London river

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7 luglio 2005. A Londra esplodono bombe sui mezzi pubblici causando numerose vittime. Mrs. Sommers, che vive in un paesino su una delle isole della Manica, apprende la notizia dalla televisione e subito telefona alla figlia Jane che studia a Londra. Jane non risponde alle numerose chiamate. Ousmane è un africano che lavora alla tutela del patrimonio forestale. Anche suo figlio, che non vede da quando era piccolo, vive e studia a Londra. Sia Mrs. Sommers che Ousmane partono per la capitale britannica nella speranza di trovare i reciproci figli ancora vivi. Si incontreranno e scopriranno di essere i genitori di due ragazzi che si amavano. Ma dove sono ora?
Rachid Bouchareb continua a perseguire un’idea di cinema che proponga il dialogo tra culture diverse. Lo fa, in questa occasione, con un film alla Loach non tanto per l’ambientazione quanto per il modo di guardare alle persone comuni. Mrs. Sommers e Ousmane sono due genitori come tanti, con la loro quotidianità scandita da un lavoro fatto con passione. Le fedi differenti (lei protestante lui musulmano) potrebbero dividerli, secondo quanti predicano (da una parte e dall’altra) l’odio e la divisione. Si incontrano casualmente proprio perché l’odio seminato a piene mani tra la folla potrebbe aver reclamato i loro figli come vittime. A partire da una iniziale diffidenza costruiranno un percorso comune sostenendosi a vicenda in una ricerca che sperano sia a lieto fine. Nel frattempo impareranno molto su se stessi e anche sui figli di cui in fondo non conoscevano le scelte.
Giorgio Gaber nel suo ultimo spettacolo, in un monologo, diceva che se riuscissimo ad ammettere con noi stessi la diffidenza iniziale e quasi istintiva, piccola o grande, che proviamo nei confronti di chi non è come noi (per colore della pelle, cultura, religione) avremmo fatto un primo reale passo per abolire il razzismo. È quello che fanno i protagonisti di questo bel film: partono dalla distanza (soprattutto Mrs. Sommers) per giungere alla conoscenza e alla comprensione reciproche. Non è facile ma è possibile e necessario.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Elizabeth è una donna di mezza età che vive in un’isola inglese dove coltiva la terra. È vedova, sua figlia ventenne vive a Londra. Saputo degli attentati del 7 luglio 2005, Elizabeth cerca di parlare con la ragazza ma non ottiene risposta: parte allora per la capitale inglese alla sua ricerca. Per gli stessi motivi arriva a Londra anche Ousmane, un uomo che da anni lavora in Francia come giardiniere che certa di rintracciare il figlio Ali, che non vede da quando aveva sei anni. Le strade di Elizabeth e di Ousmane sono destinate ad incrociarsi, visto che, a loro insaputa, i due ragazzi avevano una relazione e vivevano assieme. L’incontro tra i due non sarà facile all’inizio, per via di diffidenze e pregiudizi (reciproci ma molto più evidenti in Elizabeth), ma saranno la consapevolezza del legame tra i loro figli e la “livella” del dolore ad avvicinarli.
Quello di Rachid Bouchareb non è propriamente un film che si possa fregiare dell’aggettivo “originale”, né da un punto di vista tematico né da quello formale. Inizialmente quindi London River spaventa un po’, presentandosi come l’ennesimo film sulla difficoltà di incontro tra culture. Ma la ricerca prima parallela e poi incrociata di Elizabeth e Ousmane assume valenze leggermente differenti grazie alla caratterizzazione dei due protagonisti e dei personaggi che incontrano sul loro cammino.
Bouchareb racconta infatti un mondo dove è ancora vivo e presente l’altruismo, dove si rintraccia l’amore per il prossimo; un mondo dove si rifiuta la politicizzazione della religione (“qui si prega, non si fa politica”, dice un imam a Ousmane, che si era rivolto a lui per avere notizie del figlio) e le caratterizzazioni stereotipate dei personaggi in base all’etnia. Quella di London River è un’umanità vera, che getta le sue radici in un senso di comunità e fratellanza che supera la religione e viene dalla condivisione delle stesse sofferenze, delle stesse gioie, uguali per tutti, della stessa terra. Quella terra, quella natura alle quali non a caso (con metafora scontata ma efficace) sia Elizabeth che Ousmane lavorano con le loro mani, con un atteggiamento esistenziale che rischia di andare dimenticato.
Se è vero che anche questi aspetti del film di Bouchareb non sono né originali né nuovi hanno però il pregio di essere raccontati con un pudore che rifugge da ogni buonismo, azzerando così la retorica ed evidenziando il sentimento. Brenda Blethyn è come sempre in parte nei panni della middle class woman, ma a colpire è la fisicità essenziale e silenziosa di Sotigui Kouyaté, nei panni di una figura ieratica, dignitosa e umilissima al tempo stesso.
Federico Gironi, da “comingsoon.it”

Senza fretta né clamore, ma con esemplarità: gli attentati di Londra per il multiculturale Bouchareb
Sarà, ma viene in mente Cry me a River. Quello scelto dal regista beur Rachid Bouchareb è il Tamigi, lungo cui scorre l’eco fragorosa degli attentati a Londra del 7 luglio 2005. A evocarla, in presa diretta, due genitori, agli antipodi per cultura, religione, razza: il musulmano Ousmane (Sotigui Kouyaté, ieratico, peterbrookiano, premiato a Berlino 2009 e scomparso qualche settimana fa) e la cristiana signora Sommers (Brenda Blethyn, alle prese con nuovi Segreti e bugie), uniti dalla speranza di ritrovare in vita i figli, divisi dalla risacca ideologica e sfocati dal tappeto afro-arabo-paki-anglosassone su cui il regista li fa rotolare. Senza fretta, prendendosi in 87’ le pause del caso, senza clamore, affidando alla tele-visione le news piuttosto che il pathos, senza, comunque, sottrarsi all’esemplarità minuta, all’affresco chimerico della convivenza, del multiculturalismo, del minimo comune umano über alles. Finirà in codice binario, lungo due rive non intersecabili, che stigmatizzano, forse, l’inutilità del cinema alla questione, al netto della bilanciata commozione dispiegata da Bouchareb. Che nel successivo Hors la loi (Cannes 2010) avrebbe tirato i remi in barca, rassegnandosi alla fiction nazionalpopolare. Sì, Cry me a river…
Federico Pontiggia, da ” cinematografo.it”

