La bocca del lupo

Pietro ha poco più di trent’anni e viene da Caserta, ma spesso gira per i vicoli di Genova, perché suo padre fa il marittimo e s’imbarca sempre dal porto ligure. Tra Piccapietra, Caricamento e Pré un giorno Pietro, sulla porta di una panetteria, incontra Enzo, un omone scuro, un siciliano dai grandi baffi e col volto come scolpito negli scogli di questa terra. Enzo gli fa vedere le gambe, piene di cicatrici che sono il ricordo incancellabile delle pallottole che la polizia gli ha ficcato nella carne e così gli racconta tutta la sua storia di galera e d’amore. Pietro ha la passione per il cinema, una passione che è diventata quel mestiere che ti porta a guardare il mondo da dietro la macchina da presa: la vita di Enzo, i vicoli di Genova, la gente che vive tra la battigia del sottoporto e le penombre della città, i suoni confusi e armonici delle voci nei bar sono per lui tracce affascinanti da mescolare e stendere sulla pellicola come pennellate narrative. Pietro convince Enzo e la sua compagna Mary a diventare un film appassionato e visionario, sospeso tra favola e documento, immerso in una Genova trasfigurata attraverso la lente dell’obiettivo e nella camera di montaggio, per adattarsi come un vestito agli anni duri e felici che questa straordinaria coppia di gente comune ha vissuto in uno spicchio della propria vita.

Pietro Marcello riprende così il suo peregrinare fra il porto, la ferrovia, la sopraelevata di Caricamento e i portici del centro, alla ricerca di immagini che possano mettergli davanti agli occhi il tempo e i luoghi della storia di Enzo e Mary; cerca di trasformare in visione poetica del ricordo i racconti scanditi da quelle loro voci che sul registratore sono dapprima un po’ impacciate, poi sempre più naturali, fino a diventare quasi un canto responsoriale che incasella lo scorrere delle sequenze quasi guidandone il farsi sintassi filmica nella mente di Pietro, fino a diventare cinema. Il film c’è, si chiama La bocca del lupo e, grazie alla determinazione di Gianni Amelio, ha trovato un posto fra i titoli in concorso nel ventisettesimo Torino Film Festival, presentato al pubblico il 16 novembre alle otto di sera nella gremita prima sala del cinema Massimo, proprio dietro la Mole Antonelliana. Pietro è presente, ma non lo distingui dai ragazzi che siedono qua e là in sala; Enzo e Mary stanno dietro di me e invece li riconosci subito, anche se non hai ancora visto il film.

Quando si spengono le luci e sullo schermo arrivano le prime immagini sento subito i profumi del mare della Liguria, ma lo scorcio non è calligrafico, da cartolina, bensì è uno sguardo ‘di sguincio’, con l’acqua azzurra che fa capolino tra pareti nere di scogli, mentre una petroliera rossa solca pigramente l’orizzonte e indistinti personaggi in controluce accendono fuochi nei pressi della battigia, descritti da una calda voce fuori campo come ‘uomini delle caverne’, le cui gesta sembra stiano per essere narrate come in un fantasy medievale. Ecco la ‘dichiarazione di poetica’ di Pietro: raccontare col cinema una storia di gente piccola, comune, quella che nella vita vedi solo di riflesso, e ambientarla in una città piena di storia, ma una storia che passa fra strade sconosciute e anonime, dove il rapporto fra l’uomo e il mare è vissuto attraverso le ferite inferte alle onde dalle chiglie delle navi, dall’alto di gru che come mostri solitari incombono sui bacini dei cantieri; una storia che però sa diventare dramma e leggenda attraverso lo straniamento del linguaggio filmico. La Genova vissuta da Enzo fin da quando aveva due anni è un avvicendarsi di immagini montate con ritmo intenso da Pietro, ove gli strati del tempo si ricorrono continuamente cullati dalle voci dei protagonisti che, fuori campo, a poco a poco ci guidano dentro la loro vita in comune. Ora Pietro e Mary vivono insieme, ma hanno dietro le spalle un forte passato: l’ incontro definitivo e fatale fra le celle di un carcere, dove Mary era quasi di passaggio per una storia di droga, confinata nelle celle dei transessuali, mentre Enzo doveva starci molto di più per quel conflitto a fuoco con la polizia che gli aveva segnato indelebilmente il corpo. E questo passato Pietro lo immagina lanciando, nello scorrere del racconto verbale fatto dai protagonisti, le sue visioni di una Genova metaforizzata da un montaggio veloce che assembla scorci e dettagli delle luci dei locali, delle vie, delle macchine, delle torri del porto, degli stradoni desolati e grigi, delle insegne dei locali, delle facce di gente che vive ‘ai margini’ fra l’intrico dei caruggi.

Alle immagini di oggi, mentre Enzo e Mary ci parlano di loro, si alternano quelle di ieri, di una Genova in bianco e nero o coi colori carichi da superotto, una Genova rubata ad immagini di repertorio, che incastonano pezzi di storia di oggi nelle spire di un romanzo che senza verità non sarebbe mai stato favola. Ogni tanto appare Enzo, confuso tra la gente di Genova, ma è solo immagine oggettiva, icona e simbolo della storia che per ora scorre solo nelle frasi fuori campo; Mary è una voce, presenza invisibile ma vicina. Pietro dipinge Genova in funzione di Enzo e Mary e lo fa con tratto visionario, quasi da video arte, gettando in faccia allo spettatore l’idea che la poesia del cinema si forma attraverso un linguaggio unico e polifonico, dove voci, immagini, colori, musiche e luci hanno senso solo in una dimensione armonicamente ipertestuale che risemantizza ogni elemento e ogni suggestione: la voce di Gainsbourg che esce da juke box del bar di Enzo è una sospensione tra presente e passato, tra la galera e la vita con Mary; il viavai anonimo sotto i portici negli anni settanta è il tema cromatico e figurativo dei suoi ricordi. Poi le suggestioni si fanno persona e il racconto entra nei corpi di Enzo e Mary, che appaiono sullo schermo a guardarci in faccia per dirci del loro amore, delle loro lunghe attese e delle loro semplici speranze, naturali e spontanei come eroi del mito che si siedono a tavola con te in un’antica tripperia genovese per raccontarti le loro imprese filtrate attraverso il prisma di un bicchiere di vino bianco.
È difficile, è impossibile raccontare con le parole le intense sensazioni che ti lascia questo film quando arrivi ai titoli di coda. Bisogna vederlo. Bisogna esserci per capire che Torino ci ha fatto scoprire un piccolo e rarissimo gioiello del cinema italiano, così nuovo, bello e importante che stenti a crederci. Quando si accendono le luci e Pietro ritorna da noi glielo dico che non mi sarei mai aspettato una cosa del genere, che finalmente il cinema italiano ha trovato con lui uno stile originale e incredibilmente efficace, senza la targa di questa o quella scuola, ma semplicemente con quella del grande cinema d’autore. Lui ci fa capire che contenuti ed espressione della storia gli sono nati fra le dita, che sono cominciati della panetteria dove ha incontrato Enzo e si sono realizzati quando il film si è scritto in fase di montaggio, senza il condizionamento di una sceneggiatura, al suono della cantata Membra Jesu Nostri, ad Genua di Buxtehude, che fa anche da travolgente colonna sonora a gran parte della pellicola.

Prima di andarmene mi viene in mente che il titolo La bocca del lupo mi dice qualcosa, qualcosa di affondato nella mia adolescenza passata in Liguria e allora chiedo a Pietro perché quel titolo. Lui mi risponde che gli è venuto da Genova e dal suo passato, dall’omonimo romanzo ottocentesco di Remigio Zena, una storia verista di povera gente che deve lottare tutti i giorni per non finire tra le fauci della belva: allora mi ricordo la Lina Volonghi che alla fine degli anni settanta faceva a teatro una splendida Bricicca, la monumentale popolana dell’opera di Zena; un’altra immagine di repertorio che s’incastona nel presente.
Dopo aver stretto vigorosamente la mano ad Enzo, sorridente e felice con la sigaretta stretta fra i denti, e aver detto a Mary che sono una coppia bellissima, me ne vado convinto che il nostro cinema ha conquistato qualcosa di importante.
da “wuz.it”

Ti amo, bastarda!

Nei quartieri dove il sole del buon Dio non dà i suoi raggi
ha già troppi impegni per scaldar la gente d’altri paraggi;
una bimba canta la canzone antica della donnaccia
quel che ancor non sai tu lo imparerai solo qui tra le mie braccia
Fabrizio De André, La città vecchia

Enzo torna a Genova dopo una lunga assenza. Attraversa la città alla ricerca dei luoghi del suo passato, ormai inesorabilmente intaccati dallo scorrere del tempo. Ad aspettarlo nella piccola casa nel ghetto della città vecchia trova Mary, la compagna di una vita, rimasta ad attendere il ritorno di Enzo dal carcere nel quale era detenuto. [sinossi]

La bocca del lupo, ultimo parto creativo di quel Pietro Marcello che sorprese in positivo due anni fa, all’epoca dell’approdo lidense del mediometraggio Il passaggio della linea, è tutto negli occhi di Vincenzo Motta e Mary Monaco; nomi che senza alcun dubbio non diranno nulla ai lettori di questa recensione. Compagni di vita, lui ambulante e lei transessuale con un passato da tossicodipendente, si sono conosciuti in carcere venti e passa anni fa e da allora non si sono più abbandonati: Marcello ci racconta dunque una storia d’amore assoluto, trascinandoci in punta di piedi tra i vicoli del centro storico di Genova, quei calli cantati con accorata simpatia – termine da intendere nel suo senso più strettamente etimologico – da Fabrizio De André, cui abbiamo deciso di affidare l’incipit di questa disamina, rispolverando i celeberrimi distici de La città vecchia.
La genesi de La bocca del lupo (il titolo si riferisce proprio a una zona del capoluogo ligure) è a suo modo pittoresca, considerato che, al contrario di quanto solitamente accade, il film non nasce da un impeto artistico del trentatreenne regista nativo di Caserta, ma è stato bensì ragionato a tavolino da una fondazione, quella di San Marcellino, che si occupa da anni di senza tetto, emarginati e indigenti della città. Convinti di poter parlare indirettamente della propria opera mostrando l’universo in cui vivono le persone verso cui volgono le proprie attenzioni, i responsabili della fondazione hanno pensato di coinvolgere nel progetto Marcello, dopo aver avuto modo di apprezzare Il passaggio della linea. Scelta sicuramente lungimirante, ma che non nasconde una buona dose di coraggio: al di là della giovane età, Marcello èLa bocca del lupo (2009) di Pietro Marcello indubbiamente un autore ben conscio del proprio ruolo all’interno del panorama cinematografico italiano, e ha già avuto modo di dimostrare una personalità spiccata, facendo emergere dalle sue opere sulla breve distanza uno stile assolutamente impossibile da confondere con quello dei suoi colleghi. Non si sta qui parlando, è forse il caso di specificarlo, di una supposta superiorità di Marcello nei confronti del resto dei registi nostrani, anche perché così facendo si cadrebbe in una grave mistificazione della realtà: senza cedere all’errore di risultare apodittici o assolutisti, ci sembra però doveroso riconoscere a Marcello una serie di peculiarità che contraddistinguono con forza il suo approccio alla materia filmica. Seguendo un discorso valido anche per il già citato Il passaggio della linea (e le due opere si assomigliano ben più di quanto si possa immaginare, anche solo per le modalità scelte per raccontare un microcosmo umano e sociale), riteniamo sia quantomeno fuorviante inserire La bocca del lupo nel grande calderone dei documentari italiani: non perché questi ultimi non meritino il rispetto e l’interesse che gli è altresì dovuto, ma per il semplice fatto che l’etica e l’estetica di Marcello si muovono a ridosso della pura messa in scena del reale senza sposarla mai completamente. Nel porre davanti alla videocamera Enzo e Mary, Marcello architetta una complicata e stratificata struttura narrativa, che fa incontrare il documentario con la poesia visiva, la fiction con il montaggio di materiale d’archivio: tra declamazione di poemi, riprese d’epoca di un mondo che non c’è più – o che quantomeno è talmente celato in profondità negli anfratti delle viuzze del centro da non essere davvero più visibile neanche ai raggi del sole – e il resoconto di due esperienze umane estreme quanto appassionate, Marcello riesce nell’arduo compito di rapirci ed emozionarci, strappandoci dalla nostre certezze e costringendoci a guardare un mondo che troppo spesso escludiamo a priori dalle sinapsi che ci attraversano il cervello. Delicato, divertente e a suo modo straziante, La bocca del lupo, è un film utopico in cui la favola riesce miracolosamente a trasformarsi in realtà – o il contrario, se preferite –: il sogno della coppia di andare a vivere in una casa in campagna, circondati solo dai propri cagnolini e dal panorama della riviera riesce ad avverarsi. Ma allo stesso tempo è anche un film dolorosamente reale, come i resoconti della vita da carcere (a tal proposito, durante la visione ci è ripetutamente tornato in mente il bel L’ora d’amore della coppia Appetito/Carmosino, altro affascinante progetto che si interroga sulle relazioni sentimentali all’interno delle mura delle prigioni italiane) che i due protagonisti ci raccontano con uno sguardo così dolce, reciprocamente sincero e appassionato, che non può non coinvolgere e commuovere.
La bocca del lupo, presentato in concorso all’interno del palinsesto del ventisettesimo Torino Film Festival, è l’esempio fulgido di come l’ispirazione e la sincerità siano elementi essenziali per riuscire a imprimere con forza il proprio nome nella storia del cinema. Probabilmente Pietro Marcello non è ancora riuscito appieno nell’intento, ma la strada non è poi così lunga…
Raffaele Meale, da “cineclandestino.it”

Prodotto dalla Indigo film di Nicola Giuliano e Francesca Cima, da L’Avventurosa di Dario Zonta e dai gesuiti della Fondazione San Marcellino La bocca del lupo racconta amore e miseria tra gli indigenti e gli emarginati di Genova. Ad “avventurarsi” è Pietro Marcello, che approda a Quarto dei Mille scortato dal ricordo del romanzo verista di Remigio Zena e poco a poco si addentra nei vicoli, osserva, non giudica, condivide e, con questo passo, lucido e discreto ma anche libero ed evocativo, arriverà fin dentro la casa dei suoi personaggi.
Il movimento della narrazione è lo stesso: dalla fotografia corale dei genovesi di ieri e di oggi si stringe su Enzo, emigrato siciliano, e Mary, conosciuta in carcere, nella sezione dei transessuali, alla quale Enzo si è legato da vent’anni, sostenuto dal sogno comune di una casetta in campagna. Per Mary, Enzo è apparso da subito una bellezza da cinema, uno che poteva fare l’attore, in quei film western –suggerisce il montaggio- che non solo non si fanno più ma dei quali è scomparso anche l’immaginario dedicato.
La verità, direbbe Zena, è che questa è una storia di vinti e di ambizioni non soddisfabili, di gente destinata a finire sempre “nella bocca del lupo”: è così che, prima della casetta con l’orto e il camino, Enzo si è fatto quattordici anni di prigione e Mary lo ha aspettato e ora possono raccontarsi alla videocamera, come una vecchia coppia, dividendosi le frasi, dandosi ragione per amore e per pazienza.
Sale una grande malinconia da questo lieto fine, ma le vittime non sono i protagonisti quanto lo spettatore, che si scopre miope e si dà improvvisamente ragione delle immagini con cui Marcello lo ha portato fino lì, in questo film ibrido che non si cura della distinzione tra ciò che è finzione e ciò che è documento: immagini d’epoca dei cineamatori, di chi salpa per il mondo nuovo e di chi non esce mai da certe vecchie storie. Immagini di un tempo che non c’è più, apparentemente. Eppure, forse, le cose non ci sono (più) solo quando non le si vuole più guardare.
Sono pochissimi, in Italia, i registi che hanno la forza e il coraggio di battere sentieri nuovi, di aprire nuove strade, di affrontare, accettandole, asperità che hanno la potenzialità di farsi nuova narrazione, nuova estetica, nuovo cinema. Pietro Marcello è sicuramente tra questi: l’aveva dimostrato con il suo primo film, Il passaggio della linea, e lo ha ampiamente confermato con quest’opera seconda, scegliendo una forma che riesce ad essere tanto più sospesa e metafisica quanto più si aggrappa saldamente ai personaggi e ai luoghi fisici che vengono inquadrati e raccontati dall’occhio della videocamera.
Marcello raccoglie dunque l’eredità pasoliniana ma, quel che più conta, guarda ai margini del mondo da una posizione che non è mai pretestuosamente oggettiva e oggettivante, mai ipocritamente partecipe e manipolatrice; una posizione che gli evita la trappola del paternalismo intellettuale così come quella di un’adesione ingiusta e impossibile.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Sorpresa italiana: carcerato e trans in un film-poesia
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Sono film come quello di Pietro Marcello che danno ai festival la loro ragion d’ essere. E che fanno sentire gli spettatori testimoni privilegiati di un cinema che cerca nuove strade espressive. Non succede spesso. Qui a Torino è accaduto al secondo giorno di programmazione, e con un film italiano: e l’ auspicio non potrebbe essere più incoraggiante. La bocca del lupo è un film che sfugge alle facili definizioni (un documentario ma anche un melodramma, un film su commissione ma anche d’ autore), capace però di conquistare lo spettatore per forza di stile e di idee e di condensare in meno di settanta minuti una storia d’ amore e il ritratto di una condizione sociale, la metamorfosi di una città e il susseguirsi del tempo. Grazie alla Fondazione San Marcellino di Genova (ecco la committenza), Pietro Marcello è stato invitato a raccontare non il lavoro che questa compagnia di gesuiti svolge dal 1945 nel sociale, ma il mondo di emarginati a cui rivolge le proprie cure. E dopo aver condiviso a lungo la vita delle zone più misere della città, alle spalle del porto, il regista ha scelto di raccontare la storia d’ amore tra Enzo e Mary, un ex carcerato e il transessuale che l’ ha aspettato per quasi vent’ anni, mentre lui scontava le pene a cui era stato condannato. Lo racconta con lo stile secco del documentario, usando come traccia le cassette registrate che i due si scambiavano invece delle lettere, mentre mostra i cambiamenti che hanno trasformato il volto di Genova, non più il mondo poetico e romantico dei «carugi» cantati da De André ma nemmeno quello industriale e produttivo che costruiva giganteschi transatlantici. Ogni tanto il regista chiede a Enzo di «recitare» in piccole scene, ogni tanto il film sembra «dimenticare» i due protagonisti per inseguire altre facce e altri emarginati. Ma poi tutto si lega in un flusso di immagini e di emozioni che vanno dritte al cuore. E quando nell’ ultima parte i due protagonisti si offrono all’ obiettivo della cinepresa e raccontano in prima persona la loro storia – l’ incontro in carcere, la scoperta del reciproco amore, la vita di lui dietro le sbarre e di lei ad aspettarlo – la forma del documentario viene annullata dall’ emozione delle parole e la «confessione» diventa travolgente melodramma. Come sarebbe piaciuto a Pasolini e a Fassbinder: senza mascherare la miseria della realtà ma riscattandola con la passione dei sentimenti.
Da Il Corriere della Sera, 16 novembre 2009

