L’amante inglese

Una sera, in un cinema, nel 1981: sullo schermo, due amanti si rincontrano dopo otto anni. Sono nel parcheggio sotterraneo di un supermercato, si baciano e lei cade a terra, svenuta. In sala, il pubblico rumoreggia. La passione degli altri, a volte, può far paura e allora la si schernisce. Il film era La signora della porta accanto di François Truffaut.
L’amante inglese, ma è forse meglio utilizzare il titolo originale, Partir, è un film che rischia la stessa sorte: la forza inconsueta della passione provocherà in alcuni imbarazzo e rifiuto.
Nella Francia di oggi. I figli sono ormai grandi, il ménage di casa consolidato quando Suzanne (inglese di nascita) decide di riprendere a lavorare e di ristrutturare la piccola casa in fondo al giardino per poterne fare uno studio di chinesiterapia. Il marito, un medico affermato, stigmatizza ma finanzia questo nuovo gioco della moglie. Per i lavori, l’impresario chiama Ivan, operaio catalano, disposto a lavorare in nero e con una macchia nel passato per qualche bricoles. Tra Ivan e Suzanne esplode la passione.
Non è cosa facile rappresentare l’estremo, nell’amore. Catherine Corsini (Les Ambitieux, Festival di Roma 2006) ci riesce. Costruisce un melodramma asciutto e rigoroso, una storia senza compromessi per un’eroina che coglie, al di là della ragione, ciò che la vita sorprendentemente ancora le offre. Dà corpo all’amore e al desiderio; lo rende esplicito attraverso le nudità imperfette, di pieghe, spigoli e abbondanze, di Kristin Scott Thomas (Il paziente inglese, Ti amerò per sempre) e di Sergi Lopez (Una relazione privata, Ricky). La fotografia di Agnès Godard (La vita sognata dagli angeli, Nuovomondo) riproduce la potenza della pittura di Egon Schiele, con abbracci di carne capaci di contenere il piacere, l’abbandono e la disperazione. Una passione ben lontana da una rappresentazione patinata e glamour.
L’amante inglese con il sopraccitato film di Truffaut ha indubbiamente dei punti di contatto, e non solo perché la regista ha “rubato” alcuni brani di Georges Delerue composti per la colonna sonora. E’ l’atmosfera di apparente, radioso, benessere che li accomuna: la banalità e la ripetizione del quotidiano che nasconde una soffocante rassegnazione interrotta dal colpo di scena di un incontro. Sono le partite a tennis, un’elegante casa, la forza dell’emozione che fa svenire e la rinuncia dell’amore che fa ammalare, è il colpo d’arma da fuoco che si ode nella notte. Nella scrittura filmica della Corsini la misura della passione è nella differenza di classe: Suzanne, a cinquant’anni, è disposta a tutto, a rinunciare ai privilegi di un matrimonio borghese per una nuova vita con l’amante proletario. Discende la scala sociale nutrita da una passione che la coglie di sorpresa e a cui si abbandona con naturalezza; e al melodramma si sovrappone la dimensione politica. La violenta impotenza di un marito, interpretato da Yvan Attal (Les Regrets), si scatena per annientare e per costringere la moglie al rientro in seno alla normalità dettata dalle convenzioni borghesi. L’uomo ferito nell’orgoglio di maschio dichiara guerra alla madre dei suoi figli, utilizzando tutti gli strumenti che gli derivano dal suo status per indurla alla resa, mettendo in luce come, ancora oggi, una donna possa essere ostaggio all’interno dell’istituzione matrimoniale, e non tutelata qualora decida di andarsene.
Catherine Corsini fonde l’eccezionalità di una passione estrema con la verosimiglianza dei personaggi: un uomo e una donna comuni. Riesce a farlo anche grazie all’intensa interpretazione di Kristin Scott Thomas, dalla bellezza spigolosa e un po’ sfiorita, capace di illuminarsi d’amore e di Sergi Lopez, corpo, sguardo e sentimento.
Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Il titolo francese è “Partir”, ovvero “andare via”: un titolo sicuramente più significativo e meno furbo rispetto a quello scelto dalla distribuzione italiana, dal vago sentore truffautiano, che omaggia (inconsapevolmente?) Marguerite Duras. Scelta del titolo a parte (ma è un argomento che ci sta sempre particolarmente a cuore), il film di Catherine Corsini è una storia d’amore poco convenzionale ma molto intensa e coinvolgente, che ha dalla sua una straordinaria Kristin Scott Thomas, che già avevamo apprezzato in terra francese soprattutto nel bellissimo “Ti amerò sempre” (“Il y a longtemps que je t’aime”) di Philippe Claudel.
Suzanne, una donna inglese che vive da anni a Nîmes, in Francia, passa le giornate in una sorta di prigione dorata: una routine quotidiana asfissiante e noiosa, un marito ricco che può comprarle tutto, ma non le emozioni. Queste le premesse che spingeranno Suzanne tra le braccia di un operaio spagnolo, Ivan: quella che sembra una piccola avventura si trasforma in una passione sfrenata, l’occasione per la donna inglese di riprendere in mano la sua vita e lasciarsi tutto alle spalle pur di tornare a essere se stessa, anche se ciò dovrà comportare una rovinosa distruzione del suo mondo circostante.
Quando il desiderio irrompe nella vita quotidiana non c’è più nulla di certo: al cuore non si comanda, sembra voler dire la regista, che ci offre una visione dell’amore a metà strada tra la tragedia greca e i classici della letteratura russa, spiazzando lo spettatore con un finale particolarmente estremo. In realtà ciò che Catherine Corsini sembra voler dire è l’importanza di vivere delle proprie emozioni, anche se queste comportano un prezzo alto da pagare. Si ha come l’impressione che da un caldo abbraccio sotto il sole si levi una voce che urla: «e voi, cosa siete disposti a fare?».
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

