Il canto delle spose

Di film ambientati durante la seconda guerra mondiale ne sono stati realizzati a bizzeffe negli ultimi sessant’anni, con tutti gli stili e gli intenti possibili.
La maggior parte, tuttavia, si svolgono in Europa, o in territori direttamente collegati ai momenti clou del conflitto (Pearl Harbour, Hiroshima).
Molto più raramente abbiamo visto su schermo cosa succedeva nei territori “di confine” delle belligeranze, non da meno ricchi di episodi drammatici e di significativi risvolti umani. Il nordafrica, sede di protettorati e colonie italiane e francesi, ha vissuto gli strascichi delle alterne vicende delle due nazioni durante il lustro ’40-’45: tra i paesi di quest’area non possiamo non contare la Tunisia, nazione nella quale è ambientato Il canto delle spose, opera seconda della regista Karin Albou.
Un’amicizia che trascende tutti i confini
Il canto delle spose – recensione – Cinema E’ il 1942, e di lì a poche settimane la Tunisia verrà occupata dalle forze dell’Asse, che instaureranno anche nel paese africano il famigerato Regime di Vichy, che comporterà, tra le altre cose, la perdita di ogni diritto acquisito dai cittadini tunisini di origine ebrea. Proprio come Myriam (Lizzie Brocherè) e sua madre Tita (interpretata dalla stessa regista e sceneggiatrice Karin Albou), che si ritrovano improvvisamente in miseria, e costretti ad accettare un matrimonio combinato fra la riluttante Myriam e il medico gentiluomo Raoul (Simon Abkarian). Myriam e sua madre condividono da sempre la casa con la famiglia di Nour (Olympe Borval), coetanea di Myriam e musulmana di discendenza. L’appartenenza a due culti diversi non è un problema, nella Tunisi multietnica dell’epoca: le differenze culturali sono parte di una tradizione da rispettare e, in qualche modo, ricchezze a cui attingere.
Questo, perlomeno, finché i nazisti (o meglio, la politica europea) non ci mette lo zampino, creando zizzania fra le etnie e dentro le etnie stesse.
Myriam e Nour, da sempre amiche per la pelle, si ritrovano catapultate dai giochi infantili alle necessità della vita adulta non senza traumi, scontrandosi coi limiti e le contraddizioni insite nelle loro condizioni di donne e credenti, “invidiandosi” a vicenda i lati positivi delle rispettive condizioni, in una subitanea girandola di eventi che le vede protagoniste e vittime, nel loro microcosmo, tanto della tradizione quanto del nuovo divenire scatenato dalla guerra.
Le donne, la guerra e la tradizione
Il canto delle spose – recensione – Cinema Karin Albou, dopo La petite Jèrusalem, torna a parlare del rapporto fra le religioni tramite gli occhi e il vissuto di due giovani donne: ancora una volta, una ebrea e l’altra musulmana. La posta in gioco, in questa occasione, è ancora più alta, vista la giovanissima età delle due protagoniste de Il canto delle spose -appena sedicenni- e il difficile contesto storico nel quale la vicenda è stata inserita.
E’ interessante notare come, anche se la guerra è il fattore scatenante della maggior parte dei conflitti fra i personaggi, essa rimane quasi sempre sullo sfondo: quello che accade all’estero e le reali motivazioni politiche e culturali di quello che succede sono sconosciuti o vissuti solo per interposta persona.
E il conflitto, così come la vita, viene vista solo tramite gli occhi e l’esperienza diretta delle donne, in particolare delle due protagoniste. Quello che la Albou è interessata a mostrare non è tanto il lato violento degli atti di guerra quanto la violenza delle sue conseguenze sulle vite delle donne e delle ragazze dell’epoca.
