Puccini e la fanciulla

Sei lungometraggi in 20 anni. Il primo nel 1988, l’ultimo quest’anno. Più o meno uno ogni quattro anni. In mezzo ci sono ricerche storiche, analisi, visite e ri-visite di archivi, vere e proprie ricostruzioni di epoche lontane e non. Il cinema di Paolo Benvenuti è un cinema impegnativo, per chi lo realizza e per chi lo vede in sala. Anche Puccini e la fanciulla non sfugge a questo postulato. Anche questo è un solido film con alle spalle anni di ricerche, realizzate con il contributo dei ragazzi della scuola del cinema Intolerance e che hanno portato a scoperte non del tutto narrate nel film.
I mesi che precedono il suicidio di Doria Manfredi, cameriera di Giacomo Puccini, sono stati infatti ricostruiti diremmo quasi maniacalmente da Benvenuti e dalla sua equipe. La gelosia di Elvira, moglie del maestro interpretata da una sempre straordinaria Giovanna Daddi, fu la causa di tutto, anche se era una gelosia indotta dalla figlia dei due, Tosca, scoperta a letto con un amante proprio dalla cameriera.
Detta così sembrerebbe la trama di un telefilm; ma in realtà Benvenuti, come sempre nei suoi film, lavora di sottrazione, lasciando solo il necessario. Lasciando lo scorrere degli eventi, quasi senza dialoghi, domina la musica (bellissima), come è giusto che sia per un film che parla di Puccini. Le canzoni popolari e contadine, così importanti nel cinema del regista pisano, hanno anche qui un loro adeguato spazio. Le inquadrature sono uno dei punti di forza di questo bellissimo film, e qui più che altrove Benvenuti filtra appieno la lezione degli Straub. Il risultato è come al solito sorprendente, semplice, diretto, potente e preciso. Una storia ci vuole raccontare, e lo fa scegliendo sempre il punto di vista e l’ottica migliore.
Chissà se stavolta – in questo delirio da “rinascitadelcinemaitaliano” che stiamo vivendo – qualcuno si accorgerà di questo grande regista che silenzioso e nell’ombra continua a sfornare periodicamente perle di rara bellezza.
Sinossi:

1908, a Torre del Lago, la cameriera di casa Puccini, Doria, viene accusata dalla moglie del compositore, Elvira, di essere l’amante di suo marito. La ragazza, incapace di sopportare l’ingiuria, si toglierà la vita. Solo una visita medica post mortem verificò la sua verginità. Una pagina drammatica che pervase la vita e la musica di Giacomo Puccini. La figura di Doria Manfredi ispirerà al compositore il personaggio di Liù della Turandot.
Biografia:

Paolo Benvenuti nasce a Pisa nel 1946. Di formazione pittore, inizia l’attività di regista nel ’68. Collabora con gli Straub e con Roberto Rossellini. Lavora da sempre sul rapporto fra Storia e Cinema e quindi dalle interrelazioni che intercorrono fra le vicende storiche realmente accadute e il modo di raccontarle attraverso l’uso del medium audiovisivo. È fortemente interessato all’etica dell’immagine, e alla ricerca del miglior punto di vista. Nel 2001, presso il Comune di Viareggio, ha istituito la Scuola di Cinema “Intolerance” tenendo numerosi corsi di formativi di Educazione all’audiovisivo

di Luca Peretti, da “zabriskiepoint.net”

Diciamolo subito: a dispetto del titolo, del tema e del protagonista questo non è un film per fan di Puccini, né per melomani. Il cinema rigoroso di Paolo Benvenuti ha sempre rifuggito lo spettacolo e il facile espediente per piacere al pubblico a tutti i costi e l’ultima opera del regista toscano si inserisce nel solco di tale tradizione: non propone le celebri arie del compositore, ma solo qualche brano da “La fanciulla del West” (che il Maestro sta componendo mentre si svolgono i fatti raccontati e realmente accaduti) eseguito al pianoforte. Dunque, non orchestrato né cantato (salvo un’unica eccezione). Anche il drammatico finale è commentato, a sorpresa, dal quartetto schubertiano “La morte e la fanciulla” (che rimanda al titolo del film) e non da un “Nessun dorma” o da un altra aria tragica del musicista lucchese.

“Puccini e la fanciulla”, al contrario, è per fan di Paolo Benvenuti. Ammesso che ce ne siano: difficile che il regista possa conquistarne di nuovi con questo suo ultimo lavoro, viste le difficoltà distributive che sta incontrando, malgrado i finanziamenti pubblici a pioggia. E’ molto triste che un autore del suo talento (tra i più grandi in Italia) non riesca neanche a portare i suoi film nelle sale di tutto il Paese. Specie opere come questa, che richiederebbero più di una visione soltanto per comprenderne la trama. Figuriamoci per apprezzarne riferimenti, sfumature, idee.

