Il riccio

Ma il Riccio di Balasko quasi batte il libro
di Curzio Maltese La Repubblica

Una nota legge del cinema recita che da un bel romanzo si ricava un brutto film e viceversa. Il caso de Il Riccio, sulle orme del famoso bestseller, rappresenta un’ eccezione inutilmente complicata, nello spirito di questo curioso fenomeno letterario. Da un romanzo non bellissimo e magari sopravvalutato, è sortito un film non brutto ma sicuramente sottovalutato. Anzitutto dall’ autrice de “L’ eleganza del riccio”, Muriel Burbery, che ha scomunicato l’ opera, stroncata senza pietà, e ha intimato alla produzione di sostituire la dicitura «tratto da» con la più generica «liberamente ispirato». Come se per gli spettatori facesse questa gran differenza. Una spiegazione un po’ maliziosa di tanta furia è che la Barbery si sia pentita d’ aver venduto i diritti cinematografici troppo presto, quando il romanzo non aveva ancora venduto milioni di copie, accettando la regia e la sceneggiatura dell’ esordiente Mona Achache. Una dose di calcolo è del resto il difetto principale della scrittrice, peraltro compensata dall’ intelligenza e da un notevole sense of humour. Queste due qualità in effetti si perdono non poco sullo schermo. Ma Il Riccio ha altre qualità. La capacità di dipingere con pochi tratti, rispetto alle tirate filosofiche del testo, il penoso senso della vita dell’ ipocrita alta borghesia francese. E soprattutto, la gigantesca interpretazione di Josiane Balasko, nella parte dell’ eroina del romanzo, la portinaia autodidatta Renée Michel, il riccio, ispida e puntuta all’ esterno quanto «terribilmente elegante» nell’ anima. Bastano un mezzo sorriso o uno sguardo o una lieve esitazione di tono alla Balasko per schiudere allo spettatore i mondi segreti di sogni e idee e bellezza che al lettore erano raccontati in decine di pagine. L’ incontro fra la cenerentola cinquantenne, brutta, grassa e «con le cipolle alle ginocchia» con l’ anziano principe azzurro, catapultato di colpo dal Giappone nel condominio di lusso di Rue de Grenelle, conserva la grazia ironica della pagina. Il libro abbonda di citazioni. Tranne una, che è un’ astuta omissione: il meraviglioso saggio di Isaiah Berlin su Tolstoj («Il riccio e la volpe») dal quale forse la colta autrice ha tratto l’ ispirazione più bella. Nel film di citazioni ce n’ è una sola, ingenua e autolesionistica: la scritta «Chabrol» che campeggia nella libreria nascosta di Renée. Inevitabile ricordare con nostalgia gli straordinari ritratti d’ interno borghese del maestro francese. Mona Achache non è Chabrol, ma dopotutto neanche Muriel Barbery è Georges Simenon. Alla fine vale comunque la pena, per lettori e spettatori, di seguire le orme del riccio.
Da La Repubblica, 9 gennaio 2010

Il riccio è sempre elegante
di Paola Casella Europa

Quando è venuta a Roma a presentare Il riccio, adattamento cinematografico del best-seller L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, la regista Mona Achache era quasi sulla difensiva, perché in Francia, paese natale della Barbery e della Achache, il film è stato accolto da reazioni miste, come sempre succede quando si porta sul grande schermo un romanzo molto amato. Achace non dovrebbe preoccuparsi: Il riccio è, in una parola, elegante, e riesce a raccontare in modo fortemente visivo quello che, sulla pagina, era narrato facendo uso sapiente della parola attraverso il diario di Paloma, una ragazzina delusa dalla vita e annoiata dal suo tran tran familiare, che medita di uccidersi il giorno del suo tredicesimo compleanno. Al posto del diario, Paloma usa nel film una videocamera con la quale documenta in prima persona il microcosmo che la circonda, ovvero l’interno di un condominio di lusso nel centro di Parigi, e all’interno di questo, come in una scatola cinese, il suo grande e lussuoso appartamento dove nuotano come pesci in un acquario una madre distratta che preferisce parlare alle piante che ascoltare le figlie e che è da anni in cura da un analista, una sorella maggiore arrogante ed egocentrica con un fidanzato usa e getta, e un padre severo e assente. Per fortuna, all’interno del palazzo, Palma trova due improbabili alleati: un ricco signore giapponese, Kakuro Ozu, che va ad occupare l’attico, e la portiera Renée, apparentemente anonima e incolore, esattamente come gli inquilini di un palazzo altoborghese si aspettano che sia la loro portiera, e invece custode (!) di molti segreti, il primo fra i quali è un amore smodato per la letteratura, e dunque un gusto raffinato per le parole, espresso però in modo opposto a quello di Paloma: se infatti la ragazzina è logorroica e a volte anche saccente, la portiera centellina le comunicazioni e limita i dialoghi ad un’essenzialità… bonsai. Forse è anche per questo che il signor Ozu la “vede” da subito, nonostante gli sforzi della donna di rimanere invisibile al resto del mondo. Si forma così una triplice alleanza fra una ragazzina incompresa, una donna di mezza età isolata nel suo mondo segreto e un anziano giapponese sofisticato e delicatissimo: tre emarginati, ognuno per i propri motivi, che scoprono l’eleganza del riccio, laddove l’animale ispido e solitario è ovviamente Renée, ma anche gli altri due, che si muovono nel mondo come outsider, faticando a trovare spiriti affini. Dal loro incontro nascerà un nuovo desiderio, per tutti e tre, di vivere la vita al massimo, desiderio che farà abbandonare alla ragazzina le sue tendenze suicide. La storia de Il riccio si sviluppa sul grande schermo con una lentezza studiata, quasi orientale, grande attenzione viene data alla composizione dell’immagine e a dettagli che rendono il film quasi tridimensionale, dettagli come l’attenzione ai tessuti, alle tappezzerie, alla carta da regalo con cui il signor Ozu avvolge i suoi pacchetti: un’attenzione da pittura di Matisse che rende più ricca e intensa ogni inquadratura, ma che a tratti può risultare un po’ stucchevole, come la logorrea e il cinismo molto haute bourgeois di Paloma. La scelta dell’attrice e regista Josiane Balasko nei panni della portiera Renée è invece azzeccatissima. La Balasko presta la sua fisicità goffa e impacciata a questa donna che sa dire solo la verità ma costruisce un’esistenza posticcia, nascondendosi dietro alle aspettative stereotipate degli altri (come la madre di Paloma, la cui snobistica etica di vita si traduce nel comando che dà alla figlia: «Non fare uscire il gatto, non far entrare in casa la portiera»). E i dettagli, cui la regista presta molta attenzione, ci rivelano informazioni preziose sui personaggi: ad esempio Paloma, davanti al pianto di Renée, abbassa la telecamera e corre ad abbracciarla, dimostrando con un gesto di non essere affatto la creatura cinica figlia del nostro tempo che vorrebbe farci credere. Il riccio è un’opera prima con qualche ingenuità e qualche vezzo da intellettuale della rive gauche, ma è efficace nella sua narrazione scarna quanto ad avvenimenti e a dialoghi, e opulenta quanto ad ambientazioni e costumi. E anche se alcuni elementi del romanzo vengono significativamente modificati lo spirito del libro rimane intatto, e il messaggio sull’eleganza di tanti dimenticati, quelli che «non sappiamo riconoscere perché non li abbiamo mai visti», arriva dritto al cuore degli spettatori.
Da Europa, 2 gennaio 2010

Il fascino segreto di quella portinaia
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