Il regista Bouchareb racconta la storia di un padre (musulmano) ed una madre (cristiana protestante) alla ricerca dei loro figli scomparsi in seguito all’attentato alla metropolitana londinese. La tragedia comune sarà l’occasione che permetterà loro di conoscersi e di capire che il “diverso” non è necessariamente da temere o combattere. (Simone Scarpati)
Il 7 luglio 2005, tra le nove e le dieci del mattino, quattro ordigni colpiscono il sistema dei trasporti di Londra, proprio mentre è in corso il G8. Cinquantadue sono le vittime degli attentati; circa settecento i feriti. È proprio da questo episodio che prende il via la nuova pellicola del regista parigino/algerino Rachid Bouchareb, “London River”. Il film, infatti, segue le vicende della signora Sommers e di Ousmane che, una volta appresa la notizia del disastro, partono alla volta della capitale britannica temendo che i loro figli, che vivono e studiano a Londra, possano essere incappati nell’attentato.
Tuttavia il film non è solo la mera ricostruzione dei fatti che fanno seguito agli attentati del 2005. Bouchareb prende a pretesto il tragico evento per parlare di dialogo interculturale, della conoscenza del “diverso”. I due protagonisti, infatti -intrepretati da Brenda Blethyn e Sotigui Kouyaté- provengono da contesti sociali e culturali estremamente diversi: Mrs. Sommers vive in un paesino su un’isola della Manica; Ousmane invece è africano. Lei è cristiana protestante, lui è musulmano. Per quanti predicano l’odio razziale e ripudiano la tolleranza e la conoscenza i due sarebbero destinati a restare divisi. In realtà le strade dei due si intrecceranno e proseguiranno insieme: i due si sosterranno a vicenda nei momenti di sconforto e insieme cercheranno di non perdere la speranza, continuando a credere nel fatto che i loro figli possano essere ancora vivi. La strada che faranno insieme li porterà a scoprire molte cose sui loro figli che si conoscevano, si amavano e vivevano insieme. Il cammino dei due protagonisti sarà anche viaggio interiore, momento di introspezione che permetterà loro di conoscere l’altro ma anche se stessi. La diffidenza iniziale tra i due sarà pian piano sconfitta e i due smetteranno presto di essere degli sconosciuti.
Con “London River”, il regista Bouchareb resta perfettamente fedele al suo stile soprattutto per ciò che concerne la tematica del dialogo tra le culture. In questo caso però si nota l’influenza loachiana per la capacità che la pellicola ha di raccontare storie di persone comuni alle prese con la vita di tutti i giorni, con le ansie e le preoccupazioni di sempre. Persone “normali” che dovranno improvvisarsi “eroi” per poter salvare i loro affetti.
da “serviziocivilemagazine.it”

Sono poche le persone (forse i più giovani) a non ricordare l’attentato terroristico che il 7 luglio del 2005 fece a Londra 56 vittime e oltre 700 feriti.
Rachid Bouchareb – che con questo film mi ha fatto capire quanto sia difficile essere mussulmano in Europa – prende spunto dalla cronaca per raccontarci una storia di speranza.
“London River” è un film delicato e non retorico. Un film sulla distanza che separa le culture e presenta un invito alla comunicazione tra popoli.
Ousmane è un musulmano che vive in una foresta in Francia e il cui figlio si trova a Londra per studio.
Anche Jane si trova a Londra per studiare. Sua madre è Elisabeth, una cattolica inglese che vive su un’isoletta nella Manica dove alleva asini.
I due figli non danno notizie dal giorno degli attentati e i genitori si recano nella capitale inglese alla loro ricerca.
Protagonisti dunque assolutamente diversi per cultura, religione, provenienza (e tutto questo risalta anche nella differenza fisica tra i due attori: come mettere una campanula vicino a un baobab). Ousmane e Elisabeth si sfiorano più volte in dedali di ospedali, stazioni di polizia, sale d’attesa di obitori e realtà culturali differenti dalla propria. I due si sfiorano più volte, ma sarà veramente arduo farli finalmente incontrare e coalizzare. Le culture a cui i protagonisti appartengono sono talmente diffidenti l’una dell’altra che nemmeno lo strazio di un figlio scomparso riesce ad avvicinarli facilmente.
Con Elisabeth (che vive su un’isoletta e alleva asini, come fa, poverina, a non essere bigotta?) emerge tutta la paura degli europei nei confronti di una cultura con la quale, volente o nolente, non possiamo più non interagire. Perché in questo film si parla di diffidenza. Non di razzismo, non di differenze religiose (argomento totalmente assente, ma del quale non si sente la mancanza), ma di diffidenza reciproca tra le culture.
Misurato e toccante, il personaggio di Ousmane che ha valso a Sotigui Kouyaté il meritato Orso d’Argento.
“London River” è un film costruito molto bene, che fa cambiare più volte idea allo spettatore sulla sorte dei due ragazzi. È un bel film, che secondo me merita di essere visto. Quindi no, non vi dico come va a finire.
Magda Di Genova, da “ondacinema.it”

