Lourdes

La fabbrica dei Miracoli
di Curzio Maltese La Repubblica

«Lo Spirito Santo propone alla Madonna di fare un viaggio: “Andiamo a Gerusalemme!” “Ma no, ancora Gerusalemme…” “Allora andiamo a Lourdes” E la Madonna: “Fantastico, non ci sono mai stata!”». E’ questa l’ unica battuta di Lourdes, film sinistro e solenne che ha scatenato l’ applauso della critica all’ ultima Mostra di Venezia. Girare un film nei santuari dei miracoli, in particolare a Lourdes, non è un’ impresa semplice. La Chiesa esercita un feroce controllo dell’ immaginario legato ai viaggi della speranza e il mercato pullula di fiction e documentari celebrativi. La giovane regista Jessica Hausner ha impiegato un anno per convincere le autorità ecclesiastiche a concedere i permessi per filmare i luoghi sacri. Vi è riuscita sulla base di una sceneggiatura in apparenza devota, una storia che racconta un mezzo miracolo e una mezza conversione di una scettica visitatrice. E’ proprio vero quanto sosteneva Karl Kraus. Il potere censura soltanto la satira che riesce a capire. Lourdes non è un film dichiaratamente ateo e anticlericale. Lo è nel profondo e in maniera definitiva. La storia che si è meritata i permessi delle autorità religiose racconta il viaggio di Christine, interpretata dalla brava Sylvie Testud, una giovane afflitta da una malattia crudele, la sclerosi a placche, che la rende del tutto dipendente dalle infermiere, anche soltanto per portare la forchetta alla bocca. Sylvie arriva a Lourdes piena di dubbi, non è particolarmente credente, ripete di preferire «gli itinerari culturali, Roma per esempio». A Lourdes esiste una sola cultura, quella del miracolo. Ma sarebbe meglio dire che esiste l’ industria del miracolo. Lo sguardo di Jessica Hausner è pietosamente perplesso come quello di chiunque, senza una solida fede, si addentri nel mistero del santuario sui Pirenei. Si sofferma sui dettagli, l’ atmosfera surreale dei luoghi, dei riti. I megastore dove si vendono souvenir benedetti, dalle vetrine in tutto simili a quelle dei grandi centri commerciali. Il pellegrinaggio verso la fontana di un’ umanità dolente che spesso va e torna a Lourdes per tutta la vita, fino alla morte, nell’ attesa del miracolo. Le belle infermiere che, finito il duro lavoro, flirtano nei bar fino all’ alba con i militari e gli accompagnatori. Lo squallore degli alberghi, peraltro carissimi, che mantengono spesso la promessa del nome: La Solitudine, La Penitenza. In questa via crucis di giorni tutti uguali si agitano i sentimenti di malati, parenti, accompagnatori, che non sono sempre improntati al messaggio evangelico. L’ accidia di molti, l’ ira di qualcuno, la superbia degli addetti alla manutenzione del culto, l’ invidia di quasi tutti per chi è misteriosamente colto dal dono della guarigione. La giovane Christine attraverso tutto questo con muta e vaga curiosità di turista. Fino a che non cominciano a manifestarsi progressivi segnali di miglioramento. Un dito, una mano, una gamba, la meravigliosa sensazione di poter tornare a camminare. Perché a Lourdes, nonostante tutto, i miracoli accadono davvero, sono sempre accaduti. Nessuno è mai stato capace di spiegarne le ragioni, non la scienza né la statistica, né gli studiosi atei del fenomeno, ma neppure i religiosi. E’ un mistero divino, oppure tutto umano, chiuso dentro un cervello di cui ancora sappiamo così poco. Ognuno può scegliere l’ interpretazione che vuole. Christine si limita a gioire della scoperta di una nuova vita, volando sopra la gelosia degli altri malati. Che si materializza in maniera quasi fisica quando Christine riceve il premio per «il miglior pellegrino dell’ anno». Un premio che esiste nella realtà e in modo sempre poco cristiano non premia il pellegrino più assiduo e devoto, ma soltanto chi ha avuto successo, insomma il miglior miracolato, come le lotterie. Il lieto fine della storia ha un sapore ironico e irrisolto. La Hausner è austriaca come il grande Michael Haneke, di cui condivide la passione per i finali ambigui. Forse Christine non è guarita davvero e gli evidenti progressi sono temporanei, come spesso accade ai miracolati di Lourdes. Forse nessuno guarisce davvero, che è una tesi più filosofica. La scena del ballo finale conserva una grazia misteriosa, come tutto il film. Lourdes è il genere di film destinato a piacere molto alla critica internazionale, che infatti lo ha premiato a Venezia, e meno al pubblico pagante. L’ Istituto Luce che lo distribuisce forse punta sul malinteso già fatale alle autorità religiose di Lourdes, nella speranza di catturare un pubblico cattolico allenato al tema da innumerevoli e terrificanti fiction televisive. Il business dei miracoli del resto è sempre fiorente, come sanno non soltanto i preti, ma anche i politici, i finanzieri e i bookmakers. Tutti mestieri che, con il tempo, tendono a diventare uno solo.
da La Repubblica, 3 febbraio 2010

Lo Spirito Santo, Gesù e la Madonna siedono su una nuvola, e discutono su dove andare in vacanza. “Andiamo a Betlemme”, dice lo Spirito Santo. “No, ci siamo già stati mille volte!”, risponde Gesù. “Allora andiamo a Gerusalemme”, dice lo Spirito Santo. “No, ci siamo già stati mille volte!”, ribatte Gesù. “Allora andiamo a Lourdes”, dice lo Spirito Santo. “Che bello, non ci sono mai stata!”, dice la Madonna.

