La prima cosa bella

Bruno Michelucci è infelice. Insegnante di lettere a Milano, si addormenta al parco, fa uso di droghe e prova senza riuscirci a lasciare una fidanzata troppo entusiasta. Lontano da Livorno, città natale, sopravvive ai ricordi di un’infanzia romanzesca e alla bellezza ingombrante di una madre estroversa, malata terminale, ricoverata alle cure palliative. Valeria, sorella spigliata di Bruno, è decisa a riconciliare il fratello col passato e col genitore. Precipitatasi a Milano alla vigilia della dipartita della madre, convince Bruno a seguirla a Livorno e in un lungo viaggio a ritroso nel tempo. Le stazioni della sua “passione” rievocano la vita e le imprese di Anna, madre esuberante e bellissima, moglie di un padre possessivo e scostante, croce e delizia degli uomini a cui si accompagna senza concedersi e a dispetto delle comari e della provincia. Domestica, segretaria, ragioniera, figurante senza mai successo, Anna passa attraverso i marosi della vita col sorriso e l’intenzione di essere soltanto la migliore delle mamme. A un giro di valzer dalla morte, sposerà “chi la conosceva bene” e accorderà Bruno alla vita.
È cosa nota ma è bene ribadirlo. Se si cerca un erede convincente della grande tradizione della commedia all’italiana, quello è indubbiamente Paolo Virzì. Lo è per attitudine, scrittura, sguardo. Per la modalità di immergersi nell’anima vera e nera del nostro paese, producendo affreschi esemplari e spaccati sociologici precisi. Archiviata la Roma dei call center e della solidarietà zero (Tutta la vita davanti), il regista livornese torna in provincia con una commedia drammatica e col professore depresso di Valerio Mastandrea, che spera un giorno di “ingollare” quella madre che non va né giù né su ma che ugualmente suscita un’irresistibile attrazione.
Indietro nel tempo e al centro del film c’è allora una mamma, l’affettuosa e “disponibile” Anna di Micaela Ramazzotti, idealmente prossima alla Adriana di Antonio Pietrangeli (Io la conoscevo bene), sedotta dalle persone e dagli avvenimenti ma trattenuta e contenuta dall’amore filiale. Se Adriana fosse sopravvissuta alle malignità di un cinegiornale e a un volo dalla finestra della sua camera, avrebbe adesso due figli e un cancro nella Livorno e nel cinema di Virzì. Perché Anna, mamma negli anni Settanta, è come Adriana vittima del torpore psicologico della provincia e della diffusa incomprensione maschile, da cui non sono immuni il figlio e il marito. A interpretarla nel tempo presente e nel letto di un hospice, centro di accoglienza e ricovero per malati terminali, è appunto Stefania Sandrelli, che trova per il suo personaggio (tra)passato un destino più dolce.
La prima cosa bella nel film di Virzì è proprio il personaggio di Anna che, libera e priva di pregiudizi, vive in uno stato di perenne disponibilità nei confronti della vita, offrendo agli uomini quello che può e ai figli quello che sente. Dotata di un’autenticità insolita e una femminilità impropria in un mondo di persone “normali”, Anna è insieme amata e invisa al figlio, che ripudia il candore scandaloso della madre e trova rifugio senza pace nella fuga. Rientrato suo malgrado nella vita di provincia come un adolescente dopo l’ennesima evasione, Bruno indaga un’unità difficile da trovare dentro i silenzi e il dolore compresso. La famiglia rappresenta allora il cuore della commedia, condita con robuste iniezioni di popolarità e ghiotte cadenze toscane, dentro il quale ci tuffa e si tuffa il figlio dolente di Mastandrea, incontrando i fantasmi del passato e contrattando il proprio posto nel mondo.
La prima cosa bella si appoggia su un coro di attori efficaci nel sapere stare dentro e fuori i personaggi, finendo per dare forma a una felice e insieme scriteriata idea di famiglia. Dalla meravigliosa inadeguatezza di Mastandrea deriva poi l’equilibrio tra ironia e malinconia che è la cifra di una commedia colma di sentimenti e spoglia di sentimentalismi.
Marzia Gandolfi, da “mymovies.it”

di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Come il protagonista del suo ultimo film, il professore di lettere Bruno Michelucci (un superbo Valerio Mastandrea), anche Paolo Virzì è scappato dalla natia Livorno. E come Bruno, anche Virzì ha finito per «doverci» tornare. Nella finzione cinematografica, Bruno lo fa – decisamente controvoglia – per accorrere al capezzale della madre in fin di vita (Stefania Sandrelli); nella realtà si può immaginare che Virzì, dopo tanti anni di «esilio» romano, abbia finito per sentirsi in dovere di fare i conti con una città che è molto più di una semplice referenza anagrafica e che rappresenta quelle radici affettive, culturali e comportamentali da cui non sempre è facile staccarsi. Ma nel film questi due piani si intrecciano strettissimamente e la storia di una madre che ha vissuto intensamente la propria esistenza e che forse per questo «ha rovinato la vita» ai figli diventa inevitabilmente il ritratto di una città che rischia di «divorare» i suoi figli, che li spinge alla fuga e che però non si può fare a meno di amare e portare nel cuore. Ecco, il fascino e la bellezza di La prima cosa bella è proprio in questa doppia lettura, nella «confusione» tra due livelli, quello puramente narrativo e quello più sottilmente autobiografico, capace da una parte di rendere più autentica la storia di Bruno, di sua sorella Valeria (Claudia Pandolfi) e della loro madre Anna (la Sandrelli oggi, Micaela Ramazzotti negli anni Settanta), e dall’ altra di rendere più intriganti i conti esistenziali che Virzì ha deciso di fare con le proprie radici. «Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via», scriveva Pavese e questa frase può dire tante cose del rapporto di odio-amore che i livornesi hanno con la propria terra. Anche, in fondo, del bisogno di tornarci dopo esserne scappato, proprio come fa Bruno e come fa Virzì, che non a caso ha messo questa citazione in exergo del documentario – girato in parallelo con il film – sul cantautore livornese Bobo Rondelli (geniale, maledetto e sommamente egoista e autodistruttivo, come pare siano i veri livornesi), omaggiato nel film con il ruolo del timido proprietario del negozio di articoli di mare. Come tutti innamorato di Anna (e di Livorno). Il film è costruito da un continuo alternarsi di presente e passato, di ricordi e di sorprese che costringe i due figli – lui fuggito a Milano, lei rimasta a Livorno – a fare i conti non tanto con l’ inesauribile vitalità della madre Anna, malata terminale che sembra a tratti «immortale» talmente resiste agli assalti del male, quanto con il legame affettivo che li lega a lei (e alla loro città). Non a caso le peripezie che fratello e sorella devono sopportare (interpretati da bambini da Giacomo Bibbiani e Aurora Frasca e poi da ragazzi da Francesco Rapalino e Giulia Burgalassi) hanno l’ esuberanza – e l’ ingenuità – della madre come causa immediata, ma la piccineria e l’ egoismo dell’ ambiente cittadino come vera e profonda spiegazione. Ecco allora le scenette dell’ elezione della mamma più bella ai popolari Bagni Pancaldi nel 1971, la gelosia del marito che scaccia la moglie da casa, la fugace carriera cinematografica (fa la comparsa a Castiglioncello sul set di La moglie del prete), l’ incontro con il generoso avvocato Cenerini e l’ amore silenzioso del vicino Nesi (Marco Messeri). Tutto questo lo spettatore lo scopre attraverso i ricordi di Bruno, costretto a fare i conti con una mamma non certo rassegnata alla propria malattia, vitale e travolgente come sempre, capace di fuggire dall’ ospedale per commuoversi ancora una volta al cinema e sempre pronta a cantare una canzoncina consolatoria con i figli, come quella che dà il titolo al film. Anche nei momenti meno indicati. Sceneggiatore insieme a Francesco Bruni e Francesco Piccolo, Virzì costruisce il suo film come la più tradizionale delle commedie all’ italiana (adattate ai nostri giorni), alternando lacrime e sorrisi, ironia e malinconia, graffi e carezze, sfruttando la forza di un cast come sempre ottimo. Ma vale anche la pena di riflettere sul fatto che quest’ anno, praticamente in contemporanea, tre registi diversissimi tra loro ma vicini anagraficamente come Tornatore, Rubini e Virzì abbiano sentito il bisogno di fare i conti con il proprio passato, tornando a confrontarsi con le radici che avevano cercato di «dimenticare». Ognuno in modi diversi – Baarìa in maniera più «politica», L’ uomo in nero con un approccio più «psicologico», La prima cosa bella nelle forme più «tradizionali» della commedia – ma tutti e tre con la consapevolezza che non si può cancellare la propria Storia. Anche se è una storia che rischia di rovinarci la vita.
Da Il Corriere della Sera, 13 gennaio 2010