In bocca al lupo, sottoproletari
di Goffredo Fofi Il Sole-24 Ore

La vittoria del film di Pietro Marcello La bocca del lupo al 27° festival del cinema di Torino è per più versi confortante. Intanto è la prima volta dalla sua fondazione che il festival (con giuria internazionale) premia un film italiano, e per di più si tratta di un film italiano per molti versi anomalo, diverso. Non un film a soggetto ma neanche cinema documentario come lo si intende abitualmente. Senza attori, ma con due personaggi veri e forti al suo centro, e alla base una storia d’amore come non se ne sanno più raccontare, un amore vero tra due veri “irregolari”, uno, Vincenzo, che sì è fatto un mucchio d’anni di carcere, e in carcere ha conosciuto, amandola ricambiato, una persona sensibile e fedele, Mary. La mitologia odierna sui trans, virata tutta al pruriginoso o al negativo, resta debitamente sconvolta da questo straordinario e bellissimo personaggio reale.
Vengono ovviamente in mente Pasolini, e soprattutto Fassbinder, ma c’è qui una tenerezza maggiore, nel commovente rispetto tra gli amanti, e nell’attenzione. nel rispetto, nell’affetto di cui li circonda il regista. Questa coppia di fatto vive nell’antico centro di Genova, e il film è anche un film sulla città, e sugl: abitanti dei suoi vicoli, la bocca del lupo già cantata da Remigio Zena e, più di recente, da Fabrizio De Andrè. In questi vicoli opera un’associazione, San Marcellino, gestita da gesuiti e da volontari, che assiste sin dal primo dopoguerra marginali senza tetto e senza residenza e che ha oggi, di conseguenza, più lavoro che mai, e lo fa senza trombe e tamburi.
Ci si chiede: piacerebbe questo film, alla curia romana? Come ben sappiamo, la Chiesa non è univoca nelle sue posizioni, e anche al suo interno ci si scontra tra maggioranze e minoranze, tra farisei e samaritani… Il fortunato incontro degli operatori di questa associazione genovese con Pietro Marcello e il piccolo gruppo dei suoi amici ha portato alla realizzazione di un film che, strada facendo, ha trovato altri alleati disposti a condividerne il rischio, dentro e fuori il mondo del cinema. Opera della provvidenza, dice un operatore di San Marcellino.
Ma torniamo al film, che non è a soggetto e non è un documentario ma piuttosto un poema visivo e sonoro rigoroso e ispirato, la cui costruzione fa pensare a certi classici del muto o del cinema più sperimentale, coordinando con sommessa sensibilità immagini della Genova d’oggi con materiali da vecchi documentari e con brani di racconto nella ricostruzione della storia di Vincenzo e di Mary, coronati verso la fine del film dal monologo di Mary, che guarda in macchina seduta a fianco di Vincenzo che commenta e aggiunge, in una povera cucina di una povera casa illuminata dal loro calore; con immagini in bianco e nero e a colori; con il mare, i marinai e gli abitanti delle grotte e dei vicoli, cogliendo nei vicoli qualcosa di famigliare e di fervido, ma anche, all’intorno: qualcosa di nuovo e di minaccioso, ombre di spaccio.
Nell’insieme, un poema sul tempo che passa, sulla fine della Genova della modernità, che anche di qui prese vita (da Colombo, indirettamente evocato – le navi a vela, il monumento – alla morte e distruzione delle vecchie fabbriche, alla fine del proletariato), e sull’avvento di un’inquietante post-modernità. Soprattutto, però, colpisce un disegno soggiacente a questo film e a quello precedente del giovane regista casertano poco più che trentenne sui treni notturni e i loro ultimi passeggeri (Il passaggio della linea), e che possiamo interpretare, con qualche piccola forzatura, come una sorta di «e1ogio del sottoproletariato».
Nelle opinioni del marxismo e della sociologia borghese, il sottoproletariato è stato visto come rifugio dei disadattati, rifiuto delle classi sociali consolidate, luogo di vizio, crimine, asocialità. Dimenticando che per molti trattasi di una condizione di nascita, di una costrizione dalla quale è molto difficile uscire, e che oggi riguarda e sempre di più riguarderà enormi pezzi di popolazione mondiale, nella crescita furiosa e insensata delle metropoli. E dimenticando che può anche essere il rifugio di chi fugge (come è probabilmente accaduto alla Mary del film) dalle chiusure, dai perbenismi. dai conformismi delle classi sociali dominanti, la borghesia e la piccola borghesia ma anche il proletariato.
Oggi la linea di tendenza è al dominio di una piccola borghesia livellatrice di ogni altro strato sociale, ma che ha di fronte un sottoproletariato sempre più vasto, per il quale occorrerebbe trovare un nuovo nome adeguato alla nuova realtà. Ma dove, se non nei vicoli di Sottoripa, Vincenzo e Mary potrebbero vivere la loro storia d’amore senza incorrere negli interdetti e nell’intolleranza della «gente per bene»?
Per molti aspetti, La bocca del lupo è, dunque, un film molto insolito e originale nella storia del nostro cinema a soggetto e non. Ma soprattutto è una lezione di poesia.
Da Il Sole-24 Ore, 22 novembre 2009

In difesa degli ultimi
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Tornano dopo anni gli italiani in concorso al Torino Film Festival, e il primo film nazionale La bocca del lupo, lungometraggio di debutto di Pietro Marcello, è una gran bella sorpresa per la novità di linguaggio e di sentimento. Niente storie patetiche, nessun conflitto di famiglia, buone volontà sociopolitiche zero, catastrofismi neppure l’ombra: il regista sovrappone due vicende, la storia d’un amore nato in carcere e i mutamenti imposti dal tempo a Genova o la nostalgia del Novecento. La città, popolata di «nuovi abitanti delle caverne che non sono stanziali nè mobili ma trasmigranti», viene vista attraverso documenti visivi del passato o piccoli film privati raccolti tra cineasti dilettanti, e immagini del presente. Tuffatori d’epoca, Genova in perenne distruzione e costruzione, vecchi filmati color seppia di lavoro, gru levate verso l’alto, navi in riposo, paesaggi industriali, crolli, frane, detriti gettati nelle onde, giochi e bagni di mare: un montaggio che suscita rimpianto e amore per la bellezza che non c’è più.
La storia d’amore è semplice: un carcerato e una carcerata si conoscono, si amano, si aiutano, restano uniti per le decine d’anni della pena. Nell’oscuro incanto della notte si scrivono lettere («ti amo, bastarda»), sognano da gente di mare lo stesso sogno d’una casetta di campagna con Porto, i cagnolini, le paperelle. Non si lasciano neppure una volta tornati liberi, nella vita che è comunque una prigione. Il testo molto ben fatto è dell’autore, salvo alcuni versi di Franco Fortini; anche il tono della storia d’amore è tenero, delicato, e l’impresa innovativa del regista è apprezzabile, rara.
Da La Stampa, 16 novembre 2009

“La bocca del lupo” di Marcello Enzo, Mary e l’amore assoluto
di Davide Turrini Liberazione

Torino 27, versione fiction, spazietto Italia. Dopo anni di anteprime blasonate, scatta la versione minimale alla Amelio. Qualche titolo tristemente “politically correct” e, per ora, un paio di ottimi lavori. La straniera di Marco Turco e La cosa giusta di Marco Campogiani appartengono a quel cinema italiano odierno dove la film commission regionale mostra i segni del comando. Gli immigrati “piemontesizzati” raccontati da Turco e Campogiani, chi con problemi di identità e prostituzione, chi di presunto terrorismo, vagano tra gli scenari convenienti del Piemonte e segnano l’ennesimo punto a sfavore del quadretto bucolico del buon immigrato in Italia. Un cinema impaurito, incapace di tentare un approccio dialettico con la materia trattata e che rischia di essere controproducente prima di tutto rispetto agli eventuali obiettivi di sensibilizzazione.
Di altra pasta sono fatti La bella gente di Ivano De Matteo (Festa mobile) e La bocca del lupo di Pietro Marcello (Concorso). Il primo è un ritratto impietoso sulla falsa coscienza borghese e di sinistra nell’Italia di oggi. Sullo sfondo di uno splendido casale umbro, un architetto e una psicologa cinquantenni, agiati e culturalmente impegnati, vogliono aiutare la giovanissima prostituta che “batte” sulla statale vicino casa ad uscire dal giro. L’idealismo fa mirabilmente i conti con l’avidità e rimane sconfitto, fra un tripudio di nuovi ricchi con le lenzuola di raso e il tascabile Feltrinelli sempre in mano. Il film di Marcello, invece, è l’ipnotica ricostruzione, tra immagini di repertorio e brevi sequenze interpretate dai reali personaggi del film, di un duraturo amore tra un sessantenne ex carcerato e un trans. Facce da cinema, quelle di Enzo e Mary, incastonate in una Genova mai così struggente, filmata nella sua poetica essenza marginale e sfatta. Un capolavoro da portare assolutamente in sala.
Da Liberazione, 17 novembre 2009

Il coraggio dei gesuiti: «Basta che sia amore»
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

È andata così. È andata che mentre il Papa convocava in Vaticano centinaia di star della cultura e dello spettacolo, un giovane filmmaker casertano di nome Pietro Marcello zitto zitto vinceva il primo premio del 27mo Torino Film Festival con La bocca del lupo. È andata che mentre il Vaticano predicava la necessità di riavvicinarsi al mondo della creazione, un piccolo grande film nato grazie a un’Opera dei gesuiti presente a Genova fin dal 1945, conquistava non solo la giuria ufficiale ma quella della stampa internazionale portando a casa due premi e un coro di lodi in cui ricorrono i nomi di Fassbinder e Pasolini.
È andata che mentre sulle prime pagine rimbalzano ogni giorno tragicamente storie di trans, di amori “deviati”, di ricatti e delitti nel mondo della politica, l’amore fra un uomo con una faccia da duro del cinema e una donna nata con un nome da uomo, conosciutisi in carcere tanti anni prima, illuminava un film sommesso e potente girato fra i carrugi di Genova. Che non avrebbe mai visto la luce, paradosso tutto italiano, se i gesuiti della Fondazione San Marcellino non si fossero innamorati di un altro lavoro di Pietro Marcello premiato a Venezia: Il passaggio della linea, elegia dedicata al mondo “invisibile” dei treni notturni e dei loro passeggeri.
«Sono stati il rispetto e l’attenzione dimostrati in quel film a convincerci che Marcello era il regista giusto per noi», dice padre Nicola Gay, fondatore nel 1988 con padre Alberto Remondini della Onlus San Marcellino, poi affiancata da una Fondazione che aiuta i senzatetto con alloggi, centri diurni e presidi. «Da tempo volevamo potenziare il nostro lavoro sugli emarginati con un mezzo moderno come il cinema. Così abbiamo invitato Marcello a stare con noi e guardarsi intorno». Ci sono voluti sei mesi per trovare Enzo e Mary, futuri protagonisti de La bocca del lupo, altri otto per scoprire il loro mondo e guadagnare la loro confidenza. Un anno e mezzo per girare e montare il film, poco a poco, con tutta la delicatezza possibile, integrando alle immagini e ai racconti dei protagonisti scorci struggenti di una Genova scomparsa, trovati setacciando vecchi film industriali e amatoriali.
Al sostegno anche economico della Fondazione San Marcellino si sono poi aggiunti una produzione nuova di zecca, l’Avventurosa Film di Dario Zonta, e la Indigo di Nicola Giuliano e Francesca Cima, i produttori di Paolo Sorrentino. Certo può sembrare curioso che questo elogio dell’amore senza confini prenda le mosse da un gruppo di gesuiti. Padre Nicola però proprio non vede il problema. «Non sono uno specialista di cinema ma ho passato tanti anni fra gli emarginati. Nessuno finisce sulla strada per scelta. Sono stati espulsi, per questo hanno tanta grinta, ma occorre rieducarli, creare una relazione, fargli percepire che c’è spazio anche per loro nel mondo. Ecco, La bocca del lupo mostra questa possibilità».
Inutile, anzi deleterio insistere sul dettaglio scabroso. «Qualcuno ha perfino scritto che non era il caso di far vincere questo film nei giorni dello scandalo dei trans. È una speculazione orripilante. È questa logica che crea l’emarginazione. Mentre ciascuno deve vivere nel modo migliore relativamente alle sue possibilità. La sessualità è un dettaglio che va visto in un quadro più generale. Il film sottolinea la possibilità di amarsi e volersi bene anche in situazioni di fragilità e solitudine».
Perfino l’estrema diversità sociale, Enzo malavitoso fin dall’adolescenza, Mary figlia della borghesia romana e a lungo tossicodipendente, «può essere motivo d’incontro e non di scontro come oggi tanti predicano in coro. Come diceva De Andrè? “Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior. ..”», conclude padre Nicola. Che poi questo significhi non accettare una certa mentalità dominante, «insomma rifiutare la logica che bolla persone come Enzo e Mary come gentaglia», padre Nicola quasi non vorrebbe dirlo. Lo dice già il film. E i gesuiti preferiscono fare, non parlare.
Da Il Messaggero, 23 novembre 2009

La Berlinale degli spettatori «La bocca del lupo» fa il tutto esaurito
di Alberto Crespi L’Unità

Anche se la caccia all’Orso d’oro non ci riguarda, c’è molta Italia in questa 60esima Berlinale. Vi abbiamo parlato nei giorni scorsi di Mine vaganti e di Cosa voglio di più, i nuovi film di Ferzan Ozpetek e di Silvio Soldini che usciranno nei prossimi mesi. Ieri Michele Riondino ha sfilato tra le «shooting stars», i giovani talenti della recitazione selezionati ogni anno dal festival (attori «emergenti» da tutto il mondo, due anni fa l’onore toccò ad Elio Germano, l’anno scorso ad Alba Rohrwacher). E intanto, al Forum, prosegue una bella storia, quella di La bocca del lupo, il film di Pietro Marcello che lo scorso novembre ha vinto il festival di Torino. Passo indietro. Il Forum è una sezione prestigiosa del festival. Sceglie film indipendenti a volte già passati in altre manifestazioni, e li programma in alcuni cinema storici della città. La bocca del lupo ha totalizzato un tutto esaurito dopo l’altro, ma questa non è la notizia: il pubblico del Forum è sempre debordante. La notizia vera è che questo bellissimo film, che racconta in modo poetico la storia di due personaggi autentici (un ex galeotto di Genova e un transessuale dei vicoli del porto, che vivono insieme), uscirà venerdì nei cinema italiani. Lo distribuisce la Bim, e se le 7 copie previste possono far tenerezza rispetto alle 900 e passa di Avatar, ha ragione uno dei produttori – Nicola Giuliano della Indigo, presente a Berlino assieme alla sua socia Francesca Cima e all’altro produttore Dario Zonta – quando afferma che «il film è semplicemente bello, e in questo momento credo che il mercato abbia bisogno anche di bellezza, per quanto tale parola possa sembrare fuori moda». Marcello si era già rivelato con il primo film, Il passaggio della linea: un documentario molto sui generis dedicato alle ferrovie secondarie. Qui mescola inchiesta e fiction alternando la storia dei protagonisti con incredibili filmati d’epoca scovati negli archivi di tutti i film-makers amatoriali di Genova. Ne viene fuori un «oggetto» che può ricordare le Elegie di Sokurov, o i film di montaggio del grande armeno Artavadz Pelesan. Roba per palati fini, ai quali La bocca del lupo, da venerdì, è altamente consigliato. Nel frattempo Francesca Cima e Nicola Giuliano si godono la nomination all’Oscar per il miglior trucco del Divo: «Dopo l’uscita negli Usa abbiamo iscritto il film in tutte le categorie, è stato come giocare al Superenalotto. Siamo felici che almeno un numero sia uscito».
Da L’Unità, 16 febbraio 2010

Al Festival vince l’ amore trans: un docu-film voluto dai gesuiti
di Giuseppina Manin Il Corriere della Sera

