Il padre dei miei figli

Quando si parla di religione, o di spiritualità, in rapporto al cinema, se non ci si riferisce a film sulla vita di Cristo o dei santi, si pensa almeno a film che alludono a un’Entità trascendente, o a qualche evento miracoloso più o meno accertato.
Un film francese, uscito in Italia questa estate, e che ancora resiste in qualche sala – “Il padre dei miei figli”, della regista Mia Hansen Love, è un film, a mio parere, “religioso”, senza avere nessuna delle caratteristiche, per le quali convenzionalmente si associa alla religione un film.
Il protagonista, di mestiere, fa il produttore cinematografico: mestiere, potrebbe forse obiettare qualcuno, profano come pochi altri.
In ogni caso, è un produttore sui generis, che non produce film che lo possano arricchire, ma film difficili, d’autore, che anzi un po’ alla volta lo porteranno sul lastrico.
Ora, intendiamoci: per me, un uomo religioso è un uomo che antepone al successo, all’affermazione personale, qualcosa, un ideale, che egli considera più importante di sé, al quale dedica per intero la sua vita, disposto anche al sacrificio estremo.
Per il produttore in questione, tale ideale è l’arte, e in particolare l’arte del cinema. Senza, beninteso, che assuma pose compiaciute da esteta. Perché dell’uomo religioso – così come, almeno, convenzionalmente lo si rappresenta – egli ha la sobrietà, oltreché il rigore. (E tale analogia tra la sua figura e gli uomini religiosi ci è suggerita da un viaggio a Ravenna, dove visita i mosaici bizantini che raffigurano alcuni santi, dall’aria soave, ma anche, appunto, sobri e composti).
In una lunga sequenza, all’inizio del film, lo vediamo e lo ascoltiamo mentre parla ripetutamente al cellulare: passeggiando per un boulevard di Parigi, nel suo ufficio, mentre guida la macchina; rispondendo ai problemi più diversi: i capricci di un attore sul set, un ammanco finanziario, una questione sindacale con una troupe, e così via.
Tale assalto di problemi, così fitto e prolungato, potrebbe risultare frastornante e irritante. E invece l’uomo si mantiene paziente e lucido; perché, si intuisce, al di là di quella coltre spinosa di problemi, egli intravede una luce, che, pur nella gravità che appartiene alla sua fisionomia, gli conferisce una specie di leggerezza. E quella luce altro non è che il desiderio di veder realizzato QUEL film, al quale egli crede, appunto, con l’integrità di un uomo religioso.
Verso la metà del film, l’uomo, sull’orlo del fallimento, si uccide, sparandosi per strada. E qui ci si potrebbe chiedere: può uccidersi un uomo davvero religioso? Una religione non dovrebbe aiutarci ad affrontare i momenti di crisi?
Ma una religione ha i suoi martiri volontari! Quando la realtà impedisce di vivere per l’ideale in cui si crede, di quella vita, che ha perso valore, ci si può sbarazzare.
Il nostro eroe potrebbe forse – ma dico forse – salvare la sua società di produzione, vendendo il catalogo dei suoi film, e arrestando la realizzazione di un film svedese particolarmente impegnativo e rischioso.
Ma egli, un po’ estremistico, non accetta soluzioni compromissorie.
Da quel momento, nel film, soffia un vento, per intenderci, da “Atti degli apostoli”.
A proseguire la sua missione, interviene la moglie (interpretata da Chiara Caselli, che in Francia ha riscosso un successo personale per questo ruolo); insieme a lei il fratello, le figlie e i collaboratori più stretti del produttore.
Voglio dire, che per compensare il lutto generato dalla scomparsa di quest’uomo tanto amato e carismatico, i suoi cercano di proseguire il suo lavoro, di salvare la società di produzione, di portare a compimento i film già avviati; e coltivando l’amore per il buon cinema.
Certo, se il produttore è un uomo religioso, come accade anche ai santi veri e propri, rischia il ridicolo: valeva la pena di morire per film destinati a un pubblico ristretto?
Ma mi chiedo: il valore di un ideale può essere forse misurato in base al numero di quanti lo condividono?
In ogni caso: “Il padre dei miei figli” è un bel film. Se ancora sopravvive in qualche sala della vostra città, affrettatevi a vederlo. Tra gli altri suoi meriti, trasmette un soffio di religiosità non retorico.
di Gianfranco Cercone, da “libertiamo.it”

Un produttore cinematografico alle prese con registi capricciosi, film difficili da portare a termine e guai finanziari. Questi ultimi finiranno per opprimerlo spingendolo al suicidio. Nella seconda parte del film vediamo la sua bella famiglia – moglie e tre figlie – alle prese con l’elaborazione del lutto e con un tentativo in extremis di salvare la società.
Secondo lungometraggio di Mia Hansen-Løve, Il padre dei miei figli è un film ispirato a una figura reale, Humbert Balsan, che produsse film di Youssef Chaihine, Elia Suleiman, Claire Denis, James Ivory e che, schiacciato dal peso dei debiti, finì per togliersi la vita il 10 febbraio 2005 (quando, tra i progetti a cui stava lavorando, c’era anche il film d’esordio della Hansen-Løve). Premiato a Cannes (nella sezione Un certain regard) è un film che potrebbe lasciare diversi spettatori insoddisfatti, come se gli mancasse qualcosa. Raccontando un “pezzo di vita”, adotta infatti un modo di raccontare che rifugge dalla drammatizzazione: non carica gli spunti conflittuali (che pure ci sarebbero – i creditori, i registi, ecc.), non cerca scene madri, dialoghi urlati e sopra le righe. Il padre dei miei figli non è insomma un film di Patrice Chéreau o di Christophe Honoré. E così alcuni spettatori scambieranno questi toni smorzati per banalità, per incapacità di dare sostanza alla storia e creare attenzione.
E poi, a differenza di un Muccino o di un Özpetek, la Hansen-Løve evita di mettere una voce fuori campo o una vecchia zia che da quel pezzo di vita che viene raccontato tragga una morale (e la imponga allo spettatore), con frasi “memorabili” (“la vita è così”, “la morte è cosà”, “l’amore”, “il senso della vita”, “la felicità”, bla bla bla). E così alcuni spettatori penseranno che questo film non riesca a dirci nulla, non riesca cioè ad elevarsi sopra il caso singolo portato sullo schermo.
E, infine, raccontandolo questo “pezzo di vita” lo fa con uno stile estremamente sobrio e controllato, privo cioè di quegli scarti, di quelle volute “sgrammaticature” che negli epigoni della nouvelle vague sono il modo di lasciare aperta la porta al caso e alla “vita”. E questo sarà ritenuto da alcuni spettatori grigiore di stile.
Dicendo quello che NON troveranno, abbiamo dunque avvertito gli spettatori che potranno rimanere delusi. Detto questo, ci sentiamo però di consigliarlo per diverse ragioni. Perché agli appassionati di cinema, non potrà sfuggire la descrizione accurata, lontana da facili cliché, del mondo del cinema (e l’amore disincantato con cui sono ritratti i suoi protagonisti). Perché la costruzione narrativa – oltre allo sviluppo originale consistente nel far morire a metà dell’opera quello che sino ad allora appariva il protagonista della vicenda – riesce sapientemente a far coesistere una pluralità di punti di vista. Ma, soprattutto, perché suona “autentico”, “vero”. Si noti a questo proposito la qualità ammirevole della recitazione: è questa che rende viva, palpitante, e quindi interessante, una “tranche de vie”. Tra parentesi, è da consigliare, se possibile, di vederlo in originale, perché il doppiaggio non potrà che rovinare la splendida naturalezza della recitazione, che è parte integrante delle bellezza di questo film.
D’altra parte, a quegli spettatori che, non trovandovi le frasi “esplicative” di Muccino od Özpetek pensassero che il film, come si diceva, si esaurisca nella rappresentazione di un caso singolare, consigliamo di seguire i motivi, per così dire universali, del destino, del caso, della libertà di scelta (della possibilità di dire “sì o no”, di cui il suicidio è, per certi versi, l’estrema affermazione). Motivi che l’autrice non impone alla storia, e allo spettatore, da un punto di vista privilegiato, ma riesce a inserire fluidamente e sottilmente nelle pieghe della vicenda (ad esempio, attraverso le valenze simboliche degli oggetti – la scala nel luogo dei templari, le candele, i mosaici di Ravenna, ecc.) richiedendo allo spettatore maggiore collaborazione interpretativa.
Se prima avevamo detto a cosa Il padre dei miei figli NON assomiglia, possiamo ora concludere dicendo che le tonalità adottate e la costruzione dei personaggi può, per più versi, riportare alla memoria un film come La stanza del figlio – tra l’altro, ancora il ritratto di una famiglia alle prese con l’elaborazione del lutto.
Un’ultima notazione. Ci siamo ripetutamente chiesti perché i distributori italiani abbiano tradotto il titolo originale Le père de mes enfants con Il padre dei miei figli (quando si tratta in realtà di tre figlie) ma, al momento, non riusciamo a darci risposta.
di Rinaldo Vignati, da “nonsolocinema.com”

Il padre dei miei figli è firmato da Mia Hansen-Løve, regista che si era fatta notare con l’inedito Tout est pardonné. Ex firma dei Cahiers du cinéma, la giovanissima autrice, che evidenzia una straordinaria padronanza della materia filmica, e una non comune capacità di condensare in immagini forti dal sapore classico sentimenti e corpi, è uno dei nomi emergenti del nuovo cinema transalpino. Un cinema che pur non rinnegando la lezione della nouvelle vague, riesce a superarla nel segno di un rinnovamento, produttivo e anagrafico, genuino e motivato. Il padre dei miei figli, interpretato tra gli altri da una vibrante Chiara Caselli, è ispirato, in parte, al suicidio del produttore Humbert Balsan, scomparso nel 2005. La Hansen-Løve avrebbe dovuto esordire con un film prodotto da Balsan, sempre attento al cinema femminile, ma il corso degli eventi ha deciso altrimenti. Se un personaggio come Humbert Balsan può sembrare oscuro o esoterico in Italia, in Francia e nel resto del mondo era riverito e amato come un pioniere del cinema d’autore coraggioso, innovativo e generoso. Amico intimo del regista Samuel Fuller, autore di capolavori come Il bacio nudo, Corea in fiamme, White Dog e Il grande Uno Rosso, Balsan era entrato nel cinema interpretando il ruolo di Gaiwan in Lancillotto e Ginevra di Robert Bresson. Da produttore ha lavorato, promosso e valorizzato nomi del calibro di Pierre Kast, Elia Suleiman, Claire Denis, Noury Nasrallah, Youssef Chahine, Sandrine Veysset, Nikos Papatakis e Béla Tarr. Purtroppo proprio durante le riprese di L’uomo di Londra, Balsan si è tolto la vita.
Il merito principale della Hansen-Løve è essenzialmente di non indulgere nell’agiografia cinefila dell’uomo. L’attenzione del film è spostata con grande acume sulla famiglia del produttore che si ritrova prima coinvolta nei progetti e nelle crescenti difficoltà economiche e poi deve confrontarsi con l’assenza del marito e del padre. Ciò che sorprende è il rigore emotivo con cui Il padre dei miei figli mette in scena un dolore sordo e feroce in una prospettiva assolutamente laica. Privo di qualsiasi tentazione psicologizzante, la Hansen-Løve costruisce un film che evidenzia soprattutto il lavoro necessario per continuare a vivere dopo il lutto. Non ci sono scene madri e non si pigia il pedale delle emozioni ricattorie. Il perimetro della vita è riconquistato con movimenti precisi della macchina da presa. La sceneggiatura, per quanto perfetta, è totalmente al servizio delle immagini e degli interpreti. In questo senso Il padre dei miei figli è davvero l’omaggio più potente e sentito al cinema che Humbert Balsan ha sempre amato e difeso. Un cinema innovativo, critico, attento alle dinamiche del reale e completamente calato nei corpi e nella storia.
Giona A. Nazzaro, da “temi.repubblica.it”

C’è il fantasma di Humbert Balsam, l’illuminato produttore francese che si è suicidato nel 2005 in questo secondo lungometraggio della più che promettente ventinovenne cineasta francese. Forse manca l’impeto di Claire Denis o la frantumazione vita/set di Assayas ma possiede anche un’intensità notevole nella rappresentazione dell’universo familiare
il padre dei miei figli mia hansen loveC’è il fantasma di Humber Balsan, l’illuminato produttore francese (tra i suoi film Adieu Bonaparte di Chahine, Intervento divino di Suleiman e L’intrus di Claire Denis) che si è suicidato nel 2005, dentro questa malata e febbrile opera della ventinovenne Mia Hansen Løve, vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione “Un certain regard” al Festival di Cannes del 2009. Non si tratta però di una biografia. In realtà Il padre dei miei figli è un film di slanci, di corrispondenze mancate, di salti nel vuoto. Non è neanche un film sul cinema ma soprattutto sul contrasto/rapporto tra arte e denaro, su una famiglia che viene vista dal protagonista quasi come una proiezione mentale, una provvisoria visione. Il produttore cinematografico Grégoire Canvel sembra avere tutto quello che desidera: una moglie che ama e tre splendide figlie e un lavoro in cui mette tutta la sua energia. La sua compagnia, l’indipendente Moon Film, è molto stimata ma da tempo i rischi e i debiti la stanno spingendo verso la bancarotta. Lui fa di tutto per poterla salvare ma ad un certo punto i problemi diventano irrisolvibili.
Non ha ancora l’impeto di Claire Denis o l’incontrollabile flusso di Olivier Assayas (con cui ha recitato in Fin aôut, début septembre e Les destinées sentimentales) nella frantumazione vita/set di Irma Vep, ma Mia Hansen Løve è più di una promessa. Già critica dei “Cahiers du cinéma”, e al secondo film dopo Tout est pardonné, il suo film può avere qualche limite in delle forme di compiacimento letterario o uno sguardo su Parigi come luogo di nervoso attraversamento post-Nouvelle Vague e filtrata attraverso il cinema di Christophe Honoré. Al tempo stesso però possiede un’intensità notevole nella rappresentazione dell’universo familiare, luogo essenzialmente vissuto e non scritto, tra passeggiate, recite, abbracci improvvisi dove emerge Chiara Caselli che è al tempo stesso complice, capofamiglia, reincarnazione dell’uomo. Il biopic nella regista diventa ricordo vissuto, i meccanismi esistenziali carichi di dolore ma anche di autentica spontaneità come in Desplechin. La regista sembra aver tirato fuori l’anima del produttore, scheggiata e non ricomposta oggettivamente ma assemblata attraverso frammenti, pulsioni, tra gli incontri della figlia maggiore con l’aspirante cineasta, ai dipendenti della compagnia, fino all’autore che ha mandato in rovina il produttore (sembra che dietro di lui si nasconda l’ungherese Béla Tarr e il suo L’homme des Londres che aveva superato il budget previsto a causa dell’ostinazione del cineasta che voleva girare in una location impossibile come il porto di Bastia in Corsica). E lei sembra voler ridialogare con lui. Il primo film della regista era infatti uno degli 8 progetti a cui stava lavorando Balsan prima della scomparsa. Con quest’opera riprende forma anche attraverso l’ottima prova di Louis-Do de Lencquesaing, che si muove come se fosse sempre sospeso e leggermente innalzato da terra. Forse già un fantasma a inizio film,ma che lascia il segno sul cinema nel cinema, sugli affetti, sugli ambienti. In questo, nella sua inafferrabilità iniziale, Il padre dei miei figli diventa poi una pellicola che si sedimenta, che a ogni pensiero lascia altri dettagli nella suo incontrollabile scorrere non con il tempo ma attraverso il tempo. E dimostra come Mia Hansen Løve abbia vissuto in prima persona il film mentre l’ha girato. Ed è forse per questo che, ripensandoci, cresce sempre di più.
Simone Emiliani, da “sentieriselvaggi.it”

Ci sono passioni ardenti che, talvolta, finiscono per bruciarti e il cinema può essere una di queste. L’attrice e regista Mia Hansen-Løve, non ancora trentenne, si è ispirata per il suo film alla figura del produttore Humbert Balsan (un lungo sodalizio con la coppia Ivory-Merchant e tante, importanti, collaborazioni, tra le quali, quelle con Youssef Chahine, Elia Suleiman e Claire Denis), morto suicida nel 2005 e che lei stessa conobbe un anno prima della sua scomparsa. Un uomo che alla settima arte ha dedicato la vita per poi porvi fine a causa di una disperata bancarotta e che è stato un nome “illuminato” del cinema francese e non solo.
La regista racconta così la storia di Grégoire Canvel, giovane produttore che riempie la sua vita d’amore, sia per il cinema, sia per la moglie e le figlie. Orecchio incollato al cellulare, una sigaretta dopo l’altra e mai avaro di sorrisi, Canvel è, fondamentalmente, un appassionato. La sua Moon Film è una sorta di nave coraggiosa che salpa verso le acque sempre più impetuose di traballanti economie ma dove non manca mai l’entusiasmo, né il coinvolgimento. Ed è proprio con la forza di questi elementi che l’intrepido Grègoire sembra sopportare stoicamente ogni avversità: dalle difficoltà logistiche fino ai capricci di un viziato regista.

