Il profeta

Quella di Jacques Audiard è stata una marcia lunga un anno. Presentato in concorso l’anno scorso a Cannes, Il profeta ha trionfato ai César, l’equivalente transalpino degli Oscar, conquistando ben 9 premi. Proprio come The Hurt Locker di Kathryn Bigelow che, presentato in sordina a Venezia l’anno scorso nell’indifferenza generale, trionfa nella notte degli Oscar.
Jacques Audiard, cineasta in crescita costante, firma con Il profeta il suo film più riuscito e convincente. Un film che dovrebbe far riflettere. Non solo per come mette a nudo le deficienze del sistema carcerario, ma soprattutto per ciò che rivela della società francese contemporanea.
Il profeta deve molto alla tradizione del noir francese. Il cosiddetto polar portato ai massimi livelli da talenti come Jean-Pierre Melville, Jacques Becker e José Giovanni, tanto per citare solo i nomi più iconici.
Audiard mette in scena una sanguinaria educazione criminale. Il protagonista, interpretato da un sorprendente Tahar Rahim, si trova a dovere capire, e in fretta, come sopravvivere in un universo concentrazionario nel quale quelli come lui sono da sempre solo carne da macello.
Con accorgimenti formali che sembrano omaggi al Robert Bresson di Un condannato a morte è fuggito e altri che rimandano invece a Il buco di Becker, Audiard conferisce corpo e volume a una scala gerarchica di potere strutturata come una piramide alimentare.
Nessuna scorciatoia sociologica o soluzione politicamente corretta preconfezionata. Privo di qualsiasi psicologismo d’accatto e senza cedere mai alla tentazione di spiegare o giustificare, Audiard, messo in moto il suo gioco, lascia che sia il gioco stesso a determinare il movimento del film. Il profeta, in questo senso, è una autentica lezione di cinema.
Spietata analisi dei rapporti economici che s’instaurano in un territorio chiuso, Il profeta è altresì un’immagine attendibile delle mutazioni produttive che il cinema francese sta affrontando con estrema competenza e straordinaria consapevolezza.
Laddove nel nostro paese si ciancia a vuoto dei massimi sistemi, integrazione e antirazzismo (ma abbandonando al proprio destino i lavoratori di Rosarno), dando di conseguenza vita a un cinema che è la sagra paesana della falsa coscienza, in Francia le cose sono di segno completamente opposto.
Senza idealizzare una situazione a discapito di un’altra, Il profeta è l’immagine più attendibile di tutto ciò che il cinema italiano non è stato capace di essere, non è ancora e probabilmente non sarà mai.
A leggere i titoli di coda del film di Audiard, si scopre, una volta di più, un paese che aperto e contaminato. Un paese che ha letteralmente cambiato nomi reinventando la propria tradizione culturale nel segno di una dialettica metastabile. Aprendosi e diventando più ricco. Tutti insieme.
Film genuinamente meticcio che è riuscito a far diventare questa sua caratteristica una straordinaria forza estetica, narrativa ed economica, Il profeta è il segno più attendibile di un paese che (continua a) cambia(re) nonostante le resistenze dei LePen di turno. E che nel processo riesce a inventare storie e a creare immagini in grado di accompagnare e raccontare questa evoluzione.
Tutte le tensioni che attraversano la società francese si ritrovano nel film di Audiard alla stregua di un fascio di nervi pulsante che lo sguardo del regista riesce a decantare in soluzioni di regia in grado di vivisezionare politicamente lo spazio del carcere.
Senza contare il drammatico impatto linguistico della versione originale nella quale il francese si alterna al dialetto corso e all’arabo permettendo così al film di scorrere con un’irruenza e una determinazione del tutto sconosciuta ai fautori del doppiaggio a oltranza.
Il profeta, non solo è uno dei migliori film francesi degli ultimi anni, ma evidenzia con brutale determinazione la pochezza avvilente del cinema italiano in grado al massimo di produrre cose ignominiose come l’inguardabile Sbirri.
Il cinema è linguaggio mobile. E Audiard è il suo profeta.
di Giona A. Nazzaro, da “temi.repubblica.it”

Il 19enne Malik viene condannato a 6 anni di prigione per aver picchiato un poliziotto. Gli bastano un paio di giorni per capire che per sopravvivere in carcere deve essere più furbo degli altri, perché i mafiosi còrsi gli chiedono di uccidere per loro se non vuole essere ucciso da loro…
Sviluppando con Thomas Bidegain un soggetto di Abdel Raouf Dafri (Nemico Pubblico n° 1) e Nicolas Peufaillit, Jacques Audiard realizza il suo film più complesso e impegnativo, che finisce per essere il migliore della sua carriera. Il profeta è un film di genere duro e puro, ma ha un respiro epico che le pellicole precedenti del regista parigino non avevano e non volevano avere. Audiard e Bidegain creano personaggi interessanti e sfruttano benissimo un’ambientazione di non semplice utilizzo, raccontando una storia perfettamente calata nell’odierna realtà criminale francese e facendone una saga che non ha niente da invidiare a quella del Padrino.
Audiard si conferma regista asciutto e attento, privo di quegli eccessi stilistici che rovinano ad esempio i film di Oliver Marchal e dotato di grande capacità nel comporre inquadrature e raccontare le ossessioni dei suoi personaggi. Personaggi per i quali sceglie sempre facce atipiche, e attori non necessariamente famosi. In questo caso affida i panni del protagonista ad un quasi esordiente e gli mette a fianco un grande vecchio che qualcuno potrebbe anche trovare fuori parte, e ciò che ottiene è film fulminante ed emozionante, assolutamente eccezionale. Gran Premio della Giuria a Cannes 2009, 9 premi César e una nomination all’Oscar. Forse persino troppo poco.
Alberto Cassani, da “cinefile.biz”

L’Europa negativa di Jacques Audiard è terribile come l’altra Europa di Teresa Villaverde, ma al viaggio sonnanbulo e in stato di Trance di Ana Moreira, il regista Francese sostituisce uno sguardo vorace e cannibale avvicinandosi pericolosamente all’incarnazione progressiva di un profeta dell’orrore; il carcere e la Francia, il dentro e il fuori sono la stessa cosa, Audiard ne svela una fitta tramatura fatta di sovrapposizioni dove lo stato è solo un’ombra e l’unica rivelazione possibile si manifesta con la meticolosa preparazione di un nuovo verbo capace di preconizzare il volto della rivoluzione come rovesciamento diabolico del sogno socialista; l’immagine di chiusura de “il profeta” è un quarto stato beffardo, la processione di un Cristo violento che sopporta una croce capovolta e al contrario di quello di Kazantzakis non ha dubbi, perchè è l’inabissamento all’inferno e la conoscenza delle sue regole l’unica via per la redenzione. Malik El Djebena persegue una purezza antiromantica, un’aderenza “mondana” ad un sistema di regole che ha compromesso le sue radici nelle sabbie mobili del male assoluto; rendersi servo del crimine, schiavo della sopraffazione, corpo violentato e coperto di segni per apprendere il linguaggio di quelle ecchimosi. E’ un’immagine di ambiguità estrema che porta in seno la fine e un nuovo inizio come fossero brandelli dello stesso corpo; la mutazione antropologica del male che finalmente si stacca e si sfalda dal dissidio manicheo di tutti i post-Scorsesismi digeriti per più di un decennio infrangendo qualsiasi tentazione dualistica e tutte le coordinate morali. E’ una lucidità oscura quella con cui Audiard affronta i luoghi del romanzo di formazione, riproducendo un dispositivo ad orologeria capace di lanciare una narrazione serrata ed orizzontale per centocinquanta minuti e allo stesso tempo disinnescandone il racconto con la deriva dei dettagli, l’estremismo dei close-up, la proliferazioni di segni, la parola scritta, quell’oggettivismo oltre il reale che attraversa in modo perforante lo schema del sogno per raggiungere la forma estesa del sistema sociale e delle sue superfici, una logica Bressoniana in versione estrema che reclama con una violenza inaudita l’ateismo nelle immagini del maestro. Opera “scostante”, aliena, assolutamente non riconciliata, il profeta è probabilmente il miglior film di Jacques Audiard; una visione profetica fuori dall’ordinario e completamente “interiore” al corpo decomposto del vecchio continente.
Michele Faggi, da “indie-eye.it”

Una vita in carcere
Jacques Audiard, uno dei registi francesi contemporanei di maggior talento, ha assimilato alla perfezione le lezioni del polar classico d’oltralpe, sapendo unire storie difficili e spesso estreme alla ricerca di una complessità umana che rappresenta sempre l’elemento focale delle sue opere. Così i personaggi di Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore vanno ben oltre ai cliché dettati dal genere. Per Audiard non esistono buoni o cattivi in senso assoluto, ma ognuno dei suoi personaggi, anche i più mauvais, nascondono dei lati positivi, e viceversa.
Presentato in concorso al 62esimo Festival di Cannes, Un prophéte è la storia di Malik El Djebena, un diciottenne analfabeta che viene condannato a sei anni di carcere. L’impatto con la prigione non poteva essere dei peggiori. Giovanissimo, senza amici e con prospettive future non certo rosee, Malik si trova per diverso tempo a camminare lungo il baratro, finché mostrando una forza caratteriale inaspettata, unita ad un forte istinto di sopravvivenza, riesce a conquistare il rispetto, soprattutto del gruppo di criminali corsi che “governa” la vita all’interno del penitenziario.
Una volta ambientato e assimilato le dure regole che governano il carcere, Malik inizia la sua scalata al potere, giocando più volte d’astuzia e mettendo in campo un talento da leader che gli permetteranno di conquistare una fetta importante di rispetto e di fiducia.
Audiard in questa pellicola, una sorta di Scarface, ma senza la parabola discendente del celebre film di De Palma, mostra senza romanticismo il carcere, ovvero un luogo dove non esiste redenzione e nel quale l’amicizia con le persone giuste vale più di ogni altra cosa.
Malik, interpretato in modo convincente da Alaa Oumouzoune, è perfetto nell’incarnare lo spirito di adattamento e di riscatto di chi viene dal basso, non ha nulla da perdere ed è quindi disposto a tutto per emergere. Da segnalare anche l’interpretazione di Niels Arestrup, che nel film veste i panni del boss corso César Luciani. La sua malinconia cronica, sorretta però da una fortissima determinazione, lo rendono un capo mafia credibile e temibile, un po’ alla maniera del padrino di coppoliana memoria.
di Giorgio Lazzari, da “nonsolocinema.com”

La natura è un assassino sorridente. Lo afferma Dennis Lehane, autore di thriller di grande successo, divenuti soggetti per il cinema, ultimo in ordine di tempo, Shutter Island per la regia di Scorsese.
La violenza è nella natura dell’uomo, da lui stesso generata e capace di trasformarlo in una creatura nuova. Se un giovane uomo entra per la prima volta nel branco, viene messo a dura prova, ma quando ritrova in sé la forza e la capacità di comprenderne gli schemi e le regole, può sopravvivere e diventare lui stesso un lupo.
Jacques Audiard nel suo pluripremiato Un profeta, racconta l’apprendistato di un diciannovenne il quale, condannato a sei anni di carcere, da servo diventa padrone. Malik è il suo nome. E’ solo. Non ha famiglia, non ha amici. Non sa né leggere, né scrivere. Sta in un angolo, appartato. Viene notato da Luciani il corso che, per così dire, lo adotta, addomesticandolo a suo uso e consumo. Nel carcere di Audiard i clan si fronteggiano nella parabola del potere dentro le mura. Da un lato gli arabi, dall’altro i corsi. Da un lato la vecchia scuola, destinata a estinguersi nell’evoluzione delle nuove leve, forse ancora più spietate.
Un profeta non vuole essere un film di denuncia sulla condizione della vita carceraria, né cerca di tessere logiche interrazziali, bensì racconta la cronaca di una metamorfosi, di un’educazione alla violenza e al potere, così come potrebbe avere luogo, sebbene in altre forme, in qualsiasi ambito della vita sociale.
Malik apparentemente non ha sentimenti. Reagisce dapprima come può farlo una bestia spaventata per poi affinare l’arte della sopravvivenza e della sopraffazione. Pur nella durezza delle circostanze e dei fatti, nei quali si trova man mano sempre più coinvolto, Malik riscopre un lato umano di se stesso. S’intenerisce davanti al mare, sorride alle nuvole, gioisce se tiene in braccio un neonato. Impara a leggere e scrivere. Comprende l’arabo, il dialetto corso e nulla gli sfugge. Vede il suo futuro, lo trasforma e l’uomo in lui evolve, diventa un capo.
Tutto ciò viene raccontato da una macchina da presa in continuo movimento, ne diviene il testimone anche nelle notti quando i sogni sopraffanno la realtà e gli incubi si fanno reali. La coscienza ne resta turbata, ferita, ma la realtà è più forte. Il richiamo del fare è più pressante e nessun ostacolo si può opporre alla rivincita sul fato. Non c’è scampo nel carcere di Audiard, è dura scuola di malavita e non pone nessuna base per la possibile riabilitazione.
Straodinari i due protagonisti, Tahar Rahim nei panni di Malik e Niels Arestrup nel ruolo del boss Luciani. Jacques Audiard firma una magnifica regia formalmente audace, asciutta, senza fronzoli, efficace e appassionante dal primo all’ultimo minuto di un gran finale sulle note di Kurt Weil.
Mostra i denti il pescecane ed ognuno li vedrà; Mackie Messer ci ha un pugnale ma nessuno lo saprà.
Dario Arpaio, da “solocine.it”