di Valerio Caprara Il Mattino

«La prima cosa bella» si colloca subito tra i grandi film della stagione perché gioca di classe con i meccanismi della memoria personale e collettiva: al centro dell’amarcord di Paolo Virzì c’è un ritratto femminile degno della commedia all’italiana dei Monicelli o Pietrangeli, ma anche il connesso rapporto con la propria terra di un moderno ulisse raramente è stato colto con analoghi pudore e pienezza. Che Virzì sia un fuoriserie non lo avevamo mai dubitato, ma questo film ribadisce l’efficacia del suo dominio creativo su una materia tutt’altro che agevole. Riassumere la trama fa, infatti, correre il rischio di scadere nella retorica della nostalgia: l’insegnante Bruno (il sempre più bravo Mastandrea), da anni riparato a Milano, torna chiamato dalla sorella Valeria (Pandolfi) nella natia Livorno per assistere la madre morente Anna (Sandrelli). In preda ai più frastornanti sentimenti di amore-odio, il protagonista sarà costretto in pochi giorni a fare i conti con le spigolose e perturbanti prerogative della città e della donna che hanno plasmato la sua personalità in crisi. Il film viaggia, così, sul filo del turnover tra passato e presente privilegiando la giovane Anna meravigliosamente interpretata da Michaela Ramazzotti: allegra, ingenua, curiosa, sensuale, incoronata miss ai bagni popolari nell’estate ’71, cacciata di casa dal marito e attratta fugacemente da un’improbabile carriera d’attrice, coinvolge Bruno e Valeria sia da bambini che da adolescenti in un turbinio di sentimenti che vanno dall’attaccamento morboso, alla gelosia, all’ammirazione e alla vergogna. Ritenuta sventata e promiscua dalla meschina comunità, Anna rivive nell’occhio del regista grazie a una messe di preziosi micro-dettagli che non hanno bisogno di morale o di sociologia; e il bello è che gli stati d’animo davvero rimbalzano nel tempo, via via fissati da un bagliore dello sguardo dei personaggi, un particolare della scenografia, un’inflessione dell’insolente dialetto labronico, una scritta sui muri, una citazione del poeta prediletto, una scintilla di cult-movie americano, un amplesso pomeridiano, una canzone del repertorio italiano in auge a «Canzonissima». Sfiorando la ridondanza solo nell’ultimo atto, che avremmo preferito più affilato e secco, Virzì tocca numerosi diapason emotivi (cogliendo per esempio la tremenda sensazione di quando un figlio s’accorge di colpo che il genitore è diventato più «piccolo» di lui) senza derogare dal suo arguto e affabile passo.
Da Il Mattino, 15 gennaio 2010

di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Viva il cinema italiano! Peppuccio Tornatore, Carlo Verdone e Paolo Virzì hanno realizzato in questa stagione i film più importanti delle loro pur già tanto fortunate carriere. Oggi, per riuscirci, Paolo Virzì, con «La prima cosa bella», in uscita a giorni nelle sale, è tornato nella sua Livorno, come ai tempi di «Ovosodo», e ci ha detto di due fratelli, Bruno e Valeria, e di una madre, Anna, che ci fa incontrare dagli anni Settanta, alternando nel racconto il presente con i momenti che lo seguono o lo precedono non dicendoci subito con una fertilissima trovata narrativa, che al centro c’è sempre quel terzetto, lasciando invece che, a parte l’indicazione, in ogni epoca, degli stessi nomi, alla scoperta si arrivi a poco a poco, senza mai che nascano ambiguità o momenti oscuri, favorendo anzi, su tutta l’azione, l’insorgere di atmosfere se non proprio misteriose certo in più risvolti sospese. Con la possibilità che i climi, anche quando li accendono la commedia o la cronaca, semplice, inclinino decisamente verso il dramma. Una madre e due fratelli, dunque, a tratti con un padre in contrasto con la moglie che vede frivola e sospetta infedele, non di rado a ragione. Poi la morte di questi, i bambini cresciuti, Valeria con la propria vita, sempre a fianco della madre, Bruno, andato invece lontano, solo di ritorno quando la sorella sarà costretta a informarlo che la madre è morente in ospedale. Una madre, però, che, nonostante la situazione, non ha perso il fuoco, tanto che, presenti i figli si sposerà con un antico spasimante e che, con questo ultimo gesto, porterà, tra le lacrime già pronte, l’ombra gentile di un sorriso, Allegria e pianti, questi secondi prevalendo in un finale in cui Virzì, sia pure con misura, privilegia la commozione. Vincendo come narratore ma riuscendo a dominare le sue immagini anche con una maturata vitalità dì stile. Riflessa poi nell’interpretazione di tutti. Bruno adulto è Valerio Mastandrea, con sobria intensità, Valeria, a quella stessa età, è Claudia Pandolfi, nelle vesti della madre alla fine c’è, con autorità quasi tenera, Stefania Sandrelli, mentre, a lei da giovane da volto, con incisività, Micaela Ramazzotti. Un quartetto tra i migliori che si sia imposto di recente sui nostri schermi.
Da Il Tempo , 13 gennaio 2010

di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Anche la bellissima commedia italiana di Virzì parte dal doppio come Avatar, giacché tutti abbiamo un registro affettivo binario che s’ incontra col Tempo. La storia a zig zag tra ieri e oggi, odio amore, sorrisi e malinconia, di un uomo che torna a Livorno a trovare la madre malata (ma d’ allegria e di vita) rispecchia una fetta di Storia mixata coi sentimenti. In tre dimensioni, certo: verità, introspezione, allegria. Il cast magico: per una Sandrelli pallida si può delirare. Voto 8,5
Da Il Corriere della Sera, 22 gennaio 2010

di Davide Turrini Liberazione

Io la conoscevo bene. Paolo Virzì sa amabilmente bleffare fin dai primi trenta-quaranta minuti de La prima cosa bella . Il ritratto di signorinella sognante, semplice e allegra, due bambini, marito irascibile, innocui amanti sparsi, qualche ricco squalo che la vuol far sfondare nel mondo del cinema, è quello di un carattere, di una figura ricorrente, di un archetipo del cinema italiano alla Antonio Pietrangeli o alla Valerio Zurlini. Un gioco al rimpiattino con le memorie più da spettatore innamorato che da cinefilo incallito, condito con una sfumatura di commedia amara alla Risi. Ecco servita anima e corpo di Anna Nigiotti in Michelucci (da ragazza interpretata da Micaela Ramazzotti, poi all’oggi da Stefania Sandrelli) scappare scapicollandosi tra le vie di una Livorno primi anni ’70, coi bimbi presi al volo per mano dopo l’ennesima lite col marito maresciallo (un mirabile Sergio Albelli, metodo Stanislavskij). Attenzione però: il personaggio di Anna è l’elemento centrale di un film corale, in divenire, mischiato di continuo come un mazzo di carte da gioco color amaranto livornese, dove la gioiosa madre, sbarazzina in accoppiamenti e sentimenti, è punto centrale da cui si irradia una delicata forza centrifuga. Gli occhi larghi e profondi dell’Anna giovane e meno giovane, dentro i quali palpitano dolcezza, amore, passionalità, celano involontariamente anche irrequietezza e blocco psicologico dei figli Valeria e Bruno (da quarantenni oggi Claudia Pandolfi e Valerio Mastandrea): l’una non proprio soddisfatta degli affetti familiari cercatasi fin da diciottenne, l’altro fuggito giovane dalla dolorosa Livorno della sua infanzia e adolescenza. Attorno a loro, alla loro crescita, al loro farsi adulti, al continuo riassestarsi di equilibri madre-figli, padre-figlio, fratello-sorella, c’è anche tutta la sommessa bellezza e profondità di scrittura de La prima cosa bella. Un film orchestrato su mezzi toni recitativi, caratterizzazioni autentiche e mai nostalgiche di identità e luoghi (il giornalista Lenzi – Emanuele Barresi; l’incredibile ricostruzione del negozio Mansoni Sport, immaginario urbano-commerciale oggi assolutamente perduto) e una regia sempre un passo indietro rispetto alla frenesia, al vociare volgare di personaggi che si trovano in perenne, trattenuto, conflitto. Nel continuo andirivieni tra anni ’70-’80 e 2009, Virzì centra, senza retorica riverenza, un paio di sequenze da vecchio commediante all’italiana: la festa a casa degli aristocratici (con dialogo comico sulle Tofane, gag della bimba sboccata con governante francese, l’alto/basso camerieri-padroni che ricorda il corrosivo Altman di Gosford park ) e il sottofinale brulicante di risa, pianti e anime pigiate in pochi centimetri quadrati. La prima cosa bella rasserena lo spirito, cancella ogni parvenza di perfidia e invidia dei personaggi, avvolge e culla gli spettatori con le carezze e gli abbracci materni di Anna (Micaela/Stefania). Marco Risi interpreta fugacemente papà Dino.
Da Liberazione, 15 gennaio 2010

