Il solista

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2005. Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times, ha due problemi: una rovinosa caduta dalla bicicletta gli ha temporaneamente deturpato mezzo viso e, soprattutto, è a corto di idee per i suoi articoli che sono in presa diretta sulla realtà. Un giorno incontra del tutto casualmente Nathaniel Ayers, un homeless affetto da disturbi psichici che però sa suonare benissimo un violino con due sole corde. Lopez ha così trovato l’ispirazione per i suoi pezzi che riscuotono successo e, al contempo, decide di darsi da fare per Ayers e per quelli che vivono nelle sue condizioni. Inizia con il procuragli un violoncello (strumento che Nathaniel ha studiato) e a cercare di riconciliarlo con il mondo superando i propri fantasmi. Non sarà un’impresa facile.
Molti appassionati di cinema (e non solo) ricordano certamente Shine in cui si raccontavano le vicende di un pianista divorato dai propri fantasmi psichici e salvato dall’intervento amorevole ma deciso di una donna. Chi scrive ha avuto l’occasione di conoscere Helfgott ad un concerto e può confermare che sia la lettura cinematografica del suo percorso sia i caratteri della personalità del musicista sono stati resi con grande adesione alla realtà. Chi ha letto la breve sinossi di cui sopra può pensare che ci si trovi, a distanza di anni, dinanzi a un caso molto simile. Nulla di tutto ciò. Perché pur essendo anche questo film ispirato da una storia reale (il vero Ayers compare in una delle scene del film) le dinamiche che la sottendono sono profondamente diverse. Lopez è inizialmente mosso non da sentimenti di compassione ma bensì dalla necessità di trovare una ‘storia’ da raccontare ai suoi lettori. Siamo quindi dinanzi alla nascita di un rapporto di reciproca utilità che la regia non tenta mai di forzare lungo le strade della facile commozione. Piuttosto prova ad allargare lo sguardo verso la condizione dei senzatetto che a Los Angeles sono presenti in gran numero e in buona parte rappresentano se stessi nel film. Nessuna voglia di raccontare un percorso dalla strada alla gloria ma piuttosto (grazie alle ottime interpretazioni di Jamie Foxx e di Robert Downey Jr.) il desiderio di mostrare come il lavoro sulle ossessioni di una persona non abbia mai un esito definibile e su come gli esseri umani possano incontrarsi e conoscersi anche a partire da motivazioni che non siano necessariamente altruistiche e, nonostante questo, possano percorrere un tratto di strada insieme provando a farsi del bene a vicenda.
Giancarlo Zappoli, da “mymovies.it”

Nathaniel Ayers ama far risuonare le note di Beethoven sotto i ponti di Los Angeles, dove la musica si fonde con i suoni della città. Steve Lopez cerca ispirazione per la sua rubrica giornalistica e la storia di Ayers gli sembra perfetta. Tra i due nasce uno speciale sodalizio…
Dopo i due drammoni sentimentali di successo quali Orgoglio e Pregiudizio e Espiazione, Joe Wright sceglie una storia più urbana fatta di senzatetto, violenze metropolitane, redazioni giornalistiche, ritmi frenetici e traffico cittadino. Jamie Foxx, dopo la magistrale interpretazione di Ray Charles, si cimenta di nuovo nel ruolo di musicista con un passato difficile e anche stavolta riesce bene nella sua performance. Nathaniel per tutta la vita non si è dedicato ad altro che la musica; la sua adolescenza l’ha trascorsa a cavalcioni del suo violoncello ed ora, ormai adulto, si ritrova ai margini delle strade di città a suonare abilmente un violino con due corde. Tanto talento completamente sacrificato per un’insanità mentale che Nathaniel si porta dietro fin da piccolo, esibirsi in pubblico è uno stress troppo forte per la sua schizofrenia, che lo porta a reazioni violente e diniego di se stesso.
Robert Downey Jr riveste il ruolo un po’ cinico e sfrontato del cronista del Los Angeles Times Steve Lopez, pronto a tutto pur di riempire la sua rubrica di storie curiose. Ma si innesca un meccanismo interessante tra i due: ognuno è utile all’altro, il giornalista riesce a ottenere il successo sperato e il musicista ha le sue buone occasioni di rivalsa, che però non sempre riesce a sfruttare, ma almeno le sue abili mani tornano a cimentarsi su un tanto agognato violoncello con tutte le corde dovute. Nella forte dedizione e nella travolgente passione del musicista sul suo strumento, Nathaniel ricorda il talentoso protagonista di un altro film di successo, Shine, dove un pianista afflitto da gravi turbe psichiche resuscita sia musicalmente sia personalmente grazie all’amore. Ne Il solista invece l’unica forma di amore concessa è quella verso la musica, anche se a un certo punto Nathaniel dichiara il proprio trasporto verso il suo giornalista-salvatore. Ma è solo un abbaglio, l’unico Dio da amare e in cui credere davvero resta Beethoven, vera croce e delizia della sua intera esistenza.
Annalisa Liberatori, da “cinefile.biz”

La commistione tra genio e malattia non è nuova a Hollywood e spesso ha dato vita a film di successo (esempi banali: “Rain Man”, “A Beautiful Mind”, “Shine”), e sulla carta “Il solista” parrebbe solo l’ennesimo prodotto strappalacrime, confezionato ad hoc per fare incetta di Oscar e statuette varie. Un racconto tipicamente americano, il giornalista di successo (Robert Downey Jr.) che decide di aiutare, contro il parere di tutti, il senzatetto schizofrenico e violoncellista (Jamie Foxx) si presta ad un contorno di retorica assortita, a cui il giovane regista Joe Wright (“Espiazione”) riesce a sfuggire solo in parte.

Il mito all american della seconda possibilità, il senso di responsabilità verso i più deboli connaturato alla cultura yankee, temi all’origine pure di un recente successo Usa, “The Blind Side”, 250 milioni al box office, nomination all’Oscar per il miglior film dell’anno, e addirittura l’ambito premio dell’Academy conferito nientemeno che alla protagonista Sandra Bullock (immeritatamente). Ma se lì le soluzioni erano le più facili e scontate (un ragazzone nero senza famiglia viene “adottato” da una ricca signora texana e alla fine fa pure i miliardi giocando a football), il film di Wright ha esiti ben più amari e poco consolatori: dalla malattia non si può guarire, non è (sempre) possibile aiutare il prossimo, l’America, nonostante Obama e tutto il resto, continua a nascondere un lato oscuro e desolante che molti si rifiutano di accettare (gli oltre 90.000 homeless della periferia di Los Angeles). Ecco spiegate le ragioni dell’insuccesso del film di Wright, ignorato dal pubblico e recensito abbastanza freddamente dalla stampa. Un peccato. Perché di film così, sanamente “classici”, ne girano sempre meno ormai.