Chi è alla ricerca di un linguaggio cinematografico non convenzionale (ma nemmeno velleitario) dovrebbe comunque cercare di recuperare questa affascinante elegia. Che rinuncia ai dialoghi, ma impiega le epistole tra Puccini e le persone che lo circondano a mo’ di didascalie del muto lette a voce alta; che affida a pendoli e metronomi (come in “Sussurri e grida”) la scansione del tempo; che regala una sequenza a tutti gli effetti buñueliana (una telefonata all’ufficio del personale dell’Ansaldo di cui non udiamo le parole, sovrastate dal suono dei macchinari della fabbrica); che presenta anche vaghi echi hitchcockiani (il ricorso alle ombre in senso espressivo); che sa dare un certo ritmo (grazie a un intelligente montaggio del sonoro) a una narrazione compassata, volta a raccontare una vicenda carica di tensioni, rancori, diffidenze, ingiustizie.

Ma al di là dei rimandi che si possono più o meno a sproposito trovare, “Puccini e la fanciulla” resta soprattutto un’opera dell’autore di “Gostanza da Libbiano”: magistralmente controllata, visivamente seducente, impegnativa per lo spettatore. Purtroppo, non del tutto risolta, poiché il regista sembra non sapersi decidere tra lo sviluppare una storia complessa sulla base di una sceneggiatura articolata o l’affidarsi principalmente alle suggestioni delle immagini. E da chi ha nelle proprie corde il capolavoro, è d’obbligo esigere la perfezione, o quasi.
Claudio Zito, da “ondacinema.it”

Torre del Lago, 1909. Doria Manfredi è una giovane donna impiegata come cameriera presso la villa di Giacomo Puccini. Benvoluta dal Maestro e dalla moglie Elvira, Doria divide la sua vita tra la Villa e la sua umile dimora, sospesa sul lago di Massaciuccoli. Impegnata a rinfrescare le stanze, Doria scopre la liaison tra Fosca e Guelfo Civinini, il giovane librettista di Puccini. La figliastra di Puccini, preoccupata per la sua reputazione, è decisa a rendere inoffensiva Doria. Colto un ammiccamento di intesa tra la fanciulla e Puccini, Fosca provoca la madre rivelandole i suoi sospetti. Convinta di aver visto il proprio marito corteggiare Doria sulle rive del lago, Elvira la allontana dalla Villa, umiliandola pubblicamente. Segregata nella propria camera, calunniata e screditata, morirà di inedia (e chinino) come l’eroine dei melodrammi pucciniani.
Trascurato dalla grande distribuzione nazionale, il cinema di Paolo Benvenuti compie ancora una volta il miracolo di ridare vita a personaggi “perduti” ed esistenti nelle carte antiche (Gostanza da Libbiano) o dentro un carteggio conservato in una valigia e lontano un secolo (Puccini e la fanciulla). Passando da un soggetto “debole” all’altro, in un percorso attraverso il tempo storico (il traditore del Bacio di Giuda, i ladri ebrei del Confortorio, il brigante maremmano di Tiburzi, la levatrice “eretica” di Libbiano e il bandito Giuliano di Segreti di Stato), Benvenuti approda sulle rive del lago di Massaciuccoli.
Tra le canne, le palafitte e gli “chalet” sospesi sull’acqua dolce, dipinti direttamente sul posto dai macchiaioli toscani, il regista scopre e porta alla luce la breve vita di Doria Manfredi e quella di Giulia, cugina della “fanciulla” e dispensatrice gioiosa di vino e amore. Vite che “lambirano” la vita di Puccini e che ispirarono la sua produzione melodrammatica. Mentre Doria, spinta da accuse infamanti, cercava la morte, Puccini componeva la “Fanciulla del West”, dramma d’amore e di redenzione morale sullo sfondo del Golden West. Minnie, la fanciulla che accenderà la rivalità tra lo sceriffo Rance e lo straniero Johnson nell’opera lirica in tre atti, incarna tutte le donne sfiorate, incontrate, vagheggiate e amate da Puccini. Per questa ragione Minnie è insieme amica, sorella, madre e oggetto d’amore per i minatori avventori del saloon “Polka”.
Cogliendo appieno il credo irrinunciabile del Maestro (la grande passione e l’impossibilità di fuggirla), Benvenuti ricostruisce l’ambiente storico in cui si consumò il dramma di Doria attraverso inquadrature di smagliante bellezza. Lavorando sulla sottrazione e sullo smantellamento di tutti gli orpelli attoriali, il regista raggiunge la figura (Doria) nascosta dentro la massa informe dei documenti indagati. Ritrova in questo modo l’essenza del cinema: quella di un’ombra che si muove su una parete bianca. Sul volto amabile e garbato di Riccardo Joshua Moretti, Benvenuti riconosce e rintraccia la storia dell’individuo e la storia della società novecentesca. Perché è nella Storia e nel passato che il regista toscano cerca il presente e trova l’attualità dell’inattuale.

Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

Puccini, la fanciulla e gli eredi inviperiti
di Michele Anselmi Il Giornale

La notizia dell’Ansa, ripresa da La Nazione, viene battuta alle 13.09. Neanche cinque minuti prima Paolo Benvenuti e Paola Baroni hanno finito di presentare alla stampa il loro Puccini e la fanciulla. Agitazione ai piani alti della Mostra. Il Tribunale di Milano, su richiesta di Simonetta Puccini, nipote ed erede del grande compositore (1858-1924), avrebbe disposto il blocco della proiezione in Sala Grande prevista per le 17. Sembra l’estremo approdo di una controversia che va avanti da mesi, a colpi di carte bollate, con la Puccini decisa a boicottare il film («per l’idea, che non mi piace, soprattutto per il polverone di notizie scandalistiche non provate ») e Benvenuti dispiaciuto dall’infittirsi delle polemiche («una montatura degli avvocati della signora, io non racconto balle, solo fatti storicamente accertati»). Alla fine, non essendo pervenuta al direttore Müller l’ordinanza del giudice emessa martedì, Puccini e la fanciulla ha avuta la sua prima mondiale qui alla Mostra. Meno male, perché davvero trattasi di tempesta in un bicchier d’acqua, anche se, in controluce, si intravedono sostanziosi motivi legati ai diritti musicali e all’eventuale presenza di un secondo erede. Il regista di Confortorio, pisano, allievo dei Taviani, gran cultore di Dreyer, fa film raffinati, da festival, che si nutrono di storia, anche scomoda, rielaborando in chiave poetica la ricerca sulle fonti. Nel caso di Puccini il presunto «scandalo» riguarda la vicenda della servetta Doria Manfredi, accusata ingiustamente, nel 1908, d’essere l’amante del Maestro. Già avanti con gli anni, ma sempre sensibile al fascino muliebre, Puccini, chiuso nella villa di Torre del Lago, sta componendo una delle sue opere più moderne e controverse, La fanciulla del West. La povera Doria, schiantata dai sospetti, viene licenziata dall’arcigna moglie Elvira, la comunità la ripudia, perfino il prete non le concede l’ostia della comunione. Morirà suicida, di veleno, ancora vergine. In realtà un’ amante c’è:masi chiama Giulia, cugina di Doria, bella figliola con velleità da cantante, sarà lei a ispirare il personaggio di Minnie. Suo padre gestisce uno chalet sul lago dove Puccini volentieri si ferma a giocare a carte. La liaison andrà avanti fino al 1922, ne nascerà anche un figlio «illegittimo».
Il film è senza dialoghi ma non muto, anzi frutto di un prezioso lavoro sull’impianto sonoro, per restituire i rumori del tempo. La voce accompagna solo la lettura di alcune lettere. E proprio su quella lettere, paraltro già note, s’è accesa la querelle. Simonetta Puccini temeva, senza aver visto il film, che Benvenuti rivelasse il carteggio con Giulia. Benvenuti risponde: «La signora si informi. Quella scena non c’è, non c’è mai stata. A questo punto saremo noi a fare una controdenuncia verso chi ci accusa ingiustamente. Abbiamo compiuto un lavoro attento e filologicamente corretto».
Niente a che fare, ovviamente, con il Puccini televisivo che sarà incarnato da Alessio Boni. Benvenuti si affida ad attori non professionisti, chiama il compositore Riccardo J. Moretti a incarnare l’autore della Bohème, confidando su una somiglianza impressionate confermata dalle immagini in bianco e nero provenienti da un filmato dell’epoca ritrovato dal regista dentro una valigia dimenticata (arrivano dopo i titoli di coda). Spiega Benvenuti: «A scanso di equivoci, non è un film su Puccini. Ma su Doria Manfredi, la sua cameriera suicida. Sui rapporti di classe all’interno di quel mondo. E sulla bellezza sublime di una musica che non sarebbe potuta nascere altrove se non lì, in riva al lago, tra i suoni della natura». Chissà se qualche distributore si farà avanti. Certo è un film per palati fini, non per pubblici impazienti.
Da Il Giornale, 30 agosto 2008

«Puccini e la fanciulla», il germe rivoluzionario e «muto» del melò
di Cristina Piccino Il Manifesto