Molto più ingenue delle coetanee d’oggigiorno, eppure molto più cariche di responsabilità già dall’adolescenza.
Myriam e Nour, in realtà, sono due facce di una stessa medaglia, ingabbiate in un meccanismo più grande di loro, tra tradizioni patriarcali e matriarcali a volte imponenti a volte, semplicemente, degradanti. La propaganda politica, che contribuisce ad infiammare anche gli animi di chi è sempre riuscito a convivere pacificamente, aggrava poi un conflitto che vede, in ognuno, una vittima e contemporaneamente un carnefice.
La ricostruzione storica del film è notevole, curata in prima persona dalla regista, che è ella stessa di origini algero-tunisine: l’atmosfera che la pellicola fa rivivere è al contempo affascinante e opprimente, ricca di un punto di vista femminile che tutto scruta eppure poco riesce a vedere nella sua interezza. Le donne vivono il mondo esterno tramite le voci e i rumori che vengono da fuori le case, tramite la radio, tramite le chiacchiere nell’hammam e le rari incursioni al mercato. Un universo squisitamente femminile che le protagoniste vorrebbero scardinare, ma che, in quanto donne esse stesse, non riescono a fare.
La macchina da presa indugia molto sulla denuncia sociale di certe condizioni del periodo, in certi casi perpetrate ancora oggi, e in generale sulla figura della donna in certe società, dove la figura femminile è ben lungi dall’essere davvero emancipata, probabilmente anche per mancanza di volontà e/o quasi incosciente abnegazione ad un ruolo fuori tempo.
Bravissime le due interpreti principali: la Brocherè, nota in Francia per i suoi ruoli in varie fiction tv (tra cui il remake transalpino del nostro R.I.S. Delitti Imperfetti) riesce ad imprimere sul volto tutto ciò che Myriam prova e pensa, mentre la Borval, assoluta esordiente, trasmette con semplicità il pensiero altrettanto semplice e diretto di Nour, creando un’ottima amalgama fra le due che per certi versi sorregge tutto il film.
Interessanti, ambigue e molto significative le uniche due figure maschili del film, ovvero il fidanzato di Nour, Khaled (Najib Oudghiri) e il dottor Raoul, mentre la Albou se la cara discretamente nei panni della madre di Myriam, seppur non sia, questo, un ruolo centrale nella vicenda.
Vicenda che è altamente strutturata: si nota subito come la sceneggiatura sia il frutto di diverse riscritture portate a termine nel corso degli anni, scena dopo scena, inquadratura dopo inquadratura.
Peccato solo che la raffinatezza di certi passaggi (il film è pieno di delicati messaggi pieni di intelligenti metafore) sia controbilanciata da alcune scene troppo reiterate sulla violenza -in gran parte psicologica- che le ragazze subiscono dalla società.
Il canto delle spose è un film forte, che non risparmia sulla potenza delle immagini e delle situazioni, sull’ambiguità dei suoi personaggi in continuo bilico fra bianco e nero, sulla quantità di messaggi veicolati al suo interno, tra ricordi, denunce e memoriali. Scritto e diretto con occhio e cuore spiccatamente femminile, colpisce e vive nei cuori e nelle menti degli spettatori, nonostante alcune scene troppo esasperate nel loro slancio di denuncia sociale, che se mantenuta più sottesa avrebbe comunque mantenuto la sua forza, ma con maggior garbo.
Siamo ora curiosi di vedere come matureranno ulteriormente tematiche e stile della Albou nel suo prossimo La Douleur.
di Marco Lucio Papaleo, da “everyeye.it”