«Sì certo, sono felice… Vincere un festival, importante come questo, ricevere tante lodi, fa piacere. Ma non cambia la vita. La vita è altro. E alla fine, come dice Gianni Amelio, il cinema è solo un vizio». Un vizio magnifico, che ha fatto conoscere un nuovo regista, Pietro Marcello, trentenne di Caserta, autore de La bocca del lupo, il film che ha trionfato al Film Festival torinese, il primo italiano sul podio in 27 edizioni. «In ogni caso – prosegue – qui a vincere sono soprattutto loro, gli emarginati. L’ ex carcerato Enzo, il trans Mary, i senza tetto né legge che ogni sera si affollano nei labirinti dei carrugi, intorno al porto. Quando il prossimo 3 dicembre il film verrà presentato a Genova, allora la festa sarà davvero tutta loro». E anche dei gesuiti della fondazione San Marcellino, che da 45 anni si occupano dei più bisognosi, gestendo i dormitori e le mense cittadine. Sono stati loro a incaricare Pietro Marcello di raccontare quel mondo, contribuendo anche finanziariamente alla produzione insieme con l’ Indigo Film e l’ Avventurosa di Pietro Marcello e Dario Zonta. Il giovane regista l’ ha fatto attraverso lo sguardo di due di loro, due esseri umani deragliati dalla vita ma uniti da una delle più belle e intense storie d’ amore. E se uno dei due è un transessuale, ai gesuiti non importa nulla. «Sono consapevole che il tema è delicato, specie nell’ ambito della Chiesa e di questi tempi – riconosce Marcello -. Però l’ ho potuto affrontare nel modo più libero possibile. Nessun limite, nessun compromesso. I gesuiti hanno capito benissimo che questa è una storia che va oltre il discorso dell’ omosessualità, qui si parla di solitudine, dell’ amore che nasce dal dolore». Del resto, oltre alle lodi dei committenti, La bocca del lupo (prossimamente distribuito dalla Bim) ha vinto anche il Fipresci, il premio della critica internazionale, che lo ha definito nella motivazione «senza dubbio la più grande storia d’ amore del festival». Soddisfatto Gianni Amelio. Il suo primo anno come direttore del Festival torinese si chiude tutto in positivo, sia per qualità del cartellone sia per affluenza di pubblico. «Inoltre, ha vinto il film più amato da tutti, me compreso», conclude sorridendo, dopo aver letto l’ elenco dei premiati, dove i migliori attori sono risultati Robert Duvall e Bill Murray per Get Low, e la miglior attrice Catalina Saavedra per La nana. Salvato dalla buriana delle polemiche dei giorni scorsi anche il «Cipputi». Amelio ha chiarito i malintesi con Altan. Il «Cipputi», premio destinato al miglior film sul mondo del lavoro, continuerà. Stavolta è andato a Baseco Bakal Boys, storie di sfruttamento minorile a Manila. «Sono lieto che abbia vinto un giovane regista italiano» commenta Marco Bellocchio, ultimo grande festeggiato, che per venire qui a dibattere con il pubblico su Giuseppe Verdi di Carmine Gallone, ha detto no al Papa. «Attenzione però – osserva il regista di Vincere! – i festival sembrano ormai più affascinati dall’ argomento di un film che dal film in sé. Il caso più eclatante, la Palma d’ oro a Cannes a Michael Moore. Ottimo documentarista, ma il grande cinema è altro. Il fatto è che spesso nei giurati, forse consapevoli di essere dei privilegiati, scattano sensi di colpa che li spingono a risarcire i titoli di maggior impatto sociale, sui grandi drammi del mondo. Ma se si guarda solo ai contenuti, allora ogni sforzo artistico per cercare nuove immagini, nuovi linguaggi, viene vanificato». E allora, il progetto su Eluana Englaro? «Mi serve ancora tempo per lavorarci, non basta un messaggio per fare un film».
Da Il Corriere della Sera, 22 novembre 2009

La bocca del lupo, documentario senza spazio né tempo
di Gerry La Padania

È arrivato alla 60° Berlinale La bocca del lupo di Pietro Marcello che ha vinto il 27° Torino Film Festival. Il film è un documentario sui generis che prosegue il primo lavoro di Pietro Marcello, presentato a Venezia nel 2007, Il passaggio della linea, un po’ sopravvalutato… La bocca del lupo è un documentario anomalo per la sua struttura, diverso dal film-documentario tradizionale. Inizia con una voce narrante “antica”, da “c’era una Volta…”, esterna e ancorata a un tempo che non c’è più o, se c’è, a un tempo all’ombra di Genova e di ciò che Genova è diventata. Inizia con dei totali, delle inquadrature del porto al tramonto che incupiscono la vicenda. Inizia con degli inserti in bianco e nero, immagini di repertorio, bellissime, di ragazzi che si tuffano in acqua da un trampolino. La bocca del lupo racconta la storia di un uomo, Enzo, somigliante al Daniel Day Lewis de Il petroliere, imponente, che scende da un treno e va verso la sua casa sul mare,Enzo ritorna da Mary, la compagna che lo attende da tanti tanti anni. Ma quando arriva a casa, Mary sembra non esserci. Enzo si siede a tavola e parla però a Mary come se Mary fosse presente. La bocca del lupo è tutto giocato, questa è l’intelligenza del documentario, sull’elusività e sull’ellissi. Pietro Marcello è, cioè, riuscito a costruire un oggetto senza averne i materiali, e “l’insieme” è più che le singole. parti. Enzo e Mary si sono rincontrati in carcere. Mary è uscita prima di lui e l’ha aspettato a casa. E sono le voci narranti dei due personaggi, che leggono le lettere che si scrivevano in carcere, a sostenere la narrazione e a raccontare la loro storia insolita. Il film, infatti, incrocia il vagare di Enzo in città, tra vicoli e vicoletti, con le immagini di repertorio, straordinarie (immagini di ragazzini che si tuffano in acqua, del mercato; delle demolizioni della città, del porto, delle navi come balene); con le letture di Enzo e di Mary, due diseredati che ci introducono alla loro storia e alla loro incredibile voglia di vivere. Il peregrinare di Enzo in città, tra i ricordi del passato, è però la parte più debole del film, come una scena tra i trans o come una scena in un bar… La bocca del lupo quando deve filmare Enzo in città perde di incisività. E anche un uso strumentale di strade e stradine… e l’impressione è che la storia di Enzo e Mary è affidata più alle immagini di repertorio di Genova che non alle immagini del film stesso… Ma La bocca del lupo è un oggetto unico. L’incontro con Mary, inaspettato, In un’intervista che chiude il film, è nascosto fino al sottofinale. È un’intervista spontanea e drammatica, senza stacchi e giochi di montaggio. Enzo e Mary, così come sono, davanti alla cinepresa. E un’intervista che dimostra un’umanità e una necessità che sono uniche in un documentario, quando ascoltiamo e vediamo Mary che fino ad adesso il regista ha mantenuto fuori campo, come una voce per sempre fuori campo. La bocca del lupo è un bellissimo documentario su una storia d’amore e sull’amore. – E finisce con una terza voce, la voce narrante “antica” e incollocabile che apre e chiude il film. È la voce che si unisce a quella di Enzo e di Mary. Una voce esterna alla narrazione. estranea, che parla “del vecchio e del nuovo” e riflette sulla storia, quella grande e quella piccola, quella di tutti, quella di Genova, quella dei “naufraghi” e riflette sul “c’era una volta,,,”. Ma di chi è questo sguardo che apre e che chiude il film?, Di chi è quella voce “antica”?. E chi sono gli uomini che il regista inquadra, uomini o non-uomini che vivono in una grotta nascosta al porto e alle costruzioni del porto e della modernità? Non sembrerebbe coerente con il film, e non lo è, perché il film presenta qualcosa che in realtà non presenta, qualcosa che è esterno, perché non è inerente a Enzo e Mary e non è inerente alle immagini di repertorio che scandiscono il film. E però coerente (anche se ingiustificato) ed emozionante perché è capace di chiudere il film e di sovrastare, la storia dì Enzo e di Mary e di inabissarla come in un incipit di un libro di Conrad, da un altrove che non ha nè spazio nè tempo.
Da La Padania, 17 febbraio 2010

Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Il compromesso tra una piccola storia melodrammatica, quella di Enzo e Mary, che inquadro con lo sguardo sul presente di un forestiero, e una grande storia, quella della nostalgia per il Novecento, raccontata dai cineamatori dell’epoca”. E’ La bocca del lupo di Pietro Marcello, che dopo aver vinto il Festival di Torino arriva in sala il 19 febbraio con Bim: sarà un weekend affollato, ma non dimenticatelo. Prodotto dai gesuiti della Fondazione San Marcellino insieme a Indigo e L’Avventurosa Film, il doc inquadra con stile ed empatia il tessuto marginale del capoluogo ligure, cui appartengono l’ex galeotto Enzo e il trans Mary, che si sono voluti e aspettati per anni, nell’attesa di coronare un sogno condiviso: una casetta in campagna, sopra la città. Con metafora balneare, una bracciata a rana in un bacino residuale pure per il cinema, che Marcello (Il passaggio della linea) accosta senza pietismo e senza accademia antropologica, ma sporcandosi le mani e ibridando lo status delle immagini: per cogliere nel discorso amoroso l’anello che non tiene della Storia.
Da Il Fatto Quotidiano, 11 febbraio 2010

Festival di Torino: Novecento, quanta nostalgia
di Federico Pontiggia Il Fatto Quotidiano

“Le macerie del Novecento, portate via dal mare”. Sono i residui umani e ambientali de “La bocca del liipo”, “uno strano film ibrido su Genova: il compromesso tra un piccolo melò, quello del carcerato Enzo e della trans Mary e una grande storia, quella della nostalgia per il Novecento, raccontata dalle immagini d’archivio dei cineamatori’. Primo italiano in competizione al 27° Festival di Torino, è il nuovo documentario di Pietro Marcello, che sceso dai treni de Il passaggio della linea ci porta nel capoluogo ligure, di cui rintraccia “il tessuto sociale che non c’è più: negli anni Cinquanta i caruggi erano vissuti dai camalli, poi sono subentrati i meridionali come Enzo, oggi gli immigrati. Come Napoli e Marsiglia, quella Genova è scomparsa: non c’è Fabrizio De André, e non ci sono le sue canzoni nel film, ma la memoria, impressa nelle pietre di Sottoripa’, dice il regista, chiamato dai gesuiti della Fondazione San Marcellino a realizzare un film non sulla loro attività assistenziale, ma sulla marginalità sociale: quella di Enzo, volto d’attore, corpo bucato dai proiettili e da 20 anni di galera, e la sua Mary. Sin dal primo incontro dietro le sbarre, si sono voluti e aspettati, nell’attesa di coronare il sogno condiviso: una casetta in campagna, con cui il film coraggiosamente si chiude. “Una grande storia d’amore, l’amore che nasce nella diversità: che Mary sia una trans non è mai stato un problema per Enzo, la sola domanda lo farebbe incazzare. L’amore non è qualcosa per cui redimersi: Marrazzo avrebbe dovuto dire solo ‘Mi piacciono i trans’ , anziché andare in convento a espiare’, sostiene il regista, che dopo “La bocca del lupo’ potrebbe esordire alla fiction, sempre sostenuto dalla Indigo di Nicola Giuliano e Francesca Cima, che commenta: “Strano siano stati i gesuiti, e non Rai Cinema né la tv, a riportarlo dietro la macchina da presa’. Sebbene “non abbia una visione epicurea del futuro, e il nostro presente – prendete un Suv e paragonatelo a una Topolino — è sicuramente più brutto del passato”, Marcello non lascia mai che la nostalgia abbia il sopravvento sulla speranza: “Sono confuso, e non credo si possa essere altrimenti: ma dopo la grande storia del Novecento, bisogna andare avanti, partire dalla realtà per modificarla, come fa il cinema”. Umanissima alchimia di oggi e ieri (il titolo viene dal romanzo di Remigio Zena), senza ricatti consolatori nè estorsioni emotive, La bocca del lupo apre la strada-doc che a Torino sta garantendo gli incontri migliori tra schermo e vita, come il Giallo a Milano con cui Sergio Basso indaga la Chinatown più antica e grande d’Europa e Radio Singer di Pietro Balla, che ritorna al 77, quando la multinazionale Usa Singer chiudeva la fabbrica di Leinì nel torinese.
Da Il Fatto Quotidiano , 17 novembre 2009

La «dura» felicità della promessa
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Il lupo (metaforico) di cui si parla viene dal libro di Invrea che ha ispirato questo piccolo grande film di Pietro Marcello su un siciliano e una trans che si giurano fedeltà in carcere: la mantengono. Vagando tra caruggi genovesi con ampia facoltà di rivedere spezzoni di un’ Italia antica, fra rocce eterne come passioni, il regista mostra una città off alla De André senza retorica, analizza il viso degli amanti nella loro confessione. Non documentario ma documento sulla dura felicità della promessa. Non mancate, per palati fini. Voto 8
Da Il Corriere della Sera, 19 febbraio 2010

Torino sforna sorprese ecco un film-gioiello costato 50mila euro
di Paolo D’Agostini La Repubblica

Che il 27esimo Torino Film Festival sia stato vinto da La bocca del lupo di Pietro Marcello non può che far piacere. Fa piacere che sia un film italiano (uno dei due in concorso). Ma soprattutto l’esito indica quell’attenzione alla novità e all’originalità che costituisce lo spirito fondante della manifestazione. Marcello è al suo primo lungometraggio narrativo ma si era già fatto conoscere per un singolare documentario “poetico”, Il passaggio della linea, realizzato su e giù per l’Italia a bordo dei treni “espressi”, cioè poveri. In questa struggente storia d’amore tra un ex galeotto e un travestito nel ventre fatiscente della vecchia Genova, storia di reietti ed esclusi, dà prova di possedere uno sguardo personale. Il suo, a contrasto con l’oggetto ma alla fine dei conti esaltando la speciale sensibilità dei suoi “ultimi”, è un cinema aristocratico, colto e raffinato. Contiene tanti riferimenti (De André) ma fatti propri, mai repertorio di citazioni esibite. Una parola sull’altro italiano, altrettanto rappresentativo della missione del festival centrata dal neodirettore Gianni Amelio. È Santina di Gioberto Pignatelli. Niente di “coloristico” nel segnalare che questo ragazzo (32 anni) si divide tra il lavoro di receptionist in un albergoe la passione per il cinema. Che ha affrontato da autodidatta. Con 50mila euro (neanche mezzo di provenienza statale) ha avviato quello che vorrebbe essere un progetto. Ha preso poche pagine di un grande romanzo, “La Storia” di Elsa Morante, dal capitolo “1946”, e vorrebbe proseguire con altri frammenti dello stesso testo. Colpisce una modalità di rappresentazione alla quale ha dato personalità capovolgendo l’indigenza produttiva in ricchezza creativa. Si tratta della digressione sull’attempata prostituta del titolo e il suo sfruttatore-innamorato-assassino Nello. La padronanza di una scenografia che non poteva permettersi lussi eppure restituisce un sapore d’epoca senza nascondere le trasformazioni di Roma, la libertà di un commento sonoro che passa imprevedibilmente da “Chitarra romana” alla musica elettronica, l’utilizzazione dei brani letterari scritti sui corpi degli attori, gli inserti di animazione: tutto denota matura capacità di usare al meglio l’esiguità dei mezzi. Alla domanda su quanto abbia influito il primo cinema pasoliniano, il regista risponde che quella visione faceva già parte della scrittura della Morante. Passaggio fluido di consegne dopo il biennio morettiano con il suo brillante riscontro mediatico. Era prevedibile che la “festa” sarebbe stata breve. E c’era da mettere in conto che quel riscontro fosse, a fin di bene e non “per colpa” del direttore-guru, piuttosto “drogato”. Concentrato sull’impronta personale del patron e quasi indifferente ai contenuti. Tuttavia il risveglio poteva risentire della depressione post-esaltazione. E invece ecco proseguire intatta l’allegra e orgogliosa identità di questa kermesse esploratrice del cinema giovane: di domani. Che ha trovato il suo cuore almeno in due momenti. La segnalazione di un regista di confine, il danese Nicolas Winding Refn. Il cui titolo “cult” è Bronson. Ritratto del più malvagio e violento detenuto mai ospitato dalle carceri britanniche, che ha scelto come “nome d’arte” quello del celebre giustiziere hollywoodiano. E l’omaggio a Coppola, venuto a ritirare un Gran Premio Torino nella cui denominazione il cinefilo non può non cogliere un ammiccante inchino a Clint Eastwood, faro di testarda indipendenza proprio come il grande regista di “Apocalypse Now”.
Da La Repubblica, 23 novembre 2009

