sorprese riservateci dal suo ultimo lungometraggio. La messa in scena, tutta al servizio degli attori, è come di consueto sobria ed essenziale, fatta di inquadrature fisse e misurati pianisequenza, mentre i dialoghi scritti con il fido Pascal Bonitzer, a parte lampanti eccezioni (“Hai paura?” “No. Io scappo sempre prima di aver paura”), sembrano fiacchi e svogliati. Tra le rade soprese di cui sopra, spicca memorabile il gioco luministico a metà film, con la luce ad oscillare intermittente tra sfondo e figure, oscurando prima l’uno e poi le altre, come a svelare, nel bel mezzo della tranquillità dialogica, la natura profondamente teatrale e fittizia del (supposto) reale. Prassi abituale per il cineasta di Rouen, quella di raccontare la finzione della vita, anziché di infilare a forza la vita nella finzione. Ma se anche incipit ed excipit sanno del miglior Rivette, tra gag (il laconico sketch iniziale) e surreale teatralità (l’uscita di scena corale e ironicamente meta), il racconto visivo e la sua scrittura sono pesantemente vessate dal marcato sottotesto psicanalitico, impiegato per giustificare la guarigione di Kate. Il procedimento per liberarsi dei fantasmi e dei ricordi è lo stesso abbozzato da Life During Wartime (anch’esso in concorso a Venezia), ovvero il doppio movimento freudiano del ricordare per dimenticare (nel film di Solondz qualcuno confessava: “Ho cercato di dimenticare, e poi ho cercato di ricordare”), ma in 36 vues du Pic Saint-Loup l’ “operazione” (sic) psicanalitica compiuta da questo strambo chirurgo degli affetti suona pretestuosa e forzata almeno quanto il primo monologo di Kate, quasi un malriuscito a parte, affettato e quasi ridicolo nell’esibizione così goffa del suo dolore. Un limite non trascurabile, considerato quanto contribuivano al fascino dell’opera rivettiana la delicata indeterminazione dell’intreccio e la viva libertà dei personaggi che vengono così ampiamente ridimensionate.
Lontano per respiro e nerbo autoriale anche dal penultimo La Duchessa di Langeais, l’ultimo Rivette è un dolce ma affaticato ripercorrere i luoghi e i motivi del proprio cinema, più sottile e leggero che in passato, ma anche più inerte.
Dario Stefanoni, da “positifcinema.com”

L’incipit riassume in sé il senso del film e ne preannuncia l’evoluzione. L’automobile di Kate è rimasta in panne in una solitaria stradina di campagna. La donna non sa più che fare. Una Porche la supera, torna indietro, si arresta. Ne scende un uomo, Vittorio, che, senza dire una parola, mette le mani sul motore e lo fa ripartire, consentendo a Kate di riprendere il suo viaggio.
Kate – lo scopriremo presto – è una donna segnata da un passato devastante e segreto, che la ossessiona e la perseguita, costringendola alla sconquassante laidezza del dolore, impedendole di vivere. Vittorio è lo straniero misterioso, l’angelo salvifico che assume su di sé il compito di liberare l’eroina dai fantasmi che l’affliggono. E lo fa tornando a inscenare, sotto il tendone di un circo, il trauma che Kate ha vissuto anni addietro.
Una scena del film Questione di punti di vistaIl circo – un minuscolo circo itinerante che percorre i villaggi sonnolenti della Linguadoca – è il magico cerchio di luce dove lo spettacolo può assumere valenze catartiche; è lo spazio del rischio entro cui la donna dovrà affrontare la prova della verità (“È il posto dove tutto è possibile – dice Kate, – dove si aprono gli occhi, e i miei si sono aperti”). Uno spazio prossimo a quello della finzione teatrale, con i suoi numeri comici (l’esibizione di quei clown che sembrano usciti da una pièce di Beckett), gli elementi di straniamento ironico (i monologhi di Kate; la passerella finale di Vittorio, Alexandre e Clemence, con tanto di sguardi in macchina), la figura di un regista-demiurgo (lo stesso Vittorio) a cui è affidato l’onere di dirigere gli attori nella scena madre.
Questione di punti di vista è una pellicola dal tono lieve, cristallino, arguto, vitale; un “piccolo” film (non un film “minore”!), realizzato con spezzatura sovrana, costruito giorno per giorno sul set, a partire da una sceneggiatura appena abbozzata, che ciascun attore era chiamato ad arricchire dando compiutezza al proprio personaggio.
Superati gli ottant’anni, Rivette continua a inseguire una sua personalissima idea di cinema. Qui egli ha inteso privilegiare il versante più aereo, giocoso, renoiriano della sua produzione, mettendo per una volta a tacere l’armamentario di incubi, spettri, arcani sortilegi, mondi paralleli ai margini del paranormale di cui si nutre talora il suo immaginario.
Nicola Rossello, da “bitculturali.it”