Questa barzelletta, raccontata da un prete che accompagna i pellegrini a Lourdes, forse non è il modo migliore per presentare un film che si mantiene felicemente in equilibrio fra fede e razionalismo nel raccontare la visita e la breve permanenza nella cittadina pirenaica di un gruppo di pellegrini, e dei loro accompagnatori, in cerca di un segno o di una guarigione miracolosa. La pellicola è ottima, fra inquadrature rigorose e misurate e una sceneggiatura arguta che mostra tutti i dubbi, le contraddizioni e i misteri che circondano il celebre luogo di pellegrinaggio. La giovane Christine, paralizzata dalla sclerosi multipla e costretta su una sedia a rotelle, è colei che – fra tutti – riceve in dono una misteriosa guarigione: proprio lei che non ha una fede così salda e che candidamente ammette di essere guarita nel corpo ma di non sentirsi affatto cambiata interiormente. Le vie del signore sono imperscrutabili, sempre che a dominare il mondo non sia il caso: e così, fra domande semplici ma inevitabili (perché è stata guarita proprio lei?), l’ammirazione e l’invidia degli altri pellegrini, il rancore e la gioia, i drammi e i momenti più leggeri, il film mostra le mille sfaccettature e le ambiguità di quella che ormai è diventata quasi un’industria turistica, internazionale e organizzatissima (c’è persino il “premio per il miglior pellegrino”), dove spesso cinismo e concretezza hanno la meglio sui valori cristiani, senza tuttavia ricorrere a provocazioni iconoclaste e affiancando a Christine tutta una serie di personaggi ottimamente caratterizzati. Fra questi spiccano la giovane infermiera Maria, attratta da un affascinante accompagnatore (che invece pare avere interesse per Christine) e che si accontenta poi di flirtare con gli altri giovani volontari; un’anziana e silenziosa pellegrina che si prende a cuore le sorti di Christine; le due donne che cercano di razionalizzare ogni evento e che tempestano il prete di domande scomode, alle quali lui non può che dare risposte nebulose; ma anche la volontaria Cécile, che nasconde a tutti la propria malattia e che mette in pratica alla lettera gli insegnamenti di San Paolo. Alla fine restano parecchi dubbi: la guarigione di Christine è momentanea o permanente? Dio è giusto o ingiusto? Cosa sono davvero i miracoli, e qual è il loro reale valore? La regista ha dichiarato di essersi ispirata a “Ordet” di Dreyer, e di sicuro questo film non sfigurerebbe al fianco di quel capolavoro in un elenco delle migliori pellicole che affrontano il tema dei miracoli.
da “tomobiki.blogspot.com”

Christine è una giovane donna costretta sulla carrozzella dalla sclerosi multipla. Rassegnata alla sua condizione di ‘ferma’, partecipa a un pellegrinaggio a Lourdes, con la speranza di riacquistare un po’ di fiducia nella vita. Sorride sempre, cerca la conversazione con i piacenti giovani volontari dell’organizzazione, si appiglia all’espressività del volto, l’unica parte del corpo che riesce a muovere. Alla gita spirituale partecipano malati nel fisico e nella mente, tutti parte di un micro mondo abituato alla solitudine e scivolato nell’individualismo. Quando i giorni di vacanza stanno per concludersi, accade il miracolo: Christine, piano piano, riacquista sensibilità alle dita, poi alle braccia e alle gambe, fino ad appoggiare i piedi a terra e cominciare a camminare. La guarigione improvvisa sorprende tutti e inaugura crudeli invidie tra i compagni. Nel frattempo Christine si gode il piccolo momento di felicità, ancora incerta sul suo precario futuro.
Christine si fa volere bene da tutti. È dolce, buffa e curiosa, ma anche delicata e riservata, laconica, come se il suo blocco fisico le avesse rubato anche le parole. Sembra non pretendere nulla da nessuno, prega molto meno rispetto agli altri compagni di viaggio, si lascia vivere disperata. Lo sfogo dell’inquietudine che la divora avviene solo davanti a dio, in confessionale, dove si dichiara colpevole di invidia per le persone ‘normali’.
Ma cosa vuol dire essere normali? Affidarsi alla casualità di un miracolo? La ricerca di felicità e integrazione passa attraverso la sofferenza, sempre. La Chiesa tentenna, abbozza delle risposte semplicistiche, inconsapevolmente esilaranti. Colpevolizza l’animo peccaminoso e si toglie il pensiero. La controparte laica (i volontari dell’Ordine di Malta) sembra aver smesso di credere ai miracoli da lungo tempo; così si lascia andare a barzellette che prendono in giro la Madonna, o a sguardi accusatori e perplessi che mettono in grave difficoltà le prediche del sacerdote. La normalità, per loro, è solo uno specchio dove riflettere se stessi: tutti sono regolari ed eccentrici allo stesso tempo. La forza dissacrante del dubbio travolge Lourdes, il luogo della speranza per eccellenza, trasformandola in un angolo di mondo straniante dove l’illusione del miglioramento, spirituale e fisico, si vende al prezzo di pacchiane statuette souvenir, e il misticismo si offre a colazione, assieme al caffè caldo.
Lo stile minimalista della regista mette in luce il paradosso della sacralità, soffermandosi sugli aspetti profani. Per farlo, tocca ambienti e toni conosciuti, omaggiando lo scetticismo di Kaurismäki e l’ironia sottile del francese Jacques Tati. Ogni scena corrisponde ad un quadro fisso (tra le più belle, la sequenza iniziale della silenziosa e apatica preparazione della sala da pranzo), ogni azione è inserita sapientemente in un’armonia di geometrie e colori che gioca su contrasto e opposizione. Il processo narrativo si costruisce così sul susseguirsi di piccole sequenze che si muovono al ritmo di un’altalena perpetua. Christine va avanti, riacquista l’uso delle gambe, sfiora la felicità (si innamora, balla e canta come un’adolescente) ma poi ritorna un po’ indietro, cade di nuovo nell’assurdità della vita quotidiana, imprigionata, come tutti, in una condizione di dubbi e continui assetti di volo.
Nicoletta Dose, da “mymovies.it”

Il piccolo miracolo di Lourdes

di Luigi Nepi
Lourdes
Data di pubblicazione su web 04/09/2009

Ci vuole coraggio ad intitolare un film (e non un documentario) Lourdes. Jessica Hausner, giovane regista austriaca, ce l’ha avuto sfidando così lo scetticismo dei fedeli e l’ilarità di chi vede con scetticismo certe realtà; il risultato è appunto Lourdes, un film che “registra” le giornate di un pellegrinaggio nel santuario pirenaico. È la storia di Christine (Sylvie Testud), una giovane malata di sclerosi multipla, completamente paralizzata ed ovviamente costretta in una sedia a rotelle, che, suo malgrado, si trova a partecipare ad un pellegrinaggio organizzato dall’Ordine di Malta (“Non sono tanti i posti che puoi visitare in sedia a rotelle”), nonostante il suo scetticismo sarà proprio lei ad essere “miracolata”, ad iniziare a muovere prima le braccia e poi le gambe, alzandosi da sola e partecipando persino all’escursione sul picco del monte e riuscendo a farsi baciare da un aitante volontario dell’Ordine (Bruno Todeschini).