L’amor fou, sentimento folle che scava nel solco dell’instabilità umana portando spesso alla luce malesseri psicologici più profondi, è una costante nella produzione francese, letteraria o cinematografica, da sempre fucina di opere affini al tema dell’amore irrazionale. Dalla Madame Bovary di Flaubert, passando per La signora della porta accanto di François Truffaut (film che la regista Corsini sfrutta anche per costruire la trama musicale del suo lavoro), per arrivare alla produzione coeva, nella quale s’inserisce anche quest’ultimo L’amante inglese (più felice la scelta del titolo originale Partir) della semisconosciuta Catherine Corsini, sono moltissime le opere che sondano il terreno impervio della fragilità sentimentale. E in effetti il cinema francese sembra rappresentare, meglio e più intensamente di altri, quello sgretolarsi della ragione in virtù dell’emozione che quasi sempre sfocia nella parabola drammatica per eccellenza, la via del cuore alla follia. La regista d’oltralpe affronta dunque una tematica per nulla nuova al grande schermo, con sguardo femminista sotteso di inquietudine, inseguendo nella carica passionale dei suoi protagonisti una rilettura del dramma, ma inserendo altresì assunti classici, che si collocano nell’alveo della cultura ottocentesca e che abbracciano in parte anche l’epoca moderna. I costumi bigotti di una borghesia insipida e saccente, il ruolo di subordinazione della donna, economico e non solo, il romanticismo venato di malinconia tipico di certe storie maledette, e la forza travolgente di grandi icone femminili sulla falsa riga di Anna Karenina o della stessa Bovary. Il tutto viaggia sui binari logori di un stato d’animo che rifugge dalla razionalità per rincorrere invece il flusso tempestoso del rapporto senza mezze misure, che si consuma in un frenetico sgommare di macchine e cuori impazziti, dove l’unica vera massima è nec tecum nec sine te.
Gabbie dorate
Suzanne (Kristin Scott Tomas) è una donna che ha lasciato fin da giovane l’Inghilterra per trasferirsi in Francia, dove ha conosciuto e sposato un medico, borghese e conservatore. La sua vita, una dimora con ogni comfort e vestiti rigorosamente griffati, si tinge di toni sempre più sbiaditi man mano che il tempo passa, i due figli (ormai adolescenti) crescono, e lei si sente sempre più imprigionata in una gabbia dorata dove ogni decisione è già stata presa al posto suo e la sua libertà è relegata nella claustrofobia di quelle mura, tappezzate di quadri d’autore. Per assecondare il desiderio di Suzanne di riprendere l’attività di fisioterapista, non senza farle pesare la cosa, il marito Samuel (Yvan Attal) farà rimettere a nuovo un locale della casa che dovrebbe trasformarsi nello studio della moglie. Ma galeotto sarà quel lavoro di ristrutturazione che metterà Suzanne di fronte a Ivan (Sergi Lopez), due anime sole (inglese lei, spagnolo lui) in una terra straniera. Disperatamente in fuga dalla sua vita repressa, Suzanne vedrà nel rude manovale con passato e presente molto turbolenti, la sua unica via di fuga da un’esistenza soffocante.
Una tragedia annunciata
Un percorso annunciatosi infido, ma che Suzanne affronterà con caparbietà e naturalezza, incurante dei risvolti funesti che le sue scelte comporteranno, sostenuta dalla sua determinazione, in partenza lucida poi sempre più offuscata, e da una passione fisica che di fatto supera il rapporto in sé, denunciando malesseri di vita molto più radicati, ai quali lei non vuole più soggiacere. Il timido approccio iniziale (forse una tra le scene migliori, in cui nel buio della strada assistiamo al primo avvicinamento, imbarazzato e indefinito di corpi che si sfiorano soltanto) non è che il prologo di quello che sarà il prosieguo follemente fisico del loro rapporto. Rapporto che, ovviamente, sarà osteggiato con ogni mezzo – soprattutto economico – dal potente marito, incapace di accettare il rifiuto della ‘sua donna’. Da quel punto in poi l’evolversi è piuttosto scontato: il marito rappresenta il potere mentre loro sono due cuori senza nemmeno una capanna, costretti a fare i lavori più umili e poi infine a mercificare la loro dignità di esseri umani, riducendosi perfino a ‘rubare’ e svendere quadri e gioielli di Suzanne pur di sopravvivere. E se la tragedia annunciata aleggia nell’aria sin dalla prima scena, attraverso il riverbero di quello sparo che diventa indizio propedeutico a un finale atteso ma in qualche modo sorprendente, ciò che nutre il film è il senso di leggerezza e ostinata determinazione con cui Suzanne si riappropria della sua vita, trascinando Ivan in quell’amore folle che per lei significa salvezza.