Intendiamoci, la sceneggiatura di Susannah Grant (“Erin Brockovich”) non osa mai troppo, e c’è qualche scena madre di troppo (Nathaniel che suona Beethoven al violoncello per la prima volta dopo anni, alternato ad un liberatorio volo di colombe), ma Wright sa rendersi giustamente “invisibile”, riprende i bassifondi di L.A. con corretto piglio realista (un bel piano sequenza dall’alto sulla vita notturna dei senzatetto ricorda parecchio quello in “Espiazione” che rappresentava gli orrori della guerra), asseconda il virtuosismo dei due attori (entrambi mostruosi, in particolare un umanissimo Downey Jr., che morde il freno ed è lontano dalla spavalderia degli ultimi ruoli action), senza concedere troppo al facile spettacolo. Tutto sommato, “Il solista” è un film sottovalutato e che, tra i vari fondi di magazzino che infestano le multisale in estate, merita un recupero.
Alex Poltronieri, da “ondacinema.it”

Il giornalista del Los Angeles Times Steve Lopez (Robert Downeyy Jr.) durante una passeggiata ascolta un uomo suonare un violino con solo due corde, l’uomo è Nathaniel Ayers (Jamie Foxx) un senzatetto che soffre di schizofrenia e attacchi di paranoia, ma non sembra violento, parlando con lui scopre che ha frequentato la prestigiosa scuola d’arte Juilliard di New York e che all’epoca suonava il violoncello.
Il fiuto di Lopez non sbaglia, quella che poteva essere una fandonia costruita dalla mente disturbata di Ayers si rivela invece un fatto reale, l’uomo all’epoca della Juillard era un talento in crescendo, sino a che l’inesorabile evolversi della sua malattia e l’acutizzarsi dei sintomi lo costringeranno prima a lasciare la scuola e poi a fuggire di casa.
Lopez comincia a dedicare la sua colonna sul quotidiano alla storia di Ayers, i lettori sembrano apprezzare il racconto di questo genio perduto che vive in strada, a tal punto che un’anziana violoncellista afflitta da artrite e commossa dalla storia non decide di regalare il suo violoncello all’uomo, sarà Lopez a consegnarglielo e di li in poi inizierà per i due un’amicizia che attraverserà alti e bassi, ma che che alla fine gioverà ad entrambi.
Il regista inglese Joe Wright che ci aveva incantato con il suo Orgoglio e pregiudizio e convinto con il successivo Espiazione, adatta un romanzo autobiografico del giornalista Steve Lopez, cogliendo l’occasione per mostrare una Los Angeles lontana anni luce dalla scintillante Hollywood e dallo sfarzo della pacchiana Beverly Hills, esplorando un terrificante limbo dove tossici, senzatetto e disagiati mentali popolano vicoli e parchi.
Robert Downey Jr. e Jamie Foxx tornano per la seconda volta ad un ruolo familiare, il primo interpreta un giornalista come in Zodiac, mentre Foxx torna ad interpretare un genio della musica come nella biopic musicale Ray, ruolo che gli valse nel 2005 un Oscar come miglior attore protagoinsita.
Nonostante l’appeal della storia vera e alcune suggestive sequenze decisamente azzeccate Wright sembra poco a suo agio con il cemento e il traffico della Città degli angeli, il suo stile tanto elegante quanto formale non riesce a bucare lo schermo come potrebbe e dovrebbe visto il materiale umano a disposizione.
Downey è efficace, Foxx bravissimo, ma quando il protagonista imbraccia il violoncello e le immagini dovrebbero trasmetterci poesia, Wright non riesce a coinvolgere pienamente, gli eleganti movimenti di macchina, le inquadrature ricercate che avevano così ben funzionato nei due film precedenti con picchi di eccelenza nella trasposizione tratta dalla Austen, qui stridono con il contesto metropolitano trasmettendo un fastidioso senso di distacco.
Detto ciò Il solista resta comunque una gran prova d’attori, in scena una coppia di quelle che è una fortuna poter vedere insieme e che nonostante le limitazioni riscontrate nella messinscena, riesce con talento e dedizione ad arrivare al cuore dello spettatore.
Note di produzione: Jamie Foxx che suona già il piano ha preso lezioni di violoncello appositamente per il film, nel cast anche la Catherine Keener nominata agli Oscar per Essere John malkovich e Truman Capote-A sangue freddo.
Pietro Ferraro, da “ilcinemaniaco.com”

Il fascino del film è nel misterioso accordo tra il corpo e la città, tra un attore e un ambiente. Ayers/Foxx prova il violoncello e un volo di uccelli si libra sul cielo di Los Angeles. Brandelli di cinema che si fanno strada nei sensi e lavorano nell’immaginario, nonostante Joe Wright, con quella sua misura british, con quell’eccesso di educazione e di compassata eleganza, sembri ancora impegnato a illustrare le pagine di Orgoglio e pregiudizio o Espiazione
Jamie Foxx suona ancora. Ha iniziato al piano, nei panni dell’immenso Ray Charles, per poi continuare nelle feste di San Valentino di Appuntamento con l’amore. Ora ha finalmente lasciato i tasti bianchi e neri del pianoforte, per dedicarsi a un violino con due sole corde, semidistrutto, e a un violoncello ricevuto in dono dalla grazia. E’ sceso in strada, per vivere da homeless nelle strade a volte magnifiche e troppo spesso infernali di Los Angeles. Ancora Los Angeles, come nel film di Marshall, l’altra sponda dell’immaginario di un’America che non smette mai di mostrare senza pudore il suo cuore di tenebra. Oscuro, ma pur sempre un cuore. Organo pulsante d’amore e decadenza, di grazia e caos. La musica e la città degli angeli. Il destino di Jamie Foxx sembra segnato nei confini di queste due dimensioni, solo all’apparenza inconciliabili. E’ come se da Collateral in poi, questo attore sia diventato l’immagine e lo strumento dell’anima della metropoli californiana, colui che l’attraversa da capo a capo, per farne risuonare le corde e raggiungere le vibrazioni più profonde. E’ l’ultimo custode. E non è certo un caso che, nei panni dello schizofrenico, derelitto Nathaniel, sia ossessionato dall’idea di mantenere pulite le strade della città. Raccoglie i mozziconi di sigaretta e spazza gli angoli più lerci. E suona nel traffico, sfidando i rumori, anzi lasciando che le note di Beethoven si accordino ai loro ritmi (non) indifferenti, come in una nuova, segreta orchestrazione. “Non posso suonare qui”, dice al suo ostinato ‘salvatore’, che vuole condurlo al riparo di una casa, lontano dai pericoli e dagli accordi della città. L’aspetto più affascinante de Il solista è qui. Non tanto nella carica emotiva della commovente storia vera di Nathaniel Ayers, raccontata da Steve Lopez, giornalista del Los Angeles Times. Non tanto nei suoi risvolti sociali (sottolineati dalla sceneggiatura di Susannah Grant), in quello sguardo rispettoso ma attento sulle periferie e sul degrado urbano e umano. Non tanto nella rappresentazione di un giornalismo in crisi perenne, che si avverte disancorato da una vocazione e da un’utilità concreta. Ma è in questo accordo tra il corpo e la città, tra un attore e un ambiente. Ayers/Foxx prova il violoncello e un volo di uccelli si libra sul cielo di Los Angeles. Brandelli di cinema che si fanno strada nei sensi e lavorano nell’immaginario, nonostante Joe Wright, con quella sua misura british, con quell’eccesso di educazione e di compassata eleganza, sembri ancora impegnato a illustrare le pagine di Orgoglio e pregiudizio o Espiazione. Tocca agli attori e alla città fare il lavoro. Los Angeles si denuda dall’alto. Jamie Foxx è il corpo che tiene il vita il film. E Robert Downey Jr. sta ad ascoltare e guardare, con rispetto. Come il vero Lopez, è il testimone dell’accordo e la coscienza che prova a ritessere il senso della storia.
Aldo Spiniello, da “sentieriselvaggi.it”