La Francia multietnica dell’epoca Sarkozy ha riscoperto – ma l’aveva mai dimenticato poi? – Brecht e si rispecchia nell’ennesimo microcosmo in cui si consuma una perfetta metafora dell’esistenza nell’Esagono. Dopo la terra di confine di Welcome (2009) di Philippe Lioret e La Classe – Entre les murs (2008) di Laurent Cantet, è il turno della metafora carceraria de Il profeta (2009) di Jacques Audiard. Ogni epoca ha il suo muro che sia quello in cartongesso di una scuola, quello d’acqua su cui si scontra l’immigrazione clandestina o le sbarre di una cella. In questi ambienti tutt’altro che asettici si riproducono sotto vetro i meccanismi della vita vera. Ovviamente il risultato risulta perfettamente amplificato ed esasperato, ma è proprio questo riverbero a dare forza all’immaginario cinematografico e di riflesso a quello nazionale. Una cultura ha bisogno di immaginarsi per potersi comprendere a fondo, se non altro per provare ad analizzarsi. Poi certo bisognerà fare attenzione nel distinguere la metafora in senso proprio dallo spaccato di vita, ma qui si rischia di cadere nel fazioso.
Quello di Audiard è un film che riflette sulla Francia di oggi attraverso una nuda rappresentazione della vita carceraria, nel suo nugolo di situazioni tipiche già percorse da un genere tanto fortunato quanto difficile che deve qualcosa a Jean Gabin, a Martin Scorsese ed ovviamente a Jean Pierre Melville. Ma la storia di Malik (Tahar Rahim) – diciannovenne di origini arabe procacemente finito in carcere – percorre in due ore abbondanti di ottima tenitura e ritmo molte situazioni tipiche del noir, del gangster movie, del genere carcerario e del cinema sociale, contenitori da cui attinge a piene mani.
Ne esce un’opera intimistica e sociale che riesce miracolosamente a collegare la discesa orfica del protagonista all’interno di un manuale sociale compilato con mano certosina e puntuale. Stupri nelle docce, corruzione ed omicidi efferati, riti di iniziazione al crimine, secondini corrotti. È l’università della malavita, il corso di formazione che permette di entrare in carcere con un diploma in furtarelli e (forse) uscirne con una laurea in crimine organizzato e un master in omicidio. È un percorso a suo modo darwiniano quello che fa del pesce fuor d’acqua uno squalo, un maggiordomo, un re. E in questo si consuma la vera natura tragica dell’opera, natura che non concede né redenzione alcuna né alcuna strada da percorrere se non quella del sangue e dell’autodistruzione. È un’opera classica, nel senso più stretto del termine. Del resto sappiamo quasi nulla delle colpe di cui si è macchiato il giovane Malik. Sin dalla prima scena lo vediamo all’interno di quell’universo sociale a sé stante che è il carcere. Perché lì – anche se a qualcuno può dare fastidio ammetterlo – si concentra tutto la Francia, naturalizzati e minoranze indipendentiste incluse.
Il profeta è un silente parricidio come da migliore tradizione, con il consueto corredo di incubi e sensi di colpa, politici più che di natura etica. Da figlio(ccio) arabo ed illegittimo dell’imperatore, (il) Cesare corso (Miels Arestrump) Malik approfitterà delle debolezze altrui per poter sottrarsi all’ala paterna e uscire dall’ala del carcere. Ma il mondo esterno riflette quello del penitenziario. I sensi di colpa sono solo quelli delle uccisioni degli altri arabi: lui figlio di un’Europa razziale e razzista, matura inconsciamente l’appartenenza ideologica ai fratelli musulmani che collide formalmente con la fede darwiniana di cui diviene incarnazione. Sopravvivere. Perché il razzismo ormai è solo un pretesto per un classismo radicato nella società francese in cui è la ricchezza a distinguere un francese da uno straniero, non tanto la nazionalità. I kapò pronti ad alternare bastone e carota, insomma, hanno la mano mulatta. I fantasmi sono presenze quotidiane con cui si può colloquiare e non rimorsi: dentro al carcere si materializzano in maniera onirica, all’esterno si istoriano nelle lamiere metallizzate di tre auto dai vetri fumé.
Dinamiche già note ma non per questo meno potenti, cesellate in questo affresco con quell’acume politico che azzera ogni apologo morale o etico. Ecco qui il segreto di un film che si presenta come una storia nella sua interezza e che ti viene sbattuta in faccia con la semplicità ineccepibile ed incontestabile del destino e che come tale non può che concludersi con un finale artificiosamente ottimista. Ma non ci può essere speranza o per lo meno, nell’ottica in cui è costruito ed orchestrato il tutto, è irrilevante. Questa è la vera profezia di cui si fa portatore il film.
Luca Colnaghi, da “sentireascoltare.com”

Il regista francese, al quinto lungometraggio, probabilmente realizza il suo miracolo. Un film di due ore e mezza che corre veloce come un treno, un siluro che s’immerge nelle acque melmose e affascinanti del milieu, per poi risalire, sino a sfiorare la vertigine di un destino universale. In Concorso a Cannes 62

Un prophèteCome fuggire la paura? Ognuno segue la sua strada, ma l’orizzonte appare limitato. Si provi pure a ridimensionare le ombre, definirne i contorni, posizionare le luci in modo da ridar nitore alle cose e lasciar svanire gli spettri. Ma se, nonostante gli sforzi, i fantasmi restano al nostro fianco, proprio qui alle spalle, allora non resta che sfidarne la ‘presenza’, accettare la normalità al tempo concreta ed evanescente dell’incubo. Occorre farsi forza. O forse, diventar forte, il più forte. Imparare ad anticipare le mosse del mostro, relegarlo in un labirinto, addormentarlo in una sfera di cristallo dove ogni movimento è controllato. Almeno sino all’arrivo di un nuovo liberatore, che rimetta in moto il cosmo, sino a farne saltare la costruzione. E’ un gioco ripetuto: imparare col sangue, superare i maestri e i nemici, crescere, crescere, crescere sino all’apice, per poi un giorno cadere. La legge criminale, forse, è il precipitato perfetto delle regole della natura, lo schema che cristallizza la tragedia delle dinamiche umane.
Jacques Audiard, al quinto lungometraggio, probabilmente realizza il suo miracolo. Un’opera di due ore e mezza che corre veloce come un treno, un siluro che s’immerge nelle acque melmose eppur attraenti del milieu, per poi risalire, sino a sfiorare la vertigine di un destino universale. Si parte da una sceneggiatura originale di Abdel Raouf Dafri, che, dopo l’exploit di Nemico pubblico n.1, appare sempre più l’ultimo algido cantore del mondo della mala. Malik El Djebena (eccezionale Tahar Rahim), diciannovenne maghrebino, sradicato e analfabeta, è condannato a sei anni di prigione. E’ solo un pivello, carne da macello per i leoni e gli sciacalli. Ma, in maniera del tutto inaspettata, torna utile alla temibile banda di corsi, che gli concede protezione. Da lì, in poi, e’ un apprendistato continuo : la gavetta criminale, la scuola e l’alfabetizzazione a marce forzate, lo studio del corso, i segreti del gergo. Lo slang è la chiave che apre la porta della fiducia, il segno dell’appartenenza. E il sapere traccia la via della liberazione. L’agnello diventa lupo. Ma non basta per sopravvivere. Il lupo deve farsi profeta, vedere prima e dire prima, conoscere il corso delle cose e controllare gli eventi. Si fa strada nella giungla, tra boss corsi e maghrebini, marsigliesi e italiani. Sembra di essere nel mondo di Giovanni o Jean-Claude Izzo, un universo criminale da far girare la testa e accapponare la pelle. Ma ancora una volta nessun romanticismo. Nel cuore degli uomini non si avverte più l’eco di un onore perduto. Qui si decifra e parla la lingua criminale, ma i codici non contano più, se non come simboli di una gerarchia che, per natura, aspira all’eterna immobilità. E Audiard sembra, ad ogni istante, reiventare il genere carcerario. Se da un lato il suo sguardo inquadra le dinamiche interne di uno spazio chiuso, dall’altro la sua mente è sempre proiettata oltre le mura, là dove la vita continua e si concretizzano gli affari. Si concentra sulla testa della piovra, ma lascia intuire la mostruosità dei tentacoli. Mostra le cicatrici del corpo, ma, come in trasparenza, guarda ai brividi dell’anima. Il suo cinema è un’osmosi, un occhio puntato sul confine, sul filtro tra il dentro e il fuori, tra la bruta nettezza del reale e la deformità del sogno. E nell’incredibile finale, ci appare finalmente chiara la doppia visione del profeta, che riconosce, in un sol quadro, ciò che si nasconde dietro gli eventi, dentro l’amore, dentro la vita.
da “sentieriselvaggi.it”

Jacques Audiard torna al cinema con un lungometraggio che colpisce nel profondo, centrando un risultato assolutamente ammirevole.
Dopo due pellicole dalla coerenza stilistica e dalla lucidità inusitate come “Sulle mie labbra”e “Tutti i battiti del mio cuore” , il francese Jacques Audiard torna al cinema con “Il profeta” un lungometraggio che spinge fino agli estremi le coordinate principali della sua idea di cinema, e colpisce nel profondo centrando un risultato assolutamente ammirevole.
Se già i suoi precedenti, sopra citati lavori partivano da un canovaccio narrativo che prevedeva situazioni specifiche di un genere come il noir, con “Il profeta” il cineasta lavora su una sceneggiatura pienamente incentrata su tali stilemi, e racconta la crescita umana di un giovanissimo delinquente di origini magrebine che, finito in carcere, sfrutterà le sue abilità e la sua intelligenza per scalare i ranghi della criminalità presente dentro l’istituto correzionale, arrivando fino alle estreme conseguenze delle sue azioni.
Su tale sceneggiatura poi Audiard, come già aveva dimostrato di sapere fare in precedenza, costruisce una pellicola dall’estetica rigorosissima, di una precisione mirabile, che riesce ad affascinare lo spettatore fino a immergerlo in un microcosmo violento ed iperrealista come quello del carcere. In più, su tale e tanto efficace stilizzazione della visione, Audiard inserisce dei piccoli ma interessantissimi inserti che raccontano con enorme verità la psicologia e l’inconscio del giovane protagonista Malik. Ad aiutare poi il regista a dare credibilità a questa figura un bravissimo Tahar Rahim, alla sua prima prova d’attore veramente importante: la sua aderenza fisica al personaggio e la grandiosa precisione con cui riesce a delineare la vita interiore soltanto attraverso piccolissimi gesti, rendono l’interpretazione di Rahim una delle più efficaci viste al cinema negli ultimi mesi.
Gran Premio della Giuria a Cannes, vincitore del BAFTA come miglior film straniero, candidato all’Oscar nella stessa categoria, “Il profeta” è un lungometraggio dalla coerenza interna straordinaria, che propone storia di genere ad un’idea di cinema invece totalmente personale, talmente lucida che si può permettere anche citazioni esplicite da numerosi prison-movie e crime-movie senza che queste risultino artefatte o decontestualizzate rispetto alla storia narrata. Il risultato ottenuto da Audiard con quest’opera è encomiabile, meritevole del grande successo di critica che il film sta riscuotendo.
Adriano Ercolani, da “film.it”

Bildungspolar concentrazionario
Come Sure inesorabili di un Corano criminale, capitoli introdotti da perentorie didascalie (Reyeb, Ryad, les yeux les oreilles…) scandiscono l’impaginazione narrativa di Un Prophète, quinto lungometraggio del figlio d’arte Jacques Audiard, auteur che si sporca le mani con gli ingranaggi del polar fin dal suo primo titolo (Regarde les hommes tomber, 1994). Le due linee guida lungo le quali si muove l’opera del cinquantasettenne cineasta parigino sono un’estetica cinematografica poderosamente sensoriale e una predilezione per vicende umane sconvolte dalla rivelazione di un’inclinazione nascosta. Il già citato noir d’esordio e i successivi Un héros très discret (1996), Sulle mie labbra (2001) e Tutti i battiti del mio cuore (2005) raccontano sostanzialmente la stessa storia: quella di individui che, messi con le spalle al muro da eventi e circostanze fortuite, scoprono o esaltano un talento sconosciuto o sopito. La rivelazione è devastante: da quel momento la loro vita non potrà più essere la stessa.
Dopo il traballante De battre mon coeur s’est arrêté – penalizzato dal confronto con l’originale (Fingers, 1978, di James Toback) e irrigidito dalla presenza di Romain Duris (platealmente inadeguato nella parte che fu di Harvey Keitel) – Audiard firma con Un Prophète il suo lavoro più imponente e compiuto. Imponente per durata (155’) e portata allegorica (il carcere come riproduzione in scala di un’intera società); compiuto poiché parabola individuale, quadro d’insieme e tensione drammatica armonizzano perfettamente tra loro per dare vita a un’opera di esemplare durezza e feroce umanismo. Compattezza è la parola chiave: Malik (un Tahar Rahim impressionante) è totalmente assimilato alla prigione, non c’è un prima (se non una vaga allusione al riformatorio) né un dopo (se non un’ipotetica reintegrazione familiare) nella sua esistenza, solo un presente di detenzione, regime talmente interiorizzato da coinvolgere nelle sue dinamiche anche l’esterno, dove vigono le stesse leggi di corruzione, coercizione e punizione che regolano il codice della taule (“la gattabuia”). La galère non è circoscritta alle mura della “Centrale” di Brécourt ma è ovunque, come Ryad (Adel Bencherif) scrive a Malik dal mondo senza sbarre apparenti. Uno stato mentale.
Incipit: particolare delle mani ammanettate di Malik. Finale: il suo primo piano a tutto schermo. Un Prophète mette in scena la costruzione di un soggetto strutturato a partire dai suoi frammenti fisici. Dalle mani al volto, passando per una bocca che nasconde una lametta (l’eliminazione di Reyeb), occhi e orecchie prestati alla mala corsa (incarnata dal boss César Luciani, un Niels Arestrup titanico) e piedi nudi che calpestano i segni tracciati sul pavimento delle perquisizioni (il rientro in carcere dopo il primo permesso giornaliero). Un percorso di formazione che tuttavia necessita del simbolico, della parola per attuarsi. Il linguaggio, da sempre fattore di conflitto in Audiard, si fa autentico campo di battaglia e paradossale principio di identità: assimilando e commutando in continuazione francese (le lezioni di grammatica in prigione), còrso (la frequentazione della fazione Luciani) e arabo (l’ultima visione di Reyeb, vera e propria esortazione alla recita), Malik si affranca dalla sudditanza psicologica dell’autorità per affermarsi quale soggetto autonomo e simbolicamente libero – la sordità temporanea nell’imboscata a Marcaggi segna la definitiva rottura con la ricezione degli ordini impartiti dall’alto. In questo processo di costruzione identitaria Malik si scopre visionario (il talento nascosto): le apparizioni fantasmatiche di Reyeb transitano da incubi di colpevolezza a fiamme di consapevolezza. Dato l’ultimo giro di vite nell’interiorità del suo assassino, Reyeb (Hichem Yacoubi) scompare definitivamente lasciando a Malik un’eredità di sangue e scrittura, un piroettante ciclo di crescita: “uscire di qui un po’ meno stupidi di quando si è entrati”.
Un Prophète si smarca così dal generico e convenzionale duello di caratteri (il temibile e carismatico boss contro il novellino che si fa strada) per imporsi come la circostanziata e singolare formazione di una coscienza totalmente impregnata di logiche criminali. Il film di Audiard si sbarazza degli stereotipi psicologistici per divenire analisi di una volontà che non ha altri strumenti formativi se non quelli messi a disposizione dal contesto: astuzia, simulazione, camaleontismo, calcolo. E sempre in questo senso si fa riflessione universale sulle modalità di adattamento e sopravvivenza in un microcosmo che riflette spaventosamente i reali rapporti di potere (razzismo, prevaricazione, corruzione e sfruttamento non sono forse le regole che, dissimulate e ingentilite, governano la società civile?). Macchina a mano sensibile come uno stetoscopio (una Aaton 35 III), Audiard gira con una misura semplicemente miracolosa: mai un’inquadratura giudicante, mai un eccesso didascalico, mai una forzatura patetica. Immersi nell’universo concentrazionario di Brécourt, assistiamo all’odissea di Malik senza un attimo di tregua, senza avvertire il tempo che passa, attraversando il cambio di valuta dai franchi all’euro quale unica testimonianza di un mutamento esterno che tuttavia non ha altro significato che quantificare la trasformazione interna del protagonista. Al montaggio di Juliette Welfling (da sempre alla moviola di Audiard) il compito di stabilire percorsi (est)etici sovraordinati, al di sopra del flusso tumultuoso e travolgente di eventi che segnano indelebilmente la coscienza di Malik come dello spettatore.
Cinema morale se mai ve n’è stato uno. Grand Prix della Giuria al 62º Festival di Cannes, vincitore di ben nove premi César e candidato all’Oscar come miglior film straniero. Velo pietoso sull’incorreggibile vezzo dei distributori italiani che anche stavolta storpiano il titolo originale determinando l’articolo: Un Prophète diventa Il Profeta, con uno sgradevole retrogusto criptoxenofobo. Voto: 9
Alessandro Baratti, da “spietati.it”