L’amor fou très français
Merito della regista Corsini, che confeziona un’opera molto appetibile ai palati festivalieri, è sicuramente quello di narrare la storia con una regia asciutta, coadiuvata da una fotografia molto cruda e vivida, avvolta dalla luce della città di Nîmes, senza perdersi nei meandri del cliché drammatico, quindi senza enfatizzare, ma puntando invece su una messa in scena scarna e sul decadente realismo del rapporto, che si palesa anche attraverso la bellezza sfiorita (e quindi umana) di Suzanne. E infatti una delle punte di diamante del film è proprio l’interpretazione di Kristin Scott Thomas che, dismessi i panni dell’algida inglese che ha molte volte indossato (dagli esordi con la fragile Fiona di Quattro matrimoni e un funerale fino all’altezzosa Veronica Whittaker di Un matrimonio all’inglese) sfodera in questa prova il meglio della sua glaciale sensualità, mischiando bellezza eterea e fragile malinconia in un personaggio che è la vera forza motrice del film, risultando perfino più intensa del caliente Sergi Lopez, cha appare a tratti un po’ fuori parte. Piuttosto bravo anche Yvan Attal, nei panni del marito pedante, visto di recente in Les Regrets – altro film tres francais sull’amor fou – duettare con la Tedeschi Bruni in un ‘uroboro’ di passioni irrazionali, e che appare qui più incisivo che nel film di Cédric Kahn. Il ritmo narrativo è buono, sempre sostenuto da quel senso di disagio esistenziale, e rende l’opera generalmente scorrevole. Ciò che manca, però, è la consistenza strutturale dei personaggi che si riversa nelle loro scelte, elemento che invece costituiva l’anima di un film come La signora della porta accanto di Truffaut, un’ossessione mentale che si nutre scena dopo scena di piccoli dettagli e frasi sospese dal forte significato simbolico, in un climax narrativo vertiginoso. Concentrandosi al contrario sulla sola forza fisica del rapporto, peraltro molto ben tratteggiata, la Corsini perde di vista l’approfondimento del lato psicologico e mentale sia dei due protagonisti che del loro rapporto, lasciando la storia in balia di se stessa. Ivan sembra strappato di forza al suo mondo e proiettato in una relazione che forse neanche sente fino in fondo, una lacuna strutturale che non permette al film di veleggiare verso quel crescendo emotivo capace di giustificare il coup de théâtre finale. E di fatto non bastano l’intensità della Thomas, e le apprezzabili scelte stilistiche a colmare il vuoto interiore di certi passaggi narrativi, che rendono il film godibile ma un po’ altalenante, non riuscendo a coinvolgere in maniera significativa.
La pellicola della regista francese Catherine Corsini, intrisa di rimandi letterari e ispirata a icone femminili tipicamente ottocentesche, una fra tutte la Madame Bovary di Flaubert che condivide con la protagonista quella stessa voglia di emancipazione da un mondo che non le appartiene, tratteggia la storia di un’eroina tragica seguendo la linea drammaturgica classica della follia amorosa capace di proiettare nel mondo ‘fatato e fatale’ delle emozioni. La messa in scena è scarna, essenziale e insieme alla fotografia rievoca un realismo partecipe che, purtroppo, non trova riscontro in uno sviluppo psicologico attento dei protagonisti. Ne deriva un’opera gradevole, intensa in alcuni frangenti, ma che nel complesso non coinvolge come dovrebbe, visto anche il tenore del modello tragico cui s’ispira.
VOTOGLOBALE6.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Catherine Corsini ha rivelato che durante il montaggio di Partir – questo il bellissimo titolo originale tradito dall’italiano L’amante inglese – in alcune scene si poteva udire il battito del cuore di Kristin Scott Thomas. Noi spettatori non abbiamo avuto questo piacere, ma in compenso abbiamo visto il personaggio da lei interpretato – Suzanne, una donna sposata e con figli adolescenti travolta da insolita passione per Ivan, operaio spagnolo – avvampare emozionata o sbiancare improvvisamente per la paura, e abbiamo capito da una vena improvvisamente rigonfia sulla sua fronte che si stava innamorando di Ivan-Sergi Lopez. Sta in questo tipo di verità corporea la principale qualità del L’amante inglese, che non è certo il primo film a raccontarci l’amour fou, ma che lo fa in maniera inesorabile e soprattutto concreta.