Pregando con il “nemico”
Il film racconta la storia di Ousmane, un musulmano di 60 anni che vive in Francia, e della signora Sommers, una cattolica di 55 anni che vive in Inghilterra. Entrambi conducono una vita normale, fino al giorno in cui i loro figli sono dati per dispersi nell’attentato terroristico di Londra. Nonostante le loro fedi siano diverse, i due condivideranno la speranza di ritrovare i propri figli.
Ci sono film che sembrano non riuscire a sostenere il peso delle pregnanti istanze che essi stessi propongono. Un’opera come London River (presentata in concorso addirittura al Festival di Berlino 2009, e che solo oggi si affaccia timidamente nelle nostre sale ad inizio stagione), diretta dal regista francese di origine algerina Rachid Bouchareb, avrebbe avuto in teoria tutti i requisiti per essere considerata una pellicola da vedere e non dimenticare: l’incontro/scontro tra due culture che si scoprono man mano differenti ma non così lontane, il senso di estraneità dei due personaggi su cui poggia l’intero lungometraggio, non solo tra loro ma anche nei confronti dei propri familiari scomparsi nella tragedia degli attentati terroristici che funestarono Londra nell’estate 2005, da cui emerge il rimpianto per un rapporto non così stretto a dispetto della consanguineità. Elizabeth, donna di mezz’età di religione protestante e orgogliosamente britannica, e Ousmane, africano trapiantato da tempo in Francia e musulmano di credo, appaiono a tratti due persone appartenenti ad epoche troppo distanti da quel presente che per scelta non frequentano abitualmente e che, di conseguenza, li spiazza a più riprese.
Entrambi sono in cerca dei rispettivi figli nella metropoli londinese multi-etinica e multi-religiosa, scoprendo casualmente che i due non solo si conoscevano, ma che con tutta probabilità avevano instaurato una relazione sentimentale. Un altro aspetto interessante, quello dello scarto generazionale mai come al giorno d’oggi evidente nella propria grandezza, declinato dalla sceneggiatura in chiave piuttosto convenzionale, in cui è evidente come il metaforico cuore di Bouchareb propenda per il suo protagonista maschile (che almeno ha la “scusante” di non aver più visto il figlio da quando questi aveva sei anni), dato che è quasi esclusivamente la donna “occidentale” a dover affrontare il doloroso percorso di vedere smontate ad una a una tutte le fragili ed errateLondon_River_foto_testo convinzioni su cui poggiava la sua esistenza. Questo cammino di ricerca intrapreso dai due, sia fisico (verso i propri figli) che più dichiaratamente simbolico (se stessi) è messo in scena da Bouchareb attraverso una regia che, inseguendo a tutti i costi la magia della quotidianità di un Ken Loach al meglio, finisce invece per neutralizzare a colpi di didascalismi assortiti tutto il pathos che ne poteva al contrario scaturire. Il torto maggiore di un film come London River è quello di esplicitare, senza peraltro nemmeno troppa convinzione o passionalità, cose giustissime ed assai condivisibili tipo che i musulmani sono per la maggior parte ottime persone, che gli esseri umani devono conoscersi superando le barriere razziali per potersi apprezzare e che ognuno dovrebbe vivere la vita in piena e possibilmente armonica relazione con gli altri, poiché da soli si rischia poi di scontrarsi frontalmente con la più brutale delle realtà, quella in tutta evidenza che nel film Elizabeth ha tentato inutilmente di tenere a distanza di sicurezza. Sperando forse, dopo la perdita del marito nella guerra delle Falkland, di aver già versato un pesante tributo di lacrime al Destino. E a tal proposito risultano francamente poco verosimili alcuni snodi narrativi nel finale, che sembrano null’altro che espedienti artificiosi messi lì apposta per sottolineare come in fondo siamo tutti impotenti pedine del Destino cinico e baro di cui sopra.
Resta quindi un po’ di amaro in bocca soprattutto per le interpretazioni assolutamente di rilievo fornite sia dalla sempre bravissima Brenda Blethyn (indimenticabile in Segreti e bugie di Mike Leigh), assai efficace nel far emergere con gradualità la propria sofferenza latente, che del poco conosciuto Sotigui Kouyaté (al suo attivo piccoli ruoli nei bei Piccoli affari sporchi di Stephen Frears e The Truth About Charlie di Jonathan Demme), eccellente nel trasmettere allo spettatore il messaggio di come la pura e intangibile nobiltà d’animo sia in fondo uno dei pochi modi che permettano di piegarsi ma non spezzarsi di fronte alle asperità della vita.
Ecco, se il cinquantenne Bouchareb avesse avuto il coraggio autoriale di realizzare un film incentrato in prevalenza sul silenzio e sui reciproci sguardi tra questi due magnifici interpreti, forse London River sarebbe potuto diventare il grande film che prometteva di essere. Invece, come talvolta accade, l’ansia di farsi capire a tutti i costi fa scivolare parzialmente un’opera comunque meritevole di visione negli insidiosi territori della retorica da lezione civile.
Daniele De Angelis, da “cineclandestino.it”