Tunisi, 1942. L’amicizia tra Nour (Olympe Borval) e Myriam (Lizzie Brocheré) – due adolescenti di cultura e religione diversa (la prima è musulmana, l’altra ebrea) – viene messa in crisi dall’arrivo nel paese dei nazisti e della loro propoganda antisemita. Il Terzo Reich applica allo stato africano la politica già sperimentata a Vichy, ghettizzando la popolazione di religione israelita e creando violente contrapposizioni in una regione caratterizzata fino a quel momento da una pacifica convivenza razziale. Il promesso sposo di Nour, Khaled (Najib Oudghiri), collabora con la Wehrmacht nelle operazioni di rastrellamento, mentre la madre di Miriam, Tita (la stessa regista del film Karin Albou), caduta in disgrazia, impone alla figlia di sposare il ricco ma inviso Raoul (Simon Abkarian).Le divisioni tra arabi e israeliani? Tutta colpa degli europei. Tesi storicamente accreditata che Il canto delle spose – secondo lungometraggio della francese di origini algerine Karin Albou, a Cannes nel 2005 con La petite Jerusalem – fa propria declinandola nei suoi risvolti più umani. Ne viene fuori un bell’esempio di cinema ibrido, che cambia continuamente registro, passando dalla storia d’amicizia al dramma bellico, dal romanzo di formazione (la scoperta della sessualità, dell’amore e della brutalità della vita delle due giovani protagoniste) al documentario antropologico. Mentre la cornice stilistica rimane coerente, impressionista e attenta ai dettagli – i significati vengono affidati all’intensità dei primi piani (facce, pelle, oggetti), all’organizzazione degli spazi (bui e chiusi quelli attraversati dai nazisti, ampi e colorati quelli vissuti dalle due eroine), all’eloquenza dei riti comunitari (epidermica, violenta e lungamente filmata la depilazione di Myriam prima delle nozze) – idealmente vicina all’approccio di Claire Denis e a quell’idea di cinema dove non è la pellicola a catturare la vita, ma è la vita (il suo dipanarsi) ad assorbire la pellicola.Peccato che subentri qua e là il bisogno di semplificare la materia (troppo repentino, quasi schematico, il cambiamento di Khaled), a ricordarci che sempre di finzione si tratta. Questo, insieme a qualche fastidiosa lungaggine, il principale difetto del Canto delle spose. Che affida viceversa alla magnifica prova delle due protagoniste (della Brocheré soprattutto) la partitura emozionale del racconto e il compito di spezzare l’adagio triste della Storia. Un duetto, il loro, che non si finirebbe mai di ascoltare.
da “ilsole24ore.com”