La trama sembrerebbe dare ragione alla sensazione iniziale, ma non è affatto così. Lourdes non è un film a senso unico, anzi è fortemente ambiguo, di un’ambiguità spontanea, affatto costruita o preordinata, che dipende unicamente dal punto di vista con il quale lo si guarda. I fedeli vi riconosceranno i luoghi, le facce i tempi ed i riti del santuario, mentre i più scettici vi vedranno la conferma di trovarsi di fronte ad un tempio con un po’ troppi mercanti se non ad una Disneyland del miracolo. La regista usa uno stile rigoroso, tanto semplice da tendere quasi al televisivo, non c’è enfasi né ironia nel suo sguardo, solo la volontà di raccontare la ritualità del pellegrinaggio con i suoi tempi e le sue attività rigorosamente scanditi, lasciando a chi guarda il giudizio su ciò che viene mostrato. Ci fa entrare nelle “segrete stanze”, compresa quella dove “certificano” le possibili guarigioni, dotata pure di sala d’attesa visto che sono in tanti quelli che quotidianamente pensano di essere guariti, salvo poi scontrarsi con la severità della commissione medica, che inesorabilmente boccia tutti quelli che si presentano (licenziando con la formula del dubbio la stessa Christine). Lourdes è anche una veloce panoramica su quella particolare umanità che orbita intorno al santuario: pellegrini, volontari, accompagnatori, sacerdoti, infermiere, malati, con le loro speranze, la loro devozione i loro dubbi, le loro angosce, i loro intrallazzi amorosi.

Sylvie Testud nel ruolo della protagonista offre una prova misurata e convincente, restituendo con i suoi sguardi tutto lo scetticismo che anima il suo personaggio. Intorno a lei ruotano una miriade di personaggi tra cui spiccano Maria (Léa Seydoux), la giovane volontaria che si dovrebbe occupare di lei ma che è attratta da Kuno, (Bruno Todeschini, il responsabile dei volontari dell’Ordine che bacerà Christine), Cécile (Elina Löwensohn), dura e irreprensibile responsabile delle volontarie dell’Ordine che, affetta da un tumore, finirà in coma durante il pellegrinaggio, ma soprattutto Madame Hartl (Gilette Barbier), la compagna di stanza di Christine, una settantenne sana ma sola che cerca in questi pellegrinaggi di uscire dal vuoto della sua vita. Per questo, non richiesta, inizia ad occuparsi della protagonista, sentendosi, alla fine, comunque parte integrante del miracolo.

Lourdes è quindi una piacevole sorpresa che, come alcuni film iraniani (mi si perdoni il paragone), riesce a far riflettere senza preconcetti su ciò che veramente accade in quei luoghi. In verità la Hausner inserisce alcuni passaggi (come il prete che rifiuta l’acqua della fontana perché sta bevendo il vino o la barzelletta sulla Madonna che non è mai stata a Lourdes), che lasciano intravedere il suo punto di vista, ma è l’ultima scena quella particolarmente rivelatrice: la serata danzante di commiato dove, davanti ad un anziano cantante da balera che si agita sul palco cantando canzoni di Fred Bongusto, volontari, volontarie e soprattutto il prete con una suora volteggiano con maestria; sembra quasi di assistere ad una scena della Messa è finita di Nanni Moretti, con tanto apoteosi quasi trash in cui Christine riprende il posto nella sua sedia a rotelle sulle note di Felicità di Albano e Romina (chissà se gli austeri custodi del santuario l’hanno davvero approvata).
di Luigi Nepi, da “drammaturgia.it”

Christine, bloccata su una sedia a rotelle, paralizzata dalla sclerosi multipla, si trova in pellegrinaggio a Lourdes. I pellegrinaggi, o meglio, i viaggi nelle città sante sono, per la ragazza, l’unica possibilità per viaggiare ed evadere dalla sua monotonia. Nella città di Bernadette si ritrova circondata da altri malati e da altre persone in preghiera per chiedere la grazia.

Christine, una donna giovane, bionda, con l’aria un po’ da bambina, osserva il mondo con una dolce rabbia, quella stessa di chi non capisce perché sia toccato a lei essere disabile. La sua fede è una domanda. Intorno a lei le manifestazioni di fede sono più evidenti. Eppure, una notte, si alza da letto con le sue gambe e cammina.

Lourdes è una commedia amara, che riesce a sorprendere. Ha rivelato la Hausner, regista austriaca: “Lourdes è un racconto crudele: una fantasticheria o un incubo tuttavia la speranza che sulla soglia della morte tutto potrebbe ancora sistemarsi esiste: Lourdes è la scena in cui si gioca questa commedia umana”. Questo film, in concorso alla 66. Mostra Internazionale del Cinema a Venezia, ha l’unico difetto di partire con un esasperato attacco documentaristico, quasi televisivo, che stanca, ma, per fortuna, riesce piano piano a spiegarsi in una sceneggiatura agrodolce, curiosa e interessante e, soprattutto, nuova.

Lourdes è un’opera dotata di una perfetta sintassi geometrica, linda, fatta di sguardi e gesti. L’occhio femminile della cinepresa ha colto senza veli né opportunismi, i sentimenti dei malati e dei loro accompagnatori, proiettandoli sullo schermo senza inibizioni, puri nella loro onestà. La Hausner ha squarciato, con semplicità, il clima del pellegrinaggio, mostrando, tra ammalati e volontari, gli amori, le invidie e i sogni. Christine fluttua sulla sua sedia a rotelle e poi sulle sue gambe, mentre intorno a lei si pongono domande sul perché abbia ricevuto la grazia, domande sulla fede, mentre lei ri-assapora la vita come un bambino che scopre nuove cose. La Hausner non da risposte, non rivela, e, per questo, ognuno può scegliere la sua risposta; con studiata ironia e situazioni con finali folcloristici, lascia aperto il tema della fede. Un film che, con imprevedibilità e originalità, fa riflettere e, spesso, sorridere, ma sempre con un marcato sapore agro dolce.
di Ilaria Falcone, da “nonsolocinema.com”

jessica_hausner-lourdesIl miracolo è un atto straordinario che prospetta la possibilità di un ritorno: alla salute, alla felicità, alla vita… In una parola alla “salvezza”, non necessariamente intesa nell’accezione cattolica ma, molto più semplicemente, alla pienezza della normalità.

Jessica Hauser, al suo terzo lungometraggio dopo una corposa esperienza nel corto, punta il suo obiettivo sul mistero miracoloso ma, al tempo stesso, ne dilata la visione andando oltre la mitologia di Lourdes e focalizzando l’attenzione sull’aspettativa, intima e dolorosa, legata a quel luogo sacro.

Christine è una ragazza costretta dalla malattia ad una vita inerte, priva di qualsiasi movimento che la costringe a dipendere costantemente dagli altri. Con la sua sedia a rotelle attraversa, ancora una volta, la strada di un pellegrinaggio, in quello che intuiamo sia l’ennesimo tentativo di non far spegnere la speranza, quella della guarigione che, di fronte all’impotenza della medicina, si aggrappa all’insondabile.