Il film prende avvio il 7 luglio 2005, data che nessun inglese potrà mai scordare, come nessun italiano può cancellare il 12 dicembre 1969, e nessun statunitense l’11 settembre 2001.
Una donna, che per caso si chiama Elisabeth Sommers, guarda la televisione, distrattamente, mentre sta riassettando la casa e preparandosi qualcosa da mangiare. Un occhio alle notizie e uno in cucina. Poi il telegiornale: a Londra sono esplose quattro bombe: 56 morti e oltre 700 feriti in un soffio, quello per spegnere il fuoco sotto una teiera. Elisabeth resta attonita, poi il pensiero corre alla figlia.
La chiama, più per scrupolo che per altro. Ma non risponde nessuno, solo la segreteria telefonica. Col passare delle ore l’angoscia aumenta, si succedono i tentativi di contattare la figlia, finché Elisabeth decide di lasciare la sua isola al largo della Normandia e partire per Londra.
Altrove, più tardi si saprà che siamo in Francia, un uomo di colore, che recita il corano, e per caso si chiama Ousmane, inizia il suo pellegrinaggio che, dai boschi silenziosi e ammalati, lo porterà a Londra in cerca del figlio, anche lui irreperibile dal giorno dell’attentato.
Due persone comuni – che vivono sole e hanno alle spalle storie differenti, che professano la propria fede con discrezione e parlano a fatica – iniziano un cammino che li porterà prima a incontrarsi, poi a scoprire che i loro figli si conoscevano e, infine, a rispettarsi e comprendersi. Un percorso lungo, pieno di ostacoli: la diffidenza reciproca, il rendersi conto di non sapere chi siano e cosa facciano i propri figli, il temere persino che siano direttamente coinvolti nell’attentato.
Un crescendo di intimità che segue di pari passo il susseguirsi delle vicende che coinvolgono chiunque sia alla ricerca di persone scomparse: la denuncia alla polizia, l’affissione dei volantini, le informazioni chieste a vicini e conoscenti.
E poi, a ritroso nel tempo, la ricerca attonita e disperata nella vita che i figli conducevano: le lezioni che frequentavano insieme, le persone che incontravano e, infine, la visita agli ospedali, agli obitori, il rincorrere una traccia qualsiasi pur di sapere finalmente la verità, qualunque essa sia.
A dirigere gli attori, il regista parigino di origine algerina, Rachid Bouchareb che, con mano delicata, non indugia mai nel sentimentalismo né scade nel mélo. La società dipinta è quella di Ken Loach: multi-etnica e multi-culturale, ma con una classe lavoratrice che non sente l’esigenza di rivendicare qualcosa, quanto di sentirsi un insieme di persone che vogliono integrarsi e comprendersi.
I due protagonisti sono bravissimi nell’esprimere in poche parole un intero vissuto. La vedova British middle-class che scopre di appartenere a un Paese dove la figlia ha deciso di studiare l’arabo per capire meglio il suo ragazzo; l’africano di colore emigrato in Francia che non vede il figlio da quando aveva sei anni e adesso vorrebbe tornare a casa con lui.
Solitudini a confronto. Nessun compiacimento, nessuna velleità attorale, nemmeno da parte di un artista come Sotigui Kouyaté che, anzi, sembra ricreare intorno a sé Lo spazio vuoto. Forse quello stesso stato che il regista Peter Brook preconizzava e riusciva a suscitare in spettacoli-fiume, come il Mahabharata, interpretati proprio da Kouyaté.
E il fiume ritorna prepotentemente. Come immagine di quel brulichio di vita che fin dall’epoca elisabettiana affolla le sponde del Tamigi; come simbolo di quel mescolarsi di acque che, pur provenendo da fonti diverse, sfoceranno insieme nel mare; come luogo di Siddharta memoria lungo il cui corso ci siederemo un giorno.
Simone Maria Frigerio, da “persiinsala.it”

C’era una volta, per l’America, l’11 settembre, col suo carico di paure, rimpianti, incomprensioni e xenofobia strisciante. Quello che per gli USA sono state le Twin Towers, per l’Inghilterra è stato King’s Cross, il 7 luglio del 2005: tre bombe in metropolitana e su un bus uccisero più di 50 persone. Rachid Bouchareb – che prima con Indigénes e poi con Hors la loi – ha suscitato scandalo in Francia, va a Londra per cercare di vedere il dramma del terrorismo negli occhi di due genitori. Elizabeth è una donna inglese che vive in campagna, sola coi suoi animali; Ousmane è un forestale francese che ha lasciato la sua famiglia 15 anni prima. Quando dopo le bombe a Londra, i loro figli sono dispersi i due partiranno per la capitale inglese per cercarli. Dramma sociale e familiare, ma soprattutto personale, scritto dal regista con Olivier Lorelle e Zoé Galeron puntando sugli scontri e gli incontri tra personaggi che, cautamente, assurgono a emblemi.
Aperto da un confronto tra le religioni dei due protagonisti, il film più che concentrarsi sulle differenzi confessionali o culturali di due mondi, va alla ricerca di un’interiorità più profonda, raccontando il percorso di due individui, simili e opposti, per conoscere e capire l’ignoto che li circonda e che spesso è in loro stessi. E Bouchareb racconta questa ardua, doppia ricerca con uno stile attonito che rende lo stupore dei personaggi, usando intelligentemente la tv tanto come specchio del dolore quanto come traccia della retorica del dolore. Per questo è molto intelligente la scelta della sceneggiatura di giocare sulle sfumature dei personaggi, sulle sovrapposizioni e le divergenze appianabili (l’amore per la natura) e annulla le parole e le debolezze della società di fronte alla tragedia con una scena di soave magniloquenza come quella del silenzioso “fermo-immagine” al ricordo delle bombe. Parte fondamentale della riuscita del film è la recitazione dei protagonisti: e se su Brenda Blethyn (indimenticabile nel capolavoro di Leigh Segreti e bugie) si può scommettere a scatola chiusa, sorprende la quieta risolutezza di Sotigui Kouyaté, un attore in sottrazione che assume in sé l’atemporalità degli alberi che cura.
Emanuele Rauco, da “radiocinema.it”