La regista e sceneggiatrice Karin Albou è al suo secondo lungometraggio con questo film ambientato durante la Seconda Guerra Mondiale dal tono intimo e penetrante. Nel racconto la Storia ci entra di sottecchi, tramite i volantini che vengono lanciati da un aereo, gli annunci alla radio, le figure in lontananza dei soldati e il rumore del marciare degli stivali. Karin Albou ha volutamente evitato di mostrare la guerra in sé, in quanto ha esibito il punto di vista femminile, come le donne ebraiche e musulmane percepivano la guerra dall’interno delle loro case, affacciate alla finestra o sulla soglia di casa.
Tunisia 1942. Le due sedicenni Nour e Myriam vivono nella stessa casa fin dall’infanzia e sono inseparabili, l’una non potrebbe fare a meno dell’amicizia dell’altra. Entrambe hanno il desiderio nascosto di ricoprire il ruolo dell’altra. Nour, che è musulmana, vorrebbe poter frequentare la scuola come Myriam e Myriam, ebrea, vorrebbe vivere una storia d’amore come quella di Nour col fidanzato Khaled. Verso la fine dello stesso anno l’esercito tedesco invade la regione, gli ebrei vengono sottomessi ed espropriati dei loro averi. Tita, la madre di Myriam, organizza alla figlia il matrimonio con un uomo ricco per pagare i debiti di famiglia, la ragazza inizialmente si rifiuta. Nel frattempo Khaled trova lavoro presso i tedeschi e ordina a Nour di stare lontana dalla sua amica ebrea. Le due amiche si troveranno ad essere divise, ma il loro affetto riuscirà a sopravvivere.
Il primo intento della regista è stato quello di portare lo spettatore a riflettere sulla forza delle amicizie d’infanzia, caratterizzate da un affetto esclusivo e il bisogno d’identificazione.
Ha scelto di ambientare il film in quegli anni per portare alla luce una situazione poco conosciuta. La regista descrive le ripercussioni dell’occupazione tedesca sui personaggi, sottolineando il modo in cui ognuno di loro reagisce al sopruso e si confronta con la propria crudeltà verso chi gli sta vicino, facendo prevalere l’individualismo e la propria sopravvivenza. Le due ragazzine sono le uniche nelle quali si intravede la resistenza a cambiare i propri sentimenti, all’inizio sembrano letteralmente fuse l’una nell’altra, quando la guerra si insinua nelle loro vite, avviene una sorta di separazione ed entrambe sono riportate alla propria identità, costrette a condividere ciò che accade nella rispettiva comunità.
Il canto delle spose mostra come i tedeschi abbiano messo musulmani ed ebrei gli uni contro gli altri.
Un tema importante che Karin Albou ha voluto esprimere è la condizione femminile. Le due ragazze sono sottomesse, chi dalla madre e dall’invasore, chi dal fidanzato e dalla mancanza di istruzione. La guerra le separa e loro si riuniscono nella condivisione dell’essere donna, credo diverso, ma stesso modo di essere trattate. La persistenza di questa condizione è dovuta anche alle madri, che replicano gli stessi schemi arcaici nei confronti delle figlie, portando avanti e rinsaldando, in tal modo, l’organizzazione sociale tradizionale. Tita obbliga Myriam a sposare un uomo più grande di lei e del quale non è innamorata, inizialmente la ragazza prova un senso di ripugnanza anche nell’essere sfiorata. Tita la fa sottoporre a una depilazione all’orientale, ciò sottolinea come il periodo dell’infanzia sia finito, le due ragazze condividono forse per l’ultima volta un passaggio importante verso la propria vita da adulte. È come se condividessero lo stesso corpo e di conseguenza provassero lo stesso dolore, oltre che fisico, psicologico. Sono poste in una nuova situazione esistenziale che non le aggrada, si sentono smarrite e non possono essere più un punto di riferimento e di appoggio l’una per l’altra. La loro vita da quel momento in poi continuerà senza la presenza costante dell’altra e questo le fa sprofondare in un dolore lacerante, come la pelle tormentata dallo strappo.
La prima parte del film è incentrata su Myriam, la seconda su Nour, senza che si perda di vista la presenza dell’una nel percorso emotivo e di vita dell’altra. Le due protagoniste sono equivalenti e bilanciate, dotate di un grande spessore, anche quando sono in silenzio si sente la loro anima.
Un’altra tematica trattata è la chiusura in sé, sia fisica che psicologica. Le donne chiuse in casa ascoltano gli annunci alla radio o frammenti di frasi, le voci confuse dei soldati o il loro marciare, come capita a Myriam in una sequenza. Le donne sono poste ai margini nell’essere al corrente di ciò che accade e perché tutto ciò avviene.
La radio è un elemento più che presente, durante il racconto. È il mezzo che unisce le due famiglie, rimanendo sempre accesa, poi diviene lo strumento attraverso il quale la violenza del mondo s’infiltra in casa.
Khaled è un personaggio ambivalente. Inizialmente incarna la modernità: presta i libri a Nour affinché approfondisca le sue conoscenze limitate (non potendo frequentare la scuola), inoltre rimane con lei quando non è più vergine. In un secondo momento sarà proprio lui ad abbracciare le idee arcaiche, tra queste, si rivolgerà a Nour come fosse il padrone a cui deve obbedienza cieca.
Per ciò che riguarda l’ambientazione, la regista ha voluto creare delle tonalità fredde del blu e del grigio per rompere l’immagine esotica e splendente della Tunisia, mostrandone un aspetto diverso ed egualmente veritiero. Le riprese sono state effettuate con pellicole sensibili che le hanno permesso di sfruttare la luce naturale, senza artifici.
Una caratteristica della poetica della cineasta è il riprendere la pelle , avvicinarcisi tanto da arrivare all’astrazione, metterne in primo piano una porzione, il particolare, quasi volesse scrutare dentro come si fa con un volto.
L’aspetto più complicato da inserire per Karin Albou è stato quello della nudità. È difficile girare una scena d’amore in determinati regioni del globo e lo è ancora di più mostrare la nudità del corpo femminile, anche una porzione.
Le tre attrici protagoniste sono state brave nel caratterizzare i drammi interiori, che i rispettivi personaggi vivono. Per il ruolo di Nour è stata scelta una non professionista, Olympe Borval, mentre Tita è stata impersonata dalla stessa regista, interessata a darle quelle sfumature a cui aveva pensato mentre delineava il personaggio in fase di scrittura.
È un film personale e intimista, sincero e delicato, che sa arrivare al cuore di chi guarda, facendo ricordare come esistano realtà particolarmente conservatrici e tradizionaliste ancora oggi, nonostante gli anni siano passati.
Francesca Caruso, da “cinemainvisibile.it”