A contendere spettatori alle corazzate natalizie (e una settimana prima della mega-astronave Avatar) arriva oggi in Italia Il riccio, versione cinematografica dell’ esordiente Mona Achache di quell’ «Eleganza del riccio» (in Italia pubblicato da e/o) che a sorpresa aveva scalato le vette delle classifiche librarie un anno fa. Il romanzo di Muriel Barbery non faceva mistero della simpatica furbizia su cui aveva costruito il successo: ricordare ai lettori che non bisogna mai fidarsi delle apparenze. Perché se la più sciatta e scorbutica portinaia parigina (il «riccio» di cui pagina dopo pagina si scopriva l’ eleganza) può nascondere cultura e sensibilità, allora anche il più bistrattato lettore può aspirare allo stesso riconoscimento. Basta che si impegni un pò con Mozart, Tolstoi e il cinema giapponese… Il film di Mona Achache è in parte fedele al romanzo – ieri però la Barbery ha voluto prenderne le distanze – con qualche indovinata variazione. Meno citazioni letterarie, per esempio, per non appesantire troppo il racconto e la trasformazione della giovane Paloma da grafomane (nel libro scriveva pagine e pagine di diario) a video maker (nel film sceglie di affidare a una cinepresa le proprie riflessioni). È lei, interpretata dalla spigliata Garance Le Guillermic, a dipanare il filo narrativo del film, ambientato in un austero condominio di rue de Grenelle, abitato da famiglie borghesi. Come appunto quella di Paloma: madre simpaticamente etilica (e svagata), padre seriosamente compreso dal suo ruolo (e affettivamente assente), sorella maggiore normalmente nevrotica e antipatica. Tutto nella media, se non fosse che Paloma, convinta che il mondo non sia molto diverso dalla boccia di vetro in cui vivacchia il pesciolino rosso della sorella, pensi di ammazzarsi di lì a 165 giorni, quando dovrebbe festeggiare il suo 13° compleanno. E per farlo sottrae sistematicamente dal bagno della madre una pastiglia di sonnifero al giorno… A mettere in dubbio le sue certezze saranno prima la scoperta che la portinaia Renée (un’ indovinata Josiane Balasko) non è quel campione di sciatteria e rozzezza cui l’ hanno condannata la disattenzione e la superficialità degli inquilini. E poi l’ amicizia con un nuovo abitante dell’ immobile, il distinto pensionato giapponese Kakuro Ozu (Togo Igawa), il primo ad accorgersi che Renée non è solo una funzione condominiale ma anche un essere umano. Femminile per giunta. L’ irrefrenabile spontaneità della ragazza e l’ insinuante gentilezza del pensionato riusciranno poco a poco a scalfire la corazza di aculei con cui si protegge Renée, portando anche lo spettatore a superare la porta del suo appartamento, quella dietro cui nasconde un tesoro di libri e oggetti, concreta dimostrazione di una sensibilità e una cultura ben superiore a quella dei suoi borbottanti inquilini. Ci penserà il destino a cambiare le carte in tavola (con un colpo di scena che lasciamo scoprire allo spettatore). Da parte sua, Achache (che ha firmato da sola la sceneggiatura) gioca abilmente con i due temi del film – la (educata) denuncia della superficialità borghese e la (simpatica) trasformazione del «bruco/riccio» Renée in farfalla – utilizzando tutti gli ingredienti che fanno la forza delle favole, dal mito di Cenerentola a quello della rivincita degli oppressi, dal fascino dell’ Oriente (e dei suoi «sorprendenti» bagni) alla lungimiranza giovanile (e dei suoi coinvolgenti entusiasmi), dalla forza dell’ amore al dramma della morte. Senza dimenticare il piacere di una citazione tolstoiana messa lì al momento opportuno…
Da Il Corriere della Sera, 5 gennaio 2010

Oltre le polemiche un Riccio da poesia
di Lietta Tornabuoni La Stampa

È un film inconsueto, divertente, anche profondo, non apprezzato da Muriel Barbery, l’autrice del best seller da cui è tratto (L’eleganza del riccio, edizione e/o), molto originale e ben fatto. In un palazzo borghese di Parigi, tre personaggi. Una intelligentissima bambina laconica che ha deciso di uccidersi il giorno del dodicesimo compleanno, che con la sua cinepresa filma tutti e tutto. Una portinaia quasi anziana, brusca e sciatta, che è in realtà un’intellettuale colta, adoratrice dei libri tenuti in una stanza segreta. Un signore giapponese che con delicatezza e comprensione corteggia la portinaia Josiane Balasko, inducendola a recuperare un poco di amore per se stessa. I tre personaggi sono testimoni di nature e di un mondo singolare, portatori di sentimenti forti e strani: infatti autentici, non toccati da convenzioni, ipocrisia o facilità. La narrazione è incantata come una favola, inspiegata come un enigma, ricca di verità e umanità, intrisa di leggerezza, solitudini e pathos. Il ritmo pacato, quasi indolente, molto elegante, dà al racconto una sorta di realismo trasognato. Il film, recitato benissimo (anche la bambina è brava),è pienamente riuscito.
Da La Stampa, 8 gennaio 2010

La critica sociale rifiuta il lieto fine
di Maurizio Porro Il Corriere della Sera

Aver tolto l’ eleganza dal titolo, operazione masochista del marketing, forse non è stato casuale perché il film è meno introspettivo del furbo best seller in cui la portinaia era analizzata nella sua doppia personalità. Stabile elegante della borghesia parigina, tra una ragazzina depressa e due Ozu, uno vivo, uno vivissimo (il regista). Critica sociale ma senza lieto fine. La Balasko è brava, ma funziona lo spirito d’ insieme che rilancia l’ etica e l’ estetica del Carino. Citazione di Tolstoi che sta per diventar di massa. Voto 7
Da Il Corriere della Sera, 15 gennaio 2010

Un “Riccio” elegante, simpatico e ben riuscito
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

«Non lasciar uscire il gatto, non lasciar entrare la portinaia». Paloma ha 11 anni ma nulla le sfugge. Tanto più che tiene un diario filmato in cui registra con la vecchia telecamera di papà tutto ciò che vede o intuisce. A cominciare dai taciti ma ferrei precetti, come quello appena citato, che regolano la sua esistenza ordinata, troppo ordinata, di altoborghese parigina in erba. Paloma insomma è una ribelle, a un’età, in un’epoca e in un palazzo che rendono la ribellione inconcepibile dunque invisibile. Così, per non finire come i suoi familiari, ha deciso che a 12 anni si toglierà la vita. Ma intanto nota e capisce tutto. Solo lei si accorge di quelle regolette intrise di classismo e ammantate di buone maniere (dentro il gatto, fuori la portiera); solo lei nota che, da quando va in analisi, la mamma prende manciate di psicofarmaci; solo lei osa rimettere in riga un ospite pomposo del padre deputato, colpevole di dire scemenze sul gioco del Go (una delle scene più belle del film, nonché il suo cuore poetico).
Solo Paloma infine (puntuta, perfetta Garance Le Guillemic), sembra accorgersi che quella portinaia dall’aria stanca e rassegnata (Josiane Balasko) «non è ciò che sembra». Come dice lei stessa, col suo primo sorriso, al nuovo vicino giapponese, un elegante e carismatico 60enne di nome Ozu, addirittura (come il regista di Viaggio a Tokio caro ai cinèfili). Che non tarderà a fare la stessa scoperta in un gioco di intese e segnali fra lui e la portiera-cenerentola che comprendono il celebre incipit di Anna Karenina («Tutte le famiglie felici si somigliano», etc.), ma anche note meno romantiche come l’abitudine dei w.c. nipponici di emettere musica per coprire i rumori corporali… Non era facile portare sullo schermo L’eleganza del riccio di Muriel Barbéry (ed. E/O), best-seller iperletterario (ma con leggerezza) articolato in una serie di monologhi. L’esordiente Mona Achache sceglie la semplicità, ovvero la simpatia e la vivacità, trasformando i monologhi nelle scene filmate da Paloma o nei disegni che esegue a getto continuo. E accentuando il carattere da fiaba gentile della vicenda (rititolata Il riccio anche per sottolineare il dichiarato distacco della scrittrice dalla versione cinematografica). Ne esce un film svelto, illustrativo, forse non molto ambizioso ma a suo modo del tutto riuscito. Il che non guasta.
Da Il Messaggero, 5 gennaio 2010