Tff, vince l’amore col trans
di Claudia Ferrero La Stampa

Se lo spirito del Torino Film Festival è quello dell’innovazione, non poteva finire meglio. La bocca del lupo, il film vincitore del giovane regista napoletano Pietro Marcello, porta con sé la carica di un genere tutto nuovo, quello del «cinema del reale», entrato un po’ a sorpresa nella sezione competitiva della rassegna. Ma con la storia ambientata a Genova dell’amore tra Enzo, immigrato ex galeotto, e Mary, travestito conosciuto in carcere, per la prima volta in 27 anni al Festival ha vinto un film italiano. «E’ piaciuto sia al pubblico sia alla critica, la verità è che è un gran bel film – spiega soddisfatto il direttore Gianni Amelio -. Non ne faccio una questione di bandiera. Sono contento perché anch’io l’ho subito apprezzato, strappandolo dalle mani della concorrenza».
L’effetto-cappa del tanto amato biennio di Nanni Moretti? Sfumato, anacronistico, stemperato in breve tempo dalle sale sempre piene, dal passaggio di Coppola e Rusturica. Amelio è quanto mai rilassato, amichevole, tanto da lanciarsi ‘nell’autocritica: «Ho cominciato a fare il direttore imparando. L’anno prossimo non potrà che andare meglio. E se saremo fortunati, dopo un buon raccolto sarò in grado di prepararvi belle sorprese. Se la retrospettiva su Nicholas Ray ha avuto sempre il tutto esaurito, il pubblico ha nicchiato un po’ su Nagisa Oshima. Peccato, era un’occasione unica, l’hanno capito bene i più specializzati. Nel 2010 tornerò a insistere sulle retrospettive, quelle vere, film che altrimenti non vedi da nessuna parte».
Colpo di coda polemico con Marco Bellocchio, ospite del Tff, che invitato dal Papa in udienza alla Cappella Sistina con altri artisti, ha invece deciso di essere a Torino: «Non sono andato per coerenza con le mie idee – ha spiegato -, non approvo il crocefisso nelle aule, l’aborto penso sia un diritto e sono a favore dell’uso del preservativo in Africa».
Il premio per la migliore attrice è andato a Catalina Saavedra nel cileno La Nana, dove interpreta una governante. Per il dramma Get Low di Aaron Schneider ambientato negli Anni 30, due azzeccatissimi Robert Duvall e Bill Murray si sono aggiudicati il premio ex aequo come migliori attori. Curiosa l’idea del «funeral party» a morto ancora vivo. Per il premio speciale della giuria, altro ex-aequo: il canadese Crackie di Sherry White sulla difficoltà di crescere, e Guy and Madeline on a Park Bench dell’americano Damien Chazelle, inno ai sentimenti e al jazz. Confermata la collaborazione tra il Festival e Altan per il Premio Cipputi, che dall’anno prossimo verrà inoltre potenziato: è stato vinto dal film filippino Baseco Bakal Bays affresco disperato dei bimbi-lavoratori di Manila.
La gioia più grande è quella del regista Pietro Marcello, 35 anni, che con La bocca del lupo ha messo d’accordo tutta la giuria. L’idea di questo film-documentario nasce dalla Fondazione gesuita Marcellino di Genova, che dal 1945 si occupa degli emarginati. «Mi dissero: stai qui e osserva, studia, poi decidi quale storia raccontare – ricorda il regista, già autore nel 2007 del documentario il passaggio della linea interamente girato sui treni espressi -. Da una parte c’è Genova, città di grande fascinazione passata, ci sono i filmini amatoriali che raccontano la città che non esiste più. Dall’altra ci sono Enzo e Mary: lui l’ho incontrato un giorno per caso in una panetteria, un viso incredibile. C’è voluto tanto tempo, poi finalmente è riuscito a schiudersi, a raccontarmi la sua storia». Quattro mesi di amore in carcere tra lui e Marj, un trans con il quale comunica attraverso delle cassette registrate. Un «melodramma epistolare» tra ultrasessantenni, che è la parte più commovente del film «perché vera». Mary aspetta altri sette anni che Enzo venga scarcerato, ora vivono nella loro piccola casa nel ghetto della città vecchia. Ne esce un ritratto forte, poetico. Enzo è un personaggio pasoliniano, cresciuto in via Prè, istruito da subito alla malavita. Ha giocato a guardia e ladri per una vita, beccandosi in totale 30 anni di carcere. Ora lavora in un bar del porto. «La bocca del lupo è “altro cinema”, ha creato un cortocircuito per un nuovo genere a cui Amelio ha aperto le porte – riassume il produttore Dario Zonta, (il film verrà distribuito da Bim e Rai Cinema) -. Enzo e Mary potremmo chiamarli “attori sociali”. Ti emozioni perché vedi la loro storia, raccontata in una formula nuova che non è quella televisiva, né quella del documentario».
Da La Stampa, 22 novembre 2009

A Genova l’amore riscatta gli ultimi
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Un film singolare e bello, vincitore dell’ultimo Torino Film Festival, presentato e premiato ad altri festival, dotato di una storia unica: i dirigenti della Fondazione San Marcellino dei gesuiti di Genova, organizzazione che da anni assiste emarginati, senzatetto, raminghi e poveri della città, visto un documentario di Pietro Marcello gli hanno commissionato un lavoro che consentisse dl far conoscere il mondo a cui la Fondazione si rivolge. Il risultato molto interessante è un film su due temi: Genova, vista nel suo presente amaro e, attraverso film amatoriali realizzati nel tempo da anonimi genovesi, nel suo passato più vitale; e una grande storia d’amore. Tra due persone lacerate dalla vita, un ex delinquente violento e un transessuale, nasce in carcere un sentimento d’amore alto e felice pieno di tenerezza, protezione, slancio, sogni d’avvenire comune. Il sentimento si rivela forte e duraturo: uno esce prima di prigione e aspetta l’altro, forse non si lasceranno più. Il confronto nostalgico sulla città e l’emozione innamorata un poco si somigliano, formano un complesso di sentimenti autentici, commoventi. I due protagonisti si raccontano con una sincerità e semplicità che sono una prova del loro amore.
da La Stampa, 19 febbraio 2010

«La bocca del lupo»: dopo i festival, il premio del pubblico
di Alberto Castellano Il Mattino

È già un caso, «La bocca del lupo», che dopo aver conquistato alcuni importanti festival internazionali e il consenso unanime della critica, fa centro anche sul pubblico: nel circuito italiano intasato di cinema a stelle e strisce, quindi, c’è ancora spazio per il docufilm d’autore. «Fiction o non fiction, se il cinema italiano è di qualità ed è sostenuto adeguatamente può trovare spazio nelle sale», commenta il trentatreenne regista casertano Pietro Marcello, che ieri sera è intervenuto con il produttore Nicola Giuliano e lo scrittore Maurizio Braucci al Filangieri di Napoli per presentare il film. «Il mio è un documentario di piccolo budget, punta su un pubblico particolare e sul passaparola: a una settimana dall’uscita la Bim che lo distribuisce ha già portato le 7 copie iniziali a 17, uscirà anche in Puglia, Calabria e Sicilia», racconta il cineasta, fiero dei riconoscimenti incassati: «Il premio per il miglior film e il premio Fipresci al Torino Film Festival, dove da 26 anni non vinceva un italiano, e il premio Caligari al Forum della Berlinale hanno avuto il loro peso in termini di pubblicità. Ma spesso i film d’autore che si affermano nei festival fanno fatica ad uscire o addirittura non arrivano nelle sale. In questo caso credo ci sia curiosità per il tono misurato e poetico e per le atmosfere che ho usato per raccontare la storia vera dell’amore tra Enzo, uscito dal carcere dopo 30 anni, e Mary, attempata trans vissuta per anni nei carrugi di Genova. Si sono conosciuti proprio in carcere dove lui ha imparato a leggere e scrivere». Muovendosi tra finzione e realtà, tra passato e presente, «La bocca del lupo» restituisce una Genova suggestiva che non c’è più, quella del centro storico, di via del Campo, dell’angiporto: «Il mio documentario d’esordio. “Il passaggio della linea”, che ha vinto il premio Pasinetti a Venezia ed è stato candidato ai David di Donatello, colpì i gesuiti della Fondazione San Marcellino da sempre impegnata a Genova nell’aiuto ai senzatetto. Così mi hanno proposto di raccontare una storia di invisibili, ho accettato perché era nelle mie corde e con il sostegno produttivo della Indigo Film di Nicola Giuliano e dell’Avventurosa Film di Dario Zonta, il progetto è partito. Ora mi piacerebbe poter girare una ricognizione su Napoli e le trasformazioni».
Da Il Mattino, 27 febbraio 2010

Fabrizio Corallo
Il Mattino

Sta lavorando al progetto del film con Sean Penn e Toni Servillo annunciato a Cannes (titolo provvisorio «This Must Be the Place») e ha girato una parte del documentario «L’Aquila 2009. Cinque registi tra le macerie». Ma quello che Paolo Sorrentino vorrebbe, nemmeno tanto in segreto) è fare un film come «Roma», di Fellini, «un film senza storia, come peraltro molti altri suoi film che reinventano, di fatto, il documentario». Il regista napoletano è stato tra i protagonisti della giornata di ieri al Torino Film Festival, giornata in cui il nuovo cinema campano l’ha fatta da padrone. È infatti passato in concorso «La bocca del lupo», la nuova opera del casertano Pietro Marcello, menzione speciale a Venezia due anni fa con «Il passaggio della linea». Questa volta il cineasta affronta la storia d’amore tra Enzo, immigrato da giovane a Genova, e Mary, che Enzo conosce in carcere. Lo sfondo è il centro storico della città ligure, una volta patria dei camalli e oggi terra di nessuno, tanto che a tratti il film assomiglia a un documentario e a un vero e proprio poema visivo. Il titolo allude a un celebre romanzo ottocentesco di Remigio Zena, ambientato nei vicoli genovesi.
Da Il Mattino , 17 novembre 2009

Amore al tempo dei trans
di Dina D’Isa Il Tempo

Ha commosso anche il pubblico e la stampa berlinese il film «La bocca del lupo», presentato nella Sezione Forum dal 33en- ne regista casertano Pietro Marcello. La pellicola, prodotta dai Gesuiti della Fondazione San Marcellino (con Indigo e Avventurosa), sarà da venerdì nelle sale distribuita da Bim e ieri sera c’è stata sul web (Mymovies) la prima anteprima virtuale per 300 persone. Accolto alla Berlinale da un lunghissimo applauso, il film racconta la storia vera (tra fiction, documentari e reportage) di Enzo, siciliano emigrato a Genova da quando aveva due anni e Mary, una trans, romana e di buona famiglia borghese, scappata via da casa negli anni ’60 per andare a vivere in una comunità genovese di transessuali. Il sentimento della coppia nasce e cresce dentro le mura della prigione, lui ha dovuto scontare 14 anni per una sparatoria contro la polizia e lei 4 mesi per una storia di droga. Quando Mary è uscita dal carcere ha aspettato il compagno, scrivendo- gli delle lettere e registrandogli la sua voce su delle cassette. E finalmente i due possono ora vivere insieme in campagna, con 4 cani e coltivando l’orto.
Marcello, perché i Gesuiti hanno deciso di produrre questo film?
«La pellicola è stata fortemente voluta dalla comunità dei Gesuiti di San Marcellino, che dal dopoguerra lavora sul territorio genovese, tra emarginati e senza tetto. Uno dei 400 volontari laici insieme con l’allora presidente della comunità, padre Nicola Gay (ora c’è invece padre Alberto Remondini) avevano visto il mio primo lungometraggio, “Passaggio della linea”. E mi hanno chiesto di fare un film sugli emarginati genovesi nell’area dell’angiporto. Ho accettato. Mi piaceva l’idea di stare a Genova. E a loro faceva piacere che qualcuno raccontasse il loro territorio. Vivo a Roma, all’Esqulino, sono vicino alla stazione, così sono sempre pronto a partire. Ma vado spesso anche in Liguria, una regione che amo, l’unica del nord che geograficamente guarda verso il sud».
Si aspettava tanto clamore da questo film?
«No. Ma avevo preso questo impegno con i Gesuiti che volevano ridare forza e dignità agli emarginati. Ora Enzo e Mary frequentano la struttura e io ho imparato che si possono fare delle cose per gli altri. Qualche risultato positivo c’è stato: ho vinto tanti premi, a cominciare dal Torino Film festival e ora sono qui a Berlino, dove ho incontrato un pubblico molto colto e preparato a storie particolari, come la mia».
Crede che anche il pubblico italiano sia altrettanto pronto ad accogliere il suo film?
“Le persone sono più sensibili di quanto immaginiamo. Ma la gente andrebbe educata a vedere certe cose. Invece, nel linguaggio televisivo, il falso è solo un momento del vero e viceversa. La tv poteva essere altro, con più cultura, storia, sociologia. I ragazzi non sono educati al cinema di alto respiro e la tv non aiuta. Per fortuna il digitale terrestre sta offrendo più proposte. Le persone si formano dall’infanzia, ma se i ragazzi sono costretti a vedere solo programmi senza valore, la televisione diventa un’aberrazione che riflette la società. Però la tv sarà presto superata dalla grande rivoluzione del web, i giovani lo sanno. Si apriranno nuovi e impensabili scenari”.
Perché ha unito la fiction al documentario?
«Mi piace sperimentare i linguaggi. Per mesi ho osservato le zone attorno al porto genovese. Enzo, il protagonista, è il residuale di un sottoproletariato che sta scomparendo ovunque. La loro storia è quella di un amore poetico, fatto di sofferenze. Si sono incontrati in carcere e sono rimasti insieme per proteggersi, nella loro diversità, dalle malvagità della vita. Quello del trans è l’aspetto più marginale e i Gesuiti hanno amato moltissimo la storia. Sullo sfondo c’è la città: la fine della zona portuale, come era negli anni ’50, con i marinai e i night. Una scenografia che non c’è più, come a Napoli o a Marsiglia».
Da Il Tempo, 16 febbraio 2010

L’amore dietro le sbarre
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Un esperimento curioso, ma andato incontro a vari consensi. Due persone vere, nomi e cognomi autentici, pronte a esibire, anche nei titoli di testa, la loro identità. Sono Vincenzo, siciliano, che è stato in prigione per molti anni, e Mary, una ex prostituta, anche transessuale, che, dopo averlo conosciuto e amato in prigione, uscita molto prima, lo ha atteso tutto il tempo in una casupola nei bassifondi di Genova, fedele quasi con devozione al suo ricordo. I Padri Gesuiti della Fondazione San Marcellino, che dal dopoguerra seguono e assistono gli emarginati di cui pullula il sottobosco genovese, hanno affidato a un regista esordiente, Pietro Marcello, autore fino ad oggi di un documentario, di avvicinare i due e di farli raccontare se stessi di fronte a una macchina da presa che si muove con discrezione davanti a loro e poi anche attorno a loro non solo nel presente, nei quartieri più miseri della città, ma anche, grazie a filmini amatoriali conservati nelle cineteche, nel passato di quella stessa gente: per evocare un clima, ricostruire degli ambienti. Al centro però ci sono soprattutto i due protagonisti, ora presentati da una voce narrante – asciutta, mai letteraria – ora ascoltati mentre ci dicono di sé, del loro passato, dei loro sentimenti reciproci, delle loro piccole aspirazioni per un futuro in cui si vedono finalmente riuniti in una casetta in collina da cui, però, sia possibile vedere il mare… Il risultato, da definirsi in equilibrio fra il documentario e un certo tipo di cinema verità, ha valori cinematografici così saldi che, di recente, hanno fatto vincere al film il Primo Premio al Festival di Torino (la prima volta, in ventisette anni, per un film italiano), aprendogli la strada anche a manifestazioni di prestigio a Parigi, come quella al Centre Pompidou dedicata al «cinema Du réel». L’esperimento, così, anche se insolito, può dirsi riuscito e nonostante faticherà un po’ a trovare adeguate risposte in platea, resterà una tappa felice nell’ambito del cinema italiano di ricerca.
da Il Tempo, 20 febbraio 2010

L’amore, la trans e l’assassino alla conquista di Torino
di Gabriella Gallozzi L’Unità

Mancava da due anni il cinema italiano al Festival di Torino. E Gianni Amelio ha visto giusto: La bocca del lupo di Pietro Marcello, primo film made in Italy del concorso (l’altro è Santina di Gioberto Pignatelli), è una straordinaria sorpresa. O meglio, la riconferma di un giovane autore (è del’76) che aveva già dimostrato il suo «fiuto di cinema», nel precedente Il passaggio della linea, viaggio poetico e dolente attraverso l’Italia dei treni. E, in fondo è stato proprio questo, il punto di partenza per il nuovo lavoro: sono stati i gesuiti della Fondazione di San Marcellino di Genova, infatti, a «commissionare» il film, dopo aver visto Il passaggio della linea. Hanno invitato il regista a Genova, nel ghetto, dove si trova la loro fondazione che aiuta da anni i senza tetto e i diseredati della città. Pietro ha vissuto là per un bel pezzo e da lì ha tirato fuori La bocca del lupo. A cominciare dai due protagonisti: Mary ed Enzo, lei una trans che ha conosciuto il carcere. Lui, volto incredibile da Volontè di strada, che il carcere ancora ce l’ha addosso per una sparatoria di tanti anni fa, in cui ha ucciso un carabiniere. È in carcere che si sono conosciuti. È da lì che è scoppiata la passione: «ti amo dolcissimo bastardo», recita lei nelle audiolettere – se le scambiavano durante la carcerazione -come un personaggio da b-movie anni ’70. E lui di rimando con le sue attenzioni, i suoi giorni balordi, l’alcool, ma pure il sogno comune di «una casetta in campagna». Una storia d’amore, struggente nel desiderio di mettere insieme due solitudini. Un melodramma dal «vivo» , che scava nella marginalità della Genova di via del Campo, quella della «graziosa dagli occhi grandi color di foglia» di De Andrè. Una città, Genova, che attraverso le rigorose immagini di Pietro Marcello, unite ad uno straordinario repertorio (dagli archivi Ansaldo ai filmati amatoriali), diventa storia. Storia del Novecento, delle trasformazioni di una città-porto che non c’è più. Ed è proprio questa grande storia ad abbracciare e farsi tutt’uno con la piccola storia d’amore tra Mary ed Enzo, «Sono figlio di un marittimo meridionale – dice il regista – e conoscevo Genova solo dai ricordi di mio padre che me la raccontava come una città ideale. Diversa da quella che ho trovato. Il porto non è più lo stesso». Le grandi navi, i transatlantici, di quella storia resta solo la mitologia che Pietro, «forestiero», affida al ricco repertorio d’epoca, genovese doc. E al sapiente montaggio di Sara Fgaier. Di suo, invece, mette lo sguardo «sovversivo» di un cinema non allineato. Che viene e guarda ai luoghi del disagio e della marginalità. Per restituirne umanità e poesia. Un po’ come Via della Croce di Serena Nono, anch’esso ispirato dai senza tetto della Casa di Sant’Alvise di Venezia. Produzioni che partono dai luoghi stessi della solidarietà. Alla base de La bocca del lupo, infatti, c’è la Fondazione San Marcellino che, insieme all’Avventurosa film (dello stesso regista e del nostro Dario Zonta) ha dato l’avvio al coraggioso progetto. Sostenuto, poi, anche dall’Indigo film, con la quale è «partito» Pietro Marcello con Il passaggio della linea. A portarlo in sala la Bim. Anche questo un piccolo miracolo.
Da L’Unità, 17 novembre 2009