In uno di quei rari momenti di verità che si fanno largo nelle crisi, durante uno scontro fisico con il marito, la protagonista dice: “So che vi faccio soffrire, ma non posso fare altrimenti…”: non è lei a tenere il timone della sua vita, è come posseduta da un desiderio che non le consente di far altro che trasformarla, abbandonando marito, figli e un’agiata esistenza di moglie borghese. La regia di Catherine Corsini e la recitazione di Kristin Scott Thomas rendono perfettamente questo aspetto trasformativo, rivoluzionario della passione, che è tale proprio perché rende passivi, lascia prevalere i sensi e il corpo a discapito delle volontà, delle convenienze, delle regole morali.

Suzanne e Ivan si innamorano faticando insieme sotto l’afa estiva, Ivan rischia di morire per salvarla da un incidente, Suzanne si accorge della sua disponibilità quando si ritrova a denudarsi in pubblico per una puntura di vespa, Ivan la guarda per la prima volta in quel modo mentre lei gli fa una puntura. Tutto avviene fisicamente, prima che i protagonisti riescano a percepirlo coscientemente. Ed è con questa sensibilità spiccatamente femminile per i segnali del corpo, con questa regia sensoriale, che il film ci avvince e conquista quella credibilità che ci fa accettare tutto quel che di molto romanzesco succederà dopo: la fuga, la lotta, la tragedia.

E’ questo che rende bello e originale L’amante inglese. Perché tutto il resto è Truffaut, è Chabrol e già lo sapevamo. La donna col fucile, l’arrivo dell’amante in casa, la follia d’amore che rende capaci di gesti, estremi, distruttivi, e perfino le musiche di George Delerue e Antoine Duhamel, dichiaratamente rubate a Finalmente domenica, La mia droga si chiama Julie, e a La signora della porta accanto. Ma Catherine Corsini ruba ai registi della Nouvelle vague così come loro avevano rubato a Hitchcock e Rossellini, con amore e inventiva, e per questo le si lascia passare anche un’operazione così spericolata e postmoderna come il riutilizzo pari pari delle colonne sonore di Truffaut.

Poi c’è il discorso dell’ottica femminile e persino moderatamente femminista, che indubbiamente caratterizza L’amante inglese e ci fa percepire con chiarezza la ricattabilità di una moglie senza indipendenza economica, l’assurdità di dover rimanere accanto ad un uomo detestabile per garantirsi la sopravvivenza materiale, il paradosso di ritrovarsi nullatenente dopo una vita dedicata ad una casa che legalmente, però, continua ad essere di proprietà del marito. Interpretato da Yvan Attal, quest’uomo è una figura di marito-padrone disposto a ricorrere anche ai mezzi più odiosi per “impadronirsi” nuovamente della moglie, il cui tradimento lo turba solo nella misura in cui intacca il suo status sociale e la sua sicurezza virile, non certo per motivi passionali-affettivi. Una figura forse un po’ macchiettistica nella sua monolitica cattiveria, che però fa risaltare il candore dei due amanti, che hanno il coraggio sventato e naif degli adolescenti ribelli. Alcuni comportamenti della donna sembrano incredibili, se si pensa che ci sono di mezzo anche due figli, ma “d’altronde i film – dice la Corsini – ci consentono di vivere quello che non permettiamo a noi stessi di sperimentare nella vita quotidiana”, e su questo non possiamo che darle ragione.
Giovanna Quercia, da “schermaglie.it”