Il canto delle spose è un film a cui Karin Albou ha cominciato a lavorare circa quindici anni fa. Come racconta la stessa regista, doveva essere il suo primo lungometraggio, ma essendo ambientato durante la Seconda guerra mondiale la lavorazione presentava una serie di problemi di produzione legati alla necessità di ricostruire spazi e ambienti, e così fu messo da parte. Dopo l’esordio con il cortometraggio Aïd El Kebir (1999), un adattamento de L’innocente per la tv (2001) e il successo del suo primo lungometraggio La petite Jerusalem, con il quale ha partecipato al festival di Cannes nel 2005, Karin Albou nel 2008 è finalmente riuscita a realizzare il suo progetto.

Il canto delle spose è ambientato a Tunisi nel 1942, quando i tedeschi invasero la città nel tentativo di stabilire in Nord Africa un regime militare simile a quello instaurato a Vichy, discriminando la popolazione ebraica che fino a quel momento aveva convissuto pacificamente con quella araba. I fatti storici però, pur influenzando l’intera vicenda, fanno da semplice sfondo a quella che invece è la storia principale. All’inizio del film una bambina canta una canzone dedicata alla preparazione di una sposa al matrimonio, che può essere considerata come l’enunciazione del tema stesso della pellicola: la preparazione al matrimonio di due ragazze, la musulmana Nour e l’ebrea Myriam, che non è soltanto quella rituale e cerimoniale prevista dalle rispettive religioni, ma anche e soprattutto quella psicologica e sociale. Nour viene promessa al cugino Khaled, di cui è sempre stata innamorata, i due si incontrano di notte grazie alla complicità di Myriam e vivono il tipico amore romantico fatto di lontananza e attese. A Myriam tocca invece una sorte diversa perché la madre (interpretata dalla regista) cerca di porre fine ai loro problemi economici facendola sposare con Raoul, un medico benestante molto più vecchio di lei.

Centrale nel film è il rapporto tra le ragazze che, cresciute insieme come sorelle, si trovano a dover affrontare le discriminazioni e i condizionamenti del regime nazista instaurato a Tunisi. Anche prima dell’occupazione, in quanto appartenenti a religioni diverse, le protagoniste conducevano una vita in parte differente: a Myriam era permesso andare a scuola, uscire con il capo scoperto e girare da sola per la città, a Nour no. Ma queste divisioni non costituivano davvero una minaccia: Myriam insegnava a Nour quello che imparava a scuola e il resto aveva poca importanza. Il vero elemento che mette in crisi il rapporto tra le ragazze è l’introduzione delle leggi antisemite e soprattutto il comportamento di Khaled, che, in cerca di un lavoro che gli permetta di sposare Nour, comincia a collaborare con l’esercito tedesco cercando di allontanare la futura sposa dall’amica. Anche Myriam, sposando Raoul, si trova a vivere in un ambiente (quello dell’alta borghesia ebraica) che discrimina gli arabi, e non può non prendere atto delle persecuzioni che colpiscono la sua gente e lei personalmente e delle quali sono responsabili anche persone come Khaled. Fondamentale nel rapporto tra le due ragazze è la vicinanza fisica, sottolineata dalla Albou con inquadrature strette sui volti e i corpi, che più volte si sfiorano e si rivolgono gesti di affetto. La prima volta che vediamo Nour e Myriam insieme è all’hammam mentre una sta aiutando l’altra a lavarsi. Esemplare è poi la scena in cui Myriam, in procinto di sposarsi con Raoul, si sottopone a una lunga e dolorosa depilazione delle parti intime, fisicamente sostenuta e confortata da Nour, che sembra soffrire con l’amica ad ogni strappo della cera calda. In questa scena i loro corpi sono inquadrati come fossero uno solo e ogni movimento del corpo di Myriam trova corrispondenza in quello di Nour.