“L’idea è di uscire meno coglione di quando sei entrato”
Malik El Djebena è un diciannovenne condannato a sei anni di carcere. In prigione trova subito l’appoggio del clan più potente: quello dei còrsi. Ma, anche se non richiesta, la protezione del boss Luciani ha un prezzo: Malik dovrà uccidere Reyeb, un giovane arabo inviso ai còrsi. Entrato nelle grazie del boss, il giovane troverà il modo di portare avanti un suo piano segreto, alternandosi tra incarichi rischiosi e proficue uscite per buona condotta…
Un uomo giovane, senza storia, che però ne scriverà una davanti ai nostri occhi
Si coccola la sua ultima creatura il regista Jacques Audiard, e si può largamente affermare che lo faccia a ragion veduta. Il suo “profeta” rompe gli schemi, buca lo schermo e irrompe nella realtà come se non avesse mai veramente vissuto prima dell’inizio del film; come se, paradossalmente, le basi per la sua futura vita da libero venissero poste dal suo stato di recluso.
Il paradosso è lì, evidente a tutti, intrinseco in una storia che racconta come qualcuno riesca a raggiungere una posizione di potere che non avrebbe mai ottenuto se non fosse andato in prigione. L’istituto di correzione per eccellenza che diventa quasi una fabbrica di comportamenti deviati e devianti: entri come un piccolo criminale da strada ed esci come un potente boss della mala. Questo è Malik El Djebena (uno strepitoso Tahar Rahim, attore pressoché sconosciuto che vanta solo una piccola partecipazione nello scioccante horror À l’interieur), un profeta amorale e antieroico, forse proprio per questo così vicino alla simpatia dello spettatore che per due ore e trenta minuti soffre, si preoccupa e tifa per lui, immedesimandosi e comprendendo le azioni del giovane Malik.
Un film di genere splendidamente realizzato dal poco prolifico Audiard (pochi infatti i titoli dall’esordio nel 1994 a oggi, fra cui Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore), in cui il protagonista compie un vero e proprio percorso di formazione, sfruttando la sua straordinaria capacità di adattamento: all’inizio per salvarsi la pelle, al suo ingresso nella prigione; poi, per sopravvivere e migliorare la sua condizione all’interno del clan dei còrsi; infine, per raggiungere un livello superiore di potere, tra i vari clan che popolano il carcere.
Il regista apre con una sequenza stupenda, che restituisce allo spettatore la stessa sensazione provata dal protagonista: gli ultimi scorci di libertà di Malik sono infatti filtrati attraverso una grata del cellulare che lo trasporterà in carcere. Sono immagini mosse di luoghi anonimi, un piccolo parco giochi, alcuni giardini di case, le strade e i marciapiedi da imprimere nel cervello prima di essere rinchiusi per sei lunghi anni. Nonostante la durata non indifferente, non si avverte mai un segno di cedimento nell’attenzione alle vicende che coinvolgono Malik: dal suo ingresso nel carcere all’avvicinamento dei còrsi, con la loro protezione non voluta ma imposta; dal favore ottenuto e il conflitto interiore del protagonista nell’adempiere al volere del boss Luciani (Niels Arestrup), alle prime uscite per buona condotta, giornate in cui assaporare la libertà, anche se a piccoli bocconi, e portare a compimento i lavoretti affidati dal capo dei còrsi. Le conseguenze dei suoi gesti lo seguiranno sempre, ovunque il giovane detenuto andrà, come lo spettro di Reyeb (Hichem Yacoubi), la prima persona ad aver davvero creduto in lui, ad avergli fornito i mezzi per evadere metaforicamente dalla condizione di recluso (nell’ignoranza da analfabetismo ancora prima che tra le mura della prigione), divenuto la sua coscienza silente e passiva. Tutto il mondo di micro- (e macro-) criminalità che Malik si crea dentro e fuori la prigione è un susseguirsi di vicende raccontate con occhio impietoso dalla macchina da presa, testimone impotente e allo stesso tempo compiaciuto dell’ascesa di un eroe fuori dal comune.
Alcuni espedienti registici segnano già la firma di Audiard e del suo cinema (il fermo-immagine di presentazione per ogni personaggio importante che faccia il suo ingresso nella vicenda; l’abitudine di oscurare l’immagine a favore di un unico dettaglio, creando dei buchi di campo o dei vuoti di immagine artificiosi): indimenticabile la scena della sparatoria, in cui Malik si abbandona per un attimo all’estasi di un momento “da film” nella sua vita e irride il suo destino, ancora una volta benevolo con lui.
Un film assolutamente da non perdere: nominato all’Oscar come Miglior Film Straniero, Il profeta avrebbe dovuto vincere senza “se” e senza “ma”. Consigliato.
Davide Beretta, da “spaziofilm.it”

Recensione di ALBERTO DI FELICE
Il profetaPrenderei quest’ultimo lavoro di Jacques Audiard, autore che fa della propria naturale percettività la sua ragion d’arte, come dignitario esempio di un cinema propriamente maschio, ma senza alcun infingimento machista. La traiettoria di Malik El Djebena (Tahar Rahim) si regola secondo un’idea di fisicità impetuosa, passando sovrabbondantemente sul corpo del protagonista, e per esso sugli altri: Audiard ha un’estetica che, con metodo meno inflessibile rispetto a un pedinamento fissato à la Dardenne, aderisce pressoché totalmente all’iter del proprio soggetto umano, senza fagocitarlo o farsi fagocitare. È un movimento a spirale in una realtà densa di rapporti, nei quali il servilismo e l’appagamento rimangono sempre in bilico l’uno sull’altro.
Si prenda per primo il rapporto particolarmente intenso—direi, a suo modo realmente affettuoso, carnale—col boss Luciani (Niels Arestrup). Diventato suo protettore, ma sempre avente il polso duro del capofamiglia, Luciani si avventurerà, una volta rimasto accerchiato, a chiedere a Malik il favore più importante per lui in quel momento: non in quanto lavora per lui, bensì perché si fida del ragazzo. Dopo averlo picchiato—fra le tante volte—per aver imparato alle spalle del gruppo il dialetto còrso, Luciani adesso gli chiede proprio nella sua prima lingua se ha capito la differenza: Malik gli risponde sempre in còrso che non è mica tanto sicuro. Credo che il film culmini nel momento esatto in cui il tradimento di Malik al suo padre putativo si concretizza, quando il giovane manda altri a restituirgli il colpo.
Non è l’unico rapporto riuscito, sebbene sia quello centrale e più forte. Gli altri rapporti forti si affiancano a Malik con estrema economia, il che è evidentemente frutto prima di un certosino lavoro di scrittura e poi di una direzione particolarmente sintetica, nonostante possa in alcuni frangenti predominare un’andatura «randagia». Gli altri secondari fungono per lo più, e con vario peso specifico, da opzioni di vita (concrete: nessuna predica etica) all’interno e fuori dal carcere; in particolare, il nodo con Ryad (Adel Bencherif), sua moglie Djamila (Leïla Bekhti) e la loro bambina, pregevolmente risolto nella sequenza dopo la missione a Parigi, nella quale Ryad annuncia che non rifarà la chemioterapia, aprendo la strada ad una nuova possibile famiglia.
Malik, emarginato-tipo (si noterà subito che non conosciamo neanche il perché sia entrato in galera; del suo passato sappiamo solo che non ha avuto né famiglia né lingua madre né istruzione; nel presente è arabo fra i còrsi e còrso fra gli arabi, quindi praticamente nessuno), si ritrova nel microcosmo carcerario a scalare progressivamente i gradini, obbedendo al gruppo potente (i còrsi capeggiati da un Arestrup fenomenale) e ricevendone benefici; lentamente inizia a capire e dominarne gergo e meccanismi, flirtando con l’ambiente ostile potendone anche uscire, fin quando dentro a questo le condizioni cambieranno e con esse si rivolterà il suo stesso gioco. Per Malik origini ed ideali sono solo fantasmi (con l’uccisione ordinata del futuro spettro Reyeb si apre il suo percorso nuovo) con cui convivere in un mondo feroce, oppure verranno infine compresi proprio in quanto si manifestano come tali?
Giudizio: 3
Recensione di RICCARDO RUDI
Il profetaIl cinema francese colpisce ancora, continuando a dimostrare di essere una fabbrica di nuove idee e di artisti con la A maiuscola, che non si fossilizzano su un genere ma riescono a spaziare dal dramma alla commedia, dal thriller al gangster movie, affondando le mani nel mito dell’anti-eroe; è ciò che fa Jacques Audiard, che al suo quinto lungometraggio dà vita a una storia sconvolgente, a una pellicola dove i personaggi, i messaggi e gli universi sono in continuo movimento. Il profeta riesce a colpire nel segno, evidenziando come Hollywood non sia l’unica madre di personaggi «ganster», immersi in un mondo criminale e pericoloso, in cui devono fare scelte sbagliate per poter rimanere in vita. Nominato agli Oscar 2010 come Miglior Film straniero e vincitore di nove premi César 2010, il film si inserisce con fierezza nell’enorme calderone gangster movie, sconvolgendo per l’incredibile e scioccante percorso di ascesa verso l’olimpo dei fuorilegge di Malik.
Un anti-Scarface. Così definisce il suo film Jacques Audiard, affiancando alla figura dell’anti-eroe criminale una realtà intensa, sconosciuta a noi che la teniamo lontana per paura, come quella della prigione. La storia di Malik si rivela, tirando le somme alla fine del film, come una sottile denuncia riguardante il marcio e la corruzione che imperversano nelle carceri, luoghi dove in teoria la giustizia è la massima dominante. Naturalmente il topos della prigione non è nuovo, non sarà l’ultimo film a usarlo, ma il protagonista Malik (interpretato da Tahar Rahim) ha un carisma e un fascino che determinano la vera forza della pellicola, rompendo tutti gli schemi narrativi del malvivente «eroe» per descrivere invece un personaggio più che umano, che tenta di percorrere la strada della redenzione con la testa e non con l’istinto, ed è appunto per questo che viene definito dallo stesso regista come un anti-Scarface, dove non c’è un Tony Montana, sconsiderato e folle, che vuole imporre la propria giustizia.
Se vogliamo continuare con questo parallelismo, bisogna sottolineare come anche Malik, così come Tony Montana, voglia liberarsi dal peso delle sue origini, fardello che non gli comportano una credibilità come «gangster». Malik cerca in tutti i modi di avere una rivalsa, rinnegando però le sue origini e la sua religione; infatti il gruppo di musulmani praticanti all’interno del carcere guardano di cattivo occhio il ragazzo che è andato contro la sua stessa religione.
Se lo spettatore viene costantemente sottoposto a temi realistici, l’aspetto visionario del film riesce a smorzare la tensione che accompagna il racconto, donando una forma quasi surrealista alla pellicola: infatti dal titolo stesso se ne può presumere l’aspetto mistico, e la figura del profeta che il regista vuole far rivestire a Malik non sarà mai ben chiara. È proprio grazie a quest’aspetto non del tutto risolto che viene lasciato spazio a molte interpretazioni. La visionarietà della pellicola viene affidata soprattutto al ruolo che ricopre la vittima di Malik che, senza entrare nei particolari per non rovinare la sorpresa, si ripropone come un «Virgilio» nell’inferno personale di Malik.
Pellicola di sorprendente valore, ma che ha come piccolo difetto l’eccessiva durata. Eppure riesce ad attrarre l’attenzione dello spettatore, catapultandolo in una quotidianità quasi claustrofobica come quella della prigione; e l’immedesimazione in Malik, prima il ragazzo e poi l’uomo che diventa, è una particolare caratteristica da cui è impossibile sfuggire.
Giudizio: 3
Recensione di AUGUSTO LEONE
Il profetaQuando l’amico e complice di Malik, protagonista del film di Audiard, condannato dal cancro ai testicoli, muore, vede un cielo terso e fra le fronde una fonte luminosa chiamarlo a sé: viene allora il dubbio che il tempo degli uomini sia già scaduto e la vita qui sia la condanna definitiva all’inferno, a cui solo una misteriosa grazia divina ci sottrae. Se cosi è, l’inferno non si inventa, basta andarlo a cercare dove la quotidianità getta la maschera. Ed è quanto deve fare il cinema: fare vedere la «banalità del male» e i suoi profeti armati.
Il profeta così è la puntigliosa osservazione della presa di possesso graduale ma irreversibile dell’ambiente sull’anima. L’abisso lascia emergere da sé esclusivamente coloro che avendone introiettato lo spirito ne diventano strumenti fedeli: l’inquadratura si oscura ai bordi, mutila la vista e dall’iride sopravvissuta penetrano le feritoie e le mura fetide della prigione. Lì l’arabo 19enne Malik (Tahar Rahim) nasce nulla e diventa qualcosa. Qualcosa e non qualcuno, perché la libertà che si conquista con il coraggio dell’intelligenza non appartiene a lui, creatura eletta dell’inferno: il suo prevedibile futuro sarà la medesima panchina nel cortile angusto su cui siede il corpo sfatto del potente capo mafia Luciani (Niels Arestrup).
Non ci sono nella destituzione del vecchio boss e nel sostituirsi a lui sul trono metamorfosi o corruzione morale: Audiard capovolge il presupposto rousseauiano dell’innocenza di natura implicito nel gangster movie classico e nel teatro brechtiano, a cui fa riferimento la canzone finale tratta dall’«Opera da tre soldi». Malik è un campo vuoto su cui persone, parole e atti subiti e compiuti gettano semi destinati a germogliare: l’oscurità invade un territorio lasciato del tutto sgombro, la luce si è rifugiata in un altrove irraggiungibile ad occhio nudo, accarezza l’ultimo sguardo dei moribondi e la breve passeggiata in riva al mare del prigioniero in libera uscita.
Giudizio: 3.5
Recensione di PIETRO SIGNORELLI
Il profetaAttenzione a Tahar Rahim: questo sconosciutissimo ragazzo ha tutte le carte in regola per diventare un attore carismatico, visto anche come ha retto la scena nell’ultimo strepitoso film di Jacques Audiard (autore di Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore), dove interpreta un ragazzo di nome Malik condannato a 6 anni di carcere per un crimine minore. Qui incontra il boss corso Luciani (Niels Arestrup), che lo costringe ad eseguire un omicidio per lui, uccidendo un altro carcerato. Dopo quel fatto di sangue Malik rimane colpito e sconvolto, da lì in poi sviluppa un’audacia senza limiti che lo porterà ad una veloce scalata nei ranghi di potere della banda dei corsi, facendosi molti nemici e ben pochi amici.
Chiariamolo subito: prison movie di rara intensità e bellezza, questo Il profeta (Malik è un cantore del sistema per sopravvivere nelle situazioni difficili, più che il padrone) non è un film per tutti. Di durata extra-large (155 minuti), ha lunghi momenti di silenzi, riflessioni ardue, vuoti d’azione che lo spettatore voglioso di action si può dimenticare per privilegiare le emozioni, le paure e le ansie che pervadono la vita di un carcerato all’interno di un sistema brutale. Con immagini secche e decise, il bravo Audiard racconta di come ogni azione porta a una reazione, ogni granello di sabbia spostato a una tempesta; Malik deve essere una banderuola pronta ad andare dove tira il vento per poter fare i suoi interessi. Nel violento microcosmo della prigione sembra ben poca cosa il valore della vita, eppure Malik trova il tempo di preoccuparsi del cancro ai testicoli dell’amico, di coltivare un tenero rapporto e di avere accanto a sé il fantasma di Reyeb (la sua prima vittima) che lo prende in giro e continua ad ammonirlo su cosa fare.
I rapporti in prigione sono da parametrare a quanto succede nel mondo esterno, nel quale a tratti Malik entra ed esce (per via di permessi, compiendo azioni per Luciani): sopravvive solo colui che sa come comportarsi senza paura delle conseguenze ed osa (come nell’assalto al suv), perché continuare a dire solo di sì all’autorità costituita è un comodo escamotage per nascondersi, ma in fondo non porta a nulla. Malik in prigione diventa da ragazzo uomo, da picciotto a gangster, ma in fondo quello che vuole è solo potersi costruire una famiglia; il che a quanto pare non è detto possa accadere, come dimostra quel finale pieno di presagi oscuri e ombre all’attacco.
Non entrate in sala se volete del puro divertimento o siete fan di Prison Break: questo film è tutt’altro, richiede impegno ed attenzione per poterlo assaporare a dovere, realizza una sequela assoluta di perle cinematografiche, geometriche luci senza sole all’interno di un buio pesto della dignità, situazione di tensione ma soprattutto di esplosione dell’umano ribellarsi furbescamente. Un frutto duro da sbucciare e mangiare, ma quanta vitamina contiene: prendetevi un pomeriggio libero per vederlo belli freschi di mente, non esitate a dargli il giusto premio che merita (dopo tutti quelli dei concorsi vinti, 15 in totale nei vari festival), alla fine ringrazierete me e i colleghi di Cine Zone qua sopra che ne hanno tessuto le lodi per convincervi.
Giudizio: 3.5
da “cine-zone.com”