di Paola Casella Europa

Se è vero, come sostiene Pedro Almodovar, che gli effetti speciali per noi europei sono le emozioni, il cinema italiano non poteva contrapporre un film più adatto allo strapotere computer generated di Avatar de La prima cosa bella di Paolo Virzì, che di emozioni tracima, e che nonostante (o forse proprio per) il sovraffollamento e le esagerazioni tipiche della personalità vulcanica e sentimentale del suo regista, è vitale quanto la foresta di Pandora nel kolossal di James Cameron. La sgarrupata storia della famiglia Michelucci dagli anni Settanta al presente non è la solita operazione nostalgia, o la solita sitcom televisiva, cui il nostro cinema ci sta purtroppo abituando, ma una sorta di romanzo picaresco girato da un regista che con la macchina da presa ci sa fare senza continuamente sbattercelo in faccia (ad esempio sono innumerevoli i lunghi piani sequenza, ma sfido un non addetto ai lavori ad accorgersene) e che ha sempre dato priorità alla sceneggiatura (qui affidata al dream team composto da Francesco Piccolo e Francesco Bruni, ma naturalmente Virzì ci ha messo le mani, oltre alla cofirma), come si conviene ad un ex alunno di Furio Scarpelli, metà del duo Age- Scarpelli, che ha reso grande la commedia all’italiana. In quel solco si inserisce, con umiltà, anche La prima cosa bella perché, come dice Stefania Sandrelli, che nel film ha il ruolo di Anna Michelucci da anziana, «non si fa in tempo a piangere che già si ride, non si fa in tempo a ridere che già si piange». Anna è l’anima (e la deliziosa carne) della storia: una donna estremamente vitale e sensuale, bellissima a tutte le età e irresistibilmente seduttiva, una di quelle che i guai sembrano attirarli con la calamita, semplicemente perché tengono gli uomini in pugno, e questo a molti uomini non piace. Una donna bambina priva di schermi e di difese, naif fino all’autolesionismo, incapace di agire per calcolo, e però a modo suo piena di risorse, sempre capace di riamarsi e riprendere il cammino. Dato che nella terza età viene interpretata dalla Sandrelli, il richiamo a Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli è immediato: stesso tipo di donna, stesse atmosfere, stessa scanzonata malinconia. Manca la cattiveria, e la critica sociale pungente: infatti Francesco Piccolo dice che «questo film si ispira più a Scola che a Monicelli, ed è il più ottimista che abbiamo scritto: vuole dare una parola di speranza, essere una dichiarazione di voglia di vivere». Sicuramente è il film più positivo di Paolo Virzì, specializzato nel raccontare quelle «ovasode che non vanno né in su né in giù». Se consideriamo che il suo precedente Tutta la vita davanti, era un desolante e surreale exposé della vita in un call center e, per estensione, del dramma del lavoro “flessibile” in Italia, La prima cosa bella, che abbandona il sociale e il politico per concentrarsi sugli affetti domestici, risponde bene sia al miglioramento nello status personale (Virzì pare avere trovato la felicità coniugale con Micaela Ramazzotti, in attesa del loro primo figlio, che in questo film interpreta Anna da giovane in modo assai convincente, evocando la Sandrelli senza mai farne un’imitazione) che a un’esigenza collettiva degli italiani: quella di ridere e piangere insieme di una storia di irriducibilità di fronte alle avversità che ci circondano, con un messaggio di resistenza umana che, guarda caso, arriva da una donna e una madre. Per contro il messaggio pessimista, autolesionista e tristemente onanistico viene affidato interamente da un uomo, Valerio Mastandrea, che interpreta Bruno, il figlio maschio di Anna, aggiungendo molte sfumature al suo solito sfigato depresso (e anche il bambino che lo interpreta da piccolo, Giacomo Bibiani, è bravissimo): soprattutto la tenerezza e l’impaccio nel gestire, come ha detto l’attore, «una grande storia d’amore difficile da dire, da riconoscere e da accettare: quella tra un figlio e una madre». Al resto del cast, ottimo e abbondante come il rancio de La grande guerra, spiccano Claudia Pandolfi nel ruolo della sorella Valeria (un’altra donna che si rifiuta di cedere al pessimismo), Paolo Ruffini, irriconoscibile nei panni di Cristiano (ma quanto somiglia al Dustin Hoffman de Il laureato?), Sergio Albelli in quelli del marito di Anna e soprattutto Marco Messeri, il vicino di casa, che ogni volta che va via dallo schermo ti fa venire voglia di dire: «Torna!! ». E poi c’è Livorno, «il luogo caro da cui partire», struggente madeleine della provincia italiana.
Da Europa, 16 gennaio 2010

di Maurizio Cabona Il Giornale

Livorno, i livornesi e le canzoni d’epoca sono la particolarità de La prima cosa bella di Paolo Virzì, che contrasta felicemente coi film italiani ambientati qui o là per usufruire dei finanziamenti di questa o quella Film Commission.
Jean Renoir diceva che, a toccare i cuori, è la storia che possa svolgersi in un solo posto. Ciò spiega che si possa ridere e piangere con La prima cosa bella, titolo preso dal motivo di grande successo che Nicola Di Bari cantava quando cominciano i fatti: l’estate 1971.
Due bambini (Giacomo Bibbiani e Aurora Frasca) sono coinvolti nella cacciata di casa della madre (Micaela Ramazzotti), più perché civetta che perché fumatrice, da parte del padre carabiniere (Sergio Albelli).
Il povero trio vaga per anni, secondo l’ospitalità offerta alla donna, più che ai bambini. Poi il figlio diventa adulto (lo interpreta allora Valerio Mastandrea) e a Milano insegna italiano in un istituto tecnico. E qui lui resta, quasi tossicomane, fino all’agonia della madre fumatrice (ora interpretata da Stefania Sandrelli), quando la sorella (ora interpretata da Claudia Pandolfi) gli impone il ritorno a Livorno…
Virzì è per Livorno quel che Marcel Pagnol è stato e Robert Guédiguian è tuttora per Marsiglia. Descrive cioè la sua città anche in ciò che non gli piace. A priori è ostile – s’è già visto con Ovosodo – solo ai ricchi e qui anche a un nobile, «fascistone», nel quale s’intravvede Marzio Ciano.
Mastandrea e la Pandolfi somigliano ai bambini e ai ragazzi che li precedono nel ruolo, ma la Sandrelli ha un volto completamente diverso da quello della Ramazzotti. Se preso dalla storia, come è probabile, il pubblico ci passerà sopra. Paolo Ruffini, nel terzo figlio, quello «venduto», porta la bandiera dei livornesi doc.
Da Il Giornale, 16 gennaio 2010

Dopo aver raccontato l’inferno dei call center e la mancanza di scopi e scrupoli dei loro lavoratori in Tutta la vita davanti, Paolo Virzì torna nella provincia italiana, nella sua Livorno, con La prima cosa bella, storia di ricongiungimenti familiari e di donne che amano troppo e sono troppo diverse per i loro tempi e per i luoghi dove vivono.

Bruno, professore di lettere livornese ma trapiantato a Milano, vive una vita infelice e nevrotica, per il rapporto mai risolto con la madre Anna, bellissima e scandalosa nella Livorno della sua infanzia. Anna è ormai anziana e se ne sta andando per un cancro, e sarà Alice, la sorella di Bruno, in crisi anche lei nella sua vita privata, a riavvicinare madre e figlio prima dell’addio definitivo.

Già sentito nelle commedie nostrane e straniere il tema dell’addio ad un familiare, con i ricordi in fin di vita di momenti tristi e momenti lieti, che finiscono poi per far superare quelli lieti: ma il film di Virzì è fresco, divertente, commovente, con punti e momenti che ricordano la migliore commedia all’italiana degli anni Cinquanta e Sessanta, quella da dove sono scaturite altre storie di donne e di famiglie di provincia, tra tradizionalismo e nuovi fermenti.

Valerio Mastrandea se la cava a mettere in scena un bamboccione prima soffocato e poi in fuga dalla mamma, tra astio e affetto, Claudia Pandolfi è una discreta Alice, figlia più tollerante verso le debolezze materne, ma il personaggio della vicenda è Anna, la mamma. Interpretata da giovane da Micaela Ramazzotti, la Marilyn di borgata di Tutta la vita davanti qui a suo agio come provinciale anni Settanta in cerca di emozioni, e da anziana da Stefania Sandrelli, perfetta da giovane in ruoli di fanciulla irrequieta proveniente dalla campagna in Sedotta e abbandonata e Io la conoscevo bene, Anna è tragica e tenera, dolce e spregiudicata, mamma e femmina, assetata di vita anche quando ormai la vita la sta lasciando, fulcro di una vicenda di perdono e amore, sia pure solo ancora per un attimo.
di Elena Romanello, da “nuovasocietà.it”

Paolo Virzì con la sua nuova fatica, “La prima cosa bella”, torna nella sua Livorno per raccontarci la storia della famiglia Michelucci, ripercorsa con ampi flashback dagli anni Settanta ai giorni nostri, stravolta da una madre bellissima e fuori dal comune.
Con questa pellicola il regista quarantaseienne non si dedica tanto ai temi sociali come ad esempio succedeva in “Tutta la vita davanti”, ma che comunque elabora regalando un bell’affresco di una Livorno popolare. Stavolta Virzì si dedica quindi a una storia più “affettiva”: “La prima cosa bella” è infatti un film stracolmo di sentimenti autentici, viscerali e profondi. In questo film i personaggi, anche quelli secondari, sono ben delineati, credibili, mai scontati. Sanno amare, troppo o troppo poco, sbagliano, provano odio, gelosia e invidia, ma sanno anche perdonare, sostenersi, andare avanti.
Il tutto prende il via con due fratelli che si rincontrano dopo molti anni per raggiungere il capezzale della madre gravemente malata. Bruno (Valerio Mastandrea), insegnante in una scuola alberghiera di Milano, dalla vita sconclusionata, è sempre stato un gran “musone”, come gli dice la madre, è infelice, depresso. Non sa godersi la vita. Al contrario della madre appunto, Anna (da giovane interpretata da Micaela Ramazzotti e da anziana da Stefania Sandrelli), che nonostante tutti i guai ha sempre un sorriso sulle labbra ed è piena di vitalità.
Micaela Ramazzotti Sergio Albelli La prima cosa bella
Anche ora che sta morendo. E poi c’è Valeria (Claudia Pandolfi), che al contrario di Bruno sembra (sembra!) esser stata meno segnata affettivamente dalla separazione dei genitori. Lei non è fuggita come il fratello da Livorno, si è sposata giovanissima, ha avuto due figli, accontentandosi in realtà di tutte quelle sicurezze che l’infanzia non le ha dato e negandosi la possibilità di conoscersi davvero e trovare la propria strada.
Dal gusto un po’ retrò e pieno di citazioni del cinema italiano (da La moglie del prete al finale a Cala Furia de Il Sorpasso di Dino Risi fino a Roma città aperta) La prima cosa bella fa riflettere sui legami tra genitori e figli, ma anche tra fratelli, facendoci capire che la vita è breve e va vissuta. Il tutto perfettamente scandito dalle musiche dell’epoca e, ovviamente dalla canzone che dà il titolo alla pellicola di Nicola di Bari, che Anna cantava ai figli per affrontare i momenti difficili.
Dafne Cola, da “agoramagazine.it”