Come lei, altri confidano nel miracolo, nella folgorazione che li liberi dalla sofferenza, nell’incanto che faccia sparire ogni mutilazione e trasformi la speranza in una reale possibilità. Lourdes diventa così la mèta di un pellegrinaggio di anime e di corpi che, tuttavia, necessita di una sua ritualità, di una liturgia di gesti che si fanno, qui, vera e propria rappresentazione. La Hauser, infatti, racchiude i suoi personaggi in un susseguirsi di tableaux vivants sullo sfondo di quel luogo sacro che diventa sempre più microcosmo astratto dove l’impossibile ha la sua legittima cittadinanza.

Lourdes non è un film sulla fede ma, semmai, su ciò che da essa può scaturire. La mercificazione del sacro, per esempio, ma non solo. Il dolore, infatti, rivela qui anche il suo lato più atroce, quello della meschinità e dell’egoismo che, a volte, si convertono in una sorta di straziante “gara” per vincere il premio del miracolo, quello che la Hauser spoglia di ogni significato religioso, facendogli indossare una veste molto più interessante, quella dell’anomalia. L’irrompere del miracoloso funge, infatti, da corto circuito, mette in discussione un sistema, costringe ad una spiegazione che non troverà mai (né dall’uomo di chiesa, né dall’uomo di scienza) le parole giuste.

Pur non brillando per originalità, Lourdes è un film che non lascia indifferenti ma, a suo modo, ci costringe a pensare anche soltanto per capire se ci ha turbati o disturbati. In Christine la regista racchiude il dolore e il desiderio e ne fa una miracolata scevra da ogni ammiccamento religioso o, ancor peggio, ricattatorio. E’ semplicemente un essere umano di fronte ad una possibilità che, per quanto effimera, trasforma il suo “qui e ora” nella realtà tanto agognata e che sia un evento straordinario o un ordinario e transitorio miglioramento clinico poco importa… Il senso non sta in quel che si è sperato ma in ciò che si è avverato ed è solo la rarità di tale evento che ci porta a chiamarlo miracolo. Anche oltre la fede.
di Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

“Sebbene io consideri Lourdes di Jessica Hausner il vero vincitore dell’ultima edizione del Festival di Venezia, portarlo nelle sale è una scommessa, a causa del momento di profonda crisi che caratterizza il cinema d’autore (come insegna il caso de L’uomo che verrà di Giorgio Diritti)”. Con queste parole, Luciano Sovena, Amministratore delegato di Cinecittà Luce, spiega la decisione di distribuire la pellicola della Hausner. “È importante – prosegue – che continuino ad uscire nelle sale italiane anche film come Lourdes, che fanno riflettere sollevando temi importanti. C’è bisogno anche di opere che facciano pensare e non solo di Avatar”.

E Lourdes, che si addentra in uno dei luoghi più significativi e simbolici per la religione cattolica con uno sguardo laico ma, al tempo stesso, caratterizzato da profondo rispetto ed eccezionale lucidità, di temi difficili e importanti ne affronta molti. Dal mistero che circonda le guarigioni miracolose al ruolo giocato dalla fede nella vita di persone affette da gravi handicap fisici fino al controverso scontro che, inevitabilmente, si scatena tra una fede nel trascendente e le passioni terrene che caratterizzano la natura umana.

La regista Jessica Hausner ha risposto alle domande poste dai giornalisti sulla sua opera e sul proprio rapporto con la spiritualità e la religione.

Come ha organizzato il casting per il film? Quelli che vediamo sullo schermo sono solo attori o sono presenti anche alcuni veri pellegrini?

Si tratta prevalentemente di attori professionisti. I pellegrini di Lourdes compaiono esclusivamente nella scena ambientata nella chiesa sotterranea, che abbiamo girato, per motivi logistici, come si farebbe in un documentario.

Nel suo film, la comunità di devoti, tradizionalmente concepiti come «i buoni», è percorsa, in alcuni momenti, da una crudeltà sotterranea e da invidie. Si potrebbe parlare, in questo caso, di una sorta di «banalità del male» oppure di «crudeltà dei buoni»?

Non parlerei espressamente del male. Lo considero un aspetto umano: non penso che queste persone avessero delle cattive intenzioni o fossero particolarmente crudeli. Ognuno di noi, infatti, può essere crudele in modi diversi: si può essere egoisti, o invidiosi. È un tipo di crudeltà che sperimentiamo quotidianamente e, personalmente, credo di poterla accettare.

Lourdes, ovviamente, presenta anche una riflessione sulla malattia, un tema solitamente respinto dalla società. Come ha affrontato questo tema?

In questo caso sia la malattia sia il miracolo sono intesi in senso metaforico. C’è, naturalmente, la malattia del corpo, con la protagonista affetta da sclerosi multipla e costretta su una sedia a rotelle ma volevo anche parlare di una sorta di malattia dell’anima, dei limiti che la vita stessa ci pone. E il miracolo, quindi, è connotato metaforicamente, come una liberazione dalle catene che la nostra vita c’impone e che ci impediscono di realizzarci pienamente.

Oggi è molto sentita l’esigenza del sacro che Lourdes mette in risalto. Pensa che con questo film qualcuno possa acquistare la fede?

Mi meraviglierei se accadesse. Nel mio film il miracolo è mostrato in tutta la sua ambivalenza: ci sono i malati che hanno la fede e la speranza di venir guariti e c’è, in effetti, il miracolo ma non sappiamo se sarà solo momentaneo o meno. C’è la salvezza ma non siamo affatto sicuri che durerà per sempre.
La guarigione è, per me, indifferente. Il mio film vuole proprio sottolineare che la salvezza è un qualcosa da relativizzare.

E, invece, dopo esser stata a Lourdes, lei sente di essersi avvicinata alla fede?

Veramente ho vissuto l’esperienza opposta: mentre prima, avvertivo la possibilità di giungere alla fede, ora, dopo aver fatto questo film ed esser stata a Lourdes, mi sono convinta che dio o si è addormentato o non esiste.

Come definirebbe, allora, il suo rapporto con la religione e l’idea di miracolo?