La vita, istruzioni per l’uso tra la portinaia e la bambina
di Alberto Castellano Il Mattino

Nel caso del best-seller «L’eleganza del riccio» di Muriel Barbery, diventato il caso letterario francese del 2007, il problema della fedeltà al romanzo che accompagna le operazioni cineletterarie non si pone, visto che la regista esordiente Mona Achache ha modificato la struttura originale con un elemento narrativo decisivo. Il diario intimo della dodicenne Paloma ne «Il riccio» è stato sostituito infatti da una videocamera con la quale la ragazza (nella foto), che accarezza l’idea del suicidio, filma ossessivamente l’immutabile vita familiare e non. Nell’elegante condominio parigino s’incontrano e si scontrano la portinaia Renée, donna ispida come un riccio appunto e colta, il ricco giapponese Kakuro, uomo gentile e sensibile rimasto vedovo, e la famiglia borghese di Paloma. Finale tragico e coesistenza problematica delle implicazioni letterarie (la voce narrante di Paloma che fa da raccordo) e del percorso visivo (lo sguardo infantile/adulto filtrato dalle immagini sporche delle riprese).
Da Il Mattino, 8 gennaio 2010

Il riccio rappresenta l’esordio alla regia di Mona Achace, di cui scrive anche la sceneggiatura, caratterizzandola di espedienti narrativi che sottolineano la sua creatività e padronanza del mezzo.
Il film è tratto dal romanzo “L’eleganza del riccio” di Muriel Barbery (edito in Italia da E/O) che ha ottenuto un notevole successo in Francia. La regista e sceneggiatrice ha elaborato e ampliato alcuni elementi presenti nel libro.

Parigi. In un elegante palazzo borghese abita Paloma una dodicenne intelligente e brillante, fin troppo sveglia che ha deciso di interrompere la sua vita, il giorno del suo compleanno.
La ragazzina vede la vita delle persone che la circondano come se fossero dei pesci rossi in una boccia di vetro, in cui passano l’esistenza a scontrarsi. La portinaia del palazzo, Renée, è una persona che passa inosservata, dall’aspetto sciatto e trasandato, che nasconde però una cultura da autodidatta. Queste due figure si conoscono grazie al nuovo inquilino Monsieur Kakuro Ozu, che si accorge della loro vitalità nascosta. L’affetto reciproco che si doneranno, le riporterà a sbocciare nuovamente alla vita.
Mona Achache ha ottenuto i diritti del romanzo, prima che esplodesse l’entusiasmo dei lettori, poi mentre si è messa a scrivere la sceneggiatura si è imposta di non ascoltare alcun commento a riguardo per non esserne influenzata.
La scelta di questo romanzo è stata del tutto casuale, un giorno si è trovata a leggere il quarto di copertina e l’ha subito colpita.

Ciò che la regista vuol fare emergere dal film è la magia di incontri improbabili e come siano assurdi i pregiudizi. Renée è apparentemente una persona, ruvida, brusca, che non si cura del suo fisico, dei suoi capelli, del suo abbigliamento, ma nutre la sua anima intellettuale, giorno dopo giorno. Ha messo insieme una vera biblioteca nella stanza in fondo all’appartamento, che tiene sempre chiusa, lontana da sguardi indiscreti.
La donna adora l’arte, la filosofia, la letteratura, la cultura giapponese e lascia che gli altri mantengano il loro giudizio legato al clichè, minimamente interessati all’essere umano che quotidianamente si trovano di fronte. Kakuro Ozu si rivela diverso, da piccoli gesti coglie la gentilezza d’animo di Renée ed è curioso e interessato nel conoscerla più profondamente.
Kakuro è un uomo elegante, gentile, rispettoso, è un intellettuale, la regista ha voluto che rimanesse il più enigmatico possibile, anche lui raffigura un personaggio inconsueto come Renée e Paloma, tre solitudini che si danno calore l’un l’altro, tuttavia Kakuro è il mezzo che scuote le due donne dal riccio nel quale si sono rinchiuse. Il film è un alternarsi costante tra il punto di vista di Paloma e quello di Renée, senza che uno dei due prevalga nel corso del racconto.
Mona Achache è stata dietro ad ogni dettaglio, aveva un’idea ben precisa di come rendere i personaggi del libro.
Nel romanzo Paloma scrive un diario, nel film la regista ha scelto di utilizzare una cinepresa, che il personaggio filmasse seriamente, e i disegni. Questo perché Achache ha pensato che questi strumenbti traducessero lo stesso spirito della poesia che traspare nel romanzo. Inoltre nel film c’è un elemento tattile molto presente, la tappezzeria, la carta, l’inchiostro, gli oggetti presenti nella camera di Paloma, l’intento è stato quello di puntare sugli elementi visivi per non caricarlo di troppe parole, che potevano essere superflue.

Una componente, solamente accennata nel libro, qui diventa un personaggio con un suo ruolo specifico, il pesce rosso. Paloma lo filma con la stessa cura che ci mette con le persone, inoltre gli dà una pillola per assistere a cosa succede, lo crede morto e lo butta nel gabinetto per poi ricomparire vivo in casa di Renée.
La regista ha voluto mostrare la morbosità che a volte hanno i bambini, ma soprattutto il pesce raffigura la rinascita, voleva essere una metafora di come la morte di Renée ridia la voglia di vivere a Paloma. È un passaggio di testmone.
Altra cura si ha avuto per l’ambientazione, Achache concentra la storia all’interno del palazzo “come in un immenso vaso” nel 2009, ma senza che si scorgano cellulari, computer o altri oggetti che lo colleghino al resto del mondo. Voleva che fosse un ambiente senza tempo, reale ma con un tocco di fantasia, come fosse sospeso.
I costumi rivestono un aspetto importante soprattutto nell’evoluzione di Renée, che poco a poco riscopre la sua femminilità, il suo essere elegante, e sensuale a suo modo.
Dagli abiti ordinari e spenti si passa ad un tailleur pantalone che valorizza la sua figura e la sua personalità.
Gli attori sono stati straordinari nel dare corpo a tre solitudini, tre individui che la società non vede per quelli che sono, dotati di un enorme sensibilità. Josiane Balasko ha saputo rendere con naturalezza il doppio volto di Renée e la sua trasformazione si legge prima di tutto attraverso gli occhi.
Il riccio è un film delicato, che pone in primo piano l’animo dei suoi personaggi, sottolineando quanto spesso non si conosca la persona che si ha accanto nonostante si passi molto tempo insieme.
L’idea che ci si fa di una persona rimane quella, solo perché non c’è la voglia di confutare il primo giudizio, e c’è l’arronganza di inquadarla solo dall’aspetto, dal riccio che ognuno di noi possiede.
di Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

L’undicenne Paloma, insofferente alla sua famiglia e a quasi tutto il genere umano in generale, sta ponderando il suicidio. Renée, la portiera del lussuosissimo palazzo nel quale abita la ragazzina, vive segretamente la sua grande cultura e la sua passione per i classici letterari e cinematografici. L’arrivo di un nuovo inquilino giapponese, Kakuro, riuscirà a smuovere gli animi di entrambe.