Una trama che apparentemente può sembrare banale quella di “La prima cosa bella”, commedia agrodolce di Virzì che ci fa tornare ad essere fieri di questo genere in Italia. Una trama che, invece, pur rifacendosi alla solita riunione familiare in seguito all’imminente morte di uno dei componenti, riesce nell’intento principale che si pone dichiaratamente: far emozionare lo spettatore e coinvolgerlo nella doppia narrazione, presente e passata, di questa grande storia d’amore tra madre e figlio, tra fratello e sorella, tra marito e moglie e via dicendo.
Il principale motivo di apprezzamento del film risiede nel fatto che riesce a raggiungere questi due obiettivi senza mai indugiare in insopportabili patetismi e “stomachevoli” risvolti eccessivamente melodrammatici, caricando anzi la narrazione degli eventi di impronta triste, nostalgica e drammatica, con irresistibili venature ironiche, spassose e divertenti. Grande merito della pellicola, inoltre, è quello di dipingere un personaggio femminile di una forza e di una prorompenza uniche, grazie soprattutto alle straordinarie interpretazioni delle due attrici che ne interpretano il “prima” e il “dopo”. Una perfettamente svampita Micaela Ramazzotti si confronta umilmente e vittoriosamente con una delicatissima e intensissima, ma al tempo stesso leggera ed eterea Stefania Sandrelli. Entrambe riescono a mantenere inalterate le caratteristiche salienti della protagonista assoluta di “La prima cosa bella”, ossia l’estrema vitalità, la disaramente e tenera ingenuità, il candore insito nella sua estrema spontaneità, la totale mancanza di malizia che la porta ad essere preda inconsapevole della malizia altrui. Ecco che allora essere figli di un personaggio così “scomodo”, soprattutto se inserito nella realtà bigotta e conservatrice di una città come Livorno negli anni ’70 (realtà che ancora purtroppo resiste nelle provincie, ma non solo), quella in cui Bruno e Valeria, i due amatissimi figli di Anna, sono cresciuti, risulta essere oltremodo difficoltoso (riuscitissime in questo senso tutte le scene in cui Bruno si ritrova a “vergognarsi” per sua madre, come quando ad una festa le cuoche e il personale di servizio che cenano in cucina dove sono stati “parcheggiati” i bambini, la descrivono senza mezzi termini come una poco di buono; o come quando, ormai adolscente, è costretto ad ascoltare i commenti sconvenienti e crudeli dei suoi compagni di scuola). Ma se Valeria, ancora troppo piccola per capire e per soffrire delle malignità e dei pettegolezzi, non ne risentirà eccessivamente, quello che ne rimarrà più scottato sarà Bruno (interpretato da un sempre più perfetto Valerio Mastrandrea che con le espressioni del suo volto sa rendere alla perfezione l’imbarazzo e l’infelicità del personaggio che interpreta), che crescerà nell’incapacità di esprimere totalmente sé stesso, per paura di incappare nelle stesse difficoltà di sua madre e cioè nella totale incomprensione altrui. Un vero e proprio rapporto di odio-amore lega il bambino, poi adolescente e poi uomo inespresso Bruno a sua madre Anna, ancora vitalissima, genuina, allegra e spensierata nonostante la brutale malattia che sta per toglierle per sempre quell’innata e impareggiabile voglia di vivere. Il film, scorrendo abilmente tra i ricordi dolci e amari dell’infanzia di Bruno negli anni ‘70 (quando accadeva qualcosa di sgradevole come le sfuriate del marito, o i continui “maltrattamenti” da parte di uomini che si aspettavano da lei qualcosa in cambio per i favori che le facevano, Anna nascondeva la sua angoscia per non essere riuscita a trovare “un posto nel mondo”, trasmettendo ai suoi bambini solo grandi gesti d’affetto e spensieratezza sulle note delle famose canzoni dell’epoca, da cui il titolo della pellicola); si incastona alla perfezione, evitando luoghi comuni o utilizzandoli a suo vantaggio in maniera fresca e intelligente, tra dramma e commedia.
“La prima cosa bella”, dunque, ci fa ben sperare sullo stato di salute del nostro cinema con la speranza che quest’anno e in quelli a venire, le “cose belle”, genuine, semplici e toccanti come questa, e di rimando come Anna che è l’emblema stesso del film, diventino una costante realtà del nostro cinema.
Alessandra Cavisi, da “livecity.it)

Ridere e commuoversi, divertirsi per delle situazioni comiche o per le battute giuste al momento giusto e prendere parte al dramma di un uomo, di una donna o di una famiglia intera. Non è facile confezionare un film che provochi queste sensazioni contrastanti, che mescoli i due registri senza stridore o cadute di stile, ma Paolo Virzì ce l’ha fatta ed ecco La prima cosa bella del 2010.

Anna a inizio anni settanta è una delle più belle donne di Livorno e un’estate allo stabilimento balneare del paese la proclamano senza troppe difficoltà la mamma più bella. Quello che normalmente dovrebbe essere l’inizio dei festeggiamenti per la famiglia Michelucci si trasforma invece nel principio della fine. Gelosie e incomprensioni scoppiano tra moglie e marito e per i figli incomincia il calvario di una separazione violenta, strattonati dall’una e dall’altra parte senza poter fare nulla per conciliare le parti. Bruno nel 2009 è invece un professore d’italiano un po’ confuso, un po’ sballato e in fondo molto triste che prova a lasciare la sua ragazza senza troppa convinzione e non riesce nel suo intento. Improvvisamente arriva la sorella Valeria foriera di brutte notizie: la madre sta male, il cancro è alla sua fase terminale e non le rimane molto da vivere. Bruno segue controvoglia la sorella all’ospedale, nella città natale. Quella città è la amata/odiata Livorno, la madre è la bella Anna e la famiglia che tenta di ricomporre i pezzi di un quadro rotto troppo in fretta, attraverso ricordi sbiaditi e abbracci lasciati in sospeso, è la stessa di tanti anni prima.

La prima cosa bella oltre ad essere un noto brano musicale dei primi anni settanta cantato da Nicola Di Bari è l’ultimo bel film di Paolo Virzì, che dopo Tutta la vita davanti abbandona i temi esplicitamente sociali e si rifugia nella famiglia, scandagliando gli animi dei suoi componenti, la difficoltà di ricongiungersi, di perdonare, di ricordare e di ritrovarsi. Sono le “relazioni pericolose” maturate nella (e attorno alla) famiglia l’oggetto dell’ultima fatica di Virzì, il cui fulcro essenziale sta nella figura della madre Anna (nella doppia interpretazione di Stefania Sandrelli in età avanzata e Micaela Ramazzotti da giovane), vittima della sua innocenza, affettuosa nei confronti dei figli e dei suoi cari che proprio allo scadere cerca di riconciliare tutto e tutti, decisamente a modo suo.

Forse più vicino nei toni e nei modi a Ettore Scola che a Risi o Monicelli, Virzì cerca di far quadrare tutto nel massimo rispetto di quella che comunque resta una commedia, sostenuta da un cast di ottimi attori, tra i quali primeggiano l’ineditamente toscanizzato Mastrandrea e la contenuta ma efficace Sandrelli che sanno come e quando far nascere il sorriso nel bel mezzo di una tragedia. Il film, che dovrà contendersi le attenzioni del pubblico nostrano con il gigante firmato da James Cameron Avatar, esce nelle sale italiane il 15 gennaio e si candida a restarci per molto…inaspettate invasioni da Pandora permettendo.
Dario Adamo, da “girodivite.it”

In questi giorni siamo bombardati dalla spettacolarità del film Avatar, eppure una delicata commedia come La prima cosa bella di Paolo Virzì andrebbe vista senza alcun dubbio.
Una storia semplice, delicata, che ruota intorno alla bell’Anna e ai suoi due (o tre) figli nella Livorno degli anni ’70 scivolando sulla rasposa voce di Nicola Di Bari per arrivare fino ai giorni nostri. Anna bell’Anna è una madre giovane esuberante e piena di amore, di stupore ingenuo di fronte alla vita che la condurrà ad affrontare tante peripezie con i suoi due piccoli coinvolti in un tourbillon di avvenimenti, di fughe, di dolci follie. Una madre ingombrante, la cui presenza segnerà per sempre l’amore dei figli che si ritroveranno, si abbracceranno, si scopriranno rinnovati proprio da quell’amore così grande, così esclusivo, sebbene a volte gioiosamente imbarazzante.
La prima cosa bella è anche un atto d’amore di Virzì verso la sua Livorno, città pettegola, eppure piena di calore umano e di fascino. Soprattutto Virzì riesce a dare nuovo respiro alla commedia italiana, quella dei buoni sentimenti, spesso bistrattata o fraintesa, peggio sciacquata in malo modo e riproposta in termini volgari.
Gli interpreti di questo film, invece, sono tutti misurati, pieni di umane trasparenze, sapientemente guidati, teneramente e con mano leggera, tra la farsa e il dramma. Eccellenti Valerio Mastandrea, Claudia Pandolfi e, in particolare, Anna giovane impersonata da Micaela Ramazzotti e la spumeggiante Anna ‘vecchia’ alla quale Stefania Sandrelli offre il meglio della sua recitazione.
Davvero non si dovrebbe perdere l’occasione di vedere questo film per scoprire che si può sorridere alla vita anche quando ci pone di fronte al dolore della separazione e della malattia.
Dario Arpaio, da “solocine.it”

“La Prima Cosa Bella” di Virzì è un grande film. Finalmente un buon cast viene supportato da una sceneggiatura solida, come forse solo “Romanzo Criminale” negli ultimi anni è stato in grado di fare; un film d’altri tempi per ambizioni e risultati: un gigante sulle spalle di giganti, o poco ci manca.

