Moon

L’energia sulla Terra non è più un problema, la Lunar ha trovato il modo di generarne in maniera pulita e non dannosa sfruttando il materiale di cui sono composte le rocce presenti sul lato oscuro della Luna. A sorvegliare il lavoro dei macchinari è stata posta una base sul satellite naturale della Terra abitata unicamente da un computer tuttofare dalla voce umana e da un uomo, solo, quasi arrivato al termine dei suoi tre lunghissimi anni di contratto e sempre più vittima degli scherzi che stanchezza e solitudine gli procurano. Sarà un incidente quasi mortale a scardinare il meccanismo di inganni che si cela dietro il suo lavoro mettendolo a contatto inaspettatamente con un altro se stesso.
Probabilmente hanno mangiato gallette di riso razionando l’acqua per tutto il tempo della lavorazione per riuscire a realizzare un film simile con il ridicolo budget di 5 milioni di dollari. Scenografie prolungate al digitale, alcuni trucchi poveri (ma efficaci!) e un bel teatro di posa attrezzato a dovere, tanto è bastato al regista Duncan Jones per fare del suo primo film una vera opera di fantascienza classica.
Jones dimostra di sapere bene che la fantascienza è dentro la testa dello spettatore, il quale non ama le astronavi in sé ma quell’infinita e misteriosa desolazione degli spazi silenti dentro i quali esse si muovono, che costringe i personaggi ad andare alle radici del concetto di “umanità”, rivedendo il rapporto che hanno con gli altri o con le macchine. Ed è proprio questa la cosa più piacevole di Moon: trovare che finalmente lo spazio torna ad essere non tanto un teatro d’azione e guerra ma l’ultimo grande luogo sconosciuto, l’unico nel quale sia ancora possibile immaginare o temere di poter trovare alieni a metà tra organico e inorganico, forze che materializzano i pensieri individuali o addirittura i confini della fisica e l’origine dell’uomo. Sulla loro Luna Duncan Jones e lo sceneggiatore Nathan Parker immaginano di trovare l’altro per eccellenza ovvero la propria copia esatta.
Forse però la freccia più affilata di Jones è la maniera con la quale gioca con le aspettative dello spettatore realizzando un film che non cita ma copia letteralmente molti elementi di classici come 2001: odissea nello spazio o Blade Runner. Jones ne replica i presupposti al fine di suscitare una reazione spontanea nello spettatore e poi tradirla. GERTY, il computer di bordo tuttofare dalla voce monocorde, non solo ricorda H.A.L. 9000 ma sembra seguirne il solco, almeno fino ad un certo punto, allo stesso modo le geometrie esagonali che compongono la base lunare, l’eccesso di bianco e nero, le tute, i caratteri delle scritte sugli schermi e tutta la tecnologia fatta di videotelefoni e pulsantini illuminati non sono in linea con quello che oggi al cinema immaginiamo per il nostro domani ma con quello che immaginavamo potesse essere il nostro futuro nell’era d’oro della fantascienza.
Stando sulle spalle dei giganti Jones guarda più lontano degli altri facendoci respirare l’aria del miglior cinema e riservandosi il diritto (tutto contemporaneo) ad una diversa visione della dialettica tra macchina e uomo (e più in grande tra spirito e materia), in linea con quello che fa anche un altro capolavoro della fantascienza moderna come Wall-e. Al tempo stesso però quando si tratta di tirare le fila delle molte carte calate sul tavolo sembra che il peso delle aspettative schiacci l’ambizioso esordio del figlio di David Bowie in un finale che, sebbene adeguato, non è all’altezza delle premesse. Moon poteva essere un disastro, eccessivamente modellato com’è su capolavori irraggiungibili, e invece è una piccola perla di un tipo di cinema che non si fa più da anni.
Gabriele Niola, da “mymovies.com”

L’ odissea (esistenziale) di un astronauta solitario
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Abituati a identificare il genere fantascientifico con i successi delle ultime stagioni, dove l’ accento è messo soprattutto sugli effetti speciali e le visioni apocalittiche del nostro futuro, rischiamo di dimenticare che la fantascienza può essere anche un genere «intimista», riflessivo, dove l’ ambientazione in un futuro prossimo diventa pretesto per affrontare, da nuove prospettive, temi «eterni» come la condizione umana e i suoi dilemmi morali. Se ne è ricordato l’ esordiente Duncan Jones, apprezzato regista trentottenne di spot e videoclip, dietro il cui nome più o meno anonimo si «nasconde» il figlio di David Bowie e della sua prima moglie Mary Angela Barnett, lo stesso a cui il padre dedicava la canzone Kooks. Per il suo esordio nel lungometraggio, dopo una gavetta come operatore di macchina (anche per Tony Scott) e poi regista pubblicitario, Jones ha scelto di recuperare le atmosfere della fantascienza anni Settanta, soprattutto quella di film come 2002, la seconda Odissea di Douglas Trumbull o come Outland di Peter Hyams, dove al centro del plot c’ era l’ uomo e le sue domande sulla difficoltà di essere in sintonia con il mondo delle macchine e del business. Moon si svolge naturalmente sulla Luna, ma nella parte che non si vede mai dalla Terra. È qui che la società energetica Lunar ha la base per raccogliere l’ elio 3, un isotopo non radioattivo dell’ elio che ha risolto i problemi di inquinamento e di energia pulita del nostro pianeta. Lo raccolgono dei giganteschi «mietitrebbia» che arano la superficie lunare senza bisogno di guidatori e che devono solo essere svuotati quando i magazzini sono pieni. Un lavoro che può svolgere facilmente un uomo da solo e infatti la base della Lunar è abitata da un astronauta per volta, coadiuvato dal simpatico robot tuttofare Gerty (che in originale ha la voce di Kevin Spacey e in italiano quella del suo doppiatore Roberto Pedicini). I turni di permanenza durano tre anni e quando inizia il film Sam Bell (interpretato da Sam Rockwell) sta contando i giorni che gli mancano all’ agognato ritorno sulla Terra. La solitudine lunare ha favorito una certa trasandatezza – barba lunga, vestiti sporchi, modi scorbutici – ma a pesargli è soprattutto l’ impossibilità di comunicare direttamente con la moglie e la figlia sulla Terra. Un guasto nel satellite delle telecomunicazioni, che nessuno si prende la briga di aggiustare, obbliga Sam a inviare e ricevere solo messaggi pre-registrati, dove chi chiama finisce per dialogare col nulla. Certo, per Sam c’ è anche la «compagnia» di Gerty e la sua educata disponibilità tecnologica, ma non è una soluzione ai problemi del protagonista, che infatti inizia ad avere strane visioni. E proprio una di queste «visioni» finisce per causargli un incidente sul lavoro. Apparentemente l’ efficienza di Gerty risolve ogni cosa e Sam si ritrova sul letto dell’ infermeria a far curare le ferite riportate nell’ incidente, ma ben presto lo spettatore si accorgerà che c’ è qualche cosa che non funziona. Il Sam guarito è più aitante e meno remissivo di quello che avevamo conosciuto prima e le cose si complicano ulteriormente quando, durante una ricognizione sul veicolo danneggiato durante l’ incidente, Sam scopre che al suo interno c’ è un corpo senza sensi. Non anticipiamo quello che lo spettatore scoprirà sullo schermo, ci limitiamo a dire che a questo punto il film cambia marcia e intensità, ricollegandosi a quella fantascienza «umanistica» che interrogava lo spettatore e le sue angosce. L’ odissea esistenziale di Sam, costretto a fare i conti con la scoperta della sua «non-unicità» e soprattutto obbligato a venire a patti con il «bisogno dell’ altro» (che cosa vuol dire rivolgersi a un’ immagine registrata della moglie? Fino a che punto possono arrivare le nostre aspettative su una persona ridotta allo stato «virtuale»?) non solo svela l’ altra faccia – come quella della Luna – dell’ avidità commerciale dei padrini del futuro, ma spinge lo spettatore a interrogarsi anche sul bisogno che ogni essere umano ha del confronto con se stesso e con gli altri (a cominciare dalla moglie e dai figli), per continuare con l’ ambiguo sogno dell’ auto-isolamento. Che per il figlio di una star come Bowie sono domande per niente scontate.
Da Il Corriere della Sera, 3 dicembre 2009

Se la fantascienza è povera ma bella
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Sam Bell fa un brutto lavoro. È il sorvegliante di una miniera decisiva per le nostre risorse energetiche, ma non fa granché. Ogni tanto esce su un bulldozer in un ambiente ostile e sinistro, controlla che alla miniera, interamente automatizzata, tutto sia a posto, poi torna alla base. Sempre solo. Fatto salvo il servizievole e quasi umano computer di bordo, Gerty, che richiama ovviamente l’Hal 9000 di 2001 Odissea nello spazio perché anche in Moon non siamo sulla Terra. Siamo sulla Luna, dove già ai tempi di Ariosto finiva il senno perduto di Orlando, figuriamoci cosa succede al dipendente di una corporation futura che ha una ferma di 3 anni e comunica con la famiglia solo via video. Salvo scoprire, quando inizia ad accusare malesseri e allucinazioni, che l’infido Gerty (voce di Kevin Spacey in originale, di Roberto Pedicini in italiano) fa il gioco sporco… Dire di più significherebbe rovinare questo notevole esordio di fantascienza a basso costo, quasi una contraddizione in termini, diretto con abbondanza di idee e paradossi (logici, etici, sociali), ma con grande economia di mezzi. Salvo la moglie e la figlia in video, c’è infatti un solo attore in scena, lo straordinario Sam Rockwell, anche se come scoprirete interpreta diversi ruoli… Curioso che a dirigere questo angoscioso dramma dell’identità, sotto lo pseudonimo di Duncan Jones, sia il figlio di una rockstar che deve molto del suo successo a una canzone indimenticabile e metaforica su un lancio spaziale. La canzone era Space Oddity. Il suo nome David Bowie. Iniziamo a ricordare anche quello di Duncan Jones.
Da Il Messaggero, 4 dicembre 2009

Chi c’è li fuori chi c’è li dentro
di Roberta Ronconi Liberazione

Moon è decisamente il film imperdibile di queste settimane. Per un motivo sopra tutti gli altri: è diverso. Davvero si resta meravigliati nel trovare finalmente di nuovo in sala un film che non punta su effetti, tecnologie e nemmeno su attori, nomi o trame stravolgenti. Semplicemente su una bella idea e sul lavoro serio di tante persone. Il primo plauso va quindi alla distributrice italiana Lucky Red, che ancora una volta si assume il rischio di un’operazione controcorrente.
Costato 5 milioni di dollari, realizzato con un unico attore (il sorprendente Sam Rokwell) e tutto dentro uno studio di produzione con il vecchio sistema dei modellini, il debuttante Duncan Jones ci regala uno dei film di fantascienza più affascinanti degli ultimi anni. Degno erede di capostipiti quali 2001 Odissea nello spazio , Atmosfera zero , Solaris , ricco delle regole dettate da Asimov e dei replicanti capaci di piangere di Blade Runner , Moon fa la sua parte nel guardare al futuro. In un tempo non lontano da oggi, gli umani hanno costruito sulla Luna la base Selène dove un robot e un impiegato della multinazionale Lunar sono addetti al compito di “mietere” l’Helium 3, gas indispensabile alla Terra, da tempo in grave crisi energetica. Gertie (il robot, perfetto omaggio a Hal 9000) ha il compito di assistere l’impiegato, Sam Bell, e di accudirlo nei tre anni del mandato. Il film si apre su Sam quasi alla fine del suo triennio, desideroso di tornare sulla Terra da moglie e figlia. Qualcuno dovrà arrivare a sostituirlo, ma le cose stanno molto diversamente da come sembrano e il rientro a casa per Sam sarà tutt’altro che facile. Termini vaghi per non svelare al nostro lettore la chiave del film, che in sala invece si manifesta sin troppo presto. Il tema di fondo è tra i più belli “cantati” dalla fantascienza del Novecento: un futuro in cui le macchine potrebbero avere più cuore degli umani e in cui distinguere gli uni dalle altre sarà praticamente impossibile. Non solo per chi osserva da fuori.
A regalarci questo gioiellino (definizione che accompagna il film sin dalla sua prima apparizione al Sundance), Duncan Jones, fino a poco tempo fa meglio noto come Zowie Bowie, figlio di David Bowie (ex Uomo che cadde sulla Terra ). Ad impreziosire ulteriormente la pellicola, la voce (in originale) di Kevin Spacey per Gertie (in italiano è quella del doppiatore di Spacey, Roberto Pedicini) e le musiche ipnotiche di Clint Mansell.
Da Liberazione, 18 dicembre 2009