La piccola Dora Manfredi è una ragazzina timida, riservata, che adora la famiglia di cui accudisce la casa, il maestro Puccini e la moglie Elvira, lui artista amatissimo, lei regale e statuaria, lui donnaiolo scatenato, lei di gelosia ossessiva. Ma un giorno la povera ragazza finisce in un intrigo troppo difficile per la sua anima semplice, scopre la figlia di Puccini a letto col suo librettista, quest’ultima fa di tutto per cacciarla insinuando nella madre il sospetto, anzi la certezza, che lei sia l’amante del Maestro.
Puccini e la fanciulla di Paolo Benvenuti non è dunque la biografia del compositore a cui si devono Tosca e Madame Butterfly, anche se su schermo lo interpreta un vero musicista, Riccardo Joshua Moretti, e la storia si ambienta a Torre del Lago laddove Puccini aveva una magnifica casa e amava lavorare alle sue opere. È invece la storia di Dora Manfredi (la molto intensa Tania Squillaro), che si suicida non sopportando più la calunnia e le torture della famiglia che l’ha rinchiusa in casa. E prima di morire chiede di essere visitata per provare al mondo la bugia e la sua purezza. Paolo Benvenuti che firma la regia, e insieme a Paola Baroni soggetto e sceneggiatura, torna alla Toscana di altri suoi film, a quel mondo di balli e canzoni popolari dell’Italia ancora contadina (siamo nel 1909) che sta già scoprendo la potenza dell’economia industriale. Ci sono incursioni nella vita privata di Puccini, soprattutto tra le sue molte donne. E poi la moglie, la splendida Giovanna Daddi, possessiva e piena di sospetti che nascono da un vecchio senso di colpa. Ci sono anche accenni alla sua arte, come la vita, i personaggi del luogo, gli incontri.
Ma il film non è certo agiografico né di Puccini e neppure di Dora Manfredi. Benvenuti «trasporta» la musica pucciniana, i suoi melodrammi, nella storia che vediamo sullo schermo nel gioco di specchi tra Dora Manfredi e le donne di Puccini, un melodramma che le comprende e le oltrepassa (la scelta di chiudere sulle note di La morte e la fanciulla di Schubert è magnifica). Così la scelta del film «muto»: le sole voci che in Puccini e la fanciulla, a parte la musica e i rumori, sono quelle delle lettere che i protagonisti scambiano tra loro e leggono nel fuoricampo.
Più che un omaggio al cinema delle origini, la privazione della parola permette di esprimere con potenza quelle che sembrano le figure di un libretti, a cominciare dalla «servetta», come si scriveva sui programmi di sala del tempo, Dora, liberando nei loro ruoli qualcosa di inedito o di ben mascherato: la violenza aspra e insopportabile che riguarda, come sempre accade nei film del regista pisano il potere. Dora Manfredi perseguitata da quell’alta borghesia che non tollera intralci, messa in croce dalla chiesa in una scena di controcampo col Cristo sull’altare, ricorda la strega narrata dallo stesso Benvenuti (Gostanza da Libbiano), o l’ebreo che rifiuta la conversione (Confortorio). Lo stesso Puccini, accogliente e paternalista, è terrorizzato da quel dolore troppo grande che può solo distillare nei suoi libretti.
Il «muto» in forma sonora (si potrebbe pure dire il contrario) permette anche una composizione accurata dell’immagine, che è specifica del cinema di Benvenuti, ma qui coincide in modo ancora più netto con la dimensione narrativa. I rimandi alla pittura che cambiano secondo le situazioni, passando dallo ieratismo delle scene finali prima del suicidio a una bellissima sequenza dove le donne lavano i panni nel lago, vicina alle rappresentazioni del proletariato nei primi del secolo, formano uno spazio cinematografico che è esso stesso sostanza della storia: la casa al centro con la torre da cui si domina il mondo, dove Puccini e la famiglia possono osservare i destini e le vite altrui. E gli altri, «l’esterno», la gente comune, che si muove intorno. Il melodramma rivela il suo germe rivoluzionario, e il cinema nello sguardo di Benvenuti un momento di grazia sempre più difficile da catturare.
Da Il Manifesto, 30 agosto 2008