Con “London River” Rachid Bouchareb rimane fedele a se stesso, infatti anche questa è una pellicola sull’incontro delle diversità. Il film, ambientato nel luglio 2005, in una Londra devastata dagli attentati, mostra la strenua ricerca della figlia da parte di Elizabeth, una donna inglese, vedova di un militare, che vive in una delle isole inglesi coltivando la terra e allevando animali. Sua figlia, come tante coetanee, si è trasferita a Londra per seguire i corsi universitari, e dopo gli attentati non ha più dato notizie. Anche Ousmane cerca suo figlio, che non vede dall’età di sei anni, quando dall’Africa è andato in Francia per lavorare, accettando di vivere lontano dalla famiglia pur di poterla mantenere. I due si incontrano, e inizialmente sono le loro diversità ad avere il sopravvento, ciascuno ha un’idea preconcetta dell’altro, creata dai luoghi comuni che ci portiamo dentro, a volte inconsapevolmente, erigendo una barriera invalicabile tra noi e chi all’apparenza non ci somiglia. Ma la paura di aver perso qualcuno che si ama è un sentimento comune a tutti, senza distinzione di razza o religione. Così i protagonisti giungono ad un livello emotivo superiore, dove l’unica cosa a dominare è la carica umana dei singoli, capace di valicare qualsiasi muro. Elizabeth e Ousmane sono solamente una madre e un padre disperati alla ricerca dei loro figli. Il film lascia spazio alla meditazione, ad una profonda riflessione sul dolore, e sulla condivisione dei sentimenti. I due protagonisti, come recita una battuta della Blethyn, in realtà non hanno poi vite così diverse: cultura, religione, politica, ci modellano, ma non ci rappresentano come individui, sono i nostri sentimenti, le nostre emozioni a farlo. Certo il tema è complesso, perché spesso la nostra formazione ci impedisce di vivere a pieno alcune emozioni, ma il regista mostra come, nell’ordinaria quotidianità, ciò che ci contraddistingue sono gli affetti. Tante pellicole parlano di tolleranza e di integrazione, questa di Bouchareb, che ha anche ideato il soggetto e curato la sceneggiatura, pone l’attenzione sul piccolo mondo che creiamo attorno a noi, per proteggerci, per non correre rischi. La Londra che fa da sfondo alle vicende è mostrata multietnica, è il singolo, nella fattispecie Elizabeth, a provare disagio, amarezza, nel vedere il quartiere dove viveva la figlia. Solo il dolore, la sofferenza, le faranno cambiare prospettiva. Nella pellicola poi è vivo il confronto tra la vita essenziale che fanno Elizabeth e Ousmane nelle loro normali occupazioni, a contatto con la natura, e la frenesia cittadina, anche questo un interessante spunto di riflessione. Brenda Blethyn e Sotigui Kouyaté, quest’ultimo premiato con l’Orso d’Argento per questa interpretazione, lasciati liberi dal regista anche di improvvisare, hanno dato alla storia intensità, le hanno regalato un’anima. “London River” non è una storia facile da digerire, il dolore e la sofferenza non lo sono, soprattutto se causati da scelte folli e incomprensibili, che hanno segnato la vita di tante persone.
Maria Grazia Bosu, da “ecodelcinema.com”

Andrebbero ricordati più spesso questi atti terrorstici, di solito sovrastati da quello che fu il più cruento fra tutti alle Torri Gemelle di New York l’undici settembre del 2001. Gli atti di cui si parla sono quello di Madrid e, naturalmente, quello di Londra del luglio 2005. Ed è proprio il caso di dirlo: meno male che c’è il cinema. Se no si rischierebbe di farli cadere nel dimenticatoio, come un capitolo chiuso, un ricordo cosumato dalla collettività.
Allora è più che giusto che, anche se in maniera romanzata, fra dieci o venti anni guardando un film come London River – o Sunday Bloody Sunday o Nel Nome del Padre, giusto per fare alcuni titoli- le future generazioni possano dire: “Ah, ma a Londra è successo anche questo”. Facendo diventare il film una sorta di scatola del tempo da aprire non solo quando si vogliono conoscere i dati storici, ma anche l’effetto, il cambiamento, sulle persone che alcuni avvenimenti hanno causato.
Nel luglio del 2005 più di cinquanta persone persero la vita per degli attentati su alcuni autobus, i famosi Double Decker, e sulla metropolitana della capitale inglese. Attentati di natura non cattolica, ma ugualmente religiosa, se si può dire così, che continuano a mettere in contrasto due credi: quello cristiano e musulmano.
Purtroppo, sia nel bene che nel male, queste crudeltà hanno però avvicinato di più, ed in alcuni casi allontanato, questi due mondi. Si è cominciato a discutere, ad interrogarsi, a cercare di capire, farsi un idea delle varie distanze fra le due religioni. Atteggiamenti fino a poco tempo fa totalmente inesistenti.
London River, del francese di origine marocchina Rachid Bouchareb, tratta proprio questo aspetto: quello fra due credi, due modi di vivere. Il regista racconta la storia di due persone lontane tra loro che capiscono di essere, fondamentalmente, vicini, uguali; alla fine, la stessa persona, con le stesse insicurezze, le stesse esigenze.
Grazie a questo atroce atto terroristico le vite di Elzabeth e Ousmane si cominciano a studiare come se fossero ad un incontro di boxe: si guardano, si scrutano, si sferrano i primi colpi per poi, alla fine, ricongiungersi in un abbraccio struggente.
Rachid Bouchareb usa il dolore per cominciare il tragitto di due culture che devono per forza confrontarsi per sopravviverne indenni alla mostruosità della storia.
Se si può fare una critica a London River è, forse, il ritmo un po’ troppo faticoso della prima parte, quasi ripetitivo. E’ vero che é difficile trattare un argomento così delicato senza risultare retorici, però è anche vero che se si arricchiva di qualche altro episodio in fase di sceneggiatura il film ne sarebbe uscito più vincente. Ma va bene anche così, London River serve soprattuto per ricordare non solo l’evento storico, ma anche il dovere di allargare le menti; di cercare di fare un passo di più per capire, senza preconcetti ed inutili ipocrisie.
Marco Massaccesi, da “filmfilm.it”