La storia – Sulla strada Kate incontra Vittorio. I due si ritrovano poco dopo in paese: la donna ha raggiunto il circo dove un tempo lavorava, l’uomo è di passaggio, ma decide di fermarsi. Tra spettacoli e prove, Vittorio si appassiona alla storia della piccola troupe e cerca di capire cosa si agiti dietro il volto inquieto di Kate.

«E poi diventa evidente che non voglio tenere un ragionamento consequenziale, ma mi ostino a ripetere la stessa cosa in modi diversi». Così scriveva Jacques Rivette nella sua famosa lettera a Rossellini. Ben prima di passare dietro la macchina da presa, era già chiaro al giovane critico il suo modo di procedere. Come tutti i grandi autori, Rivette non filma che una sola idea: la sua personale ossessione riguarda il concetto stesso di messa in scena, come il luogo in cui la verità (di un personaggio, di una situazione, di uno stato d’animo) si svela e nasconde.
Spesso tale idea viene indagata attraverso il teatro, non tanto nella ripresa di uno spettacolo quanto nel suo farsi. Prova dopo prova. In Questione di punti di vista il regista esplora un altro tipo di palcoscenico, quello rotondo del circo (spazio solo in apparenza più leggero e popolare, pervaso invece da una sorta di sfida costante alla morte). Questo sistema di diastole e sistole, di rilassamento giocoso e ritenzione nervosa è ciò che cattura Vittorio e lo avvinghia al piccolo circo di provincia, dove ogni sera nell’innocua esibizione dei clown si consuma la rappresentazione (parodica) e la sfida (reale) a una morte che affonda nel passato.
A Kate spetta il compito di condurre il ricordo di questa doppia morte (quella reale del suo compagno nello spettacolo e quella simbolica di un amore paterno negato) fino ai margini della scena. Vi è una sequenza che da sola rende questo film indimenticabile: quando ormai Vittorio si è accorto che qualcosa di profondo si agita dietro il numero dei clown e che il piccolo circo, come una banda, cela un segreto, con uno stacco narrativo lo sguardo si sposta su Kate che si reca in un piccolo cimitero di provincia. Poche parole e una presenza discreta della macchina da presa proteggono il dolore della donna. Di lì a poco il suo lavare i panni per trovare la giusta tonalità di colore acquisterà un senso diverso.
Questione di punti di vista (traduzione opinabile di 36 vues du Pic Saint Loup, bricco che svetta dalle parti di Montpellier e i cui dintorni producono un fruttato vino rosso), come tutte le opere di Rivette, è una pellicola mirabilmente sospesa tra realtà e finzione: la realtà del racconto, cui Pascal Bonitzer fornisce le giuste parole, e la finzione di un circo reale, che si mette in scena per l’autore e il suo manipolo di attori. Un film a suo modo testamentario, perché tutto rivolto a un passato di cui il presente sembra immemore, e tuttavia leggero come un’aria da operetta.
Carlo Chatrian, da “duellanti.com”