È difficile, per me, capire lo sguardo verso il futuro che la religione cattolica prevede: questa promessa di salvezza che prima o poi arriverà ma non si sa quando. È, ai miei occhi, come una sorta di «caramellina» che, però, rende complicato vivere il qui ed ora. È proprio per questo motivo che ho molte difficoltà ad essere credente.
Per quanto riguarda la mia idea di miracolo, io stessa mi sono chiesta e ho fatto ricerche su che cosa fosse questa «favola per adulti» del viaggio a Lourdes per essere guariti. Nonostante lì ci sia, effettivamente, un ufficio medico che analizza i miracoli e che ci siano state delle guarigioni che la medicina non è riuscita a spiegare, la mia intenzione era di rivolgere il mio sguardo oltre questi aspetti, evidenziando che questi miracoli non sono un segno della presenza o della bontà di dio ma un evento piuttosto casuale.

Ha provato a darsi una spiegazione dei miglioramenti fisici, delle guarigioni che si verificano in questi luoghi?

In realtà, ho scelto quest’argomento proprio perché non offre un’unica risposta. Non c’è una spiegazione univoca al miracolo: può essere una forma di auto-suggestione o esser legato ad una forza collettiva innescata dalle dinamiche di gruppo generate da luoghi come Lourdes o, anche, da certi ospedali. La stessa scienza medica si pone ancora molte domande su questi eventi.
Si dice che la fede può smuovere le montagne ma a me interessava esattamente l’opposto: la casualità della guarigione. La protagonista, Christine, non è esattamente una credente eppure è proprio lei a venir guarita ed è questo l’aspetto che m’interessava esplorare.

È possibile scorgere nel suo film un’ispirazione dalle opere di Luis Buñuel?

Assolutamente sì. Buñuel è da sempre una mia fonte d’ispirazione, fin da quando, da ragazza, vidi i suoi film, che fecero nascere in me il desiderio di diventare regista. Del suo stile ho sempre ammirato lo humour molto particolare e il modo di rappresentare i personaggi bigotti e i loro atteggiamenti.

È stato difficile avere i permessi dalle autorità religiose per effettuare le riprese a Lourdes? Hanno posto condizioni specifiche (magari di vedere il film)?

La fase di preparazione è stata particolarmente intensa per questo film. Ho preso parte ad alcuni viaggi con gruppi di pellegrini per indagare al meglio questa materia ed ero in contatto costante con l’ufficio stampa di Lourdes che, quindi, mi conosceva e aveva visto quanto erano state meticolose le mie ricerche. Gli unici problemi per la lavorazione, quindi, sono stati di natura logistica, soprattutto per le riprese all’interno del santuario, sempre affollato da milioni di pellegrini.
In realtà, io stessa sono rimasta meravigliata del fatto che non mi venisse imposto alcun controllo o forma di censura in merito ai contenuti del film.
Piercarlo Fabi, da “moviesushi.it”

Christine è affetta da sclerosi multipla. Partecipa ad un pellegrinaggio a Lourdes perchè ama viaggiare e quello è uno dei pochi modi di cui dispone per farlo. Lì trova la guarigione, e insieme a questa una felicità che pochi vogliono condividere con lei…
La trama di un film simile può far pensare ad una classica pellicola sulla religiosità, sulla Fede e sulla grandezza dei miracoli che a Lourdes possono accadere. Le continue preghiere, i canti di chiesa che ogni minuto vengono riproposti, le inquadrature che incorniciano migliaia e migliaia di pellegrini in marcia verso la ricerca del miracolo, i discorsi del prete e delle suore, tutti questi elementi dovrebbero contribuire a rendere ancora più teologica l’atmosfera.
Uno spettatore distratto potrebbe anche interpretare la pellicola in questo modo, un film che narra di un miracolo e che rappresenta un popolo in cammino, spinto dalla Fede e dai sentimenti più buoni. Ma fin dal primo momento piccoli indizi portano a fare considerazioni più complesse. La stessa Christine mostra una certa indifferenza rispetto alla macchina di turismo religioso che le gira intorno; pur partecipando a tutti gli eventi in scaletta, il bagno in piscina o la visita alla grotta, lo fa con atteggiamento più distaccato, con meno furore. Intorno a lei si muove un’umanità di credenti ipocriti, che pregano per un miracolo e nello stesso tempo invidiano, odiano, sparlano. Uomini e donne falsi, che vogliono dalla religione risposte immediate alle loro richieste e non a quelle degli altri. Egoismo e prevaricazione sono celate dietro un buonismo ed un senso di falsa pietà che corrompono ogni atteggiamento.
Gli attori sono bravissimi a trasmettere queste sensazioni ma lo fanno spesso in modo trattenuto, implicito. Come gli attori anche la regista rappresenta Lourdes per quello che è, una “macchina del miracolo” burocratica e fredda. Ci sono due figure che meritano un approfondimento. La prima è il personaggio dell’accompagnatrice più importante, quella che coordina tutte le attività della giornata. Una donna fredda, rigida e dall’aspetto leggermente inquietante; gli sviluppi della vicenda le donano, al contrario, una dimensione più umana e forse la trasformano in una figura positiva, vittima della stessa macchina turistica alla quale partecipa tutti gli anni. La seconda è rappresentata dalla compagna di stanza di Christine, una signora anziana che parla poco, dallo sguardo leggermente assente che potrebbe rappresentare l’ingenuità di coloro che partecipano al pellegrinaggio con cuore sincero, la parte buona, quella che non invidia e non odia.
Cosa resta di Lourdes? Poco. E’ un non luogo in cui si riversano speranze, delusioni, egoismi ed ingenuità. E da dove Dio, se c’è, si tiene il più possibile alla larga.
Alessandro Barbero, da “cinefile.biz”

VENEZIA 09′: DIO E’ BUONO O ONNIPOTENTE?