Il grande dramma di Londra
La regista franco-algerina Rachid Bouchareb costruisce una storia attorno ai tragici fatti che sconvolsero Londra il 7 luglio 2005. Nella capitale britannica, ancora scossa dalle esplosioni, si muovono una donna inglese, interpretata da Brenda Blethyn, l’indimenticabile protagonista di Segreti e bugie, e un anziano signore africano residente in Francia, impersonato da Sotigui Kouyaté, attore prediletto da Peter Brook. Sono entrambi alla ricerca dei figli di cui non hanno notizie.

“Abbraccia tutto il mondo per me”
La Bouchareb è un’autrice dal respiro cosmopolita, basti pensare che ha realizzato un film sul Vietnam di produzione algerina, Poussières de vie (1995), la cui opera è tesa a promuovere il dialogo interculturale. Dà una rappresentazione, anche fin troppo ostentata, di una Londra multietnica, un vero e proprio melting pot dove si susseguono insegne di negozi e di rosticcerie in tutti i caratteri, dove non ci si stupisce se l’impiegato di un’agenzia viaggi porti il turbante. È un mondo dove la convivenza è pacifica e dove tutti sono gentili e si prodigano di aiutare i protagonisti nella loro ricerca. E quando vediamo i membri del centro islamico distribuire gli elenchi degli ospedali dove sono ricoverati i feriti, capiamo che il terrorismo che deriva dal fanatismo religioso può mietere vittime anche tra la comunità dei musulmani.
Il film è incentrato sui due protagonisti, le cui storie personali presentano molte analogie. Entrambi sono persone la cui esistenza è stata condizionata da eventi storici e sociali, molto più grandi di loro. Lei ha perso il marito nella guerra delle Falkland, lui è stato costretto a emigrare in Francia senza poter più vedere il figlio. Entrambi hanno scelto un’esistenza lontana dal centro del mondo e della Storia, anche se poi finiscono per esserne inevitabilmente risucchiati. Lei vive su un’isola nella Manica, dalle scogliere a picco sul mare, coltivando l’orto e allevando asini. Lui fa la guardia forestale tentando invano di preservare gli olmi. E le loro vite rimarranno indissolubilmente legate dalla vicenda dei figli. Vanno evidenziate, a questo proposito, due scene tra loro speculari. La donna si rivolge alla polizia e si trova di fronte un’impiegata di colore, l’uomo invece chiede aiuto a un centro islamico. Le situazioni sono identiche, fin nelle espressioni dei volti, e riprese con uguali campi/controcampi. Si tratta dell’unico virtuosismo di regia in un film girato complessivamente in modo semplice ed essenziale.
L’accettazione della relazione dei figli e il superamento dell’iniziale diffidenza della madre per un rapporto interreligioso rappresentano un inno alla convivenza e alla comprensione, il punto chiave del film. Per un momento i protagonisti, e noi con loro, sono presi dal dubbio che i due ragazzi possano essere stati implicati negli attentati. Ma così non è. Il film si mantiene rigorosamente sul piano del romanzo storico: la vicenda di finzione si insinua nelle pieghe della cronaca senza mai alterarla. Viene quasi il dubbio che sia tratto da fatti realmente accaduti.
London River è un film semplice e dalla lettura immediata, e questo rappresenta un pregio e al contempo un difetto. Si tratta di un’opera volutamente a tesi, con alcune situazioni un po’ scontate. La narrazione comunque non è mai prevedibile nei suoi sviluppi. In fondo la regista riesce a rendere partecipi gli spettatori del pathos della situazione e dell’angoscia dei personaggi, e questo non è poco.
Giampiero Raganelli, da “spaziofilm.it”

London River
Dopo gli attentati terroristici del 2005 a Londra, Elizabeth, una donna inglese (Brenda Blethyn), e Ousmane, algerino trapiantato in Francia (Sotigui Kouyatè), cercano disperatamente i loro figli. Non sanno se sono stati coinvolti nell’esplosione perché in realtà delle loro vite conoscono ben poco. La ricerca comune li fa incontrare e li avvicina, ben presto scopriranno che nonostante le numerose differenze, hanno moltissime cose in comune.
Il film di Rachid Bouchareb, come lo stesso regista tiene a precisare, non è un film sugli attentati terroristici ma vuole raccontare l’incontro tra culture diverse. Infatti, all’inizio del film i due protagonisti sono mostrati nel loro ambiente in maniera parallela: il lavoro, la religione, il modo di porsi verso gli altri.
Le differenze tra i due sono moltissime a partire dalla fisicità opposta degli attori: sottile e solido Ousmane, volitiva e irrequieta Elizabeth. I protagonisti diventano in parte simbolo della cultura occidentale e musulmana a confronto; il rapporto tra i due si caratterizza prima con la diffidenza e il pregiudizio che molti hanno verso le cose nuove o diverse, poi proprio il dolore e la ricerca che li accomuna insegneranno loro che, nonostante le diversità, la natura umana è sempre la stessa e i sentimenti, il dolore che si provano sono uguali per tutti.
In “London river” si nota il punto di vista di Bouchareb che sottolinea la paura e la chiusura dell’occidente nei confronti dei musulmani dopo i vari attentati terroristici dal 2001 in poi. Infatti mentre Elizabeth è quella che all’inizio è più spaventata e frenata dai pregiudizi e quindi connotata negativamente, Ousmane è un personaggio poco comune, caratterizzato da saggezza, calma e generosità, ma entrambi hanno l’intelligenza di superare il primo impatto e di cominciare a conoscersi. Anche se la morale del film è più che sfruttata al cinema come in letteratura, è da tenere sempre presente, perché siamo lungi dal vincere il razzismo.
Bouchareb dà un taglio quasi documentaristico al film, la macchina da presa segue attentamente i protagonisti nei piccoli gesti quotidiani, come la rottura della tracolla della borsa di Elizabeth o le abluzioni mattutine di Ousmane. I piccoli gesti, gli sguardi insegnano molto dei personaggi e della loro cultura, merito anche della bravura degli attori intensi ma sempre estremamente naturali.
La pellicola offre tanti spunti di riflessione, non solo sul razzismo e i preconcetti dell’uomo, ma anche sul rapporto tra genitori e figli e sulla ricerca del modo per affrontare il dolore e le avversità della vita.
La frase: “La vera felicità è amare la vita, non ci dobbiamo abbandonare alle cose brutte”.
Ilaria Ferri, da “filmup.com”