Verità nascoste in bianco e nero
di Claudio Carabba Sette

Pallido e solo, l’astronauta si muove lento sull’altra faccia della Luna, quella da cui il Pianeta Terra non si può vedere. La malinconia è infinita come lo spazio. Il triste soldatino (l’allucinato Sam Rockwell) è sulla base”Lunar’ da tre anni, con l’incarico di raccogliere energia pulita, per conto di una potentissima multinazionale. Può parlare con i suoi superiori e con la dolce moglie (a casa con una figlia bambina) soltanto tramite collegamenti registrati, perché il satellite per le trasmissioni si è guastato e nessuno è venuto a ripararlo. L’unica sua compagnia è un simpatico robot protettivo. Ma già Kubrick, nella sua Odissea, ci insegnava che della intelligenza dei computer è meglio diffidare. Mandato allo sbaraglio nel mercato prenatalizio, il film — ben sostenuto dal debuttante Duncan Jones (figlio di David Bowie) — è appunto una nuova Odissea povera (i modellini mostrati con fierezza) ma tesa e intelligente. ispirata ai migliori incubi degli anni Settanta. E i colpi di scena del secondo atto sono fantasiosi e spietati.
da Sette, 17 dicembre 2009

Faccia a faccia dell’uomo con se stesso
di Roberto Nepoti La Repubblica

Duncan Jones aveva 5 anni quando, nel 1976, suo padre David Bowie fu protagonista dell’Uomo che cadde sulla Terra. Qualcosa, tuttavia, deve aver ereditato dall’esperienza di papà rockstar, perché il suo Moon (premiato a Londra come migliore opera e miglior debutto alla regia) è un film di fantascienza, meglio: di quella sci-fi “umanistica” poi sostituita dalle battaglie galattiche a colpi di effetti speciali. SuIl’altra faccia della luna c’è Sani Beh, inviato a estrarre fonti di energia primaria con un contratto di tre anni. Tre lunghi anni di totale isolamento, salvo la compagnia del computer Gerty. Fino al momento in cui Sani non scopre una “strana” creatura. Tra rimandi a 2001 Odissea nello spazio e Solaris, Jones mette in scena un coinvolgente faccia a faccia dell’uomo con se stesso.
da La Repubblica, 12 dicembre 2009

Sulla luna emozioni da psicoanalisi
di Alessandra Levantesi La Stampa

Prodotto da Trudie Styler, moglie di Sting; e diretto dall’esordiente Duncan Jones, figlio di David Bowie, Moon è un piccolo (di budget) sci-fi già ovunque apprezzato. In una base sul lato oscuro della luna, l’astronauta Sam (Rockwell, eccellente), sotto contratto con una multinazionale che del satellite sfrutta le risorse energetiche, si consuma nella nostalgia di tornare a casa. Lassù Sam ha la sola compagnia del robot Gertie, un tipetto ambiguo, ma l’improvvisa apparizione di un proprio clone gli apre angosciosi interrogativi. Girato con gusto retrò alternando modellini e CG e scritto ispirandosi ai classici da 2001 a Solaris, Moon ambienta nello spazio un dramma a porte chiuse che parla di emozionalità profonde e identità spezzate. Insomma dell’essere umano, come sempre la fantascienza quando vale.
da La Stampa, 4 dicembre 2009

“Am I a clone?”
In casa Jones l’interesse per la Science Fiction non è mai stato un mistero tanto che il primogenito del “Duca Bianco” ha scelto proprio tale genere per l’esordio cinematografico che lo ha visto protagonista ai Festival del Sundance e di Tribeca. Dopo il primo cortometraggio Whistle – ignorato dalla gran parte del mondo e purtroppo anche dalla sottoscritta – il trentottenne Duncan Jones dirige nel 2008 Moon, un piccolo ma inestimabile gioiello di celluloide destinato a occupare un posto di riguardo nel firmamento della fantascienza.
Scritta e co-sceneggiata dallo stesso regista, la storia, si potrebbe dire sia stata cucita addosso a Sam Rockwell, un attore dalla verve abbastanza cangiante e che finora ha accettato di ricoprire differenti ruoli cinematografici. Trovo che Rockwell, nei panni del protagonista Sam Bell, abbia studiato con devota attenzione tutte le sfumature caratteriali ed, essendo in pratica l’unico personaggio a cui ruota intorno l’intera vicenda, abbia saputo costruire con minuzia certosina ogni singola espressione/azione. Moon certamente riesce a coinvolgere lo spettatore in buona parte per merito suo.
L’altra buona parte nasce dalla semplicità della trama (come la migliore Science-Fiction insegna) che Duncan Jones ha saputo coniugare a una discreta regia accompagnata da effetti speciali artigianali. La storia è dunque ambientata in un futuro prossimo in cui la Terra, per poter sopravvivere, si avvale di Elio 3 estratto dal suolo lunare. Sam Bell, unico “operaio lunare”, è al termine del suo contratto triennale e di lì a pochi giorni rientrerà sulla Terra potendo finalmente riabbracciare la famiglia con la quale continua a mantenere i contatti attraverso registrazioni video in differita. Nella sua solitudine il protagonista divide il tempo con Gerty (voce originale di Kevin Spacey), un compagno robot che con la sua faccina smile lo supporta e lo aiuta a prendersi cura di se stesso. A poche ore dalla vigilia della partenza Sam, complice il sempre più precario stato di salute, rimane vittima di un piccolo incidente all’esterno della base. Risvegliatosi in infermeria, elude la sospettosa sorveglianza di Gerty per recarsi nuovamente sul luogo dell’incidente dove troverà il corpo di un uomo sorprendentemente simile a se stesso. Rientrato alla base per prestare le prime cure allo sconosciuto, Sam osserva con sospetto il nuovo arrivato, inspiegabilmente uguale per non essere considerato un clone a tutti gli effetti. Entrambi, che non sanno se e quanto fidarsi l’uno dell’altro, vogliono però approfondire l’accaduto e attraverso una difficoltosa solidarizzazione cercheranno di scoprire la verità.
Niente è ciò che sembra nello spazio di una piccola base lunare dove i problemi principali sono la lucidità della memoria e il perseguire la fiducia nelle proprie certezze. Le medesime armi si ritorcono contro il protagonista e lo consumano nell’angoscia di non potersi fidare dei propri sensi. Deliziosamente dosati sono gli omaggi, le citazioni, i riferimenti al ventennio filmico Settanta – Ottanta, un periodo glorioso che ha saputo degnamente celebrare al cinema la fantascienza classica, svincolandola dai circuiti tradizionali (letteratura e fumetti) e presentandola a un più ampio pubblico. Citandoli in ordine cronologico ricordo tre titoli che penso possano sintetizzare a malapena il modo di concepire la Sc-Fi di Duncan Jones: 2001: Odissea nello spazio (1968), Solaris (1972) e Alien (1979). Rispondo immediatamente a coloro che troveranno eccessivi questi paragoni: io stessa mi sono sorpresa della maturità artistica del figlio di David Bowie non solo come regista indipendente ma anche e soprattutto come conoscitore di un genere che il mercato del consumismo finto-cinefilo ha tristemente ridotto alla misura di vampiretti innamorati o a film colossali che registrano spese folli alle voce “effetti speciali”.
Come ogni buona classica storia di fantascienza anche Moon pone in evidenza alcune questioni di carattere etico/filosofico: l’eventualità del clone rimanda a tutta quella trattazione dell’idea di uomo succedaneo o surrogato che già P. Dick aveva elaborato in Do Androids Dream of Electric Sheep? e portato poi sul grande schermo da Ridley Scott nella veste di Blade Runner (1982). L’analisi psicologica comprende anche il rapporto uomo-macchina in cui il robot Gerty si fa testimone e discendente dell’intelligenza di Hal9000 trasformandosi però in una entità più empatica verso la condizione (dis)umana. Sam chiederà al suo infallibile e artificiale compagno di viaggio di chiarire la propria condizione: “Gerty, io sono un clone?”. Questa è la linea netta che separa le asettiche certezze, con cui è stato addestrato Sam, dalla sfera di un’inafferabile identità che qualifica l’umano sentire.
L’indagine di Duncan Jones si consuma in uno spazio ridotto (una base lunare da cui si evade solo lo stretto necessario), quasi il riflesso di un ancor più ristretto budget (si mormora 5 milioni di dollari…) che si avvale di un unico attore per restituire il volto più onesto a quella “fantascienza psicologica” di cui oggi, sul grande schermo, si sente tangibile la mancanza.
La colonna sonora di Clint Mansell – un compositore britannico che ha collaborato spesso con Aronofsky (per es. in Requiem for a Dream) – acuisce il senso di disorientamento dell’individuo alle prese con la propria solitudine. Indiscrezioni di rete vogliono inoltre che il primogenito di Bowie stia già lavorando a un sequel intitolato Mute; ma, comunque vadano i progetti futuri, il primo Moon rimane tra i film più interessanti usciti nel 2009, una di quelle pellicole capaci di lasciare dietro a sé una scia di energie difficile da esaurirsi in breve tempo. E in effetti – al cinema più che altrove – l’eleganza di una buona storia è l’effetto speciale più sorprendente.
Chiara Orlandi, da “cineboom.it”

E la luna? Bussò … Il cinema riscopre l’astro notturno caro a Leopardi e sfodera due film con la luna nel titolo e nello script. Oltre a New Moon di Chris Weitz, il secondo capitolo della super saga Twilight, il 4 Dicembre è uscito, semplicemente, senza aggettivo, Moon. Una piccola variante al nome di battesimo per due film che stanno giusto giusto agli antipodi. Se l’adolescenzial vampiresco esce in 750 sale e incassa in Italia oltre 18 milioni di euro, Moon, lungometraggio d’esordio di Duncan Jones, è il piccolo oggetto cinematografico di nicchia, ambizioso e silenziosissimo, realizzato a basso budget. Il classico ago nel pagliaio, il film che se trovi in sala, proiettato da qualche parte, sei davvero bravo. Sono stato BRAVO!! Ho visto Moon (mentre mi sono perso New Moon – e non per snobismo, davvero!!).
Un astronauta americano vive da tre anni sulla Luna, in completa solitudine su una centrale energetica. La missione è quasi finita e mancano solo due settimane prima di tornare a casa dalla moglie e dalla figlia piccola. Durante lo svolgimento di un lavoro, finisce sotto una frana. Ad accoglierlo al risveglio, oltre al fidato robot GERTY, suo computer di bordo, c’è anche un altro uomo. Identico a lui!!
Figlio legittimo di un sottogenere nobile della Storia del Cinema, la cosiddetta fantascienza filosofica (oppure fantascienza adulta o morale o intellettuale … il nome non cambia la sostanza), Moon ha pochi illustri padri cui abbondantemente si ispira come 2001 di Kubrick, L’uomo che fuggì dal futuro di George Lucas, Mission to Mars di De Palma, Alien di Ridley Scott, (e soprattutto) Solaris di Tarkovskij. Troppi riferimenti, per giunta alquanto espliciti, perché il film possa brillare di luce propria (e in questo rispetta le leggi di natura. La Luna non emana una luce sua ma semplicemente riflette quella del Sole). Ma Moon usa una professionalità impeccabile, una sceneggiatura di ferro (di Nathan Parker) che rende credibile l’incredibile e, paradossalmente, sta con i piedi bene ancorati a terra, rischiando poco e (non è per forza una conseguenza diretta) sbagliando pochissimo. Chi non sbaglia mai è il suo protagonista: Sam Rockwell si sdoppia, e triplica e moltiplica, con lo stesso aplomb di Jeremy Irons in Inseparabili, lo stesso recitar nervoso di Nicolas Cage ne Il ladro di Orchidee, il medesimo brivido lungo la schiena del Mogwai Gizmo che fa le uova e sforna fratellini mostriciattoli in Gremlins di Joe Dante. Se l’Academy dovesse ricordarsi di lui e regalargli un posticino nella cinquina di candidati al miglior attore, riservandogli quella nomination che spesso la giuria degli Oscar destina a una grande prova artistica in un film piccolo e indipendente (l’anno scorso toccò a Richard Jenkins per L’ospite inatteso), avremmo poco da stupirci e molto da rallegrarci.
Giusto per completezza d’informazione. Duncan Jones, celebre regista di spot pubblicitari, è al secolo Zowie Bowie, figlio di David Bowie (anche autore di Space Oddity, famosa canzone del ’69 di ambientazione spaziale e usata dalla BBC come colonna sonora dell’allunaggio). Ma non frega niente a nessuno! Perché il ragazzo è bravo, talentuoso figlio di papà. Co – produce “zia” Trudie Styler, moglie di Sting.
Di Federico Fumagalli, da “dillinger.it”