Tra le epifanie meno prevedibili della 66ª Mostra del cinema di Venezia, Lourdes, l’ottima opera terza dell’austriaca Jessica Hausner, si è rivelata una delle pellicole più sorprendenti del festival.
Apologo raggelante sul senso del miracolo, struggente lirica del Dubbio, Lourdes si serve di una mise en scène cristallina, netta, implacabile. La Hausner, cattolica sbattezzatasi in età adulta, decide di raccontare con delicatezza e intelligenza le luci e le ombre del luogo di pellegrinaggio pirenaico, mostrandone sia i tic turistico-consumistici che l’autentica devozione dei credenti che vi accorrono, sia i grotteschi rituali alienanti della Disneyland del cattolicesimo che gli effettivi miracoli che sembrano avvenirvi. La natura combattuta e complessa della riflessione –più sul valore e sull’utilità del singolo miracolo, che sulla Fede tout court – è approfondita senza pregiudizi morali nè risposte preconfezionate, ma interessata, piuttosto, a porre domande irriverenti, dubbi rivelatori. Parallelamente, Lourdes racconta anche la storia d’amore vissuta dalla miracolata Christine (una ragazza arteriosclerotica che improvvisamente torna a camminare), che ritrova così l’insperato (“Ho la sensazione di avere un futuro”), e racconta, infine, anche la rete di affetti effimeri che si viene ad instaurare tra i pellegrini. Perchè è chiaro che Lourdes si sofferma soprattutto sulla varia umanità dei pellegrini, captata nelle più minute vibrazioni affettive, e più che una nebulosa riflessione metafisica sull’esistenza di Dio, vuole interrogarsi su ragioni e conseguenze dei miracoli da una prospettiva terrena. Tutto infatti rimane su un piano immanente, perchè è qui che si deve attestare la presenza di un prodigio, quasi all’ordine del giorno per i medici delegati a dimostrarne la veridicità. E poichè spesso si tratta di miracoli provvisori, dovuti agli alti e bassi della malattia, il dubbio lacererà la giovane miracolata, da quando vedrà, in una delle scene più sconvolgenti del film, una ragazza leucemica guarita ormai da giorni ripiombare d’improvviso alla cieca catatonia della malattia.
La Hausner è abile nel raccontare le geometrie di queste solitudini addolorate, devote, ferite dall’ingiustizia divina che sceglie senza criterio apparente chi salvare dalla morte e chi no. Sconvolti dall’invidia per i sani (come gli inservienti del centro, che flirtano allegramente tra loro, senza curarsi degli sguardi rabbiosi di chi è impossibilitato ad essere felice), delusi dal presunto Dio che miracola chi non se lo merita, cercano risposte dal clero, che risponde ai dubbi sull’iniquità divina col sordo fatalismo delle parabole.
Per quanto sia condotto in modo rispettoso ed equilibrato, sarebbe però sbagliato pensare a Lourdes come mero film-specchio delle proprie convinzioni, comoda mossa cerchiobottista equidistante da fede e scetticismo che chiude gli occhi nel nome di una cieca indecidibilità (e inimmaginabilità). Perchè le immagini e i personaggi parlano chiaro, anche al di là dell’intentio auctoris (la Hausner ha negato di voler fare dell’ironia su Lourdes), e la vena dissacrante che percorre sottopelle il film si sfoga in molti momenti grotteschi e corrosivi, mostrati in modo freddamente documentario dall’occhio clinico che li registra. Dal premio Miglior Pellegrino per chi colleziona più buone azioni alla donna in fila tra i malati terminali che cerca un miracolo per il suo eczema, dal cameriere che serve acqua di Lourdes sino alla benedizione collettiva in cui tutti i pellegrini a turno alzano la mano per farsi benedire e piangono ritmicamente e meccanicamente, dalla cinica barzelletta sull(‘assenza dell)a Madonna al sofferto ballo finale sulle note di “Felicità” di Albano e Romina, sono molti i passaggi caustici, di un umorismo amaro, da risata a denti stretti. Più che la ferocia anticlericale di Bunuel, le ellissi silenti e i quadri fissi e ieratici della Hausner ricordano piuttosto il pudore di Tati e Kaurismaki, mentre la capacità di far rilucere situazioni e ambienti di decomposizione rimandano in minore all’ “inferno visto da vicino” (Herzog dixit) del connazionale Ulrich Seidl, maestro di glaciale spietatezza. Riferimento ovvio e dichiarato dalla giovane autrice è invece l’Ordet dreyeriano, il più celebre (e il più bello) precedente filmico sul tema del miracolo, di cui la Hausner sembra emulare le attente digradazioni luministiche, i movimenti di macchina sempre misurati e la limpida armonia nella composizione del quadro. Di bellezza minimalista e trattenuta, Lourdes sa aprirsi inoltre a squarci visivi ipnotici e immersivi, come il tableaux notturno punteggiato dalle sole fiaccole dei pellegrini, o il quieto incipit, una lentissima e interminabile carrellata visiva scandita dall’Ave Maria di Schubert, che ritornerà a metà film in verso contrario, come un’inestricabile palindromo visivo. E a un palindromo condannato alla circolarità assomiglierà anche l’abbagliante finale, deflagrante punto di convergenza di tutte le crepe emotive che venano il film, sublime apertura all’alea interpretativa.
Dario Stefanoni, da “positifcinema.com”