“L’eleganza del riccio”, romanzo francese di Mauriel Barbery, è stato un vero e proprio caso letterario in Francia e poi si è diffuso anche negli altri Paesi grazie ad un grandioso passaparola che ne ha decretato il successo di pubblico, ma anche di critica, visto che ha vinto alcuni prestigiosi premi letterari. Quando ci si trova di fronte a successi di tal genere, decidere di crearne una pellicola può risultare un arma a doppio taglio, proprio perché si può sperare in un elevato numero di spettatori spinti dalla curiosità di vedere come le loro amate pagine hanno preso vita sullo schermo, ma al tempo stesso si può incorrere, come del resto è successo in questo caso, nelle “ire” dell’autore stesso che disconosce l’opera ispirata al suo romanzo e degli spettatori che potrebbero rimanere delusi dalle differenze più o meno rilevanti rispetto al libro. Bisognerebbe comprendere però che la letteratura e il cinema, pur essendo a volte compenetrabili, sono due arti completamente diverse, ed è naturale che il passaggio da una all’altra comporti non pochi cambiamenti di stile, di narrazione, di forma e via dicendo. Una volta fatto pace con questa immodificabile realtà, l’autrice del romanzo e gli spettatori esigenti di una fedeltà impossibile da realizzare, potranno fare pace anche col film stesso.

Pur avendo eliminato nel titolo del film la parola “eleganza” che compariva invece in quello del romanzo, “Il riccio”, è a tutti gli effetti una pellicola molto elegante e raffinata, che solo di quando in quando si concede delle enfasi eccessive nel sottolineare alcuni passaggi narrativi drammatici o alcuni particolari stati d’animo dei tre protagonisti principali o si abbandona ad alcuni stereotipi circa le figure secondarie come i genitori e la sorella di Paloma o gli abitanti dell’elegante palazzo parigino. E se anche Renée, la portiera, non è esente da stereotipi, nel suo caso, essendo una cosa voluta e perfettamente calcolata dal personaggio stesso che si rifiguia dietro di essi, l’espediente non può che essere apprezzabile. Trattasi comunque di difetti perdonabili trattandosi di un’opera prima che denota un certo potenziale della regista francese.

Lo spettatore si ritroverà allora a seguire attentamente e quasi sempre a condividere i pensieri dell’intelligentissima e matura Paloma, la ragazzina che è incapace di correlarsi con i suoi famigliari, che sente così distanti e inadeguati, e dunque di trovare un posto in cui esprimere completamente se stessa, tanto da ricorrere a numerosi nascondigli all’interno della casa, fino a giungere all’estrema decisione di porre fine alla sua esistenza, vissuta come quella di un pesce rosso in una vaschetta. Prima di morire, però, per mano degli psicofarmaci rubati settimanalmente alla madre in cura da uno psichiatra ormai da 10 anni, decide di filmare con una telecamera tutto ciò che la circonda e che l’ha spinta a ritenere quella del suicidio l’unica soluzione possibile per uscire dalla sua asfissiante e desolante situazione.
Grazie alla deliziosa interpretazione di Garance le Guillermic, riusciamo a simpatizzare totalmente per questa ragazzina a tratti supponente, ma decisamente colta e profonda per avere solo undici anni. Il suo sguardo vispo e attento, coperto spesso dagli occhialini tondi che si incastrano continuamente tra i suoi ricci biondi, ci guiderà non solo all’interno dei borghesismi, dei tic e delle nevrosi dei suoi famigliari, ma anche nel “nascondiglio” di Renée, quella portineria apparentemente spoglia, ma in realtà contenente la ricchezza più grande di tutte: la cultura contenuta in una grande biblioteca ricca di classici letterari tra cui spiccano le opere di Tolstoj, in particolare “Anna Karenina”. Quel nascondiglio che farà comprendere a Paloma che nonostante le avversità e gli ostacoli circostanti è sempre possibile riuscire a trovare un proprio spazio nel mondo in cui rifugiarsi in sé stessi lontani dagli occhi incomprensivi dei componenti di una società sempre più alla deriva di se stessa. Quel nascondiglio che teneramente e candidamente, in un modo inusuale per la bambina, le farà asserire trionfalmente: “Da grande voglio fare la portinaia!”.

Ecco allora spiegato il significato emblematico e metaforico del personaggio di Renée, interpretato dalla bravissima Josiane Balasko, che pur di non incorrere nella difficoltà di dover dare spiegazioni circa la sua vera natura colta e raffinata, preferisce nascondendosi dietro il tipico archetipo della portinaia sciatta, trascurata e trascurabile per evitare di dover necessariamente dimostrare il contrario nei confronti di chi si ferma alle apparenze e ai luoghi comuni. Trascorre così due esistenze: quella di superficie che tutti sono in grado di vedere e quella più profonda che si esplica dietro la porta della sua biblioteca, che solo Paloma e il nuovo vicino Kakuro (colui che smuoverà le acque e rivoluzionerà la vita di entrambe) riusciranno a scrutare. Calzante a tal proposito è allora la metafora del riccio riguardante proprio questo straordinario personaggio, che all’esterno mostra solo gli aculei, ma in realtà si dimostra essere “fintamente indolente, risolutamente solitario, terribilmente elegante”.
di A. Cavisi, da “filmscoop.it”

IL RICCIO – “Sogni le stelle, finisci nella vasca dei pesci rossi”. In controluce si legge il terrore di un’esistenza mediocremente borghese, sbatacchiata tra le miserie del mondo come un pesce nella vasca, e la ricerca tormentosa di vivere sempre all’altezza dei propri desideri. È il motto che accomuna Il riccio al romanzo di Muriel Barbery (L’eleganza del riccio) cui il film si ispira.
Un’idea forte e vera non tradita da Mona Achache: la giovane regista non lasciandosi intimorire dal colosso editoriale della Barbery (700.000 copie vendute solo in Francia), si libera di snobismi e compiaciute lentezze che appesantiscono il romanzo e ci restituisce la limpida asciuttezza di una bella storia.
La vicenda ruota intorno agli abitanti del ricco palazzo parigino dove vivono le due eroine: la sciatta Reneè (nel film l’efficace Josiane Balasko), portinaia cinquantaquattrenne che nasconde una raffinata cultura dietro alla volgarità di classe, e la geniale Paloma, sensibile dodicenne alto-borghese determinata al suicidio.
La madre della bambina trascina la sua vita tra antidepressivi e champagne, psicanalisi e dialoghi deliranti con le sue piante ornamentali; il padre, ministro in cattive acque, è troppo immerso nei traffici mondani per chiedersi chi è o chi lo circonda.
Paloma è la lucida e irresistibile erede di una generazione di eroine che va da Mercoledì Addams a Daria di MTV, bambine e adolescenti disincantante, con un’intelligenza che preclude loro i volgari divertimenti di tutti. Inappagabili e inconsolabili vittime delle modernità.
Paloma e Reneè sono come “ ricci”, nascoste dietro aculei invalicabili, “ferocemente solitarie, terribilmente eleganti”, difendono il loro finissimo mondo di romanzi russi e film giapponesi dagli sguardi dei comuni mortali. Entrambe cercano “il buon nascondiglio” e, un po’ vigliaccamente, non rischiano l’impatto della propria anima bella con la crudele realtà fatta di ignoranti e denaro.
A unire le due anime affini il nuovo inquilino Kakuro, discreto corteggiatore di Reneè e confidente di Paloma. Il ricco giapponese, rappresentante etnico di tutto ciò che non è volgare, si muove nel film con l’eleganza di una figura disegnata da Hokusai.
Convince la scelta di affidare alla sapiente telecamera di Paloma l’unità e il ritmo narrativo. La bambina, che ha deciso di uccidersi nel giorno del suo dodicesimo compleanno, vuole realizzare un film sul mondo che rifiuta, la boccia dei pesci rossi in cui gli adulti rimbalzano come falene impazzite.
di Eleonora Recalcati, da “ilsussidiario.net”