Un bacio, una pistola Il «noir» profuma di documentario
di Roberto Silvestri Il Manifesto

Dopo Torino e il Forum di Berlino esce nelle sale La bocca del lupo, imperdibile opera seconda di Pietro Marcello, trentenne di Caserta. Un’esperienza di cinema unica e affascinante, degna dell’esordio, Il passaggio della linea (2007), giro dark d’Italia su un treno scassato delle FfSs a lunga percorrenza e ormai fantasma. Colta, meditabonda, ma di combattimento, la cinepresa di Marcello è solitaria e personalizzata: dallo stupore arpeggiato sale fino all’azzannata dada. Né finzione, né film-saggio, né doc, né romanzo a fosche tinte (come quello di Remigio Zena, da cui prende il titolo), né solo un complesso giocar d’archivio sulla scomparsa della Genova operaia e sottoproletaria, le spiagge, le gang agguerrite, i vicoli bui e tempestosi (tra homemovie e film polizieschi). E neanche solo un esperimento ibrido, basato sulla teoria del montaggio bastardo che utilizza interferenze, nel racconto, di frammenti noir, per sformare e desacralizzare la concentrazione verista o il pericolo di abusare spiritualmente, come fanno i populisti, dei suoi due eroi. Già è un concerto per due solisti innamorati che raccontano la loro vita, da vicini e da lontani. L’unica somiglianza è con i poemi visuali anni ’50 di G.V. Baldi, quando dal mondo dei reietti e dell’emigrazione forzata, risuonavano altre consonanze, la purezza del gesto crudele e della rivolta criminale che nascondeva ben altro che il Peccato da punire… Dedicato agli outsider insorgenti di oggi che danno ancora un’anima al nostro quotidiano esanime, il film è come un’improvvisazione free che potrebbe trovare il suo flash, la sua forma, nella ricezione del digibeta: c’è tempo, 67′. Il flash arriva. È musicale, come se Buscaglione in jam session con De André, fondesse in un unico sound Bocca di rosa e Il dritto di Chicago. E tutto è così apparentemente semplice. Uomo incontra donna. Anche se lui, Enzo, gigantesco siciliano, che la malavita scopre (che jella!) prima del cinema (poteva essere il nostro Eddie Costantine), in prigione, dove sconta una stralunga pena detentiva, senza neanche averli uccisi quei tre carabinieri che ha colpito con pistole fiammanti, incontra lei. E lei è un travestito, Mary, rampollo indocile della borghesia, che Enzo adorna d’amore e protegge coi pugni (una trentina di ko) di chi non ha nulla da perdere , insegnando al carcere, ai secondini e al mondo, che la sua ragazza va trattata con dignità. E forse perfino lui.
Da Il Manifesto, 19 febbraio 2010

«Nel cinema l’importante è riempirsi la vista»
di Davide Turrini Liberazione

Pietro Marcello ha rischiato di perdersi Berlino. Colpa della neve a Ciampino, dove è rimasto per ore, in attesa d’imbarcarsi. Roba d’altri tempi. Un po’ come il suo secondo film, La bocca del lupo (produzione Indigo), che ha vinto il Torino Film Festival 2009 e che il Forum della Berlino numero sessanta ha fortemente voluto con proiezione domenicale. La bocca del lupo uscirà in Italia con Bim in otto copie venerdì prossimo e sarebbe un peccato perderselo. Cinema così non se ne fa più perché fare cinema oggi, in una selva di immaginari fotocopia, è una questione di personalissimo posizionamento etico in mezzo alla volgarizzazione del mezzo cinematografico. Il documentario del trentatreenne Marcello è un racconto semplice e prezioso sulle tracce di Enzo e Mary: lui un ultrasessantenne pluricarcerato, lei una transessuale che in lui ha trovato l’amore della vita. Più una Genova novecentesca ritratta in filmati di repertorio: «Alla fondazione San Marcellino dei padri gesuiti di Genova era piaciuto il mio primo film, Il passaggio della linea – racconta Pietro Marcello davanti ad un caffè “espresso” berlinese – così mi hanno chiesto di girare qualcosa che concernesse il loro operare quotidiano nel sociale. Io che provengo da Napoli mi son trovato a Genova, una città che conoscevo pochissimo e che è diventata punto centrale del film».
I due protagonisti sembrano provenire da una Genova che non c’è più…
Mary è cresciuta in una famiglia romana ricca e borghese, ma quando negli anni ’60 ha scoperto la sua sessualità non è stata accettata ed è scappata a Genova all’epoca in cui si andavano formando le prime comunità di transessuali. Enzo è un oriundo, una figura rappresentativa di uno scomparso sottoproletariato genovese anni ’60, successivo all’epoca dei camalli e precedente all’arrivo degli extracomunitari negli anni ’80.
Quando hai incontrato i protagonisti del film?
L’incontro con questo faccione che esprime il volto del cinema è stato casuale. Sono entrato lentamente in relazione con lui. Non è stato facile perché in questi casi, quando racconti un’esistenza, c’è comunque una questione etica che non può essere sottovalutata. La macchina da presa violenta la vita delle persone e io non amo le interviste. L’unica intervista che c’è nel film è arrivata dopo sette mesi, senza far domande. Anche le cassette audio conservate da Mary e che ascoltiamo nel film sono originali.
Cosa ti interessava esplorare con “La bocca del lupo”?
La relazione sessuale tra i due mi interessava poco. Enzo e Mary si sono incontrati in carcere e lì hanno passato tre mesi d’amore. Poi lei è uscita e aspettato lui per anni. Sono due persone che nella vita hanno sofferto e il loro legame nasce proprio dal volersi proteggere dalla malvagità e dallo schifo del mondo. Ma nel film c’è anche la città nel suo presente che ho osservato quotidianamente è in un passato rappresentato dal repertorio. Immagini che ha scovato la montatrice Sara Fgaier tra le cantine di cineamatori genovesi e gli archivi della fondazione Ansaldo. Sarà per questo che non credo tanto negli esperti, ma più nella tenacia. Tutti possono imparare ad usare i macchinari del montaggio, ma montare un film è un fatto di testa. Non credo nemmeno nella sceneggiatura perché il documentario si basa sull’imprevisto ed è un semplice attrezzo del cinema, come la fiction, l’animazione, ecc… Quello che conta, e che spesso manca oggi, è la forma cinematografica.
Cosa intendi per mancanza di forma cinematografica?
A mio avviso manca un’etica dell’estetica. Il cinema è sempre pieno di contenuti, tipo il regista che va a filmare la zona di guerra. Mi chiedo però se costui rispetta veramente le persone che ha di fronte. Ad esempio, io non riesco a filmare la violenza o una persona che rovista nell’immondizia. E soprattutto se faccio un primo piano, mi pongo delle domande sul perché scelgo un primo piano. In tanti possono improvvisare, senza porsi domande, ma per me nel cinema l’importante è riempirsi la vista.
da Liberazione, 14 febbraio 2010

Una Genova diversa in vetrina a Torino
di Edoardo Meoli Il Secolo XIX

«Una grande storia d’amore, quell’amore che nasce dalla diversità»: così il regista Pietro Marcello racconta il suo film “La bocca del lupo”, primo italiano presentato ieri in competizione al Torino Film Festival, che ha riscosso il plauso anche del direttore Gianni Amelio. «Sono certo» ha detto «che avrà anche il successo della sala».
Prodotto dalla Fondazione San Marcellino con la Indigo di Francesca Cima e Nicola Giuliano – tra i recenti successi, “Il divo” – e L’Avventurosa Film di Marcello e Dario Zonta, il documentario è un viaggio attraverso Genova, i suoi caruggi, pieni di odori, storia, prostitute, delinquenti, portuali e trans. I protagonisti sono “veri”, un siciliano, Enzo, che si è fatto oltre vent’anni di carcere, e Mary, donna di strada, conosciuta in prigione, con il sogno di una casetta di pietra, sul mare, con il camino.
La Fondazione San Marcellino ha commissionato il film a Marcello dopo aver visto e apprezzato il suo documentario “Il passaggio della linea”, vincitore due anni fa nella sezione “orizzonti” alla Mostra del cinema di Venezia, girato interamente sui treni espressi che attraversano l’Italia. La Fondazione ha messo a disposizione di Marcello un appartamento nel centro storico e così è cominciata l’avventura. La lavorazione ha richiesto oltre un anno di riprese nonché il complesso recupero di inedite immagini di repertorio sulla città che altrimenti sarebbero andate perdute.
Alberto Remondini, presidente della Fondazione San Marcellino, non ha dubbi sull’originalità di un film che rappresenta soprattutto un’operazione verità: «Mostra un mondo che spesso non riusciamo a vedere, una città dipinta da chi vive in condizioni di emarginazione e difficoltà e raccontata attraverso uno sguardo poetico, delicato e mai morboso, che avvicina l’occhio e l’anima dello spettatore alle vicende che si svolgono davanti a lui, quasi facendogliele accarezzare».
Il film vuole costruire una geografia della memoria. Suono e immagine mirano a costruire un poema visivo dove la città possa vivere e vibrare sullo schermo: Genova rappresentata non come sfondo neutrale, ma come un territorio capace di trasmettere pensieri, sentimenti, sensazioni, con l’obiettivo di contribuire a creare una maggiore coesione sociale.
Due sono le coordinate principali entro cui si è sviluppato il progetto. «Da una parte» spiega il regista «l’idea di una città fatta d’immagini e di suoni, a partire dai filmati di repertorio che ripercorrono il Novecento; dall’altra la fisionomia molteplice e mutevole del presente. Protagonisti delle immagini sono gli abitanti e gli spazi, l’intreccio delle storie urbane, di memorie storiche dei luoghi attraversati che si coaugulano in uno sfondo che è quello che crea e dissolve la memoria della città».
Da Il Secolo XIX , 17 novembre 2009

Enzo e Mary per sempre
di Paola Casella Europa

Il problema del cinema italiano, dal punto di vista creativo, è soprattutto quello di non saper rinnovare il proprio linguaggio filmico. Se all’estero, quando parlano del nostro grande cinema, sono rimasti fermi al neorealismo il motivo è anche questo: che dal dopoguerra ad oggi sono stati pochi gli autori in grado di rivoluzionare la grammatica dell’immagine, e pochissimi l’hanno fatto dagli anni Settanta in poi. In tempi recenti ci sono riusciti solo Paolo Sorrentino e Matteo Garrone, soprattutto quest’ultimo che con Gomorra ha reinventato gli stilemi del neorealismo scardinando i meccanismi della narrazione cinematografica per creare un’estetica perfettamente aderente al soggetto della storia. Questa premessa da “cultore della materia” era indispensabile per presentare La bocca del lupo, il film-documentario di Pietro Marcello che ha vinto l’ultima edizione del festival di Torino (e chi scrive faceva parte della giuria Fipresci che gli ha assegnato il premio della critica internazionale). La bocca del lupo non è un film facile, né dal punto di vista dell’appeal commerciale né, soprattutto, da quello della grammatica filmica, ma è proprio questa sua seconda caratteristica a renderlo importante e a farci sperare in un rinnovamento del linguaggio cinematografico italiano. Pietro Marcello si era già fatto conoscere alla Mostra del cinema di Venezia (nella sezione Orizzonti) con un documentario, Il passaggio della linea, ambientato su e giù dai treni delle ferrovie dello stato, che aveva vinto, fra gli altri, il premio Pasinetti doc. Questo suo secondo lungometraggio è più ambizioso, perché mescola narrazione documentaria a un intervento registico che trasforma il documentario in fiction. Il film si apre con un montaggio, esteticamente bellissimo, di immagini girate dal regista con grande rigore e senso della composizione scenica a Genova, mescolate con immagini d’archivio – e parliamo non solo di spezzoni documentaristici veri e propri ma anche di home movies girate dai genovesi con i primi super-8. La narrazione vera e propria comincia con una voce fuori campo che descrive il “personaggio” che cammina per la città, attraversandone la parte più oscura: quei carrugi sporchi e pericolosi decantati da Fabrizio De André, per citare il nome più spesso evocato da La bocca del lupo. La voce fuori campo, che scopriremo essere quella di Mary, e poi la voce di Enzo, l’uomo che abbiamo visto camminare per Genova, raccontano anche la loro storia d’amore, con un pudore e una verità che non ricordavamo, al cinema. Ma ancora, e per lungo tempo, il protagonista visibile resta Enzo, un immigrato siciliano che è il prodotto del suo ambiente degradato, un ex carcerato che ha passato più tempo dentro che fuori le sbarre. Ma Enzo ha anche una magnifica faccia da cinema che riempie lo schermo e una dignità umana incancellabile che riesce a prescindere dalle sue circostanze. Questa lunga parte descrittiva – di Enzo, della città di Genova, di un sottomondo di peccatori e puttane, di malaffare e immigrazione – non è che il prologo alla chiacchierata finale, guardando in camera, di Enzo e Mary che finalmente, dopo essersi “inseguiti” fuori campo per tutto il film, raccontano insieme la loro storia. Ed è come se la parte precedente fosse stata la rincorsa che prende il deltaplano prima di spiccare il volo, perché è in questa seconda parte che la testimonianza di un amore impossibile fra due creature improbabili, due dannati “immeritevoli d’amore”, diventa la storia di tutte le storie d’amore (altro che Muccino…), quelle autentiche, che ti cambiano la vita e la fanno lievitare al di sopra delle miserie quotidiane. È questa la dimostrazione viva e palpabile che, come diceva De André, «dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior». Pietro Marcello, che ha girato La bocca del lupo su commissione per la Fondazione San Marcellino, un’opera pia di gesuiti che a Genova dà assistenza ai dimenticati (come Enzo, come Mary), ha scelto di evitare il patetico o il celebrativo (l’unico gesuita che appare nel film, in abiti “civili”, è il barista) per concentrarsi sull'”oggetto” della loro attività. E nel farlo non ha dimenticato che, tanto più una storia è lontana dall’esperienza dello spettatore comune, tanto meglio va raccontata, in maniera originale e sovversiva delle regole della narrazione per immagini, ma anche dei luoghi comuni con cui il pubblico è abituato a catalogare la realtà: la gente perbene e quella permale, i vincitori e i vinti.
Da Europa, 20 febbraio 2010

Paola Casella
Europa

Il vincitore del Festival di Torino (primo italiano in 27 anni) mescola narrazione documentaria a un intervento registico che trasforma il doc in fiction. La bocca del lupo si apre con un montaggio di immagini girate con grande rigore e senso della composizione scenica a Genova, mescolate con immagini d’archivio – compresi gli home movies dei genovesi stessi. La narrazione vera e propria comincia con una voce fuori campo che descrive il “personaggio” che cammina per la città, un immigrato siciliano, Enzo, ex carcerato che ha passato più tempo dentro che fuori le sbarre. La voce narrante è quella di Mary, l’amore della vita di Enzo. E questa lunga parte descrittiva è solo il prologo alla chiacchierata finale, guardando in camera, di Enzo e Mary che, dopo essersi “inseguiti” fuori campo per tutto il film, raccontano insieme, con un pudore e una verità che non ricordavamo al cinema, la loro storia, quella di tutte le storie d’amore autentiche che ti cambiano la vita e la fanno lievitare al di sopra delle miserie quotidiane.
Da Europa, 27 febbraio 2010