Hausner, regista viennese di cui sentiremo ancora parlare, è uno di quei film densi di significato in cui coesistono astratti simbolismi e tangibili realtà e che ha, per la sue molteplici valenze, raccolto all’unanimità i consensi di agnostici e credenti. Come negli altri suoi due lungometraggi – Lovely Rita e Hotel, entrambi entrati a Cannes nella sezione Un Certain Regard – anche qui la giovane regista sceglie di sviluppare la propria storia in un contesto assai circoscritto, logisticamente e socialmente. Lourdes infatti, meta di pellegrinaggio per eccellenza, è il luogo dove s’incontrano anonime moltitudini di esseri umani malati nel corpo e/o nello spirito, accomunate dalla stessa necessità di ritrovare un senso di vita. Partendo da questa contestualizzazione, la Hausner costruisce il suo parallelo metaforico, secondo il quale la malattia – intesa soprattutto come emarginazione sociale – e il conseguente stato di dipendenza dagli altri, rappresentano le limitazioni che la vita necessariamente c’impone, mentre il miracolo, in quanto vertice massimo dell’espressione irrazionale, rappresenta l’ambivalenza, il dubbio dissacrante che può indurci a comprendere quanto la vita sappia essere sorprendente, nel bene o nel male.
In pellegrinaggio con Christine
Lourdes – recensione – Cinema Christine (Sylvie Testud) è una giovane donna, inchiodata a una sedia a rotelle da una grave forma di sclerosi multipla. La sua malattia, oltre ad averle causato una progressiva perdita di sensibilità del corpo, fino alla completa paraplegia, l’ha anche inesorabilmente obbligata a una vita di amara solitudine e coatta dipendenza dagli altri, condizioni cui i malati sono spesso costretti. Per sfuggire alla sua solitaria quotidianità e ritrovare un po’ di fiducia nel mondo, decide di intraprendere un pellegrinaggio a Lourdes insieme ai volontari dell’Ordine di Malta. Affidata alla cure di una giovane volontaria di nome Maria, Christine seguirà l’eterogeneo gruppo di pellegrini – sani e non, devoti o pettegoli – lungo i vari rituali, sia religiosi che turistici, e le sante abluzioni che rappresentano l’essenza del Sacro Santuario, osservando inoltre come ognuno sia spinto verso quel luogo dei miracoli da un suo motivo personale che non sempre coincide con la fede religiosa. Nel corso del suo viaggio Christine guarderà ai componenti della comitiva con compassione, invidia, interesse, diffidenza, rimanendo però sempre un’osservatrice marginale e impotente, relegata in una vita d’immobilità da un destino che le appare a tratti quanto mai crudele. Finché una bella mattina, al suo risveglio, obbedendo a nuove e inattese pulsioni del corpo, Christine si alzerà e camminerà verso il bagno dove, con le stesse mani fino ad allora rattrappite, comincerà naturalmente a pettinarsi. Il suo ‘miracolo’ sposterà sospetti, invidie, diffidenze ma anche nuove attenzioni verso di lei e il suo nuovo status di presunta graziata, mettendola, insieme a tutti gli altri pellegrini, di fronte alla fatidica domanda: “Perché proprio lei?”. In un finale pregno di incredula gioia mista a paure di regressione, in cui verrà insignita anche del Premio al miglior pellegrino, Christine volgerà nuovamente il suo sguardo alla vita con un sorriso, miracolata non tanto per aver riscoperto la mobilità del corpo ma per aver ritrovato la gioia di vivere e insieme un barlume di felicità.
L’organizzazione razionale del mistero
Lourdes – recensione – Cinema Ciò che colpisce di questo lavoro è la lucida geometria, profondamente razionale, di luoghi e cose che si perde nell’indistinto mare magnum di irrazionalità che invece governa le transitorie percezioni umane: fede o scetticismo, misericordia o invidia. L’intento è quello di creare una sottofondo profondamente razionale sul quale far muovere i personaggi di un mistero. Queste contrapposizioni e sinergie, anche musicali, sono all’origine della tensione narrativa che dall’austera scena d’apertura accompagnata dall’Ave Maria di Schubert, in cui lo scenario sembra confinato in una surreale quanto triste regolarità, segue un continuo crescendo per poi liberarsi con l’allegra goliardia dell’epilogo sulle note corroboranti della nostrana Felicità. Tra queste due scene chiave, l’occhio narrante della macchina da presa segue il viaggio di Christine con inquadrature sempre fisse, immobili, indugiando con oggettiva stabilità su rituali, abitudini e sulla sua esistenza inerte, in netto contrasto con il pullulare di variegate identità ed emozioni che le ruotano attorno e che a loro volta cozzano con il rigore formale e il ruolo emblematico di quel luogo reputato sacro ante litteram. Luogo che, metaforicamente parlando, diventa teatro di una girandola di vite che apparentemente senza causa alcuna, scoprono la sofferenza o vengono illuminate da una inaspettata gioia. È infatti proprio la logica del caso a far sì che la poco credente Christine venga miracolata mentre la devotissima Cécile (Elina Löwensohn) prenda il suo posto nel limbo degli infermi. Nell’originale linguaggio cinematografico che la Hausner ci propone con quest’opera ritroviamo uno stile minimalista e grottesco, scientifico e al contempo parabolico, che ispirandosi a grandi maestri del cinema – da Dreyer a Buñuel passando per Tati – riesce a illustrare le profonde incrinature che il miracolo crea nella lineare logica della razionalità, lasciando quindi spazio ad argomentazioni di tipo prettamente astratto e/o spirituale.
Dio è buono e/o onnipotente?
Lourdes – recensione – Cinema Lo sguardo della Hausner è formalmente ateo ma nondimeno molto imparziale e rigoroso nell’analisi di un quid esistenziale che trae spunto da un antico e dissacrante dilemma epicureo. “Se Dio è buono e onnipotente, perché dovrebbe consentire la sofferenza degli innocenti? Se non può evitarlo”, dice Epicuro, “allora non è onnipotente. Se può farlo ma non lo fa, allora non è buono”. Mettendo con ciò in discussione l’idea salvifica della religione, sostenuta da un’immagine di Lourdes che vive tanto di rituali religiosi quanto di quelli turistici, souvenir di ogni genere in primis, quel viaggio che la religione interpreta ‘della salvezza’ assume qui un ruolo puramente simbolico in quanto Christine lo intraprende solo per uscire dalla prigione del corpo e corroborare l’anima e non per invocare il miracolo. Infine il santuario, meta di sani e invalidi alla ricerca di un segno rivelatore, ovvero quella grazia che compiendosi proverebbe l’esistenza di un’entità suprema a vegliare su di noi, diventa luogo di pellegrinaggio privo di quel fine mistico, lasciando devoti pellegrini e viandanti casuali tutti al loro destino. Si tratta di un lavoro nel complesso molto equilibrato in cui le protagoniste femminili, nei panni di giovinezza, devozione e malattia, appaiono efficaci pedine sulla scacchiera della vita mentre alla regista va il merito di aver gestito del materiale estremamente complesso senza cadere nei cliché religiosi o nei pietismi del caso, dosando abilmente il pathos narrativo lungo la pellicola per poi far convergere tutte le emozioni in un’ultima catartica scena. Ciò che va infine ribadito è che questo della Hausner non vuole essere un film sulla religione o sull’ateismo ma piuttosto un’opera sul mistero della vita che ci appare, sic et simpliciter, come una mera manifestazione del caso: “Il film si interroga sul modo in cui possiamo dare un senso alla vita attraverso le nostre azioni. Di fronte a quest’idea c’è la paura che il mondo sia cupo e freddo, privo di un senso profondo, che si nasca per caso, che si muoia allo stesso modo e che nulla di ciò che facciamo durante la vita conti qualcosa. La verità è difficile da trovare, la nostra vita è al tempo stesso meravigliosa e banale”.

Traendo ispirazione dalla compostezza visiva di Dreyer, dall’umorismo di Tati e dal potere satirico ammantato di surrealismo di Buñuel, la viennese Jessica Hausner elabora un film originale per forma e contenuto, dai molteplici livelli interpretativi e dalle numerose chiavi di lettura, che non a caso è stato apprezzato concordemente da agnostici e credenti e scelto dall’Istituto Luce come opera da promuovere tra le scuole. E in effetti l’unanimità di consensi è dovuta al fatto che la pellicola, nonostante il titolo, non si soffermi a parlare di religione bensì di valori molto più ampi che abbracciando temi come la solitudine della malattia o il calore umano della comprensione, si spingono infine a sondare il ben più accidentato terreno del senso ultimo della vita, guardandosi bene dal fornire risposte ma impegnandosi piuttosto a gettare le basi per degli importanti spunti di riflessione.
VOTOGLOBALE7.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