La Hansen-Løve segue Canvel (interpretato da un convicente Louis-Do de Lencquesaing) come a pedinarlo durante le sue giornate e, dall’ufficio fino a casa, traccia con ampie pennellate il ritratto di un uomo che non si limita a lavorare nel cinema ma vi respira dentro. Grégoire, infatti, sembra sentire dentro di sé il suono del talento, lascia spazio ai giovani cineasti e pare perdonare ogni intemperanza o bizzarria se esse hanno a che fare con ciò che lui considera “genio”. Un uomo fuori dal comune che, purtroppo, si è lasciato sopraffare dalla sua stessa passione, non riuscendo a sopravviere in un mondo in cui più della poesia dell’estro conta la prosaicità del denaro.
Con un colpo di pistola Canvel cede alla disperazione e il film vira verso un’altra rotta che, tuttavia, non è deviazione di un percorso ma, al contrario, ne è il naturale proseguimento pur battendo un sentiero alternativo. La Hansen-Løve, infatti, passa il testimone a Sylvia, che si trova catapultata nel mondo del marito del quale cerca non solo di comprendere, ma di affrontarne praticamente, i molteplici e complessi aspetti. La morte di Grégoire non è la fine ma una sorta di nuovo inizio, per la vedova e per le ragazze, a cominciare dalla più grande che, nel momento delicato dell’adolescenza, affronta la scoperta della crescita con lo stesso piglio paterno.
Quello che si respira ne Il padre dei miei figli (Premio Speciale della Giuria nella sezione ‘Un certain regard’ al Festival di Cannes) è l’aria del cinema – e della vita stessa – che non è solo il soffio dell’ ispirazione ma può divenire satura di fumo e gelosie o viziata di opportunismi e avidità. E’ amore e talento ma anche cinismo e capriccio e, come una dea viziata e crudele, lascia noncurante che alcuni si immolino per lei.
Un racconto asciutto che non rinuncia alla delicatezza e rivela un talento registico di notevole maturità; così la giovane Hansen-Løve , senza cedere al sentimentalismo o all’ammiccamento celebrativo, ci fa entrare in un universo che spesso coniuga arte e dolore, compromessi e cedimenti ma per la cui passione in tanti sono pronti al sacrificio. Non già quello estremo di Canvel ma anche nelle piccole rinunce quotidiane che, tuttavia, stemperano le amarezze nella consapevolezza che si lavora per ciò in cui si crede. In questo modo, anche la morte sembra acquistare un nuovo senso, quello del perpetuarsi di un ricordo in quello straordinario susseguirsi di immagini che chiamiamo film.
Eleonora Saracino, da “cultframe.com”

È il cinema che insegue la vita, oppure le nostre esistenze doppiano inconsapevolmente le rotte del Grande schermo? Al di là dell’interrogativo, alquanto marzulliano, Il padre dei miei figli – preziosa opera seconda della promettente Mia Hansen-Løve, insignita del premio speciale della Giuria nella sezione “Un Certain Regard” di Cannes 2009 – è un film tutto intriso dell’inestricabile rapporto che si instaura tra cinema e vita. Protagonista è, infatti, un illuminato produttore – modellato sulla figura realmente esistita di Humbert Balsan, scopritore di talenti come quello di Yousseuf Chahine – che antepone le logiche dell’arte a quelle del denaro, incauto delle conseguenze persino a scapito della sua vita personale. Ma il cortocircuito tra cinema e vita reale continua a riproposi anche al di là dello schermo. Infatti a distribuire in Italia questa opera, minuta ma molto densa nei contenuti, è la Teodora Film, casa indipendente innamorata del cinema d’autore, in particolar modo europeo. Quella condotta dall’indomito Cesare Petrillo e dall’inossidabile Vieri Razzini è una delle poche realtà che ancora lottano in direzione ostinata e contraria, seguendo la bussola della libertà espressiva e tenendosi a debita distanza dalle sirene del mercato di massa omologante da multisala. Proprio come Humbert Balsan, e come il protagonista de Il padre dei miei figli a lui ispirato.

Alla conferenza stampa romana erano presenti le due anime femminili che animano Il padre dei miei figli: la regista Mia Hansen-Løve e la nostra Chiara Caselli, che interpreta con misura e delicatezza il ruolo della moglie del protagonista. Prendendo spunto dalla molteplicità di temi che attraversa il film, entrambe hanno toccato svariati argomenti, dall’attuale crisi culturale e politica ai riferimenti autobiografici e personali che si celano dentro l’opera. Ribadendo, ancora una volta, che “il cinema è vita”, come sosteneva Truffaut.

La regista Mia Hansen-Løve sul set del suo film Le père de mes enfants (2009)In Francia la storia del produttore Humbert Balsan, cui è ispirato questo film, è sicuramente più conosciuta che da noi. Si tratta di una personalità straordinaria, che ha contribuito a diffondere autori difficili su cui nessuno voleva investire, molti dei quali tristemente mai distribuiti in Italia. Ne Il padre dei miei figli fino a che punto si è fatto riferimento ai dettagli reali della sua biografia?
Mia Hansen-Løve: Humbert Balsan era un uomo estremamente amato e stimato nell’ambiente culturale francese. Il suo lavoro ha concesso a grandi artisti come Yousseuf Chahine di potersi esprimere, e ha permesso di diffondere cinematografie poco conosciute come quelle del Medio e dell’Estremo oriente, nonché di lanciare autori esordienti francesi, tra cui Sandrine Veysset (il suo Ci sarà la neve a Natale è stato un successo). Tuttavia è una personalità che rimane ancora poco conosciuta anche tra il grande pubblico francese. Il mio desiderio era dunque quello di far uscire dall’ombra questo eroe silenzioso, dedicandogli un film. Da un punto di vista professionale sono stata molto legata a Balsan, perché è stato il primo che ha creduto in me e ha accettato di produrre il mio film d’esordio, Tout est pardonné. Ma dal punto di vista personale purtroppo non sono riuscita a conoscerlo molto bene, e ho incontrato per la prima volta la moglie e i figli solo dopo il suo funerale. Il padre dei miei figli è quindi il risultato di una mescolanza tra dettagli reali, attinenti alla sua storia professionale, e particolari di fantasia relativi alla sfera affettiva e famigliare. Non lo definirei dunque un biopic.

Alla riuscita del suo film contribuisce in maniera determinante lo straordinario apporto di tutti gli interpreti. Quali sono i criteri che l’hanno guidata nella scelta degli attori?
Mia Hansen-Løve: Il casting per me assume un valore quasi sacro. Penso sia l’aspetto più importante di ogni film. Non si tratta solo di trovare gli interpreti giusti, ma anche di prestare molta attenzione alla loro modalità di interazione. Per questo motivo sono stati dedicati molti mesi ai provini, ma il tempo impiegato si è rivelato ben speso, e mi riferisco naturalmente anche alla scelta di Chiara Caselli.

Chiara Caselli con le piccole Alice Gautier e Manelle Driss in una scena del film Le père de mes enfants (2009)Il film possiede anche un forte significato simbolico in relazione allo stato attuale della cultura, e del cinema in particolare. Un personaggio come quello di Grégoire, disposto a sacrificare persino la propria vita in nome dell’arte, è più che mai attuale, soprattutto in uno scenario come quello italiano sempre più triste e sconfortante.
Chiara Caselli: Spero davvero che tanti miei amici italiani, che svolgono un lavoro simile a quello di Grégoire non facciano la sua stessa fine… Il mondo del cinema vive oggi una situazione più che mai drammatica, caratterizzata dai tagli al Fondo unico per lo spettacolo e dal ritiro dei finanziamenti per il Centro sperimentale di cinematografia. Conosco molti produttori italiani che hanno lo stesso coraggio di Grégoire, la medesima voglia di mettersi in gioco, anche in prima persona, in nome dell’arte. Il nostro Paese è pieno di talenti in ogni settore, dalla musica, alla pittura, al cinema, ma purtroppo questa gloriosa tradizione sta morendo. Ciò che ha permesso alla creatività italiana di affermarsi, fin dai tempi del Rinascimento, è stata la volontà di sovvenzionare la cultura da parte di persone illuminate. Se non ci saranno più finanziamenti, il nostro patrimonio sarà destinato a svanire. Avendo anche una figlia piccola, ciò che mi infastidisce di più di questo sciagurato Governo è l’assoluta incapacità di pensare alle generazioni future.

Il suo film propone molti temi, dall’incomunicabilità della relazione di coppia, all’elaborazione del lutto, passando per la crisi del cinema. Quale le interessava raccontare maggiormente?.
Mia Hansen-Løve: In effetti rispetto alla mia opera d’esordio, che ruotava attorno a un unico argomento, questo film possiede un approccio più sfaccettato. Il padre dei miei figli non parla solo di cinema, ma si allarga alla vita vera. Senza fare alcun tipo di paragone, mi ispiro molto all’idea di cinema di Jean Renoir, in cui la storia di un personaggio era solo il punto di partenza per raccontare un intero universo. Ad ogni modo si può dire che nel mio film c’è soprattutto un nodo cruciale, vale a dire la relazione che scatta tra amore per il cinema e amore per la vita. Anche in questo caso mi ricollego alla visione di un altro maestro del calibro di François Truffaut, che sosteneva come il cinema fosse la vita. Personalmente mi sento molto legata al personaggio di Grégoire, che è fondamentalmente un uomo la cui forza di vivere scaturisce dal cinema, almeno fino a che questo rapporto non finisce per incrinarsi.

Mia Hansen-Løve sul set del suo film Le père de mes enfantsHo molto apprezzato il film, ma ho percepito come una mancanza, un vuoto, nel rapporto tra moglie e marito. Si tratta di una scelta voluta?.
Mia Hansen-Løve: Forse può sembrare un po’ strano che una moglie non si accorga dei problemi esistenziali di suo marito e che non ne comprenda le tragiche intenzioni. Ma, secondo me, sono cose che succedono nella vita vera. Grégoire è uno di quelli che si tengono tutto dentro, mentre Sylvia ha troppo pudore per domandargli cosa non va. Capisco che sia una situazione molto difficile da rappresentare al cinema, ma si tratta di qualcosa che fa parte anche del mio vissuto personale. Anche mio nonno, infatti, si è tolto la vita, senza che sua moglie fosse riuscita ad accorgersi del suo malessere. Una cosa che mi ha sempre colpito – tanto in mia nonna quanto nella moglie di Humbert Balsan – è la forza eccezionale con la quale queste donne riescono ad affrontare la vita, senza al tempo stesso mai serbare rancore nei confronti del proprio compagno.

Per quale motivo è stata scelta proprio Ravenna come luogo dove la famiglia si reca in vacanza?
Mia Hansen-Løve: Devo ringraziare un mio amico che mi ha portato a vedere i mosaici di Sant’Apollinare in Classe, di cui mi sono letteralmente innamorata. Per me si tratta di un luogo che ha qualcosa di atemporale; qualcosa che secondo me – proprio come il cinema – ha a che fare con la nostalgia dell’infanzia. L’altro luogo turistico che si vede nel film è Bagno San Filippo, a Siena, dove ci sono delle pozze di acque sulfuree di cui è rimasto attratto anche il regista Andrej Tarkovskij.

Chiara Caselli, Alice Gautier, Manelle Driss e Alice de Lencquesaing in una scena del film Le père de mes enfants (2009)È impressionante il modo con cui siete riusciti a ricreare un’atmosfera famigliare. Poiché a recitare ci sono anche delle bambine, vi siete affidati molto all’improvvisazione?
Mia Hansen-Løve: Non abbiamo provato molto di più rispetto a un film in cui nel cast ci fossero solo attori adulti. Anzi, non ho proprio voluto coinvolgere le bambine durante la fase di lettura del copione per evitare che perdessero di spontaneità. Sembrerà una stupidaggine, ma il fatto di aver girato in estate, in luoghi di campagna, è stato molto utile anche per le piccole attrici, che si sono potute divertire. Penso che l’ambiente che ci circonda sia una variabile molto importante per il risultato artistico finale. Ho preferito girare scene molto lunghe, senza stacchi, in modo da ricreare un’atmosfera il più possibile naturale e spontanea, affidandomi sovente all’improvvisazione.
Chiara Caselli: Quando ho incontrato per la prima volta Mia, lei mi ha consegnato la sceneggiatura de Il padre dei miei figli, ma mi ha anche fatto vedere il suo primo film. Penso che anche lì si noti la straordinaria capacità di trasformare i personaggi di finzione in persone reali. In questo caso Mia è stata bravissima nel riuscire a gestire anche il rapporto tra attori adulti e bambini, notoriamente molto difficoltoso. Per calarmi nel personaggio sono partita da piccoli gesti, come ad esempio la camminata. Un particolare apparentemente secondario, come la scelta di indossare scarpe basse, è stato per me indicativo del carattere di Sylvia; una donna con i piedi ben piantati per terra, che sa quale direzione prendere anche nei momenti di crisi. Poco prima di iniziare le riprese ho incontrato anche la moglie di Humbert Balsan. Ho percepito subito la sua grandissima forza interiore ed è stata per me una grande guida spirituale. Sono molto grata alla regista per avermi dato la possibilità di incarnare un personaggio così calato nella vita autentica, come non mi era mai capitato prima d’ora.

Cosa può dirci invece la regista sui motivi che l’hanno spinta a scegliere Chiara Caselli nel ruolo della moglie di Grégoire?
Mia Hansen-Løve: Ho voluto un’attrice straniera perché la moglie di Humbert Balsan era americana. Cercavo qualcuno che fosse in grado di catturare l’essenza del suo carattere, al tempo stesso dotato di estrema forza e fragilità, e penso che Chiara sia stata perfetta in questo.