Che genio e follia siano due facce della stessa medaglia è una storia risaputa da tempo: da Francisco Goya a Edvard Munch passando per Vincent van Gogh, da Ernest Hemingway a Charles Bukowski passando per Virginia Woolf, la pazzia è (quasi) sempre stata fonte di creazione artistica. Questo vale anche per Nathaniel, schizofrenico violoncellista protagonista de Il solista, ultima fatica del giovane inglese Joe Wright, già affermatosi con gli ottimi Orgoglio e pregiudizio (2005) e Espiazione (2007).
Steve Lopez (Robert Downey Jr.), giornalista del Los Angele Times, vive un periodo non felice: da un lato cerca di riprendersi dopo un brutto incidente che gli ha sfigurato il volto, dall’altro lato vive una vera e propria crisi lavorativa e perdita d’ispirazione per i suoi articoli. Si imbatte casualmente in Nathaniel (un Jamie Foxx come al solito in stato di grazia), homeless losangelino che trascorre la sua vita in strada, cercando di difendere il suo carrello riempito da abiti e oggetti personali e suonando un violino con solo due corde. Per il giornalista si presenta una grande opportunità, l’avvio di una nuova ispirazione: cercare di scavare nel perché un uomo dotato di un così grande talento sia divenuto un senzatetto. Se all’inizio Nathaniel rappresenta un semplice scoop, col passare del tempo Lopez capirà di aver trovato un amico, anche se di difficile compagnia: il ragazzo soffre di gravi disturbi psichiatrici e schizofrenia.
Lopez decide di fare tutto il possibile per aiutare Nathaniel: gli procura un violoncello (lo strumento che ha cominciato a suonare da bambino), cerca di procurargli una sistemazione, così da evitargli vari “conflitti per la sopravvivenza di strada” e garantirgli pasti fissi; in più cerca di far realizzare il suo più grande sogno, quello di suonare alla Walt Disney Concert Hall; un sogno quasi impossibile da realizzare, soprattutto per le gravi condizioni del musicista che sembrano rinchiuderlo in un mondo personale ed inaccessibile a chiunque, vissuto esclusivamente dalla sua musica che sembra voler condividere solo con la natura che lo circonda.
Tratto da una storia vera, l’opera di Joe Wright è calibrata e commovente al punto giusto: non ricade nei cliché di chi vuol colpire al cuore degli spettatore ad ogni costo, ma si immobilizza nel momento opportuno; anche se la storia di Nathaniel ricorda vagamente quella del pianista David Helfgott di Shine (1996), qui il giovane regista inglese allarga le pretese e quasi prende la tragedia del musicista come una scusa per allargare il suo campo d’azione sulla condizione dei senzatetto e su coloro che cercano di aiutarli; tra questi, anche se involontariamente, c’è Steve Lopez: involontariamente perché all’inizio Nathaniel rappresenta per lui una semplice e nuova ispirazione letteraria; solo poco alla volta riuscirà a comprenderlo ed aiutarlo a portare avanti la sua arte relegata tra i ghetti di Los Angeles, luoghi che sembrano non adatti, ma che in realtà il musicista ama perché fanno parte di una natura i cui suoni si intersecano alla perfezione con quelli che vengono fuori dalle note del suo violoncello.
Sembra ormai quasi scontato dirlo, ma la bravura di attori come Robert Downey Jr. e Jamie Foxx (per non parlare della sempreverde Catherine Kenner, l’attrice off-Hollywood per eccellenza che si ritaglia un piccolo seppur importantissimo ruolo nella parte della collega nonché ex moglie di Lopez) fa sì che il film superi la media del livello dei recenti film drammatici, così da portarsi sopra di almeno due spanne.
A tutto questo va aggiunta la destrezza di un autore ormai consolidato come Joe Wright che ci offre delle immagini outside di una Los Angeles “barbona e senzatetto” che riesce a sposarsi perfettamente con le note del musicista schizofrenico, così da riuscire a creare una hall degradata e violenta che riesce ad accogliere ed apprezzare una musica quasi divina.
Donato Guida, da “close-up.it”