«Sarebbe una banalità dire che la vita è una prigione. Ma che la prigione sia metafora della vita è evidente: quello che impari dentro, lo utilizzi fuori». Sorride Jacques Audiard dopo aver passato l’esame di una Cannes finora sonnolenta in concorso. Il suo Un prophète (…) è un film ad orologeria, una bella prova di regia, fotografia e scrittura – per parole e immagini- che ha entusiasmato molti critici con i suoi 150 minuti di grande cinema. E lui, il “profeta” del cinema di genere francese, autore di Sulle mie labbra e, soprattutto, del remake di Fingers di James Toback, Tutti i battiti del mio cuore, sa di aver fatto centro con la sua pellicola più bella, matura, completa. «Avevo due grandi nemici: il rischio di uno stile troppo documentaristico e il prison drama all’americana, che con i suoi stereotipi ha segnato questo genere nell’immaginario collettivo». Li sconfigge tutti e due, scrivendo il suo Romanzo criminale tra le quattro mura e le mille porte di un carcere interamente ricostruito sul set, una sorta di stato indipendente in cui le regole le decide il vecchio e paternamente crudele Cesar Luciani (un Niels Arestrup in gran forma), boss della criminalità organizzata corsa che continua a tenere le fila del suo impero anche da dietro le sbarre. Un boss di scorta, l’imperatore è fuori e sempre elegante, e lui, pur servendolo fedelmente in carcere, briga per poterlo spodestare. In questa lotta di potere e sopravvivenza si inserisce Malik (Tahar Rahim, versione maghrebina dell’attore feticcio del cineasta Romani Duris e gran bella scoperta), franco- arabo che a 19 anni finisce in cella per scontarne sei. La sua colpa, non ben identificata, sembra essere un piccolo reato aggravato dall’aver aggredito un poliziotto. Una vittima del sistema, un perdente che al primo approccio con la detenzione si trova incastrato in un ricatto più grande di lui, costretto a uccidere per conto terzi e per non morire. Da qui parte la cavalcata di Audiard e del suo protagonista in una vita infame, in cui questo ragazzo che conserva una perversa innocenza nel sorriso e negli affetti, si fa sempre più efferato e cinico. Intelligente e intraprendente guadagna la fiducia del capo, sarà il suo “postino” nelle giornate di permesso ottenute per buona condotta. Scende agli inferi accompagnato dalla sua prima vittima, che lo ha messo, facendosi ammazzare, sulla cattiva strada e contemporaneamente gli ha indicato anche quella buona, imparare a leggere e scrivere. Audiard piace perché non c’è nulla di etico e moralista nel suo cinema (basta guardare il finale in parata, ironicamente trionfale), si limita a raccontare una storia con una completezza visiva e narrativa che rende la lunga durata assolutamente necessaria, evita gli stereotipi e cerca gli archetipi. E, pregio grande nel nostro cinema assopito, se ne frega del politicamente corretto. «Mi sono documentato e attenuto ai dati sulla popolazione carceraria. Non ho nulla, ovviamente, contro corsi e arabi ». Noir, gangster movie, film carcerario, opera intimista e sociale (vedi i ritratti appena accennati ma illuminanti del “mondo fuori”), è un puzzle che si compone con lenta e puntuale precisione. Tra Scorsese e Gabin, il regista francese, che già molti vedono lanciato verso un premio importante, ci regala un film di altissimo livello e che col tempo lieviterà nella coscienza di spettatori e critici.
Boris Sollazzo, Liberazione, 17/5/2009

Primo film francese in concorso qui a Cannes e primo fragoroso applauso alla proiezione per la stampa (anche se con qualche ostinato ululato di disapprovazione) per questo romanzo di iniziazione carceraria diretto da Jacques Audiard, che ha come protagonista il disorientato diciannovenne dalle evidenti origini arabe Malik. Perché si intitola Un prophète (Un profeta) lo si capisce dopo quasi due ore di proiezione (in totale il film ne dura due e mezza), quando Malik sembra prevedere l’ investimento tra un cervo e l’ auto su cui viaggia, ma questo è forse l’ unico punto debole di un film teso, compatto e angosciosissimo nel descrivere l’ involuzione del suo protagonista da occasionale manovale del crimine a astuto e determinato boss. Quando Malik entra in carcere, nella prima scena, Audiard non si preoccupa di farci conoscere le colpe o i soprusi che ha subito (intuibili dai segni che porta ancora evidenti sul corpo). Fedele a uno stile nervoso e minimalista (che aveva già dimostrato di controllare alla perfezione nei precedenti Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore), Audiard ci fa arrivare le informazioni essenziali, che Malik non ha famiglia, praticamente non sa leggere né scrivere e che nessuno sembra preoccuparsi per lui. Un «cane perduto senza collare» si sarebbe detto in un altro, più caritatevole contesto. Invece nel carcere diventa solo l’oggetto passivo o attivo della violenza che guida i comportamenti di tutti. «O uccidi un detenuto disposto a collaborare con la polizia o io uccido te», gli dice senza tante perifrasi Cesar Luciani, boss corso che sembra fare il bello e il cattivo tempo tra carcerati e carcerieri. E Malik fa l’ unica scelta che gli permette di sopravvivere: ubbidisce. Inizia così una specie di «iniziazione alla malavita» che Audiard racconta con una macchina da presa molto mobile, che incombe su Malik un po’ come sembra incombergli addosso un destino che lo vorrebbe ridurre a ingranaggio di un gioco più grande di lui e che lui cerca di orientare a proprio favore. Man mano che il film procede prendono forma altre dinamiche importanti della vita in carcere, dalla possibilità di svolgere anche lì attività illegali (come lo spaccio di droga) all’ intreccio tra orgoglio razziale, appartenenza ideologica (i «fratelli» arabi) e lotta per la supremazia. Ma su tutto al regista interessa raccontare l’ evoluzione molto darwiniana del suo protagonista, che giorno dopo giorno imparerà a stare sempre meglio a galla. Senza vere radici né di clan né di razza, nonostante le sue evidenti origini arabe, il protagonista cerca di barcamenarsi tra tutti, subendone gli scoppi di violenza e ogni volta facendo un passo avanti nella comprensione dei rapporti di potere e delle molle che li guidano. Pronto a fare il «figlio» per un padre/boss che forse ne sottovaluta l’ intelligenza e capace di trasformarsi lui stesso in «padrone» quando il risultato può fargli comodo. Oltre che a elaborare nel proprio inconscio gli incubi e i sensi di colpa così da poterci tranquillamente convivere, come mostrano alcune scene «fantastiche». E alla fine, anche grazie a un gruppo di attori straordinari dove svettano Niels Arestrup (è Luciani) e il meno conosciuto ma non meno efficace di Tahar Rahim (Malik), Audiard ci racconta non solo la nascita di un nuovo Mackie Messer (come sottolinea esplicitamente la musica finale) ma soprattutto l’ universo senza speranza che si annida dentro il mondo delle carceri, dove si impara solo a essere più violenti e più avidi di quanto non si fosse prima di entrare.
Paolo Mereghetti, Il Corriere della Sera, 17/5/2009

Per loro farò uscire un profeta come te tra i loro fratelli;
metterò le mie parole nella sua bocca
e lui dirà loro tutto ciò che gli comanderò.
Deuteronomio 18:18-19
La storia – Quando Malik entra in carcere ha 19 anni, una sola banconota e nessun amico. Ne uscirà, qualche anno dopo, ricco di denaro, di alleati, di nemici che lo temono. E seguito dall’ombra della sua prima vittima.
Audiard rivisita in maniera personale i racconti di formazione al crimine dei gangster movies americani: sottrae ai suoi protagonisti l’alone di sinistra grandezza che circondava i vari boss made in Usa e gli regala il volto, duro e concreto, dei banlieusard parigini. Inserisce elementi grafici da film pulp, ma in altre scelte stilistiche è sicuramente debitore di tanta cinematografia europea d’essai. Il suo sguardo non esita a rimanere incollato ai personaggi, a descrivere con crudezza le condizioni di vita in carceri che rappresentano un sistema sociale a sé, e in cui vige l’imperativo “Uccidi o sarai ucciso”. Ma, allo stesso tempo, crea shakespeariani fantasmi del rimorso, o descrive l’ingenuità quasi fanciullesca con cui il suo protagonista, criminale in erba destinato a superare il maestro, guarda fuori dal finestrino la prima volta che prende un aereo.
In questi contrasti, nelle volontarie trasgressioni di genere, il racconto di Audiard trova la sua forza e anche, talvolta, le sue note stonate, i suoi squilibri. Ma soprattutto vi ritrova, come già era stato per Tutti i battiti del mio cuore, il fascino di personaggi complessi, sfaccettati, mai bidimensionali, sicuramente umani.
Chiara Grizzaffi, da “duellanti.com”

A diciannove anni Malik entra in prigione. Non ha nulla e sembra una vittima ideale. Il clan corso che governa la prigione si interessa a lui e gli chiede di entrare in relazione con un altro prigioniero della sua stessa etnia e di ucciderlo. Da quel momento in poi la sua ascesa sarà inarrestabile.
“Ma cosa sei tu? Un profeta, o cosa?”
Malik El Djebena ha diciannove anni. È quasi analfabeta ed è stato condannato ad una pena detentiva di sei anni. La sua colpa non viene mai dichiarata. Forse un’aggressione a un poliziotto, di cui porta tracce sul viso esangue.
Malik è un foglio bianco, e come tale capace di assorbire tutto il possibile dal suo ambiente. Ma la prigione non è certo consigliabile per quel che riguarda la crescita morale di chiunque.
Lui ha soltanto una carta da giocare al tavolo cui la sorte lo ha destinato: la sua capacità di adeguarsi. E sarà con quella che riuscirà a sopravvivere prima e a cavarsela poi. Nel mentre si trova a fare da testimone a tutto quello che può accadere a un giovane senza protezione in una prigione di vecchi delinquenti e spietati assassini.
Il rito di iniziazione lo rende parte di qualcosa che, se da una parte gli salva la vita, dall’altra chiede in cambio una totale devozione e uno schiavismo senza condizioni. Lui accetta, ma lavora in silenzio al suo affrancamento. Sempre in bilico tra corsi, francesi e musulmani vive ogni giorno raccogliendo tutto quello che gli riesce e lavorando per avere di più.
Malik è l’emblema di una società che fuori dalle mura ha regole ancora più severe. È la società in cui chi non ha nulla non vale nulla. E lui non solo si adegua, ma lavora attivamente per crearsi uno spazio e, in quello finalmente respirare liberamente.
Le scelte che si trova a fare sono impensabili e nello stesso tempo frutto dell’unica strategia possibile di sopravvivenza di un uomo che vede oltre le cose. Un profeta, appunto. Malik ha il dono di vedere oltre le parole e oltre i fatti, e quello che vede lo renderà libero. Anche se il prezzo pagato per quella libertà sarà il totale rovesciamento di ogni sua convinzione e ogni direttiva morale, o religiosa che egli aveva coltivato fino a quel momento.
Audiard confeziona con questo il suo film più completo. Molto si può dire di quello che capita a chi non sta alle regole della società in cui vive. Ma Audiard ci racconta senza fronzoli quello che capita a chi le regole non solo decide di rispettarle, ma le usa per affrancarsi. Qualcuno la cui crescita morale è demandata al fantasma della sua colpa iniziale, quella che gli spalanca le porte dell’ascesa nel clan corso e del potere che ne conseguirà.
Il fantasma è un’entità morale e proiettiva. E qui proietta in primo luogo una colpa, poi un inestinguibile debito. E per questo non lo abbandonerà mai più. Sarà con lui in ogni momento in cui si troverà da solo. E gli si mostrerà senza mai proferire parola. Tramite lui Malik potrà usare il suo potere ed evitare il destino di vittima, che portava scritto sulla faccia segnata dai primi scontri con un’autorità di cui non riconoscerà il potere.
Un’autorità senza nome che lo istiga a usarla per divenire altro. Un altro talmente diverso da non essere riconoscibile mai più. Unico segno della giovane età è nello sguardo sperduto che lancia attraverso il vetro dell’aereo che lo sta portando a Marsiglia a suggellare il suo destino di profeta. Un profeta che esce semplicemente dalle proprie catene usando ogni singola fibra del suo corpo provato e ogni cellula del cervello che instancabilmente mette al servizio solo di se stesso.
Un potente Tahar Rahim presta il volto a Malik e compie l’alchimia che sola può spiegare la coesistenza nello stesso sguardo di un bambino e di un assassino. Il suo mentore è uno stropicciato Niels Arestrup le cui pieghe dello sguardo ne fanno il più temibile tra gli assassini, quello che non ne compie mai nessuno perché è abituato solo a ordinarli. L’atmosfera è pesante e indimenticabile, mentre la regia trascina lo spettatore senza difese di fronte a tutto quello che solitamente rimuoviamo dalla società. Perchè ci si arroga spesso il diritto di cancellare le persone, nell’illusione di redimerle. E nel frattempo la vita continua e dietro le mura delle prigioni la lotta per la sopravvivenza si fa sempre più dura.
Anna Maria Pelella, da “filmscoop.it”