Oltre che una fotografia sobria su un recente capitolo nero della storia di Londra, il film di Bouchareb rappresenta una delicata riflessione sul tema del razzismo che ci tiene distanti dal nostro vicino, rischiando di allontanarci anche quando ci sarebbe bisogno di stringersi nello stesso dolore.
Gli ospiti in attesa
La tragedia del clamoroso attentato terroristico del 7 luglio 2005 a Londra rivive nel toccante London River, scritto e diretto con estrema delicatezza dal francese Rachid Bouchareb. La sua intuizione vincente è quella di parlare di un tragico evento di fresca memoria, utilizzandolo come pretesto per allargare il discorso ai pregiudizi e a quell’ignoranza che tiene gli esseri umani distanti. Il punto di vista prescelto per ricordare gli attentati ai danni dei mezzi di trasporto della capitale inglese, che fecero 56 vittime e ferirono oltre 700 persone tra metro e bus, è quello di due genitori alla ricerca dei propri figli scomparsi. Una contadina vedova, proveniente da un’isoletta inglese, senza più notizie della figlia dal giorno della tragedia, e un africano trapiantato a Parigi, sbarcato nella metropoli londinese per ritrovare il giovane figlio, si ritrovano per caso a confrontarsi nel dolore di un dramma comune.
Brenda Blethyn e Sotigui Kouyate in una scena del film London RiverSarebbe potuta risultare facilmente ricattatoria una pellicola che va a infilarsi nelle pieghe di una simile disgrazia, che come l’11 settembre americano ha cambiato per sempre il volto di Londra, capitale multiculturale d’Europa colpita al cuore e destinata anch’essa a tremare per la mancanza di sicurezza. Invece il film di Bouchareb sa maneggiare con grande sensibilità il dramma, affidandolo ai primi piani dei due meravigliosi protagonisti. In particolare, Brenda Blethyn si cala con intensità in un personaggio profondamente umano, che esprime nello stesso tempo la fragilità di una madre sola di fronte alla disperazione provocata dalla scomparsa della figlia e la determinazione di chi spera che non tutto sia ancora perduto e si attiva per ottenere delle certezze. L’umanità del personaggio sta però anche nei suoi pregiudizi razzisti di donna lontana dal melting pot della metropoli, costretta a scontrarsi con una diversità di cultura e religione a cui non è preparata.
Brenda Blethyn in una scena del film London RiverIl percorso di ricerca dei due personaggi si fa talvolta straziante, quando la solitudine unita all’impotenza di fronte alla mancanza di certezze tiene i due in un limbo di preoccupata attesa. Faticando a superare le barriere culturali, anche fare della speranza un sentimento comune diventa improbabile e l’ansia crescente per la sorte dei figli dispersi gonfia dentro sentimenti contrastanti. Bouchareb screzia però di un leggero umorismo il film, ma alcune soluzioni di sceneggiatura paiono troppo semplicistiche, come quando d’improvviso l’ottimismo prende il sopravvento e i due genitori s’illudono nel lieto fine. Le incertezze dello script non inficiano però il risultato finale: oltre che una fotografia sobria su un recente capitolo nero della storia di Londra, London River rappresenta una garbata riflessione sul tema del razzismo che ci tiene distanti dal nostro vicino, rischiando di allontanarci anche quando ci sarebbe bisogno di stringersi nello stesso dolore.
Massimo Borriello, da “movieplayer.it”