Le piccole Alice Gautier e Manelle Driss con Alice de Lencquesaing in una scena del film Le père de mes enfants (2009)L’attrice che interpreta la figlia di Grégoire, Alice de Lencquesaing, nella vita reale è anche la figlia dell’attore protagonista Lois-Do de Lencquesaing. Da cosa deriva questa scelta?
Mia Hansen-Løve: Pur sapendo che Lois-Do avesse una figlia attrice molto brava, all’inizio la mia scelta non è ricaduta subito su di lei, perché so che sul set i rapporti di questo tipo sono molto difficili da gestire. Ma, dopo aver condotto molti provini, ho capito che in realtà Alice era la scelta migliore. Lei possiede una naturale sensibilità, che si è rivelata estremamente utile per questa parte così delicata e particolare.
Roberto Castrogiovanni, da “movieplayer.it”

“Cerco la chiarezza perché è ciò che mi commuove, che mi dà la sensazione di accedere a qualcosa di vitale, alla parte infinita di ogni essere, senza che lo stile si metta di traverso”
Mia Hansen-Løve, Press-book del film
È un film, “Il padre dei miei figli”, in cui pulsa un’intensa sensibilità femminile. Una sensibilità che si coglie con pienezza nella prospettiva in cui sono visti e “sentiti”, nel film, gli eventi e i temi affrontati, e che emerge in ogni istante dal tono della messinscena, dalla delicata conduzione degli attori che si intuisce, e dalla recitazione della protagonista Chiara Caselli e delle tre bambine (a loro riguardo, va detto che il titolo italiano avrebbe dovuto essere “Il padre delle mie figlie”, come i sottotitoli dell’edizione originale, più fedelmente, riportano).
Diretto dalla giovanissima Mia Hansen-Løve – insignita del premio speciale della Giuria nella sezione “Un Certain Regard” al festival di Cannes 2009 – alla sua opera seconda, è un film che parla di vita partendo dalla morte, che intuisce la speranza a partire dalla disperazione, che racconta dell’immortalità dell’arte (che ci sopravvive) ma ancor più dell’importanza della dimensione intima, privata, degli affetti. Di come, quando un uomo muore, sopravviva nel cuore dei suoi cari e dei suoi figli, prima ancora che nell’eredità professionale che lascia con l’opera frutto del suo lavoro.
“Papà sopravviverà nei suoi film” viene detto verso la fine a una delle figlie piccole, e lei risponde: “Sopravviverà anche in noi!”. E in questa affermazione, pronunciata con l’ingenuo candore e la disarmante sincerità dell’infanzia, sta racchiusa, secondo chi scrive, una delle semplici, ma profonde, verità che il film esprime.
Protagonista assoluto nella prima parte del film è Grégoire Canvel, un illuminato produttore cinematografico, che ama l’arte nel cinema e il cinema d’autore. Strangolato dai debiti, racchiuso in una trappola tutta interiore di immensa fragilità – che è incapace di esorcizzare comunicandola a chi gli è più vicino – è spinto al suicidio.
Il suo gesto è messo in scena quasi di nascosto, con pudore e un’etica antiretorica diremmo bressoniani. La seconda parte del film si preoccupa di demistificare il più possibile quel gesto, di non assolutizzarne la gravosità, che esso rischia fatalmente di assumere nel giudizio sulla vita di un uomo.
L’atteggiamento concreto e costruttivo della moglie Sylvie, che prende in mano le sorti della casa di produzione cercando di salvare il salvabile (anche se non può evitarne la liquidazione), svela di per sé l’intrinseca non-irreparabilità della situazione che invece ha spezzato Grégoire.
Tutta la seconda metà del film è tesa ad annullare, se non ad invertire, il giudizio negativo che il suicidio getta come un manto nero su chi, compiendolo, ha abbandonato alla vita, alla solitudine, la propria famiglia (oltretutto “lasciandola nei guai”). L’ottica scelta dall’autrice è molto coraggiosa.
Nel film i sentimenti di fallimento e disperazione hanno un ruolo notevole, ma, come sostiene la stessa regista, “non cancellano il resto, non rappresentano l’unica verità: volevo esprimere il paradosso di queste pulsioni contraddittorie nella stessa persona, il conflitto tra luce e oscurità, forza e vulnerabilità”.
Ecco: qui sta il massimo di sensibilità, che crediamo di essere nel giusto nel definire peculiarmente “femminile”, di cui il film è intriso. Lo spirito che sembra animare l’autrice non è quello di chi ha l’ambizione di confezionare un’opera dal significato paradigmatico (come siamo abituati dalla stragrande maggioranza di autori-uomini, nel cinema, come nelle altre arti), ma un’opera che parla, con toni universali, di un tema universale: il diverso modo, mascolino e femmineo, di affrontare la vita. Tragico, assoluto, il primo; perseverante, conservativo, fiducioso, il secondo. Che, alla prova dei fatti, parrebbe quello veramente costruttivo: rivolto al futuro, con radici solide negli affetti.

“Il padre dei miei figli” (notare la soggettività femminile nel titolo) rappresenta nella sua prima parte un uomo oberato e oppresso dal lavoro, che pur non arrivando a trascurare totalmente gli affetti e la famiglia, è a un pelo dal farlo (e con molta partecipazione, la regista dimostra uno sguardo assai comprensivo nei confronti di questo atteggiamento tradizionalmente maschile).
Alla figura di Silvie, invece, è affidato il compito di restituire la capacità – tipicamente femminile – di coniugare la dimensione professionale a quella intima, affettiva, dell’esistenza, contemperandole con un equilibrio difficile da trovare in circostanze estreme, eppure riuscendovi, perché a non venire mai smarrito neppure per un momento è l’orientamento che viene dettato – e non può che essere così – dalla sfera intima, affettiva. È come se in questa sfera riposasse la “bussola” dell’esistenza: quella che un uomo, concentrato sulle acquisizioni esteriori, non possiede per istinto, come probabilmente una donna – un istinto che forse deriva da quello di madre. Esser costretti a vendere il catalogo di film della propria casa di produzione, non è affatto una sconfitta professionale, perché quei film hanno pur sempre avuto vita solo grazie a noi! È una delle cose di cui Grégoire non si accorge, confondendo i titoli di cui fregiarsi con le acquisizioni reali della vita che nessuno potrà toglierci.
In questo senso il film ci appare una risposta, per quanto involontaria, a un film da esso lontanissimo come “Il disprezzo” di Jean-Luc Godard.
Ambientati entrambi nel mondo della produzione cinematografica, il magnifico film di Godard, liberamente ispirato a un romanzo di Moravia, era una nostalgica ode all’elemento “femmineo”, intrisa tuttavia di un’irrimediabile decadenza convogliata verso il suo esito tragico. “Il padre dei miei figli” di Mia Hansen-Løve si muove invece in direzione contraria, dalla tragedia alla vitalità, strappando a un destino di decadenza e facendo in qualche modo trionfare quel “femmineo” la cui polarità rispetto al “mascolino” veniva in Godard tematizzata, ma al contempo soccombeva, ne veniva schiacciata. Non sappiamo se sia un segno dei tempi, ma ci piace immaginarlo così. “Il padre dei miei figli” è un bel film che parla di donne, scritto e diretto da una donna: e si apre al futuro, se non proprio con ottimismo, con molta concretezza.
Il personaggio di Grégoire Canvel è modellato sulla figura realmente esistita di Humbert Balsan, un uomo estremamente stimato nell’ambiente culturale francese, scopritore di talenti che ha permesso di diffondere cinematografie poco conosciute come quelle del Medio Oriente. Humert Balsan è scomparso in modo analogo a Grégoire.
È molto interessante e originale il modo in cui Mia Hansen-Løve ci colloca dentro al mondo della produzione cinematografica, riuscendo a restituire le immense pressioni finanziarie in cui si muove l’industria del cinema, senza mai fare di queste pressioni assai concrete e schiaccianti il tema dominante del film, ma anzi trasmettendo la sensazione opposta, ovvero che il cinema come espressione artistica ha il compito, anzi il dovere – così come la vita – di librarsi sopra tali pressioni, per quanto in un equilibrio instabile e precario.
“Il padre dei miei figli” parla del bisogno di ricominciare: perciò la morte del protagonista arriva a metà film – non alla fine, né all’inizio. È il centro di una storia che prosegue, al di là di quell’evento.
L’attore Louis-Do de Lencquesaing, che interpreta magneticamente Grégoire, emana una sofferenza dissimulata ma profonda. Al personaggio di Sylvia, protagonista della seconda metà del film, Chiara Caselli sa imprimere forza, calma, intelligenza. E nello sguardo della Caselli c’è sin dall’inizio una malinconia latente che sembra rivelarsi proprio quando il resto di lei suggerisce il contrario.
Tutto il film è scritto e girato con una personalità la cui esperienza pratica del mondo e la cui maturità spirituale insieme, non cessano di sorprendere, se consideriamo i 28 anni dell’autrice e regista. È stato chiesto a Mia Hansen-Løve, se non le appare strano che una moglie non si accorga in tempo della dimensione dei problemi esistenziali di suo marito. La regista ha risposto con riferimenti estratti dal suo vissuto personale: anche il nonno della Hansen-Løve si sarebbe tolto la vita senza che sua moglie fosse riuscita ad accorgersi del suo malessere.
Mentre Grégoire è uno di quegli uomini che si tengono tutto dentro, dal canto suo Sylvia ha troppo pudore per domandargli cosa non va. Una situazione molto difficile da rappresentare in immagini, e che la Hansen-Løve è riuscita a restituire perfettamente, come riesce solo a quell’autore che sia profondamente consapevole di ciò di cui sta parlando. “Una cosa che mi ha sempre colpito” – continua la regista – “tanto in mia nonna quanto nella moglie di Humbert Balsan, è la forza eccezionale con la quale queste donne riescono ad affrontare la vita, senza al tempo stesso mai serbare rancore nei confronti del proprio compagno”.
Un discorso a sé merita il tema dell’infanzia e la disinvolta padronanza nella direzione delle bambine attrici (di cui la maggiore, adolescente, Alice, è realmente figlia dell’attore Louis-Do de Lencquesaing). Il film, ha notato la regista stessa, è intriso di nostalgia dell’infanzia.
La nostalgia dell’infanzia ci appare in effetti un’altra chiave di lettura dell’opera.
L’infanzia è quell’età in cui la vita appare circonfusa di un’aura magica, in cui probabilmente il significato più intimo e dominante, vero, delle cose più importanti, in particolare degli affetti, viene percepito con intensità più profonda e integra. A nostro avviso la regista è riuscita meravigliosamente a restituire la nostalgia che un adulto può avere di questo aspetto dell’infanzia. Ci è riuscita nei momenti drammatici in cui, nella seconda metà del film, le figlie si interrogano sulla personalità del padre, sul suo affetto per loro, su come egli sopravviva in loro. Ma ci è riuscita anche, e forse al meglio, in alcune scene quasi elegiache della prima metà del film: quelle ambientate a Ravenna e a Bagno San Filippo, durante una vacanza di famiglia in Italia (che fa venire in mente il recente “Genova” di Winterbottom, analogamente incentrato su di un elaborazione del lutto parallela da parte di un genitore e di due figlie).
Per la Hansen-Løve Sant’Apollinare in Classe è un luogo che possiede qualcosa di atemporale; nei colori lindi e nella leggiadria, nella levità metafisica del suo mosaico absidale, c’è qualcosa che, “proprio come il cinema, ha a che fare con la nostalgia dell’infanzia”.
Proprio di fronte a quel capolavoro dell’arte bizantina la regista ha messo in atto una delle improvvisazioni dalle quali, fuor di copione, ha fatto sgorgare la genuinità del suo film. Non ha voluto coinvolgere le bambine durante la fase di lettura del copione, per evitare che perdessero di spontaneità, e ha preferito girare scene distese, lasciate a una libera improvvisazione gestita con maestria dai suoi attori adulti, ricreando un’atmosfera il più possibile naturale e spontanea.
“Il padre dei miei figli” non è un film sulla morte, ma un film che si interroga sulla sopravvivenza: sia dell’amore, sia del cinema. E in tema di sopravvivenza del cinema, merita di essere menzionata la Teodora Film, che si è fatta carico di distribuire in Italia “Il padre dei miei figli”: una casa indipendente dedicata al cinema d’autore, una delle (poche) realtà che ancora lottano in direzione ostinata e contraria, distanti dal mercato di massa omologato delle multisale. Proprio come Humbert Balsan, e come il protagonista de “Il padre dei miei figli” a lui ispirato.
Stefano Santoli, da “filmscoop.it”

Parigi. Oggi. Grégoire Canvel, Louis Do de Lencquesaing, è un produttore cinematografico vicino ai cinquanta anni e ai venti di carriera. Il suo è un lavoro molto impegnativo e la veloce sequenza iniziale lo racconta impegnato in una telefonata, sono varie in realtà, che dura tutto il giorno. Ciò nonostante Canvel è un buon padre, specie per le sue due figlie più piccole Valentine e Billie, Alice Gautier e Manelle Driss mentre i rapporti con la figlia più grande Clémence, Alice De Lencquesaing, si fanno più complicati. La moglie Silvia, Chiara Caselli, lo ama e lo stima molto ma è vittima innocente del rapporto conflittuale che si crea tra gli impegni del marito e l’affetto che egli non può dedicare alle sue care. Il lavoro dell’uomo è, oltre che impegnativo, anche molto rischioso e una convergenza negativa lo spinge verso il dissesto finanziario, allo scoramento e a un gesto estremo e folle. Le sue donne ne ereditano il nome e i segreti, ricominciando a vivere in un altrove nuovo e pieno di possibilità.
Il film è delicato e sapientemente organizzato dalla regista – evidente il suo ruolo qui anche di sceneggiatrice – e si arricchisce ogni istante di particolari non necessariamente utili alla vicenda principale ma carichi di un valore che lascia percepire allo spettatore come, sotto il livello più semplice e limpido, tutto sia più profondo narrativamente e diegeticamente. Il montaggio delle sequenze, il gioco dei campi spesso alternati per lunghezza o per posizione fanno trasparire tutta l’ambizione di chi mette in scena, la sua volontà, la sua emergenza espressiva sincera e già matura. Il film racconta tante storie che confluiscono per caduta nella vicenda prima, dissemina molti dubbi e ne chiarifica altri, dice senza che sia chiesto e non dice quanto è necessario alla curiosità dello spettatore.
Presto, le donne sono protagoniste assolute. Caselli è perfettamente calata nel suo ruolo e i riferimenti al cinema dei Maestri per la costruzione del personaggio principale femminile – indubbiamente più che cinefila è la regista – sono ampi e facilmente rinvenibili. Un viaggio in Italia per la famiglia è alle porte e proprio durante questo l’esito drammatico inizia a manifestarsi con le prime avvisaglie di cambiamento. La suggestione inevitabile è quella per Viaggio in Italia di Roberto Rossellini del 1953 e con l’interpretazione superlativa di Ingrid Bergman nei panni della Signora Joyce. Il tempo delle rovine, ampiamente mostrate, occupa il tempo del racconto impossessandosene e Ravenna e i suoi affreschi qui, così come Pompei e le sue figure nella lava per Rossellini, segnano le vicende del presente dei protagonisti incontrovertibilmente e si ricongiungono al senso dell’esperienza temporale “pura” della quale parla Georg Simmel.
La figlia maggiore è quella che soffre maggiormente quanto accade ma riesce a superare il dramma aprendosi alla vita e all’accettazione coraggiosa dei segreti del padre, alla scoperta dell’amore che la rende donna e la priva, finalmente, del ruolo liminare al quale l’età l’aveva obbligata. Su di lei lo sguardo della macchina da presa, di una regista di poco più anziana, si posa lieve e delicato, quasi a raccontare le vicende con il piglio innocente del girovagare dei protagonisti della Nouvelle Vague, del loro essere inseriti in uno spazio privo di raccordi o conseguenze. Le passeggiate per Parigi si riempiono di poesia del quotidiano e la giovane scopre così verità assolute in un tempo relativo e suo.
In Italia non si è parlato molto della morte per suicidio di Humbert Balsan, prima attore e poi produttore cinematografico molto noto in Francia. Questo è il segreto del film: racconta questa vicenda umana e professionale. Hansen-Love doveva affidare a lui il suo primo lungometraggio Tout est pardoneè (id., 2007) ma il destino del film e dei suoi responsabili fu un altro. La giovane regista si affida alla sua conoscenza limitata ma importante di Balsan per omaggiare il produttore raccontando un cinefilo che vive quanto tristemente vaticinato daFederico Fellini nei tristi anni ’90 della crisi del cinema: il film finisce quando finiscono i soldi.
La conclusione, con l’addio a Parigi raccontato per le strade, ancora una volta secondo i dettami magnifici della Nouvelle Vague, con il sottofondo musicale di Doris Day che canta Que sera sera è il meraviglioso invito, augurio e desiderio di credere che comunque tutto andrà bene e che il cinema non morirà mai. Il gesto d’amore di Hansen-Love è squisito ed è un postumo grazie a chi come Balsan/Canvel ha dato tutto per scrivere sulla carta che brucia. L’amore per il cinema va oltre la morte dei suoi protagonisti. L’opera che essi hanno creato, produttori come registi, attori come “trovarobe”, assistenti di scena come montatori – tutti ampiamente mostrati nel film – li fa sopravvivere alla morte e li salva dalle miserie umane. Questo film è per tutti loro, per tutti i padri dei figli della regista, per tutti coloro che hanno dedicato la loro vita al cinema e, quindi, seppur in ultima e piccola parte, anche a noi che di esso parliamo e ci nutriamo.
Aldo Romanelli, da “sentireascoltare.com”