E’ curioso come ogni nuovo film che si aggiunge al filone del Cinema carcerario non faccia che accrescerne il fascino! Il Profeta, nuovo film di Jacques Audiard, non è un film che parla di “ambite” evasioni o personaggi con fisici da armadi a tre ante che colgono l’occasione per far vedere i muscoli, tipologie caratteristiche di tanti film statunitensi (per altro, quasi sempre pregevoli), ma parla piuttosto di un comune “sfigato” arrestato per semplice resistenza a pubblico ufficiale e destinato a diventare un crudele, ma non troppo, “burattinaio” che tiene i fili di vite altrui.
Spiega il regista che il titolo “impegnativo” porta in sé un allusione ironica perché Malik, il personaggio principale, tutto è meno che una celebrità mistica. Eppure Il Profeta, tra risvolti allucinati (ci sono anche dei fantasmi) e violenze da film di genere tratteggia una figura che da nessuno diventa qualcuno per mezzo di un abile gioco che sembra guidato da altri ma che, invece, è lui stesso a guidare.
E, comunque, a prescindere dal tratteggio principale che ci regala un “carattere” di raro fascino, il film di Jacques Audiard è anche un film dove la resa dell’atmosfera carceraria assume una funzione da co-protagonista. Il regista è assolutamente eccezionale nel rendere la claustrofobia del “dentro” e l’aria viva del “fuori”. Sembra quasi che i personaggi assumano il ruolo di criminali solo una volta entrati e non per una possibile condanna del tribunale ma perché quel ruolo è necessario per continuare ad andare avanti.
Ovviamente Il Profeta, come ogni film ambientato in carcere, è anche un film su quella forma di amicizia – solidarietà che si viene a creare in luoghi forzatamente e innaturalmente imposti. Una strana forma di rapporto che sembra sdoppiare i personaggi rendendoli controversi agli occhi dello spettatore. Cioè: Malik, ad un certo punto della storia, diventa un criminale della peggior specie eppure, a poco a poco, ci si scorda di quello che ha fatto e si prova simpatia nei suoi confronti. E in tutto questo sembra quasi non contare quel “codice d’onore” inevitabile in contesti del genere.
Bravissimo il regista nel rendere l’ambientazione così efficace e bravissimi gli attori nel rendere i personaggi assolutamente vivi, creando una storia senza fronzoli ne cadute di tono ed arrivando alla fine ad una soluzione morale che non è in nessun modo stucchevole. E quando si esce dal cinema si ha la sensazione di aver assistito ad un gran film di genere che di “genere” ha poco e niente.
Renato Massaccesi, da “filmfilm.it”

Un ragazzo passa al carcere dei ‘grandi’ e si ritrova a dover fronteggiare dei mafiosi che lo tormentano. Uno dei migliori film degli ultimi anni, perfetto sia a livello registico che nelle interpretazioni…
Ogni tanto, capita di vedere un film che sembra, magicamente, esente da difetti. Come se, insomma, tutto funzionasse come un orologio svizzero e in un meccanismo perfettamente calibrato, ma senza per questo essere privo di sorprese e di particolari intriganti. Un profeta di Jacques Audiard è proprio questo tipo di film.
E’ francamente difficile dire quali siano gli aspetti migliori della pellicola, visto che c’è l’imbarazzo della scelta. Possiamo allora concentrarci su due particolari fondamentali. Il primo è la regia dello stesso Audiard, in grado di dar vita allo stile migliore che ogni scena richiede, passando tranquillamente dalla macchina a mano (che offre un realismo notevole in carcere), ad alcune scene quasi oniriche all’esterno. Da una parte, è evidente la mano di un maestro dietro alla macchina da presa; dall’altra, non si ha mai l’impressione che il regista si metta in mostra, neanche in una scena violentissima e impressionante, di sicuro una delle più forti viste nell’ultimo anno. Insomma, uno stile unico, che in talune occasioni sfrutta anche benissimo i brani rock utilizzati.
Il profetaMa dove arriviamo a livelli straordinari senza se e senza ma, è nei due protagonisti. Tahar Rahim sarebbe un quasi esordiente, ma mostra una maturità degna di veterani con trent’anni di carriera alle spalle. Il modo in cui passa dall’essere totalmente spaesato in questa discesa agli inferi, a divenire un uomo scafato e che riesce a ottenere quello che vuole (“io lavoro per me stesso”, continua a ripetere) mi ha fatto pensare un po’ alla metamorfosi (anche se di senso quasi opposto) di Edward Norton in American History X (pellicola che peraltro ha diversi punti di contatto con questa). E che dire dell’immenso Niels Arestrup, in grado di tratteggiare una figura violenta come poche, ma allo stesso tempo tragica e solitaria? Insomma, siamo di fronte a due dei personaggi più affascinanti e complessi visti ultimamente, merito da dividere (fate voi le parti, io non me la sento) tra gli attori e lo sceneggiatore/regista.
Ma Un profeta ha ancora molte frecce al suo arco. Vogliamo parlare della strepitosa fotografia di Stéphane Fontaine, che francamente non avrebbe sfigurato (anzi!) nelle candidature all’Oscar? O una narrazione che non si sa mai esattamente dove andrà a parare, in cui i momenti quieti possono diventare tesissimi (e viceversa), in cui la realtà carceraria viene mostrata senza sentimentalismi (anche vedere un film porno è un privilegio), ma senza neanche voler scandalizzare, e che in generale è in grado di esprimere un senso di solitudine estremo in quasi tutti i protagonisti?
Insomma, se non l’aveste capito, siamo di fronte a un capolavoro assoluto, una delle migliori pellicole europee (meglio, mondiali) viste ultimamente. E speriamo che il favorito Il nastro bianco soccomba agli Oscar di fronte a questo prodotto, decisamente più coraggioso e originale del candidato tedesco…
Recensione a cura di ColinMckenzie, da “badtaste.it”

A diversi mesi dal Grand Prix ricevuto a Cannes – premio che alcuni dei critici avranno ritenuto un premio di consolazione – e a poche settimane dallo smacco degli Oscar che lo vedeva di nuovo in concorrenza con il suo “nemico” diretto, Il nastro bianco, arriva finalmente nelle sale italiane il granitico Un prophète, il nuovo film di Jacques Audiard, immersione totale negli inferi carcerari, seguendo una spirale di violenza e disonestà che affonda nell’abisso per poi risalirne impietosa, lasciando ben poco spazio a qualsiasi ravvedimento etico o morale.

Il microcosmo carcerario tratteggiato con grande maestria dalla splendida macchina a mano di Audiard, diventa mondo a sé, dando vita, come sostiene lo stesso regista, ad una situazione paradossale dove la condizione stessa dell’esser carcerato dà l’opportunità a Malik di poter realmente far strada, come mai avrebbe potuto se non vi fosse mai entrato. Così, Audiard si fa beffe della morale, ribaltandola impietosamente nel suo contrario: la punizione è in realtà il premio e il crimine finisce per pagare sempre. Ma il paradosso continua: posto il dilemma – uccidere o essere uccisi – la sua soluzione sconcerta; è proprio grazie al suo primo assassinio che Malik potrà mantenere salda la sua umanità, finanche riscoprendola: impara a leggere e la bussola della solidarietà umana non verrà mai perduta. Moralità e immoralità si fondono in una paradossale unione che trova nell’ammiccante scena finale il suo contraddittorio equilibrio.

Ma Il profeta è anche un film sui rapporti di forza, sulla capacità di adattamento, sull’astuzia e l’intelligenza: novello anti – Ulisse, Malik intraprende la sua irresistibile ascesa come un fine stratega sul campo di battaglia fino a diventare l’unico manovratore della scacchiera, profeta di una nuova era: il vecchio re, sotto scacco (matto) non si rivela alla fine che un povero vecchio; il potere è di chi sa mantenerlo, aura maledetta, infedele fino al midollo appartiene ad uno, ma alla fine non è mai veramente di nessuno e il rovesciamento di campo è dietro ad ogni angolo.

Film fondamentalmente a-ritmico narrativamente, trova il suo ritmo nel suo sviluppo formale e nella fitta e complessa sceneggiatura, che pur nella sua perfezione, rischia sempre di tramutarsi in lama affilata; le vicende si dipanano con lentezza, come melassa fuoriuscita da una barile: il film, si dà il giusto tempo per sciogliere tutti i nodi -davvero molti – che espone, ma rischia di soffrire a tratti questa densità, affaticandone notevolmente la fruizione. Ma, Il profeta, è rimane un grande film, complesso, difficile, pieno di spunti e riferimenti su cui lo spettatore è chiamato continuamente a riflettere anche a visione ultimata (uno su tutti: la scelta delle didascalie, tutto altro che casuale), supportato da due interpretazioni da capogiro, fondato su una sceneggiatura ai limiti della perfezione e sostenuta da una eleganza (nella sua apparente caoticità) formale di rara bellezza, di come poche se ne vedono, in questo periodo di magra cinematografica.
Lorenzo Conte, da “zabriskiepoint.net”

Che Jaques Audiard, da almeno un paio d’anni a questa parte, sia considerato uno dei registi francesi di maggior talento non è una cosa ormai risaputa. Ora, però, dopo Il profeta, rischia di salire senz’altro nell’Olimpo dei grandi autori europei. Malik El Djebena è solo un ragazzo arabo quando entra in carcere. Non conosce nessuno e non ha amici, e per questo motivo viene obbligato dal leader della gang corsa a servire per lui in svariati incarichi. Grazie però al suo talento e alla sua volontà di crescere, Malik diverrà forte, arrivando ad elaborare una propria strategia di dominio. Se da un lato la trama appare non solo già vista ma addirittura banale – trattando l’ascesa di un uomo – il film diventa invece un piccolo gioiello per l’estrema libertà di cui si avvale Audiard, vero e proprio autore dell’anarchia. Ad una narrazione degli eventi egli allega la suggestione che questi hanno sul suo personaggio, arrivando a scene mistiche, tanto visionarie quanto estreme nell’esibire le emozioni del protagonista, accompagnato più volte dal fantasma di un uomo a cui ha tolto la vita. La rappresentazione del carcere è più spaventosa di qualsiasi prison movie visto in precedenza: come dice lo stesso regista in un’intervista, “i detenuti del mio film non hanno muscoli, non sono neanche granchè adatti a quell’ambiente ma paradossalmente riescono a sviluppare delle qualità che permettono loro di emergere e dominare sugli altri”. La capacità di adattamento di Malik è un viaggio nell’evoluzione dell’uomo, una riscoperta – quasi darwiniana – delle possibilità dell’essere umano. Qui l’eroe non è buono, non è compassionevole, non è giusto. E tanto più quindi ha senso il suo tragitto, il suo sviluppo dall’ultimo dei disadattati che lotta per restare in vita, fino a giungere al dominio
Il profeta

Una scena del film
Ciò che stupisce più di tutto è l’estremo svincolamento dai cliché di ogni tipo, a partire dalla caratterizzazione di un mondo – quello carcerario – e finendo sullo stile narrativo, un vero e proprio monumento alla libertà di un regista, che si avvale di ogni sorta di tecnica, dalla limitazione in digitale del campo visivo, a l’inserimento di titoli introduttivi, ai ralenti estremi. Non vi sono ripetizioni di tecniche, ogni sequenza segue un suo fluire intimo, ogni parabola ha i suoi segreti e i suoi momenti di allucinazione visiva. Nessun intervento a carattere pedagogico nel film, eppure la costruzione del mondo appare tanto reale da fare effettivamente agghiacciare la pelle. Su tutti, il re della prigione, il corso Cèsar Luciani, neo padrino del giorno d’oggi. Malik si deve aggrappare a lui per sopravvivere, venendo sfruttato come una serva. Ma il desiderio di crescere lo porterà, in fine, ad essere completamente autonomo, e, nel suo piccolo, grande. Suggestivo. Potente. Dolce a tratti. Questo film è destinato – specie grazie a magnifiche trovate visive – a divenire un classico, il primo da molto che può sinceramente vantarsi di aver creato un proprio linguaggio.
Alessandro Guaita, da “doppioschermo.it”

Quando si affronta un dramma carcerario, si ha la tendenza a mostrare, preferibilmente, gli aspetti mortificanti di una condizione degradante. I deboli vengono inevitabilmente sopraffatti da gerarchie criminali che non ammettono intrusioni o insubordinazioni. Non è facile soverchiare tali ruoli imponendo la propria personalità; la detenzione non ammette il possesso di una “identità”. È a quel punto che si preferisce stare dalla parte del potere, in modo da non dover soccombere. Ma non è forse in quel momento che il nostro percorso mentale cambia, concedendosi una possibilità, e facendo in modo di sovvertire lo stato delle cose? Jacques Audiard (“Tutti i battiti del mio cuore”, 2005) ha la rara qualità di un autore che glissa i clichè del genere, guidandoci in una dimensione più intimistica, ma non per questo meno violenta e brutale. Le mura di un penitenziario diventano il tessuto sul quale si snoda una storia che contiene tutti gli archetipi del prison movie, ma il film ha in sé il pregio di svecchiare il genere dalle ovvie risoluzioni finali. “Il Profeta” è la storia di Malik, diciannovenne condannato a sei anni di carcere. All’interno della prigione, sembra più giovane e fragile rispetto agli altri detenuti. Preso di mira dal leader della gang corsa che spadroneggia nel carcere, Malik è costretto a svolgere numerose “missioni”, che però lo fortificheranno e gli meriteranno la fiducia del boss. Ma la presa di coscienza del ragazzo, e il rinvigorimento sotto il segno di un coraggio acquisito inaspettatamente, gli consentirà di mettere a punto un suo piano segreto. Il cinema francese aveva dimenticato il suo perfetto incontro con la realtà, visto durante gli anni d’oro della Nouvelle Vague, ma con questo film riacquista consistenza e verità. Gli stereotipi vengono accantonati a favore di una concretezza che disarma. Un cinema che “sporca” le vesti immacolate della classicità per dare sfogo agli anti-eroi. Gran premio della Giuria al Festival di Cannes…assolutamente imperdibile!
Serena Guidoni, da “ecodelcinema.com”