Ispirazione senza pietà
di Roberto Escobar Il Sole-24 Ore

«Puccini e la fanciulla» di Benvenuti è la storia di una donna al servizio del maestro, accusata ingiustamente di esserne l’amante.
È denso di suoni, Puccini e la fanciulla (Italia, 2008, 84′). Girato in presa diretta, il film di Paolo Benvenuti e della cosceneggiatrice Paola Baroni è quasi privo di parole, a parte quelle che le voci fuori campo riprendono da lettere o da appunti sullo spartito di La fanciulla del West. E però in ogni inquadratura “risuona” il piccolo mondo di Torre del Lago: piatti e posate tintinnano nella penombra della villa di Giacomo Puccini (il musicista Riccardo Joshua Moretti); una voce femminile intona ballate popolari; in ginocchio sulla riva del lago di Massaciuccoli, delle lavandaie cantano il proprio lavoro… Solo in due casi questa scelta stilistica ed espressiva viene contraddetta. Una volta si tratta di un irrilevante «come sta?», sussurrato da Puccini alla madre di Doria Manfredi (Tania Squillarlo), prima di entrare nella stanza dove è rinchiusa la servetta. Ed è la ragazza a pronunciare la sola parola che “dica” qualcosa, in questa vicenda di prepotenza e indifferenza. «Aiutatemi», così Doria implora il Maestro, chino su di lei.
Ambientato nel 1909, il film racconta una storia ipotetica, desunta da una ricerca condotta sui documenti dei mesi in cui Puccini stava componendo l’opera tratta da The Girl of the Golden West , di David Belasco e John Luther Long.Una sua servetta –questa è la storia – viene accusata d’esserne l’amante, e ne soffre fino a uccidersi. Secondo la sua volontà, i medici la visitano dopo la morte, e ne testimoniano la ” purezza”. Attorno alla sua vita negata, Benvenuti e Baroni ricostruiscono alcune trame di quella del Maestro, della moglie Elvira (Giovanna Daddi), della figliastra Fosca ( Debora Mattiello), della sua vera amante “casalinga”Giulia (Federica Chezzi),e dell’altra che lo attende a Parigi… Quel che ne viene non è però un frammento di biografia del musicista. Non è Puccini il centro del film, ma proprio la servetta.
Su di lei che lavora nella villa si apre dunque il film. Nel segreto di una stanza, Doria scopre Fosca a letto con Guelfo Civinini, giornalista e scrittore oltre che coautore del libretto di La fanciulla del West . Figlia di contadini, del tutto indifesa, ora la sua testimonianza mette in pericolo la rispettabilità di una moglie e di una madre borghese. E Fosca, appunto, non ha esitazioni: Doria deve essere distrutta. Così accade da sempre, che si tratti di una servetta del primo Novecento, o che si tratti di una contadina della fine del Seicento accusata di praticare con il demonio. Questa, raccontata da Benvenuti in Gostanza da Libbiano (2000), viene appesa al soffitto, spezzata nel corpo, offesa con il fuoco da un prete inquisitore. Quella viene schiacciata e violentata nell’anima da una donna ipocrita. In un caso e nell’altro,il mondo si divide fra il potere dei persecutori e il dolore delle vittime.
Vittima è di certo, Doria. A renderla tale è la sua impossibilità di farsi ascoltare, di chiedere giustizia. Come il film, anche lei non ha parola. La sua vita è condannata a essere muta, sullo sfondo di un paesaggio che le mostra tutta la propria indifferenza. Inutilmente lo splendore di Torre del Lago riempie di sé lo schermo (la fotografia, morbida e calda, è di Gianni Marras). Inutilmente il sole nasce e muore colorando acqua, canneti, vele. Inutilmente nasce la musica di La fanciulla del West . Da tutta questa bellezza niente le viene. Anzi, tutta questa bellezza non fa che rendere ancora più crudele l’indifferenza di chi la condanna. Tra gli altri, indifferente al suo dolore è un prete che, avendo alle spalle il crocifisso, la assale con tutto il moralismo e tutto il perbenismo che si preoccupa di difendere (poi, da dietro una finestra della casa di Doria, lo si vede puntare l’indice contro lei e i suoi familiari: lo stesso indice con cui, subito, li benedice). Indifferente è anche Elvira, la moglie di Puccini.Quando Fosca le svela l’inganno,lei insiste con le accuse. Ora le servono per coprire un altro scandalo, che l’ha riguardata tanti anni prima. E indifferente è soprattutto il Maestro, che la potrebbe salvare facilmente, ma che tace la verità. Al suo “aiutatemi” non sa e non vuole rispondere, preso solo da sé e dalla propria ispirazione. Ancora una volta è la parola che “manca”, in questa storia crudele. Al suo posto ci sono i suoni di un mondo di cent’anni fa. E c’è la musica,quella di Puccini e anche quella, splendida, di La morte e la fanciulla di Franz Schubert. Ma quando il film finisce, anche questa bellezza scompare, lasciando il posto a un’ombra scura che corre sui muri di un albergo di Roma. Un fattorino porta al Maestro la notizia della morte di Doria, e poi tutto è silenzio.
Da Il Sole-24 Ore, 19 luglio 2009

Doria Manfredi, servetta di Casa Puccini a Torre del Lago, va a riaprire la villa in previsione dell’imminente ritorno del Maestro e della consorte Elvira e trova la figliastra del compositore, Fosca, che amoreggia con il librettista Civinini. Per paura che la domestica faccia la spia, Fosca fa credere alla madre che la ragazza sia l’amante del celebre patrigno. Scoppiato lo scandalo, Doria viene chiusa in casa tra la vergogna dei parenti e benche’ riesca ad informare Puccini su come si siano realmente svolti i fatti non viene aiutata dal Maestro che anzi usa la vicenda per sviare i sospetti dalla sua vera amante, disperata Doria si suicidera’.

Presentato a Venezia 08, il bellissimo film di Paolo Benvenuti si e’ dovuto scontrare con una querela, poi rientrata, da parte degli eredi Puccini che trovano disdicevole la trama per l’immagine del grande Maestro del melodramma.
Al regista non interessa indagare la figura del compositore la cui indifferenza ai fatti potrebbe essere giustificata dall’impeto della creazione, Puccini sta infatti lavorando a La fanciulla del west; Benvenuti in realta’ omaggia indirettamente il compositore costruendo un melodramma attorno alla figura di Doria, servetta trasfigurata in eroina pucciniana interpretata teneramente dalla perfetta Tania Squillario.
Il film e’ caratterizzato dalla mancanza di dialoghi: sentiamo tutti i suoni in presa diretta della casa, la musica del pianoforte, le canzoni del popolo, il cicaleccio lontano ma mai un vero dialogo. Una scelta molto difficile ma perfettamente riuscita che rende l’atmosfera dei primi del secolo: potremmo quasi esser di fronte a un film muto a colori dove la lettura delle lettere da parte della voce off sostituisce le didascalie, ma la totale mancanza di dialoghi vuole sottolineare il silenzio d’omerta’ che avvolge la fanciulla portandola al suo destino di morte.
La fedelta’ della ricostruzione storica e’ affidata piuttosto alla meravigliosa fotografia del lago di Massaciuccoli che restituisce tutta la luminosita’ della pittura macchiaiola en plein air, a cui corrisponde l’eleganza dei giochi di luce degli interni, da menzionare assolutamente il raffinatissimo, quanto inquietante, gioco d’ombre del fattorino che porta a Puccini la notizia della morte di Doria, la tragedia e’ compiuta.
da “desordre.biz”