Mia Hansen-Løve e Chiara Caselli sono la regista e l’attrice protagonista di uno dei film più gradevoli della scorsa edizione del festival di cannes, Il padre dei miei figli, triste storia di un produttore indipendente francese che, schiacciato dai debiti, finisce per togliersi la vita. Interpretato da Louis-Do de Lencquesaing, questo personaggio è liberamente ispirato al celebre Humbert Balsan, che con la sua piccola casa di produzione sostenne finanziariamente alcune opere di Youssef Chaihine, Elia Suleiman e James Ivory, e si tolse la vita il 10 febbraio del 2005.
“Prima di Humbert Balsan – ci ha spiegato la Hansen-Løve – non avevo mai incontrato un produttore cinematografico, avevo 23 anni e faticavo a trovare dei finanziamenti per il mio primo film. Poi lui ha accettato di leggere la mia sceneggiatura e si aiutarmi, e mi sono trovata davanti un uomo curioso, generoso, disponibile, con una grande personalità. Balsan è un artista che in francia ha lasciato il segno perché ha aperto le porte alle cinematografie lontane, poco frequentate, in primis quelle orientali. Non ho fatto il padre dei miei figli per ringraziarlo di avermi sostenuto o per rendergli omaggio. Semplicemente, la sua vicenda mi sembrava interessante e perciò degna di essere raccontata per immagini”.
Anche se ha conosciuto personalmente Balsan, nel narrare la sua sconsolata vicenda, la regista si è presa più di una licenza poetica. “Nel mio film, l’invenzione e la realtà si fondono continuamente, è impossibile distinguere i due piani. Ho scritto la sceneggiatura in maniera intuitiva e credo che in ogni singola scena ci sia una parte di finzione e una parte di verità. Qualunque film io affronti, la mia ispirazione è sempre poetica: non sono guidata dalle cose che so, ma dalle immagini, dalle idee, dalle persone che voglio filmare e dai luoghi che intendo riprendere. Tornando al film, posso dire che tutto ciò che riguarda la vita privata del protagonista film è stato inventato, mentre le scene relative al suo lavoro nella casa di produzione sono basate su fatti realmente accaduti”.
Il padre dei miei figli è un film che affronta in modo originale tematiche serie e in un certo senso scomode. Il suicidio del protagonista, per esempio, viene raccontato senza sbavature melodrammatiche, eccessive drammatizzazioni e soprattutto senza alcun giudizio morale. “Fin dal principio – ha continuato la Hansen-Løve – non ho voluto prendere posizione contro il suicidio, proprio perché da sempre faccio un cinema in cui non giudico i personaggi. Nel film ognuno ha le sue ragioni: il produttore Gregoire, la sua famiglia, perfino la gente della banca. Quanto alla morte, mi piace considerarla, come dice la moglie del protagonista, solo una fase della vita. E’ sempre stata questa la mia convinzione, e lo devo ai miei genitori, che sono stati entrambi professori di filosofia e che mi hanno insegnato a coltivare l’amore per la vita, la saggezza e la verità”.
Oltre ad essere sobrio nella rappresentazione del dolore e realistico nella descrizione dei personaggi, Il padre dei miei figli è un opera profondamente anticonformista perché, a metà film, cambia il punto di vista, eliminando il protagonista e spostando l’attenzione sui suoi familiari sconvolti dal lutto. “Sapevo che questa scelta avrebbe potuto destabilizzare lo spettatore. Magari avrei perso l’attenzione del pubblico, dal momento che il film parte come un action movie con un personaggio principale forte e carismatico e poi si risolve in un racconto forse meno avvincente perché più intimista. Eppure, questa suddivisione in due parti distinte corrispondeva a una mia profonda esigenza interiore: quella di un film che parlasse prima di una forte presenza e poi di un’assenza. In fondo, anche per me, Humbert Balsan è stato prima una presenza e poi un’assenza”.
Chiara Caselli, che a Cannes era stata molto apprezzata per questa sua performance, ci ha confessato di aver trovato in Mia Hansen-Løve un’ottima regista e compagna di lavoro. “Mia – ha cominciato – ha l’apparenza di una ragazza esile e timida, invece è una saggia novantenne … Scherzi a parte, è una delle registe con lo sguardo più pulito, semplice e sincero che abbia mai incontrato. Quando è venuta da me, nove mesi prima dell’inizio delle riprese, con la sceneggiatura in mano, mi sono detta: ma questa ragazzina cosa vuole? Dopo cinque minuti mi sono resa conto di quanta convinzione la animasse. Credo che i film somiglino quasi sempre alle persone che li dirigono e ne Il padre dei miei figli ci sono, senza dubbio la forza e la limpidezza di Mia”.
Limpida, forte, sicura, ma nello stesso tempo discreta e silenziosa è anche la donna che Chiara Caselli interpreta nel film, e cioè la moglie del produttore suicida. L’attrice ha avuto modo di conoscere colei che l’ha ispirata, e cioè Donna Balsan. “Il nostro è stato un incontro molto breve, circoscritto, avvenuto nel momento in cui il personaggio era già definito e aveva già quella luminosità che mia voleva dargli. Appena ho visto donna, ho pensato: mamma mia! E’ veramente una persona piena di energia … Non ce la farò mai a essere come lei. Ci ho provato, e spero che ne sia venuto fuori qualcosa di buono”.
Se la Caselli non ha avuto l’opportunità di lavorare con Balsan e apprezzarlo, nella sua carriera di attrice ha incontrato molti produttori animati dal suo stesso entusiasmo: “In Italia è pieno di persone che hanno difeso e perseguito ciò in cui credevano, persone innamorate del proprio mestiere, a cominciare dai distributori italiani di questo film. Nel nostro paese, al giorno d’oggi, quello del produttore è un ruolo coraggioso. Quando ho cominciato a fare cinema, c’era una vecchia famigliona di produttori, un po’ maneggioni, ma di grande simpatia. La nuova generazione, soprattutto in un’epoca di crisi come questa, è davvero impavida, perché è disposta a rischiare tutto ciò che ha pur di sostenere un film. Mi auguro che per questi eroi prima o poi le cose cambino”.
Attrice e regista, Chiara Caselli si diletta anche nella fotografia, una forma d’arte che le consente una totale libertà creativa. “La fotografia esprime la mia parte più intima e indipendente, perché quando fai l’attore – ed è una cosa meravigliosa, sei comunque al servizio di qualcuno. E’ il bello di questo mestiere, il cosiddetto alibi perfetto: essere se stessi ma dentro il vestito di un altro, essere credibili ma con il nome e il cognome, le battute e la visione della vita di una persona esterna. Se un film è un quadro, l’attore è solo uno dei colori. Quando faccio fotografie, invece, il quadro è tutto mio”.
Carola Proto, da “comingsoon.it”

Già il lungometraggio d’esordio di Mia Hansen-Love, Tout est pardonné, presentato nel 2007 a Cannes, celebrava la spontaneità dell’età infantile e rifletteva sui problemi generazionali di paternità e filiazione. L’opera seconda della giovane autrice, Il padre dei miei figli, muove su una medesima direzione di gusto.
Liberamente ispirata alla triste vicenda di Humbert Balsan, il produttore cinematografico francese suicidatosi nel 2005 a seguito dei dissesti economici della sua società di produzione, la prima parte del film è, insieme, il ritratto di un uomo e il racconto della sua rovinosa caduta. E qui la scrittura della Hansen-Love mantiene una freschezza e una brulicante evidenza renoiriane, soprattutto nelle scene di riposato indugio familiare.
La morte di Grégoire – autentico acme drammatico del racconto – taglia la pellicola in due parti assai differenti l’una dall’altra, ma che si richiamano e si giustificano a vicenda. La narrazione assume uno sviluppo inatteso, quasi che l’autrice abbia voluto innestare una storia nuova su quella precedente.
Allo scarto tra la prima e la seconda parte corrisponde un mutamento di registro e di ritmo. Il tono prende un piglio più sommesso e dolente, meno vivo, ma non per questo meno limpido. Mia Hansen-Love elude i rischi del sentimentalismo e rimane vicina ai suoi personaggi adottando un lirismo contenuto e pudico, tale da rendere le situazioni emotive più struggenti. Al ritmo tumultuoso della parte iniziale succedono tempi più distesi (ma la messa in scena conserva appieno fluidità, energia, potenza).
S’impone il tema dell’elaborazione del lutto: la necessità, per i sopravvissuti, di andare oltre la catastrofe e ricostruire una vita nuova che conservi tuttavia la memoria di quello che Grégoire è stato.
Clémence diviene la nuova protagonista del film. Profondamente turbata dalla morte del genitore, la ragazza dovrà misurarsi con la propria fragilità di adolescente che si appresta a diventare donna. Cercherà di scoprire quello che ignora della vita del padre e accetterà infine di assumerne l’eredità spirituale.
Nicola Rossello, da “bitculturali.it”

La vita agra del produttore indipendente, oggi. I debiti e le giornate trascorse al cellulare per tranquillizzare banche e creditori, buttando lì l’idea di una proroga. I capricci dei registi-artisti, convinti che un budget o un piano di produzione rispettati siano la morte dell’arte. Il pubblico che per i film d’autore diminuisce, anche nel paese dell’eccezione culturale e della cinefilia spinta. La moglie e i figli da raggiungere in campagna nel fine settimana, mica si può fare sempre il padre per procura. I giovani registi da far debuttare, sperando che abbiano una carriera lunga e gloriosa, che riportino qualche soldino in cassa, che non facciano come gli scrittori pronti a lasciare dopo il primo successo la piccola casa editrice per offerte più redditizie. La regista Mia Hansen-Love è nata nell’81, ha fatto l’attrice per Olivier Assayas (ora sono fidanzati, dopo che lui ha divorziato da Maggie Cheung, altro amore legato a doppio filo con la professione), ha fatto il critico per i Cahiers du Cinéma, ha girato il suo primo film – “Tutto è perdonato” – nel 2007 (“Il padre dei miei figli” è l’opera seconda, molto applaudita l’anno scorso al “Certain regard” di Cannes e Premio speciale della giuria). Tra i produttori incontrati da Mia Hansen-Love quand’era una principiante assoluta (perlomeno in materia di regia) c’era Humbert Balsan: figlio di industriali, attore per Robert Bresson in“Lancillotto e Ginevra”, aiuto regista per “Il diavolo, probabilmente”, produttore di sessanta e rotti film, tra cui “Manderlay” di Lars von Trier. Conoscere i personaggi diverte lo spettatore cinefilo (di un regista venuto dal freddo e caratteriale qualcuno dice “è uno psicopatico”) ma non è indispensabile per apprezzare il film, e versare qualche lacrima di commozione. Humbert diventa Grégoire, con la faccia e i capelli da ex hippie di Louis-Do de Lencquesaing (complimenti per non aver cambiato né il nome né il cognome, questa è forza d’animo). La moglie – trascurata anche in vacanza, due cellulari squillano di continuo – è una bravissima Chiara Caselli: mai un tono sbagliato, mai un’esagerazione, non si riesce a staccarle gli occhi di dosso (e si sa che recitare accanto ai bambini è la peggior cosa che possa capitare, rubano la scena). Funzionano separati, e funzionano in gruppo, formando una famiglia vera e credibile, senza smancerie anche nel dramma.
Mariarosa Mancuso, da “ilfoglio.it”

È risaputo che il cinema francese coevo è spesso accolto dal grande pubblico con un po’ di scetticismo, per quei modi patinati e un po’ leziosi che lo rendono talvolta un prodotto privo di carattere universale. Avranno da ricredersi quanti vedranno Il padre dei miei figli, opera seconda della francese Mia Hansen-Love e vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione “Un certain Regard” del Festival di Cannes dell’anno scorso. La giovane regista francese a soli 29 anni confeziona infatti un melò drammatico asciutto e intenso che ha proprio il pregio di distaccarsi da certi francesismi per centrare invece il cuore di una storia che ha forte respiro universale, e che ruota attorno alla forza ammaliante di certe famiglie speciali e al potere catartico del cinema. Motivo per cui la stessa Teodora film ha deciso di distribuire in Italia quest’opera, mirabile ma pur sempre di nicchia, ricalcando le orme del produttore cinematografico Balsan, cui l’opera stessa s’ispira.
Quando cinema fa rima con vita
Grégoire Canvel (un superbo Luis-Do de Lencquensaing) è un uomo apparentemente realizzato: ha una moglie che lo ama (la nostrana Chiara Caselli), tre figlie meravigliose e un lavoro molto stimolante che lo fa sentire vivo. La sua società, la Moon Films, è infatti una piccola casa di produzione indipendente che promuove il cinema d’autore non commerciale, caricandosi sulle spalle il peso di opere che non sempre riescono a coprire le spese di realizzazione. Dopo anni di precaria esistenza, tra prestiti e debiti accumulati, la vita della Moon Films minaccia ora di esaurirsi, trascinando nel baratro del fallimento il suo fondatore e tutte le persone che gli ruotano attorno. A quel punto, in un momento di eloquente lucidità, Grégoire decide di abbandonare la nave prima cha affondi, lasciando alle sue due famiglie (naturale e societaria) l’onere di salvare il salvabile, portando avanti la passione che egli nutriva per il cinema, una passione che aveva molto a che vedere con il senso di libertà che la settima arte concede a quanti ne comprendono appieno il senso.
Humbert Balsan rivive attraverso Grégoire Canvel
Davvero un plauso va a questa giovane regista francese, classe 1981 ed ex penna dei Cahiers du cinéma, che già aveva attirato l’attenzione con la sua opera prima, Tout Est Pardonné del 2007, mai distribuita in Italia e che doveva essere prodotta in Francia proprio dall’Humbert Balsan al quale s’ispira questo film, produttore appassionato di cinema indipendente che nel 2005 si tolse la vita perché incapace di sopportare l’imminente bancarotta della sua società, cui aveva dedicato un’intera vita di passione e lavoro. Mia Hansen-Love conobbe e frequentò Humbert Balsan proprio perché questi avrebbe voluto produrre il primo film della regista, come realmente fece per tanti altri registi talentuosi ma privi di appeal commerciale, che altrimenti non sarebbero mai stati prodotti. Lo stesso Humbert Balsan cui va il merito di aver aperto la strada a mondi cinematografici meno noti, da quello arabo a quello femminile, portando all’attenzione del pubblico registi come Youssef Chaihine, Elia Suleiman, James Ivory o Sandrine Veysset. Ed è proprio la frequentazione (durata circa un anno) con il produttore Balsan, una figura avvolta da un’aura seducente e magica, ad aver lasciato un segno indelebile nella regista, che ha dunque deciso di raccontare l’emozione di quella conoscenza in questo suo secondo film, nel quale Humbert Balsan diventa Grégoire Canvel, anche al fine di prendere le distanze da un lavoro prettamente biografico, e poter piuttosto raccontare l’uomo e sondarne lo spirito, attraverso la malia che questi esercitava su chi lo frequentava.
Una luce si spegne, la vita continua…
Mia Hansen-Love gestisce il film con grande sobrietà, attenzione estetica e misuratezza, rifuggendo dal cliché del dramma familiare post-mortem, affidando invece alla stessa morte, una sobria uscita di scena solo accennata, il ruolo di trait d’union tra prima e seconda parte dell’opera. E se nella prima il brio e l’unità famigliare dei Canvel si estrinseca attraverso le risate argentine delle due figlie più piccole, o attraverso il rapporto intenso e lievemente più complesso tra padre e figlia adolescente (padre e figlia anche nella realtà), nella seconda parte sarà proprio la figlia maggiore a diventare catalizzatore delle emozioni della sua famiglia, incarnando l’infelicità spontanea delle sorelle minori (perché non ha pensato a noi?), l’infelicità comprensiva di sua madre, e l’infelicità del padre, racchiusa in quel folle e lucido gesto che lo ha portato via. E in questa seconda parte, più che la moglie di Canvel (una misuratissima Chiara Caselli), il film ruota attorno a Clémence (Alice de Lencquensaing) e alla sua presa di coscienza della figura del padre, fatta di segreti e desideri, che poi la porterà a rilevarne l’incanto nell’ultima toccante scena, in cui alle eloquenti lacrime farà da sottofondo la magnifica leggerezza di Que sera sera. E la vita continua. Ma l’attenzione della regista è riposta soprattutto nella credibilità della sua storia: fin dalle prime inquadrature tutti i protagonisti ci appaiono molto umani, forse grazie anche alla presenza di un trio di figlie davvero straordinarie, che nelle scene corali di vita famigliare emanano davvero una sorta di bucolica serenità. Strepitose poi le prove di Luis-Do de Lencquensaing e sua figlia: tanto aristocratico e seducente lui, quanto taciturna e di un’eloquente fragilità lei. Tutto è raccontato attraverso gesti e simboli: dalla frenesia di Canvel, perennemente imbrigliato ai suoi telefonini, passando per l’amena briosità della vita famigliare, tra arti e cinema sullo sfondo di una Parigi in continuo fermento (proprio come l’anima di Grégoire Canvel), fino al black out improvviso che parla candidamente dell’elaborazione di un lutto, un attimo di oblio che è propedeutico a quel ritorno alla luce, traumatico o gioioso, che può avvenire solo dopo un’intima elaborazione del dolore. Quando una luce si spegne, la vita continua. Se la luce era molto forte, allora (forse) continuerà a brillare attraverso il ricordo dei suoi cari…
Prendendo spunto da una storia vera e rielaborando la materia in una riflessione personale, la regista Mia Hansen-Love, dopo l’apprezzato Tout Est Pardonné del 2007, realizza un film sui traumi famigliari e sul potere lenitivo del cinema, inteso come passione anestetizzante. Grazie a un cast molto ben assortito e sempre misurato, una regia lieve e coinvolgente, Il padre dei miei figli colpisce per essere un film drammatico che non fa leva sulla disperazione scaturita dal dramma, cercando invece di utilizzare l’evento tragico come escamotage per parlare della forza straordinaria di alcune vite, capaci di lasciare tracce indelebili della loro esistenza.
VOTOGLOBALE7.5
Elena Pedoto, da “everyeye.it”