Tratto dall’omonima biografia del giornalista americano Steve Lopez, Il Solista tratta la storia di una amicizia speciale, di un sogno infranto e del talento sprecato.
Steve Lopez (Robert Downey Jr. – Iron Man, Iron Man 2, Sherlock Holmes) è un rinomato redattore del Los Angeles Time, sempre a caccia di una storia da raccontare e costantemente dietro storie importanti e di spessore, settimanalmente pubblicate in piccoli articoli nella proprio colonna di prima pagina.
Un giorno per caso Steve, in una pausa rinfrescante nella calda e torrida Los Angeles, ha un incontro che gli cambierà la vita. In un parco cittadino egli nota la presenza di un eccentrico senzatetto, vestito in maniera vergognosa ma capace, con la sua bravura artistica, di sovrastare il ronzio del traffico con la musica di un vecchio violino a due corde.
Nathaniel Ayers Junior (Jamie Foxx – Ray, Law Abiding Citizen) è un malato schizofrenico; dotato di un enorme talento da musicista è costretto da sè stesso ad una vita di solitudine in strada, trovando in tutto il trambusto che soffoca la sua mente, una sorta di pace interiore dalle personalità e dalle voci che gli girano in testa.
Steve vede in lui una possibilità. La chance di raccontare a tutti la storia di questo povero disgraziato, di come rimasto solo e senza nulla, riesca a tirare avanti solo per poter fare la cosa a lui più preziosa: suonare. Da qui nascerà qualcosa di più profondo e complicato che porterà due persone diverse ad una evoluzione unica, la nascita di una amicizia che dopo gli intoppi e i problemi iniziali troverà equilibrio e diventerà speciale.
Il Solista riproduce su celluloide la vera storia di Lopez e Ayers. Il giornalista, conosciuto in L.A. per i suoi articoli sui migliaia e migliaia di homeless nella città degli angeli, ha sempre seguito il sociale, smascherando a volte il lucraggio e i misfatti attuati dai potenti sulle spalle dei poveri nullatenenti.
Lopez nella sua amicizia e biografia di Ayers ha suscitato l’interesse di molti. I Lettori del Los Angeles Time sono rimasti estremamente colpiti dalla storia dello schizofrenico il quale, per sua disgrazia, è passato da essere un eccezionale musicista (Nathaniel è addirittura pluri-strumentista e suona ottimamente violino, viola e violoncello) di una prestigiosa scuola-conservatorio di New York a girellare con un carrello della spesa tra i parchi della città delle star.
Grazie ai lettori e al clamore suscitato, Lopez è riuscito a far realizzare il sogno di tutta la vita a Nate, il quale, grandissimo appassionato di Beethoven, ha potuto assistere prima alle prove della Filarmonica di L.A. al Disney Hall e successivamente esibirsi proprio con l’orchestra sinfonica (scena ricostruita nel film).
The Soloist non è un film complicato. Il regista Joe Wright (Orgoglio e Pregiudizio, Espiazione) vuole comunicare visivamente ciò che Lopez ha sempre cercato di condividere a penna, immolando la storia di Ayers come esempio di ingiustizia e denuncia verso quelle persone che vediamo tutti i giorni per la strada e meritano sicuramente una possibilità.
Tra tutti risalta decisamente l’interpretazione di Downey Jr, sempre fantastico nei ruoli socialmente importanti, e di Foxx, perfetto nella prova di uno schizofrenico, supportati al contempo da una stupenda colonna sonora curata dall’italiano Dario Marianelli (premio Oscar per Espiazione).
Il film fa riflettere e fa pensare a chi sarebbe potuto diventare Nathaniel senza la sua malattia, un film consigliato per tutti per la sua simpatia e la sua capacità di lasciare qualcosa nel cuore.
da “webspacemelodies.it”

L.A. Story
Scrive benissimo Saso a proposito de Il solista: “le cose da dire […] non sono moltissime, e tutte già sentite”. Per fortuna Joe Wright sa come dirle, o meglio, come mostrarle: la vicenda è sufficientemente scarna perché il regista possa esplorarla in maniera convincente, pur muovendosi lungo i binari del filone drammatico/sentimentale, e più nello specifico, del sottogenere “professionista di successo incontra marginale di talento”. Tre sono i cardini di questa esplorazione.

L’uomo. L’incidente di cui è vittima il ciclista Downey jr. all’inizio del film è un accidente, un fatto assolutamente “inutile”: il film potrebbe iniziare con l’incontro fra il cronista e il suonatore di violino e nulla cambierebbe ai fini della trama. Eppure, il film non sarebbe lo stesso senza quel prologo (rapido, ma pieno di annotazioni gustose, a partire dall’invasione dei procioni da giardino). Il personaggio di Steve, brillante, cinico e nevrotico, è tutto in quell’alba livida, nella squallida tragicommedia degli esami clinici, in quel volto tumefatto e quasi deformato, davanti al quale i colleghi del giornalista (ex moglie in primis) ostentano la massima naturalezza, come se nulla fosse più normale che il vedere “quella” faccia. Anche prima di conoscere nei dettagli la zoppicante vita sentimentale e professionale di Lopez, sappiamo, o possiamo indovinare, molto. Al tempo stesso, le ferite causate dall’incidente “preparano” l’incontro con Nathaniel, costituendo quasi il lasciapassare per il mondo a parte che il musicista di strada ha costruito coi propri ricordi e le proprie fantasie. Il contatto è naturale, fluido e necessario come l’espansione del suono del violino, e al tempo stesso bizzarro e inspiegabile quanto la presenza di una statua di Beethoven nel luogo dell’incontro (una desolata periferia urbana). Quanto a Nathaniel, non basterebbero due cartelle, e svariate revisioni della pellicola, per analizzare nel dettaglio l’abbigliamento e il décor ambulante che caratterizzano il personaggio: uno su e per tutti, l’affresco stilizzato con cui il violoncellista ritrovato “decora” la sua nuova casa, affresco costruito attorno al nome di Dio/Steve Lopez, una sorta di microscopica Cappella Sistina per il fu homeless (in fondo l’appartamento racchiude il suo bene più prezioso, il violoncello). Dai protagonisti, questo lavoro sui dettagli, sulle atmosfere, su tutto quello che sembra accessorio (e non lo è) si estende ai personaggi minori, a partire dall’ex moglie di Lopez: al regista basta una trovata visiva (la brusca conclusione della telefonata nella sequenza della cena di gala) per trasmettere, come e meglio che in svariate pagine di dialogo (che pure saranno presenti, qualche scena dopo), la gelosia sottilmente nostalgica del personaggio.

Il suono. Non c’è solo la musica, anzi la Musica, ne Il solista. A differenza di tante biografie su musicisti, nel film di Wright il rumore e il silenzio hanno un ruolo quasi più rilevante rispetto agli inserti sinfonici (sebbene curatissimi, e quasi di lusso, grazie a una bacchetta di vaglia quale Esa-Pekka Salonen, che compare anche nel film alla testa della Los Angeles Philharmonic, orchestra di cui è stato direttore musicale ed è ora Conductor Laureate). La sequenza che riassume la fallimentare esperienza di Nathaniel alla Juilliard è tutta costruita su progressive stratificazioni sonore, in un vortice allucinatorio repentino e implacabile che dalla sala prove affonda fino alla disperazione che regna nell’appartamento del giovane musicista, dominato da uno schermo televisivo dal quale un neonato vagisce, ma senza emettere alcun rumore, se non nella testa del personaggio, che ne subisce la presenza come l’assalto finale alla propria labile lucidità. La Musica, sublime fantasia e liberazione dalle miserie del quotidiano, evoca immagini desolatamente astratte (la prova del concerto) o genericamente consolatorie (il volo degli uccelli), ma queste caramellose diversioni non fanno che ribadire, per contrasto, l’ineluttabilità e la violenza di tutto ciò che non è Musica. Il mito di Orfeo (Nathaniel che suona il violoncello nel cortile del rifugio) viene ripercorso senza sconti consolatori: il dono – la condanna? – della Musica non salva l’uomo dal dolore e dalla delusione, per quanto possa mitigarne le sofferenze.