Il film di Duncan Jones si potrebbe riassumere in poche righe: cosa ne sarebbe stato di “Blade Runner”, se tutto il racconto fosse stato visto con gli occhi di Rutger Hauer, il Nexus 6 che scappava da Orione per trovare a Los Angeles una disperata soluzione alla sua inevitabile data di termine?
Se possibile, “Moon” è ancora più vicino al racconto di Philip K. Dick di quanto lo fosse l’adattamento di Ridley Scott: in qualche modo, ne è una specie di prequel.
Lì, Roy Batty era un idiota e malinconico automa destinato alla sconfitta, proprio come qui Sam Rockwell è poco più di un semplice operaio-astronauta, un semplice ingranaggio di quella che – per quanto si può vedere dalle comunicazioni con la Terra e dall’efficienza del computer di bordo – è una tecnocrazia rampante che ha risolto il problema energetico in cambio della freddezza delle relazioni.
Jones ha un pregio innegabile: centra in pieno il colore e i toni della cornice del suo dramma di solitudine spaziale, e lo difende con sorprendente sicurezza, senza avvertire cedimenti.
Grazie a questo riuscito primo passo, tutti i dettagli e le sfumature si incrociano perfettamente nel puzzle della sua opera prima.
Passa così in secondo piano il fatto che “Moon” sembri non tanto un patchwork composto da deja-vu, quanto un insieme di aggiornamenti di luoghi comuni: GERTY, l’elaboratore-robot, nella versione originale ha la voce di Kevin Spacey, scimmiotta inevitabilmente HAL 9000, il padre di tutti i supercalcolatori cinematografici, e invece di avere un freddo obbiettivo come suo occhio di Polifemo, si esprime con gran parte del repertorio delle emoticon di un qualsiasi messenger (e, come ovvio, si dimostra più umano degli umani).
Il catalogo dei film saccheggiati non si ferma a “Blade Runner” e a “2001″: un’altra delle grandi suggestioni che ha ispirato “Moon” è sicuramente “Darkstar”, il primo lungometraggio di John Carpenter, nella cura con cui viene perseguita il quotidiano e la noia di una missione spaziale che non è niente più che un compito da eseguire.
Quello che è riuscito meglio a Jones è il ritratto di una disperazione possibile solo nella non-esistenza, la scoperta dell’eroe di non avere nulla di proprio, nemmeno una propria coscienza nè una propria personalità.
La chiave del film è tutta nello smantellamento delle sue certezze, tanto che il colpo di scena – quella che altrove sarebbe stata la scena madre – viene risolto in fretta, senza eccessi drammatici, senza che allo spettatore venga concessa la possibilità di giocare con l’intuito e le attese.
La dissoluzione dei ricordi, la voglia frustrata del ritorno a casa, il desiderio di una vita normale, di una moglie e di una figlia – tutto quello che tiene in vita Rockwell nel suo lungo e solitario isolamento nella stazione lunare – è invece investito di un’attenzione molto più ricercata, e contribuisce a rendere Moon suggestivo ed affascinante come un film di fantascienza intimistico e struggente, che non cerca in nessun modo di superare le difficoltà del suo budget, inseguendo vanamente la spettacolarità delle scenografie e degli effetti speciali.
Jones si dimostra astuto e anche affabile: resta da vedere se questo suo esperimento verrà utilizzato come un trampolino di lancio per una carriera hollywoodiana oppure (come sembra far presagire l’annunciato “Source Code” con Jake Gyllenhaal) per continuare una via bizzarra ed originale alla fantascienza: meno straordinaria e più verosimile.
Più umana.
Emanuele Di Porto, da “indieforbunnies.com”

Sam Bell, ovvero l’attore Sam Rockwell, è sulla luna e lavora per conto della lunar industries che estrae l’elio-3. Grazie a questa sostanza il pianeta terra ha risolto i suoi problemi energetici e se la spassa allegramente. Sam quindi è una specie di lavoratore-minatore-eroe, quindi un anti-eroe visto che è con la fatica ed il sacrificio e la solitudine lancinante che passa la giornata e non è proprio il posto adatto per un eroe-hollywoodiano tipo.
Non ci sono pupe, giocattoli fantascientifici mozzafiato o armi spettacolari come piacciono tanto a Will Smith. Sam si assicura solo che le mietitrici “harvest” (a me ricordano quelle del film dune) lavorino senza sosta sulla superficie lunare grattando e scavando.
Ogni tanto prende una jeep-tank lunare, e fa un giro a controllare che tutto stia procedendo per il verso giusto e soprattutto recupera un bel “suppostone” di elio-3 dall’interno dell’harvest e lo spara poi nello spazio con destinazione madre terra, lunar industries. Il film, vi avverto, scorre lento con la giornata tipo del nostro Sam. Solo come un cane e senza comunicazioni dirette con la terra, solo messaggi registrati tipo segreteria videotelefonica. L’unica presenza che gli fa compagnia è una presenza non umana, che a molti ricorderà HAL di 2001 Odissea nello Spazio, almeno nella forma ma è stato profondamente reinterpretato e si comporta da vera mamma chioccia (la voce è di un uomo, non uno qualunque ma Kevin Spacey) nei confronti del nostro Sam. Gli prepara da mangiare, gioca con lui e lo “cura” quando ne ha bisogno. Gerty è davvero un robot-sitter di ultima generazione. IL concetto di cura che pone questo robot su Sam sarà uno dei motivi chiave dell’investigazione del film.
Come dicono gli americani da qui in poi c’è lo SPOILER ALERT, cioè vi riveliamo la trama. Se non la volete sapere tornate a leggere la recensione dopo la visione del film, altrimenti proseguite senza paura. Avevamo lasciato il nostro Sam che raccoglie dagli harvest bussolotti giganti di elio-3 e li spedisce sulla terra da buon lavoratore, si fa coccolare da Gerty che gli asciuga i capelli, lo lava, stira le divise. La routine è interrotta dai messaggi della moglie che ormai da tre anni lo sta aspettando, è molto fiera di lui e del suo contributo che sta dando alla terra, ma lei rivorrebbe il marito tra le braccia. Sam si commuove e non pensa ad altro: tornare sulla terra, e le immagini di sua figlia cresciuta che fa ciao “daddy” dal videomessaggio rende questa attesa ancora più insostenibile. Infatti mancano solo poche settimane al rientro a casa.
Fin qui non c’è nulla di diverso da qualunque approccio hollywood-made, se si eccettua il fatto che la sensazione di solitudine è un po’ claustrofobica e sono passati solo 20 minuti dall’inizio del film. Ma il nostro Duncan ha in serbo per noi delle sorprese, anzi una grande sorpresa per Sam e il pubblico.
E’ un film sulla solitudine di un lavoratore, ma un macchinista del treno notturno Taranto-Sibari potrebbe raccontare una storia molto simile. Pare sia stato ispirato – oltre che dalle visioni “classiche” di tutti i cultori di fantascienza (Dune, Alien, Atmosfera Zero, Blade Runner, 2001 Odissea nello Spazio, Dark Star, Gattaca, The Truman Show, The Man From Earth, Battlestar Galactica e via discorrendo) – anche al libro di Robert Zubrin “Entering Space” (questo è quanto ho appreso da google, mi riservo di leggerlo e parlarvene).
Insomma cosa mai può accadere a Sam? Sam è solo, non ce la fa più, appare stressato, sta per cedere e comincia ad avere allucinazioni e incubi notturni, la mattina si alza distrutto. Ecco quindi che arriva un dannato incidente, mentre sta per entrare nell’harvest come da routine qualcosa va storto e va a sbattere con il suo “rover”. Contro cosa? Non abbiamo tempo di vederlo che il regista riprende il nostro eroe sdraiato sul lettino seguito dalle cure meccaniche di Gerty.
Come ha fatto ad arrivare al lettino se era là fuori nello spazio? Il robot non può averlo preso e portato lì. Lui d’altra parte non si ricorda niente, Gerty gli dice di riposare si è trattato solo di un incidente. Quando si risveglia il nostro Sam sembra diverso. Qui la bravura dell’attore che porta in scena un nuovo Sam, adrenalinico, aggressivo. Qualcosa è cambiato. Il bello a questo punto sono le domande che vi potete fare, se non volete la risposta interrompete subito. Gerty cerca di trattenere Sam che vuole a tutti costi recuperare in fretta e tornare al lavoro. Una squadra di recupero sembra avviata alla base, è tempo di tornare a casa. Ma il nostro Sam che è un lavoratore scrupoloso si accorge che l’harvest è in stallo e vuole uscire là fuori a controllare cosa succede. Alla fine riesce ad aggirare Gerty, che stranamente lo lascia andare… quando è là fuori scopre il secondo “rover” precipitato dentro una buca. Entra all’interno e con grande sorpresa trova un uomo che indossa una tuta. Chi è quell’uomo?
Quando guarda bene non si tratta altro che di se stesso. Avete capito bene, un uomo spiccicato al nostro Sam. Ma come è possibile? Lo porta all’interno della base e lo fa curare da Gerty. Chi è quest’uomo? un’allucinazione? O… un clone!
Questa è la scoperta inattesa che cambia il film. Quando si risveglia l’altro Sam la situazione è ancora più drammatica: due cloni, uno che nega l’esistenza dell’altro e l’altro in cerca di prove che non è pazzo a pensare ci sia un clone. Chi è l’originale poi? I due confrontano i loro ricordi. Ma uno dei due Sam ha tre anni di vita in più, per il resto il passato è uguale. Da notare che lo stesso attore che regge le due parti è davvero bravo, ma anche tecnicamente hanno fatto miracoli per far interagire i due, quindi il solito mix digitale-analogico, molto complesso quando i due si toccano o giocano a ping pong. Questa svolta segna l’affermazione dei temi tipicamente post-umani.
Chi è l’umano originale, chi è il clone? Cosa definisce l’umano? Il sacrificio di un uomo per il benessere di molti è lecito? Che tipo di identità ha la dignità di sopravvivere o di reclamare il ritorno a casa, il primo Sam con 3 anni in più o il secondo Sam? Il confine e l’identità dell’umano diventano nozioni su cui vacilliamo. Forse tutti e due meriterebbero di tornare a casa ad abbracciare la loro avvenente moglie. Ma forse solo uno dei due dovrebbe riabbracciare la figlia… o entrambi ne hanno diritto in quanto possessori dello stesso corredo genetico? C’è di che sguazzare.
Qui non c’è la poesia di Solaris nè una visione del futuro, ma solo una messa in questione di un confine ed il tentativo di diventarne consapevoli.
Altra sorpresa è Gerty. Il robot “materno” che aiuta i nostri due protagonisti a saperne di più. Lo fa perchè il computer “si prende cura” di Sam e non può sopportarlo così infelice. Ecco che i temi dell’identità artificiale che ha dignità morale ed emozioni da rispettare, anche se “non girano” sullo stesso hardware biologico, tornano prepotentemente… e questa alleanza robot-madre / cloni è davvero originale, credo il merito maggiore di questo Moon, che rimane un film fantascientifico dal sapore anni ’70/’80, cupo, psicologico e filosofico insieme.
I cloni si alleano e presto scoprono l’amara verità: nessuno dei due è l’originale, ma loro sono entrambi cloni, vengono inceneriti ogni 3 anni tanto è il ciclo di vita che il loro dna instabile gli consente di vivere. Si ammalano e muoiono. La multinazionale ha predisposto un meccanismo per cui dopo 3 anni li inseriscono in una capsula con la scusa di riportali a casa ed invece li sbruciacchiano, sostituendo al posto del clone n.x il clone n.x+1. Una forza lavoro infinita, capace, motivata, un esercito di cloni. Dopo la scoperta del deposito di cloni, i due decidono sul da farsi. Da qui in poi il film prenderà un’altra piega che spero susciti dei dibattiti costruttivi. I due cloni collaborano affinchè almeno uno riesca a fuggire e tornare a casa, coronando il sogno di riabbracciare la moglie e finire il lavoro, come gli era stato promesso.
La cosa si fa più complicata quando scoprono che la moglie è morta e la figlia ha 15 anni e non 3 come Sam pensava. Lo scoprono con una telefonata da un satellitare di emergenza. Questo pone degli interrogativi non banali. Chi è l’attuale padre della ragazza? l’originale? Perchè il clone dovrebbe tornare? Tornare a cosa? La moglie è morta e la figlia non ha alcuna relazione con il padre. Tornare poi per cosa se il clone che riuscirà a tornare morirà dopo i 3 anni? Intanto la squadra è in viaggio, i cloni decidono di coprire le loro tracce, il Sam morente viene riportato nel rover, l’altro si nasconde in una navicella pronto a partire ed un nuovo clone viene svegliato come da procedura, perchè chi sta arrivando sa di trovare due cloni. Che succede a Gerty? Gerty compie il supremo sacrificio di “essere riavviato” e di cancellare la sua memoria chiedendo a Sam di “ricordarsi di lei/lui”.
Ancora il tema dell’identità artificiale è fortissimo e il gesto d’amore del robot passa inosservato solo per Sam che alla fine considera Gerty solo un programma. Ma è davvero la cosa moralmente giusta? E i due cloni sono dei perdenti, quindi degli anti-eroi, uno si salva, ma per cosa in fondo? Per una figlia con cui non condivide memoria? L’identità è la memoria della relazione?
Quando arrivano quelli della lunar industries, non capiscono cosa sia successo, la copertura funziona, Gerty senza memoria sta curando il risveglio di un clone ed un clone morto è nel rover. Caso chiuso. Ma all’orizzonte lunare una navicella sfreccia. Se ne saranno accorti?
Il film finisce con la grande madre terra verso cui tornare un speranza simbolico-visiva, carica forse del significato che “occorrerà” liberarsi da questa zavvorra tecnologica per resuscitare. Ma non credo fosse questa l’intenzione del regista, che oltre a trattare senza risolverli i problemi dell’umano (se si esclude l’idea che l’affetto verso cui tornare e la cura è il senso dell’umano) sembra tematizzare fortemente la nostra solitudine esistenziale. In fondo forse essere il figlio di David Bowie ti fa sentire davvero… l’uomo più solo della terra.
Segnalo che il film è stato premiato all’Athens international film festival e all’Edimburgo film festival e a Seattle ed ha ricevuto screening positivi al Sundance film festival. Bella anche la colonna sonora di Clint Mansell noto al pubblico per i film più famosi di Requiem for a Dream e The Wrestler.
da “posthuman.it”