In Francia uno dei maggiori problemi attuali su cui ministri e consiglio d’Europa si confrontano è la situazione nelle carceri. Il sovraffollamento e l’altissimo tasso di suicidi hanno portato a trovare una soluzione che possa alleviare la condizione dei prigionieri. Jacques Audiard ambienta proprio in una delle prigioni francesi Il profeta e lo presenta al Festival di Cannes, aggiudicandosi il Gran Premio della Giuria.
Malik (Tahar Rahim) è condannato a sei anni di reclusione. Essendo da poco maggiorenne dovrà scontare la sua pena in una prigione per adulti, dove si scopre fragile, giovanissimo e senza difese. Viene preso di mira dal capo di una gang corsa (Niels Arestrup) che sembra avere il controllo delle guardie carcerarie, e che gli commissiona un omicidio. Attraverso una serie di “missioni”, il giovane riuscirà a conquistarsi la fiducia e a imparare a stare al mondo, iniziando la sua scalata al potere.
Nella conferenza stampa tenutasi a Cannes, il regista Audiard si rivolge a Malik come a un “nuovo prototipo di uomo”. Il profeta è infatti la storia di un ragazzo apparentemente senza passato, analfabeta, senza radici, un piede arabo e uno francese, che dal nulla si conquista la notorietà e i propri personali seguaci. Un “profeta contemporaneo”, una persona comune capace di gesta “eroiche”, tra omicidi, spacci internazionali, sparatorie e regolamenti di conti. È la storia di una crescita personale: Malik impara come affrontare il mondo e le sue infime regole, passando dalla necessità di sopravvivere e tenere salva la pelle, al miglioramento della sua condizione di vita, alla scalata al potere. Scrive la sua storia in parallelo allo scorrere della pellicola, così da sembrare di non aver mai vissuto prima. E Audiard usa sapientemente e volutamente il volto di un bravissimo Tahar Rahim per dare verosimiglianza al suo personaggio.
La pellicola, più che una denuncia, è una storia con una forte connotazione sociale, un racconto reale e verosimile. La sua durata, per quanto estesa, non risulta eccessiva, anche grazie al magistrale uso di un montaggio serrato. C’è quasi un’assenza di pause narrative che tuttavia non stanca lo spettatore che segue le azioni svolgersi molto velocemente, attraverso stacchi rapidi e concitati. Una storia attuale raccontata in modo semplice e funzionale, un film che è un’apnea dall’inizio alla fine.
Emidio De Berardinis, da “silenzioinsala.com”

Ha solo 19 anni Malik El Djebena quando viene condannato a sei anni di carcere. Malik è giovane e ha commesso i suoi errori, ma è un ragazzo mite e di animo tranquillo. Non ha nulla con se quando entra nella casa circondariale che lo dovrà ospitare, dei vecchi vestiti buoni solo per fare stracci, una banconota ripiegata e ben nascosta, solo un paio di scarpe da ginnastica che gli saranno rubate dai compagni di prigionia nel giro di pochi minuti. Malik è un piccolo pesce in un mare di squali e dovrà imparare presto a muoversi all’interno della gerarchia del carcere per vivere e sopravvivere. Dopo il trauma dei primi tempi, Malik, suo malgrado, capirà quali sono i meccanismi che regolano la vita dietro le sbarre e senza dare troppo nell’occhio riuscirà a costruire lentamente la propria credibilità. Al termine della sua reclusione Malik è diventato un uomo temuto e rispettato, con un piccolo impero da gestire. Tutto grazie a un criminale corso che gli ha offerto la sua protezione in cambio di piccoli lavori sporchi.
Quanti sono i film che hanno avuto come ambientazione un carcere? Difficile dirlo, ma è facile presumere che siamo nell’ordine delle migliaia. La prigione è un luogo perfetto per descrivere percorsi di redenzione, di caduta nel baratro, di amicizie virili, di scontri razziali, per realizzare il sogno aristotelico delle tre unità di tempo (luogo, azione e tempo) o, viceversa di frantumarle in una narrazione a mosaico.
Jacques Audiard racconta la stoira del giovane Malik El Djebena con un presupposto che potrebbe suggerire un futuro da predestinato: giovane e ingenuo, senza soldi e analfabeta Malik sembra essere semplicemente carne fresca gettata nel macello del carcere, destinato a cadere vittima delle leggi non scritte che vigono dietro le sbarre. Nonostante le sue origini nord africane, Malik accetta del regole che gli vengono imposte dall’ergastolano corso César, che gli promette protezione in cambio di continui favori.
Non difficile compiere una scelta, se l’alternativa è essere soccombere alla violenza. Inizia così la parabola di Malik, ignorante ma non stupido, che quasi senza volerlo riesce a cogliere ogni elemento della sua permanenza in carcere e giocarlo a suo favore. In carcere Malik impara a leggere e a scrivere, ma anche a comprendere il dialetto dei corsi e sfruttare la sua posizione per creare un ponte con gli altri detenuti magrebini da cui era stato in un primo momento emarginato. Una volta ottenuta la semi libertà dovrà compiere ulteriori lavori per César, ma sarà l’occasione adatta per dimostrare a tutti il suo valore.
A questo punto siamo arrivati solo a metà della storia di Malik, raccontata con rigore formale da Audiard, in una progressione drammatica degna delle grandi firme della storia del cinema francese. Jacques Audiard aveva già dimostrato di avere abbastanza polso per girare dei noir tesi e vibranti (in Francia li chiamano polar) come Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore, ma questa volta firma un vero capolavoro, un film che riscrive a suo modo le regole del cinema carcerario. Come un perfetto congegno ad orologeria ogni passo che Malik compie all’interno del carcere, ogni azione che compie, ogni scelta che effettua sarà poi motivo di una reazione calcolata ed elaborata.
Il romanzo di formazione di Malik, perfettamente incarnato dal giovane Tahar Rahim che riesce a trasformare la sua prossemica in modo estremamente credibile, rappresenta il paradosso più atroce del mondo carcerario, il suo totale fallimento. Al posto di una redenzione, un ragazzo normale (finito quasi per sbaglio dietro le sbarre) impara proprio in prigione a delinquere, scoprendo che più spesso di quanto si possa immaginare il crimine paga e può diventare un concreto messo ci autoaffermazione, soprattutto quando non c’è altra alternativa di crescita. Nonostante la sua grande capacità di adattamento, Malik non è “il” profeta che il titolo italiano dichiara, ma è “un” profeta (uno fra i tanti) capace di comprendere il mondo che lo circonda, acquisirne le regole e ribaltarle a proprio vantaggio, sebbene non le condivida nel proprio codice genetico.
Un film duro, apparentemente distaccato, fortemente maschile (come spesso accade nel filone carcerario), ma anche una lucidissima parabola dell’assurdità dei comportamenti umani, per lo meno quelli rinchiusi all’interno di un microcosmo come è il penitenziario. Le scene d’antologia non si contano, e preferiamo non anticiparle. Un capolavoro premiato con trenta premi internazionali (tra cui 9 Cesar e il Gran Premio della Giuria a Cannes 2009) e ingiustamente dimenticato per questioni di politica distributiva, agli Oscar 2010.
Da vedere e rivedere. Serissimo candidato a miglior film del 2010.
di Carlo Prevosti, da “cineblog.it”

Malik El Djebena ha 19 anni quando viene condannato a sei anni di prigione. Entra con poco o nulla, una banconota ripiegata su se stessa e dei vestiti troppo usurati, che a detta delle guardie non vale la pena di conservare. Quando esce ha un impero e tre macchine pronte a scortare i suoi primi passi. In mezzo c’è il carcere, la protezione offertagli da un mafioso corso, l’omicidio come rito d’iniziazione, l’ampliarsi delle conoscenze e dei traffici, le incursioni in permesso fuori dal carcere, dove gli affari prendono velocità.
Ciò avviene all’interno di una prigione, il cinema lo ha già raccontato altrove meglio che qui, per non parlare di come nasce un padrino. Quello che fa Audiard, nel suo film, è prendere il genere per mostrarsi infedele, instaurare con esso un doppio gioco, come fa Malik con il boss corso, stare apparentemente nelle regole ma prendersi la libertà di raccontare anche molto altro.
Malik è uno che apprende in fretta. Impara ad uccidere ma, dallo stesso crimine, impara anche che nel carcere c’è una scuola dove possono insegnargli a leggere e a scrivere. Dalla scuola apprende un metodo, grazie al quale impara da autodidatta il dialetto franco-italiano della Corsica: di fatto si procura un’arma, che obbliga il capo a tener conto di lui. Dagli arabi impara a capire cosa vogliono, dai Marsigliesi impara a trattare, da un amico, forse, imparerà a voler bene.
I compagni di galera prendono a definirlo un profeta, perché lui è quello che parla, con gli uni e con gli altri, quello che porta i messaggi dentro e fuori, che conosce la gente che può far comodo negli affari. Egli fa grandi cose, insomma; la sua via è tracciata come quella di chi ha una missione.
Ancora una storia che ruota nell’universo tanto umano quanto traditore della comunicazione, dunque, dopo quella in cui Vincent Cassel leggeva dalle labbra e quella in cui Romain Duris si affidava alle note. Qui le lingue sono almeno tre, ma è quella silenziosa del sangue che sigla gli accordi, e il potere, in questo codice, è inversamente proporzionale al numero di parole che richiede.
La critica di Audiard alla mala educazione del sistema carcerario è evidente, talvolta aspra, talvolta sarcastica (le uscite per “buona condotta”), ma non è tramite la parola che si esprime: la sua lingua è quella della regia, di cui è interprete sicuro e abile. Quello che propone allo spettatore, qui come in tutte le sue opere, è l’immersione completa nel mondo che racconta, la sospensione del pre-giudizio, lo spettacolo della complessità di un personaggio maschile. La pretesa questa volta, però, va oltre l’offerta: nonostante l’ottimo Tahar Rahim, protagonista, Un prophète si dilata oltremodo, prova qualche artificio ma non fino in fondo, sfiora emozioni interessanti che abbandona troppo in fretta, si lascia imprigionare dalla materia che vorrebbe liberare. Un film più maturo dei precedenti, ma meno comunicativo.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

La Francia? È tutta nel carcere di Audiard
di Alberto Crespi L’Unità

Lo stato di salute di un cinema – e di un Paese – si valuta anche dalla forza delle auto-rappresentazioni che cinema e Paese danno di sé. Una cultura ha bisogno di affreschi, di metafore: sono gli specchi indispensabili per guardarsi, analizzarsi, capirsi. Se ci pensate un attimo, la metafora dell’Italia più forte che il cinema ci ha dato negli ultimi anni è quella di Gomorra. Che a voler essere pignoli non è nemmeno una metafora, ma una disperante radiografia della realtà. Andando indietro nel tempo, bisogna arrivare – secondo noi – all’Ora di religione di Marco Bellocchio. Altri film, pur bellissimi (come Il divo, come Fortapàsc) , sono più fotografie di singoli momenti che affreschi globali, come poteva essere La dolce vita negli anni ’60.
La Francia produce metafore di se stessa a getto continuo. E non siamo noi a dirlo. Ieri Jacques Audiard, regista del notevolissimo Un profeta (in concorso), l’ha detto tranquillamente in conferenza stampa: «In questo film la prigione è una metafora della Francia. Con questo non voglio dire che essere liberi o carcerati è la stessa cosa. Voglio dire che in prigione si ricreano, esasperati, i meccanismi sociali, psicologici, etnici, religiosi, di classe che condizionano la nostra vita sociale». Uno vede per 2 ore e mezza la prigione di un profeta, e vede la Francia: qui sta la metafora. La stessa cosa era successa l’anno scorso con La classe di Laurent Cantet: la scuola al posto della galera. Ma uscendo dai confini di Cannes, anche il celeberrimo Giù al Nord è una metafora (giocosa) – della Francia multietnica. La forza del cinema francese è la capacità di creare metafore potenti anche con i generi. Ancora Audiard: «un profeta è un film di genere. Un film carcerario, come Fuga da Alcatraz. Ma anche un western, come L’uomo che uccise Liberty Valance. Non volevo fare un documentario, né un film di denuncia. La metafora sociale sta nei fatti: i personaggi sono musulmani, arabi o africani, la nuova delinquenza – è un fatto statistico, non una dichiarazione razzista, basta entrare per cinque minuti in un carcere francese per rendersene conto; e poi c’è la vecchia mala còrsa, ancora un po’ “romantica”, come i gangster del Padrino. Mi affascinava molto l’idea di girare un film con molte lingue che si incrociano – arabo, còrso, francese in tutte le sue declinazioni di argot malavitoso – e che diventano barriere, che contribuiscono a separare i gruppi, le culture, le classi».
MALIK, 19 ANNI
Un profeta è (anche) un romanzo di formazione. Racconta l’università del crimine frequentata da Malik, un ragazzo maghrebino che finisce in carcere a 19 anni. Farebbe una brutta fine se il boss còrso Cesar Luciani non decidesse di «adottarlo». Prima gli commissiona un omicidio: Malik, arabo, può avvicinare un altro arabo che Cesar vuole mono, fingere di cedere alle sue avances e tagliargli la gola (scena terribile, di insostenibile realismo). Poi, praticamente, lo assume come maggiordomo: Malik fa il caffè e pulisce le celle dei còrsi che spadroneggiano in carcere, e stando con loro impara i trucchi, le strategie criminali, il modo davvero «napoleonico» (alternanza di bastone e carota, mettere i sottoposti l’uno contro l’altro…) di gestire il potere. Col tempo, Malik si mette in proprio. Anche se Cesar tenta di tenerlo sotto controllo fino all’ultimo…
Un profeta è potentissimo ed è interpretato da due attori, Tahar Rahim e Niels Arestrup, straordinari. È forse troppo «macho» per la giuria di Cannes, ma è un film che non ha bisogno di Palme: il pubblico, voi compresi, lo adorerà.
Da L’Unità, 18 maggio 2009