La città. Il terzo personaggio del film è Los Angeles. Non solo ne vediamo i luoghi topici (a partire dalla Walt Disney Concert Hall, le cui gradinate ospitano, inquietante sfondo lunare, il primo e unico concerto pubblico di Nathaniel), ma fin dalle prime sequenze la città viene inquadrata (con scarsa inventiva, forse, ma con innegabile efficacia) come un grande essere vivente, nelle cui vene scorrono, indissolubilmente intrecciati, minacciose automobili e dolci sogni di evasione (l’aereo che sorvola il tetto di vetro del tunnel, abituale rifugio del virtuoso). L.A. è di volta in volta inferno urbano (con più di un ricordo delle rivolte dei primi anni Novanta), luccicante scenario per politici “illuminati” (cui vanno ricondotti, ovviamente, anche gli scenari infernali di cui sopra), spazio neutro in cui a scontrarsi non sono unicamente le persone ma (dai protagonisti in giù) le etnie, i ceti sociali, le visioni del mondo. Una città sempre in bilico fra sogno e allucinazione, costantemente su di giri (il terremoto, menzionato nel dialogo fra Steve e Mary dopo la scena della premiazione del giornalista, è insieme sineddoche e metafora di L.A.), costituzionalmente conflittuale. Una scelta scontata, ma senza un simile sfondo Il solista perderebbe gran parte della propria valenza retorica. Valenza che appare innegabile, al pari della scarsa originalità della pellicola. Del resto, considerato anche il soggetto, sarebbe stato poco prudente aspettarsi qualcosa di radicalmente diverso. Con gli ingredienti a sua disposizione, Wright crea un piatto non solo digeribile, ma decisamente appetibile.
Stefano Selleri, da “spietati.it”

Da sempre i giornali hanno bisogno di storie vere per vendere più copie, ma qualche volta succede che queste storie dopo pubblicate continuino a vivere di vita propria diventando fonte d’ispirazione per i lettori e contribuendo a cambiare le cose. Ne è la dimostrazione Il solista di Joe Wright, un film che racconta una storia vera da cui Steve Lopez, giornalista del “Los Angeles Times” ha tratto un libro di successo. La storia ha proprio lui come protagonista, e prende avvio mostrandoci un incidente che lo lascia un po’ scosso e dolorante: mentre si aggira in una piazza dominata da una statua di Ludwig Van Beethoven, Lopez incontra casualmente un senzatetto con evidenti problemi psicologici che suona il suo violino all’aperto e si presenta come Nathaniel Ayers Jr., già studente della prestigiosa Julliard School di New York. Steve Lopez intravede in questo incontro fortuito una bella storia per la sua popolare rubrica e comincia ad indagare cercando di ricostruire le tessere del puzzle esistenziale che ha condotto un musicista di cristallino talento a smarrirsi negli anfratti suburbani di Los Angeles, a spingere un carrello di supermercato carico di cianfrusaglie dormendo all’aperto invece di deliziare le platee di tutto il mondo nei teatri più prestigiosi. Il giornalista trova conferma che il nuovo amico in effetti ha lasciato la Julliard senza diplomarsi, ne rintraccia la sorella e scopre che il suo primo strumento era il violoncello, poi pubblica il suo pezzo e commuove molti lettori, compresa un’anziana violoncellista che gli invia lo strumento che la sua artrite non le consente più di suonare perché possa farlo il buon Nathaniel. Nell’amico senzatetto Steve Lopez, che è separato e non ha un buon rapporto con il figlio, intravede la possibilità di fare qualcosa di buono, e di cambiare le cose, perché lo stesso sindaco di L.A. è rimasto colpito dalla storia di Nathaniel ed ha deciso di aumentare gli stanziamenti cittadini a sostegno dei migliaia di homeless locali. Il tentativo del protagonista di rimettere il musicista smarrito sul giusto binario rischierà però d’infrangersi per eccesso, riuscendo comunque a rientrare nell’alveo di una bella amicizia. E sullo sfondo di siffatte trame esistenziali aleggia la musica immortale di Beethoven, l’antidoto naturale più efficace per placare le voci che si agitano nella testa di Nathaniel e continuano a confonderlo riportandolo alla vita en plein air. Una gran bella storia dai risvolti edificanti ma insieme leggera e priva di orpelli retorici di sorta: dirige in modo essenziale ed efficace il britannico Joe Wright, già apprezzato regista di Orgoglio e pregiudizio e Espiazione. Da segnalare anche l’ottimo cast, con un Robert Downey Jr. misurato e inquieto al contempo, ed un Jamie Foxx strepitoso, completamente perso ma più vero del vero. Da vedere.
Paolo Boschi, da “scanner.it”