Si fa presto a dire Fantascienza classica, il primo lungometraggio di Duncan Jones mostra una superficie di citazioni (in)visibili che casomai si riferiscono alla stagione del crepuscolo; science fiction filosofica che, anche per scelte, impostazione e budget, si avvicina ai metatesti più “marginali” e critici del genere, due per tutti Dark Star di John Carpenter e Silent Running di Douglas Trumbull; doppie immagini nello spazio recuperate dalla cultura televisiva britannica dei primi anni ‘70, capace di sfruttare la dotazione “da camera” dei Chroma Key come un dispositivo ellittico, minimale e visionario del linguaggio. Una vitalità inventiva che nelle produzioni ITC probabilmente presenta il solo limite di un dècor tecnologico fin troppo segnato dal tempo tanto da farsi risucchiare (soprattutto nell’esaltazione acritica dei fan) nel vortice stolido del modernariato vintage; eppure dietro quella coltre di polvere germinavano idee portentose, come se tutta l’eredità stimolante e ingombrante dell’odissea Kubrickiana e lo specchio minaccioso del viaggio interiore Tarkovskyano venissero concentrati in una versione cameristica e intima, un viaggio dentro la complessità dei processi identitari; un piccolo film per tutti, che precede quella stagione è per l’appunto una produzione di Gerry e Sylvia Anderson diretta fuori dalla madre patria da Robert Parrish e intitolata Journey To the far side of the sun; tutto il limite marionettistico di quel film, ancorato ad una percezione illusionistica del set, viene spazzato via nel film di Duncan Jones in una potentissima trasformazione del “visivo” in segno; il set in fondo è il corpo stesso di Sam Rockwell, immagine fisica e al contrario, prismatica, corpo imprigionato in una ricomposizione inquietante della memoria; la presenza traumatica delle ecchimosi che si complica a contatto con una riallocazione incessante del tempo, dove il confine tra visibile e invisibile viene elaborato da un trucco della mente, dal modo in cui i ricordi vengono, anche intimamente, manipolati . Quello che davvero sorprende in Moon è la trasformazione della ricchezza visiva, una materia difficile elaborata secondo un principio di realismo astratto, un processo di riduzione degli elementi che utilizza i riferimenti più espliciti come segni della scrittura, oggetti che cambiano di senso; basta pensare all’interfaccia di comunicazione utilizzata da Gerty, il robot con la voce di Kevin Spacey che si serve di una serie di emoticons per trasmettere sensazioni affettive; simboli di un pacifismo tecnologico politically correct che Duncan traduce in una versione terribile e inquietante. Il doppio, triplo, quadruplo corpo dell’astronauta Sam Bell imprigionato nella serialità di un racconto già scritto è un veicolo che permette il processo di un’esperienza cognitiva come lento scivolamento della percezione; la serie si apre quando lo slittamento di senso si attiva come una possibilità “altra” e combinatoria della visione; davvero un film fuori dall’ordinario vedere.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

Bastano pochi minuti di proiezione di Moon per reimmergersi con ritrovato piacere nelle origini intimiste della fantascienza. Al suo primo lungometraggio Duncan Jones, figlio de “l’uomo che cadde sulla terra” David Bowie, ci (ri)porta, con un coraggioso film a basso costo (cinque mln di dollari), in un futuro non più dominato dai (troppi) effetti speciali ed dalle improbabili guerre planetarie, ma al fulcro della questione, dove lo spazio vuoto e l’assenza gravità sono solo la cornice per affrontare le eterne questioni dell’uomo di fronte al proprio destino, alla propria solitudine e alle proprie illusioni quotidiane. In Moon l’uomo è semplicemente di fronte a sé stesso, anzi agli infiniti sé stesso e nell’impossibilità di recuperarne l’originale, sempre che questa parola abbia più un senso in uno spazio che lo decontestualizza.
Sam Bell lavora per una multinazionale che estrae, sul lato oscuro della luna, l’elio 3, un isotopo non ridioattivo che permette di ottenere energia pulita sulla terra. Il suo contratto dura tre anni, da passare sulla base lunare in compagnia del solo computer di bordo Gerty (una sorta di “fratello” buono dell’indimenticabile Hal 9000 di 2001 Odissea nello spazio, film a cui Moon è pieni di rimandi). Davvero un lavoraccio quello che Sam si è scelto, ma ormai mancano solo due settimane alla scadenza del suo contratto e poi finalmente potrà tornare a casa a riabbracciare sua moglie e sua figlia, con i quali ha potuto interagire solo attraverso messaggi pre-registrati a causa della rottura dell’antenna i trasmissione. Certo che tre anni da solo sono stati molto duri per Sam, che infatti appare trasandato, un po’ confuso e vittima di allucinazioni che lo portano all’incidente che fa virare la storia su un terreno decisamente più esistenziale (ed interessante).
Duncan Jones, come detto, non ricorre ad effetti speciali perché il suo intento non è quello di stupirci, ma di portarci a riflettere assieme a lui. Non vuole neanche sorprenderci e infatti la svolta e la spiegazione (non troppo originale, a dire il vero e questa è forse l’unica debolezza della pellicola) avviene nel film molto presto e ci lascia il tempo di indagare e di indagarci assieme a Sam e ai suoi (infiniti?) doppi.
Il film ha suscitato, e a ragione, parecchio interesse, soprattutto in Inghilterra. Personalmente, pur non trattandosi di un’opera innovativa, mi sembra un film da non lasciarsi sfuggire. Si tratta, infatti, di un debutto rigoroso e coraggioso, esente da facili trucchi narrativi e nel quale emerge chiara l’urgenza dell’autore di raccontare una storia e di comunicare il proprio mondo. Un mondo, che per uno che ha un padre come David Bowe, deve essere stato alquanto singolare sin dalla nascita.
Vittorio Toschi, da “lalineadell’occhio.it”

Sam Bell da tre anni lavora presso la base lunare Selene, adibita all’estrazione dell’Elio-3, sostanza in grado di soddisfare la quasi totalità del fabbisogno energetico della Terra. In questi tre anni Sam ha vissuto nella base con l’unica compagnia di un robot di nome GERTY, isolato dalle comunicazioni in diretta con la Terra a causa di un guasto, sognando di riabbracciare al più presto le moglie e la figlioletta. A due settimane dalla fine del suo contratto inizia ad avere allucinazioni e a soffrire di forti mal di testa, la perdita di lucidità lo porta a compiere un fatale errore che causa un incidente nel quale rimane ferito. Apparentemente si sveglia nell’infermeria della base, con una lieve amnesia. Questo “Sam” si accorge però in poco tempo che vi è qualcosa di strano, e farà scoperte inquietanti.
Fino a dove può spingersi lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo? Fino a livelli drammatici e inauditi, vicini al puro orrore conradiano, idea talmente insopportabile da spingere a squarciare la quiete della notte con urla di rifiuto disperato. Moon è un gioiello, un capolavoro di fantascienza artigianale (non per niente costato soltanto intorno ai cinque milioni di dollari) capace di sviscerare le lacrime dello spettatore più spietato.
Al suo primo lungometraggio Duncan Jones mette in piedi un’opera sublime: una commedia fantascientifica che vira un po’ sul surreale ma soprattutto su un pacato descrittivismo narrativo che riesce a creare atmosfere di drammatico realismo senza forzare la mano col pathos o con trucchetti da circo tragico. Per arrivare a questo incredibile risultato Jones gioca con le citazioni, volte a riprendere classici e non-classici del genere. Così inevitabili i rimandi per il computer di bordo Gerty, che rappresenta un incrocio più umano tra il vecchio Hal di 2001 Odissea nello Spazio e il robottino di Wall-E.
Una combinazione bizzarra e un po’ irreale che umanizza la “macchina” e lo rende per molti versi più umano della stessa umanità, cancellando la diffidenza anti-positivista verso la tecnologia e la scienza che il secondo dopoguerra (memore di Hiroshima) si è trascinato tanto a lungo nel tempo. La scenografia tendente al semplice cromatismo bianco-nero è tanto angelica quanto claustrofobica: si precipita in un candore apparentemente ovattato e idilliaco, l’esatto opposto dell’astronave accidentata di Alien, assai vicina piuttosto all’ambiente confortevole ma alienante della stazione di Solaris.
La differenza la fa l’entrata in scena di tematiche d’attualità ancora scottanti e irrisolte (la clonazione umana, il profitto come primo valore), che nella loro spietata razionalità portano a situazioni al limite tra il surreale ed il grottesco. In tutto questo contesto il fattore aggiunto è Sam Rockwell, che sfodera una prova talmente convincente da far gridare all’oscar (non l’avrà, ne siamo certi). Una conferma per un’attore validissimo che si era già messo in mostra con la prestazione imponente in Confessioni di una mente pericolosa.
I toni gelidi complessivi del film (e qui è indispensabile la ricostruzione e l’interpretazione del paesaggio lunare) sono però i veri protagonisti del film, che riesce a far riflettere su tematiche serie (politiche oltre che etiche) nonostante un’andatura a metà tra il dramma e la commedia (un po’ come quest’anno è riuscito a fare District 9). E alla fine non si riesce a dare davvero risposta alla domanda iniziale: Fino a dove può spingersi lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo?
Alessandro Pascale, da “storiadeifilm.it”