Luca Marconi
Il Corriere del Mezzogiorno

C’era anche Paolo Sorrentino l’altra sera al Torino Film Festival al «battesimo» del giovane regista casertano Pietro Marcello, uno dei due italiani in concorso nella sezione principale dedicata al nuovo cinema d’autore col lungometraggio «La bocca del Lupo». E non a caso: entrambi provengono dalla scuderia Indigo che ha già prodotto Marcello per «Il passaggio della Linea» (menzione speciale alla 64 esima Mostra del Cinema di Venezia). Con Marcello, al 27 esimo Tff diretto Amelio approda nella sezione Italiana.doc anche l’autore de «L’ultima Treves» (Teatri Uniti) il porticese Marcello Sannino, con un film sul giovanissimo boxer Ciro Pariso allevato e fatto campione da Lino col papà Geppino Silvestri, quindi «Corde», prodotto con l’Arci Movie di Ponticelli (stasera la prima). «La bocca del Lupo» è anche il titolo di un romanzo del genovese Gaspare Invrea o Remigio Zena pubblicato nel 1892 dall’editore Treves di Milano, considerato uno dei capisaldi della letteratura verista, scritto in lingua italiana ma con un massiccio apporto del dialetto genovese. Descrive la vita fra le case e i caruggi della fittizia località di Manassola ma i riferimenti sono della Genova di fine Ottocento. Storie di reietti o «residuali» di un mondo scomparso, come nel ritratto che fa della Genova dei camalli Pietro Marcello: una delicata storia d’amore fra “ultimi” conosciutisi in galera, è usata a pretesto per raccontare la Genova del Novecento per conto della Fondazione San Marcellino, i gesuiti che operano sull’angiporto ligure dal ’47. E Marcello attinge abbondantemente a materiali d’archivio, filmati di cineamatori genovesi. «L’intento — ha spiegato il regista — era quello di raccontare non tanto l’attività della fondazione quanto il suo terreno, i senzatetto, gli ultimi. E non è stato facile perché, a differenza di Napoli, Genova ha perduto il suo tessuto sociale storico. Già negli anni Cinquanta sono andati via i camalli per i meridionali, oggi hanno preso il loro posto gli immigrati». «Prima del film—continua—la città non la conoscevo affatto fatta eccezione per i racconti di mio padre, marittimo meridionale che si imbarcava a Genova e per tutta la sua giovinezza ha rappresentato la città ideale, una città “del Nord che guarda al Sud”, diceva. Qui il mare lo avverti di più. In un certo senso il mio film vuole essere un tributo ai marittimi scomparsi». Marcello Sannino è attualmente impegnato con un docufilm sull’Istituto per gli studi filosofici ed il suo presidente, Gerardo Marotta. In «Corde» racconta la palestra NapoliBoxe di Montesanto con Ciro Pariso, nel 2003 campione d’Italia, l’ultimo di una serie messa in piedi dai Silvestri già nella Fulgor di Ponte di Tappia: Oliva, Todisco, Cotena, Cossi. «Ciro è uno di quei ragazzi che per forza di cose devono crescere in fretta. E la boxe, incontrata per caso, gli ha dato la possibilità di impostare la vita sforzandosi di inseguire una certa normalità, di sfuggire facilmente alla tentazione dei soldi facili e nel suo quartiere questi erano atti di resistenza». «Ho concepito l’idea del film—continua—quando aprii una piccola libreria di cinema ai Banchi Nuovi e i residenti mi parlarono con entusiasmo della tradizione pugilistica napoletana dandomela ancora per viva. Allora sono andato a trovare Lino Silvestri alla NapoliBoxe. E tra i tipici boxer c’era Ciro, esile, introverso e curvo ma determinato sul ring. A differenza degli altri era sofferente e taciturno. Da quel momento l’ho seguito per 4 anni. E ho potuto adoperare il girato di Leonardo Di Costanzo che lo aveva filmato in palestra a 17 anni. Quindi racconto l’esordio da professionista ed altri momenti della vita di Ciro, la perdita del maestro Geppino, il matrimonio, la nascita di suo figlio e alla fine, la sua meraviglia quando si rivede “specchiato” nel primo girato. E qui almeno il film chiude un capitolo importante della sua vita, raddrizzata a furia di pugni».
Da Il Corriere del Mezzogiorno , 18 novembre 2009

L’amore fra un trans e un bandito al cinema con l’aiuto dei gesuiti
di Mario Serenellini Il Venerdì di Repubblica

È il film dei record. Primo titolo italiano, in 27 edizioni del Torino Film Festival, a vincere il Gran Premio (con aggiunta del Fipresci dell’entusiasta stampa internazionale). Primo titolo a partecipare a concorsi ora di fiction, ora di documentari. Dopo Torino, si è guadagnato il «Vittorio de Seta» per il miglior documentario al neofestival di Felice Laudadio a Bari e, in quanto documentario, concorrerà dal 18 al 30 marzo al Cinéma du réel al Centre Pompidou a Parigi. Inoltre, in attesa dell’uscita in sala il 19 febbraio, distribuito dalla Bim, per la prima volta nella storia del cinema italiano sarà visibile in streaming da trecento eletti, il 15 febbraio alle 21.10 sul web.
La bocca del lupo, di Pietro Marcello, casertano, 34 anni, realizzato con soli centomila euro, protagonisti due derelitti pasoliniani in una Genova ad alto voltaggio poetico, si confronta ora con i kolossal in concorso al Forum della 60° Berlinale (da ieri al 21). «Sono partito da una storia vera, con i miei due protagonisti, Vincenzo Motta e Mary Monaco, che interpretano se stessi» spiega il regista, che è a Berlino con gli interpreti e con Dario Zonta, critico e confondatore dell’Avventurosa Film, produzione indipendente, qui fiancheggiata da Rai Cinema, Babe Film e dall’Indigo Film di Nicola Giuliano.
Il soggetto di La bocca del lupo è evocato nella motivazione della giuria di Bari: «Un emigrante siciliano, dopo quattordici anni di carcere, dove ha incontrato Mary, trans detenuto per droga, torna a Genova dove finalmente riabbraccia la sua amata che l’ha pazientemente atteso». «È la storia d’un amore nato nel dolore» sintetizza il regista, «nella macerazione di un’attesa, prima di ritrovarsi all’uscita dal carcere».
Come vivono nella realtà Enzo e Mary? «Adesso Enzo è un uomo libero, lavora al Bar Frisco, nell’angiporto di Genova. Mary sta a casa, lo stesso minuscolo “nido” del film. Lo scorso dicembre ci siamo ritrovati a Genova, per una proiezione speciale nella loro città, ora divenuta anche un po’ mia. Enzo e Mary hanno visto nel film il loro riscatto sociale: non smettono di ripetermi che è quanto di meglio hanno fatto nella vita».
I recenti scandali romani rischiano di avvolgere di un alone improprio il film… «Il film si protegge da solo. Io non affronto l’aspetto omosessuale. Per me la sessualità è parte intera dell’esistenza, non un suo lato pruriginoso o scandalistico. Enzo e Mary sono due persone che hanno avuto una vita difficile: si sono uniti anche per proteggersi a vicenda. Della società sono i reietti, i diversi: un ex detenuto e un transessuale. Mary, cresciuta in una famiglia romana perbene, a 17 anni è andata via per trasferirsi a Genova, dove esisteva una comunità trans. Enzo, cinquantenne siciliano, noto come Enzo Roccia e Enzo Baffo, viene dal sottoproletariato, quello duro, ormai scomparso e idealizzato da Pasolini: è cresciuto in via Prè, figlio di un mito nero della Genova vecchia, il venditore Pippo (“accendini, sigarette, macchinette, bombe a mano”), che non metteva insieme due parole in italiano».
Come li ha incontrati? «Per caso. Un giorno mi sono trovato davanti Enzo, una faccia da favola. Analfabeta, aveva imparato a leggere e scrivere in carcere: trent’anni di galera, per rapine. Una vita d’anarcoide, trascorsa a giocare a guardie e ladri. Vedendolo la prima volta, ho pensato a Eddie Constantine in Alphaville di Godard. A Mary siamo arrivati per gradi, con delicatezza. L’intervista finale alla coppia è il risultato di sette mesi di lavoro».
Da Caserta a Genova: com’è nato La bocca del lupo? «È stata la Fondazione dei padri gesuiti San Marcellino, che dal dopoguerra assiste i raminghi e gli indigenti, a invitarmi a Genova per realizzare un film. Il primo periodo è stato di osservazione. Conoscevo la città solo dai racconti un po’ mitici di mio padre, un marittimo che dal ponte dei Mille si imbarcava per l’America: per tutta la sua giovinezza Genova è stata la città ideale. Mi raccontava di quanto fosse bella, dell’animata città vecchia, delle tripperie, del suo cielo. Io ho conosciuto un’altra Genova, silenziosa e unica, una città del nord che guarda a sud: stretta tra il mare e le montagne, le campagne e i porti, la dismissione industriale e la modernità terziaria».
È la Genova del presente che lei ha provato a raccontare? «Sì, una città di confine e di mare: la sua gente, la storia, le ombre dei luoghi scomparsi, le memorie impresse nelle pietre di Sottoripa, recuperate, con un filo di nostalgia per il Novecento perduto, attraverso immagini di repertorio, i filmini spesso amatoniali di genovesi d’antica generazione, trovati e montati da Sara Fgaier. Desiderio dei gesuiti era che raccontassi nel film non l’attività della Fondazione quanto il mondo cui essa si rivolge. Mi hanno messo a disposizione un piccolo appartamento, gli stessi locali che ospitano gli assistiti della San Marcellino. Da lì ho cominciato a esplorare la città vecchia. Non fosse stato per i gesuiti, non avrei mai pensato di fare un film a Genova: non ci sono riuscito a Napoli, che è la città della mia formazione…».
da Il Venerdì di Repubblica, 12 febbraio 2010

Mauro Gervasini
Film TV

«Dopo il pasto viene il guasto, dopo il canto viene il pianto». Così Gaspare Invrea, con lo pseudonimo di Remigio Zena, scriveva nel romanzo La bocca del lupo (1890). Bocca nella quale finiscono i reietti della sua storia, costretti a battersi tra le avversità senza alcuna speranza di riscatto. Un romanzo verista dove la lingua, un misto tra italiano e genovese, si inerpica per i caruggi come la macchina da presa di Pietro Marcello. In questo film prodotto da Nicola Giuliano, Dario Zonta e Francesca Cima, e che proprio a quella prosa si ispira, il regista segue la voce narrante di Mary, attempata fanciulla del «braccio dei trans». Proprio dietro le sbarre conobbe il suo Gary Cooper, Vincenzo, siciliano di nascita e di fisionomia che in prigione ci è rimasto un po’ di più. Adesso è fuori, inghiottito nel grande nulla delle zero possibilità. Se Pier Paolo Pasolini fosse vivo, oggi il suo Stracci finirebbe al massimo nella casa del Grande Fratello. Mary e Vincenzo, più modestamente, ne sognano una in campagna, come in un western, appunto. La bocca del lupo è tecnicamente un documentario ma il genere, il formato, sono dettagli. Cinema puro punto e basta. Tra filmini d’inizio Novecento, tuffi dallo scoglio di Quarto, ipotetiche e utopistiche “ripartenze” (i luoghi del film sono gli stessi dai quali si cominciò a “fare” l’Italia) il napoletano Marcello racconta Genova come mai nessuno prima in questo modo. Parla, Via Del Campo. E parlano i vicoli intorno. Raccontano di prostitute e sbandati, vecchi marinai ubriachi e avanzi di galera. Senza nulla di letterario, se non appunto l’afflato naturalista di Zena; e invece con un incedere rispettoso di facce e luoghi, nonostante quegli stessi reticolati urbani testimoni- no di un determinismo sociale spietato e feroce. Il film è dedicato a coloro che negli anni hanno filmato e raccontato la città. Vedi Genova e poi muori. Giusto per ricordarlo, La bocca del lupo ha vinto il Torino Film Festival 2009.
Da Film Tv, 16 febbraio 2010

Storia d’amore tra vinti
di Piera Detassis Panorama

Per chi cerca qualcosa di diverso arriva in sala il film di Pietro Marcello trionfatore al Torino film festival. Oggetto inusuale, sospeso tra documentario e melodramma senza mai cercare la scorciatoia della fiction, la pellicola racconta (ma il termine non rende l’intreccio ribollente di stili, suggestioni, materiali di repertorio e parole fuori campo) il mondo marginale assistito dalla Fondazione San Marcellino, intelligente committente dell’opera. Resistente a ogni tentazione didattica, Marcello si immerge nella Genova dei vicoli e sceglie la storia d’amore tra il carcerato Enzo e il trans Mary, sgranata dalle voci dei due registrate su cassette e spedite al posto delle lettere nei lunghi anni d’attesa della libertà. Suoni aspri, dialettali, maschi eppure venati di oltraggiosa femminilità si alternano alle immagini della Genova di oggi e a quelle sgranate di ieri. Come in un sogno che riporta lo sguardo verso le derive del muto, scivoliamo in un sensuale viaggio attraverso i cambiamenti ambientali, nel cuore di una passione tra emarginati che sa essere trascinante quanto un melodramma di Douglas Sirk. Un film che Rainer Werner Fassbinder avrebbe amato girare e che lo spettatore libero non deve perdere.
da Panorama, 25 febbraio 2010

Pietro Cheli
Gioia

C’è anche la storia, quella di Enzo che dopo 14 anni di carcere torna a casa e trova Mary, il trans conosciuto oltre le sbarre, che lo aspetta. Rude, aspra e piena di tenerezza, come quella parte di Genova che li circonda. Con immagini molto seppiate girate oggi, alternate ad altre prese da archivi pubblici e privati che raccontano la storia della città, Pietro Marcello (che dopo aver vinto il festival dl Torino ora passa a quello di Berlino) esplora la bellezza dei sentimenti: non solo l’amore di Enzo e Mary, ma la catena di solidarietà tra chi vive quasi nascosto nei quartieri bui dove il sole del buon Dio riesce con difficoltà a dare i suoi raggi (grazie anche alla comunità gesuita di San Marcellino che assiste da anni gli emarginati ispiratrice di questo film). Per farla breve, se fosse letteratura, La bocca de! lupo (titolo preso a prestito dal romanzo verista con cui nell’ Ottocento il nobiluomo Gaspare Invrea si avventura nei caruggi) sarebbe poesia: bastano pochi frammenti per andare diritto al cuore.
Da Gioia , 20 febbraio 2010

E’arrivato finalmente il momento di dirlo: un cinema italiano veramente nuovo è possibile. Originale per forma e struttura, svincolato dalle ingombranti denominazioni di genere, pieno, denso, forte. Garbato nei modi e funzionale nel messaggio. Questo e molto altro è, per esempio, La bocca del lupo, vincitore dell’ultima edizione del Festival di Torino, selezionato dal Festival di Berlino, “ospitato” in questi giorni da Visioni italiane a Bologna e in programmazione in 18 sale nelle principali città italiane.

Si tratta di un film commissionato a un giovane autore, Pietro Marcello, da parte dei gesuiti della Fondazione San Marcellino e sostenuto dalla giovane Avventurosa Film e dai sempre attenti Nicola Giuliano e Francesca Cima della Indigo Film.

L’intenzione iniziale era quella di (far) posare lo sguardo su una particolare realtà, quella della Genova più underground, con i suoi quartieri più difficili e degradati (come la zona portuale di Ponte dei Mille da cui prende avvio la vicenda) e dare voce ai silenzi delle strade e degli ultimi, quei vinti dei romanzi veristi dell’Ottocento che coltivano piccoli sogni con grande caparbietà. Il risultato è stato l’esito di un fortunato incontro, quello dell’autore con Enzo e Mary che con grande libertà raccontano di sé stessi e della loro storia sotto la quale Marcello, con raffinato distacco e misurato equilibrio, fa scorrere immagini di vita, testimonianze in presa diretta e preziosi materiali d’epoca.

In tutto ciò c’è anche spazio per l’amore, in un’eccezionale, duplice veste. Da un lato la relazione tra Enzo, siciliano d’origine e genovese d’adozione che la vita ha reso duro fuori, ma tenero dentro e Mary, transessuale romana che dopo un’infanzia borghese e disciplinata è costretta a scappare di casa, incappando nell’eroina e nella depressione. I due si amano, perché sanno condividere, e si aspettano tanti anni per realizzare il loro piccolo sogno. Poi c’è un amore più sottile, latente, ma visibile agli occhi dei più attenti e meglio disposti e cioè quello dell’autore Marcello per il cinema, un sentimento sincero di cura, attenzione e rispetto per la narrazione e per il materiale narrato, per i particolari e per un tutto decisamente armonico. Lo spettatore si trova così spiazzato, tra decidere se continuare a chiedersi se quello che sta vedendo è una storia di finzione o un innovativo documentario e abbandonarsi fanciullescamente all’ascolto di una storia nuova, intensa e affascinante.

Il successo che La bocca del lupo sta già riscuotendo nelle sale (nelle principali città italiane durante i precedenti week end si è registrato più volte il tutto esaurito) insieme a ciò che ha già fatto e sta continuando a fare L’uomo che verrà di Giorgio Diritti, fa ben sperare in chi crede in un cinema italiano “alternativo” e valido, d’alta qualità e di pochi sprechi, capace di sorprendere e convincere veramente.
Dario Adamo, da “girodivite.it”

Un film come La bocca del lupo ci dice che ancor oggi, in Italia, attraverso i modi del documentario – sia pure di un documentario sui generis che si muove tra finzione e vissuto, presente e passato, attingendo a materiali d’archivio e filmati di inizio Novecento – è possibile cogliere lacerti autentici, vivi, della realtà contemporanea, quella stessa realtà che il racconto cinematografico di finzione, fatte salve le dovute eccezioni (Martone, Garrone, Munzi, Diritti, Moretti e pochi altri), appare ormai del tutto incapace di osservare e di descrivere.

Fatto si è che della Genova marginale e “segreta” dei carruggi e dell’angiporto la macchina da presa del napoletano Pietro Marcello (un cineasta foresto, dunque) ha saputo fornirci una rappresentazione partecipe e sincera, di straordinario pudore e, insieme, di grande qualità documentaria.