Nel 1908 Giacomo Puccini sta componendo l’opera La fanciulla del west nella sua villa di Torre del Lago. Proprio dinanzi all’abitazione del musicista emerge dall’acqua, sospeso su palafitte, un rustico ritrovo di legno e falasco frequentato da pescatori e cacciatori di frodo…

Torre del Lago, 1909. Giacomo Puccini è impegnato nella composizione di una nuova opera, ma viene suo malgrado coinvolto in quello che avrebbe potuto essere uno scandalo pubblico e che invece è stato una tragedia consumata tra le pareti domestiche… Giacomo Puccini vive nella sua lussuosa tenuta a Torre del Lago circondato da un microcosmo femminile: la moglie Elvira, la figlia di lei Flora, le due bambine di quest’ultima e una giovane cameriera di nome Dora. Ma la vita del compositore comprende anche altre figure femminili che esulano dalla famiglia e che ricoprono il ruolo di amanti. Sarà uno di questi personaggi che verrà additato ingiustamente come tale e che soprattutto verrà strumentalizzato per coprire vergognosamente colpe altrui.

I titoli di testa del film Puccini e la fanciulla – presentato Fuori Concorso e girato da Paolo Benvenuti insieme con Paola Baroni – avvisano il pubblico che la vicenda è stata liberamente tratta da una ricerca storica che affonda le sue radici in un fatto realmente accaduto agli inizi del Novecento. In quel periodo Puccini stava componendo l’opera La fanciulla del West, mentre la fanciulla protagonista del film è la giovane cameriera calunniata. Il film si concentra su questo episodio di natura privata, così come allo stesso modo Puccini si muove in un contesto familiare racchiuso tra le pareti della sua tenuta e tra la rigogliosa campagna circostante.

Se la tematica è questa, dal punto di vista stilistico Benvenuti ha compiuto l’inconsueta scelta di “far parlare” solamente i documenti ritrovati. Infatti, il film è privo di dialoghi salvo alcune brevissime battute che, se diventano un poco più lunghe, vengono coperte con musica o rumori oppure con delle soluzioni visive, quali per esempio il vetro di una finestra che non cela il dialogo in essere ma che impedisce al contempo di ascoltarlo. Le voci fuori campo di Puccini e di Dora entrano in gioco in pochi momenti del film per dare appunto voce ai documenti sotto forma di lettere e di telegrammi. È attraverso questo espediente – il quale sottolinea l’intento di volersi basare su una precisa documentazione storica provvista di date altrettanto precise – che è dato di conoscere la vicenda narrata, pur riconoscendo comunque l’eloquenza narrativa che le immagini già da sole possiedono a prescindere.

Se i dialoghi sono quasi totalmente assenti, abbondante spazio viene invece dato alla musica di Puccini. Tuttavia, non si tratta dell’unica nota artistica presente nel film, in quanto è possibile definirlo artistico nella sua interezza. La scenografia, la fotografia e i costumi sono stati realizzati con grande accuratezza e con grande capacità di ricostruire – pur trattandosi di uno spaccato di un piccolo mondo – visivamente il mondo di allora. Certamente, in un film privo di dialoghi le immagini da sole devono essere in grado di catturare e mantenere l’attenzione dello spettatore e, da questo punto, di vista lo scopo viene raggiunto.

La sensazione che si può avvertire è quella di assistere – inquadratura dopo inquadratura – alla traduzione in movimento e nella dimensione del reale di raffinati quadri paesaggistici e di eleganti ritratti. Ciò lo si avverte anche nei piccoli dettagli: dalla disposizione cromatica dei vasi di fiori in giardino ai drappeggi delle lunghe gonne; dall’organizzazione dello spazio delle molte scene in esterni e spesso fluviali ai movimenti quasi geometrici degli attori nel seguire un determinato percorso, per esempio quello di Elvira che raggiunge il marito in cima alla Torre nella quale è intento a comporre. Ma questi movimenti e spostamenti non diventano per questo rigidi, bensì conservano l’alta qualità artistica che è la cifra stilista dell’intero film.
Tiziana Cappellini, da “cinefile.biz”

La storia – La vicenda e la tragica fine di Doria Manfredi, domestica di Giacomo Puccini suicidatasi a 23 anni a seguito delle infamanti accuse di essere l’amante del compositore.