La dura storia di Malik da vittima a carnefice
di Paolo D’Agostini La Repubblica

Davvero notevole Il profeta. Come Gomorra sconsigliato agli animi sensibili. Come il film di Garrone – spostata l’ attenzione dalla camorra alla condizione carceraria e all’ immigrazione araba – non risparmia sulle efferatezze. Ma il punto, il pregio, è nel come il film rappresenta questo universo perduto. Il suo sguardo, che è lo sguardo del suo protagonista. Il ragazzo Malik. Soggetto privo di morale, quindi sguardo e film privi di giudizi morali. Che evitano e aggirano con originale imprevedibilità ogni stereotipo narrativo. Sta a noi trarre le conclusioni. Senza spiegazioni conosciamo questo Malik al suo ingresso in carcere. Non sappiamo che cosa abbia fatto. Piuttosto il suo destino ci appare segnato. Il panorama sociale e culturale, il deserto affettivo da cui proviene, hanno deciso la sua sorte. È analfabeta, inconsapevole, istintivamente formato alla scuola della sopraffazione e della diffidenza, alla legge dell’ astuzia e del più forte, in un certo senso è un innocente. Una vittima. Che però impara in fretta. Anche a leggere e scrivere. In fretta trae profitto, capisce che per sopravvivere deve farsi lupo, da vittima carnefice. E sa applicare la lezione con prudenza, pazienza, furbizia. Sa apprendere e prendere, sopportare e aspettare. Appena dietro le sbarre, identificato (ingannevolmente) come anello debole e condizionabile della catena, viene cooptato e sottomesso dallo spietato gangster a capo della banda dei corsi, la più potente della prigione. Si dimostra disposto a tutto. Anche ai servizi più umili e umilianti, che lo rendono infame agli occhi degli altri arabi, musulmani. Fino a diventare uomo di fiducia (uomo di sfiducia, in realtà) del boss. Che gli affida incarichi sempre più importanti, dopo la prova decisiva: il feroce quanto impassibile omicidio di un rivale dentro il carcere. Non importa se d’ ora in poi Malik sarà perseguitato dagli incubi, riesce a controllare anche quelli. E, quando l’ oculata amministrazione della buona condotta gli consentirà di ottenere il permessoa uscire per lavorare, Malik si vedrà affidata la delega a trattare il traffico di droga. È arrivato il momento di uscire allo scoperto, di ribaltare i rapporti di forza, di tradire con la stessa determinata e metodica capacità di non fermarsi davanti a niente. Il business in proprio è ovviamente imperdonabile eppure Malik, benché senza alleati e solo come un conte di Montecristo vendicativoe spietato, saprà metterea frutto l’ apprendimento della regola unica – farsi temere – e ridurrà l’ ex padrone a schiavo. Quando vedremo Malik, finita la pena, uscire e andarsene senza amici, non ci chiederemo se per caso è diventato un altro, redento e pronto a voltare pagina. È lo stesso ma più duro dell’ inizio, sa che non c’ è via di mezzo tra soccombere o sopravvivere. Ecco, gelido come una lama d’ acciaio, senza suggerirci nulla se non una piatta esposizione, il film lascia il sapore di un pessimismo che più cupo non potrebbe.
Da La Repubblica, 20 marzo 2010

La prigione è una scuola di vita E il cinema scopre un «eroe»
di Paolo Mereghetti Il Corriere della Sera

Un nuovo tipo di «eroe francese»? Così, ironizzando ma non troppo, alcuni critici transalpini hanno sottolineato la parabola del protagonista di Il profeta (in originale, più ambiguamente l’ articolo è indeterminato, Un Prophète) e in effetti c’ è qualche cosa di esemplare nella storia che vive sullo schermo Malik El Djebena (il quasi esordiente Tahar Rahim, indimenticabile), entrato a 19 anni in prigione – si intuisce vagamente per aver sparato a un poliziotto – senza famiglia o affetti, praticamente analfabeta, da cui uscirà sei anni dopo colto, poliglotta (oltre al francese e all’ arabo ha imparato anche il corso, lingua fondamentale per il malaffare), ricco e soprattutto potente. Un nuovo Mackie Messer, come ricorda esplicitamente la musica finale, ma senza la mitologia o l’ alone di romanticismo dell’ eroe brechtiano, piuttosto con la concretezza e l’ ambiguità della più cruda cronaca nera. Che il regista non cerchi in nessun modo i toni enfatici dell’ «eroe negativo» o di qualche emblematica biografia del delitto, lo si capisce dalle primissime scene, quando Audiard non si preoccupa di farci sapere le colpe o i soprusi che Malik ha subito (e che si intuiscono dai segni che porta ancora evidenti sul corpo). Tenendo la macchina da presa incollata al suo protagonista, il film sceglie piuttosto di scoprire, fenomenologicamente, la necessità di adattarsi giorno dopo giorno a quello che il mondo circostante – pur delimitato dai confini del penitenziario – gli offre. Perché la principale qualità di Malik è proprio la sua forza di adattamento, il suo essere disposto a ri-modellarsi a secondo quel che sembra richiedere la realtà e che scopre giorno dopo giorno: per niente «bigger than life» (come gli eroi negativi che arrivano da Hollywood) ma rivelandosi piuttosto – e in maniera molto francese – un uomo normale, per come può essere normale il mondo dentro una prigione. Così l’ occhio dello spettatore capisce che cosa sia davvero la realtà carceraria nello stesso momento in cui ne fa esperienza il protagonista del film. Senza che nessuno dei due – il personaggio e chi guarda – sappia qualche cosa che l’ altro non conosce (il che succede raramente al cinema, dove la moda del flash back e del flash forewort finisce sempre per ingarbugliare la realtà. E nel modo peggiore: con l’ ambizione di somigliare all’ occhio onnisciente di Dio, che ha già visto tutto e può manipolare la realtà a proprio piacimento, secondo un’ idea di spettacolo come «sorpresa» e non invece come «scoperta»). Jacques Audiard, figlio di uno dei più celebri dialoghisti del cinema francese di ieri, Michel Audiard, ha fatto di questa specie di investigazione della realtà la propria chiave di accesso al cinema: uno stile nervoso e minimalista, dove i personaggi si definiscono per quello che fanno più che per quello che dicono e dove l’ ambiente, darwinianamente, influenza e determina i comportamenti delle persone. La psicologia è quella elementare della capacità di adattamento, di reazione, di sopravvivenza, anche se sottotraccia ai personaggi dei suoi film (prima di questo ha diretto Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore) si agita il tema dei rapporti mai davvero risolti con un qualche tipo di «padre-orco». Succede anche nel Profeta, dove Malik finisce per diventare il «figlio» del padrino corso César Luciani (Niels Arestrup, anche lui superlativo), il protettore-padrone che lo inizierà alla violenza e alla sopravvivenza, al delitto e al potere. Il profeta diventa così una specie di lungo apprendistato verso il male che Audiard racconta con una macchina da presa che incombe su Malik un pò come sembra incombergli addosso un destino che lo vorrebbe ridurre a ingranaggio di un gioco più grande di lui e che lui cerca di orientare a proprio favore. Così, man mano che il film procede, prendono forma altre dinamiche importanti della vita in carcere, dalla possibilità di svolgervi attività illegali (come lo spaccio di droga) all’ intreccio tra orgoglio razziale, appartenenza ideologica (i «fratelli» arabi) e lotta per la supremazia. Tra tutte Malik cerca di barcamenarsi, subendone gli scoppi di violenza e ogni volta facendo un passo avanti nella comprensione dei rapporti di potere e delle molle che li guidano. Cancellando pian piano i propri sensi di colpa (come mostrano alcune scene «fantastiche») e dimostrando soprattutto come in carcere si impari solo ad essere più violenti e più avidi di quanto non lo si fosse prima di entraci.
Da Il Corriere della Sera, 18 marzo 2010

“Il profeta” in carriera tra le sbarre
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Bellissimo film, molto ammirato e premiato, sulla carriera in prigione di un carcerato, molto simile a tante carriere che avvengono fuori del carcere. Un ragazzo arabo di diciannove anni comincia la sua detenzione. Deve scontare sei anni: Il profeta di Jacques Audiard non dice perché, ma si crede di capire che abbia aggredito un poliziotto. È più giovane e più fragile di molto altri carcerati, ma anche più intelligente, scaltro e deciso a non lasciarsi sopraffare. È analfabeta, così la sua prima iniziativa è quella di iscriversi alla scuola interna, di imparare a leggere e scrivere, di acquisire qualche nozione. È debole e sa di non poter sopravvivere da solo, di doversi porre al servizio del più forte: non sceglie il gruppo dei suoi simili ma il clan dei còrsi e il loro capo Niels Arestrup. Accetta di sottoporsi alle prove che gli vengono imposte, anche un assassinio particolarmente atroce. Quando comincia a poter uscire per andare a lavorare, entra nel giro dell’attività dei còrsi, acquista potere, alla fine si sostituisce al boss. All’uscita di prigione, a pena scontata, lo aspettano tre automobili nere e lustre: ma lui le allontana con un gesto della mano, si avvia a piedi con la vedova di un amico e il bambino di lei, che diventeranno forse la sua famiglia.
Istruzione, servizio, passaggio di potere: dentro e fuori il carcere, specchio della società, le tappe sono le stesse. La prigione de Il profeta non somiglia a nessuna: niente grida né rumori ossessivi, invece una calma inerte e sonnolenta da ospedale; nessuna violenza gratuita, soltanto la ferocia necessaria a sopravvivere; nessuna emozione inutile o rischiosa come il senso dell’onore o la prevaricazione, invece una sorta di pigrizia abulica.
Con originalità, tutto è raccontato benissimo: forse non realisticamente, o forse con un realismo meno superficiale del solito, più appassionante. La carriera del carcerato (Tahar Rahim, perfetto) viene seguìta con calma, ma con il ritmo giusto: l’analogia tra mondo chiuso e mondo aperto restituisce la medesima mancanza di libertà.
Da La Stampa, 19 marzo 2010

Se un carcere diventa lo specchio del mondo
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Un giovane magrebino senza patria né famiglia, solo, analfabeta, inerme, finisce in prigione per una rapina e ne esce sei anni dopo profondamente trasformato. In meglio, qui sta il bello. Anche se questo meglio abbraccia tutte le forme del peggio, perché oltre che a leggere e scrivere Malik impara a essere (o fingersi) servo, ruffiano, confidente, assassino. Rispettando le regole di ogni apprendistato al potere (non solo criminale, sospettiamo): ascolta molto, parla poco, cogli l’attimo, conta solo su te stesso. E non avere riguardi per nessuno perché nessuno ne avrà per te. Il cinema americano lavora da tanto di quel tempo su carceri e criminali che sforna per lo più film di puro genere, del tutto svincolati dalla realtà. In Francia invece il film carcerario è insolito e il tratto di Jacques Audiard (il regista di Sulle mie labbra e Tutti i battiti del mio cuore) così duro, personale, meditato, che Un prophète è un film in tutti i sensi eccezionale, prodigiosamente a cavallo fra realismo e cinema di genere, osservazione e trasfigurazione mitica della realtà. La più potente metafora della società francese (e di molte democrazie europee) vista di recente al cinema con La classe di Cantet (in originale, guardacaso, Entre les murs, “Fra le mura”). Naturalmente non è un caso che per cogliere le lacerazioni di un paese (sociali, politiche, etniche, religiose) ci si debba chiudere in prigione o in un liceo. Ma Audiard dribbla cronachismo e facile sociologia lavorando sui tempi, sui corpi, sulla luce, sui pieni e i vuoti di uno script che alterna a meraviglia azione e scatti visionari, la routine terribile della galera e i delitti compiuti fuori, durante i permessi concessi da autorità imbelli e corrotte. Cavando il meglio dai suoi magnifici attori, in testa il giovane Tahar Rahim cioè Malik; e il maturo Niels Arestrup, l’iracondo e spietato boss còrso che strappa il novellino ai confratelli arabi facendone un sicario e un lacché del suo clan. Senza accorgersi che pian piano il servizievole Malik impara la loro lingua e volge in proprio favore la sua condizione di escluso “totale” (per i magrebini è un traditore, per i còrsi uno sporco arabo). In un crescendo di infamie che segnano ogni volta – ironicamente – un passo in più nell’abominio e insieme una tappa nella sua crescita, fatta di profonda comprensione del mondo e di sé. oltre che di violenza.
Romanzo di formazione e epopea criminale, capace di fondere con disinvoltura un insinuante sottotesto mistico (i fantasmi delle vittime, le premonizioni) a raffiche di dettagli rivelatori (il razzismo a 360 gradi, gli intrecci fra droga, integralismo, malavita), Un prophète vale tutti i suoi 150 minuti. Specie per chi voglia godere in originale l’incandescente intreccio di lingue, gerghi, culture con cui Audiard scolpisce la nascita di un vero eroe dei nostri tempi.
Da Il Messaggero, 19 marzo 2010

In carcere criminali si diventa
di Valerio Caprara Il Mattino

Il genere è quello carcerario, ma grazie all’assoluto controllo di regia «Il profeta» («Un prophète») si staglia sulla terra di nessuno dove il cinema è solo e semplicemente cinema. Proprio come «Gomorra», che non si limitava come hanno recepito alcune categorie di spettatori a esporre fotocopie di realtà, il film di Jacques Audiard (figlio del dialoghista Michel, uno dei padri del cinema francese sconsacrato dalla Nouvelle Vague) ha la forza di ricreare in un romanzo di formazione criminale i meccanismi antropologici, psicologici, culturali, etnici e di classe che condizionano un itinerario individuale contro/dentro/nella collettività. Intanto non c’è bisogno alcuno – ottimo segno – di sviscerare la trama dettaglio per dettaglio perché si penalizzerebbe la sorpresa di scoprire attraverso quali, talvolta insostenibili, sensazioni di terrore, suspense o ripugnanza si verrà condotti a condividere habitat, codici, gerghi, gesti, abiti e persino strategie di potere e sensi di colpa dei maggiori e minori personaggi. Malik entra in carcere a 19 anni, semi analfabeta e privo di legami con l’esterno e nell’interno. Condannato a sei anni, diventa schiavo del boss còrso Cesar Luciani, compie un atroce rito d’iniziazione, impara a giocare d’astuzia per la sopravvivenza, s’imprime nella mente le gerarchie e le divisioni che scandiscono la ferocia del microcosmo darwiniano. Attorno a questo perverso rapporto biblico s’intrecciano con impietosa coerenza i ritratti (dis)umani di un ingranaggio basato sul proseguimento delle attività delinquenziali, il culto della brutalità, l’ambiguo scambio di ruoli con l’autorità penitenziaria, lo scontro mortale tra i clan tradizionali e quelli dei dilaganti «fratelli» musulmani (les barbus, i barbuti). Scontata interamente la pena, l’umiliato maghrebino senza casacca si sarà costruita un’identità del tutto nuova, non lontana da quella investigata dagli epici affreschi dello Scorsese di «Casinò» o del Buscemi di «Animal Factory», che lo spettatore potrà sentire sulla propria pelle senza l’ausilio di trucchi narrativi, teoremi sociologici, indicazioni terapeutiche e qualsivoglia contrappeso di retorica vittimistica, espiatrice o mitizzante. Persino rispetto ai classici americani, «Il profeta» si basa su una maggiore audacia fenomenologica, sul rigore di uno stile ancora più incandescente – a tratti iperrealistico, a tratti simbolistico – e su recitazioni che vanno addirittura ad affiancarsi a quelle mitiche di Pacino, Redford, Newman. Audiard, infatti, grazie all’accanita perfezione del dosaggio tra luci, effetti sonori, scelte d’inquadratura, movimenti di cinepresa e incastri di montaggio può tramandare alla pari, come indelebili (magari nei nostri incubi) protagonisti, tanto l’abbagliante novizio Tahar Rahim quanto il ciclopico veterano Niels Arestrup. Due ore e mezza sono lunghe, ma nel caso de «Il profeta» scandiscono la durata di un capolavoro.
Da Il Mattino, 19 marzo 2010