“Moon” è un’opera prima sorprendente ed entusiasmante che pur con scarsi mezzi e senza trovate pirotecniche o eccessivamente effettistiche riesce a coinvolgere enormemente lo spettatore, in maniera molto matura e profonda, piuttosto che a livello ludico e infantile come sempre più spesso accade nel cinema di fantascienza.
Con un’ambientazione minimale ma al tempo stesso stupefacente nel suo lapalissiano ispirarsi ai capisaldi di un cinema che ormai, purtroppo, non c’è più, Jones inscena il ritratto intenso e sofferto di un’umanità che si esplica maggiormente in contesti di totale alienazione e allontanamento dalla società, dall’alcova naturale della stessa. L’essere umano con tutti i suoi meccanismi interiori ed esteriori, pur se completamente avulso dal resto degli altri esseri umani, continuerà a comportarsi come tale, a protrarre la sua condizione esistenziale anche in assenza di un’esistenza comunemente intesa. Anzi proprio in seguito a questa particolare situazione di isolamento, i suoi caratteri umani verranno maggiormanete alla luce, confrontati con l’inumanità circostante. Una riflessione di non poco conto cara al genere fantascientifico che Jones tenta di omaggiare e di ripercorrere discostandosi dalla moda imperante e rispettando rigorosamente una certa tradizione “psicologizzante” del genere. Ecco allora spiegate le scenografie che ci riportano indietro nel tempo, piuttosto che nel futuro come dovrebbero, così come la presenza sulla scena di un unico attore completamente responsabile della trasmissione di tutti i concetti metafisici e metaforici insiti nella pellicola stessa. Parte del merito della riuscita di “Moon”, dunque, va anche ad un Sam Rocwell da standing ovation che si esibisce in una vera e propria performance fatta di sangue e anima, restituendoci il valore e l’importanza di un’interpretazione impeccabile come la sua, che costituisce un valore aggiunto alla godibilità del film. Capace di mostrare più facce di una stessa medaglia, mostrando ogni lato e sfaccettatura delle caratteristiche del suo personaggio (anche se parlare al singolare è riduttivo), Rockwell giganteggia con la sua inossidabile presenza per l’intera durata di “Moon”, interagendo di quando in quando col computer Gerty (di qui la digressione sul complicato e irrisolto rapporto uomo/macchina) e col nuovo “ospite” che arriva alla base.
Quello che si evince dalla fantastica storia di Sam è che nessuno può nascere privo, o essere privato in seguito, di quelle che sono le caratteristiche che ci rendono umani, e così anche alla giovanissima, ma in questo caso lunghissima, “età di 3 anni” è possibile avere un grande attaccamento alla vita e ai legami che si hanno con essa. Il concetto di persona, infatti, è alla base di questa allucinante e illuminante avventura, accompagnata da note che accompagnano adeguatamente le situazioni e gli stati d’animo di Sam sempre più angosciato perché consapevole di una verità dolorosa e inaccettabile come la negazione stessa della persona. Grande merito di Jones è stato anche quello di riuscire a racchiudere la complicata e coinvolgente narrazione tra le asettiche quattro mura della base spaziale di Sam, costruita con una precisione e un’attenzione al dettaglio non indifferente, per poi regalarci dei momenti esterni davvero affascinanti ed evocativi come la bellissima scena, fotografata superbamente, in cui il protagonista si ritrova disperato sul suolo lunare a guardare la Terra da lontano e ad urlare il suo disperato desiderio di tornarci. E se da un lato la solitudine e l’inserimento della persona-Sam all’interno di un ambiente molto particolare e straordinario risaltano la sua profonda umanità, dall’altro costituiscono per lui motivo di sofferenza estrema sfociante in un “esaurimento” fisico e mentale. Ecco allora che è possibile scorgere velatamente un ulteriore tassello nella riflessione sull’uomo portata avanti da Jones, quello che sottolinea la crudeltà dell’uomo stesso nel considerare “finito” l’essere umano che ha esaurito la sua pratica utilità.
Soddisfatti per l’alta qualità estetica, formale e poetica di “Moon” non ci resta altro che aspettare impazienti e curiosi gli annunciati sequel che indubbiamente, se rimarrano sulla stessa frequenza del primo capitolo, saranno stellari, anzi forse sarebbe meglio dire lunari.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it”

Sono davvero pochi gli attori in grado di interpretare con intelligenza e (soprattutto) talento il difficile ruolo costruito ad arte da Duncan Jones (e Nathan Parker): un perenne monologo impreziosito da diabolici sdoppiamenti della personalità. Per fortuna del giovane regista inglese (all’esordio) e di noi spettatori, Sam Rockwell è fra questi. Interpreta Sam Bell, operaio che in un lontano futuro viene relegato sulla “dark side of the moon” per supervisionare all’estrazione di un prezioso combustibile dal suolo lunare. Il suo mandato dura tre anni, tre anni nei quali avere come unico interlocutore simil-umano un sofisticato computer (al quale Kevin Spacey dà la voce nella versione originale). Un incidente metterà tutto in discussione.

Duncan Jones (finalmente libero dalla ingombrante ombra paterna) sceglie di interpretare in modo personale un genere troppo spesso condizionato da enormi produzioni e sofisticati effetti speciali, nel quale sempre meno attenzione viene dedicata allo sviluppo di soggetti interessanti o alla cura formale con la quale queste storie sono proposte al pubblico. Il suo Moon fa sì riferimento a 2001: Odissea nello Spazio, ma non nel modo banale che una prima impressione potrebbe suggerire (il computer umanizzato, il bianco accecante, l’alienazione dell’astronauta): Jones sposa l’ispirazione di Kubrick, la sua filosofia, il suo approccio sovversivo ai consueti meccanismi narrativi. Le disavventure del povero (o dei poveri?) Sam divengono un mezzo per proporre riflessioni più profonde sull’umanità dell’individuo e sulle sue disposizioni “naturali”, ma anche sui dilemmi moraleggianti che sopraggiungono inevitabilmente di fronte all’evoluzione selvaggia della scienza.
In questo contesto spicca l’interpretazione di Rockwell, uno dei più talentuosi attori della sua generazione, che viene valorizzato esponenzialmente dalla storia (in senso letterale) e può mostrare in pieno tutte le sue capacità. L’ostacolo tecnico rappresentato dalla “moltiplicazione” dei Rockwell in scena viene superato agilmente da Jones e compari, così come è scongiurata col giusto pragmatismo la pericolosa tendenza alla ridondanza di tutta la narrazione, resa scorrevole da intelligenti dissolvenze e colpi di scena ben architettati – molto efficace anche l’inesorabile count-down che punteggia tutto il film e garantisce coordinate temporali oltre che un ulteriore motivo di tensione narrativa.
Nonostante tutti i numerosi pregi di questa apprezzabile opera prima, manca quel tocco di incisività nella storia che avrebbe potuto rendere Moon qualcosa di molto simile ad un film spartiacque per il suo genere – come fu 2001 decenni prima. Ma siamo sicuramente sulla buona strada.
Sorprendente.
da “pianosequenza.net”

In un futuro prossimo e venturo i problemi energetici della Terra sono stati risolti grazie alla Luna: è infatti nel nostro satellite che viene estratto l’Elio-3, combustibile fondamentale per coprire il fabbisogno del pianeta. Sam Bell è l’unico dipendente dell’azienda Lunar impiegato nella base Sarang, ubicata nel lato oscuro della Luna: Bell ha firmato un contratto di tre anni come supervisore dei macchinari adibiti all’estrazione dell’Elio-3, avendo come unica compagnia il robot Gertie (cui nella versione originale presta la voce il grande Kevin Spacey), l’intelligenza artificiale che controlla la base lunare, oltre alle piante che cura con grande attenzione durante il tempo libero, in cui si alterna tra modellismo ed un po’ di corsa sul tapis roulant. Per fortuna di Bell, alla scadenza del contratto mancano appena due settimane, così potrà riabbracciare la moglie Tess e la figlioletta Eve, di appena tre anni, di cui ultimamente ha potuto ricevere soltanto messaggi videoregistrati a causa di un guasto al sistema satellitare di comunicazione cui ancora nessuno sembra aver trovato il tempo di provvedere. Ma i suoi giorni di solitudine stanno comunque per finire, anche se non per il rientro imminente sulla Terra: un incidente potenzialmente mortale lo costringerà infatti a rivedere le sue priorità, quando si accorge di essere stato salvato da un proprio clone e comincerà a dubitare della sua stessa identità, addentrandosi così in una spirale di crescente e surreale paranoia. Felicemente ispirato a pellicole fantascientifiche come 2002, la seconda odissea, Alien e Atmosfera zero, Moon segna il convincente esordio alla regia per Duncan Jones, che con Nathan Parker è peraltro autore della sceneggiatura, scritta pensando proprio all’attore Sam Rockwell, in un ruolo sopra le righe che risulta davvero tagliato su misura per lui. Ne è venuto fuori un film di fantascienza originale e centrato su uno sconvolgente caso di alienazione. Da vedere.
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Il regista si è formato soprattutto con le pubblicità. Così, come per giocare sul sicuro, affida l’inizio del suo primo lungometraggio a uno spot della Lunar Industries, società che ha risolto i problemi energetici del nostro pianeta grazie all’helium-3 estratto dalle rocce lunari. Futuro, dunque. Il regista, vuoi o non vuoi, infatti si è formato anche con la fantascienza, altro gioco di cui conosce benissimo le regole. Figlio de L’uomo che cadde sulla Terra, David Bowie, al primo nomignolo Zowie oggi preferisce il sobrio Duncan, più Jones, vero cognome del papà. La fantascienza a cui si ispira è classica, solida, anni ’70, costruita sulla storia più che sugli effetti speciali, sui dialoghi e l’introspezione, più che sull’azione.

TRAMA – Un astronauta solitario, di stanza sulla Luna da tre anni, può comunicare solo a singhiozzo con la sua famiglia sulla Terra a causa di un guasto al satellite. Non appena il suo equilibrio psichico comincia a vacillare, scopre in seguito a un incidente di non essere solo sulla base.
BUDGET – E’ anche una storia di virtù che nasce dalla necessità. Moon infatti è stato realizzato con un budget relativamente ristretto, circa 5 milioni di dollari, sganciati tra l’altro da Trudie Styler, moglie di Sting. Per questo bisognava per forza aguzzare l’ingegno, ridurre al minimo i set, gli sprechi e il cast, limitato in pratica a un solo attore. Ma che attore: Sam Rockwell è la classica figura senza la quale nulla sarebbe stato possibile, da Oscar.
MODELLINI – Niente computer grafica, o quasi. Per dare un tocco più reale e credibile agli scenari lunari, Jones e compagnia sono tornati al vecchio e classico modellismo in miniatura. E non c’è niente da fare: tutto risulta più tangibile, vero e vissuto. Non è un caso se uno dei pochi tocchi aggiunti in CG, quantomai malaccorto, siano gli sbuffi di polvere sollevati dal rover a sei ruote: senza un’atmosfera in realtà quelle nuvolette non possono esistere.
GERTY / HAL 9000 – Chiaro omaggio al computer più famoso della fantascienza, l’HAL 9000 di 2001 Odissea nello spazio, è Gerty, il robot che interagisce con l’astronauta Sam Bell. Stesso occhio elettronico, solo che è blu e non rosso, stessa voce impersonale — nell’originale è doppiato da Kevin Spacey -, viene reso più umano solo dagli emoticon che appaiono sulla sua faccia-monitor.
SOUNDTRACK – Minimale e poetico l’intervento sulla colonna sonora del
compositore Clint Mansell, l’altro valore aggiunto per la perfetta messa in scena, sia lunare, l’ambiente esterno, che psicologica, l’ambiente interno all’astronauta, sempre più provato dai suoi incontri e scoperte.
CRITICA – Il film è stato recepito entusiasticamente dalla critica e dagli appassionati, forse anche oltre il dovuto. E’ vero: affronta con eleganza un tema — quello del doppio — già esplorato in decine di puntate di Star Trek o racconti di sf classica, ma riesce a farlo in modo credibile e convincente. Il plauso di sicuro non è stato amplificato dalla presenza di un celebre figlio d’arte. Moon ha semplicemente restituito nuove speranze a un genere ormai tartassato dalle megaproduzioni, in un mercato all’ingrosso dominato dai fanta-fracassoni alla Michael Bay che probabilmente non hanno mai posato gli occhi su una sceneggiatura, meno che mai su un libro di Asimov. Una fresca boccata d’aria, anche sulla Luna.
da “freequency.it”