Ancora una volta, dopo La petite Jerusalem, Karin Albou si dimostra molto abile nella costruzione dei personaggi, nel rendere le tensioni e le aspettative di un’età problematica come l’adolescenza, nell’indagare la psicologia femminile e le dinamiche che la animano. Un cenno meritano anche i due personaggi maschili, che non fungono da semplici elementi di contorno allo sviluppo delle vicende di Nour e Myriam, ma compiono anch’essi una trasformazione che li caratterizza come personaggi complessi e niente affatto prevedibili. Khaled, inizialmente investito di tutte le qualità dell’innamorato romantico, pur di trovare un lavoro e sposarsi, diventa collaboratore dei nazisti aiutandoli nei rastrellamenti degli ebrei del suo quartiere. E man mano emerge in lui, oltre a un lato intollerante, anche una vena maschilista, che esercita più volte su Nour. Mai nel corso del film si è spinti a dubitare che sia sinceramente innamorato della cugina, ed è per questo che in diversi momenti il suo odio verso Myriam più che essere determinato da motivi religiosi o politici è in realtà dovuto alla gelosia. Dall’altra parte c’è Raoul, che si presenta come un personaggio sgradevole, un uomo maturo che sceglie di sposare una ragazzina sfruttando i suoi problemi economici per avere degli eredi. Ma verso la parte centrale del film scopriamo invece che è davvero interessato a Myriam per la sua intelligenza e il suo carattere ribelle e che cerca davvero di piacerle, di essere degno di lei e del suo amore, non accontentandosi di “comprarlo”. Così in una delle scene più toccanti del film sceglie i lavori forzati e di unirsi al destino degli altri uomini della sua fede anche se avrebbe potuto evitarlo, con Myriam che lo va a salutare alla stazione ora consapevole dei sentimenti che prova per lui.

Il film è quindi scandito da questi momenti di allontanamento e riavvicinamento tra le ragazze, il cui rapporto sembra però essere troppo forte per venire spezzato dall’ideologia. Un rapporto che ci porta inevitabilmente a fare delle considerazioni più ampie. Già ne La petite Jerusalem il tema della religione era centrale, con tutti i problemi di incontro/scontro che essa determina, e con gli estremismi e i pregiudizi a cui da luogo. Anche in questo caso la Albou è molto abile a non commettere l’errore di affrontare un argomento troppo ampio e complesso come quello delle origini dell’odio e del conflitto tra musulmani ed ebrei da un punto di vista generale e assoluto. Quello che fa, invece, è rapportarlo ad un microcosmo particolare e osservare le dinamiche che determina senza avere la pretesa di universalizzare le soluzioni che fornisce per il rapporto tra Nour e Myriam. Così, in una delle ultime scene del film, il padre di Nour fa leggere alla figlia un versetto del Corano che parla della salvezza di tutte le persone che credono, ponendo fine ai suoi dubbi e unendo le due ragazze in modo definitivo.

Il film di Karin Albou, insomma, stupisce sotto diversi punti di vista, visivo, narrativo, ma anche per una regia sempre discreta. La ricostruzione storica è fedele e nello stesso tempo evita il pericolo, sempre in agguato per questo genere di film, di coprire tutto con una patina di falsità. “Per scongiurare di cadere nel falso mi sono ispirata a Rossellini, facendolo vedere a tutti i miei collaboratori”, dice l’Albou, e continua sottolineando che la scelta più importante fatta per Il canto delle spose è stata quella di stare vicina ai suoi personaggi, al loro punto di vista, alle loro emozioni.

TITOLO ORIGINALE: Le chant des mariées; REGIA: Karin Albou; SCENEGGIATURA: Karin Albou; MONTAGGIO: Camille Cotte; MUSICA: François Eudes; PRODUZIONE: Francia/Tunisia; ANNO: 2008; DURATA: 100 min.
di Valentina Rossetto, da “effettonotteonline.com”

Il canto delle spose
di Karin Albou

Litanie per ritrovate amicizie

Tunisi, 1942. Due ragazze, amiche d’infanzia, dividono la stessa casa in un quartiere modesto dove ebrei e musulmani vivono in armonia. ognuna delle due ammira l’altra e vorrebbe trovarsi nei suoi panni: da un lato Nour, musulmana, vorrebbe avere la possibilità di andare a scuola come l’altra, Myriam, ebrea, la quale sogna l’amore e invidia Nour e le sue storie romantiche con Khaled. Quando nel novembre del 1942 le forze tedesche entrano a Tunisi la madre di Myriam perde il diritto al lavoro e, non potendo fare altro, decide di promettere la figlia in sposa a un ricco medico facendo sfumare i sogni d’amore di Myriam. (sinossi)