Grégoire Canvel ha tutto. Una donna che lo ama, tre figlie deliziose, un mestiere che lo appassiona. Fa il produttore cinematografico e al suo lavoro dedica tutto il tempo e le energie. La famiglia ne risente ma lo comprende. Ha carisma, Grégoire. Ha prodotto tanti film, preso molti rischi e accumulato debiti. La sua Moon Film è sull’orlo del fallimento. Lui resiste ad ogni costo ma lo scacco è evidente, il danno irreparabile. Spalle al muro, sceglie di uscire di scena con un gesto estremo e nessuna spiegazione. Agli altri, ancora una volta, il compito di capire.
Al secondo lungometraggio, dopo Tout est pardonné, Mia Hansen-Løve, classe 1981, un passato da attrice per Assayas e un’esperienza di scrittura ai Cahiers, racconta una figura umana, quella di Humbert Balsan, produttore illuminato, suicida nel 2005. La sua conoscenza di Balsan non è tale da obbligarla alla fedeltà, per cui la regista inventa, immagina, a partire da alcune impressioni (la moglie nel suo studio, il giorno dopo la tragedia) e da una contraddizione di forte impatto tra la vitalità del soggetto in questione e il suo atto mortifero.
Ne esce un film sul mondo del cinema indipendente, estremamente preciso nell’affresco, che esclude ogni vaghezza. In particolar modo, un film su ciò che precede l’inizio delle riprese: l’innamoramento per il copione, la decisione di farlo, i tentativi di farlo crescere nelle migliori condizioni possibili, secondo il desiderio del regista. Quasi il regista fosse una madre e il produttore un padre, che deve trovare i soldi, garantire l’esistenza del figlio; non si prenderà il merito dell’esito artistico ma avrà accresciuto la sua famiglia. Il titolo, d’altronde, parla senza mezzi termini: Il padre dei miei figli sta per l’uomo che ha reso possibile i film della regista (fu il primo a credere nel suo lungometraggio d’esordio) e non solo i suoi.
Dal punto di vista formale il film tenta movimenti interessanti, dedicando all’iper presenza del protagonista la prima ora di film e alla sua assenza l’ora che resta e passando il testimone con grande fluidità dall’uomo alla moglie e poi alla figlia maggiore, nell’intenzione di consegnare un’idea di crescita e di continuazione, anziché di arresto. Purtroppo non basta. Il padre dei miei figli manca di forza, si assesta su una costruzione tutto sommato standard, con una regia senza invenzioni e una sceneggiatura troppo pudica, leggerissima, al limite dell’inconsistenza.
Louis-Do de Lencquesaing, eccellente nei panni di Grégoire, aristocratico nel gesto, debole e complesso nello spirito, fa sentire la sua mancanza quando non c’è. In questo, bisogna ammetterlo, il film centra il bersaglio.
Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Aristocratico naufragio
di Lietta Tornabuoni L’Espresso

Piano piano, diventano rari i produttori e distributori che hanno fatto conoscere in Italia il cinema non nazionale nè americano, non facile nè commerciale. Manfredi Traxler, che al pubblico italiano rivelò Fassbinder con “Il matrimonio di Maria Braun”, se n’è andato lasciando il proprio impegno alla moglie Vania Protti, bella ed intelligente. Roberto Cicutto, sostegno di Olmi, ha venduto la sua società Mikado alla De Agostini, che presto l’ha rivenduta. Valerio De Paolis ha ceduto la benemerita Bim. Humbert Balsan era un produttore francese dello stesso genere: passione per i film, sensibilità, eleganza, straordinario calore umano. Alla sua memoria è dedicato “il padre dei miei figli” di Mia Hansen-Love cinema sul cinema, ritratto d’un cineasta d’eccezione, disegno d’un ambiente affascinante, molto divertente. Produttori protagonisti nei film non ce ne sono molti: quelli da musical americano sono macchiette buffe oppure consiglieri delegati carismatici (in “Facciamo l’amore” con Monroe-Montand), figure eroiche (ne “Gli ultimi fuochi”, da Scott Fitzgerald) o mascalzoni(ne ‘tostato delle cose” di Wenders). Il protagonista di questo film è un uomo d’amore, di vita, d’impegno, di lavoro, dai modi aristocratici e dai comportamenti impeccabili, pronto ad aiutare gli artisti a realizzarsi. Il film lo coglie in un momento molto difficile: le sue giornate sono un cumulo d’impegni, i soldi gli mancano, le banche lo abbandonano, i registi non lo aiutano, telefonini, contabili e notai infrangono il dinamismo delle giornate sue e dei suoi dipendenti-amici. E tanto assediato da debiti e guai, umiliato dal suo lavoro squattrinato e dalla vanità delle sue speranze, che si spara un colpo alla testa e muore solo, in mezzo alla strada. La seconda parte del film racconta la violenza del lutto, per la sua famiglia e per la famiglia allargata dei suoi compagni di lavoro: con una delicatezza e malinconia cosi grandi e profonde da confermare l’eccezionalità della narrazione, vivace e insieme letale.
Da L’Espresso, 10 giugno 2010

Un padre, il cinema, l’avventura della vita
di Cristina Piccino Il Manifesto

Grégoire Canvel fa il produttore, di lui tutti dicono che è un «uomo seducente» anche se ha un carattere non sempre facile. Questo fascino lo aiuta nel lavoro con la Moon Film, società indipendente a cui si devono i registi e i titoli migliori del cinema d’autore mondiale, che è in bilico sul baratro economico per le sue scelte non formattabili – «i miei film interessano poco le televisioni» dice Grégoire a un certo punto. Finché un nuovo progetto sfora di molti milioni il budget mandando la società a fondo. Per l’uomo è molto più che un fallimento finanziario, è la fine dei suoi sogni, della sua vita, e nonostante la famiglia unita, le tre figlie meravigliose, la moglie che lo adora, gli amici si spara un colpo.
Il padre dei miei figli è l’opera seconda di Mia Hansen-Love, regista francese di molto talento (ha esordito con Tout est pardonné, 2005) che si ispira alla figura di Humbert Balsam, produttore francese tra gli altri di Youssef Chahine, Yousri Nasrallah, Claire Denis e di tutti quei registi che nel mondo, dal Tagikistan alla Corea del sud cercavano un interlocutore pronto a rischiare perché credeva nei loro progetti, morto suicida a cinquant’anni, nel 2005. Non una biopic vera e propria, anche se nella figura del protagonista si riconoscono i fatti reali, il personaggio di Grégoire ha le stesse origini di Balsam, famiglia industriale che si aspettava dal figlio la cura per l’azienda… E la vicenda del film catastrofe, Saturno qui diretto da un regista con nome svedese, nella realtà L’uomo di Londra di Bela Tarr (che Susan Sontag chiama artista «saturnino»), rimasto fermo due anni dopo il fallimento di Balsam perché quello che fece Jack Lang ai tempi degli Amanti di Pont Neuf di Leos Carax (1989), intervenendo coi soldi pubblici nella produzione che stava affondando, oggi non è più possibile.
Ci sono i film, come quelli di Djamshed Usmonov (L’angelo della spalla destra, 2003), tagiko, anche se i titoli sono stati cambiati e così il nome del regista che appare nel film… C’è poi la parte intima, molto commovente, scritta e diretta da Hansen-Love con grazia lieve, le relazioni familiari, il dolore, l’elaborazione del lutto. Che scava tra la madre – Chiara Caselli in un ruolo inedito rispetto a quelli dark in cui l’abbiamo vista sullo schermo, che costruisce con profonda sapienza e dolcezza – e soprattutto la figlia adolescente una distanza dolorosa prima di potersi ritrovare. La madre si fa risucchiare dalla società nel tentativo di salvare il più possibile, quasi una dichiarazione d’amore estrema all’uomo perduto. La ragazza invece mescola rabbia e tristezza nella solitudine acuita dall’adolescenza che rende tutto più faticoso. La regista entra delicatamente, e da vicino nei sentimenti delle donne, sa renderli veri nella loro danza di riso e di pianto, di piccole epifanie come una cena a lume di candela o quando le ragazzine entrano per l’ultima volta nell’ufficio paterno e fronteggiano l’assenza portandosi via dei ricordi: un biglietto da visita, gli scarti della pellicola di un vecchio film.
Possiamo dire che Il padre dei miei figli è un film sul cinema, anche se non soltanto, perché appunto parla di relazioni, amore, crescita, spaesamenti… Certo la figura di Balsam/Grégoire Canvel ci dice di una sfida che le economie attuali hanno reso sempre più impossibile. Però Mia Hansen-Love non è nostalgica né punta il dito solo sull’ultimo film fatale. Sembra dirci, lei che in Francia fa film «du milieu», e conobbe Balsam quando cercava di produrre l’opera prima, che è necessario opporsi alle logiche di mercato se queste riducono il cinema a ciò che decidono corporation, televisioni, stato. Un cinema commerciabile cioè – già accade in Italia coi risultati che vediamo. E però queste utopiche ostinazioni in sé non aiutano, serve invece confrontarsi coi tempi assumendo il peso della realtà anche se soltanto per combatterla meglio. Dal punto di vista dell’approccio al cinema come macchina, Mia Hansen Love ci regala una sorprendente lucidità.
Da Il Manifesto, 11 giugno 2010

Suicidarsi per debiti e sogni di celluloide
di Davide Turrini Liberazione

Vivere e morire per il cinema. Arriva dalla Francia uno dei tanti buoni prodotti d’essai che i distributori italiani dimenticano in magazzino per troppo tempo. Parecchio ispirato al vero suicidio del produttore cinematografico francese Humbert Balsan nel 2005, Il padre dei miei figli , regia della ventinovenne francese Mia Hansen-Love, racconta gli ultimi giorni di vita del produttore Gregoire Canvel (Louis-Do de Lencquesaing), morto suicida causa debiti della sua casa di produzione, la Moon film. Pregio elegante del film di Hansen-Love è l’aver preso a pretesto una vicenda reale che ha sfiorato pure lei (Balsan produsse progetti particolari, scovandoli nei paesi più lontani e puntando su registi spesso giovani, tra cui l’opera prima di Hansen-Love), facendola compenetrare e fluire nel coté privato/familiare composto da moglie (Chiara Caselli) e tre figlie piccole. Il padre dei miei figli è un compendio lieve e ragionato di etica dell’arte e morale del lavoro, dove si esalta senza troppe urla la lungimiranza di un uomo di cinema coraggioso (un produttore che legge i copioni!), ma anche l’affresco di un’anima fragile e gentile che lascia un vuoto pesante all’interno di un felice nucleo familiare. La macchina da presa scorre invisibile tra i tasselli urbani di una fenomenologia del boulevard parigino, emergendo per alcuni contrappunti legali/professionali (finire il film che Canvel aveva lasciato in sospeso) o per tracce di fuga meditativa in campagna post mortem, mimetizzandosi di nuovo tra le strade trafficate della capitale. Strofe sui titoli di coda: que sera, sera, whatever will be, will be .
Da Liberazione, 11 giugno 2010

Paola Casella
Europa

Basato sulla storia vera di un produttore francese che ha amato il cinema da morire, questo film è un’altra prova del grande talento registico e narrativo di una regista appena 29enne, e già al suo terzo film. Hansen-Love racconta non solo la vicenda del produttore ma anche le conseguenze che le sue scelte hanno avuto sulla sua famiglia, composta dalla moglie (una sorprendente Chiara Caselli) e tre figlie. E ancora una volta un film mostra che anche quando gli uomini si abbandonano alla disperazione, le donne (di ogni età) sanno trovare la forza di andare avanti con un senso olistico della vita che non gliene fa vedere tanto la fine, quanto la continuità. Un film di dettagli e di emozioni, animato da grandi passioni. Un film che ha il coraggio di stare addosso a un unico personaggio e poi abbandonarlo a metà strada per trasferire la sua attenzione sugli altri, con una scelta narrativa originale e coraggiosa. Un film in cui la mano di Dio, che salva e consola, si incarna nella mano di una donna, di una madre.
Da Europa, 12 giugno 2010

Federico Pontiggia
Il Fatto Quotidiano

Quanta fretta, ma dove corri, dove vai? Quella ipercinetica di Grégoire Canvel (Louis-Do de Lencquesaing) è una vita per il cinema. Bravo e charmant, lavora duro, ma con tatto: narcisista premuroso, affabile egocentrico, ha moglie e tre bambine, e le ama tutte. Ama pure la sua casa di produzione, ma gli affari non lo ricambiano: i debiti sormontano, un colpo di pistola li spazza via. Ma se Grégoire se ne va, non smette di farsi amare: la moglie (Chiara Caselli) ne accoglierà la doppia eredità, familiare e professionale… È il padre dei miei figli, opera seconda di Mia Hansen-Love, già attrice e compagna per Olivier Assayas, debuttante a 26 anni con Tout est pardonné e qui Premio Speciale della Giuria al Certain Regard di Cannes 2009. Sul filo dell’autobiografia: dietro Canvel si cela Humbert Balsan, suicida nel 2005, che avrebbe dovuto produrre il suo esordio. L’omaggio postumo è grazioso e pieno di grazia: Mia ha creduto in Humbert, soprattutto, continua a credere nel cinema. E, di conseguenza, nella vita: elusa con pudore quella del marito, l’agiografia spunta per la vedova, tosta più del film, che rischia di condurre dalle parti del melodramma. A riportarlo, viceversa, tra le opere che rimangono ci pensano le bambine, anzi le adolescenti già indagate fragili e inquiete in Tout est pardonné: nel nome del padre, ma di testa propria, perfezionano un ritratto di famiglia orfano di paternità, non di umanità. E di Cinema.
Da Il Fatto Quotidiano, 10 giugno 2010