80 minuti di film per il regista francese Jacques Rivette (classe 1928, esponente della Nouvelle Vague) sono davvero un soffio, dato che nella sua carriera ha fatto anche un film di 12 ore poi ridotto a sole (!) quattro nella versione definitiva, intitolato Out One (1971). Amante del teatro, Rivette è sempre stato il classico regista che è adorato dalla critica e snobbato completamente dal pubblico. Statico e pieno di dialoghi ben poco frenetici od ansiosi, il suo cinema non è certo il pasto prelibato di spettatori che vogliano godersi la sala per due ore senza poi dover fare una sorta di analisi del visto, ed anche questo Questione di punti di vista (traduzione molto campata per aria di 36 vues du Pic Saint-Loup), fatto a tre anni di distanza dall’ultima pellicola, non sfugge alla regola.
Autentico esempio di teatro filmato o cinema teatrale che dir si voglia, narra la triste storia di Kate (Jane Birkin) che viene aiutata da Vittorio (Castellitto), un ricco italiano dotato di macchina di lusso, che le ripara l’auto in panne sulla strada. Incuriosito dalla donna, Vittorio decide di restare con lei, che lavora come cassiera in un piccolo circo, per capire come mai questa sia cupa, taciturna e con poca voglia di raccontare il suo passato del quale ha un segreto totale. Vivendo il ristretto circo, fatto di pochi artisti (che fanno delle scene e non dei numeri, come specificato) ed uno scarso pubblico, l’uomo a poco a poco ne conosce il fascino e l’essenza, mentre il segreto di Kate viene alla luce.
Statico si diceva, ma non immobile: il lavoro di Rivette si rivela essere una pellicola cristallizzata nei tempi che furono, girato con camere fisse, tempi lunghissimi e la totale assenza di musiche. Da notare come la Birkin nei suoi momenti intimisti di dolore parli molto di più con gli oggetti (pali, tombe ed altro) che con le persone, una sorta di rapporto di sicurezza derivata dal fatto che certe cose è molto meglio cercare di soffocarle e non divulgarle, una convinzione che vedremo alla fine non è certo liberante. Castellitto (bravo come sempre) è una sorta di vagabondo/Charlot con i soldi che si avvicina a un mondo nuovo incuriosito, mosso non dalla voglia di sbarcare il lunario ma dalla possibilità di ampliare le sue cognizioni personali. Rivette ama il tema, lo tratta con una semplicità senza pari e una genuinità quasi atroce, lontana dal cinema fracassone e multieffetto di questo secolo digitale.
Ci sono vari stili di ripresa nella pellicola: il colpo geniale avviene quando si alternano in un’unica inquadratura la vita reale e il teatro, con il magistrale uso delle luci che alternano l’occhio di bue sul palco e poi i fari sulla strada, dimostrando che chi recita ha comunque dei drammi che non lo lasciano essere presente senza remore sulla scena entrando nel personaggio. Il numero della pistola, che vedremo lungo il corso del film diviso a pezzi conseguenti, è la visione del regista per cui ogni scena non ha una sua perfezione ma può essere continuamente rivista, il testo letterale può essere lì da venti o cento anni ma il vento del nuovo non è detto che non debba migliorarlo, sia con variazioni basilari che piccoli ritocchi (il piatto girato). È disarmante notare ci possa essere tanta poesia con le piccole cose e i semplici gesti: i figuranti che si muovono al rallentatore eseguono il compito di divertire senza quasi sapere perché suscitano risate, consapevoli soltanto che il pubblico, che praticamente li ha abbandonati decretando la fine dei circhi familiari da strada, è il loro giudice unico e così sarà per sempre.
Inutile dire che esercizi di cinema di questo tipo vanno presi con le pinze dagli spettatori. Chi cerca, magari attirato anche dal nome di Castellitto, una commedia rilassante come sembra dal cartellone, non entri: il film è corto nella metratura ma criptico, doverosamente lento, giustamente riflessivo, abbondantemente parlato e decisamente fuori da questi tempi. La noia per un’errata interpretazione della serata al cinema rischia di essere praticamente subitanea, non farete altro che chiedere l’ora; certo che se alziamo il tiro del nostro impegno e ci apprestiamo invece a vivere con il giusto metro questa piccola dolce intensa esperienza dataci da Rivette, che non si cura minimamente di quanto possa piacere ma filma secondo le sue convinzioni e i suoi canoni, come è giusto che debba sempre essere, state sicuri che lo sforzo vale la candela, la soddisfazione di entrare nell’anima che i personaggi alla fine aprono, senza clamori e clap-clap, è davvero sublime e fa parte di un cinema che esiste solo nei vecchi ricordi. Il finale con i saluti a turno dentro e fuori il tendone è perfetto, la luna scende e lo spettacolo finisce. Magari non ci illuminiamo d’immenso per questa alba rivettiana, però capiamo che forse esiste ancora un modo genuino di proporre piccole storie.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.com”

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