Il coraggio di amare
Attraverso la passione tra la raffinata e ricca Suzanne e il rude manovale Ivan, la Corsini denuncia la vacuità di valori della società borghese ma rende anche giustizia alla forza trascinante del sentimento d’amore, capace di opporsi anche all’ineluttabilità del destino.
Il coraggio di amare
Un incontro inaspettato, una coincidenza fortuita, e improvvisamente quella che eravamo abituati a considerare una vita senza sbavature, magari anche felice, ci sembra opprimente, vuota, senza senso, e ci lascia spiazzati, a chiederci come avevamo fatto a non accorgercene prima, come avevamo potuto andare avanti per così tanto tempo in quell’illusione.
E’ quanto capita a Suzanne nel fare la conoscenza di Ivan: l’una, madre e moglie borghese, finalmente in procinto di riavviare la propria attività abbandonata anni prima in favore dei doveri coniugali, l’altro, schietto e rude manovale che si occupa della ristrutturazione del suo studio, sembrano non avere nulla in comune, eppure tra i due nascerà una fortissima attrazione, che ben presto prenderà la forma di un vero e profondo sentimento. Suzanne decide così di lasciare il marito, un ambizioso e volitivo medico che, incapace di credere che la moglie gli si sia ribellata, preferendogli oltretutto un proletario, le dichiarerà guerra mettendola economicamente all’angolo, rendendole impossibile non soltanto ricevere la sua parte del patrimonio di famiglia, ma anche trovare un nuovo impiego. L’amore sincero per Ivan, che per primo le restituisce la sua dignità, di persona e non di oggetto, e con il quale può essere finalmente libera di esprimere se stessa, infonde in Suzanne una nuova forza, che la porterà anche a scelte estremamente dolorose pur di difendere la sua nuova felicità.
Kristin Scott Thomas e Sergi López in una sequenza de L’amante ingleseL’amante inglese (in originale Partir, titolo ben più rispondente alla natura della pellicola, e che però, a detta della distribuzione, non avrebbe fatto altrettanto presa sul pubblico italiano) è un’epopea al femminile che, ripercorrendo il sentiero tracciato da opere immortali come Anna Karenina, L’amante di Lady Chatterley o Madame Bovary, descrive il destino tormentato di una donna che, dall’interno di una società borghese, ne sfidi valori e regole in nome della difesa e dell’affermazione dei propri sentimenti. Sebbene nella nostra contemporaneità il divorzio sia un evento che non scandalizza più nessuno, la regista denuncia, con una graffiante precisione che riesce a non sfociare mai nella cattiveria, come le cose si facciano ben più complicate quando entrano in gioco le differenze di ceto: oggi più che mai, dominati come siamo dalla dittatura dell’immagine, della materialità, del successo economico, l’onta di essere sostituiti con qualcuno di meno appetibile dal punto di vista monetario è inaccettabile.
Sergi López in una scena del film L’amante inglese Per la Corsini Samuel, marito possessivo e violento di Suzanne, è emblema di una società in cui perfino le persone diventano una proprietà, e strumenti per l’affermazione del proprio status di vincenti; in contrapposizione a questa ipocrisia, Ivan è un uomo sincero, in grado di stare vicino alla propria compagna senza cercare di dominarla, e di costruire un rapporto privo di gerarchie. Questa diversità è tanto più evidente nelle scene di sesso: quanto Samuel è brutale ed egoista, tanto l’intimità tra Suzanne e Ivan è un momento gioioso, passionale, che evidenzia tutta la necessità reciproca che anima i due amanti. La regista scava a fondo nella personalità di entrambi, descrivendo, grazie ad una regia attenta e puntuale, tanto l’appassionata lotta per l’autodeterminazione di Suzanne che l’onesta solidità di Ivan che, seppure ben più conscio della compagna delle difficoltà da affrontare, non mette mai in discussione il valore del loro rapporto. Una così profonda incursione nel territorio dei sentimenti umani non poteva prescindere da un’intensa prova attoriale, e Kristin Scott Thomas e Sergi Lopez si dimostrano protagonisti più che adeguati di un’attrazione che non può esaurirsi nemmeno davanti alla tragedia, presagita dalla sequenza iniziale della pellicola, in cui la regista omaggia il Truffaut de La signora della porta accanto.
Come per le eroine tragiche che l’hanno preceduta, anche per Suzanne senza amore non si è niente, e la pellicola esprime dolorosamente la sua struggente necessità di essere libera di amare, e unica artefice del proprio destino. Punto di forza della Corsini, oltre all’acuta sensibilità, è anche la capacità di esimersi da qualunque giudizio morale nei confronti dei protagonisti, mettendosi rispettosamente in disparte di fronte alla potenza totalizzante del sentimento.
Lucilla Grasselli, da “movieplayer.it”

Quel tradimento da «femmina folle»
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera
Fedele a ossessioni e patologie (vedi La répétition) il film di Catherine Corsini parla del tradimento di una donna borghese con l’ operaio spagnolo che ristruttura casa (in ogni senso). Passione esclusiva da femmina folle, matura un melò invincibile che mette in gioco plus valori sociali di quadri e carte di credito oltre a figli e marito: ma è più Fassbinder che Truffaut. Sequenza clou: la donna che vende un orologio alla stazione di servizio, tenerezza e spasimo per la bravissima, impudica Kristin Scott Thomas. Voto 7
Da Il Corriere della Sera, 5 marzo 2010