Ben di rado una storia di reietti e di ultimi della terra, come la storia d’amore e di riscatto morale narrata in prima persona da Enzo e Mary (“una favola d’altri tempi”, chiosa il regista), ha saputo coinvolgerci così intensamente e offrirci la costante impressione di onestà e di verità. Ben di rado in un film italiano ci è capitato di imbatterci in un volto così rugoso e non plastificato, come quello di Vincenzo Motta, capace, esso sì, di bucare lo schermo.
La realtà è lì, terribile e magnifica, non lontana dal nostro sguardo: questo ci dice la pellicola di Marcello.
Ma il cinema anemico e fighetto e radical chic dei tanti figli di papà che affollano gli schermi con le loro sciocchezzuole sentimentali, non sa vedere, conoscere, ricreare.
Nicola Rossello, da “bitculturali.it”

Abbiamo visto La bocca del lupo diretto da Pietro Marcello.
Vedere questo docu-film è come essere folgorati sulla via di Damasco. E’ come entrare nelle viscere di un certo mondo sia esistenziale che culturale. Siamo nei carrugi di Genova, al termine del mondo perché un mondo esiste. Un viaggio al centro della Terra, fatto da esseri marginali, puri nella loro immediatezza senza alcun archetipo di sovrastruttura, bisognosi di quell’affetto e di quella solidarietà che nessun mondo borghese può chiedere o sa pretendere più. Siamo in quello stesso perimetro di Terra che ha cantato in direzione ostinata e contraria De Andrè con le sue Anime Salve, che abbiamo letto nei libri di Genet e di Franco Fortini, che abbiamo trovato (in questo caso senza ideologie culturali) nel pensiero di Pasolini e nelle poesie di Victor Cavallo, che cinematograficamente ci ricorda l’interezza morale di Straub e Danielle Huillet, di Nico D’Alessandria de L’Imperatore di Roma, ma anche del Wenders pentito de Il Cielo sopra Berlino e parafrasando il suo autore-sceneggiatore Handke “Quando l’uomo era uomo era il tempo di queste domande…”. E’ un film duro, rigorosissimo, senza concessioni e quindi poetico e folle; amorevole nei confronti dei protagonisti come solo Tod Browning con Freaks è riuscito a rendere. Dopo aver visto questo docu-film anche i migliori film italiani di questa decade ci sembrano prodotti confezionati e cellofanati che sanno un po’ di plastica e i cui contenuti risultano satolli, autoreferenziali e peggio ancora falsi e da salotto.
La Bocca del Lupo è un film a costo “zero”, circa centomila euro dichiarati, voluto dall’Associazione San Marcellino, dei Gesuiti genovesi, che nel centro storico lavora con gli emarginati come ex detenuti, prostitute, tossici, trans e senzatetto. E organizzato e prodotto dai coraggiosi producer della Indigo film Nicola Giuliano e Francesca Cima e da Dario Zonta per l’Avventurosa. Il racconto si svolge nel labirinto dei carrugi del porto di Genova, tra la Croce Bianca, via Pré, via del Campo e Sottoripa, vicoli antichi di un posto che non sarà mai moderno e dove anche il Novecento non sembra ancora giunto. Fortificato da splendide immagini di repertorio che la montatrice Sara Fgaier ha scelto anche con la collaborazione dell’Archivio storico Ansaldo e di molti documentari d’epoca.
La storia è quella di un amore forte e intenso tra due “irregolari” che si sono conosciuti in carcere, uno ha aspettato l’altro per dieci anni nella speranza di un futuro assieme. I due protagonisti, che vedremo l’uno accanto all’altra solo nel finale del film come nella vita reale, nell’intervista-confessione, sono Vincenzo, un catanese che ha passato ventisette anni in carcere e Mary anche lei in carcere nella sezione transessuali. Si sono aspettati e voluti sin dal tempo del loro primo incontro dietro le sbarre, quando ancora si mandavano bigliettini e messaggi registrati su cassette di straforo. La terza protagonista assoluta è Genova, barbarica e splendente, quasi testimone e complice del loro amore e del loro destino. Con una voce in off e con molte fratture spazio-tempo seguiamo l’oggi dei due protagonisti, vivono entrambi liberi, spensierati e innamorati; sereni nel confronto della vecchiaia che sta per sopraggiungere e abbastanza riconciliati con i loro passati burrascosi e sventurati. Intorno a loro il mondo semplice e disgregato degli emarginati visti con amorevole oggettività e senza alcun accenno di giudizio positivo o negativo che sia.
Il regista Pietro Marcello, casertano ma residente a La Spezia, di professione portiere di notte, ma con il talento del grande documentarista, è alla sua seconda Opera, nel 2007 ha diretto Il passaggio della linea, documentario sui pendolari della notte. Ha vissuto per anni a Napoli, poi ha scelto di abitare in Liguria. E’ raro trovare in Italia, e forse non solo, un giovane autore che ha il coraggio, la “follia”, di cercare nuove strade, di battere sentieri altri, di aprire nuove vie, di accettare il rischio di un percorso accidentato e in totale controtendenza col sentire della stragrande maggioranza degli spettatori. In più ha scelto una sfida ancora maggior, una forma estetica tanto sospesa quanto metafisica ma allo stesso tempo tiene i personaggi ancorati ai luoghi fisici, alla terra, ma anche al sogno del mare.
Domenico Astuti, da “spigolature.net”

Mary per sempre
Pietro Marcello ci racconta, senza indulgenza, la storia pasoliniana di due personaggi astrusi e quasi indecifrabili, che tirano avanti sperando di trovare un giorno o l’altro un rifugio in cui godere insieme di un po’ di tranquillità domestica.
Mary per sempre
Sospeso fra spazio e tempo, separati da un confine invalicabile, La bocca del lupo è un viaggio irreversibile e a ritroso nella vita di Enzo Baffo, personaggio surreale che sembra appartenere agli altrove che la Storia del Novecento ha lasciato tra le caverne della memoria, tramandata nei gesti e nei solchi dei volti, e i meandri di un’etnicità locale ancestrale. Opera seconda del giovane regista Pietro Marcello, che già nel 2007 si era fatto apprezzare con il documentario Il Passaggio della Linea, candidato ai David di Donatello, il film è un approdo convinto in un porto che accoglie derelitti ed esseri malinconici, come quelli cantati da De André.
La sua Genova è cupa e gelida, intrappola nei suoi vicoli e sotto i suoi portici un’umanità debole ma coraggiosa, che combatte il buio dell’anima con la compagnia del trans-amore. Senza troppo calore accoglie negli anni ’80 Enzo, catanese con “la dolcezza di un bambino in un corpo di gigante”, un uomo dal volto indurito dietro i baffi folti come i galantuomini siculi, dinoccolato e surreale. Fin da piccolo segue il padre in piccoli traffici illeciti, ma per una strana e fatale combinazione di eventi si spinge oltre la piccola criminalità fino a farsi arrestare. Viene condannato a 14 anni di carcere, ma il suo carattere bonario e nello stesso tempo violento lo trae in qualche modo in salvo: conosce in una cella al piano superiore il transessuale Mary del quale s’innamora da subito. Tra i due nasce un amore in grado di superare una paurosa precarietà quotidiana, di quelli che si svincolano dalle carneficine moralistiche, un potente amour fou poetico come un verso della Merini.
La bocca del lupo di Pietro Marcello Pietro Marcello ci racconta, senza indulgenza, la storia pasoliniana di due personaggi astrusi e quasi indecifrabili, che tirano avanti sperando di trovare un giorno o l’altro un rifugio in cui godere insieme di un po’ di tranquillità domestica. L’opera si popola in margini palpati con delicatezza struggente di fantasmi borderline, di distopie urbane che si consumano nelle zone grigie della città e dell’animo con la stessa intensità e con lo stesso ritmo del mare che li veicola. Un film incantevolmente puro come le onde sbattute al più gelido dei venti e granuloso come il pulviscolo che la storia dei Mille ha lasciato nel passaggio da sud a nord, simile al solco che separa gli amanti maledetti che riescono a sciogliere i lacci più stretti della società.
Angela Cinicolo, da “movieplayer.it”

Serve a ben poco scrivere davanti al film che Pietro Marcello porta in concorso al Torino Film Festival. Raccontare sarebbe superfluo, definire ancora più inutile. A metà tra documentario e poema visivo… recita la breve sinossi riportata sulle pagine del programma festivaliero. Noi non siamo sicuri di poterci dire d’accordo.
Ci sono le immagini di repertorio nel film, è vero, sequenze di una Genova passata, ripresa da cineoperatori amatoriali e non. Manca però l’intento di documentazione o, quantomeno, non è il l’elemento principale e distintivo. Sarebbe più giusto dire, forse, che quei ritorni al passato, testimonianza di una nostalgia che accompagna tutto il film e che è bene rappresentata anche da una accurata selezione sonora, servono da culla per il racconto di una storia presente e reale. Quella tra Enzo e Mary. Immigrato meridionale il primo, travestito il secondo. Un rapporto che nasce in carcere, che si alimenta tra nastri registrati e mandati per posta nella continua attesa di realizzare il sogno, tanto semplice quanto agognato, di vivere lontani dalla città, dai ghetti e dai vicoli di quella Genova che tanti hanno cantato e che Marcello contribuisce a dipingere senza perdersi in antipatiche citazioni e troppo didascalici riferimenti. È un amore pulito quello tra i due protagonisti, teneramente buffo per la loro apparente diversità.
Lo stile è atipico, cinematografico nella capacità di rendere significativo ogni attimo dell’opera, riuscendo così a concludere il racconto in appena sessantasette minuti, senza sprecare nulla, evitando di sperperare attimi in particolari di poco conto.
Era il 2007 quando veniva presentato a Venezia Il passaggio della Linea, e le caratteristiche messe in mostra dal regista restano le medesime. Ieri come oggi la semplicità dell’idea, la particolarità mai cerebrale della messa in scena, la scorbutica presenza urbana (nel 2007 era tutta l’Italia vista attraverso il viaggio dei treni da nord a sud della penisola), la vita di esseri umani che sembrano muoversi in mezzo a tanti spettri diventano tratti distintivi. E allora, tornando alla questione della definizione, La Bocca del Lupo (il titolo si riferisce ad un celebre romanzo ottocentesco di Remigio Zena) ci sembra più una intima ballata che si serve del territorio, della società, delle solitudini tutte diverse che oggi animano le nostre città, per raccontare, onestamente e senza finzione alcuna, una storia “piccola”, personale, intima.
Non disturba la voce fuori campo di entrambi i protagonisti, corollario delle immagini che passano sullo schermo, a riprova di un uso raffinato e mai banale della espressività cinematografica e delle figure di cui si compone la sua grammatica. Ai selezionatori del Festival va il plauso per il coraggio di avere portato in concorso un film così atipico da apparire quasi appartenente ad un periodo diverso da quello che contraddistingue la produzione attuale del nostro paese. Un film che ci auguriamo di potere vedere presto in sala perché lo merita a pieno titolo.
Salvatore Salviano Miceli, da “close-up.it”

Sul filo dell’ambiguità: documentario/film drammatico (ma per noi, lo diciamo sempre, la distinzione è comunque fittizia). Enzo esce dal carcere e si avvia solo verso casa. Strada facendo, rivede i poveri luoghi della Genova dimenticata. Catanese, è andato poi in giro con il padre a vendere piccoli oggetti. Più di una volta i poliziotti non gli sono stati amici. Le immagini sono “poetiche”, ma a far prevalere il versante “finzione” è il testo fuori campo, “importante” nel tono e decisivo nella costruzione della metafora complessiva. Le sequenze si avvalgono fin dall’inizio di immagini “rubate” alla misera vita quotidiana dei diseredati di una zona portuale della città ligure. Una vita dove entra il valore estetico senza chiedere permesso e traduce per noi, attenuandone la referenzialità mentre ne esalta la portata simbolica, l’impatto emozionale dei singoli “oggetti”, persone e cose, dettagli, momenti, colori, umori. «I luoghi che attraversiamo – dice il narratore – sono archeologie della memoria». Può anche essere una banalità, ma non per la macchina da presa, il cui occhio deve farsene carico fino al montaggio. Il regista, già autore nel 2007 del documentario Il passaggio della linea (Premio Pasinetti Doc a Venezia), ispirandosi per il titolo de La bocca del lupo al nobile sguardo verista di Remigio Zena – pseudonimo di Gaspare Invrea, scrittore torinese di fine Ottocento profondamente innamorato di Genova e degli angoli dell’antico porto – mette in scena la singolare storia di due personaggi incontratisi in carcere e divenuti – rude e tenero lui, sensuale trans e paziente lei – inseparabili amanti per sempre, per inseguire il sogno di una casetta in campagna, di un orticello, via lontano da tutti. In sostanza si tratta di una cine-intervista legata insieme con inserti ambientali che raccontano il contesto di quelle due voci, evocando un mondo al passato, bloccato alle soglie del Novecento. E nello stesso tempo, Enzo e Mary, proprio nella loro fisicità (corpo e voce), nella loro gestualità e intonazione, nel loro modo di ridurre al concreto particolare le proprie vicende “infernali”, offrono allo spettatore un’utopia postmoderna da riorganizzare, magari in vista di una prospettiva più umana, che risarcisca quel loro orticello di tutto il tempo penoso, ormai irriconoscibile se non per il cinema. Oggetto strano questo film di Pietro Marcello, vincitore del festival di Torino e ospitato nella sezione Forum a Berlino. Cercando nella giungla distributiva, lo veda chi può.
Franco Pecori, da “critamorcinema.it”

Il vincitore dell’ultimo Torino Film Festival è un film davvero anomalo nel panorama italiano: un film non esente da difetti, ma coraggioso e, oddio che parolone, innovativo per il nostro cinema. La bocca del lupo racconta, in sostanza, la storia di due persone che si amano nelle zone più povere e popolari di Genova. Lui è Franco: figlio di emigranti siciliani, una vita passata in galera, dove incontra Mary, un transessuale con un passato di tossicodipendenza. Proprio nell’istituto di pena scatta l’amore, che dura anche quando Mary esce e Franco finisce gli anni di pena che gli rimangono da scontare. Quella che racconta Marcello è una storia vera, ma non si tratta di un reale documentario. Insieme alle interviste ai due protagonisti e alle riprese dell’umanità letteralmente rintanata nei carruggi di Genova che li circonda, il regista mostra filmati d’epoca di vita quotidiana nel capoluogo ligure in diversi decenni del secolo scorso, senza preoccuparsi di didascalizzarli, ma giustapponendoli fra loro, creando effetto dal montaggio (sì, una sorta, e dico sorta di montaggio delle attrazioni).

La pretesa universalistica, quasi verghiana, del raccontare dei “vinti”, deriva direttamente dal romanzo che ho lo stesso titolo del film, scritto da Remigio Zena (pseudonimo di Gaspare Invrea) e pubblicato alla fine dell’800. Brani del romanzo sono letti da una voce over nel film, creando in principio un effetto di spaesamento, che mano a mano, però, rientra, grazie all’emergere lento del vero senso del film: la cosa interessante non è la morbosità di una storia d’amore diversa, tanto che spesso Franco rivela la presenza della macchina da presa, o quanto meno di un momento in cui “si gira il film” e un momento di “presa diretta della realtà”. Al regista non interessa alcun tipo di realismo: una ripresa in un bar è interrotta da un balletto improvvisato (o che pare tale). Quello che si mette in scena è la forza umana e la lotta per la sopravvivenza, la dignità dell’amore e dei sogni, il diritto alla vita. Forse il vero nucleo concettuale del film è l’umanesimo nel senso sartriano del termine. Sono le scelte di Franco che lo portano in prigione, e Mary (dicendo alla macchina da presa che lui ha fatto “un sacco di cavolate” che gli hanno rovinato la vita) conferma la durezza ineluttabile e le conseguenze di quelle scelte. Ma il film richiama l’umanesimo del filosofo francese anche quando mostra la forza e la “normalità” di una storia d’amore inusuale, tra un uomo di malavita e un transessuale. Una storia che, ricordiamolo, nasce in carcere, uno dei luoghi più regolamentati e gerarchizzati della società. Lì, per riprendere di nuovo Sartre, i protagonisti non sottostanno agli ordini prestabiliti, rifiutano la “mala fede” e, grazie alla forza anche fisica di Franco, che usa per imporre se stesso e Mary, i due si amano.
Nessuno cancellerà il dolore, la sofferenza e la diversità di questi reietti, ma vederli, nelle ultime immagini del film, nella casetta di campagna (rovinata, cadente, erosa dal tempo) insieme a un pugno di bastardini che scondinzolano e abbaiano, è una delle espressioni più incisive di felicità pura e, nonostante tutto, pacificata che si siano viste al cinema di recente.
da “secondavisione.wordpress.com”