Una felice trasposizione
Nella frase, le parole si concatenano per descrivere, per raccontare, intime considerazioni, azioni, pensieri e sguardi; un’immagine può comprendere in sé più frasi, ma al tempo stesso, può restare spoglia della loro essenza.
Mona Achache, regista al suo primo lungometraggio, traduce in immagini il fortunato libro di Muriel Barbery, L’eleganza del riccio. Si allontana dalla pagina letteraria, ma senza tradirla. Seleziona e distilla, scarta, aggiunge e sviluppa; ne coglie l’essenza e la mette in scena con una raffinatezza mai esibita.
Nello scenario chiuso di un palazzo art nouveau abitato dall’alta borghesia parigina, Renée Michel è la concierge. Secondo i canoni è di mezza età, sciatta, grassa e dai modi bruschi. Vive con un gatto pigro e la televisione sempre accesa, ma all’insaputa di tutti è un’autodidatta di eclettica e ampia cultura, che legge Tanizaki, Tolstoj e Kant e si commuove con Le sorelle Munekata di Ozu. Qualche piano sopra, Paloma è una dodicenne assai dotata e un po’ fanatica. Certa che la vita non possa riservarle altro che finire intrappolata come un pesce rosso nella boccia d’acqua, ha deciso che il giorno del suo tredicesimo compleanno sarà anche il giorno del suo suicidio. Con un’arcaica telecamera gira un video-testamento per dare immagini alla sua filosofia gravida di nichilismo; per registrare e commentare il suo piccolo mondo domestico: un padre vice ministro, una madre ripiegata sulla sua decennale analisi e Colombe, la sorella maggiore, normalista, vacua e saccente.
Le riprese sgranate di Paloma diventano il punto d’appoggio per risolvere il racconto in prima persona della pagina letteraria. Allo sguardo in soggettiva si alterna quello della regista, che stringe sulla quotidianità di madame Michel: un gioiello nascosto che come un riccio, protetto dagli aculei, cela la sua profonda eleganza.
Una trasposizione riuscita; la scrittura filmica di Mona Achache è elegante e ben definita, supportata dalla buona fotografia di Patrick Blossier le cui luci indagano l’intimo dei personaggi e dall’eccellente ritmo narrativo impresso dal montaggio di Julia Grégory, mentre Gabriel Yared compone una musica senza tempo, capace di catturare i sentimenti e di liberare emozioni. Goffa e ingombrante, Josiane Blasko, meravigliosa, è una dolente donna dalla vita interiore ricca, ma silenziosa e segreta; Garance Le Guillermic, bionda e occhialuta, salopette e magliette rigate bretoni, è un’adolescente assoluta, una piccola entomologa dai tratti geniali. Diverse e al contempo affini, Renée e Paloma non si riconoscono fino a quando non entra in scena Monsieur Kakuro Ozu (Togo Igawa), un giapponese enigmatico e colto; un anziano principe azzurro dallo sguardo profondo, capace di vedere oltre ciò che si vede, che con amabile insistenza invita l’invisibile principessa ad uscire dal suo nascondiglio e Paloma a scoprire i segreti della vita che si celano al di là delle apparenze.
E per un attimo il numero 7 di rue de Grenelle diventa un luogo d’incanti, dove l’inaspettato fa capolino mentre i monti di Kyoto, al tramonto, assumono il colore del flan di azuki.
di Fabrizia Centola, da “nonsolocinema.com”