Il cinema, questione di vita o di morte
di Paolo D’Agostini La Repubblica

A prima vista Il padre dei miei figli lascia interdetti su un punto chiave. È possibile, plausibile che oggi il cinema – oggi che è marginalizzato sia sul piano delle abitudini di massa sia su quello degli investimenti economici – possa essere per qualcuno una questione di vita o di morte? Che per il cinema si possa dare la vita? È così verosimile che si tratta della vera storia di un produttore francese, Humbert Balsan, che aveva iniziato al fianco di Bresson, ebbe un lungo sodalizio con Ivory, preodusse Chahine, Suleiman e Claire Denis. Che dopo essersi affermato per la sua passione e la sua audacia si tolse la vita nel 2005 poco più che cinquantenne quando lo spettro della bancarotta stava soffocando la sua attività e la sua fiducia. Ma anche al di là di questo dato reale, la giovane regista Mia Hansen-Love, conoscitrice della personalità di Balsan per esperienza diretta, si dimostra capace di riempire di anima e di verità universale qualcosa che potrebbe sembrare circoscritto al piccolo ambito della passione cinefila. Questa verità passa per scelte di linguaggio molto forti e decise, piene di personalità. Nella prima metà vediamo il protagonista Gregoire muoversi senza sosta tra problemi finanziari, instancabile dedizione alla sua fede nel cinema,e nel cinema meno facilee scontato,i volonterosi slanci e i sempre più disperati tentativi di nascondere le difficoltà ed essere all’ altezza dell’ amore che gli proviene dalla bella famiglia, dalla moglie Silvia (Chiara Caselli) e dalle loro tre vivaci bambine. Questa prima parte procede con un ritmo spezzato e incalzante, con un respiro affannato e nervoso. Che ci comunica con chiarezza la contraddittoria convivenza, nella solitudine di Gregoire, tra illimitata energia e convinzione nelle proprie scelte per un verso e, per l’ altro, coscienza dell’ imminente soccombere a uno scontro impari, ai debiti, alle infinite difficoltà materiali che si oppongono al suo ideale di conciliazione tra bellezza e denaro. Il suicidio avviene a metà film, che proseguirà poi con un tono paradossalmente rasserenato. Quando è la moglie a prendere le redini della situazione. Per liquidare la società di produzione, ma circondata dall’ amore e dal rispetto, tranquilla e sicura di sé nel sapere che l’ esempio di Gregoire resterà come un patrimonio nella memoria di chiunque abbia avuto a che fare con lui. Dunque cogliamo bene il nodo ispiratore del film e della sua regista e dei suoi ispirati interpreti, in sintonia con lo spirito della persona al cui ricordo rendono omaggio: ciò che fa la credibilità di un progetto che poteva apparire non credibile. Mentre tutto è contro il cinema come lo intendeva Balsan, tutto in realtà continua ad essere a favore di quell’ idea generosa e autentica, di cui mai si potrà fare a meno. E intorno al nodo vitale del cinema la luce di questa storia si riflette su tutte le cose della vita. È facile capire che sia tanto piaciuto a Bernardo Bertolucci da voler spendere il proprio nome per sostenerlo.
Da La Repubblica, 12 giugno 2010

Il cinema come vita, fino all’ultimo respiro
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Solo a Parigi. Una giovane regista al secondo film rievoca (senza mai nominarlo) la figura elegante, malinconica e sempre sorprendente di colui che avrebbe dovuto produrre il suo debutto, morto suicida nel 2005. Nel film si chiama Grégoire, nella realtà si chiamava Humbert Balsan e nel cinema non solo francese era un mito: attore giovanissimo per Bresson, produttore fra l’altro di Ivory, Chahine, Suleiman, una carriera vertiginosa segnata da un pizzico di dandismo e di gusto del rischio mescolati a un’ottima cultura. Perché un personaggio simile, che apparentemente ha tutto (nel film è anche padre di tre bellissime figlie) decide improvvisamente di farla finita? Mia Hansen-Løve, pure lei ex attrice e critica, non pretende di dare risposte ma rievoca il personaggio e la sua energia, in ufficio come a casa, in viaggio con la famiglia (struggente parentesi a Ravenna) così come sul set dei suoi film, con tanta esattezza e insieme pudore da fare del Padre dei miei figli uno dei film più intensi e spiazzanti della stagione. Anche perché Grégoire si spara a metà film e tutto il resto è dedicato al tentativo di sua moglie (Chiara Caselli, sempre bravissima, altra attrice che stiamo perdendo) e delle figlie di capire, reagire, sopravvivere. Muovendosi su più fronti naturalmente, perché c’è un’azienda da salvare, un’eredità anche artistica di cui farsi carico, una seconda “famiglia” (i suoi collaboratori) con cui fare i conti. E anche qualche vero e proprio segreto, insieme doloroso e prezioso. Il tutto condotto controtempo, giocando il distacco e l’allusione contro il pathos e le scene madri, fino a spremere più emozione e inteligenza di tanti mélo. Un gran bel film, che visto da qui suscita anche nostalgia per abitudini, valori, intensità, che nel nostro post-paese sembrano un sogno.
Da Il Messaggero, 11 giugno 2010

I problemi di un produttore tra Kieslowski e Truffaut
di Valerio Caprara Il Mattino

Nel suo adombrato identikit del produttore francese Balsan, suicidatosi cinque anni orsono, «Il padre dei miei figli» della giovane e già celebrata Mia Hansen-Love cerca ancora una volta di catturare l’anima segreta del cinema. Il viavai frenetico del protagonista tra la moglie italiana e le tre figlie e gli incalzanti guai professionali sembra, lungo tutta la prima parte, una pallida imitazione dello struggente «Effetto notte» che Truffaut dedicò all’ex arte chiave del Novecento; mentre, nella seconda, il film cambia tono e s’accosta a «Film Blu» di Kieslowski cercando di raccontare la tremenda forza d’animo richiesta ai familiari per sopravvivere al lutto. Il progetto di amalgamare due tronconi chiaramente discordanti è affidato allo stile, studiatissimo dietro l’apparente spontaneità: ne risulta un tipico film da festival (o da cineclub).
Da Il Mattino, 12 giugno 2010

Il dramma ispirato alla vita di Balsan
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Ho conosciuto Humbert Balsan. Era un produttore cinematografico francese intelligente, generoso, forse un po’ spericolato, pronto per un verso a ricoprire importanti incarichi istituzionali e per un altro a far conoscere film difficili poco apprezzati dai mercati, come quelli del grande regista egiziano Youssef Chaine o un film marocchino poi premiato a una Mostra di Venezia. A loro volta, naturalmente, i mercati non avevano tardato a voltargli le spalle, così dopo vari dissesti finanziari, pur inizialmente affrontati con coraggio, Balsan nel 2005 finì per togliersi la vita. Adesso una giovane regista, Mia Hansen-Love, ne rivisita le imprese dandogli un altro nome e facendolo soprattutto considerare attraverso gli occhi di una moglie e di tre figlie, due piccole, una grandicella. Tuffi, a parte il personaggio di base, abbastanza di fantasia, ma costruiti con specialissime attenzioni, narrative e stilistiche, per la verità, Nei caratteri, nei gesti, nelle situazioni che, dopo il suicidio del protagonista, vedranno la sua famiglia prima impegnata a proseguire la sua opera, poi, sconfitta, affidandosi con amore al suo ricordo. Due tempi, perciò. Il primo, con il personaggio sempre al centro, è vorticoso, ritmato quasi con affanno dagli impegni di lavoro, dalle riunioni, dai cellulari sempre in azione, con lo sfondo costante di quello che è la vita quando si fa il cinema. I1 secondo, con la famiglia in lutto, prima quieta, quasi raccolta, con segreti che, pur appena accennati, sorgono dal passato, poi, costretta a voltar pagina, definitivamente, con una malinconia solo affidata a modi asciutti. Si segue prima coinvolti e ansiosi, poi partecipi con emozioni delicate. Le suscita soprattutto l’interpretazione della nostra Chiara Caselli, una moglie, una madre di accenti fini, spesso anche intensi e decisi Le dà la replica un attore non molto noto, Louis-Do Lèncquesaing, all’inizio teso, nervoso, tutto impeti quasi di corsa, in seguito, ma senza drammi esteriori, lacerato e fluito dal tracollo. Un po’ ricorda Balsan.
Da Il Tempo, 11 giugno 2010

Viaggio nell’angoscia di un uomo di cinema
di Dario Zonta L’Unità

Il padre dei miei figli è un giovane produttore parigino indipendente, amato padre di tre figlie e marito di una giovane e affascinante donna italiana. La sua società cinematografica, la Moon Film, ha un catalogo ormai importante con una serie considerevole di successi, legati a film di registi stranieri (arabi, coreani o svedesi) che trovano spesso in Francia degli interlocutori importanti e sensibili. Tutto è perfetto, salvo che il mondo del cinema è feroce, e l’attività di produttore è sempre a rischio. Cogliamo Gregoire nel mezzo di un momento difficile, le banche non rinnovano il credito, l’acclamato e maledetto regista svedese, Stig, sta sforando enormemente il budget, la delegazione coreana sbarcata a Parigi è numerosissima ed esorbitante nelle sue richieste… Quel sistema delicato che tiene su la baracca inizia a incrinarsi e il giovane produttore commette un gesto improvviso e tragico, sparandosi un colpo in testa. Ecco, questa è solo la parte iniziale del film, quando pensavamo ormai di assistere a un ritratto accurato del mondo del cinema francese veniamo sobbalzati in tutt’altra storia, slittati dentro la sofferenza della famiglia, delle figlia più grande e della moglie che cerca di prendere le redini della società, senza riuscirci. Il cinema ci ha regalato diversi ritratti di produttori cinematografici, spesso raffigurati come dei personaggi eccessivi e sprezzanti dell’arte, anche quando eclettici e illuminati. Basti pensare,tra i tanti, al produttore americano di Lo stato delle cose di Wim Wenders, oppure a quello godardiano di Il disprezzo. Il ritratto che ci regala questa giovane regista, al suo secondo film, è invece diverso, perché compassionevole, dolce e intimo. RICORDANDO BALSAN Il film è dedicato alla figura del produttore francese Humberr Balsan (e alla sua casa di produzione Ognon Pictures), che qualche anno fa si tolse la vita nel mezzo di una crisi finanziaria, acuita dalle richieste impossibili del regista ungherese Bela Tarr che stava girando un film per la Ognon. Balsan è stato una figura importante per il cinema europeo, avendo sostenuto e prodotto registi del calibro di Youssef Chahine. Mia Hansen-Løve lo incontrò poco prima della sua morte e questo è il suo omaggio, sentito e affascinante.
Da L’Unità, 11 giugno 2010

Brava Caselli dalla vita spezzata
di Lietta Tornabuoni La Stampa

Bellissimo ritratto di un produttore cinematografico di film di qualità: modello è il produttore francese Humbert Balsan, suicida nel 2005, ma il protagonista Louis-DO de Lencquesaing ha una vitalità, un’eleganza testarda, un’affettuosità, un fascino del tutto speciali. Il personaggio produce cinema d’autore, ama i film coni loro artisti, e viene colto in un momento particolarmente difficile della sua vita: non ha più soldi nè credito, gli autori non lo aiutano, le banche lo abbandonano, è carico di debiti,la sua società Moon Film vacilla, ogni sua ambizione sembra essere stata bruciata dalle difficoltà economiche. In una via deserta, senza esitazioni, si uccide con un colpo di pistola in testa. La moglie Chiara Caselli, spezzata tenta di portare a termine i lavori in corso, non arriva a salvare la società ma sa affrontare il lutto e la vita insieme con le tre figlie. Ben scritto e recitato, il film è riuscitissimo: la passione dell’uomo per li lavoro che fa (potrebbe essere qualsiasi lavoro), l’orgoglio di dare agli altri la possibilità di esprimersi, il dinamismo incalzante della vita ma anche la dolcezza degli affetti per la famiglia, e i compagni di fatica quotidiana, tutto è benissimo raccontato e diventa commovente persino per chi magari i produttori non li apprezza troppo.
Da La Stampa, 11 giugno 2010

La regista e sceneggiatrice Mia Hansen – Love ha già all’attivo due lungometraggi che hanno destato attenzione e successo, nonostante la sua giovane età, ha realizzato due opere che hanno vinto dei premi. Il padre delle mie figlie è il suo secondo film ed è stato vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione “Un Certain Regard” al Festival di Cannes, confermando il talento della giovane artista che ha esordito con “Tout est pardonné”.
L’idea di realizzare questo film deriva dall’esperienza personale della regista, dal suo incontro con il produttore cinematografico Humbert Balsan, un anno prima che si togliesse la vita (il 10 febbraio 2005). Balsan aveva intenzione di produrre il suo film d’esordio, e in quest’opera c’è una traccia ben delineata di questa volontà.
Grégoire Canvel è un produttore cinematografico, sempre in movimento e soprattutto sempre al telefono. Ha una bella famiglia formata dalla moglie e dalle loro tre figlie, che adora. Con la sua compagnia, l’indipendente Moon Films, sta producendo più film contemporaneamente, tutti in fase di compimento, ma quello del regista Stig Janson gli dà parecchi grattacapi finanziari a causa delle esigenze e pretese dello stesso regista. Un evento sconcertante invade la vita della sua famiglia, che si troverà a dover fronteggiare delle situazioni a cui nessuno è preparato.
L’allora esordiente Mia Hansen – Love ha conosciuto Balsan nel 2003, durante un festival del cortometraggio, ricevendo un premio, per il suo primo corto, dalle sue mani. Humbert Balsan credeva nei giovani autori e puntava su di loro, come pure sui cineasti mediorientali, le cui opere, grazie al suo intuito, sono arrivate in Europa. Era un uomo che amava il cinema, carismatico, generoso e aperto al nuovo.
Quella delineata dalla regista non è in tutto e per tutto la biografia di Balsan, il privato che Hansen – Love mette in scena deriva dalle intuizioni di un anno di rapporto professionale e dai racconti della moglie.
La cineasta ha voluto giocare sui contrasti felicità – tristezza e speranza – disperazione e per ampliare e soffermarsi in egual misura su questi sentimenti, ha optato per una struttura diversa dal solito, una struttura in cui la morte del personaggio avviene a metà della narrazione, né all’inizio, né alla fine. Hansen – Love dà spazio, nella prima parte, alla vita familiare e a quella lavorativa di Grégoire, il rapporto che ha con le figlie e la moglie, che lo amano e lo vogliono di più a casa, che si distacchi almeno in vacanza dal suo cellulare, e il rapporto che ha con i dipendenti, che lo aiutano per quanto possibile.
Al tempo stesso si vede profilarsi la sua solitudine, dovuta alla mancanza di comunicazione, riguardo ai problemi finanziari nei quali sta sprofondando sempre di più e dei quali non parla neanche a sua moglie, tenendo questo peso enorme sulle sue sole spalle. Nella seconda parte si dà ampio respiro all’elaborazione del lutto e alla figura della figlia maggiore, che sembra incanalare su di sé l’eredità spirituale del padre e arrivare a conoscerlo meglio fino a giungere a una maggiore comprensione di Grégoire, che prima di essere un padre è un uomo.
Molti sono gli aspetti che emergono in questo film, tutti trattati con tatto, senza retorica, quasi in punta di piedi e rispettosamente. Il tema dell’incomunicabilità e della solitudine di un individuo sono strettamente correlati, poi il senso di perdita e il superamento del dolore, la necessità di andare avanti unita alla voglia di farlo, infine, ma non meno importante, l’amore per il cinema, per la settima arte visto dal di dentro, visto attraverso lo sguardo di una persona che vive d’arte, crede nelle potenzialità umane che, se hanno la possibilità di essere messe a frutto, sono grandiose.
Non vi si racconta solo la storia di un personaggio, il film tratteggia una visione più ampia, ovvero l’amore per la vita e l’amore per il cinema, il senso della famiglia.
Un altro aspetto che sgorga è il pudore di tenere per sé le situazioni negative da parte di lui, e il pudore di non chiedere del lavoro del marito, se non è lui a prendere l’iniziativa, da parte di lei, che Mia Hansen – Love ritiene essere parte integrante della “sfera di libertà personale” di un individuo.
La saggezza, la calma, la lucidità, la forza e l’energia, la mancanza di risentimento sono tutte peculiarità insite nella figura di Sylvia, la moglie di Grégoire, che la regista ha trovato in Chiara Caselli. L’attrice ha reso al meglio il suo personaggio, rendendola una donna forte, “di una forza naturale non ostentata”, per stessa ammissione di Caselli. Tutti gli attori sono stati perfetti infondendo quella veridicità di cui la regista ha dotato i personaggi, non più figure sullo schermo, ma persone reali e autentiche.
Il padre delle mie figlie è un film che riesce a parlare di tematiche importanti con delicatezza senza appesantire lo stato d’animo dello spettatore, infondendo liricità ad alcune scene, pacate ma di forte impatto emotivo.
Il cinema è vita, anche e soprattutto per Mia Hansen – Love, che parla del lavoro cinematografico trattando gli aspetti positivi, ma evidenziando anche quelli negativi, che difficilmente lo spettatore può conoscere, se non chi è del settore e riesce a farlo con una naturalezza e un’abilità che non si trova ovunque.
È un film che ha già conquistato molti e che ha le carte in regola per piacere a tutti.
Francesca Caruso, da “cinemalia.it”