“Vivevano laggiù, in mezzo a stenti e a privazioni indicibili, poveri e laceri, in preda a crudeli infermità, spesso visitati dalle bestie feroci e dai serpenti, sprovvisti talvolta perfino del pane quotidiano, ma felici nella loro miseria…”. Questo passo tratto dall’opera letteraria ottocentesca “La Bocca del Lupo” esprime appieno povertà e poesia rievocate nel film di Pietro Marcello. Il titolo del film si rifà infatti all’omonimo romanzo verista dello scrittore Gaspare Invrea, nom de plume Remigio Zena, che seppe così bene rappresentare il mondo dei poveri e della soggiacente indigenza che Montale disse di lui: “Nessuno capì così bene i poveri, i diseredati, come lo Zena; nessuno li lasciò ragionare con tanta indulgenza, con tanta pietà superiore e nascostamente sorridente.” L’idea alla base della pellicola, vincitrice peraltro della 27a edizione del Torino Film Festival, nasce dall’attività che da molti anni la Fondazione San Marcellino, gesuiti di Genova, svolge in favore della comunità genovese di senza tetto, emarginati e indigenti di ogni sorta. L’intento era appunto quello di dedicare l’intero spazio di un’opera filmica a quelle persone che sono in genere costrette a vivere dei soli avanzi della società. Il progetto è stato poi preso in carico dalla struttura produttiva della Indigo Film, da sempre attenta a promuovere il cinema indipendente di qualità, e affidato al trentenne regista casertano Pietro Marcello, già autore dell’apprezzato Il passaggio della linea, che ha dato voce nel suo docu-film a due aspetti preminenti: la volontà di restaurare il ricordo di una Genova in cui il Novecento sembra essersi arenato e l’urgenza di dedicare una sentita riflessione a quelle vite spesso ignorate ma che restano nondimeno il cuore pulsante e l’anima di una città, testimoni viventi del mutevole corso degli eventi. Ma l’opera ha anche un terzo proposito, quello di rendere omaggio ai cineamatori genovesi che hanno saputo, negli anni, riprendere lo scorrere della storia, fermando con l’occhio della camera la loro città in un eterno divenire. Infine la storia di cui si narra, vera e tristemente nota di gente invisibile, destinata a un’esistenza raminga in quel viavai bolso dei carruggi e sospinta d’ogni intorno nella bocca del lupo, è qui raccontata in modo magnificamente inconsueto.
Enzo, Mary e uno scorcio di vita
Dopo tanti anni di imposta lontananza, Enzo (Vincenzo Motta), omone dai grandi baffi e un passato da detenuto, torna silenziosamente a casa dalla sua Mary (Mary Monaco), trans ex tossicodipendente conosciuta ai tempi in cui condividevano ore d’aria e fugaci momenti d’amore. Difficile dopo una vita nata e maturata nel grigiore della miseria e nell’amarezza delle celle, ritrovare la luce e spingersi fino a inseguire un sogno. Difficile ma non impossibile. Non per Enzo e Mary. Entrambi fuggiaschi dal loro passato, galeotto per lui e di dolorosa emancipazione sessuale per lei, troveranno l’uno nel calore dell’altro la forza per guardare al futuro, affrancandosi da un mondo ostile che trita le vite ai margini come carne da macello. Dopo essersi conosciuti, amati e aspettati, giunge dunque per loro il tempo di rendere giustizia a quel lieve desiderio di una piccola casetta che dall’alto guarda verso l’increspato ed eroico mare ligure. E mentre la città è ancora tenacemente aggrappata al suo passato, glorioso e sbiadito di celebri imprese e storiche distruzioni, i due tenaci amanti possono finalmente volgere lo sguardo all’orizzonte.
Tra realismo e poesia
Lavoro molto innovativo e ardito quello di Pietro Marcello che realizza un film dall’animo elegiaco e d’impronta documentaristica, avvalendosi di riprese amatoriali e storiche immagini di repertorio della capitale ligure, mischiate a frammenti di un vero amore tanto osteggiato quanto sorprendentemente sincero. Originali incastri di stile che danno alla narrazione un incedere elegante e poetico, sofferente e lirico, mentre a fare da cantastorie interviene una pungente voce fuori campo, che rievoca toni e tempi di una storia remota eppure così reale. Insomma un documentario sospeso tra dramma e poesia, antico e moderno, in cui lo sguardo del regista è a un tempo partecipe, nell’affresco di una città che sente vicina, e sofferente, per quei ricordi sbiaditi che stentano a venire a galla nelle torbide acque della memoria e per le raminghe esistenze che egli si ripropone di raccontare. Ritagli di vita incollati insieme al fine di restaurare l’antico splendore di una città e nel contempo tratteggiare il disagio esistenziale di gente nata e abbandonata nei lugubri anfratti del mondo, gente intimidita dalla famelica bocca del lupo e dalle fauci della miseria. Le memorie della pregnante storia d’amore si mescolano al ritratto di una Genova livida, nel colore e nell’anima, una città stretta al suo ‘glorioso’ Novecento e che ancora non è riuscita a entrare con piglio partecipe nel presente, al quale guarda con occhio distante. Quarto dei Mille, il centro storico, i carruggi di Franco Fortini e De Andrè, l’operoso porto e il ribelle mare, tutti attraversati dai fasti corruschi e dalla distruzione del vecchio secolo, sono i tasselli di un unico puzzle in cui la regia diventa mezzo creativo per trascinare la tacita sofferenza fuori dallo schermo: fotografia in controluce, riverberi giallognoli, giochi di ombre, e lo sguardo insistentemente rivolto al mondo esterno che poi finisce immancabilmente per chiudersi su se stesso, nel calore di una piccola casetta, riscaldata da un focolare, due persone a loro modo felici e i loro allegri cagnolini.
Naufragar m’è dolce in questo mare
Il giudizio è come sospeso per lasciare la parola a istantanee di vita, specchio di paure e dolori remoti, un continuo vibrare di sensazioni e condizioni estreme. Un lavoro di cui non possiamo non apprezzare l’elevato intento morale e la raffinata temperie poetica senza ravvisare però, in alcuni frangenti, un leggero scollamento tra le riprese storiche, di forte impatto visivo ma non sempre funzionali, e l’efficace realismo del girato attuale che ci trascina con grande pathos nella vita di Enzo e Mary e poi di peso verso l’ultima scena, quella clou, in cui apprendiamo dai loro racconti venati di sofferta felicità dell’inusuale storia d’amore, nata nella miseria del carcere e ancora teneramente viva dopo vent’anni, prima sbattuta e poi cullata dalle onde di quello stesso mare. Un esempio d’amore integro in cui la società bene raramente s’imbatte. “Questo è stato, una volta, in una città. Ricordi proibiti di un mondo scomparso. Piccole grandi storie”.
Un’opera filmica di indubbio pregio artistico che si imprime nella mente per la sua forza evocativa: immagini di storie, una pubblica e l’altra privata, inserite nel contesto di una città in transizione, imprigionata tra presente e passato. Un docu-film che è anche e soprattutto poesia, rievocata attraverso i versi di Fortini, la fotografia crepuscolare e il candore della narrazione, funzionale soprattutto nella sua parte più attuale. Uno di quei film che non si vedono ma si sentono, e che vanno rielaborati in una riflessione intima, svincolata dai binari classici in cui il cinema solitamente ci instrada e che è invece tipica delle opere filmiche fuori dagli schemi, in grado di parlare senza filtri attraverso il linguaggio universale dell’amore: quello scevro da preconcetti e discriminazioni.
VOTOGLOBALE8
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

“Uno di quei film che vorrei aver fatto io”. Così il neo-direttore del Torino Film Festival Gianni Amelio, nel presentare il primo lavoro italiano in concorso (presto decretato vincitore assoluto del festival). La bocca del lupo, questo il titolo evocativo dell’opera poetica firmata Pietro Marcello, a metà fra melò e documentario (genere, quest’ultimo, evidentemente caro al regista, che qui si cimenta in un’originale operazione di contaminazione dei linguaggi).

Poetica perché inizia come una fiaba antica, con il mare che scroscia e “trascina uomini e ombre del nostro tempo” e una voice off calda, maschile, che ricorda il caro vecchio cantastorie. La leggenda, tutt’altro che irreale, narrata fra “cenere, sangue e pensieri corrotti”, è quella di due insoliti innamorati: un criminale ex carcerato e una transessuale ex tossicodipendente.

La prigione li unisce, la città di Genova (raccontata con materiale di repertorio, ad omaggiare il Novecento), li culla accogliente e la campagna, con tanto di focolare e cagnolini al seguito, rappresenta il loro sogno.

Una storia d’amore quotidiana, cresciuta fra lettere e cassette registrate, che dura da vent’anni. A descriverne le dolci sfumature, quanto le ambiguità, una sceneggiatura sublime (nel prologo e nell’epilogo), scritta raramente bene, ma anche una volontà (tutta documentaristica) di raccontare i personaggi così come sono, senza imporre battute, lasciando che, nella miglior scena del film, si confessino in piena libertà. Nessun taglio di montaggio, nessuna dissolvenza: la macchina da presa è ferma a immortalare espressioni, movimenti e modulazioni di voce dei protagonisti, in un trionfo di spontaneità, che non rinuncia all’estetica (Marcello firma anche la fotografia del film, realizzato in più di una scena come una sorta di suggestivo affresco).

“Questo è stato, una volta, in una città”: dalla battuta di un film di Orsini, “piccole grandi storie” del passato prendono vita, nel racconto presente della toccante epopea di un viaggio. Viaggio dentro una città e i suoi mille volti. Viaggio trascorso fra le sbarre e la strada, a capofitto nelle emozioni umane, contro i pregiudizi e le storture di naso di chi non accetta le diversità. Viaggio-confessione, infine, capace di mettere a nudo, con ironia ed incanto, limiti e virtù dell’essere umano, dalla genesi incompleto senza la sua dolce metà. Dovunque e chiunque essa sia.

Una storia d’amore insolita, a metà fra fiction e documentario, raccontata con poesia e una ricerca di verità che passa attraverso le emozioni.
Claudia Catalli, da “moviesushi.it”

L’eau à la bouche

La Fondazione San Marcellino (Opera dei Gesuiti attiva a Genova dal 1945), L’Avventurosa Film (laboratorio produttivo scaturito dall’intesa tra Pietro Marcello e Dario Zonta) e Indigo Film (già al fianco di Marcello nel 2007 per Il passaggio della linea) uniscono le loro forze per dare vita al progetto La bocca del lupo, vincitore del 27º Torino Film Festival e oggetto filmico irriducibile alle categorie di documentario/lungometraggio di finzione. Ispirandosi idealmente all’omonimo romanzo verista di Remigio Zena (nom de plume di Gaspare Invrea), Marcello accoglie la proposta fattagli dalla Fondazione di girare un film su Genova “vista dal basso” e con la collaborazione di Sara Fgaier, montatrice nonché ricercatrice di immagini di repertorio, concepisce una pellicola cruda e delicata, distante tanto dal pietismo di denuncia quanto dal sensazionalismo d’accatto.

Intorno a due soggetti marginali e profondamente segnati dalla diversità (l’illegalità incallita di Enzo, la transessualità tossica di Mary) il trentatreenne cineasta casertano costruisce uno spartito filmico di grande respiro spaziale e temporale, incastonando la loro storia di amore in un organismo a cerchi concentrici che vibrano all’unisono. La piccola casa nel ghetto della città vecchia, i movimentati caruggi dell’angiporto, gli scorci di una Genova dominata dalla sopraelevata e scossa dalle continue riconfigurazioni portuali, Quarto dei Mille e i suoi “moderni abitanti delle caverne”: tutto si situa in una dimensione che intreccia il particolare al generale (la vicenda sentimentale ed esistenziale della coppia e il tessuto urbano della città), il reale al lirico (le riprese dal vero nei vicoli e la voce over che distilla suggestioni quali “Solo il moto ondoso del mare segna il tempo”) e, soprattutto, l’attuale al passato (l’hic et nunc e le primonovecentesche immagini d’archivio, vera e propria “archeologia della memoria”).

Marcello rifiuta con fermezza l’ingenua e abusata etichetta cinema della realtà: giunto al quarto lavoro, sa perfettamente che “qualsiasi intervento altera inevitabilmente l’oggettività del reale”. La presenza della camera condiziona e determina irrimediabilmente la materia osservata, per quanto essa possa sembrare radicata negli uomini e nelle cose. Non c’è che un mezzo per evitare di brutalizzarla e schematizzarla: agire sulla composizione, stratificare la rappresentazione, variare i punti prospettici. Il suo digitale non si accontenta di tallonare Enzo nel ritorno a casa e nelle uscite serali, ma si abbandona a derive su figure collaterali (le trans dei caruggi, l’umanità varia incontrata al bar), in cui la messa in scena si fa tangibile e conclamata. Ma quando è il momento di offrire a Mary e Enzo lo spazio di raccontarsi in tutta la loro singolare intimità, lo sguardo di Marcello si arresta in un’inquadratura fissa, senza sottolineature retoriche o posizioni moralistiche. Netta, frontale e immobile, la camera scruta i loro volti e i loro corpi, pudicamente occasionando un racconto che, una parola dietro l’altra, mette a tacere qualsiasi rigurgito giudicante. Questo è La bocca del lupo: non cinema della realtà, ma realtà che si fa cinema.
Alessandro Baratti
Voto: 7.5
da “spietati.it”

Quanta vita commerciale potrà avere ce lo dirà solo il botteghino, che come spesso accade sarà inversamente proporzionale alla qualità di un film. Ma con la sua durata così poco incasellabile in logiche di programmazione, come del resto anche il suo essere poco definibile in un genere, vivendo in sé due anime, quella di Genova, nelle sue immagini di repertorio e di oggi, e quella della strana coppia, ma vera, Vincenzo (Enzo) e Mary, sembra già scritto il destino di La bocca del lupo.
Si è cercato di sfatare questo possibile destino creando un fenomeno di passaparola mediatico e proponendolo, tramite la rete, prima della sua uscita, il 19 febbraio. E si può sperare solo che tutto questo porti esiti positivi per un film appassionato realizzato da Pietro Marcello, giovane regista che si ricorda per la sua preziosa opera documentaristica, partita nel 2004, con Il cantiere, per cui sono arrivati i primi premi, a cui si sono aggiunti quelli raccolti da Il passaggio della linea (2007), aggiudicatosi tra gli altri il Premio Pasinetti Doc alla 64. Edizione della Mostra del Cinema di Venezia. Film girato interamente sui treni espressi che attraversano l’Italia, idealmente ha condotto il treno artistico di Marcello a Genova, tra i cantieri, e il porto, i suoi vicoli, e le sue ombre. Raccontandone il passato, che già ricordava grazie ai racconti del padre, marittimo meridionale; e il presente, che ha dovuto scoprire, aggirandosi per quelle stradine in cui si perdono i parametri di storia e tempo. Fa un’opera sentita inseguendo questo obiettivo, con lo scovare immagini di repertorio della città ligure, grazie anche al prezioso lavoro di Sara Fgaier, bruciate dal tempo e dal sole della vita; e incontrando la storia di Vincenzo e Mary, la loro vita, lui uscito dopo anni dal carcere e pronto a vivere assieme a lei, Mary, incontrata tra le mura del carcere, un lui che ha transveleggiato verso la sua vera anima. Lo ha aspettato Mary, uscita di prigione, dando un senso alla sua esistenza, che lo aveva già perso. È commovente sentirli parlare, telecamera frontale – i tre piccoli cani rumorosi e festosi – del loro incontro, della protezione e del rispetto che Enzo ha conquistato per lei, dell’attesa di Mary per lui. Inizia con un ritorno il film, un profilo, quello di Enzo, simile a quello di un lupo, che aspetta, fumando una sigaretta, illuminando la notte di Genova, e osserva. Guarda quel passato che scorre fino al nostro presente, veloce nelle trame del tempo con immagini che mostrano un tempo che è stato e che si spera, con nostalgia, che potrà essere ancora. Camminando nella verità di quelle stradine che ci aveva già cantato Fabrizio De Andrè con la sua Via del campo. Rispondendo a quella richiesta di dare voce ai vinti della Fondazione San Marcellino (Opera dei Gesuiti presente a Genova), La bocca del lupo ha vinto come Miglior Film e il Premio Fipresci alla 27. Edizione del Torino Film Festival, e ha raccolto gli osanna della critica. Film, documentario, è omaggio appassionato a Genova e alla vita che si è potuta scoprire nella collaborazione produttiva delle indipendenti Indigo Film e l’Avventurosa Film. Da un panorama che si apre, respirando, sul verde che li circonda, Enzo e Mary si trovano in quella casa in campagna, nella luce del fuoco che danza da un camino, che rappresenta il loro sogno di futuro. Una quotidianità intima, una grande storia d’amore, che ci consegna Pietro Marcello, e che c’è da sperare non passi inosservata.
Giacomo D’Alelio, da “zabriskiepoint.net”

La bocca del lupo
«Dopo il pasto viene il guasto, dopo il canto viene il pianto, diceva quello, e diceva bene.»
(“La bocca del lupo”, capitolo VII – Remigio Zena)

Tutto vero. Enzo Motta e Mary Monaco sono due persone con una storia alle spalle molto diversa: lui è figlio di un contrabbandiere siciliano trapiantato a Genova che ha visto culminare la sua giovinezza complicata con la condanna a ventisette anni di prigione per aver quasi ammazzato due poliziotti; lei è una transessuale (ex)borghese della Roma bene fuggita poco più che maggiorenne nel capoluogo ligure per rincorrere la sua sessualità. Diversi, appunto, ma eccezionalmente uniti dallo stesso sentimento che li nutre e li riscatta dal passato amaro e invisibile. I loro percorsi si incrociano in carcere: chiacchierano durante l’ora d’aria, si mandano messaggi in codice, si desiderano per quattro, fantastici mesi; poi Mary abbandona la prigione, ma non il cuore e la mente di Enzo che continueranno ad essere alimentati per sette lunghi anni con un’attiva corrispondenza fatta di lettere e registrazioni su cassette nascoste.
Una storia d’amore e di redenzione, è questo più di ogni altra cosa il documentario-mélo dell’eclettico Pietro Marcello (casertano, classe 1976) a cui, dopo l’esordio con il mediometraggio “Il passaggio della linea” (premiato alla Mostra del Cinema di Venezia del 2007) viene commissionato “La bocca del lupo” dalla Fondazione dei gesuiti di San Marcellino.
L’aspetto che più colpisce nel lavoro di Marcello è l’autenticità fuori dal comune di personaggi e luoghi legata alla sperimentazione della messa in scena, attraversati dalle tantissime immagini d’epoca e dissolti nella magia letteraria che gli fa da cornice. Un racconto lucido scandito dalle registrazioni amorose ai tempi del carcere, che ci descrive anche la città di Genova: la mutazione sociale dei vicoli storici e quella del tessuto industriale, in uno scorrimento di immagini abbaglianti, malinconiche ed emozionanti.
Durante questo flusso suggestivo la straordinaria maschera logora e rude di Enzo – appena uscito di galera – ripercorre gli errori di una vita (dice di sé: “io sono libero, franco e indipendente”) nei luoghi di un tempo e arriva nel ghetto della città vecchia dove lo attende da anni Mary, con la quale condivide un sogno: una casetta nella quiete della campagna, dove trascorrere, circondati da qualche cagnolino festante, una felice vecchiaia. Apice emotivo ed epilogo dell’opera è quando i due protagonisti si offrono in tutta la loro autenticità all’obbiettivo, con Mary che racconta con dolcezza l’incontro dietro le sbarre, l’innamoramento (“i quattro mesi più belli della mia vita”), l’obbligato distacco fisico, mentre Enzo ascolta compiaciuto sfregandosi continuamente le braccia virili e lo spettatore viene colpito dritto al cuore.
Da menzionare: il lavoro di archivio per le immagini di repertorio (collaborazione della Mediateca Regionale Ligure – La Spezia) e le musiche (ERA). Vincitore del Torino Film Festival 2009 e in gara alla prossima Berlinale (11-21 Febbraio) nella sezione Forum.
La frase: “Ti amo, bastarda!”.
Nicola Di Francesco, da “filmup.leonardo.it”

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