Il riccio al cinema: incontro con Mona Achache e Josiane Balasko
a cura di Lucilla Grasselli
In conferenza stampa a Roma, regista e interprete raccontano la trasposizione filmica del bestseller di Muriel Barbery.
Il riccio al cinema: incontro con Mona Achache e Josiane Balasko
Chi non ha letto L’eleganza del riccio, sicuramente ne ha sentito parlare, e bene. Opera seconda della scrittrice francese Muriel Barbery, ha conquistato il pubblico più eterogeneo attraverso le vicende parallele di Reneé, scorbutica portinaia di un opulento palazzo parigino, e Paloma, dodicenne intelligente e cinica, abitante del suddetto palazzo. Ma quanto Paloma si distingue dal piccolo mondo borghese di cui fa parte, catturando le immagini impietose della madre psicofarmaco-dipendente e del padre politico rampante attraverso telecamera e disegni (che hanno sostituito, nella versione cinematografica, il suo diario), tanto Reneé si mimetizza nell’immagine che la società le ha sempre attribuito, e ci vorrà un nuovo inquilino, il gentiluomo giapponese Kakuro Ozu, per far emergere la sua vera natura, quella di raffinata cultrice della letteratura e dell’arte, gelosamente nascosta dietro il lezzo di stufato e le sciatte fattezze proprie della concierge.
Sebbene la compagnia di Reneé sia per Paloma un momento di serenità e pace (e viceversa), la ragazza non sembra decisa ad abbandonare il proposito di suicidarsi in occasione del suo prossimo compleanno: per lei il mondo è infatti come una vasca di pesci rossi, in cui gli uomini non fanno altro che scontrarsi futilmente tra loro. Ci vorrà un vero, e doloroso, incontro con la morte, a farle cambiare idea. Il riccio vede alla regia Mona Achache, qui impegnata nel suo primo lungometraggio e subito chiamata a confrontarsi con un mostro sacro del cinema francese, Josiane Balasko, che veste i panni di Reneé, mentre Paloma è interpretata da Garance Le Guillermic. Tutte e tre erano presenti in conferenza stampa per rispondere alle curiosità dei giornalisti.
Josiane, com’è stato il suo incontro con il romanzo e, di conseguenza, con il suo personaggio?
Josiane Balasko in una scena de Il riccio Josiane Balasko: Quando mi è stata proposta la sceneggiatura, ancora non avevo letto il romanzo, tutto è cominciato lì. Successivamente ho letto il romanzo, che mi ha aiutato moltissimo a capire la storia e anche i personaggi. Di Reneé mi ha attirato il doppio volto, il mistero di cui si circonda per nascondere la propria sete di cultura, e quindi da un lato ha questo aspetto duro, rugoso, e dall’altro c’è quello sofisticato, raffinato. Proprio come per un riccio.
Nel film c’è stato un passaggio dal diario di Paloma alla sua telecamera. Come avete avuto questa idea?
Mona Achache: Il testo da cui siamo partiti era molto letterario, ma io lo dovevo trasporre in linguaggio cinematografico. Ho fatto parlare i personaggi attraverso le immagini, e da qui il passaggio alla videocamera. Come nel libro Paloma scrive bene, volevo si vedesse l’utilizzo serio della telecamera, evitando telefonini eccetera. Nel libro c’è poesia nel suo stile di scrittura, e volevo tradurre lo stesso spirito.
Come mai avete cambiato il titolo rispetto al romanzo? Avete fatto questa scelta anche in Francia?
Mona Achache: Il titolo è lo stesso per tutti i paesi. Durante le riprese lo abbiamo sempre chiamato “il riccio”, e il soprannome poi è diventato titolo.
Nel film avete dato molto spazio alla dimensione tattile, come mai?
Mona Achache: Mentre lavoravo all’adattamento ho voluto sfuggire alla tentazione di fare un film troppo parlato, quindi abbiamo puntato sugli allestimenti, curando quindi la vista e anche il tatto.
Garance Le Guillermic in una scena de Il riccio Garance, come ti sei immedesimata in questo ruolo? Conosci qualche bambina bizzarra come Paloma?
Garance Le Guillermic: Fortunatamente non conosco nessuna ragazza con le sue tendenze suicide! Per il mio personaggio ho lavorato molto con Mona, perché Paloma non mi assomiglia, è una ragazzina molto dura.
Come vi siete mossi per il casting di Paloma?
Mona Achache: Abbiamo visto circa duecentotrenta bambine in video, e Garance era, se non mi sbaglio, la settantanovesima. Tra l’altro si chiama anche come mia figlia, e appena l’ho vista ho subito sentito che era lei l’attrice giusta. E’ effettivamente diversa da Paloma, ma è altrettanto timida e determinata. Anche il testo che dovevano leggere, “io sono intelligente”, ha contribuito a farmela scegliere: le altre bambine avevano un tono irritante, mentre lei sembrava quasi volersi scusare, e questo mi ha subito interessato.
Quali sono state le reazioni dell’autrice e dei lettori?
Mona Achache: Con Muriel Barbery ci siamo incontrate, ci siamo accordate, ma lei per prima ha deciso che le due cose, libro e film, dovevano essere separate, e che il film non la interessava, e da allora non l’ho più vista. E’ stato un libro molto letto, da molti amato e da altri meno amato, e lo stesso penso varrà per le reazioni al film. Sono due cose diverse, io ho tentato di mantenere le impressioni che avevo avuto leggendo; qualche cambiamento c’è stato, ma lo spirito è lo stesso.
Josiane, molti dicono che lavorare con i bambini è difficilissimo. Per te come è stato?
Josiane Balasko: Infatti le ho dato un sacco di schiaffoni! No, in realtà è andato tutto molto bene, Garance ha una grande capacità di concentrazione, e magari le ho fatto anche un po’ paura?
Garance Le Guillermic: E’ vero, subito sono rimasta un po’ impressionata, ma poi mi sono trovata a mio agio, Josiane non è per niente snob.
Josiane Balasko: E’ un’ottima attrice, L’unico problema è che non le piace la cioccolata fondente, e nel film ne doveva mangiare in quantità.
Mona Achache e Garance Le Guillermic suls et del film Il riccio Garance, pensi che la recitazione sarà il tuo futuro? Quali sono i tuoi film preferiti?
Garance Le Guillermic: Il cinema è la mia grande passione. Durante le riprese ci si sente come se si fosse parte di una grande famiglia. Mi piacerebbe intraprendere questa strada, ma vorrei fare anche la giornalista, o magari tutte e due le cose, visto che non c’è nulla di sicuro nella vita è meglio tenersi aperte più strade. Per quanto riguarda il mio film preferito, ogni volta che me lo chiedono non so rispondere bene, e mi dico sempre “Garance, la prossima volta devi arrivare più preparata!”. Mi piacciono molto film come Les enfants du paradis, o Vacanze romane, ma vado da Twilight a Hitchcock.
Mona, come hai superato la soggezione per il romanzo?
Mona Achache: Quando ci siamo aggiudicati i diritti il libro non aveva ancora ottenuto il successo che ha avuto dopo, mentre stavo scrivendo la sceneggiatura, e allora ho deciso di ascoltare il meno possibile i pareri esterni: volevo dare il mio punto di vista senza tradire il libro. Quando si gira una trasposizione, questo rapporto è angoscioso, ma anche stimolante, e ho cercato sempre di rimanere concentrata.
Josiane, nei suoi personaggi dà spesso voce alle donne invisibili.
Josiane Balasko: Io credo che queste donne siano la maggioranza, non tutte sono Monica Bellucci, nonostante sia bellissima e anche una brava attrice. Io faccio parte della maggioranza, e ho visto anche tanti uomini non così eccezionali diventare delle star. Ho cominciato a scrivere anche di personaggi non tipici del cinema francese, facevo parte di una piccola équipe, gli Splendid, che poi ha avuto successo e grazie alla quale ho potuto dare visibilità a questi personaggi. Ho poi cominciato a parlare delle lesbiche, che è un argomento poco trattato, e sono arrivata a Speriamo che sia femmina. E’ stato un grande successo per me riuscire a mostrare queste donne invisibili e a non farle percepire come dei mostri, tanto che poi molte ragazze mi hanno scritto che, dopo aver visto il film, hanno trovato il coraggio di dichiararsi ai propri genitori. Nel mio ultimo film, Client, parlo invece delle donne che pagano il sesso, e quindi i gigolò, che è una storia sì conosciuta, ma nella sua declinazione al maschile.
Mona, cosa ti ha colpito nel libro della Barbery tanto da trarne un film?
Mona Achache: Stavo lavorando al mio primo film, che però non riusciva ad ingranare, e la produttrice mi ha detto ” se trovi un’altra storia torna e la facciamo”. Quello che mi ha attratto sono stati i personaggi, che sono di quelli che si vedono poco, ma nei quali tutti si possono identificare. Prima di finire di leggere il libro già immaginavo le scene di questa storia, una storia di donne che hanno paura degli altri, ma anche una storia di amore per la vita.
Come è nato il personaggio del pesce rosso?
Mona Achache: Nel libro è solo un accenno, quando Paloma definisce il mondo come una boccia di pesci rossi, in cui gli uomini si scontrano come mosche su un vetro. Io ho voluto farne un personaggio perché aveva un senso: Paloma riprende il pesce come riprende gli umani, e esprime tutta la morbosità dei bambini, che fanno esperimenti, trasferendo la propria mania suicida su di lui. La storia del pesce segue quella di Paloma, è una metafora: lui muore in casa di Paloma ma risorge in casa di Reneé.
Hai sempre avuto in mente Josiane Balasko per il ruolo di Reneé?
Mona Achache: Appena ho letto il libro ho subito pensato a lei, ma mi sono costretta a non pensarci troppo perché lei avrebbe anche potuto non accettare. Mi è piaciuto lavorare sull’aspetto rude di Reneé che progressivamente diventa sensuale. Conoscevo il suo lavoro e mi è sempre piaciuto, ma ero comunque timorosa, prima di tutto nei suoi confronti, e poi che potessimo non funzionare insieme. Io non amo i rapporti di forza, ma per fortuna è andato tutto bene.
Josiane Balasko e Ariane Ascaride in una scena de Il riccio Josiane, quali altre invisibilità racconterà?
Josiane Balasko: Ancora non lo so, ho lavorato molto al Riccio, e anche per Client, e non ho avuto tempo di fare progetti. Nei prossimi mesi, però, mi rimetterò a scrivere.
da “movieplayer.it”