Non c’è paravento, né filtro. Duncan Jones azzera le distanze tra sé ed il suo mondo, abbatte le barriere che separano il cinema dallo spettatore. Ogni sua scoperta è una nostra scoperta, carica della stessa meraviglia e della stessa dolorosa consapevolezza. Presentato in anteprima al Trieste Science+Fiction 2009
Moon, di Duncan JonesTornare a casa. Sam vuole tornare a casa, dopo tre lunghi anni trascorsi sulla Luna, senza alcun contatto diretto con altri essere umani. Solo comunicazioni videoregistrate, da quando il satellite non funziona più. Immagini che rimandano ad un tempo già passato, ad una Terra che appare lontanissima, eppure così vicina. I giorni scorrono, tra allenamento, cura delle piante, monitoraggio della superficie lunare, estrazione dell’Elio-3. Luce fredda, che illumina le stanze della base, bianchissima, solitaria, asettica. Un pensiero, ossessivo, torna a fare capolino, quando manca poco ormai, alla fine della missione. Sam lo ripete spesso anche a Gerty, il computer di bordo (a cui dà la voce Kevin Spacey nella versione originale), l’intelligenza artificiale con la quale vive un rapporto simbiotico, che è quasi ora di ripartire. Solo qualche altro giorno, prima di tornare a casa. Casa vuol dire l’affetto di sua moglie, il sorriso di sua figlia, gli abbracci, la famiglia. Vuol dire poter toccare, sentire sulla propria pelle il calore dell’altro, sfiorare con la mano il viso di chi si ama, avvertirne i contorni sotto i polpastrelli, ridisegnarne le curve con le dita. Significa vedere piuttosto che immaginare, scacciare i dubbi, trovare conferma a ciò che il cuore vuole, quando è il cuore a non volersi rassegnare.
Duncan Jones azzera le distanze tra sé ed il suo mondo proiettato in un futuro molto prossimo, abbatte le barriere che separano il cinema dallo spettatore. Non c’è paravento, né filtro. Sam Bell-Rockwell esce in ricognizione, sguardo fisso davanti a sé, mentre le ruote macinano metri lungo il satellite terrestre. E noi siamo lì, accanto a lui, con il casco infilato sulla testa, per poter respirare. Ogni sensazione, ogni singola emozione traspare dal volto di Rockwell con sorprendente immediatezza, per arrivare a noi, ancora vergine, dirompente, sconquassante. Ogni sua scoperta è una nostra scoperta, carica della stessa meraviglia e della stessa dolorosa consapevolezza. C’è qualcun altro, non siamo soli. Una pioggia di domande a cui non è possibile rispondere ci lascia storditi, così come Sam, improvvisamente, di fronte ad un altro Sam. La conferma arriva impietosa, ma inaccettabile, comprensibile con la ragione, ma assurda per il cuore. L’amore è un’illusione, così come la sofferenza del distacco. I sentimenti sono proiezioni, stimoli indotti, artificiali, riproducibili come copie di un modello originale, che risulta ormai irriconoscibile.
Duncan Jones (nato dalla relazione di David Bowie con Mary Angela Barnett), al suo primo lungometraggio, sconvolge per l’assoluta naturalezza con cui maneggia una materia così difficile e insidiosa come quella di Moon. La macchina da presa diventa un tutt’uno con il corpo di uno straordinario Sam Rockwell; aderisce come una comoda tuta, né troppo larga, né troppo stretta. La freddezza di Gerty (che evidentemente ricorda quella di HAL 9000) fa da contraltare alla sensibilità di Sam, in un contrasto uomo/macchina che si fonda sull’elaborazione, ma soprattutto l’espressione dei sentimenti, nucleo attorno al quale ruota l’intera vicenda. Rockwell non perde mai il senso della misura, così come Duncan Jones: impeccabile, guida Sam nel suo incredibile e spaventoso viaggio alla ricerca della Verità.
Giovanna Canta, da “sentieriselvaggi.it”

Base Luna chiama Terra

Sam Bell è impiegato da tre anni presso la base lunare Selene, adibita all’estrazione dell’Elio-3, che potrebbe salvare la Terra da una grossa crisi energetica. Sam ha vissuto tre anni nella base con l’unica compagnia di un robot di nome Gertie, sognando di riabbracciare al più presto le moglie e la figlioletta. A due settimane dalla fine del suo contratto inizia ad avere allucinazioni e soffrire di forti mal di testa, la perdita di lucidità lo porta a compiere un fatale errore, che causa la mancata estrazione del prezioso gas. (sinossi)

Dopo aver trionfato al Festival Internacional de Cine Fantástico di Sitges, in Spagna, e dopo aver fatto incetta di premi in diverse altre manifestazioni cinematografiche di rilievo internazionale, Moon di Duncan Jones è finalmente approdato in Italia. Anche a Trieste, dove il film è stato visto in anteprima nell’ambito di Science Fiction, si è creato un notevole interesse. Ma quali sono i reali motivi di un’accoglienza così calorosa da parte della critica e degli appassionati di un genere difficile, come la fantascienza? Di certo ha contribuito la curiosità per l’esordio di un artista che non può passare inosservato. Duncan Jones, noto anche come Zowie Bowie, è per l’appunto il figlio del grande David Bowie, il “Duca Bianco”, che a sua volta con lo spazio profondo e i cieli stellati può vantare un feeling invidiabile: non solo per canzoni come Space Oddity e Starman, ma anche per aver interpretato nel 1976 L’uomo che cadde sulla Terra.
Tuttavia, occorre levarsi subito dalla testa che il retaggio paterno sia l’unico solido appiglio di un’opera che, al contrario, appare destinata a restare nel cuore di coloro che amano il genere. E tra questi sicuramente c’è Duncan Jones. Il regista, che aveva già fatto parlare di sé col fortunato cortometraggio Whistle, cita i classici con una personalità e una perizia che non lasciano adito a dubbi. In Moon vi è un amore per la science fiction che nasce da lontano, quantomeno dal periodo d’oro degli anni ’70, con il loro carico di riflessioni filosofiche sul futuro dell’umanità; e con quell’odore di modellini, di soluzioni artigianali, che sapeva conferire un look appropriato e inconfondibile agli esiti più maturi di un filone fecondo. Cominciamo col circostanziare meglio il peso di una simile eredità. Nella pellicola di Duncan Jones si scorge in filigrana il fantasma di 2001: Odissea nello spazio, contaminato magari con Silent Running di Douglas Trumbull (ovvero 2002, la seconda odissea, stando all’idea di pseudo-sequel perseguita allora dalla distribuzione italiana). Detto così suonerebbe alquanto pretenzioso. Ma Moon_Duncan_Jones_foto_testoDuncan Jones, senza strafare, è riuscito ad attualizzare certe problematiche e gli standard visivi dell’epoca, colonizzando con stile il volto oscuro della luna .
L’incipit di Moon è a suo modo emblematico: da un rapido montaggio che sintetizza la crisi energetica e le catastrofi ambientali all’alba del ventunesimo secolo, neanche fosse l’ideale prosecuzione dell’allarme lanciato da altri con Una scomoda verità e The Age of Stupid, si passa alla possibile soluzione. Si immagina cioè che nell’immediato futuro l’umanità abbia risolto il problema energetico facendo finalmente ricorso a fonti diverse da quelle tradizionali, più in particolare creando basi sulla superficie lunare per l’estrazione di Elio-3. Ed ecco quindi la location di questo kammerspiel spaziale: the Dark Side of the Moon. Ma come sarà la vita dell’uomo sul satellite della Terra? E la scoperta della nuova risorsa sarà sufficiente a bilanciare il cinismo della società capitalista? Questo secondo interrogativo è diretta conseguenza dei metodi spregiudicati posti in atto dalla Lunar, la società che si occupa della produzione di Elio-3 e del suo invio sul pianeta. I complessi macchinari installati dalla società sulla base lunare e sul perimetro circostante sono sotto il controllo di un solitario astronauta, Sam Bell, coadiuvato da un calcolatore elettronico, ribattezzato “Gerty” (e nella versione originale è addirittura Kevin Spacey a prestargli la voce). Duncan Jones sembra riaggiornare con una certa ironia il conflitto tra la personalità umana e quella del computer, già brillantemente esplorato in 2001: Odissea nello spazio. Rispetto ad Hal 9000 il suo epigono Gerty sembra provare una diversa e più accentuata empatia verso l’astronauta a cui presta assistenza, impressione sottolineata da una delle trovate più brillanti della pellicola: l’uso degli Emoticons, delle cosiddette “faccine” care agli utenti della Rete, per denunciare i frequenti cambiamenti di umore del computer. Del resto Moon è un’opera ben concepita anche a livello di dettagli, di suggestioni scenografiche, che fanno colpo sin dai titoli di testa. Il prosieguo del racconto tirerà in ballo, oltre all’eredità di 2001, una cospicua serie di implicazioni rapportabili tanto a Blade Runner (la vita dei cloni che pone domande, come la poneva quella dei “replicanti” nel capolavoro di Ridley Scott), che ad altri classici della fantascienza di ispirazione “cyberpunk”, per quanto riguarda l’agire libero e spregiudicato di certe corporations.
Accanto alla classe dimostrata dall’autore al suo esordio, vorremmo sottolineare un altro fattore che ha contribuito, in misura determinante, alla riuscita dell’opera: la bravura e la sensibilità di Sam Rockwell nelle vesti del protagonista Sam Bell. Non era certo facile per lui, attore in crescita che già in Soffocare di Clark Gregg aveva saputo stupirci, affrontare un ruolo del genere; un ruolo tale da costringerlo a confrontarsi persino col suo doppio (Robin Chalk), dopo l’incidente che ne metterà in crisi l’identità e la stessa permanenza sulla stazione spaziale. Aver impostato in modo così pregnante il rapporto tra lui e Gerty, è un altro merito da attribuire sia allo sceneggiatore Nathan Parker che a questo debuttante dagli illustri natali, Duncan Jones. Mai come ora ci viene spontaneo affermare: buon sangue non mente.
Stefano Coccia, da “cineclandestino.it”

Sam Bell è un astronauta che lavora per la Lunar, presso la base spaziale Sarang, situata sul lato oscuro della luna. Il suo compito, con un contratto di tre anni, è quello di sorvegliare l’estrazione dell’Elio-3 da inviare sulla Terra come combustibile. Ma a pochi giorni dalla scadenza del contratto Sam ha un incidente, e dopo un po’ comincia a vedere un uomo che gli somiglia che occupa i suoi spazi all’interno della base.
“Moon”, ovvero il ritorno di Starman, che ha smesso di girare nello spazio e si è ritagliato un lavoro di tutto riposo su una base lunare. Sempre in contatto con gli astri, ma imborghesito dall’attesa. Tre anni sono lunghi da passare, anche se la compagnia di Gerty sembra un aggiornamento riuscito di Hal 9000. I capelli lunghi e la barba invece vengono da un normale abrutimento da solitudine prolungata. E nel complesso Sam se la cava abbastanza bene. Parla con Gerty e con le piante, e risponde ai video della moglie e della figlioletta con tenera nostalgia.
Ma poco prima del ritorno accade qualcosa. Sam si ferisce, e incomincia pure a vedere un tipo strano che gira nei suoi spazi che, seppur non ristretti, certo finora non erano mai stati condivisi.
Qualcuno usa la sua palestra, e salta con la sua corda. E mentre si chiede “chi ha mai dormito nel mio letto? E chi ha mangiato la mia minestra?”, la favola va avanti e Sam scopre che le cose sembrano leggermente diverse da come le aveva capite lui.
Gerty, il cui compito principale sarebbe governare la base e tenere a bada le eventuali mattane di chi resta troppo tempo da solo, si rivela essere in realtà la mente cui è demandata la gestione totale del lavoro sulla sede distaccata della Lunar. Sam fa soltanto quello che Gerty non può fare: spedire l’Elio-3 sulla Terra.
A questo punto il palco sarebbe pronto per l’entrata in scena di Ziggy Stardust, ma siccome Duncan Jones ci tiene a fare le cose per bene, evita richiami alla parentela e citazioni famose, oltre quelle consentite dai riferimenti vintage del suo comunque ottimo lavoro, e ci regala la versione aggiornata di un vecchissimo tema le cui origini si sono perse nella notte dei tempi: il doppio.
E, trattandosi di fantascienza, già alla fine del primo tempo sappiamo che si tratta di un clone. Ma da qui in poi la faccenda si complica notevolmente. E, da che esiste il controllo spaziale, non si è mai vista una base situata lontano dalla Terra che non sia governata da una macchina. Peccato che Starman e il suo amico fantasma Ziggy non abbiano chiaro fin dall’inizio le implicazioni di un tal lavoro.
Intanto Sam scopre che il suo doppio è un tantino più riposato di lui, e ha anche le idee più chiare. Ma poi la paranoia e la comprensibile paura fanno accadere quello che finora non era mai successo: si accende una luce, la consapevolezza fa capolino e il clone dichiara di essere vivo.
Da qui in avanti è pura speculazione. Sam, come chiunque al suo posto, con o senza crisi esistenziali, comincia a chiedersi chi è. E la risposta, come spesso accade, non gli piacerà.
Lo spettatore amante della vecchia fantascienza, quella vera, piena di riferimenti sociologici e con poche esplosioni e nessun eroe, ritroverà con piacere temi dati per perduti anni addietro. E la sottile atmosfera, tanto cara ai cineasti inglesi e sconosciuta agli amanti dei botti oltreoceano, rimane il punto di maggior efficacia dell’intero lavoro. Duncan Jones, con la complicità di un bravissimo Sam Rockwell, ci manda senza fatica indietro nel tempo, ai momenti d’oro della nascita di un genere dato per morto da tempo, e in realtà mai stato così vitale.
I cloni, le basi spaziali e le tute, per non parlare dei computer di bordo parlanti, sono ormai parte di un immaginario reso vivido dall’amore per le spoglie terrene di un genere amato da sempre e mai dimenticato. Un genere che nulla ha da spartire con le esplosioni impossibili nello spazio profondo, e con gli eroi sparatutto mandati in assenza di gravità da cineasti senza fantasia.
La fantascienza inglese è viva e lotta con noi. Lotta con la disperata foga di un clone consapevole, che rifiuta il proprio destino di subordinato e combatte per un’autonomia impossibile. Proprio come chi da anni prova a contrapporre ai botti e agli inutili dispendi in computer grafica, un cinema vintage basato prima di tutto sulle emozioni, e poi magari sui contenuti. Cosa di cui oltreoceano si fa volentieri a meno, ma che qui da noi, nella vecchia Europa qualcuno ancora preferisce alle patinature inconsistenti e alle inutili luci splendenti per mascherare un cinema che ormai non c’è più da tempo.
Anna Maria Pelella, da “filmscoop.it”