Già grazie al suo primo lungometraggio, Tout est pardonné (2006) – storia di una ragazza che si mette alla ricerca di suo padre dopo essere stata abbandonata da lui undici anni prima – la giovane regista Mia Hansen-Løve stupì sia la critica che il pubblico. Grazie a Il padre dei miei figli, sua seconda fatica, l’autrice sembra semplicemente confermare la sua bravura, così da eliminare ogni possibile dubbio (tra l’altro, lavorando su un soggetto che mette in gioco i sentimenti personali della stessa Hansen-Løve).
Grégoire Canvel (Louis-Do de Lencquesaing) è un giovane e promettente produttore; nella sua vita tutto sembra giocare a suo favore: un lavoro sicuro e di successo (visti i film prodotti precedentemente), è acculturato e galante, ed ha una bella e numerosa famiglia – la moglie Sylvia (Chiara Caselli) e le tre figlie Clémence, Valentine e Billie – che lo ama incondizionatamente. È rispettato dai suoi colleghi e amici e tutto sembra andare di bene in meglio; fino a quando, però, non deve fare i conti con la parte tragica della realtà: sbagli finanziari e troppa fiducia nelle persone possono portare a rischiare la carriera, accompagnandola verso un totale fallimento (sia morale che economico). Questo è ciò che accade a Grégoire che, malgrado il conforto della moglie, si sente soffocato dagli obblighi morali, nonché dai debiti accumulati a causa di progetti sbagliati. In questo caso le soluzioni sono due: accettare la confitta e ripartire da zero, oppure ribellarsi al fallimento fuggendolo nella maniera più tragica possibile, un suicidio improvviso che il protagonista attua in un momento di sconforto totale, abbandonando per sempre l’amore di una moglie e tre figlie ch non possono accettare la sua scelta, fatta (probabilmente) per non osservare la pena negli occhi della sua famiglia – così come tenta di spiegare un suo amico alla più piccola delle tre Canvel. I guai finanziari però non se ne vanno e tocca alla moglie Sylvia cercare di porre rimedio, tentando di portare a buon fine i progetti lasciati a metà dal marito e, nello stesso tempo, crescere da sola le tre figlie nel modo migliore possibile.
Questa, in breve, la storia tragica di un suicidio portato sullo schermo: una morte che, purtroppo, la regista ha vissuto in prima persona. Grégoire Canvel, infatti, altri non è che Humbet Balsan, carismatico produttore francese suicidatosi a causa di una personale grave crisi finanziaria. Mia Hansen-Løve conobbe personalmente il produttore nel 2004, un anno prima che si togliesse la vita (a soli 50 anni), e rimase colpito dall’entusiasmo che metteva nel suo lavoro. La sua fiducia nel mondo del cinema e nelle persone, la sua grande sensibilità, la sua eleganza e il suo charme, sono riportati fedelmente in quest’opera che, oltre che narrare la crisi di un uomo e della sua famiglia, racconta perfettamente il lavoro-cinema, in maniera diversa rispetto a come è stato fatto in opere precedenti. Qui non si parla di un grande tycoon, ma di un piccolo produttore capace però di finanziare anche grandi opere – Balsam ha prodotto film come Adieu Bonaparte (1985) di Youssef Chahine e Le grande voyage (2004) di Ismaël Ferroukhi, divenendo uno dei primi nomi tutelari del cinema arabo.
Oltre questo, però, l’autrice è stata in grado di esprimere ottimamente un rapporto famigliare sereno ma, allo stesso tempo, travagliato da una decisione presa (forse) troppo frettolosamente. Bernardo Bertolucci, riferendo a questo film, ha detto «L’ultimo eroe francese è un produttore, Chiara Caselli in Francia è diventata grande». Impressiona, infatti, il lavoro dell’attrice bolognese, brava nell’interpretare il ruolo di una moglie innamorata ed egualmente distrutta.
Un film intenso questo di Mia Hansen-Løve che, alla sua seconda prova, sembra non volersi porre limiti, facendoci ben sperare per un prossimo futuro terzo lavoro.
Donato Guida, da “close-up.it”

La folgorante opera seconda della promettente Mia Hansen-Løve può essere interpretata in molti modi: memoir affettuoso della regista, anche se non letteralmente (auto)biografico; esorcismo personale in nome della forza creativa dell’arte; riflessione sulla morte di un certo tipo di cinema e sulla speranza di una sua rinascita.
La morte è il più grande tabù del cinema, sosteneva André Bazin. Ma forse, per la Settima arte, esiste un tabù ancora più grande, vale a dire la morte del cinema stesso, il buio oltre l’immagine. In fondo, è di questo che parla la folgorante e densa opera seconda di Mia Hansen-Løve, giustamente insignita del Premio speciale della giuria nella sezione “Un Certain Regard” di Cannes 2009. Ne Il padre dei miei figli si intrecciano in modo inestricabile crisi esistenziale e crisi dell’arte. Entrambe si incarnano in un’unica figura, quella di Grégoire Canvel (Louis-Do de Lencquesaing), produttore indomito e idealista, mecenate di un cinema puro e anticompromissorio, pervicacemente ostile alle leggi del mercato. Il suo personaggio è modellato sulla vera storia di Humbert Balsan, una delle personalità più influenti della cinematografia francese contemporanea, alfiere di artisti dalla sensibilità altra (soprattutto quelli provenienti dal Medio oriente) e promotore del nuovo cinema francese. La stessa Mia Hansen-Løve è stata una pupilla di Balsan e la sua apprezzata opera d’esordio, Tout est pardonné, doveva inizialmente essere realizzata dalla sua società, prima che sopraggiungesse il tracollo finanziario ed emotivo del produttore.
Louis-Do de Lencquesaing tra Alice Gautier e Manelle Driss in una scena del film Le père de mes enfants (2009)Il padre dei miei figli può essere dunque interpretato in molti modi: memoir affettuoso, anche se non letteralmente (auto)biografico; esorcismo personale in nome della propria forza vitale creativa; triste riflessione sulla morte di un certo tipo di cinema oggi. Di sicuro non è un esercizio metacinematografico alla Effetto notte, opera-manifesto che invece testimoniava tutta la gioiosa euforia della creazione artistica. Il padre dei miei figli è piuttosto il “The Dark Side of the Moon” del film di Truffaut (“Moon” è proprio il nome della casa produttrice di Grégoire), in quanto mostra soprattutto gli aspetti più infausti e oscuri che possono celarsi dietro la produzione cinematografica. Non è un caso forse che il film di Mia Hansen-Løve sia disseminato di costanti riferimenti artistici e architettonici, che vanno da Jean Cocteau a una cappella medioevale dei Templari, da Paul Klee ai mosaici bizantini della Basilica di Sant’Apollinare in Classe. Manifestazioni estetiche diversissime tra loro per modalità espressive ed epoche di provenienza, ma in fondo tutte accomunate da un allure crepuscolare e quasi funerea, come se in tutti questi artisti fosse presente la consapevolezza di vivere in una stagione di decadenza (esattamente come la nostra).
Chiara Caselli e Louis-Do de Lencquesaing in una scena del film Le père de mes enfants (2009)Ma a questa forte pulsione di morte Il padre dei miei figli oppone una forza, altrettanto insopprimibile, verso la vita. È quella che proviene dai superstiti della famiglia Canvel, la moglie Sylvia (Chiara Caselli), la figlia adolescente Clémence (Alice de Lencquesaing), e le piccole Valentine (Alice Gautier) e Billie (Manelle Driss). Dopo l’improvviso suicidio di Grégoire (un gesto pudico, nascosto, antiretorico, perfettamente rispettoso delle regole baziniane e bressoniane), infatti, il film prende una piega del tutto inaspettata, configurandosi nella sua seconda metà come la storia di una (ri)nascita famigliare. Una rifondazione dell’esistenza che, soprattutto per Sylvia e per Clémence, finisce per identificarsi proprio con il proseguimento dell’impulso creatore di Grégoire. Alla fine dunque a emergere nell’opera di Mia Hansen-Løve è soprattutto un afflato di speranza e di vitalità, che si affida all’eternità del valore del cinema come vessillo supremo in grado di scongiurare mortifere crisi esistenziali e culturali, di certo solo momentanee. Le opere d’arte, per fortuna, rimangono per sempre, sia che si tratti di mosaici bizantini, oppure (tanto per fare un esempio) dei film di Truffaut o Bresson…
Roberto Castrogiovanni, da “movieplayer.it”

In Italia, quando alcune mamme vogliono far riferimento in modo gelido e anaffettivo ai loro ex compagni riescono a usare in modo incredibilmente severo l’espressione “Il Padre dei miei figli”. Non sappiamo quali livelli di glacialità possa consentire in Francia l’equivalente “Le Père de mes enfants”. Scegliendo questo titolo per il suo secondo lungometraggio, la talentuosa Mia Hansen Love non può che non averne inteso le accezioni più tenere e vicine al cuore.
Inizialente il personaggio di Grègoire Canvel può far mettere sulla difensiva. Tanto più che il primo quarto d’ora lo passa al telefonino e avvertendo la moglie che farà tardi a cena con le bambine. A lungo andare però, così come Claude Sautet con Emmanuelle Béart, la giovane regista ed ex critico del prestigioso Cahièrs du Cinèma (già qui qualcosa ci ricorda Rohmer) è riuscita a imprimere un fascino impressionante al suo protagonista, ispirato oltretutto ai tratti del produttore Humbert Balsan, simbolo di un modo di pensare cinema assolutamente emozionale. Con la stessa discrezione con cui proprio Un cuore in inverno ci poteva avvicinare agli aspetti più nascosti della vita di un violincellista da camera, Il padre dei miei figli ci appassiona alle scelte e ai contrasti di un uomo diviso tra l’amore per la famiglia e le dead lines impietose e sovrapposte di una decina di set cinematografici uno letteralmente sopra all’altro. Sarà che negli anni ’70 interpretò anche Galvano in Lancillotto e Ginevra di Bresson, ma l’ex presidente dell’European Film Accamedy ha mantenuto per tutto il corso della sua leggendaria carriera uno spirito nobile e quasi cavalleresco lottando e impegnandosi in prima persona a favore di registi fuori dagli schemi delle logiche da botteghino.
Mia Hansen Love articola e rende ancora più espliciti gli aspetti da gentiluomo e paladino d’altri tempi di Balsan, sia affidando la parte al bravissimo Louis-Do Lencquesaingel dal passo e il volto incredibilmente aristocratici, ma anche rendendo particolarmente intimi e toccanti i momenti in cui Gregoire, a spasso per Ravenna o le bellissime chiese di campagna appassiona le figlie raccontando loro storie di Crociati e cavalieri di Malta. In alcune scene, assaggiamo la magia di Effetto notte, calandoci nel set del set, ma le migliore sequenze del film rimangono indiscutibilmente quelle in cui si esula dalle vicende pubbliche della storia di Balsan per ritrovarci nel mezzo della quotidianità e il privato della sua famiglia.
Il fatto che l’evento traumatico si consumi esattamente al centro della storia valorizza le capacità narrative della Hansen-love e le doti interpretative di Chiara Caselli. Lontana dai registi italiani, la brava protagonista di Garage Olimpo testimonia come non è che solo strillando o abbassando la voce che si può costruire un personaggio, ma l’insieme di un’ottima interpretazione si può definire studiando dettagli minimi come quelli del passo o la scelta del tipo di scarpe, basse e vicinissime alla terra, in questo caso. Il padre dei miei figli esce praticamente pochissimo dopo La nostra vita di Lucchetti. Si potrebbero fare moltissimi confronti sulle storie incredibilmente simili delle due pellicole, ma, assistendo alla prima al cinema Eden ci ha colpito soprattutto l’intervento di Chiara Caselli, del tutto in linea con Germano nel denunciare questa classe dirigente che sembra essere solo d’ostacolo al cinema italiano. Come per lei, anche per noi, l’unica soddisfazione è che per quando i nostri figli andranno a votare molti di quei esemplari di bella politica non ci saranno più.
Federico Vignali, da “schermaglie.it”

Una storia vera
Grégorie Canvel è un produttore cinematografico di successo e osannato dalla critica. È un momento estremamente duro, il protagonista deve fare i conti con le difficoltà economiche e con un regista la cui creatività mette a dura prova la casa di produzione. Grégorie è un marito amato e un padre affettuoso. Nell’istante in cui la Moon Film fallisce, provato dallo stress e dagli oneri economici, Grégorie si toglie la vita. La moglie Sylvia e le tre figlie devono confrontarsi con il dolore e le domande senza risposta. La sofferenza è insostenibile, ma la vita può ricominciare.
Ricominciare, senza Grégorie
La giovanissima regista francese Mia Hansen-Love, autrice dell’acclamato Tout est pardonné, torna sul grande schermo con Il padre dei miei figli, vincitore del Premio Speciale della Giuria nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes 2009. Il film si ispira alla reale vicenda del produttore cinematogratografico francese Humbert Balsan, che, dopo il fallimento della propria casa cinematografica, si uccide, lasciando moglie e figlie. Mia Hansen-Love conferma il garbo e la raffinatezza del proprio approccio registico. Il film è ben diretto, ben scritto, ottimamente interpretato. La macchina da presa si accosta con pudicizia ai personaggi, alla morte e alla necessità di andare avanti, pedina il protagonista, ne segue le peripezie e le preoccupazioni fino alla sconfitta. È interessante come la decisione del suicidio venga mostrata e non dimostrata. Il produttore Grégorie Canvel è un uomo che ha tutto, ma è dilaniato dall’idea di perdere tutto. I suoi turbamenti interiori non si avvalgono di parole, la sua angoscia non è fonte di esternazioni e di arrovellamenti, ma lo consuma. È un uomo felice e appagato, a poco a poco scivola in una strada senza uscita, riesce a dissimulare la propria sofferenza. Sa a cosa rinuncia: una famiglia vitale, amorevole e gioiosa. Sacrifica l’affetto incondizionato delle figlie piccole, il sostegno di una moglie innamorata, la stima di una figlia adolescente che raccoglie l’eredità spirituale del padre.
Le emozioni di questo film che in punta di piedi si conquista il cuore della platea, sono quelle semplici e reali. Che meraviglia le passeggiate quasi taciturne nelle campagne, che forza le lacrime rancorose e stupite di fronte a una morte inspiegabile, e che verità nel timore di ricominciare una vita differente, una vita senza Grégorie.
Il film è anche un omaggio al cinema, al mestiere, alla passione, al credere in pellicole di valore artistico, ma di scarsa portata commerciale. Mia Hansen-Love riconosce la lungimiranza di Humbert Balsan, che aveva intenzione di produrre il primo film della regista, e ispirandosi al suo carisma e al suo entusiasmo mette a fuoco un personaggio credibile nelle sue contraddizioni. Le difficoltà di Canvel non hanno nulla di falso o di agiografico. Un uomo felice, ma disperato. In ultimo, va sottolineata la bravura degli interpreti. Se Louis-Do de Lencquesaing conferisce a Grégorie una normalità indispensabile per la comprensione dell’angoscia del personaggio, Chiara Caselli nel ruolo di Sylvia, moglie di Canvel, è davvero brava nel portare sul grande schermo il percorso umano di una donna costretta a ricominciare, senza il padre dei suoi figli.
Angelica Tosoni, da “spaziofilm.it”