Paloma è una solitaria dodicenne che non si trova a suo agio nella propria vita e riflette sulla possibilità di suicidarsi. Il giorno del suo compleanno sarà il giorno della sua fine e fino ad allora, attraverso una vecchia telecamera, filma ogni aspetto della sua quotidianità familiare…
Quella di Paloma è una famiglia come tante: benestante, ognuno preso dai suoi problemi, senza la minima capacità di dialogo; una madre in analisi da ormai più di 10 anni, una sorella nevrotica, un padre quasi completamente assente e inutile… E’ davvero comprensibile se la piccola esordisce in questo film con una promessa di morte, e questo senso di morte accompagna tutto il procedere della vicenda, dall’infarto a un conoscente alla morte apparente del pesce rosso, ai sogni Freudiani della madre, alle svariate messe in scena di morte di Palomà stessa, fino all’inaspettato finale. Man mano che la fatidica data si avvicina la ragazzina riesce a integrarsi un po’ con gli altri e si sceglie dei nuovi amici, nei quali troverà le effettive/affettive vie di fuga dalla sua condizione e che le offriranno un posto dove potersi nascondere.
Il film è la versione cinematografica di uno dei casi letterari del 2007, L’eleganza del riccio di Muriel Barbery. La trasposizione è abbastanza fedele, a parte il fatto che viene fatta della ragazzina una videomaker piuttosto che una scrittrice di diari, ma il tema resta il medesimo: non fidarsi mai delle apparenze, alla fine anche il più sciatto e rude degli esistenti, sotto la propria corazza di aculei può nascondere una forte sensibilità.
Bellissimo il gioco di ambientazioni nei vari appartamenti, ognuno di essi rende l’idea di chi li abita: dal caotico e sovraccarico della famiglia di Paloma, al complesso e ospitale del signor Ozu, al piccolo e intimista della portinaia. Molto precisa la linea registica del film: con inquadrature ad altezza di ragazzina, molto lineari e dettagliate; frequenti i primissimi piani che tagliano i volti dei protagonisti; ricorrenti le soggettive mascherate dall’obiettivo della Super 8.
Lo spettatore è guidato dal punto di vista, mai banale, di questa bambina che già a 12 anni dimostra un’intelligenza di gran lunga superiore a tutti gli adulti presentati nel film: si pone dei problemi che altri ragazzini della sua età neanche immaginerebbero, affronta dei discorsi che neanche i suoi genitori riescono a sostenere e ha una grande abilità nel disegno pari a un illustratore professionista. È una bambina come poche in una famiglia come tante.
La cosa che però colpisce, di questo film, è come il personaggio più marginale della storia riesca, a un tratto, a diventare protagonista assoluta di tutta la vicenda. Inizialmente tutto sembra ruotare intorno a un unico punto narrativo, invece ci rendiamo man mano conto di quanto Palomà sia spettatrice, o meglio regista, di una parentesi di vita da sempre così mediocre e che viene troncata proprio nel momento in cui sembra venir fuori dal suo riccio.
di Annalisa Liberatori, da “cinefile.biz”

Che cosa difficile per un film trovarsi a lottare con l’ombra asfissiante dell’opera letteraria da cui è tratto, specie se si tratta di un libro che ha dominato le classifiche di vendita per settimane. «È meglio il libro!», griderà qualcuno, «togliete il mio nome dalla locandina!», ha invece urlato Muriel Barbery, autrice de “L’eleganza del riccio” (caso letterario degli ultimi anni), discostandosi completamente dal film di Mona Achache. Un giorno, forse, si arriverà a capire che cinema e letteratura sono due forme d’arte completamente diverse, e si smetterà di fare paragoni tra l’una e l’altra. Premesso ciò, con tutto il rispetto per la signora Barbery, autrice di un libro intelligente e mai banale, il film di Mona Achache è in grando di raccontare con ironia e sincerità le ordinarie vicende di tre persone straordinarie.
In un lussuoso edificio nel cuore di Parigi, abitato da facoltosi quanto noiosi coinquilini, la vecchia portinaia Reneé Michel vede scorrere queste vacue esistenze che passano tutti i giorni davanti alla sua guardiola. Madame Michel sembra corrispondere ai cliché tipici del suo ruolo: scorbutica, arcigna, ignorante e teledipendente. In realtà è una donna dalla cultura finissima, che nasconde dietro le apparenze un universo di sfumature e un cervello brillante. A scoprirlo sarà Paloma, una bambina con tendenze suicide ma dall’intelligenza superiore, che odia la superficialità della sua famiglia, l’inutilità del lusso, usando la sua piccola telecamera come l’occhio indiscreto pronto a giudicare tutto e tutti. L’arrivo nell’edificio del signor Ozu permetterà a Paloma di confrontarsi con qualcuno “al suo livello”, e a madame Michel di aprire lentamente la porta della sua vita.
Se la piccola Paloma paragona madame Michel ad un riccio “fintamente indolente, risolutamente solitario, terribilmente elegante”, lo stesso si può dire del film: finge di essere altro, ovvero un piccolo dramma esistenziale, nascondendo con finezza il suo incredibile fascino e la sua genuina eleganza. Al di là di tutto ciò che di buono si può dire sul libro, non cedete anche voi alla diabolica tentazione di paragonare due opere di genere diverso, ma lasciatevi andare alla leggerezza e al piacere di fruire sia l’uno che l’altro, lasciando la puzza sotto i nasi degli altri. Come ci insegna Muriel Barbery “forse essere vivi è proprio questo: andare alla ricerca degli istanti che muoiono”.
Alessio Trerotoli, da “livecity.it”

Realizzare la trasposizione cinematografica di un libro non è mai cosa facile. Certo, la storia è bella e pronta, ed è già tanto, ma quella storia porta con sé il lascito di migliaia di lettori, che ad essa hanno sovrapposto le proprie immagini, sensazioni, emozioni. Per quanto i contorni di un ambiente possano essere precisi, i personaggi descritti con dovizia di particolari, ogni lettore fa della stessa storia un mondo a parte, suo personale, fatto di echi lontani, desideri inespressi, nostalgie. E’ forse proprio questo l’aspetto più bello del leggere, il potersi appropriare di una dimensione che a prima vista non ha niente a che fare con noi, una dimensione poetica, bellissima, che la maestria di qualcuno a noi sconosciuto ha voluto regalarci, invitandoci ad esplorarla, colonizzarla, condividerla. Non si contano gli appassionati di letteratura scontenti delle declinazioni sul grande schermo delle loro opere preferite, come è normale che sia.
Josiane Balasko e Togo Igawa in una scena de Il riccioNon può non suscitare curiosità, però, l’interpretazione che un “collega lettore” ha dato dello stesso testo che ha fatto emozionare noi, ed è per questo che probabilmente in moltissimi andranno a vedere Il riccio, tratto dal best seller L’eleganza del riccio di Muriel Barbery, autentico caso letterario dello scorso anno. Difficile sarebbe stato immaginare che la storia della burbera portinaia Reneé e dell’acuta, disillusa dodicenne Paloma avrebbe conquistato una tale platea di lettori. Eppure le esistenze parallele di queste due donne, separate da svariati, lussuosi piani del palazzo altoborghese di cui la prima è custode, pressoché invisibile agli altezzosi abitanti, hanno molto da dire a tutti, anche grazie alla bella prosa, colta e scorrevole al tempo stesso, della scrittrice che le ha immaginate per prima. Veniamo presto a sapere che Paloma, concluso che il proprio destino non potrà sfuggire alla maledizione del privilegio economico, che ha fatto di sua madre una donna perennemente in analisi che parla con le proprie piante e del padre politico l’emblema di una sinistra vacua, di nome ma non di fatto, ha deciso di slegarsi dall’inanità dell’esistenza suicidandosi, in occasione del suo compleanno. Anche Reneé, a suo modo, sfugge alla vita: dietro l’immagine che presenta a tutti, principalmente perché non sarebbero in grado di concepirne un’altra, si nasconde una vorace lettrice e appassionata di cinema, dalla cultura autodidatta ma vastissima, lontana anni luce dallo stereotipo gretto e pettegolo della portinaia. Ad unire queste due anime diversamente sensibili sarà l’incontro con Kakuro Ozu, un distinto giapponese nuovo inquilino dello stabile, a cui l’intelligenza di Reneé e la curiosità di Paloma non passeranno inosservate.
La delicatezza e insieme la profondità con cui sono descritte le relazioni tra i personaggi, attraverso le quali tutti, a loro modo, intraprendono un percorso di apertura e speranza, mantengono sul grande schermo la stessa poesia che avevamo apprezzato al momento della lettura. Mona Achache, qui al suo esordio cinematografico, pennella un affresco vibrante dei mondi prima paralleli, e poi condivisi, di Paloma e Reneé, adattando in maniera convincente gli espedienti letterari non immediatamente utilizzabili su pellicola. Al diario di Paloma, infatti, si sostituiscono la videocamera e i disegni, altrettanto efficaci nel descrivere la sua disillusione, il suo distacco da una famiglia e da una società che giudica estranee, confinate in una boccia per pesci, impermeabili al suo sguardo onesto, senza ipocrisie. La biblioteca di Reneé è proprio come ce l’eravamo immaginata, celata al mondo da una quinta di centrini, pentoloni fumanti di stufato e televisore sempre acceso; un posto reale, vivo, una roccaforte conquistata solo da chi ha compiuto il semplice gesto di guardare oltre il pregiudizio. Anche senza l’ausilio delle parole, quindi, i luoghi e i gesti posseggono una grande forza comunicativa, che sfugge al pericolo della descrizione asettica e traduce, grazie a movimenti di macchina e inquadrature mai banali, lo stesso spirito critico che anima le parole delle protagoniste. Non poteva essere più felice la scelta del cast: Josiane Balasko, attrice e regista francese, spesso impegnata a dare voce alle istanze dei meno appetibili per questa Josiane Balasko in una scena del film Il riccionostra società dell’apparenza, non potrebbe essere più simile a Reneé, nel suo passaggio da “selvaggia” (seppur molto civilizzata, come osserva il signor Ozu) a donna con la propria sensualità anche esteriore, mentre lo sguardo della giovanissima Garance Le Guillermic comunica tutta la disperata intelligenza di Paloma, costretta ad assistere impotente alla superficialità della propria famiglia.
Difficilmente, dunque, chi ha amato il libro potrà non apprezzare questo film, non soltanto per il grande rispetto della vicenda e dei personaggi dimostrato dalla regista e sceneggiatrice, ma anche perché gli inevitabili cambiamenti occorsi nel passaggio al video si inscrivono perfettamente in quell’atmosfera colta ma non supponente, critica ma non distruttiva, che animava i gesti e le intenzioni dei protagonisti.
di Lucilla Grasselli, da “movieplayer.it”