Cantano le bambine, cantano le canzoni delle spose. Cantano le nenie delle donne fin da quando hanno sette o otto anni, filastrocche che raccontano il futuro che verrà. Senza speranza di cambiarlo, senza volontà di opporsi a esso, desiderando soltanto ritrovarsi lì, a essere protagoniste di quei versi, attrici entusiaste di copioni già scritti. È la situazione che coinvolge anche Myriam e Nour, diciassettenni protagoniste dell’ultimo film di Karin Albou, Il canto delle spose.
Tunisi nel 1942, si accorge della guerra e del genocidio nazista. Sotto il controllo delle truppe tedesche e italiane, la città in parte aspetta gli alleati per sperare in un futuro migliore, in parte li teme per le bombe che piovono dai loro aeroplani. Myriam è ebrea, Nour è islamica, ma la religione non può dividere due ragazze cresciute come sorelle. La loro vita è quasi in simbiosi, è un continuo esser complici della felicità dell’adolescenza, la felicità che viene racconta dai sorrisi luminosi di Lizzie Brocheré e Olympe Borval, molto intense nelle loro interpretazioni. Nour è la sposa promessa, un matrimonio rimandatoIl_canto_delle_spose_Karin_Albou_foto_testo finchè il suo adorato marito non troverà lavoro. Myriam è la sposa costretta, un matrimonio celebrato per risolvere i gravi problemi economici che la sua famiglia si trova ad affrontare, vessata dalle imposte naziste.
Il tessuto sociale che racconta Karin Albou è quello della povera gente dei vicoli della capitale tunisina, in cui a guidare le azioni sono gli interessi familiari o economici, e l’amore è un accessorio, un fortunato incontro per qualcuno, una lezione da apprendere con pazienza per qualcun altro. Forse qualche stereotipo di troppo nella caratterizzazione delle due protagoniste ma a pareggiare i conti, troviamo ne Il canto delle spose, tanta drammatica verità (o almeno verosimiglianza) nel racconto e nella ricostruzione storica.
Il centro della narrazione sono comunque le due ragazze che condividono in segreto il desiderio reciproco di scambiarsi la vita, di provare per almeno una volta a essere l’altra. Una ricerca di intimità profonda guida il loro rapporto, una intimità violata dal trauma della guerra.
Il bombardamento di Tunisi è solo il primo punto di rottura della loro comunione oltre che del film, che si spacca in due, virando da racconto intimo a tragedia collettiva in cui spiccano, ma non monopolizzano la scena, le due protagoniste.
È un’altra variazione sul rapporto controverso tra islamici e ebrei che si trovano a condividere gli stessi luoghi. La gioventù che non riesce a spiegarsi il perchè dell’odio degli adulti è stata già portata sul grande schermo. Quello che tenta di fare Karin Albou è contribuire con il punto di vista femminile, quindi più sensibile e più attento al dettaglio privato. Ancora più efficace è la scelta poi di due ragazzine che si affacciano all’età adulta, che affrontano il mondo degli uomini senza ancora potersi dire donne, in un limbo che le spaventa. I riti di iniziazione (le feste per i fidanzamenti, la depilazione del pube, il letto insanguinato dopo la prima notte di nozze) sono i passaggi traumatici che segnano la loro vita almeno quanto le bombe alleate e la deportazione in atto.
Il tentativo è lodevole e il risultato apprezzabile. Forse questo film è soltanto un po’ prevedibile nello svolgersi degli eventi e didascalico nel voler trasmettere il proprio messaggio. Tuttavia si perdona alla regista qualche sbavatura (assolutamente non tecnica) e non si può far altro che ammirare il coraggio e forse l’avventatezza della distribuzione, che propone un bel film d’autore in mezzo a tanti panettoni come un vaso di coccio in mezzo a tanti vasi di ferro.
Gaetano Maiorino, da “cineclandestino.it”