Coordinate: Francia, Parigi; Mia Hansen-Løve (regista-sceneggiatrice); un produttore cinematografico; un telefono cellulare; la famiglia; un fallimento professionale; la dignità; i ricordi; Robert Bresson; Yasujiro Ozu. Aggiungete un paio di ingredienti spoiler e mischiate: arriva nelle sale italiane “Il padre dei miei figli”, pellicola vincitrice del premio speciale della giuria “Un Certain Regard” al Festival di Cannes 2009 e osannato dalla quasi totalità della critica internazionale.
La firma è, appunto, della precoce (classe 1981) Mia Hansen-Løve, già attrice per Olivier Assayas ed ex recensore per la prestigiosa rivista Cahiers du cinéma, che si ispira apertamente al personaggio del produttore francese Humbert Balsan e mette in scena una storia drammatica e delicata sulla vita.
Grégoire Canvel (un ottimo Louis-Do de Lencquesaing) ama il cinema e con la sua Moon Films finanzia le produzioni d’essai; è un uomo elegante e sempre di corsa che trascorre le sue giornate risolvendo grane al cellulare e non ha tempo neanche di rispettare le più comuni norme del codice stradale. Gli scorci di quotidianità che gli restano li passa con sua moglie Sylvia (Chiara Caselli) e con le figlie; con loro si mostra affabile e si gode qualche scampolo di felicità, come ci viene mostrato nella scena domestica, quando le figliolette Valentine e Billie improvvisano una deliziosa gag che culmina con le “sculacciate” del papà: una delle sequenze di racconto famigliare più emozionanti e intense degli ultimi anni.
Quella di Grégoire, però, è solo una maschera indossata per nascondere le preoccupazioni legate ai problemi finanziari che, quasi sottovoce e in un’aura di lieve mistero, vanno via via palesandosi; prima di scoprire definitivamente le carte, Hansen-Løve ci mostra la bella sequenza del viaggio in Italia, durante la quale si rende probabilmente omaggio – narrando di templari e rovine – a “Lancillotto e Ginevra” di Bresson, nel quale recitò Balsan e la cui locandina campeggia con vanto nell’ufficio del produttore.
Al rientro dalle vacanze, i colori luminosi della gioia e della contentezza sbiadiscono; Grégoire è sempre più sommerso dai debiti e per la Moon Films si paventa una ingloriosa chiusura. Come gestirà l’emergenza il produttore? Accetterà il sostegno economico dei parenti? Purtroppo non avremo nessuna risposta perché l’uomo – con sorpresa, a meno di metà film – esce di scena (una soluzione, quella della regista, di grande coraggio e apprezzabile originalità narrativa).
Ne prendono il testimone le figlie e quella moglie che, a leggere il titolo, dovrebbe fornire il suo punto di vista di madre alla storia.
Invece a emergere è la primogenita Clémence (Alice de Lencquesaing), brava, ma il cui sviluppo del personaggio appesantisce il racconto e sposta il baricentro emotivo del film con l’introduzione di altri temi tutto sommato trascurabilissimi. Sylvia intanto prende le redini della società battendosi per evitare la sempre più probabile liquidazione e si occupa con orgoglio della prole: anche queste fasi, seppur notevoli per intensità, risentono di alcune lungaggini.
La regista però, va evidenziato, è perfettamente a suo agio con la macchina da presa: riprende gli attori ottenendo un risultato eccelso in termini di spontaneità e armonia del cast, filma Parigi con una luce sobria e autentica, caratterizza il suo stile utilizzando – senza eccederne – la chiave simbolica (la scala oltre il muro, il black-out a tavola) e arricchisce la rappresentazione con sfumature psicologiche che richiamano l’impronta “spirituale” del regista giapponese Ozu.
In definitiva, il film parte forte, sfiora il cuore e fa riflettere, sembra davvero possa evolversi come il capolavoro annunciato, ma poi dà come l’impressione di accartocciarsi su sé stesso, trasferendo una sensazione strana, come di parziale incompiutezza.
Il finale è intriso di malinconia: un condensato di ricordi, dolore, rimorsi; ma sulle note amabili di “Que sera sera” di Doris Day apre alla speranza e ci suggerisce che, dopo tutto, c’est la vie.
La frase: “Desidero la società fino in fondo”.
Nicola Di Francesco, da “filmup.leonardo.it”

Fare un film d’autore in questo moderno cinema votato esclusivamente al 3D e alla perfezione dell’immagine, è cosa rara. Con la delicatezza di chi vuole raccontare una storia di vita vera, immergendovisi quasi fosse la propria, è uno dei grandi meriti dell’autrice e semiesordiente regista francese Mia Hansen-Løve. Autrice non è un termine improprio, e ora come ora è sempre più avvilente che questo “epiteto” non coincida col termine regista. A parlare è prima di tutto un’autrice responsabile, che dialoga con il cinema, e per farlo decide di raccontare la tragica storia di uno che il cinema ha tentato di farlo, a proprio modo; ma come nella migliore delle “tradizioni”, il suo è stato un tentativo inutile. Humbert Balsan fu uno stimatissimo produttore francese votato alla realizzazione e promozione di film indipendenti, lontani da logiche produttive che ne avrebbero deturpato la reale natura. Fu famoso per aver prodotto il grande regista egiziano Youssef Chahine, portando alla ribalta internazionale un’idea di cinema “differente”. Il suo scopo era mantenere la purezza della settima arte, ma quando i debiti cominciarono ad essere troppi e insormontabili, in seguito al fallimento della sua casa di produzione nel 2005, decide di suicidarsi, all’ età di 50 anni. Questa è la sua storia, che la regista decide di raccontare non usando in maniera esplicita i nomi dei suoi reali protagonisti; ma è anche la storia della rinascita di una famiglia, costretta a fare i conti con una decisione che non l’ha presa in considerazione. La moglie del produttore, interpretata da una commovente Chiara Caselli, ha in sé quella forza primordiale che le ha permesso di stare accanto al marito in maniera incondizionata, e che altrettanto incondizionatamente ne ha accettato le scelte, persino quella di voler “terminare” la propria battaglia. Essa se ne fa carico, difendendo gli ideali del marito e del mestiere che aveva scelto. Il mondo del cinema raccontato con passione da chi il cinema lo ama veramente; un tributo a chi ne ha fatto la propria ragione di vita, lottando con caparbietà per non cedere ai sistemi del business, che ne hanno incancrenito la concezione…
Serena Guidoni, da “ecodelcinema.com”

Grégoire Canvel si distende sul divano del suo ufficio per un pisolino. Poi lo vediamo rovistare nel cruscotto della sua elegante auto che abbandona posteggiata per prendere un autobus. Arrivato alla meta, con espressione imperturbabile, brucia dei documenti sul marciapiede, si punta una pistola alla tempia e si uccide. Attorno a lui, Parigi produce il consueto frastuono del suo quotidiano trantran, ma l’occhio della cinepresa e il nostro si concentrano a catturare il gesto estremo dell’uomo, ripreso di spalle, mentre si accascia sul marciapiede. Grégoire è il protagonista principale de Il Padre dei Miei Figli e la sequenza descritta si trova a metà in questa toccante opera seconda della coraggiosa regista Mia Hansen-Løve che si è aggiudicata il Premio Speciale della Giuria nella sezione “Un Certain Regard” del Festival di Cannes dell’anno scorso. Interpretato dallo straordinario Louis-Do de Lencquesaing, Grégoire è un produttore cinematografico che con la sua Moon Films s’impegna a scovare talenti e ad alimentare progetti impervi, a detrimento delle proprie finanze. E’ un idealista, insomma, con moglie e tre figliolette a carico che non si risparmia per la sua missione, costantemente attaccato al cellulare e al volante incurante dei limiti di velocità (con punti di patente praticamente azzerati) e dell’obbligo della cintura fino a quando la stradale gli sequestra l’auto. E’ una fin troppo generosa dedizione a trasformarlo in un borderline travolto da quotidianità alienata, a spingerlo sull’orlo del baratro emotivo, prigioniero di un crogiolo di rapporti mancati fino al gesto estremo. Un eroe del nostro tempo, in preda ad un crollo nervoso e arresosi alle minacce dell’anafettività incipiente delineato con sapienza dalla sceneggiatura e dalla regia della Hansen-Løve, autrice non ancora trentenne, nutritasi di cinema fin dall’esperienza iniziale con Olivier Assayas (diventato suo compagno di vita) seguita da quella di critico per i Cahiers du Cinema e di regista debuttante (a 26 anni) con Tout Est Pardonné, commovente lungometraggio che esplora le dinamiche familiari e i conseguenti traumatici riflessi, presentato a Cannes 2007 nella “Quinzaine des Réalisateurs” (rimasto inedito nelle nostre sale è stato provvidenzialmente trasmesso nei mai troppo lodati appuntamenti notturni ghezziani di “Fuori Orario”).
Con Il Padre dei Miei Figli, la minuta e volitiva autrice rende omaggio a un produttore francese indipendente realmente esistito, Humbert Balsan, suicidatosi clamorosamente il 10 febbraio del 2005 (con le stesse motivazioni e nello stesso ambiente della nostra storia), stimato dai cinefili per aver finanziato i film di Youssef Chahine, Claire Denis, Sandrine Veysset, Yolande Moreau, Elia Suleiman (ed infatti quest’ultimo gli ha dedicato il suo recente bellissimo Il Tempo che ci Rimane). E’ stato un incrocio professionale a creare la suggestione: Balsan ha incontrato la Hansen-Løve con l’intento di produrre la sua opera d’esordio, e questo prima del tragico epilogo della sua vita spesa a scovare talenti, avvenuto durante la produzione di The Man from London del regista ungherese Béla Tarr, magnifica trasposizione dell’omonimo romanzo di Simenon, che sforò il budget previsto. Siamo nella zona, un tempo assai frequentata, di un cinema che s’interroga sul senso del fare cinema, oggi e nonostante tutto. Un cinema introspettivo, che non esita a esporre la propria intenzionalità fenomenologica, con un piglio analitico che rivivifica la lezione della Nouvelle Vague. Un cinema scritto con puntuto rigore, capace di mettere in rilievo, oltre al personaggio protagonista (di cui si sposa il punto di vista), anche il contesto e le identità di contorno. I momenti di vita familiare di Grégoire acquistano così uno spessore espressivo rivelatorio: la sua famiglia è composta dalla moglie italiana, la Sylvia interpretata con consapevolezza e bravura da Chiara Caselli, assieme alla primogenita Clémence (Alice de Lencquesaing, figlia d’arte di Louis-Do e autentica rivelazione), a Valentine (Alice Gautier) e a Billie (Manelle Driss). Ecco l’uomo, tornato nel proprio alveo familiare dopo una delle convulse giornate di lavoro, distendersi sul divano per assistere alla recita casalinga delle tre figlie. Ed eccolo distratto da continue telefonate, impegnato a godersi le suggestioni di Ravenna, assieme alla famiglia, durante un viaggio di piacere che precede la tempesta esistenziale. Il crollo finanziario, animato da banche riottose e implacabili come usurai, funziona da fatale motore per la determinazione estrema. Dopo lo strappo doloroso del suicidio, è la moglie Sylvia a tentare un salvataggio in extremis (poi vanificato) della Moon Films, con l’aiuto sincero e disinteressato dell’amico Serge (Eric Elmosnino), mentre l’adolescente Clémence, oltre a prendersi cura delle sorelline più piccole, s’impegna a recuperare l’identità del padre, indagando su di lui attraverso i registi con cui ha lavorato, assistendo a proiezioni di film da lui prodotti, conoscendo un fratello tenutole nascosto avuto dal genitore da una precedente relazione. Tali occasioni spingono la ragazza a frequentare un coetaneo incontrato durante le proiezioni (un’affinità elettiva che suggerisce proiezioni freudiane e sembra chiudere il cerchio di un destino familiare sotto il segno del cinema). Nel delineare la geometria domestica di un esemplare tragitto esistenziale, la regista di questo film prezioso e tagliente sceglie di utilizzare al meglio la parentela reale tra Louis-Do e la figlia, puntando su una deriva da psicodramma. Così Il Padre dei Miei Figli acquista un valore emotivo assai toccante il cui apice è la sequenza dell’addio parigino di Sylvia e delle sue tre figlie nell’ufficio del capofamiglia, la percezione di un vuoto incolmabile che trasforma la vicenda in una parabola sacrificale. Sono le lacrime di Clémence, nella sequenza finale a bordo del taxi, a fare da corollario alla storia morale, sulle note leggiadre, struggenti, malinconiche, nostalgiche della Doris Day di “Que Sera, Sera (Whatever Will Be, Will Be)”, tributo all’immortalità mitologica del cinema–cinema.
Francesco Puma, da “revisioncinema.com”

Figura storica dell’industria cinematografica francese, il produttore Humbert Balsan diventa fonte d’ispirazione per la talentuosa regista Mia Hansen-Løve. Nella sua seconda pellicola, Il padre dei miei figli, la cineasta racconta la storia di Grégoire Canvel, un coraggioso produttore cinematografico che si divide tra la famiglia e il lavoro, cercando di non trascurare la prima e di salvare dal fallimento la sua casa di produzione, messa a repentaglio da una serie di eventi sfavorevoli e scelte audaci ma pericolose. Come Humbert Balsan, anche il personaggio a lui ispirato si toglierà la vita, oppresso da una serie di difficoltà cui non riesce più a contrapporre la consueta tenacia.
All’interno della pellicola di Mia Hansen-Løve, il suicidio del protagonista si pone come episodio centrale, sia da un punto di vista tematico, che da un punto di vista strutturale. Il film, quindi, può essere diviso in due parti. La prima precede la morte del produttore e ne ritrae la vita intima e professionale, facendo luce sull’uomo, le sue gioie e i suoi tormenti. La seconda parte della narrazione procede in absentia: la scomparsa del protagonista porta in primo piano le figure che gli erano vicine, che cercano di andare avanti nella vita di tutti i giorni. La reazione delle figlie alla tragedia e il tentativo della moglie di salvare il salvabile nella casa di produzione del defunto marito continuano a tratteggiare l’universo del protagonista, ma da una visuale inversa rispetto alla prima parte della narrazione. Il tutto senza far perdere compostezza a un film che non cede mai a eccessi patetici e a facili sentimentalismi, che procede con eleganza formale verso un finale efficace, il quale richiamando le primissime scene della pellicola le conferisce equilibrio e circolarità.
Il padre dei miei figli ha permesso a Mia Hansen-Løve di affrontare due tematiche molto forti, quali il cinema e la famiglia. Il film offre numerosi spunti di riflessione su quella che è l’attuale realtà dell’industria cinematografica e, al contempo, rappresenta un omaggio a Humbert Balsan. Questi ebbe il merito di conferire grande dignità artistica a una professione che troppo spesso si esprime in conti, debiti e interessi: come produttore, Humbert Balsan diede visibilità a molti geni e cineasti che, altrimenti, non avrebbero trovato notorietà in Francia né altrove, e prese sotto la sua ala numerosi talenti femminili del cinema francese, diventando uno dei numi tutelari del cinema arabo. Se le vicende lavorative del produttore vengono riprodotte con grande fedeltà all’interno della pellicola, lo stesso non si può dire delle sue vicende intime e familiari. Esse prendono spunto e ispirazione dalle impressioni che la regista ricevette dai suoi incontri con Balsan, ma diventano poi oggetto di elaborazioni di fantasia. Il tema della famiglia è declinato con grande efficacia e diverse sfaccettature da tutti i componenti di casa Canvel, magistralmente interpretati da un cast impeccabile. Louis-Do de Lencquesaing trasmette perfettamente il senso di pudore che impedisce al suo personaggio di comunicare la sua disperazione alla moglie. Quest’ultima trova nell’interpretazione di Chiara Caselli il giusto equilibrio di forza e vulnerabilità che si riverbera per tutto il corso della narrazione. Ottime anche le interpretazioni delle giovani attrici (Alice de Lencquesaing, Alice Gautier e Manelle Driss) che danno voce e volto alle figlie di Grégoire Canvel.
Mia Hansen-Løve costruisce un film polidimensionale e politematico. Il padre dei miei figli racconta l’amore per il cinema e per la vita, ricordandoci le parole – care alla regista – di François Truffaut: “Il cinema è per me la vita”.
Silvestro Capurso, da “taxidrivers.it”

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