Paloma è una dodicenne aspirante suicida appassionata di cultura nipponica, Renée Michel una portinaia scorbutica dall’aria sciatta, il signor Kakuro Ozu un ricco giapponese sempre elegante e cordiale. Le vite di questi personaggi, apparentemente lontanissimi l’uno dall’altro, si intrecciano intimamente e inestricabilmente in un lussuoso palazzo parigino, al numero sette di rue de Grenelle, dove abitano tutti e tre.
La bambina è stanca della vacuità e della noia che si respirano in casa sua, e si rifugia dietro l’obiettivo di una vecchia videocamera con l’intento di filmare quel mondo fatuo e superficiale che la circonda opprimendola, e che la fa sentire “come un pesce in una boccia”. Vuole sfuggire a un futuro banale e mediocre cui sente di essere già “predestinata”, e per questo programma con largo anticipo e inusuale freddezza il suo suicidio. Ma l’incontro inaspettato col gentilissimo e raffinato signor Ozu, appena trasferitosi nel condominio, incrinerà finalmente quel muro di solitudine che la ragazzina si è costruita attorno. La portinaia Renée è “il riccio” che dà il titolo al film : come si accorge presto Paloma, la signora Michel nasconde dietro tanti aculei aguzzi una segreta, rara sensibilità, un’eleganza speciale, e soprattutto una vastissima cultura (i libri di Tolstoj, i film di Ozu) di cui nessuno, tra gli inquilini del palazzo, sospetterebbe mai. Per la ricca borghesia parigina che ci viene raccontata nel film infatti le portinaie sono quelle donne trascurate e ignoranti che passano il tempo davanti alla televisione : Renée si nasconde quasi divertita dietro a questo ingiusto stereotipo e, chiusa nella sua stanza con le pareti ricoperte di libri, legge.
Come Paloma, il signor Ozu è incuriosito da Renée, dal mistero discreto e silenzioso di quella che per tutti gli altri condomini è “una donna invisibile”. La paziente delicatezza e le attenzioni di lui, unite all’affetto e alla vivacità di Paloma, faranno uscire pian piano la graziosa testa del riccio dal folto degli aculei.
Il film dell’esordiente Mona Achache è una riflessone sottile e penetrante, a tratti ironica, sull’amarezza della solitudine e sulla pericolosità dei pregiudizi che spesso finiscono per dominare le nostre vite. Come sussurrando, come procedendo in punta di piedi la regista delinea con amorevole cura i ritratti degli insoliti protagonisti : una donna e una bambina, quanto mai distanti per estrazione sociale, che in fondo però annaspano nello stesso doloroso senso di inadeguatezza, e un uomo che possiede la sensibilità giusta per scalfire con garbo e rispetto la loro – apparentemente inespugnabile – interiorità, ma soprattutto una cultura e insieme una modestia che lo rendono libero da stereotipi e convenzioni. Gli attori, dal canto loro, incarnano perfettamente la natura dei personaggi, descritti con delicatezza ma con estrema precisione.
Tratto dal caso letterario del 2007 “L’eleganza del riccio”, di Muriel Barbery, il film di Achache mette in immagini il nucleo profondo del romanzo (anche se l’autrice di quest’ultimo ha preso le distanze dall’operazione), restituendone la complessità dei protagonisti, l’ironia ora dolce ora disincantata, la levità e la minuzia di particolari con cui la storia viene narrata. Nel libro il punto di vista di Paloma ci viene offerto dai suoi “Pensieri profondi”, una sorta di diario, mentre nel film alla scrittura si sostituisce l’occhio vigile della videocamera attraverso cui la bambina indaga, con sagacia e sarcasmo, il mondo attorno e soprattutto la propria famiglia. Ed è proprio sul concetto di sguardo che va posta l’attenzione, poiché Il riccio racconta soprattutto – con tatto ma con estrema lucidità – la nostra drammatica incapacità di guardare all’essenza di ciò che ogni giorno ci viene incontro, e l’inettitudine di chi non riconosce la verità della sostanza dentro l’apparenza della forma. A Renée infatti bastano un vestito nuovo e il signor Ozu al fianco, ed ecco che gli inquilini del palazzo in cui lavora da quasi trent’anni non la riconoscono più : “è perché non l’hanno mai vista”, le dice Kakuro, per nulla sorpreso. A seguito di questo episodio, la Renée del libro della Barbery dirà di “essere stata colpita con una forza inaudita dalla certezza che lo sguardo è come una mano che tenta inutilmente di afferrare l’acqua che scorre”. Ma per fortuna lo sguardo che appartiene ai singolari protagonisti di questa storia – tanto nel romanzo quanto nel film – è ancora straordinariamente capace di “afferrare l’acqua”.
di Arianna Pagliara, da “close-up.it”

Condividi!

Leave a reply

You may use these HTML tags and attributes: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Fondazione Gabbiano, in quanto ente religioso, non deve ottemperare a quanto disposto
dall'art. 9 comma 2 del D.L. 8 agosto 2013 n.91, convertito con Legge 7 ottobre 2013 n. 112.
Sviluppato da NextMovie Italia Blog