Paolo Benvenuti e i suoi allievi di Intolerance, scuola di cinema del Comune di Viareggio, per oltre quattro anni hanno studiato con precisione i documenti riguardanti il dramma di Doria Manfredi, la giovane cameriera di Giacomo Puccini morta suicida a Torre del Lago nel gennaio del 1909 perché incolpata di esserne l’amante. Le ricerche hanno permesso di capire l’infondatezza di tali accuse, fomentate dalla gelosia della moglie del maestro Elvira indotta dalla figlia Tosca, che la domestica aveva scoperto a letto con un amante. Benvenuti, ancora una volta magnificamente sospeso tra Straub e Rossellini, compie così un ulteriore passo in avanti nella riflessione sul ruolo che il cinema può avere nel raccontare e scoprire la realtà. Puccini e la fanciulla è un’opera incantevole e coerente, un melodramma narrato con asciuttezza e radicalità sorprendenti, raffinatissimo nei rimandi visivi ai Macchiaioli toscani, rigoroso nella rinuncia ai dialoghi e nella scelta di far parlare le musiche pucciniane (curate da Paola Baroni, moglie del regista), estratte dallo spartito per pianoforte di La fanciulla del West e meravigliosamente mescolate con i suoni naturali del lago di Massaciuccoli. Com’era accaduto con Gostanza da Libbiano, a oggi forse il suo film migliore, Benvenuti non riferisce la Storia adagiandosi in superficie, bensì mette in scena attraverso un meticoloso lavoro di sottrazione le trame complesse che si agitano in profondità, che determinano e spiegano il dipanarsi degli eventi. Nulla di più lontano da un biopic su Puccini, insomma, ma un ammaliante racconto di quel suggestivo angolo di mondo (la zona dell’attuale Parco Naturale di Migliarino – San Rossore – Massaciuccoli) che ha sedotto il grande compositore. Nel rappresentarlo Benvenuti crea una storia universale, indaga il mistero della natura e dell’incomunicabilità umana, una tragedia senza luogo che l’assenza di dialoghi e la forza abbagliante dei suoni rende comprensibile a qualsiasi sensibilità.
Presentato fuori concorso alla Mostra di Venezia nel 2008, tra mille polemiche scatenate da Simonetta Puccini (nipote ed erede del maestro), Puccini e la fanciulla è l’ennesima prova che Benvenuti è, senza discussioni, tra i più bravi registi italiani in attività. Lo è da anni, e la grande distribuzione continua a ignorarlo: segno dell’ottusità e povertà intellettuale di un sistema che pare avere bandito quasi del tutto la volontà di rischiare e di sacrificare, anche solo per una volta, le certezze del profitto allo spessore artistico. Nell’anno dell’illusoria rinascita del cinema italiano (Il divo e Gomorra hanno ingannato troppi, il vuoto che si lasciano dietro è adesso ancora più impressionante), è peccato mortale non aver tenuto in sufficiente considerazione il titolo italiano più internazionale della stagione.

Simone Spoladori, da “duellanti.com”

Un film di Paola Baroni e Paolo Benvenuti, prodotto da Arsenali Medicei in collaborazione con Intolerance Scuola di Cinema del Comune di Viareggio eMediateca Regionale Toscana Film Commission con il patrocinio di Ministero Affari Esteri, Comune di Roma, Provincia di Lucca, Comune di Viareggio, Comune di Massarosa, Comune di Vecchiano, Comune di S. Giuliano Terme, Ente Parco S. Rossore, Migliarino e Massaciuccoli, Fondazione Arpa Arsenali Medicei.

SOGGETTO
Nel 1908 Giacomo Puccini sta componendo una nuova opera, tratta dal dramma di David Belasco The Girl of the Golden West, nella sua villa di Torre del Lago. Proprio dinanzi all’abitazione del musicista emerge dall’acqua, sospeso su palafitte, lo “Chalet da Emilio”: un rustico ritrovo di legno e falasco, frequentato da pescatori e cacciatori di frodo.
Dietro il banco, a dispensare vino e sorrisi, c’è Giulia, la bella figliola di Emilio Manfredi. Da qualche tempo il Maestro ha preso a frequentare assiduamente il locale: beve un bicchiere, gioca a scopone, fuma una sigaretta, poi torna come rigenerato alla sua musica. Giulia è la cugina di Doria Manfredi, la giovane cameriera di casa Puccini.
Un giorno di fine estate, quando i padroni sono assenti, Doria sorprende Fosca, la figliastra del musicista, a letto con il suo amante, il giovane librettista di Puccini, Guelfo Civinini. Da quel momento Fosca, preoccupata che la cameriera riveli quanto ha visto, non cessa di controllare i movimenti di Doria. Questa costante attenzione permette a Fosca di cogliere, non vista, inequivocabili cenni d’intesa tra la cameriera e il patrigno. Informata sua madre Elvira della tresca, Fosca le suggerisce di spiare il comportamento dei due.
Colto un cenno tra Giacomo e Doria, un dopocena Elvira segue di soppiatto il marito fuori dalla villa. L’uomo, giunto in un luogo appartato, s’incontra con una giovane; dopo un lungo bacio, i due si stendono nell’erba. Certa d’aver sorpreso il marito con la cameriera, Elvira, nel buio, fa per scagliarsi sugli amanti ma questi riescono a dileguarsi.
Pur non avendo visto la giovane in volto, Elvira non ha dubbi sulla sua identità e l’indomani caccia Doria da casa. Mentre Puccini è totalmente preso dalla composizione della sua Opera e usa ogni sotterfugio per coltivare in segreto la relazione con Giulia (il modello incarnato della sua Minnie), Elvira, istigata da Fosca, coglie ogni occasione per distruggere invece la reputazione di Doria, spingendo la sua persecuzione fino alle estreme conseguenze. La povera Doria, rea d’aver svolto come “umile ancella” soltanto il ruolo di messaggera d’amore fra il maestro e la cugina, schiacciata dalle accuse infamanti di Elvira, troverà nel suicidio la sua unica possibilità di riscatto.