Joe Wright, autore dei raffinati Espiazione ed Orgoglio e pregiudizio, nel 2009 ha diretto questo film che arriva nella calura di luglio 2010 come recupero tappabuchi, per la presenza soprattutto dell’ottimo Robert Downey Jr. (Mr. Iron Man) e per lanciare Jamie Foxx che sarà protagonista dell’action Giustizia privata ad agosto. Il film è raffinato ed interessante, ma – attenzione – tutto da codificare, per cui preparatevi a una prova impegnativa di visione: se cercate intrattenimento, andate oltre.
Narra la storia di un giornalista di Los Angeles in crisi creativa, Steve Lopez (Downey Jr.) che cerca la storia a sensazione per ridare lettori alla sua rubrica. Così vaga per la città finché non incontra Nathaniel Ayers (Foxx), che suona un violino con solo due corde in maniera divina; ma Ayers è un vagabondo con il cervello non a posto, sente in continuazione voci nella testa, ha bisogno di stare sempre all’aperto. Dopo un inizio nel quale era interessato alla storia e non all’uomo, Lopez si affeziona e decide di aiutarlo sul serio cercando di portarlo in auge in concerti sofisticati. La decisione presa lo porterà ad incontrare un mondo di poveri vagabondi dalla propria dignità che non si aspettava (90.000 a Los Angeles).
Questo è uno dei classici film che divideranno critica e pubblico: molti di quelli che escono dalla sala senza doverne scrivere lo troveranno un mattone indigesto, invece chi ne riporterà criticamente il resoconto lo esalterà per le sue ampie sfaccettature umane e sociologiche, per una fotografia sempre scura suggestiva e la direzione asciutta e rigorosa di Wright, che abbandona completamente i lustri e le ambientazioni sofisticate degli altri suoi film precedenti. Noi di Cine Zone siamo del secondo parere: è cinema serio e consapevole che vuole raccontare una storia (vera, è realmente accaduta) difficile e complicata, con la pazzia e Beethoven in sottofondo, dove la musica è soltanto un componente e non il tutto e la base.
Ayers ormai vede la musicalità del suo strumento come un mezzo di libertà, per cui vuole che le soavi note risuonino all’aperto per tutti e non gli interessa che siano confinate in una sofisticata hall musicale da concerto a pagamento. La musica come la libertà non ha per forza vera coscienza cognitiva: di fatto a suonare è un uomo che è libero da confini e pastoie, per cui il messaggio descritto arriva alto, preciso e deciso. Si vede come il clochard musichiere voglia ripulire il mondo dalla sporcizia (la sua ossessione per le sigarette), nei flashback si nota come il ragazzo si fosse straniato dal mondo per sviluppare la sua arte e si fosse chiuso in se stesso, talmente tanto da non potersi poi più raffrontare con altre cose che non fossero le note musicali.
I pezzi migliori sono quelli del centro di accoglienza, dove si mette a nudo, in mezzo alle immagini di Katrina, come anche in una città organizzata come Los Angeles si dimentichino gli abitanti e li si lasci alla deriva: nonostante la loro nobiltà d’animo intrinseca e i loro valori, le grandi associazioni si muovono solo quando possono ricavare dei soldi e per questo permettono ad Ayers di compiere un difficile cammino di ricongiunzione, senza nemmeno riuscirvi perché vedono la cosa dal lato sbagliato dell’essere umani e comprensivi. Per il cinico Lopez, che credeva che l’unica storia con un’anima fosse quella che faceva vendere più giornali, sarà una lezione da non dimenticare.
Foxx disegna il personaggio problematico recitando, bene, con aria assente a volte mentre in altre lascia partire ira a profusione che Downey Jr. – sempre preciso, non sbaglia un colpo qualunque cosa faccia – fa fatica a contenere e sistemare. In definitiva un film disperato e multistrato, bello ed intenso, ma – come molti lavori che parlano per messaggi concreti e non hanno spazio per ammiccare al botteghino – per molti spettatori i suoi punti di poesia e di esplicazione della follia potrebbero essere ostici e criptici. Come diciamo sempre, se ci deve essere giustamente spazio per il divertimento dopo una giornata di lavoro, il fatto di vedere un film impegnativo ed assorbirlo a dovere ha un plusvalore di soddisfazione a lungo periodo molto più pregnante del placebo che usciti dalla sala ha perso il suo effetto.
Pietro Signorelli, da “cine-zone.com”

Capita sempre più di frequente che i produttori hollywoodiani guardino al di là dell’oceano e degli stessi Stati Uniti per scegliere un regista adatto a mettere in cantiere il proprio progetto.
Questo è il caso di Joe Wright che, dopo l’ottimo consenso ricevuto per “Orgoglio e pregiudizio” ed “Espiazione”, dirige il suo primo film americano. Il solista è un film che scava nella storia come nell’animo dei suoi personaggi, e Wright si sa muovere molto bene in questa situazione.
Steve Lopez è un giornalista in cerca di una storia che possa interessare i suoi lettori. Un giorno conosce un senza tetto fuori dall’ordinario, si tratta di Nathaniel Ayers che suona il violino, al quale mancano però alcune corde. Lopez apprezza la sua musica e viene a sapere proprio dall’uomo che ha studiato alla Julliard, la scuola di musica più prestigiosa degli Stati Uniti. Capisce subito che ci può essere dietro una storia interessante, così prende informazioni su Nathaniel, iniziando a trascorrere molto tempo con lui. I due diventano amici e l’amore per la musica li lega maggiormente. Steve comprende che Nathaniel è una persona con dei problemi e cerca in vari modi di aiutarlo, lo convince a recarsi alla Lamb Community per poter suonare il violoncello, che una lettrice gli ha inviato, poi a risiedere in un appartamento per prendere lezioni di musica e riprendere a coltivare il suo straordinario talento da dove si era interrotto. Le situazioni, anche se con qualche difficoltà, sembrano volgersi al meglio, fino a quando Lopez non suggerisce di aiutare Nathaniel inserendolo in un programma ospedaliero.
Il film è tratto da una storia vera, il giornalista del Los Angeles Times Steve Lopez ha racchiuso la storia dell’amicizia tra lui e Nathaniel Ayers in un libro pubblicato nel 2008 negli Stati Uniti (in Italia è edito dalla Rizzoli).
Molte sono le tematiche espresse nel film, e Wright ha utilizzato delle soluzioni poetiche per raccontare le emozioni dei due protagonisti. La musica ha un’importanza fondamentale e ricopre un ruolo di primo piano. La prima volta che Nathaniel riceve il violoncello dalle mani di Steve e si mette a suonare, la macchina da presa vola verso l’alto, raggiungendo il cielo, proprio come l’animo dei due uomini che, l’uno mentre suona e l’altro mentre ascolta, si sentono leggiadri come gli uccelli, inquadrati, che sorvolano la città. E questa non è l’unica sequenza in cui la musica riesce a far trascendere, anche, allo spettatore un’altra dimensione.
La musica è vita e la vita è formata da una miriade di colori, quando Nathaniel ascolta l’orchestra, chiude gli occhi e ciò che vede sono i colori che la musica sprigiona. Un senso di pace pervade i momenti in cui la musica danza.
Un tema importante è il potere che la musica ha sulle persone. Il potere di unire, di aggregare e diventare amici, come succede ai due protagonisti. È la musica che fa scattare la molla.
Un punto focale, ad essa collegato, che Wright e la sceneggiatrice Susannah Grant hanno voluto evidenziare è la trasformazione che queste due persone subiscono grazie alla loro amicizia. Inizialmente per Lopez è una missione aiutare Nathaniel e il suo talento a venir fuori, nuovamente, col tempo comprende che non si possono forzare le persone a fare ciò che non vogliono, essergli amico è ciò che più conta.
La solitudine è una tematica che accomuna entrambi. Steve, in modo diverso, è un solista come Nathaniel, le sue relazioni personali sono strettamente lavorative, lavora insieme con la sua ex, non badando a ciò che lei prova ancora per lui.
La voglia di rimanere ancora in sella nel suo lavoro lo assorbe totalmente. Sia Steve che Nathaniel sono una sorta di osservatori alienati dal mondo in cui vivono, si sono volutamente isolati dalla società e hanno congelato le loro emozioni. Il loro incontro cambierà tutto.
Il regista cerca di andare a fondo nella storia di entrambi i personaggi, catturandone il loro lato più nascosto.
Steve scava nella storia di un senza tetto e contemporaneamente cerca il senso di cosa sia la vita in generale.
Un aspetto che Wright ha voluto inserire e curare con particolare interesse è stata l’ambientazione del film.
Ha voluto mostrare una faccia di Los Angeles semisconosciuta al cinema, il quartiere degradato di Skid Low, a pochi passi dal centro benestante della città. Ha voluto coinvolgere, come comparse, le persone che vivono realmente nel quartiere, soprattutto quelle della Lamb Community, per infondere quel senso di veridicità che il film doveva rispecchiare.
Solo alcuni aspetti sono stati cambiati rispetto ai fatti, Steve Lopez è sposato felicemente e Nathaniel Ayers ha due sorelle, per renderli cinematograficamente funzionali.
La scelta degli attori è stata azzeccata, Jamie Foxx (Nathaniel Ayers) e Robert Downey Jr (Steve Lopez) hanno saputo infondere autenticità ai rispettivi personaggi, senza forzare la mano.
Il solista è un film coinvolgente, e quando le parole lasciano spazio alla musica, la magia è completa.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Forse aveva ragione il Joker dell’esergo. Basta poco e il nostro fragile oceano neurale si spezza, si inaridisce. Tutto si disconnette dal tutto – famiglia, società, futuro. Ed è qui che l’irrazionale – il Joker? – arriva fantasmaticamente a salvarci, perché se hai un dono questo non ti abbandonerà mai. Perché, alla fine, come scrive Steve Lopez, si tratta solo di ciò: “Una persona con un dono si è persa”.