Sarà un semplice caso, un gradito omaggio al tempo che fu, oppure una furba operazione di marketing far uscire un film dal titolo Moon nel quarantennale dello sbarco sulla Luna? Trattandosi dell’esordio assoluto, dopo un corto datato 2002, di Duncan Jones (fino ad adesso più noto per essere il figlio di David Bowie), autore anche del soggetto, vien facile credere alla buona fede. Calcoli che trovano comunque il tempo che trovano, e che valgono poco o nulla dinanzi alla qualità del film. La Luna, compagna di tante avventure cinefile, dei sogni degli spettatori e del mondo intero che nel 1969 rimase meravigliato di fronte ai primi passi di Armstrong sul satellite terrestre. Un avvenimento già previsto, in maniera ben diversa, da George Melies con Viaggio nella luna nel lontano 1902, dove allora la luminosa Selene veniva immaginata abitata da bizzarri alieni metà insetti/metà uccello e gli improbabili astronauti vennero costretti a un precipitoso ritorno a casa. E ancora a immaginare, anni più tardi, con l’occhio maestro di Fritz Lang in La donna sulla luna, la possibile sopravvivenza sul suolo lunare. O ancora la luna forse più famosa della storia del Cinema, “osservata” da Kubrick in 2001:Odissea nello spazio. Altri tempi, maestri assoluti e vere e proprie gemme della Settima Arte. Come rinverdire perciò i fasti di una mitologia storica e ridare nuovamente luce all’oggetto di tanti sguardi notturni, compagno storico dell’umanità dall’alba dei tempi?
“Senza dubbio il mio scopo era realizzare un film di sci-fi per gli appassionati del genere, tra cui io mi inserisco, ed è un peccato che registi come Ridley Scott o Douglas Trumbull non realizzino più film di questo tipo”. Jones si pone perciò nei panni dello spettatore amante della fantascienza, e vista la passione che traspare dal progetto si vede la mano di un fan (con indubbie doti registiche) per i fans. “Prendere qua e là spunti dai classici, e reinventarli senza snaturare il concetto originale, connotando la fantascienza in un concetto di umanità. Un uomo in un luogo alieno mostra tutta la sua forza, o fragilità”. Parole non banali che, come vedremo, sono ampiamente supportate dai fatti.
“Fly me to the moon…
Sam Bell (Sam Rockwell) è un astronauta della compagnia Lunar, che ha trascorso gli ultimi tre anni in isolamento su una base lunare per estrarre e inviare a Terra ingenti quantità di Helium 3, un gas in grado di risolvere i problemi energetici dell’intero mondo. Mancano solo due settimane di lavoro, e poi il ritorno a casa, dove lo aspettano la moglie Tess (Dominique McElligott) e la figlia piccola Eve. Unico suo compagno, oltre a sporadici collegamenti terresti (che però può solo ricevere in differita, senza possibilità di dialogo e risposta), è il robot Gerty (doppiato nella versione originale da Kevin Spacey), apparentemente dotato di intelligenza e sensibilità. Ma così tanto tempo da solo sembra aver influenzato Sam, che comincia ad avere strani allucinazioni che lo portano ad avere un incidente a bordo di un rover lunare. Al suo risveglio non ricorda nulla dell’accaduto, ma di fronte a lui all’interno della base trova una figura identica per tutto a lui. Un clone fisicamente uguale, ma dalla differente personalità. Quale mistero circonda la base e la loro intera esistenza?
…and let me play among the stars”
Moon non è un semplice sci-fi, ma qualcosa di più. Sfruttando tematiche chiaramente fantascientifiche, riesce a dipingere un maestoso e toccante ritratto dell’umanità e di come questa possa andare in frantumi in condizioni avverse. Sam Bell si ritrova in una situazione assurda, che mette alla prova tutta la sua moralità e dalla quale è impossibile uscirne sani di mente. Dalle allucinazioni alla presenza di un presunto clone, il suo futuro cambia inesorabilmente, arrivato proprio vicino alla vetta. Il ritorno a casa, la lontananza di oltre tre anni dalla famiglia, l’amata moglie Tess e la piccola figlioletta Eve, svaniscono piano piano di fronte allo scorrere, ineluttabile, degli eventi. Le speranze crollano di fronte a una realtà spietata quanto incredibile, e vediamo questo turbamento interiore nel volgersi di uno stesso personaggio sdoppiato, un unico uomo diviso a metà, incapace di comprendere cosa sta accadendo. Lo straniamento che lo ha portato per in lungo periodo di tempo a dialogare solo con una macchina, con frammentarie notizie e collegamenti da terra, rende ancora più dura la verità cui si trova davanti, inspiegabile almeno inizialmente anche allo spettatore. Proseguendo nella vicenda però i nodi vengono al pettine, creando una sorta di empatia con il doppio protagonista, interpretato magistralmente da un sublime Sam Rockwell, abile a tratteggiare due diverse personalità dello stesso personaggio. Merito anche agli effetti speciali, che rendono il rapporto fisico, e non, tra i due Rockwell incredibilmente realistico. Il film di Duncan è pregno di una grande atmosfera, soffocante e asettica, inquietante quasi come quella del primo Alien (influenza che lo stesso regista non nasconde), anche se qui bisogna difendersi dai mostri della mente che da spaventose creature. Lo stato di solitudine esasperata è ben delineato anche dalla struttura limitata e monocorde della base lunare, omaggio al capolavoro di Kubrick, che finisce per diventare una sorta di gabbia dalla quale è impossibile fuggire. Le stesse passeggiate lunari, a piedi o a bordo del rover, hanno un sapore di isolamento e segregazione, quel grigio e spoglio paesaggio che nulla può se non offuscare ancor più le inquiete anime dell’astronauta. Ci si trova così a soffrire insieme a lui, vittima di piani ben più alti della sua “misera” esistenza, semplice tassello di un ingranaggio molto più grande di lui. Il finale tende a far sgorgare qualche lacrima, simbolo di una pellicola che arriva dritta al cuore col suo doloroso epilogo. Non manca nessuna delle fondamenta classiche dello sci-fi: dalla piante che il protagonista chiama per nome, alla palestra spaziale e al cibo spaziale in bustina. Ma pur essendo un film profondamente legato al genere, e trasformarsi parzialmente in un omaggio globale dello stesso, Moon è carico di un’originalità e di un clima evocativo in grado di attirare qualsiasi amante del Cinema di qualità, di fantascienza e non solo.
L’esordio di Duncan Jones è un’opera intelligente, che non nasconde di omaggiare il genere dello sci-fi classico ma lo riprende nettamente, trasportandolo in un contesto dove è l’umanità la vera protagonista. Con un Rockwell sdoppiato che sforna una superba interpretazione, il regista ci accompagna in una viaggio commuovente e toccante attraverso i sentieri più profondi delle emozioni umane. Il tutto con quel pò di mistero che regala novanta minuti coinvolgenti e appassionanti. La Luna non è mai stata così grigia e solitaria.
VOTOGLOBALE8
Maurizio Encari, da “everyeye.it”

Duncan Jones, regista esordiente, porta sullo schermo il suo primo lungometraggio dopo una lunga attività come regista di pubblicità e dopo aver realizzato qualche cortometraggio. E’ figlio d’arte. Suo papà, un certo David Bowie, ha avuto a che fare con il cinema, anche di fantascienza, e ha costruito atmosfere aliene nelle sue canzoni e nelle sue celebri performance. Il ragazzo ha frequentato fin dall’infanzia luoghi cosmici, ha amato film “science-fiction” e ammirato i maestri che hanno innalzato quel genere con i loro capolavori. Ora ci prova lui, e lo fa in una fase in cui il cinema di fantascienza ha scelto di essere principalmente un immenso show, una giostra da intrattenimento il cui motore innesca azione, inseguimenti galattici, sparatorie laser, il tutto potenziato da tecniche grafiche che il dispositivo digitale perfeziona sempre di più. Meritorio coraggio, perché Moon va in tutt’altra direzione. Un set reale costruito su una superficie reale regala al film un contesto scenografico che nella sua artigianalità ci riporta alle atmosfere di Alien, specie nel scene girate in esterno. Del resto è stato lo stesso regista a rivelare compiaciuto la sua devozione per Ridley Scott e James Cameron.

Il contrasto con i film di fantascienza di oggi è netto, palesemente nell’abbandono dei ritmi vorticosi a cui siamo abituati. Moon è un film che frena l’azione e nella lentezza del suo passo pone al centro del racconto l’uomo, tematizzando le sue angosce e la sua alienazione di fronte a ciò che egli stesso ha costruito. Fantascienza filosofica, umanistica, sfiorando Kubrick e Tarkorsky, decadente e senza scampo. Un attore, il bravo Sam Rockwell e un robot, Gwerty (voce di Kevin Spacey) dai modi vellutati come fu il kubrickiano Hal, sono gli unici personaggi presenti nel film. Rockwell è stato spedito da solo sulla Luna per tre lunghi anni e la sua mansione consiste nell’estrarre energia (Elio-3) per rifornire il pianeta Terra. A due settimane dalla fine della sua missione, quando sta per essere sostituito dal suo successore, scopre qualcosa che potrà inesorabilmente impedire il suo ritorno a casa.