La storia, attraverso un sapiente uso del flashback, si muove su due piani temporali: il presente, in cui due fratelli Bruno e Valeria (Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi) si riuniscono al capezzale della madre Anna (Stefania Sandrelli), morente ma ancora piena di vita, e sono costretti a fare i conti con un passato che ha portato lentamente alla disgregazione dei loro rapporti ed ha inesorabilemnte influenzato tutte le loro scelte.

L’irrazionalità delle dinamiche umane, ed in particolare quelle familiari, sono al centro di un film scevro di qualsivoglia intento satirico o grottesco, elementi spesso presenti e ingombranti nelle opere del regista livornese. Anzi, “La Prima Cosa Bella” è una dichiarazione di pace con il passato (per Virzì, probabilmente anche con la stessa Livorno), la speranza che un’inquietudine che ti segna per quarant’anni possa risolversi in un attimo, per quanto drammatico.

La figura ingombrante di Anna influenza la vita dei figli, costretti a subire le sue esuberanze incoscienti da piccoli come da grandi. Anna, una persona “larger than life” come direbbero gli americani, è capace di commuoversi per un film come per una bella giornata, ma non sempre è in grado di guardare oltre il momento presente e di scegliere razionalmente per sè e per i suoi cari.
Gli uomini sono attratti magneticamente dalla sua figura, portandole grandi illusioni e altrettante delusioni quando inevitabilmente scappano (tutti, tranne il devoto Nesi, uno straordinario Marco Messeri), ma ai figli non è concessa tale opportunità e devono, da piccoli, restare aggrappati alla madre che nel bene e nel male dà loro più amore di chiunque altro, e da grandi fare i conti con gli squilibri portati da questo “troppo amore”.

Il film è letteralmente illuminato dall’interpretazione di Stefania Sandrelli, in un ruolo che sembra cucito sulla sua innata leggerezza, insostenibile per i figli, in particolare per Bruno. Mastandrea, costretto ancora nei panni dell’indolente sarcastico e malinconico che tanto gli viene bene, stavolta trova in Bruno un percorso umano che giustifica tale personalità, fino allo svelamento finale dell’origine di tanta acrimonia.
Sul contrasto tra Anna e Bruno il film fonda la sua tensione emotiva, ma accanto ai due personaggi principali brillano davvero anche tutti gli altri: Claudia Pandolfi mai così brava, mentre Micaela Ramazzotti ormai non è più una sorpresa, e finalmente la si vede in un ruolo meno stereotipato del solito. Come la Sandrelli è perfetta per interpretare Anna che, in fin di vita, riesce ancora ad essere il cuore di una famiglia e una persona radiosa (a volte quasi in maniera fastidiosa), così la Ramazzotti riesce a rendere credibilmente lo stesso personaggio trent’anni prima, sfumando l’ingenuità spensierata con l’inquetudine della giovinezza e un istinto materno quasi animalesco.
Il massimo della felicità ed il massimo della tristezza sono racchiusi in pochi minuti. La commozione per la festa diventa commozione per la perdita: in quel momento, si è dentro quella casa, con tutti i personaggi.

Con “Tutta la Vita Davanti” Virzì ha provato a raccontare le difficoltà dell’Italia di oggi con i modi che fecero grandi Monicelli, Risi e Scola, ma la commedia all’Italiana oggi non può avere lo stesso ruolo che ebbe nella sua epoca d’oro. Mancano le condizioni sociali, le implicazioni politiche e, in generale, le qualità artistiche per ripetere miracoli come “Il Sorpasso” o “C’eravamo tanto amati”. “La Prima Cosa Bella”, invece, arriva dritto al cuore dello spettatore ottenendo il risultato che quei grandi film ebbero: raccontare le persone, ma dare a tutti un punto di vista privilegiato, quello dell’artista, per riflettere su se stessi; creare un’opera che, raccontando una storia, diventi documento di un tempo, il nostro, in cui le paure personali e le questioni irrisolte sono altrettanto pesanti e limitanti, se non di più, delle condizioni sociali del paese per la ricerca della felicità e della realizzazione.
da “filmscoop.it”

Una mamma bellissima, svampita, ingombrante e affettuosa, ha cresciuto quasi da sola due figli, l’insicura Valeria (Claudia Pandolfi) e l’eternamente insoddisfatto Bruno (Valerio Mastandrea). Sono stati anni difficili, tra la separazione e altre beghe familiari, promesse non mantenute e avvoltoi, ma in qualche modo Anna Nigiotti in Michelucci (da giovane Micaela Ramazzotti — in Virzì -, quaranta anni dopo Stefania Sandrelli) ne è venuta sempre fuori, sempre insieme ai figli. La sua energia non potrà sconfiggere un male incurabile, ma dopo qualche decennio compie ancora miracoli, inchiodata in clinica ma ancora svampita, ingombrante e affettuosa, capace di catalizzare intorno a sé il ritorno di Bruno, Valeria e altri cari, insieme ai ricordi di una vita.
Chiamatelo pure “Le invasioni livornesi”, per citare Le invasioni barbariche di Denys Arcand, non farete torto a nessuno ricordando alcuni tratti di un grande film del 2003, rivisitati con spirito diverso — toscano — per un messaggio simile: la voglia di vivere che si esalta nell’imminenza della morte, la forza della famiglia e la difficoltà della riconciliazione, più varie ed eventuali. Virzì e cosceneggiatori (Francesco Piccolo e Francesco Bruni) hanno indovinato quasi tutto, assemblando una bella commedia musicale, in senso letterale e non, oltre che corale, nella quale non si ascoltano voci stonate, anzi, tanti controcanti azzeccati, e che può far ridere sorridere piangere anche nel volgere di un minuto. Un racconto ben calibrato in cui i flashback del passato — splendida la fotografia degli anni ’70 e ’80 — ci dicono sempre qualcosa in più sul presente, e nelle vicende di oggi si raccolgono gli indizi su quel che sarà il futuro, soprattutto per Bruno e Valeria. Finalmente più ottimista e aperto alla vita.
Gabriele Guerra, da “frequency.it”

Se fino a poco tempo fa “La prima cosa bella” era solo il titolo di una canzone del 1970 di Nicola di Bari, ora è anche il titolo scelto da Paolo Virzì per il suo ultimo lavoro cinematografico, nelle sale dal 15 Gennaio. Dopo aver affrontato l’attualissimo tema del precariato in “Tutta la vita davanti”, il regista livornese racconta una storia emozionante, direi pure commovente; una storia amara ma allo stesso tempo ottimista. Protagonisti di questa storia sono una madre, Anna, e i suoi figli, Bruno e Valeria. Anche se verrebbe da dire che i veri protagonisti sono i sentimenti.
Siamo a Livorno, nell’estate del 1971. In un contesto che è quello di qualsiasi paese di provincia, movimentato da sagre e feste di piazza, si elegge la mamma più bella. Il titolo se lo aggiudica Anna Michelucci, interpreta da Micaela Ramazzotti che si alterna con Stefania Sandrelli. Da quell’evento il rapporto di coppia, a causa di malintesi e gelosie, s’incrina. L’equilibrio famigliare si rompe. A ricordare i momenti che hanno scandito prima la sua infanzia poi la sua adolescenza è Bruno (Valerio Mastandrea), che da bambino musone è diventato un adulto insoddisfatto. L’occasione che lo getta in questo amarcord è drammatica: è chiamato dalla sorella (Claudia Pandolfi), dopo anni di voluta lontananza, al capezzale della madre, a cui il cancro ha lasciato poco da vivere. Poco, però, solo in senso cronologico, perché questa donna dalla vita cerca di prendere il possibile, fino alla fine.
Il passato ritorna a galla, e il presente fornisce a Bruno una nuova chiave di lettura, che gli consente di dipanare incomprensioni. E soprattutto gli permette di comprendere una madre sui generis, da cui aveva preso le distanze per le maldicenze che circolavano sul suo conto. Perché ad Anna non viene perdonato il suo stile di vita estroso, paga il suo non uniformarsi al perbenismo ed alle convenzioni. Fondamentalmente è una donna fragile, ma porta avanti con tenacia le sue battaglie. È una donna ingenua, svampita. Può sembrare una madre incosciente, ma in realtà è una madre innamorata dei suoi figli e della vita. Ed in fondo il film è proprio un invito ad innamorarsi, ad amare gli altri e la vita, nonostante tutto.
Se sono una conferma attori come Mastandrea e la Pandolfi, che si cimentano e sono credibili anche nel dialetto toscano, sono una bella sorpresa i bimbi scelti ad interpretare i fratelli da piccoli, calati perfettamente nella parte.
Bella anche la colonna sonora, che rispolvera successi degli anni settanta, dalla cover che da il titolo, reinterpretata in una versione più raffinata, soft da Malika Ayane, all’”Eternità”.
Angela Lonardo, da “tuttiinpiazza.it”