Galera scuola di vita
di Alberto Crespi L’Unità

Quasi un anno dopo Cannes, e dopo la bellezza di 9 César vinti, esce in Italia Il profeta di Jacques Audiard. In Francia è già disponibile in homevideo (è uscito il 17 febbraio in dvd e blu-ray).Un vero filmone, premiato sulla Croisette con il Gran Prix du Jury – solo l’amicizia fra la presidente della giuria Isabelle Huppert e il regista del Nastro bianco Michael Haneke gli ha negato la Palma d’oro – e calorosamente recensito da tutta la stampa francese. Da vedere. Il profeta è la storia di Malik,un giovane teppistello di origine araba che finisce in una galera francese. Ha 19 anni, non sa leggere né scrivere, non sa nulla della vita né della malavita. La prigione sarà, come diceva Gorkij, la sua università. Malik è un facile obiettivo dei «boss». Finisce sotto la protezione di César Luciani, un vecchio gangster corso che è il vero capo del carcere. Ma per diventare un suo uomo di fiducia Malik deve superare una linea d’ombra, compiere un rito di passaggio che lo segnerà per sempre: uccidere un altro galeotto che Lucani ha condannato a morte. Pian piano, il ragazzo sale la gerarchia malavitosa all’interno del penitenziario. Ha imparato tutte le lezioni. Forse le ha imparate fin troppo bene, al punto di volersi mettere in proprio. Di voler diventare lui, il capo.
MIX DI LINGUE
La segnalazione dell’uscita homevideo non è casuale. Il profeta andrebbe visto in originale. Non solo è sostanzialmente parlato in 3 lingue – arabo, corso, francese – che si trasformano tutte in un «normale» italiano, ma sfoggia un gergo carcerario che nel paese dei Miserabili e del Conte di Montecristo è, da sempre, particolarmente colorito. Va da sé che in originale è largamente incomprensibile, ma i dialoghi – se opportunamente sottotitolati – hanno una verità, una pregnanza, che nessun doppiaggio può restituire. Detto questo, il film ha altre virtù. È un potente esempio di cinema di genere, un degnissimo erede di tutti i classici noir ambientati dietro le sbarre, da Nick mano fredda a Fuga da Alcatraz. Per non parlare (restando in Francia) del celeberrimo Il buco di Becker, il noir – non a caso scritto da un corso, José Giovanni – che più di ogni altro ha portato nel cinema il gergo ruvido e fantasioso della mala. Aggiornando quelle atmosfere al XXI secolo, Jacques Audiard nonpuò che renderle multietniche: ricordare che la gran parte dei detenuti nelle prigioni francesi è di origine africana è un dato sociologico, non certo una notazione razzista. A Cannes, Audiard ha spiegato che Il profeta è una consapevole metafora della società francese e dei rapporti di forza che la dominano. 58 anni, figlio del grande sceneggiatore Michel, Jacques Audiard padroneggia il film con mestiere robustissimo. Nel variopinto cast spicca Niels Arestrup, che interpreta il boss corso in modo superbo. Non fatevi sviare dal nome: pur essendo di origini danesi, Arestrup è cresciuto nelle banlieues di Parigi e personaggi come Luciani deve averli conosciuti da vicino. Lo doppia Rodolfo Bianchi: niente da dire sul suo lavoro, ma in originale è uno spettacolo.
Da L’Unità, 19 marzo 2010

Truce escalation del perfetto sicario maghrebino
di Roberto Silvestri Il Manifesto

I mogul yiddish di Hollywood nascosero con cura il passato, pochi i film Usa chassidici, fino al Violinista sul tetto. Anche gli italo-americani preferirono glissare sulla mafia, fino a Coppola. Dimenticare significa tentare il salto di civiltà, entrare nell’individualismo moderno, ma si entra nella modernità rielaborando le parti nobili della tradizione e non rimuovendo ciò che resterà, ignobile, nei secoli dei secoli. La cultura araba, anche non fondamentalista e passatista, così, con l’islah (la riforma, la modernizzazione «acritica») non ha più il rapporto aureo di un secolo fa, ma lo sceneggiatore maghrebino Abdel Raouf Dafri vuole invece esibire la propria cultura e agganciarsi ai fatti di cronaca, vera e nera, che rendono anche in Francia il carcere la perfetta foto di come si declina, alla razzista, la parola «Giustizia». Difendersi in galera, sopravvivere al suo codice perverso, vuol dire proteggere se stessi e la propria gente anche fuori. Parlare il linguaggio complesso del posto dove vivi. Essere semioticamente, oltre che muscolarmente, attrezzati. È il tragitto del migliore cinema beur (Okacha Taouita) e anche dell’antieroe di questo film francese (coproduce la Bim) in gara, Il profeta. È il diciannovenne Malik El Djebena, condannato a 6 anni, solo, analfabeta e fragile, che si laurea, tra le sbarre, all’università del crimine. Cioè, a forza di missioni sempre più audaci e infami, di umiliazione e servilismo, di pugni, assassinii e sopraffazioni, diventerà da nullità educabile, un criminale inguaribile, un futuro boss, in grado di scalare le vette del potere, alleandosi con i più forti e annichilendoli quando vacillano. Soprattutto se saprà ben utilizzare la «versione francese» della nostra legge Gozzini che permette ghiotte (secondo il film) semi libertà fatte di rapine, omicidi, traffici opulenti di droga, regolamenti di conti…E convivere disinvoltamente con i sensi di colpa, che sono ovviamente non i morti sulla coscienza ma solo quelli «consanguinei», gli unici desiderabili sessualmente. Questo finish reazionario è il contributo originale del regista parigino, Jacques Audiard, 57 anni, che ha ritoccato il copione di Dafri, agganciandolo patriotticamente al polar populista (Giovanni, Enrico, Bozuffi, Delon…) che irrita la critica (chic, snob, normale e anormale) e che, ignorando Jean Pierre Melville, glorifica la «parte bassa» e rabbiosa dell’ Esagono di oggi (ma che è al governo, non ancora in carcere).
Alla lotta coatta per la sopravvivenza, al «tutto e subito», con ogni mezzo necessario, al cangiante codice «morale» che si basa però sempre sulla glorificazione sciovinista della santa Famiglia e degli interessi etnici: corsi, marsigliesi, slavi, russi, baschi, italiani, gitani, arabi e, ultimi arrivati, «arabi barbuti probabili terroristi» o «ricchi assoluti probabili terroristi». Il profeta, due ore e mezzo, diretto con accurato dinamismo e certosina catalogazione di ogni figura retorica del filone carcerario (rivolta esclusa) non ha tempi morti e vende di tutto, dagli stupri sotto la doccia ai superiori corrotti, dalle prigioni vivibili (con tanto di «angolo moschea», mica siamo in Brasile) alle gerarchie interne che non ammettono sgarri, dagli sgozzamenti insostenibili ai languidi canti patriottici (in inusuale lingua cugina, il corso), tediandoci troppo con un realismo di maniera dal ritmo drogato, per ottenere prestazioni spettacolari. Mentre il genere carcerario (uno dei più faticosi, con quozienti altissimi di difficoltà), se non vuol essere consolatorio o filo-istituzionale, come dimostrano Bresson e Aldrich, Siegel e Ferrario, di una cosa non può fare a meno, dell’horror vacui. Del combattimento contro i tempi morti. Dunque contro l’istituzione concentrazionaria, non contro chi, il clan di Bastia, in catene, per colmo della beffa, dovrebbe rappresentarla.
Da Il Manifesto, 19 marzo 2010

Sopravvivere in carcere? Basta rispettarne le leggi
di Davide Turrini Liberazione

C’è una costante affascinante in tutto il cinema del cinquantottenne Jacques Audiard (cinque regie dal ’92 ad oggi, ventuno sceneggiature dal ’74 ad oggi). E’ questa capacità dei protagonisti dei suoi film, maschi o femmine che siano, dall’Albert di Un heros tres discret al Thomas di Tutti i battiti del mio cuore , di ribaltare e far diventare un handicap fisico, psicologico, comportamentale, una leva su cui costruire una propria ricca risorsa futura.
Malik di Un prophète , un travolgente Tahar Rahim al suo esordio come attore principale, è l’ultimo della trafila dei “deboli” corpi messi in scena da Audiard. Il ragazzo è condannato a sei anni di prigione, non sa né leggere né scrivere e al suo arrivo alla centrale di polizia pare un cagnetto spaurito. Viene come gettato in pasto alle non regole di un penitenziario che ha tutta l’aria di una banlieue in continuo fermento. La peggiore teppaglia assemblata in un unico luogo ermeticamente chiuso. Nessuno ambisce ad evadere, l’obiettivo è costruire un microsistema che riproduce quello violento e squilibrato che c’è fuori. Il gruppo più inserito e temuto nella galera, tra musulmani di ogni latitudine, è quello dei còrsi, governato dell’anziano Luciani, un edipico Niels Arestrup. Non passa che qualche settimana e Malik per sopravvivere è costretto a far fuori un detenuto nordafricano che potrebbe testimoniare contro i còrsi, pena, a sua volta, l’osso del collo. L’iniziazione alla vita del carcere è servita, con immediatezza, rudezza ed estrema fisicità. Un prophète , da qui in avanti, è un fiume in piena di prepotenti dinamiche gangsteristiche, di naturale sanguinosa violenza tra uomini. Malik impara ad uccidere, si alfabetizza nella scuola del carcere, si droga, diventa amico di un altro carcerato malato di cancro e della sua famiglia: la sua presa del potere avverrà a scapito del vecchio còrso rimasto isolato in cella (qui c’entra anche Sarkozy e un po’ di politica). Audiard non propone sguardi moralizzatori, cuce insieme ritmo e spettacolarizzazione, disegna linee rette per le psicologie dei criminali e non si vieta incursioni “graphic” con fiotti di sangue. La sua macchina da presa non ha bisogno di eccessivo movimento, basta aver davanti all’obiettivo la presenza potente di un balletto di facce da ceffi, sbirri corrotti, unghie lunghe, anelli da mafioso, lamette, pistole automatiche. Le sovraimpressioni con brevi frasi e/o nomi dei protagonisti provano a scostare in capitoletti una materia narrativa talmente compatta che due ore e mezza passano come niente.
Il respiro di un gangster movie compresso tra le quattro mura spaziali di un carcere, schizzato in incursioni/missioni esterne nella seconda parte, zigrinato da rare e preziose tracce di componimento musicale (Alexandre Desplat) e con un paio di sequenze risolutrici a mostrare la mutazione di ruolo di Malick all’interno del carcere. Quella orchestrata da un pezzo blues/hip-hop, con mdp che segue i frammenti ripetuti della preparazione del pasto tra cucina, corridoi, cortile, celle, uffici delle guardie, è semplicemente all’altezza dei piani sequenza del vecchio Scorsese alla Quei bravi ragazzi..
Da Liberazione, 19 marzo 2010

L’anti-Scarface di Audiard
di Paola Casella Europa

Il profeta è un film raro perché niente, al suo interno, è facilmente interpretabile o ha una sola lettura. E questo non perché il film di Jacques Audiard che ha vinto valanghe di Cesar ed è stato il candidato francese agli Oscar si diverta a sguazzare nell’ambiguità, ma perché la maggior parte degli avvenimenti, nella vita come in questo film, rimangono imperscrutabili.
Il microcosmo de Il profeta, claustrofobico labirinto per topi ma anche frattale dell’universo contemporaneo, è la prigione francese in cui entra il franco-algerino Malik, che a 19 anni ha un senso di sé nullo e nessuna idea di come sopravvivere. Comincia così il viaggio di formazione della sua identità adulta e maschile, ma anche etnico-religiosa, di un ragazzo che sarà pure sprovveduto e ignorante, ma non è affatto stupido, osserva ogni dettaglio e apprende con eccezionale rapidità, applicando poi alle sue osservazioni quella capacità istantanea di “ragionamento” che, secondo Sciascia, distingue gli uomini dai non. In questo modo Malik prende in contropiede gli altri carcerati che lo sottovalutano perché è giovane, analfabeta e un «cane arabo». Anche Il profeta sovverte le aspettative, entrando e uscendo continuamente dal cliché del prison e del gangster movie: se da una parte Audiard ricorre ai più classici cliché (come il freeze frame con scritta in sovrimpressione per presentare i personaggi) dall’altra rifiuta di rivestire di glamour il suo protagonista, che il regista stesso ha definito “l’anti-Scarface”.
Lo sguardo del regista, benché non privo di empatia, è distante come quello di uno studioso del comportamento maschile, più etologo che antropologo: in una scena clou che mostra il nuovo rapporto di forze fra due boss del carcere, e che si consuma in cortile, il più debole cede a quello più forte secondo modalità tipicamente canine.
Malik inizialmente si unisce ad una gang di còrsi, poi acquisisce un senso di identità e di comunità unendosi ai “fratelli” musulmani. Il ragazzo segue un suo codice d’onore che lo trasforma nel profeta del titolo – un titolo parimenti ironico e rispettoso – passando dalla mera sopravvivenza alla volontà di compiere scelte che riescano a prescindere dalle sue circostanze. L’assunto è che il microcosmo della prigione estremizzi ma non si discosti poi tanto dal macrocosmo maschile corrotto e violento: quando Malik esce in libertà vigilata si imbatte in un gruppo di cacciatori che esternano la stessa aggressività “virile”, benché legalizzata, verso un cervo inerme.
Esteticamente, Il profeta è un capolavoro anche nel documentare la graduale presa di coscienza del protagonista: i titoli di testa sono quasi invisibili in uno schermo buio che scopre solo poche chiazze di luce, e nelle prime scene lo spettatore è co-stretto in una visione limitatissima delle persone e degli eventi, proprio come accade a Malik. Non si tratta solo dei confini angusti della prigione, ma dell’impossibilità per il protagonista di guardare la realtà da una qualunque prospettiva, limitandosi a subirla. La fotografia non indugia, non estetizza, racconta gli eventi in modo fattuale e asciutto, ma non per questo è sciatta o indifferente al valore estetico di ciascuna inquadratura. E il montaggio sonoro da solo avrebbe meritato l’Oscar.
La violenza ne Il profeta raggiunge livelli da bassa macelleria, ma non è mai compiaciuta o glorificata. Persino il realismo magico di alcune scene che sfiorano la “visione mistica” è trattato in maniera rigorosa, come una concessione al piano alto dell’esistenza costretta a passare attraverso lo squallore terreno di una cella. E la presenza etica del regista traspare non dall’applicazione di un giudizio morale all’ascesa criminale di Tarik, ma dalla discrezione insita nei movimenti di macchina che mostrano l’inguardabile e nello stesso tempo non lo sfruttano a fini voyeuristici. Ultima valenza del film, ma non meno importante (e forse uno dei fattori determinanti nell’esclusione de Il profeta dalla vittoria agli Oscar), è la rappresentazione della crescente importanza della comunità musulmana in Occidente, i cui componenti «sono forti perché sono tanti e non guardano solo ai soldi». E il rapporto fra Islam e Occidente, nelle parole del “fratello arabo” di Malik, è «una guerra », non più contenibile fra le quattro mura delle carceri.
Da Europa, 20 marzo 2010

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