La fede e i suoi paradossi
Carità e misericordia alternate ad una crudeltà a volte spiazzante contenuta in uno sguardo o in un gesto oppure in una parola, una storia toccante che commuove e fa sorridere, che va oltre la religione e la religiosità.
La fede e i suoi paradossi
Miracolo al Lido. I primi applausi convinti della 66ma Mostra del Cinema di Venezia arrivano a sorpresa per Lourdes, il film scritto e diretto dall’austriaca Jessica Hausner che narra la storia di Christine, una giovane affetta da sclerosi multipla e immobilizzata da anni su una sedia a rotelle che decide ad un certo punto della sua vita di recarsi in pellegrinaggio a Lourdes. Arrivati nello splendido santuario situato nel cuore dei Pirenei tutto sembra andare come in ogni altro pellegrinaggio: ad ognuno la sua camera, la sua accompagnatrice personale e il suo tavolo, tutto organizzato al dettaglio e scandito da orari, visite guidate alle grotte e alle piscine senza dimenticare i bagni di purificazione. Durante una delle notti però Christine solleva la schiena dal letto, si alza e va in bagno con le sue gambe sotto lo sguardo attonito della sua compagna di stanza, un’anziana signora che a Lourdes si è recata non per guarire un male fisico ma le ferite di una vita trascorsa in solitudine. Al mattino la notizia del miracolo è già sulla bocca di tutti. Tra invidie, felicitazioni, scetticismi e riconoscimenti medici Christine per la prima volta nella sua vita assapora il gusto di essere protagonista, di essere al centro dell’attenzione di tutti, compresa quella di un uomo, una delle guardie dell’Ordine di Malta che sin dall’inizio del soggiorno ha sempre dimostrato un certo interesse nei suoi confronti. La felicità è finalmente ad un passo, basta solo allungare la mano ed afferrarla senza pensare a quanto durerà…
Applausi meritati per la Hausner e per questa sua delicata fiaba contemporanea sulla speranza e sulla felicità che arriva a cinque anni di distanza dall’horror claustrofobico Hotel (2004) del quale ha mantenuto a tratti le atmosfere asfissianti e la tensione emotiva, nonostante la colossale differenza di genere. In Lourdes un racconto dettagliato e a tratti crudele della quotidianità del pellegrinaggio nella terra dei miracoli di tanta gente diversa mostrato allo spettatore attraverso gli occhi di una giovane donna che immagina e sogna da sempre una vita normale, un uomo, una famiglia, una passeggiata in montagna. Una narrazione mai noiosa che si avvale per lo più di inquadrature a camera fissa in quasi totale assenza di movimento e di luci fredde che vanno a sottolineare la staticità della malattia come l’impotenza di chi giace e di chi assiste. Molti i temi toccati da Lourdes, ma su tutti quello dello scetticismo innato dell’essere umano anche di fronte all’evidenza, quello della felicità, o meglio dell’attesa della felicità, effimera e sfuggente quanto volatile, quello della solidarietà, non sempre spontanea e amorevole.
Fa sorridere il compatimento che si tramuta in invidia e pettegolezzo, la fede che si trasforma in burocrazia, la strategicità di preghiere e opere di bene, fanno quasi paura nel loro abbagliante candore le tende bianche dietro le quali si cela qualcosa di misterioso e straordinario che nessuno di noi riesce a spiegarsi. Condita con brillantezza dalla Hausner la sceneggiatura di Lourdes è ricca di sorprese, di velato umorismo grottesco, di ironia e di thrilling, un ottimo esordio in laguna per la cineasta austriaca che dagli inizi carriera ha sempre presentato tutti i suoi film a Cannes.
Carità e misericordia alternate ad una crudeltà a volte spiazzante contenuta in uno sguardo o in un gesto oppure in una parola, una storia toccante che commuove e fa sorridere, che va oltre la religione e la religiosità. La riuscita del film deve molto all’interpretazione straordinaria di Sylvie Testud, che a nostro avviso mette una seria ipoteca sul premio come Migliore Attrice della Mostra. Dio è libero nelle sue decisioni. Speriamo la giuria lo sia altrettanto.
Luciana Morelli, da movieplayer.it”

Camera fissa, inquadratura dall’alto, una pulita ed asettica sala mensa di un albergo, lentamente entrano in campo anziani zoppicanti, sedie a rotelle spinte da volontarie, più saettanti carrozzelle elettriche, il personale di servizio. L’Ave Maria di Shubert accompagna la scena imprimendole un valore altamente ieratico.
A prima vista, questa scena, potrebbe addirittura sembrare un filmino promozionale di una compagnia di viaggi che pubblicizzi una gita a Lourdes. A prima vista.
In realtà, è il cinema geometrico di Jessica Hausner quello ad andare in scena. Un cinema fatto da studiatissime inquadrature dove la simmetria diventa elemento innervante la cifra stilistica della regista austriaca qui impegnata con un film, Lourdes, tanto coraggioso quanto di difficilissimo concepimento.
Perché interrogarsi sui miracoli, porre domande su Dio e la sua volontà, sul perché delle sue scelte, e mostrare il dolore e la speranza, la disillusione e la rabbia di chi soffre, non è operazione popolare né particolarmente gradita al grande pubblico. Lourdes, è tutto questo. Nella limpidezza di una fotografia esplicita e chiarificatrice dove le scelte cromatiche hanno alto valore simbolico, la Hausner ci racconta dell’invidia di chi del miracolo della guarigione non è stato omaggiato e della sottile soddisfazione nel vedere sfumata l’illusione di una vita normale per chi, per poche ore, si è alzato da una sedie a rotelle. Il tutto, come detto, con un’attenzione allo stile che fa di ogni inquadratura una tela da osservare con attenzione ed ammirazione. Le citazioni pittoriche sono molteplici e ciascuno potrà trovare in esse gli echi di tecniche e di manifestazioni espressive, la cura della messinscena incanta anche in quelle che possono sembrare banali sequenze di passaggio. I personaggi entrano ed escono dalle inquadrature, si muovono in esse, compongono e scompongono complicati puzzle dove anche la minima piega di un braccio o l’angolazione di un viso hanno un loro significato.
Protagonista del film è l’attrice francese Sylvie Testud la cui fisicità esile e consumata è sorretta dalla disillusione delle sue espressioni concentrate nello sforzo di suscitare partecipazione e non commiserazione. Ma Lourdes non è solo un doloroso percorso sulla fede e la speranza, sugli umanissimi sentimenti dell’invidia e la disillusione, il film, grazie ad una sceneggiatura di prim’ordine, ha nelle ultime sequenze, la crudelissima scena della festa finale (la stessa ostinata indifferenza di programma contenitore della domenica pomeriggio) , toni quasi da thriller e il cuore ci salta in gola nell’attesa di capire quale sarà la volontà divina…
Daniele Sesti, da “filmfilm.it”

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