L’approssimarsi della morte della combattiva e solare Anna (Stefania Sandrelli) porterà Bruno (Valerio Mastandrea) il figlio, al capezzale della madre per una inarrestabile cavalcata nei ricordi, indietro nel tempo sino ad una Italia e ad una Livorno anni ‘70, dove Bruno e la sorella Valeria (Claudia Pandolfi) assistono alle peripezie della madre cacciata di casa da un marito geloso, costretta ad un lungo peregrinare, figli al seguito, rincorrendo un sogno fragile come cristallo.
Paolo Virzì è un regista che ama filtrare ricordi e suggestioni con una certa nostalgia, rimaneggiandoli nel puro stile della commedia all’italiana, mai così classica e malinconica come in questo caso, un regista che non ha certo bisogno di conferme, e che nonostante qualche scivolone, ci aveva già convinto con il suo caotico e sferzante Tutta la vita davanti, senza tralasciare incursioni più ardite come l’intrigante N (io e Napoleone).
Quindi che ci trovassimo di fronte ad un film perlomeno godibile era quantomai scontato, ma qui si va un tantinello oltre, perchè per chi ha amato la commedia all’italiana, quella vera non quella millantata dei cinepanettoni, non potrà non scorgerne frammenti e posture tipiche di personaggi tanto malinconici quanto amari, ma con un gran cuore da ostentare, e con in fondo un gran bisogno d’amore.
Esteticamente La prima cosa bella è un gioiello, sia per la fotografia sia per la leggerezza nel narrare visivamente le suggestioni di un’epoca senza manicheismi soap da fiction di ultima generazione, un plauso a Valerio Mastrandrea un attore che ha saputo crescere rischiando e schivando ruoli che lo avrebbero fossilizzato nella caratterizzazione di perenne Romano de Roma, vedi il collega Claudio Amendola, portando alla luce col tempo un’ironia assolutamente istintiva, ed una romanità sorniona e sagace, naturalmente in questo frangente coadiuvato da una vitale Stefania Sandrelli che negli anni ha assorbito a massicce dosi, e per osmosi grande cinema e grandi autori.
La prima cosa bella sfoggia il tocco leggero dell’amarcord e la freschezza di una Livorno da memorabilia, e in tutto questo talentuoso baillame riescono a non sfigurare neanche Claudia Pandolfi e Micaela Ramazzotti, non esattamente interpreti memorabili, nonostante la Ramazzotti sia un’attrice che di spontaneità e romanità ha saputo far virtù, vedi il Nastro d’Argento per Questione di cuore della Archibugi.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

Si piange e si ride continuamente, spesso contemporaneamente, in questa commedia quasi perfetta che Paolo Virzì, tornando all’amatodiata Livorno come un tempo Allen a Manhattan, ci regala tredici anni dopo “Ovo sodo”, di cui “La prima cosa bella” richiama ambientazione, certi personaggi e molte situazioni.
Con moltissimi riferimenti autobiografici ed il contorno di una serie illimitata di straordinari bozzetti livornesi, viene ricostruita, attraverso una serie di flash back, quarant’anni di storia di una famiglia centrata su una madre (Anna) troppo corteggiata e ingenuamente ambiziosa per essere affettivamente stabile.
Le vicende travagliate dell’infanzia dei due figli di Anna, recuperate dai flash backs del melanconico Bruno, costretto al capezzale della madre dalla sorella, ma soprattutto dalla sua preconscia necessità di fare chiarezza rispetto al suo male di vivere, sono quanto di meglio il cinema ci ha offerto nel descrivere che cosa realmente accade a molti, troppi figli di separati.
Inadeguatezze affettive, sentimenti di vuoto, vani tentativi di negazione, la costante tentazione tossico-anestetica ed il sarcasmo come difesa sono le tracce dei troppi dolori subiti nell’infanzia.
Virzì, citando esplicitamente (sul set de “La moglie del prete”) e implicitamente (la strada di Calafuria), Dino Risi, rinverdisce i fasti della commedia all’italiana, attualizzandone i contenuti e infarcendola di garbati riferimenti psicosociali, riportandola paradossalmente ad una dimensione internazionale, nonostante l’impianto bozzettistico provinciale. Il meccanismo implacabile della sceneggiatura, sebbene non originalissimo ed a tratti un po’ troppo aggiustato per garantire se non un lieto fine, almeno la sensazione di una speranza sempre aperta per tutti i personaggi, coinvolge emotivamente lo spettatore senza dargli tregua; raramente abbiamo assistito ad una sala piena di persone soddisfatte di aver pagato il biglietto.
Bravissimi tutti gli attori, in particolare Stefania Sandrelli, in un ruolo per lei congeniale e in parte autobiografico. Virzì è bravissimo nel dirigere anche tutte le figure minori nel dare corpo a personaggi ben delineati e rintracciabili dagli spettatori che hanno passato i quaranta nella propria memoria.
Non si può non augurare a questa pellicola il successo che merita e compiacersi del fatto che il cinema italiano non è più per niente il fanalino di coda della cinematografia mondiale.
Rccardo dalle Luche, da “loschermo.it”

E’ straordinario come Virzì riesca a fotografare il modo di essere e di rapportarsi degli italiani in ogni epoca, in ogni contesto. Da “Ovosodo” a “Caterina va in Città”, è incredibile come le sue pellicole siano meticolosamente attente al minimo dettaglio, alla minima battuta, al singolo personaggio. Sono unici, i personaggi creati da Virzì. Dall’Elio Germano di “Tutta la Vita davanti” alla stessa Micaela Ramazzotti, Paolo e la sua musa (nonché moglie) sono diventati gli specialisti della commedia all’italiana, quella dal tiro ad effetto come si usava ai bei tempi, attenta ai particolari e sempre in bilico tra la risata e il pianto (“Questione di Cuore”, con la stessa Ramazzotti, può servire da ottimo esempio).
“La prima Cosa bella” è un gran film. Proprio così, un gran film sorretto da un grandissimo cast. I due fratelli, Valerio Mastandrea e Claudia Pandolfi, sono semplicemente eccezionali, fuori da ogni schema, sin da piccoli che da grandi. Il primo ci riporta direttamente ai fasti del bellissimo “Non Pensarci”, la seconda è probabilmente al suo ruolo migliore: bizzarra, ironica, prepotente. L’attore romano è il solito quarantenne depresso che spara frasi con il contagocce, la Sandrelli è senza ombra di dubbio il personaggio più intrigante ed emozionate del film, irresistibile quando si tratta di scappare da un ospedale per finire ad una festa e ballare masticando zucchero filato.
Ma di cose belle ce ne sono tantissime, dalle citazioni ai film di Dino Risi all’italietta dei giorni nostri, quella degli avvocati giovani e delle nuove tendenze (emo in primis). Ad essere messi in rapporto, sono i modi di approcciarsi alla vita a seconda delle diverse epoche attraverso le quali la trama si dirama (settanta, ottanta, duemila). Sempreverdi sentimenti quali la gelosia, l’infelicità e l’amore smisurato per i propri figli. Confini spazio temporali che di dilatano, la voglia di fuggire dal proprio paese. Non a caso Bruno è scappato da Livorno per insegnare lettere a Milano. Tutti credono se la spassi, ma non è così.
Virzì dirige con ordine, e il film ne guadagna in crescendo, per esplodere completamente in un finale capolavoro dove a decidere se versare lacrime o ridere a crepapelle sarete solo e solamente voi. Tra citazionismo e classicità, la storia della famiglia Michelucci in una Livorno che profuma di mare e pioggia è già entrata nel cuore di tutti gli italiani, critica compresa.
da “osservatoriesterni”

Virzì è uno dei registi più innovativi del panorama europeo. In “la prima cosa bella” applica a una storia tradizionale un ritmo decisamente innovativo, scegliendo sempre inquadrature originali e percorsi poco convenzionali. La storia è uno spaccato della provincia italiana, tra canzonette e rimandi a cinema e televisione.
Le vicende ruotano intorno a una famiglia livornese. Due piani di narrazione, uno intorno agli anni ’60 e uno durante i giorni nostri, con Livorno cuore delle pulsazioni dei protagonisti. La famiglia Michelucci si ama, si sfalda e si ricompone, perde pezzi e ne aggiunge altri, per ritrovarsi infelice e isolata, con la vecchia mamma Anna (Stefania Sandrelli) oramai morente, intorno alla quale si ritrovano i due figli, Bruno (Valerio Mastandrea) e Valeria (Claudia Pandolfi), chi alle prese col sesso extraconiugale, chi stralunato a causa di massicce droghe leggere. Tornano i fantasmi del passato e si aggiungono pezzi nuovi al puzzle familiare, rivelazioni e risoluzione dei conflitti.
Virzì riesce a imprimere alla storia dei Michelucci un’impronta personale, a dare calore al passato pur non cadendo nel vortice della nostalgia (Livorno è la sua città natale), nelle innumerevoli storie d’amore (sempre inserite in circuiti più ampi) e non perdendosi nei drammi dei protagonisti, riuscendo, come nella scena finale, a coniugare tristezza e verve grottesca, dando un’immagine indimenticabile all’Italia passata e presente.
Se Avatar (uscito nello stesso giorno) ha rappresentato l’apice dell’uso degli effetti speciali e della tecnologia, “la prima cosa bella” è pura emozione, la dittatura dell’umanità che decide il proprio destino e che anche negli errori sa ricercare un motivo per vivere, fosse anche con un bagno al mare. Tutti i protagonisti sono superbi, Mastandrea e Sandrelli in testa, dando prova di come la commedia può raggiungere ancora livelli altissimi richiamandosi alla tradizione tematica nostrana e ponendo al centro dei giochi narrativi la potenza della creatività.
Una bella lezione di cinema, grande Virzì!
da “osservatoriesterni”