A questo punto l’intreccio si ingarbuglia un pò perdendo i riferimenti. Quando Sam scopre di essere un clone incontrando il proprio doppio si instaura tra i due un rapporto confuso, di conflitto e complicità al tempo stesso. Ed è su questo rapporto che la storia si arena rendendo tutto più complesso e nebuloso. Tra sfasature temporali, ripetizioni e sdoppiamenti, il rischio è che allo spettatore non resti molto del “messaggio” del film. Non di rado la pellicola sconta la scelta minimalista del regista (di fatto un solo attore per due soli ambienti: interno ed esterno) il cui effetto è un faticoso avvitamento del plot verso strade buie e senza uscita. Di importante c’è l’empatia che Duncan Jones sente nei confronti del suo personaggio vittima di un implacabile gioco ordito alle sue spalle. Le scene in cui Sam comunica con la propria moglie che lo aspetta a casa, sono gli unici momenti di umanità nella sua vita ripetitiva e senza affetti, gli unici che gli danno la speranza o l’illusione che il suo stato di isolamento stia per finire. Lo spazio cosmico comprime il suo infinito nel chiuso di una asettica base spaziale producendo nel protagonista il senso di un’asfittica prigionia dove la solitudine si fa insopportabile. Capirà presto che occorre fuggire.
Andrea Lupattelli, da “schermaglie.it”

Il lungometraggio d’esordio di Duncan Jones (figlio d’arte di David Bowie) è probabilmente uno dei migliori film di fantascienza prodotti negli ultimi anni. Realizzato in tempi stretti e con risorse limitate, il film ha saputo comunque riscuotere un notevole successo di critica, e un discreto successo economico, facendo già parlare alcuni di “piccolo cult”.
La trama del film è abbastanza semplice, ma forse proprio per questo si presta a diverse interpretazioni. In un futuro non troppo remoto, Sam Bell è l’unico operaio specializzato di una centrale di estrazione mineraria automatizzata di Elio-3, arrivato ormai alla fine del suo logorante e solitario contratto triennale, passato in sola compagnia di un computer di kubrickiana memoria, GERTY (la cui voce suadente nella versione originale appartiene a Kevin Spacey). L’aspetto più interessante del film risiede infatti nella lettura psicologica del protagonista Sam Bell, tanto del “primo Sam” che del “secondo”, con una duplicità che rappresenta in modo perfetto il quadro psico-attitudinale dell’operaio all’inizio del suo contratto, vis-à-vis il Sam ferito, psicologicamente distrutto e senza speranza alla fine dei suoi tre anni di lavoro. In questo senso, i due cloni offrono due profili psicologici diversi appartenenti allo stesso modello umano dell’operaio/clone impiegato dalla Lunar Industries. Nella stazione lunare il senso di solitudine, a tratti di deprimente desolazione, aiuta a mettere in luce il rapporto conflittuale tra Sam e GERTY e, successivamente, la tensione tra i due cloni, che esplode in vera e propria rissa, inscenata ai limiti del grottesco.
Allo stesso tempo, Moon è un’interessante riflessione sull’alienazione prodotta da condizioni estreme di lavoro. In questo caso il passare un così lungo periodo completamente isolato dalla Terra e da ogni contatto umano (anche per l’impossibilità di poter comunicare direttamente con la moglie Tess e la figlia Eve), conduce lentamente Sam alle soglie della pazzia, i cui segni premonitori sono le allucinazioni che lo portano a vedere la figlia come quindicenne (anziché come una bambina di pochi anni). Egualmente, il regista riflette sullo sfruttamento del lavoro, che conduce la Lunar Industries, interessata solo a massimizzare la produzione di elio, a clonare il primo autentico Sam in molteplici esemplari che, con una durata di tre anni ciascuno, seguono tutti lo stesso pattern di memorie impiantate e falsi contatti con i famigliari. In quest’ottica diventa evidente il richiamo ai grandi classici della fantascienza come 2001: Odissea nello Spazio (evidente nel rapporto tra Sam e GERTY) e, in questo caso, Blade Runner, con i cloni/replicanti che non sanno di essere cloni e vivono nell’illusorietà di memorie che non gli appartengono. Più nel dettaglio, la brillante scena in cui Sam apprende di essere un clone ambisce a quella, tanto toccante, in cui Deckard rivela cinicamente a Rachel la falsità dei suoi ricordi adolescenziali, confermandole di essere una replicante.
Tuttavia, anche se nel copiare così spudoratamente i classici del grande cinema di fantascienza Jones corre il forte rischio di cadere nel dilettantesco, la sua pellicola non restituisce minimamente il senso del già visto e già vissuto, prendendo semplicemente spunto dalle geniali intuizioni artistico/letterarie dei classici precedenti per costruire una storia “semplice” che, abbandonando ogni pretesa da film d’azione, riflette in termini nuovi sull’estraneazione psicologica di Sam Bell. In questo senso, allora, la capacità di usare gli spunti offerti dalla tradizione gioca a pieno vantaggio del lavoro del regista. Al contempo, risulta difficile non onorare l’abilità di Jones di produrre un film così ambizioso con risorse tanto limitate (appena 5 milioni di dollari). La semplicità dei mezzi a disposizione detta allora i canoni di una scelta stilistica precisa, sobria, evidentemente post-moderna, che conduce Jones ad usare le scenografia del teatro di posa in tutta la sua profondità spaziale, e a rinunciare ad effetti speciali in digitale (con cui difficilmente si sarebbe potuto lavorare in qualità, viste le scarse risorse a disposizione), optando invece per vecchie soluzioni e modelli in scala che sancirono la forza del cinema di fantascienza negli anni Settanta e Ottanta.
In sostanza, per realizzare il film Jones si è appoggiato molto, narrativamente, ai grandi classici del passato, ma ha saputo evitare di cadere nello scontato grazie a una trama sorprendentemente lineare, ma al tempo stesso in grado di offrire riflessioni profonde, e a scelte stilistiche azzeccate. Tenuto anche conto che è il suo lungometraggio d’esordio, Moon merita senza ombra di dubbio tutti i riconoscimenti che sta ottenendo.
Emanuele Scansani, da “effettonotteonline.com”

Su una piccola stazione mineraria lunare, il cui equipaggio è composto da un solo uomo, l’astronauta Sam Bell si appresta a terminare il suo lungo turno di lavoro e tornare sulla terra dalla moglie e dalla figlioletta. Mancano appena due settimane alla partenza, dopo tre anni passati in semi-solitudine, con la sola compagnia del computer di bordo Gerty e gli hobbies di curare le piante e scolpire casette di legno. Ma un incidente dovuto ad una distrazione porterà Sam a confrontarsi con una verità inaspettata sul suo lavoro, trovandosi in una situazione apparentemente senza via di uscita…
Moon è l’opera prima di Duncan Jones, giovane e talentuoso figlio del “Duca Bianco” David Bowie che, saggiamente, non usa il cognome ingombrante del padre e realizza un asciutto e convincente thriller sci-fi indirizzato soprattutto agli appassionati di quella fantascienza cinematografica adulta e di autore che nel 2001 Odissea nello Spazio di Stanley Kubrick trova il suo caposaldo.
E Kubrick costituisce sicuramente una grande fonte di ispirazione per il giovane regista, il quale scrive e dirige una storia permeata da una forte componente psicoanalitica sulla solitudine ed il rapporto con sé stessi che cattura l’attenzione dello spettatore fin dai primi momenti, con uno sviluppo imprevedibile legato ad un mistero all’interno della stazione lunare.
La pellicola, nonostante abbia un budget molto contenuto, vanta uno staff tecnico giovane e preparato, con buone scenografie ed effetti speciali; ma è soprattutto nello sviluppo narrativo e nella regia che Moon ha i suoi punti di forza, con Jones che dimostra un’ottima padronanza tecnica della cinepresa ed uno stile introspettivo e d’atmosfera che riesce a dare alla vicenda fantascientifica un inusuale spessore adulto e decadente.
Altro pregio della pellicola è il protagonista, l’ancora poco conosciuto (nonostante una filmografia di tutto rispetto) Sam Rockwell, il quale è bravissimo nel modulare i vari aspetti di un essere umano calato in una situazione di profondo isolamento psicologico, reggendo quasi da solo tutta la scena con una performance interpretativa molto attenta ai particolari e ricca di sfumature.
Riuscendo a sfruttare bene pochi elementi concettuali e narrativi, questo film si preannuncia come un piccolo capolavoro, uno psico-dramma claustrofobico e thrilling con influenze incrociate da Solaris (l’originale, di Tarkovskij), 2001, Atmosfera Zero, La Seconda Odissea e Blade Runner, che vengono assimilate ed evolute, trovando alla fine una propria, originale strada.
Paolo Pugliese, da “occhisulcinema.it”

Nel quarantesimo anniversario della discesa – o della ascesa, se si preferisce – dell’uomo sulla Luna, è sulla faccia nascosta del nostro satellite, sulla sua parte oscura, ignota e ancora più lontana, che l’alienazione del lavoro e della solitudine si incontrano con la ricerca di un rapporto che sia umano: il freddo si congiunge a un calore tiepido, per un film di fantascienza che cerca nella completezza di un discorso sull’Uomo la sua ragion d’essere.
Esordio alla regia per il trentottenne inglese Duncan Jones (proveniente dal mondo dei videoclip e dei commercial), già accolto all’interno dell’ultima edizione del Sundance, Moon è tratto da un soggetto scritto dallo stesso cineasta, ispiratosi a un libro dell’ingegnere aerospaziale Robert Zubrin, Entering Space: Creating a Spacefaring Civilization, il quale ipotizza quali possano essere i ritorni economici che potrebbero spingere in alto gli investimenti nell’esplorazione e nella colonizzazione del sistema solare. E una realtà ipotetica diviene qui un’ipotesi di realtà, in una pellicola ambientata in un futuro non lontano, dove la compagnia ’Lunar Industries Ltd’ sfrutta le riserve di Elio-3 di cui la Luna è ricca per assicurare alla Terra energia pulita in grande quantità. Tutto ciò grazie a tre grandi macchinari dall’evocativo nome di ’Mietitori’ che si muovono un po’ inquietanti nel loro procedere con lenta e quasi inconsapevole inerzia, setacciando la grigia superficie lunare. Sabbia sulla quale riposa ’Sarang’, la base abitata da un unico uomo, Sam Bell (Sam Rockwell), che gestisce tutto il lavoro, aiutato dal computer Gerty (che nella versione originale ha la voce di Kevin Spacey). Mancano ormai pochi giorni alla fine del turno di Sam, un servizio durato ben tre anni e ricco più che altro di una noiosa quotidianità: unici compagni, oltre al fidato Gerty, i videomessaggi scambiati con la moglie Tess e la figlioletta Eva e con i boss della Lunar, tutte comunicazioni in differita a causa di persistenti problemi con l’antenna radio. In quegli ultimi giorni, però, la salute dell’uomo, in particolare quella mentale, comincerà a dare segni di un cedimento attraversato da allucinazioni. E dopo un incidente che sconvolgerà ancor più quella situazione, Sam incontrerà un suo doppio, grazie al quale, però, lentamente comprenderà quale sia la sua condizione, lassù, sulla Luna. Qualunque sia il vero Sam.
Anche Space Oddity, la celebre canzone pubblicata nel 1969 da David Bowie (tra parentesi, padre dello stesso Duncan Jones) parlava della solitudine nello spazio, nello specifico quella del Major Tom che è stato uno dei figli del viaggio di 2001: Odissea nello spazio, per un itinerario che si è spinto fin dentro l’isolamento e il senso di abbandono. Ma per quanto era splendidamente eccentrico l’arrangiamento di quell’immortale brano, tanto scarno è il lavoro del giovane Jones, una pellicola low-budget che ha potuto disporre di soli cinque milioni di dollari. Il risultato è stato un interessante approccio al cinema di fantascienza che si allontana da una certa odierna tendenza, privilegiando piuttosto un aspetto delicato e intimista – proseguendo su una strada molto inglese, si potrebbe dire – intraprendendo un cammino che, nelle parole dello stesso regista, lo ha tenuto lontano dalla fantascienza frivola adatta agli adolescenti che ha contraddistinto le ultime due decadi, segnate come da un imbarazzo verso la prospettiva di confrontarsi con il lato filosofico insito nel genere.
Mentre Moon non nasconde le sue citazioni più o meno evidenti, richiamando opere della fantascienza matura, quella umanistica amata da Jones, tra cui Kubrick e Tarkovskij, 2002: la seconda Odissea e Atmosfera zero (in particolare il discorso politico che sottende quest’ultimo esempio), fino agli Inseparabili di David Cronenberg. Ma, nonostante ciò, Moon è un film che si denuda pian piano, portando allo scoperto il nocciolo della questione senza alcuna fretta, capace di vivere di vita propria e di guardare al passato anche attraverso un dècor composto di una concretezza carica di linee spigolose, ribadendo così la propria estraneità a tanto cinema odierno e riuscendo, lungo tale via, ad ammantarsi ancor più del mistero che contraddistingue i mondi lontani, un futuro che, degno figlio del nostro presente, non vuole apparire come un luogo troppo accomodante. E il film diviene come quell’universo che porta in scena, contraddistinto dalla stasi in cattività che ammorba una parte dell’Uomo e il desiderio che questa ha di fuggire, parimenti dosando e gestendo bene i tempi all’interno delle sezioni che compongono la pellicola e lasciando pieno spazio al one-man show che mette in mostra l’estrema bravura di un Sam Rockwell che disegna un viaggio mentale e fisico in un’esperienza nuova tra timori, tradimenti e paranoie, asservimenti, paure e dolori, stanchezza, vecchiaia e nuovi vigori, rinascita e un senso di sacrificio e di riscatto per gli esclusi, in un film che non è solo un buon esordio, ma soprattutto un’opera che parla della realtà dei nostri giorni e che costituisce il segno di un possibile divenire, ma con la speranza che possa altresì rappresentare un avvenire diverso, anche per la Science Fiction. Affinché non tutti possano pensare che «There is no dark side of the moon really. Matter of fact it’s all dark».
Marco Di Cesare, da “close-up.it”

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