L’IDEA DEL FILM
Giacomo Puccini (1858-1924) è considerato uno dei più grandi maestri della musica di tutti i tempi.
Attraverso le sue composizioni, egli ha saputo comunicare la complessità dei fermenti artistici e culturali che hanno segnato il passaggio dal XIX al XX secolo. Ed è in un angolo toscano di straordinaria bellezza naturale, un lembo di terra tra le acque lacustri e quelle marine,Torre del Lago, che il cinema ha potuto ricostruire l’incanto e il mistero della creazione musicale pucciniana, con l’intento di fare luce su uno degli episodi più oscuri della biografia del Maestro: il dramma di Doria Manfredi, la sua giovane cameriera morta suicida nel gennaio del 1909.
Il film ha una sua particolarità: non vi sono dialoghi. Le uniche voci del film leggono, fuori campo, lettere che i personaggi della vicenda si scrivono durante l’evolversi del dramma. La scelta del “muto” nella costruzione drammaturgica del racconto, nasce da motivi di carattere etico ed estetico. Ci è sembrato che la scelta del “muto” fosse l’unico procedimento espressivo per raggiungere quel “cinema puro”, in grado di esprimere concetti ed emozioni attraverso il solo fluire di immagini e suoni.
Un film costruito sul dialogo continuo e aperto tra il divenire dell’espressione cinematografica e quella musicale, fino al fondersi dei due linguaggi.

Francesco Bassi, da “cinemalia.it”

Rigorosa, attenta, storicamente curata la ricerca (ed anche duramente contestata dai discendenti di Puccini, fino addirittura ai banchi del tribunale…)… ritorno ad un cinema quasi muto che procede per evoluzione di fatti, dei quali possiamo aver conto, oltre che dallo schermo, in gran parte dalle lettura di alcune lettere… cinema di sensazioni che si fanno largo anche oltre la sola fruizione dell’immagine ma che sembrano, anzi, fiorire da….un “clima”!….
La parola cede il passo (coscientemente) al materializzarsi di un “trait d’union” empatico che raccorda chi osserva e coloro che recitano sullo schermo…chi vuole è invitato…avvolgentemente rapito….
“Tempi” di recitazione anomali per il cinema al quale oramai siamo (..o ci hanno..) abituati….indugi su dettagli ed ombre anche intuitivamente felici pur se talvolta prolissi…lo spazio del pensiero per riflettere e capire si dimensiona come “largo ed abbondante”…
Affiorano in questo “dipinto antico” la fatica ed il canto delle lavandaie sulla riva del lago, emergono l’attenzione e la necessaria cura per stirare di un tempo, le pesanti lenzuola bianche cadono abbondanti, srotolate dai corrimano delle scale, nei “ricoveri” mangerecci in riva al lago si balla, canta e suona, vecchi giochi di “costume” incrociano le dita….
Intanto Puccini scrive, ama, tradisce, compone, “vagheggia”…
La chiesa si erge a giudice supremo dei costumi dell’epoca, punisce il “presunto” disonore e con cattiveria nega l’ultimo rifugio…spinge verso la morte, allontana da dio….
Il punto di arrivo di questa pellicola che racconta i perché del suicidio della giovane e “pura” cameriera del maestro Puccini è segnato fin dall’inizio, appena dopo i titoli… …restano però da scoprire i perché e soprattutto da seguire l’originale cammino che ce li spiega, con un cinema autentico, singolare, la cui cura e dedizione si puo’ evincere con certezza “quasi matematica” dalla sincronica unione audio-visiva nelle inquadrature di dita, musica e tasti del pianoforte.
Una lentissima “processione”, mossa dopo mossa si dipana… come in un incastro di tessere ma con tutta un’altra leggerezza di tocco.
Cinema necessario, “aulico”, poesia in forma visiva…
Eleganza e fascino, tocco d’altri tempi.
Ce ne fossero, ed a bizzeffe, di registi capaci di reinventare il cinema remando indietro verso le origini…
da “effemmecinema.splinder.com”

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