Melò famigliare ma senza ovvietà
di Roberto Nepoti La Repubblica
Inizia con un colpo di fucile, L’ amante inglese; poi ci racconta una storia di moglie-marito-amante che può sembrare pericolosamente vecchiotta. In una località del Sud della Francia vive Suzanne, quarantenne di origine inglese, col consorte di successo e due figli. Quando la donna incontra Ivan, operaio catalano ed ex-carcerato, è l’ “amour fou”: prima incontri clandestini, poi Suzanne decide di abbandonare la famiglia per vivere la sua passione. Malgrado il soggetto iper-frequentato, è un mélo che non dà una versione ovvia della psicologia dei personaggi. Soltanto il seduttore (involontario), alla fine, sa farsi carico della sofferenza altrui. Attenzione al mix musicale, tratto da tre film di Truffaut.
Da La Repubblica, 6 marzo 2010

Kristin, passione senza ritorno
di Lietta Tornabuoni La Stampa

La passione per un operaio spagnolo sconvolge la vita ordinata d’una donna inglese, madre di due figli grandi, moglie di un imprenditore del Sud della Francia. Non ci sarebbe nulla di inconsueto, se non fossero fuori del comune i due protagonisti, moglie e marito, Kristin Scott Thomas e Yvan Attal. Lei è una persona senza compromessi: incontrata la passione, la vive completamente, non intende rinunciarvi, lascia il marito benestante. Il marito è una persona ripugnante, vendicativa, meschina, preoccupata della propria reputazione: la picchia, le urla «non ti lascerò andare», fa perdere il lavoro al rivale, denuncia tutti e due, allontana lei dai figli, la perseguita. Comportamenti odiosi e inutili, forse testimonianza d’amore o forse prova di suscettibilità ferita. I due interpreti (Sergi Lopez, l’amante spagnolo operaio, non ha molta parte) sono bravissimi. In particolare, Kristin Scott Thomas affronta molto bene le scene erotiche e nude che si trova a interpretare per la prima volta nella sua carriera, nei film in cui i registi l’hanno vista piuttosto come emblema di riservatezza e d’eleganza. Con un minimo scarto, la regista Casini arriva a trasformare un adulterio come tanti in uno specchio sociale, nell’immagine di una schiettezza inglese, d’un meschino senso di proprietà francese, nella previsione di non facile felicità per gli amanti.
Da La Stampa, 5 marzo 2010

Lui, lei, l’altro E l’eco di Truffaut
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Proletari di tutto il mondo, rallegratevi. Basta con i ménage borghesi, le case tutte design e comfort, i mariti agiati e noiosi come le loro cravatte. Dopo i 40 alle donne ci vuole un uomo vero, uno che lavori con le mani e non si metta a mandare sms mentre la moglie sul cuscino accanto sfoglia riviste. Uno che conosca la vita e sappia cantare: magari in catalano, come fa l’operaio Sergi Lopez con Kristin Scott Thomas in L’amante inglese (mentre nell’imminente Io sono l’amore di Luca Guadagnino l’inquieta Tilda Swinton, sposata al ricco e mogio Pippo Delbono, è sedotta dal calore e dalle leccornie del cuoco Edoardo Gabbriellini). L’assunto è quasi ovvio, il resto meno. Anche perché il borghese qui si vendica con le sue armi preferite: i quattrini. Lei fugge? Lui blocca carte e conto corrente. E quando lei svaligia casa, (ri)prendendosi quadri, gioielli e vino d’annata, manda al fresco l’altro, che è spagnolo e ha precedenti penali. È la parte migliore di un film non imprevedibile ma teso e pieno di dettagli calzanti, frettoloso nel finale ma illuminato da scene d’amore e d’odio brucianti. Come nei duetti fra Scott Thomas e Yvan Attal, marito tradito così strepitoso che quasi verrebbe da tifare per lui. Musiche di Duhamel e Delerue, trapiantate da tre film di Truffaut.
Da Il Messaggero, 5 marzo 2010