Giornalista in crisi, ex-marito in crisi, Steve Lopez (Robert Downey Jr.) scrive per un giornale, il ‹‹Los Angeles Times››, tra i maggiori al mondo e anche esso, irrimediabilmente specchio di una condizione che da particolare si fa globale, in crisi. La sua rubrica, “Points West”, ha come orizzonte di scrittura e di pensiero la strada, la gente comune, il vivere e morire a LA. Reduce da un incidente in bicicletta, conosce in un’anonima piazza della città un senzatetto, Nathaniel Ayers (Jamie Foxx), musicista dal talento splendente. Nathaniel soffre di disturbi psichici e, per questo, anni prima, lasciò la Juilliard School, ente supremo di insegnamento musicale negli States. Da Cleveland, Ohio, scappò a Los Angeles, dove divenne un senzatetto vagante tra i dormitori e le mense di Skid Row, enorme buco nero di povertà situato al centro della Città degli Angeli. Per scrittura, per pensiero, incuriosito dalla sua storia, Lopez diventa amico di Nathaniel, arrivando perfino a farlo suonare alla Walt Disney Concert Hall…

Il solista, tratto dagli articoli della rubrica di Lopez e dal successivo libro nato da essi, “The Soloist: A Lost Dream, an Unlikely Friendship, and the Redemptive Power of Music” – tradotto in Italia per l’uscita del film da Rizzoli –, è un’esatta fotografia 24 fotogrammi al secondo di una parte della società a stelle e strisce contemporanea. E forse è per questo che la lunga mano invisibile – ed estremamente consapevole – del mercato cinematografico americano ha punito la pellicola: slittamento della data di uscita da novembre 2008 ad aprile 2009, si dice per volere della Paramount per far correre il film agli Oscar 2010 (?), e conseguenti pessimi incassi.

Eppure, sulla sterile carta, un fallimento del genere non era nemmeno lontanamente avvistabile: diretto da Joe Wright, perfetto modellatore di prodotti ad alto tasso di incassi e visibilità e statuette come Orgoglio e pregiudizio ed Espiazione, protagonisti star del calibro di Jamie Foxx e Robert Downey Jr., una vicenda intrisa di riscatto americano con l’aggiunta della deficitazione fisica e/o mentale che dà un pizzico di pamphlet moralista che non guasta mai.
Eppure, c’è dell’altro. I palazzi-specchio del ‹‹Los Angeles Times›› e della Walt Disney Concert Hall ci restituiscono, brutalmente – inconsciamente? –, l’immagine di un uomo che arranca con un carrello stracolmo di cianfrusaglie che sono la sua famiglia, la sua società, il suo futuro, immagine che non poteva non essere la manifestazione silenziosa ma vivida e non occultabile delle faglie di crisi che squarciano trasversalmente gli USA. Gli stessi simboli del potere della città – la cultura, lo spettacolo – partoriscono questo scomodo doppelgänger che spezza la trama di figure patinate, semplicemente perfette, abituate a riflettersi sulle loro superfici ondulate e spigolose che, nonostante questo, non restituiscono mai e poi mai un’immagine distorta – ricordate cosa diceva quel maestoso ed incompreso film che è Last Action Hero sulle donne della California? E da dentro questo buco bianco che sembra produrre esso stesso – e, in fin dei conti, è così – questa diversità strisciante per le strade, Lopez riesce finalmente non a guardare per la prima volta, ma a guardare meglio. E’come se l’inchiostro, i periodi, i titoli della sua rubrica tutto d’un tratto trovassero un referente su cui scontrarsi, verificarsi. Ma il giornalista non acquisisce, semplicemente, maggiore valenza etica nell’incontro con Nathaniel, non è questo il punto su cui insistere e che porterebbe la pellicola ad essere un lavoro come tanti: Lopez accresce la sua consapevolezza grazie all’homeless, totem catalizzatore di anni e anni di penetrazioni del reale prima al ‹‹Philadelphia Inquirer›› e dopo sulla costa del Pacifico, e ne acquisisce così tanta da riuscire a saltare dall’altra parte, a scendere in strada con in mano non solo la penna ma anche, e soprattutto, la spada. Ciò che ne viene fuori è un percorso di auto-analisi, auto-verifica di quanto scritto, pensato, in perfetto raccordo con la sua situazione personale – il matrimonio fallito, il figlio che non vede e sente quasi mai. Lo scontro non è, dunque, con la sua sfera etica – nonostante tutto Lopez è ancora amato dalla moglie, stimato dai colleghi e adorato dai lettori – ma con quella intimamente pragmatica, politica, la più difficile e ritrosa da raggiungere, smuovere, conservare.