Bruno (Valerio Mastandrea) insegna lettere in un istituto alberghiero milanese. È scappato dalla sua città d’origine, Livorno, ed ora vive attutendo la sua infelicità tenendosi compagnia con le droghe. Sua sorella Valeria (Claudia Pandolfi) lo convince a portare l’ultimo saluto a sua madre in fin di vita(Stefania Sandrelli). L’incontro dopo tanti anni con la sua città e con una madre ancora bella, nonostante la malattia, lo portano a fare i conti con sé stesso e con il suo passato. Un passato che Bruno aveva cercato di dimenticare, fatto di peripezie per star dietro ad Anna (Micaela Ramazzotti). Una donna libera e forte, che il marito, accecato dalla gelosia, allontana. Riuniti attorno alla madre Bruno e Valeria, sapranno perdonarsi e perdonarla, chiudendo con i fantasmi del passato.
Tutto il film ruota attorno alla figura di una madre(raffinatissimo richiamo alla Adriana di Io la conoscevo bene, film del 1975 di Antonio Pietrangeli, interpretata da una giovanissima Stefania Sandrelli), “molto importante” , come lo stesso Bruno afferma. I flash back lungo le varie tappe dei sui amori, ci danno un’immagine di una donna sedotta dagli uomini e dalle situazioni, che la provincia livornese non riesce a tollerare.
Con La Prima cosa bella, Paolo Virzì torna – dopo Ovosodo e Caterina va in città – ad affrontare i difficili rapporti familiari: figure un po’ sbandante, un po’ incoscienti ma sempre piene d’amore. E la bravura, ancora una volta, sta nel parlare di sentimenti, senza realizzare quel tipo di commedie concitate e strappalacrime, care alla tradizione del cinema inglese.
Le ottime interpretazioni dei protagonisti – tra i quali spicca Micaela Ramazzotti, che conferma tutta la sua bravura e versatilità già dimostrate in Tutta la vita davanti – e la bravura di Virzì, ci ricordano che il cinema italiano non è morto, anzi vive e combatte insieme a noi. Al di là del cinepanettone, dalla risata facile e della volgarità, esiste un mondo cinematografico raffinato, degno della nostra migliore tradizione.
E La prima cosa bella di certo non è l’ultima che il cinema nostrano può offrirci.
Anna Giordano, da “levanteonline.net”

Dopo la critica sociale civettuola e semplicistica del sopravvalutato Tutta la vita davanti, Paolo Virzì torna con La prima cosa bella al cinema corale e tutto sommato edificante che meglio gli è riuscito in passato con opere come Ferie d’agosto o Baci e abbracci, ed anche questa volta centra il bersaglio con un’opera di impatto emotivo.
Il filo principale della trama è incentrato sulla figura della giovane Anna Nigiotti in Michelucci, madre ingenua e bellissima che all’inizio degli anni ’70 si trova sbattuta fuori casa dal marito geloso. Da quel momento cominciano per la donna ed i suoi due figli una serie di peripezie fatte di precarietà economica, continui traslochi ed amanti più o meno occasionali, in un susseguirsi di eventi tragicomici che condurranno la storia fino ai nostri giorni. Nel presente tocca soprattutto a Bruno, primogenito di Anna, fare i conti con il rapporto a dir poco conflittuale che ha sviluppato negli anni con la madre.
Pur non essendo un film esplicitamente autobiografico per ammissione dello stesso Virzì, La prima cosa bella propone comunque il background sociale e culturale in cui l’autore è cresciuto, e lo rappresenta in maniera sicuramente nostalgica ma allo stesso modo non retorica o calligrafica. Rispetto ad Ovosodo, l’altro suo film ambientato a Livorno, viene abbandonato il quadro bozzettistico, caricaturale delle figure inscenate rispetto ad un disegno più armonico di caratteri, psicologie, situazioni. Virzì, che sa di essere un buono sceneggiatore e soprattutto lavora con due scrittori competenti come Francesco Bruni e Francesco Piccolo, adopera con molta intelligenza l’alternarsi dei piani temporali in cui la storia si dipana, e costruisce un puzzle che alterna con sapienza scene da commedia di costume con momenti maggiormente melanconici ed introspettivi. Il risultato è sicuramente godibile, anche se nella parte centrale l’accumulo di scene necessarie per definire la psicologia dei personaggi risulta prolisso, ed appesantisce lo scorrimento della narrazione. La prima cosa bella ha però il pregio di costruire una parte finale emozionante, per nulla stucchevole, e recuperare in questo modo il rallentamento subito in precedenza.
Da sempre poi la qualità maggiore del cinema di Virzì risiede nella direzione degli attori, e sotto questo punto di vista La prima cosa bella appare addirittura il suo lavoro più riuscito. Se il regista infatti denota la solita sensibilità nel regalare ad ognuno degli interpreti un personaggio corposo, questa volta centra perfettamente anche la scelte legate alla fisicità delle figure. L’idea di dare alla protagonista Anna il doppio volto di Micaela Ramazzotti e Stefania Sandrelli si rivela ad esempio una scommessa dubito vincente: le due attrici infatti si calano con grande partecipazione nella delineazione di un’unica figura femminile, a cui donano umanità e spessore. Un’altra innegabile spinta propositiva al film la regalano anche i magnifici attori di contorno, capaci di aggiungere sapore ad ogni caratterizzazione: su tutti un magistrale Sergio Albelli nel ruolo del marito della Ramazzotti.
Lasciandosi alle spalle un tipo di cinema fintamente corrosivo, in realtà molto più buonista di quanto volesse lasciare intendere, Paolo Virzì è tornato questa volta con un lungometraggio evidentemente sentito, che trasmette allo spettatore la sincerità con cui è stato realizzato. Nonostante alcune e già evidenziate imperfezioni nella gestione della cadenza del racconto, La prima cosa bella possiede proprio nella linearità del tono di narrazione e messa in scena il fattore più evidente della sua riuscita.
Adriano Ercolani, da “commingsoon.it”

E,’ da qualche giorno nelle sale cinematografiche italiane l’ultima opera di Paolo Virzi’ che attraverso una commediola dal sapore dolce – comico – amarognolo descrive uno spaccato di vita italiana dagli anni trenta fino agli anni attuali in maniera magistrale e con una descrizione dei particolari che ha dell’affascinante e dell’avvincente al tempo stesso sia per la accurata descrizione dei particolari che per la finezza con la quale il regista livornese ha saputo fotografare caratteri, pregi, difetti, angosce e valori umani oggi sottovalutati, dei personaggi che compongono il suo scenario descritto, tra l’altro, con una fotografia attraente perché contribuisce efficacemente a rendere ancor più facilmente comprensibile l’atmosfera dell’intera vicenda.
Nel film, assolutamente da vedere, la famiglia italiana degli anni trenta viene descritta interamente, con i suoi numerosi difetti ma anche con una umanità ed una pseudo spensieratezza che fa riflettere in quanto, a fronte di atteggiamenti inconsulti derivanti dagli umani errori di una donna che vuole ad ogni costo proteggere i suoi figli, fa riscontro una delicatezza di carattere che porta la protagonista di questa intrigante vicenda a finire i suoi giorni alla sua maniera, proprio come ha vissuto la sua vita piena di esperienze, di delusioni, di amarezze ma anche di tante piccole ed evanescenti soddisfazioni che riescono a soddisfare la sua ambizione di uscire da una vita piatta attraverso i tentativi goffi di entrare a far parte del mondo del cinema, attrazione meravigliosa per gente di provincia di allora e per ragazze ambiziose ed anche un poco prive di scrupoli.
Senza entrare nei particolari della vicenda, narrata da Virzì con una regia magistrale e da grande comandante di sets cinematografici, vorremmo sottolineare come nel film sia possibile notare il sentimento della serenità che alberga nel cuore della bambina figlia della protagonista alla quale serenità fa da contrappunto il carattere chiuso del fratello maggiore che, più sensibile e più in grado di capire le peripezie della madre, soffre talmente che il suo carattere ne resterà indelebilmente toccato per tutta la vita.
Gli amori, le sfide familiari, i giudizi della gente retriva emergono dalla vicenda ma, come sempre accade, il bene riesce – malgrado tutto – a vincere il male con un colpo di coda finale che sorprenderà lo spettatore il quale è indotto, durante la visione del film – a pensare che finalmente la ” snaturata ” madre dei piccoli protagonisti abbia finalmente capito i suoi errori ( a nostro avviso non tanto tali, ma da ricondursi a tentativi di una svampita mamma di far vivere ai suoi figli una vita migliore della sua ).
Ebbene, la Sandrelli, che interpreta la mamma snaturata dei nostri giorni, è semplicemente grandiosa, in una parte che ha sostituito da tempo la sua caratteristica di sex simbol e, per quanto riguarda la vita giovanile della donna che interpreta, è affiancata con una intensa interpretazione di Micaela Ramazzotti che fa vivere la Sandrelli anni trenta; i figli, impersonati nella versione adulta da Claudia Pandolfi e da Valerio Mastandrea sono rappresentati in forma perfettamente adeguata alle immagini di oggi, così come pure i piccoli interpreti della loro vita giovanile sono più che adeguatamente interpretati da ben quattro bambini dalla intensa bravura: Giacomo Bibbiani e Aurora Frasca ( da piccoli ) e da Francesco Papalino e da Giulia Burgalassi ( da adolescenti ).
Da notare che, per la prima volta, Virzì si cimenta in un’opera ambientata, girata, e con la parlata della sua città: quella Livorno che rappresenta non tanto velatamente l’ambiente nel quale si sviluppa l’autobiografia non dichiarata del registra.
Paola Di Pietro, da “ladysilvia.it”