Forse non tutti, a meno di essere inglesi, ricorderanno la data del 7 luglio 2005, che tra l’altro al cinema non è stata neppure ricordata in maniera significativa: giorno tragico in cui quattro kamikaze islamici uccisero nella metropolitana londinese e su un autobus cinquantasei persone e ne ferirono altre settecento circa. Il film del francese Rachid Bouchareb si occupa di questo fatto in una maniera parallela, raccontando l’ansia di due genitori completamente diversi che non hanno notizie dei figli dopo aver visto alla tv gli effetti devastanti delle esplosioni.
La madre, una contadina delle isole della Manica che vive con i suoi asini (è l’apprezzata e brava attrice – anche a teatro – Brenda Blethyn), parte subito lasciando al fratello Edward la fattoria per Londra, mentre l’altro protagonista è un padre di colore, islamico, che vive in Francia come guardiaboschi. Le loro strade tanto lontane incominciano a incrociarsi con la ricerca disperata dei figli. La signora Sommers non vede di buon occhio il signor Ousmane (il filiforme attore Sotigui Kouyaté) di cui inizialmente ha timore e di cui non si fida; quando scoprono che i rispettivi figli avevano una relazione, i due si avvicinano e si confidano mentre disperati si chiedono dove siano finiti i loro ragazzi.
Bello ed intelligente questo non lunghissimo film (circa 90 minuti) che in uno stile alla Loach scava nelle paure e nelle ansie dei londinesi dopo il terribile fatto. Ci mostra una società profondamente turbata e degli islamici gentili oltre misura, quasi a volersi scusare per quanto accaduto per colpa di persone della loro nazione o etnia con cui non vogliono avere nulla a che spartire. A un certo punto Ousmane si chiede anche se il figlio non abbia potuto essere uno dei kamikaze: l’insicurezza è tanto elevata che non vengono neppure solidificate le sicurezze verso la propria prole, una delle cose più terribili, peggiore della possibile morte stessa.
La vicenda della madre e del padre è solidamente sviluppata senza l’ausilio di una colonna sonora, di una sceneggiatura lacustre e piena di miele; non viene un moto di commozione ma più di rabbia nel vederlo, dato che le autorità sembrano impotenti a dare risposte in tempi brevi e costringono i privati cittadini a fare indagini personali, a rimanere in attesa, a fare continui viaggi di speranza negli ospedali oppure a tremendi sopralluoghi nei gelidi obitori per i riconoscimenti dei cadaveri.
Un dramma-film potente, significativo ed emozionante, realizzato con una correttezza encomiabile da un autore rispettoso dei canoni del film-verità e che vuole mostrare una mano tesa tra le comunità, che vengono colpite entrambe senza distinzione dal fanatismo estremo, dalla cieca violenza e dall’odio. Non perdetelo, perché sarebbe un vero peccato: messaggi di concordia e contro il razzismo tanto pregni non se ne vedono spesso di questi tempi.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.com”

La notizia dei terribili attentati di matrice islamica che hanno insanguinato Londra nel luglio 2005 è trasmessa dalla televisione. Elizabeth si preoccupa subito per la figlia, che vive lì e non sente da qualche giorno. Giunge nella capitale e più prosegue la sua ricerca, più capisce di non conoscere la figlia. Ousmane vive in Francia e non vede il figlio da quindici anni, da quando ha lasciato l’Africa. Anche lui raggiunge Londra per cercare il figlio esule. Dopo i primi pregiudizi, il destino dei due genitori è unito dall’ansiosa ricerca dei figli scomparsi…
Rachid Bouchareb, regista d’oltralpe noto per pellicole ben più movimentate di questo London River (Days of Glory, Hors-la-loi), dirige qui un film lineare e robusto nella sua semplicità che è al contempo dramma pubblico e privato: l’amore al tempo dell’odio religioso. Per farlo il regista si affida ai volti: il volto della splendida Brenda Blethyn, bravissima a ritrarre una vedova e mamma, donna comune con tutti i suoi pregiudizi, e il volto solenne di Sotigui Kouyaté, che per questa interpretazione si è visto assegnare l’Orso d’argento come miglior interprete a Berlino.
Una solennità che si trasforma in esperienza dolente. Non si vuole anticipare nulla, ma dato che il finale è anche fin troppo programmatico, ai due, guardia forestale lui, contadina lei, non resterà che dedicarsi ai frutti della terra. C’è una dimensione panica che trascende il momento storico, tutto il resto è un miraggio. Consigliato per una riflessione sulla sterilità del nostro presente.
Tullio Di Francesco, da “nouvellevague.eu”

Non ha, Londra, un Ground Zero da rimpinzare per colmarne la voragine, né uno skyline sdentato da rimpiangere quando la si guarda da lontano. Eppure non meno profonda di quella di New York è la cicatrice che la attraversa tutta e che unisce tra loro i punti in cui, quel maledetto 7 luglio del 2005, quattro esplosioni la fecero sussultare. E se entrambe le città hanno cercato di elaborare il lutto attraverso la rappresentazione stessa della tragedia, gli Stati Uniti sembrano preferire i racconti corali, che non disdegnano la denuncia ma nemmeno gli ingombranti effetti speciali (World Trade Center e United 93). La Gran Bretagna, invece, sembra riconoscersi meglio in storie più intimiste, personali, quasi private. È il caso, per esempio, di pellicole come Senza apparente motivo o London River. Protagonisti di quest’ultima, infatti, sono la madre e il padre di due ragazzi scomparsi subito dopo le bombe. Lei, Mrs. Sommers (l’eccellente Brenda Blethyn di Segreti e bugie) è bianca, protestante, britannica di origine fieramente britannica. Lui, Ousmane, è invece nero, africano naturalizzato francese, e per di più musulmano. Nessuno dei due conosce realmente i rispettivi figli, solo che lui ne è consapevole, lei no. Perché Jane e Alì, all’insaputa dei relativi genitori, non solo vivono insieme ma si amano anche. La verità – sconvolgente e destabilizzante – verrà a galla proprio in seguito all’attentato (che come evidenzia bene il regista, Rachid Bouchareb, colpisce gli stessi musulmani) e grazie alle ricerche che i due – in una escalation di ansia e angoscia efficacemente resa – effettueranno. Dapprima individualmente (per la diffidenza di Mrs. Sommers verso il mondo musulmano, con cui d’altro canto il primo contatto è stato il “salam”, cioè “pace”, porto da un vicino di casa); poi, insieme, (sulla falsariga di L’ospite inatteso), quando ormai è evidente come i loro destini siano fatalmente intrecciati. Del resto, il film si era aperto proprio con un salmo di Matteo: «Ama i tuoi nemici e prega per quelli che ti perseguitano».
Erica Re, da “filmtv.it”

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