E’un uomo contemporaneo sfilacciato, stremato, quello che vediamo sullo schermo attraverso il volto e il corpo di un superbo, come sempre, Robert Downey Jr., che si ferisce sul manto della città – l’incidente in bicicletta – solo per poi venire a contatto con chi, di questo manto, ne conosce ogni pulsazione, fenditura, organo interno. Ed è la città ad accogliere ancora una volta nel suo grembo le storture e le illusioni dell’uomo di questo secolo: vera co-protagonista della vicenda, Los Angeles si candida, ancora e più di New York, ad essere l’arena totale e definitiva – il Big One che incombe e che fa sentire la sua presenza alla famiglia di Steve appena questa si trasferisce da Philadelphia –­ sui cui inscenare il nostro dilaniare contemporaneo – la Città degli Angeli come set per l’hobos del nuovo millennio John Connor (Terminator 3: Le macchine ribelli) o per quello del secolo scorso John Nada (Essi vivono). Una città in cui, come la Gotham City di Alan Moore e Brian Bolland, basta una sola giornata storta per far tremare e infine schiantare la tenera architrave che regge la nostra mente – in fine dei conti, il folle solista non sembra l’incessante Steve Lopez più che lo spento Nathaniel Ayers?

Jamie Foxx lavora di sottrazione sul suo personaggio, caricandolo di vestiario e spillette e non di recitazione, mentre Robert Downey Jr. è semplicemente perfetto nei panni di questo homo sapiens alienato e sull’orlo di una crisi di nervi. Entrambi, poi, ruotano tutto sul corpo, massa che nel film fa sentire prepotentemente i suoi volumi, il suo peso – grazie anche alla realistica e vivida fotografia di Seamus McGarvey (The Hours, World Trade Center). D’altronde nella città orizzontale per eccellenza il brulicante formicolio delle persone, delle automobili, degli elicotteri è l’assordante rumore che dona vita a questa megalopoli tentacolare, che ha nel suo centro, il Downtown, la sotto-città chiamata Skid Row, il quartiere degli homeless che viene definito come l’unico posto negli States da Terzo Mondo – mentre la realtà intessuta da gente come Nathaniel Ayers e adesso Steve Lopez ci dice che “skid row” è assurto a identificativo per le numerose zone povere, da Quarto o Quinto Mondo, delle città americane, come Pioneer Square a Seattle, Tenderloin District a San Francisco e Stingaree a San Diego. Ed è un continuo turbinio di corpi veloci per le strade di LA che seguiamo con i nostri occhi, appesantiti da carrelli, cellulari, macchine, mentre i grattacieli del centro e l’enorme ma sottile mole della Walt Disney Concert Hall appaiono come leggere e lontane e intoccabili sovra-strutture…

Joe Wright, dopo le precedenti prove lontane dal portato de Il solista, si dimostra consapevole ed efficace nel narrare per immagini tutto questo, offrendo soprattutto nella prima parte del film un ritmo e una pregnanza notevoli. Sul finire però, vuoi per una sceneggiatura che perde mordente e non sempre trova la giusta soluzione di tensione rinunciando ad andare a fondo – lo script è ad opera della Susannah Grant di Erin Brockovich –, la pellicola si diluisce, forse anche troppo, proponendosi comunque come documento incompiuto eppur importante ed esatto di quanto di Terzo Mondo ci sia nel Primo Mondo. Ed è, non sorprendentemente, poco.
Luigi Coluccio, da “pointblank.it”

Quel genio lì, perso nell’immondizia
Nell’aprile del 2005, il cronista del Los Angeles Times Steve Lopez inizia a scrivere una serie di articoli riguardanti Nathaniel Anthony Ayers: un musicista nero di strada dal talento straordinario. Con grande virtuosismo Nathaniel suona un malandato violino provvisto di due sole corde nei vicoli del malfamato quartiere di Skid Row.
Indagando nel passato dell’uomo, Lopez scopre che è stato uno studente prodigio alla Juilliard: la scuola di musica più prestigiosa degli Stati Uniti, per poi finire sulla strada a causa di una serie di terribili crisi nervose. Ha così inizio la crociata personale del giornalista per riportare dignità nella vita di Nathaniel, mentre i suoi articoli appassionano un sempre più vasto numero di lettori…

Questo non è film per sciocchi
Pregna di emozione e con uno sguardo attento alla realtà cruda dei senzatetto, la storia di Steve Lopez e del suo straordinario incontro con Nathaniel cattura l’immaginazione del pubblico. Tuttavia, questo film si rivela essere molto di più del commovente e struggente racconto di un uomo caduto in disgrazia, malgrado in possesso di un talento musicale fuori dal comune. Il solista narra dei sogni segreti che esistono nell’America degli emarginati; di cosa si trova quando si attraversa il confine che separa i privilegiati dai dimenticati, e, ancor di più, il film mostra con coraggio e senza patetica retorica i pericoli e le grandi difficoltà che si incontrano nel tentativo di cambiare la vita di un uomo che non ha proprio nessuno a proteggerlo, e di come, paradossalmente, questo gesto apparentemente altruista possa condurre a rivelazioni su se stessi e sulla propria ricerca di una nuova e più autentica vita.
Bisogna rendere omaggio alla bravura dei due protagonisti (Jamie Foxx e Robert Downey Jr), specialmente Foxx, che nel ruolo del musicista schizofrenico ci regala un’ottima performance, mai scontata e intrisa di un semplice quanto intenso lirismo. L’opera di Joe Wright è piena di dialoghi accattivanti, solo talvolta un tantino eccessivi nel riproporre il solito mito tutto americano del giornalista dalla battuta pronta e dall’intelletto acuto. Il suo è un film intelligente e sobrio, dove viene proposta con forza l’idea, fin troppo spesso considerata utopica nella società odierna, che la musica possa essere un valido antidoto contro il degrado urbano.
In questa pellicola, dove si cantano le lacrime, i dolori e la miseria senza futuro – quasi come fosse uno spiritual moderno – di alcune zone d’America, Joe Wright mostra di essere un regista in possesso di un particolare gusto estetico per l’immagine, insieme a uno stile di regia sobrio e ben calibrato, tipico di molti autori britannici. Forse però la cosa più importante da dire su questo film è che se siamo colpiti dalla drammatica storia vera di un genio della musica finito nel fango, tanto da porci onestamente la semplice domanda: “Ma come ha fatto a finire così?”, allora vorrà dire che abbiamo anche il coraggio e la prontezza d’animo di pensare che se un uomo dal così grande talento è stato condannato a miseria e sporcizia, noi, persone “normali”, se dovessimo un giorno attraversare un periodo di profonda difficoltà e disperazione, chi e come sarà pronto ad aiutarci in un tipo di società come la nostra? Purtroppo, uno Steve Lopez non si incontra dietro ogni angolo. Riflettiamoci: questo mondo che tipo di mondo è, e perché lo abbiamo voluto così?
Riccardo Rosati, da “spaziofilm.it”

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