Cosa vuol dire avere una mamma bellissima, vitale, frivola, imbarazzante? E’ il cruccio che ha accompagnato tutta la vita di Bruno, primogenito di Anna, fin da quando aveva otto anni. Tutto comincia nell’estate del 1971, quando assistendo alla tradizionale elezione delle Miss dello stabilimento balneare più popolare di Livorno, Anna viene inaspettatamente chiamata sul palco ed incoronata come mamma più bella. Da allora, nella famiglia Michelucci, arriva lo scompiglio e per Anna, per Bruno e per la sorella Valeria, inizia un’avventura che si concluderà solo ai giorni nostri, con un inattesa struggente riconciliazione.
Per poter costruire un futuro che sia fatto di felicità, di “cose belle”, spesso è inevitabile affrontare il passato, con tutti gli spettri che esso si porta dietro, seppure per farlo sia necessario, oltre al coraggio del rischio, la capacità del perdono, con la quale soltanto si può rivalutare il presente e cogliere ogni cosa sotto una luce differente, tanto da riuscire a trasformare l’intero giudizio su di una persona. È quello che fa Bruno (Valerio Mastrandrea), e forse, attraverso di lui, è quello che fa anche Paolo Virzì, rispettivamente protagonista e regista de La prima cosa bella. Il film presenta la vita di Bruno, professore di lettere a un istituto tecnico, poeta mancato, uomo apatico e infelice, trasferitosi da Livorno a Milano. La sua vita viene improvvisamente travolta dalla visita della sorella (Claudia Pandolfi) venuta ad annunciargli la malattia irreversibile della madre (Stefania Sandrelli) e decisa a riportarlo da lei. A contatto con la sua città natale e soprattutto con la vitalità infinita della madre, Bruno si apre al ricordo critico del suo passato, al tempo in cui, insieme con la sorella più piccola, veniva trascinato continuamente dalla giovane e bella madre (Micaela Ramazzotti) nelle sue avventure attraverso l’Italia degli anni ’60, alla ricerca di una stabilità costantemente allontanata da amori sbagliati e obbiettivi irraggiungibili, immersa sempre nella difficoltà e nella precarietà. Affrontare la madre e il suo passato è per Bruno un trauma che cerca di sopportare con il distacco della sua apatia, ma lentamente, attraverso il processo dei ricordi, tutto si trasforma in una cura per la sua infelicità: dalla figura della madre, caricata fino ad allora da Bruno della responsabilità di un’infanzia trascorsa nell’incertezza che determinerà la sua intera vita, emerge la sostanzialità di un amore incondizionato che si manifesta come la base di un legame indissolubile tra sua madre, sua sorella e lui. Lo spettro di una madre disprezzata per la sua irresponsabilità si trasforma e prende corpo nella figura di una donna che manifesta la sua grandiosa vitalità di fronte alle crudeltà della vita e soprattutto di fronte alla crudeltà più estrema della malattia: alla sua morte, quasi come un istinto, entrambi i figli sembrano sentire il senso di una sua eredità che li porterà a scegliere di cancellare le loro vite insoddisfatte e iniziarne altre fatte soltanto di “cose belle”, a partire da lei, la madre, “la prima cosa bella”. Con La prima cosa bella Paolo Virzì non si stacca dal filone della commedia all’italiana che lo ha caratterizzato come regista, eppure dopo Tutta la vita davanti e Caterina va in città, riesce ad uscire da quel pericoloso gioco in cui rappresenta i luoghi comuni dell’Italia contemporanea che rischiava di condurlo a una sterile produzione di rappresentazioni caricaturali della nostra società. Ma vi riesce solamente grazie a un grandissimo rischio, quello di realizzare un film vicino all’autobiografia ambientandolo nella sua città natale, Livorno, e imprimendo in esso un pathos proprio solo a chi sta rivelando qualcosa di sé stesso. Tuttavia Virzì riesce nell’intento di non scadere nella mera autobiografia, anche grazie alla bravura del cast che lo circonda: Mastrandrea, ancora una volta nel ruolo del disilluso e apatico uomo al centro di una vita che scorre di fronte alla sua volontaria immobilità (come già in Non pensarci), Claudia Pandolfi, forse nella sua interpretazione più convincente, Micaela Ramazzotti, in uno di quei ruoli che Virzì sembra ritagliare perfettamente a sua misura (come già in Tutta la vita davanti) e la bravura di Stefania Sandrelli, capace di riportare magistralmente la figura piena di vita della madre nel momento delicato della fine. È forse grazie alle loro interpretazioni che La prima cosa bella riesce totalmente nel difficilissimo intento di rappresentare una storia drammatica sempre sul filo di una comicità semplice e spontanea: resta nella memoria quello splendido miscuglio di sensazioni che colpisce lo spettatore nella scena della morte della madre riuscendo a strappare dei sorrisi tra le lacrime.
Alessio Tommassoli, da “storiadeifilm.it”

Comincia in un bagno di Livorno, nell’estate del 1971, La prima cosa bella di Paolo Virzì, una commedia drammatica dal retrogusto nostalgico che racconta fondamentalmente del rapporto di una mamma bella, un po’ pazza e vitalissima con i due figli Bruno e Valeria, diversissimi l’uno dall’altra. È in uno stabilimento balneare infatti che Anna Nigiotti, al culmine della sua bellezza, vince il premio della mamma più bella ed accendo allo stesso tempo le concupiscenze provinciali di tutto il pubblico maschile e la gelosia feroce del marito, che ben presto esplode incontrollabile costringendo la giovane donna a lasciare il nido familiare tra le percosse con i due pargoli a seguito nel bel mezzo di una notte buia e tempestosa. È solo l’inizio di un infinito girovagare verso l’ennesima sistemazione provvisoria: Anna passa per una sequenza infinita di lavori – finendo perfino a recitare sul set de La moglie del prete di Dino Risi – e di relazioni con uomini desiderosi di approfittarsi della sua ingenuità ma incapaci di riconoscere la sua gioia di vivere. E intanto i suoi figli crescono all’insegna dell’instabilità esistenziale, stretti tra l’amore di questa mamma esplosiva ed il tentativo di restaurazione familiare del padre separato e della cognata bigotta: a farne le spese è soprattutto Bruno, che fin da piccolo usa rinchiudersi in uno scontroso silenzio per la vergogna che la chiacchieratissima condotta materna gli induce, tanto da fuggire da Livorno in cerca di fortuna alla prima vera occasione. La prima cosa bella però si alterna dal punto di vita narrativo su tre distinti piani temporali, soprattutto i primi anni Settanta e il presente, con una parentesi nei controversi anni Ottanta. Ai giorni nostri Bruno fa il docente insoddisfatto in un istituto alberghiero di Milano e crede di vivere un legame altrettanto inconcludente con la sua compagna di lungo corso, che lo ama e lo sopporta nei suoi tentativi di colmare il buco esistenziale che lo opprime da sempre con droghe leggere e farmaci di qualsivoglia tipologia. È la sorella minore a riportarlo nella città d’origine per salutare la madre malata terminale, in fin di vita ma ancora vitalissima, capace di far sorridere ed innamorare i compagni d’agonia del suo istituto di cura: controvoglia Bruno riprende la via di casa e prova per l’ultima volta a confrontarsi con quella mamma un po’ pazza che l’ha sempre messo a disagio ed in buona sostanza gli ha rovinato la vita. Sarà l’occasione per comprendere e scoprire nuovi aspetti (e magari anche un segreto inaspettato) di un dirompente amore filiale. Il tutto raccontato in magistrale equilibrio tra comico e drammatico, con brevi e misurate incursioni nel territorio del grottesco, ormai tipiche del cinema di Virzì, che sfrutta magistralmente gli anfratti familiari della sua Livorno, la musica nazionalpopolare dei bei tempi andati, un nugolo di riuscite citazioni cinematografiche d’epoca ed i sogni dell’Italia che fu nel confronto impietoso con quella dei giorni nostri. La prima cosa bella è però un film d’attori e tutto il cast reclutato per l’occasione recita davvero a meraviglia: una splendida Stefania Sandrelli, una naturalissima Micaela Ramazzotti, un intenso Marco Messeri, senza escludere ovviamente la brava Claudia Pandolfi ed il solito Valerio Mastandrea, tutti credibilmente livornesi e, nel caso dei due ‘fratelli’, supportati da giovani caratteristi che li sostituiscono in modo efficace negli inserti dell’infanzia e dell’adolescenza.L’emozione più insostenibile la radiosa Sandrelli ce la riserva nell’addio ai suoi ragazzi, quando nel letto di morte chiede ai due: “Però ci siamo divertiti tanto, vero?”
Paolo Boschi, da “scanner.it”

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