Anche l’adulterio ha il suo prezzo
di Alberto Crespi L’Unità

Quando un film è fotografato da una signora che si chiama Agnès Godard, e usa le musiche di alcuni vecchi capolavori di Truffaut, l’omaggio alla Nouvelle Vague si nasconde dietro l’angolo. E invece Catherine Corsini, regista con un curriculum ormai quasi trentennale, firma con L’amante inglese un film che strada facendo ti sorprende. Comincia come una storia di corna: Suzanne (Kristin Scott Thomas) è un’inglese che vive nel Sud della Francia, con il marito Samuel ricco e ambizioso (Yvan Attal) e due figli adolescenti, in una casa bella e lussuosa. Nella villa sono in corso dei lavori e uno degli operai, il catalano Ivan (Sergi Lopez), ha il fascino ruspante dello stalliere di Lady Chatterley. Suzanne se ne innamora quasi per forza, quando – dopo avergli provocato un incidente – è «costretta» ad accompagnarlo in Spagna e a conoscere la sua famiglia. Fin qui, tutto bene. Ma il prosieguo della storia semina sorprese. Se fossimo in un romanzo vittoriano, o in un film romantico francese, lei non direbbe nulla al marito; o, se glielo dicesse, verrebbe cacciata di casa. Invece Suzanne non solo confessa tutto a Samuel, ma se ne va sua sponte, inseguendo il proprio sogno nei bassifondi dove Ivan vive («che fantasia ti sei fatta, la borghese e il proletario?», le grida Samuel, comprensibilmente alterato). Sempre se fossimo in un mélo classico, Samuel farebbe giustizia da sé, o si ucciderebbe disperato. Invece il cornuto fa una cosa molto «moderna»: licenzia Ivan e taglia i viveri alla moglie, che non avendo beni intestati si trova da un giorno all’altro con il conto in banca bloccato e nemmeno il becco di un quattrino in tasca. L’amante inglese è il triangolo ai tempi della crisi economica. Ricorda curiosamente – ed è un’ovvia coincidenza – il nuovo film di Silvio Soldini, Cosa voglio di più, che abbiamo visto a Berlino ma che uscirà in Italia solo ad aprile. Se vuoi l’amante, al giorno d’oggi, devi potertelo permettere. La Scott Thomas e Lopez sono molto bravi, ed è curioso – nell’originale – ascoltare un’inglese e un catalano che comunicano in francese. Ma il personaggio più curioso e più vero è paradossalmente Samuel, vero «eroe» di un mondo in cui conta solo l’euro – e per i sentimenti, come dicevano in Wall Street, comprati un cane.
Da L’Unità, 5 marzo 2010

Borghesi e proletari travolti dalla passione in un gioco di ruolo
di Silvana Silvestri Il Manifesto

Un adulterio è argomento prezioso per il cinema: qui la storia è complicata dalle differenze di classe e dai diversi paesi di origine. Nulla fa cambiare idea a Suzanne (Scott Thomas) quando si innamora di Ivan, l’operaio dall’oscuro passato che sta ristrutturando il suo studio, né la vita agiata che conduce con il marito, né i due figli adolescenti. Confessa il tradimento e lascia la casa. Due cuori e una capanna spesso non sono l’equazione giusta e poiché il marito le ha tolto carte di credito, chiuso il conto e fatto il vuoto attorno, non riesce a sopravvivere. Ora, poiché si tratta di una donna inglese possiamo anche capire che contravvenga alla regola aurea del «negare sempre» e abbia la smania della confessione a tutti i costi, più difficile è credere che non sappia come gestire gli affari e non corra subito dal suo avvocato prima ancora che dal prestante amante catalano (Sergi Lopez, è la seconda volta dopo Ricky che lo vediamo come operaio d’oltre confine). Da questi indizi si capisce che si tratta di un raffinato gioco di ruolo, dove tre personaggi portano alle estreme conseguenze i risvolti della loro personalità: il marito francese (Yvan Attal, costruito sulla falsariga del ministro François Fillon, diceva la regista) non può sopportare che la sua immagine venga intaccata pubblicamente, soprattutto ora che ha deciso di entrare in politica, Suzanne vuole vivere fino in fondo quell’attrazione mai provata prima, Ivan si dimostra accogliente e paziente a dispetto di ogni cliché di machismo. Ma se la moglie fosse stata francese, il marito inglese e l’amante italiano? Lei avrebbe ancora il suo conto, lui non si accorgerebbe di niente, l’altro se ne andrebbe a seguire la squadra in trasferta.
Da Il Manifesto, 5 marzo 2010

Paola Casella
Europa

Se è vero che la Francia è un paese femmina, e che la maggior parte della cinematografia francese racconta il triangolo erotico fra una donna e due uomini, allora L’amante inglese può essere tranquillamente letto come una metafora della condizione opprimente in cui versa la Francia di Sarkozy. Suzanne è una signora privilegiata ma gentile che si accorge del vuoto pneumatico della sua esistenza altoborghese quando perde la testa per un operaio spagnolo, Ivan. Il fatto che sia Ivan che l’inglese Suzanne siano stranieri non è casuale: contro loro due si scaglia tutta la furia di Samuel, il marito molto ricco e molto francese di Suzanne, che usa il suo potere e il suo denaro per mettere la coppia “disobbediente” in una condizione di inferiorità e di subordinazione, organizzando arresti con la complicità di autorità compiacenti, negando prestiti con l’aiuto di banche ciniche e asservite, facendo leva sullo status di “immigrati” dei due amanti. Ma il finale, che è cambiato in fase di riprese, metterà paura a tutti i Samuel “per bene” di Francia.
Da Europa, 6 marzo 2010

Malcom Pagani
Il Fatto Quotidiano

Un marito, una moglie, un matrimonio che affoga in un’acclarata, reciproca noia. Yvane Attale e Kristine Scott Thomas potrebbero proseguire nella quieta finzione bucolica di Nimes per l’eternità, non fosse per l’improvvisa apparizione di Sergi Lopez, operaio nullatenente che sa vedere l’amore oltre le contingenze. Lei perde la testa per lui e dopo un attimo, tutto il resto. Rispettabilità sociale, figli, proprietà. Catherine Corsini firma un bel film sulla costrizione sentimentale. Secco, laconico, essenziale. Con la fotografia di Agnès Godard (Nuovomondo, La vita sognata dagli angeli) a offrire nitidezza di sguardo e lampi di commozione. L’Amante inglese non consola, rigetta le soluzioni semplici, ma racconta dinamiche relazionali con elegante verità. Pensandoci attentamente, non è poco.
Da Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2010

Nonostante tutto siamo qua. Tetri, sommessi, sessisti e illibertari. Con il Capitale, il libero mercato, che nulla impone ma tutto comanda. Deformati e quindi deformi, impossibilitati a fare altrimenti. O forse no, come propone L’amante inglese. Quella di Catherine Corsini è la storia di questa ribellione, tanto vacua quanto necessaria. La ribellione al padre-padrone, al marito oppressore, alla società illibertaria e al dio denaro.
Suzanne (una splendida Kristin Scott Thomas) è una donna perfetta: moglie, madre, intellettuale, piccolo borghese. Vive con il marito e i loro due figli in una cittadina francese, vittima inconsapevole di una struttura che la opprime. Ma un giorno nella sua vita si palesa Ivan (Sergi Lopez), un ex-galeotto spagnolo operaio e tuttofare. Come una catarsi, Ivan nella sua ingenuità svela a Suzanne un altro mondo. Un mondo fatto di passioni, di libero arbitrio, di piacere e di mutuo soccorso. Per la donna è la felicità: abbandona il tetto coniugale per tornare a vivere, ora follemente innamorata del proletario Ivan.
Ma l’opera ci racconta cosa potrebbe essere, non cosa veramente è. E la passione dei due non potrà mai vincere su un modello forte e ben congegnato come quello rappresentato dal marito della donna. Questo rende la vita della moglie impossibile, negandole soldi e possibilità lavorative. Attraverso il denaro (ovvero attraverso la sua assenza) il marito tiene Suzanne sotto scacco, attuando un vero e proprio ricatto: se si ricongiungerà a lui potrà tornare alla vita di prima, con tutti i confort e il benessere borghese; altrimenti ad attenderla ci sarà una vita di stenti, miseria e frustrazioni.
L’amante inglese è un’opera sulla mercificazione umana e sulle (im)possibilità che l’egemonia economica della nostra società significa. Perché tentare l’amore quando c’è il denaro? Perché chiedere quando si può subdolamente imporre? Ma non sono quesiti retorici: la regista tenta di mostrare che così non deve necessariamente essere, che un altro modo di intendere le nostre vite è possibile, sebbene destinato a fallire. Suzanne infrangerà le regole del gioco, e scoprirà che venendo meno ai dettami sociali si può scoprire una vita altra, migliore di quella che sta vivendo.
Ma L’amante inglese è anche un grido di speranza femminista, dove la donna – come diceva Nietzsche – è Verità, ovvero l’unica che può salvarci, l’unica custode della Vita (qualsiasi cosa essa significhi). Suzanne è una donna emancipata, che un giorno capisce che può scegliere e non essere necessariamente scelta. È una donna che comprende di avere il suo destino fra le mani, intenzionata a farlo fruttare e a viverlo; ma soprattutto è una donna che rinnega la morale dominante tentando una nuova strada. Ma non tutto è possibile, neppure nelle storie migliori. E il marito avrà la meglio sulla moglie fedifraga perché – per il momento – non può ancora perdere, grazie alla sua posizione dominante e privilegiata. Ma non importa, dopotutto. La vera magia sta nel tentativo, non nella sua riuscita. Sta nell’avvicinamento al bacio, non nel bacio in sé stesso. E se la relazione amorosa fra Ivan e Suzanne è destinata a fallire, l’importante è averla tentata; la tensione del sogno, aldilà della sua realizzabilità. Aver creato un precedente, meraviglioso sebbene effimero, per tracciare un percorso. Il fallimento significa morte, ma non bisogna confondere: se Suzanne ucciderà il marito – come ci viene mostrato sin dall’inizio del film – non scadrà nel torto, ma mostrerà solamente i limiti della ragione (il torto della ragione).
Catherine Corsini ci dona un’opera partigiana, di pancia e cuore, che riesce però a gestire con una lucidità che ben maschera la partecipazione emotiva della regista. Nonostante qualche caduta drammaturgica nel patetismo, L’amante inglese rimane un’opera che merita di essere vista; perché se una via di fuga esiste, allora vale la pena studiarne il tracciato.
Emanuele Protano, da “zabriskiepoint.net”

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