“Ma quelli che credono, siano essi ebrei, cristiani o sabei, quelli che credono cioè in Dio e nell’Ultimo Giorno e operano il bene, avranno la loro mercede presso il Signore e non avranno da temere né li cogliera tristezza.” All’inizio della seconda guerra mondiale la Germania trova degli accaniti sostenitori nei paesi arabi. Nel 1941 il Gran Mufti di Gerusalemme Muhammad Amin al-Husayni, nazionalista e antisemita, in fuga grazie all’aiuto del governo fascista italiano incontrò prima Mussolini e poi a Berlino incontrerà Hitler proprio per accalorare questa alleanza in una ottica anti ebrea. Il canto delle spose inizia in Tunisia nel 1942. Il paese è sotto la dominazione francese del Maresciallo Petain, governo fantoccio della Germania. La popolazione ebrea è numerosa e ci vive da lunghissimo tempo come in tanti altri paesi del Mediterraneo. Vivono a fianco degli arabi, con loro condividono i cortili, i tanti problemi economici ma anche tanti sogni. Il sogno principale delle adolescenti Myriam e Nour è quella di sposarsi. Myriam è ebrea e Nour è araba. Sono vicine di casa, sono grandi amiche, dividono i loro segreti e come dicevo anche i loro sogni. Il loro gioco preferito è quello di prendere marito, gioco che accompagnano con un canto: il canto delle spose. E’ prima un gioco di due bambine. Poi il gioco diventa realtà quando diventono in età di matrimonio. E qui comincia ad esserci qualche problema rispetto alle loro utopie. Continuare ad essere amiche nonostante la guerra, le differenze di religione non è facile. I contrasti ci sono, non dipendono da loro che anzi si amano, dipendono dai tanti influssi esterni che compromettono il loro rapporto. E’ un film sull’amore di due amiche. E’ un film sulle differenze di religione, sulla convivenza. Ma è anche un film sui sogni di due bambine. Tutto ci viene raccontato da Karin Albou con’entusiasmo. Karin Albou è una regista francese, ebrea nata a Tunisi nel 1968 da padre algerino, madre tunisina. Nel film recita anche il ruolo della madre. Lei ci racconta un sogno e ci racconta il canto che narra con immagini. C’è la guerra, una guerra violenta. Gli ebrei sono in quel momento vessati dai tedeschi, dai francesi ma anche dagli stessi arabi che vedono in loro la causa dei tanti problemi. Il racconto parte proprio dal canto. Un flash back che ritorna periodicamente, interrompendo il flusso delle immagini, proprio per ricordarci che tra sogno è realtà c’è una forte differenza. SI trova una sua realizzazione proprio nel finale che non è altro che un altro sogno, un mondo di pacifica convivenza. E’ proprio il nonno di Nour a ricordarci con la citazione iniziale del Corano che possiamo anche imparare a leggere ma possiamo non essere capaci di amare le parole se abbiamo dentro di noi odio. Il film è bello. Intenso, passionale ed emozionante. Parrosistica è la depilazione di Myriam in preparazione della prima notte di nozze. La scena è ci porta alle tradizioni orientali. C’è una intensità notevole nel dettaglio e nei particolari in cui viene eseguita con calma e professionalità. E’ anche la scena che descrive la situazione della donna in quel periodo, anche questa comune sia ebree che arabe. C’è una forte e consapevole sottomissione, matrimoni combinati ma sia Myriam con la sua ribellione all’uomo che la madre aveva deciso di far sposare, ma anche Mour con la sua passionalità e perdita della verginità prima del matrimonio sono esempio di femminismo ante litteram.
Roberto Matteucci, da “cinemah.com”

Nelle pieghe del corpo e della storia
Dal 18 dicembre, esce, coraggiosamente, per Archibald Film Il canto delle spose (Le chant des mariées) (Karin Albou, 2008), presentato fuori concorso circa un anno fa al 26. Torino Film Festival, e nel frattempo uscito solo in Francia nel dicembre 2008 (vedi intervista). Dietro la mdp, la 40enne cineasta franco-algero-tunisina di La Petite Jérusalem (2005), presentato a Cannes e insignito del Premio per la Miglior Sceneggiatura. L’autrice, già apprezzata allora per il suo stile, per la forza e l’intensità dei suoi personaggi, per l’eleganza del suo cinema, torna a esplorare le pieghe della storia e della cultura nordafricana, terra natìa del padre, con un film drammatico a sfondo storico di cui sono protagoniste due adolescenti, Myriam, ebrea, e Nour, araba.
Siamo a Tunisi nel 1942, nell’epoca dell’invasione nazista. Nel quartiere dove vivono Nour, con la sua nutrita famiglia, e Myriam, con sua madre, arabi ed ebrei convivono pacificamente. L’adolescenza delle due ragazze – interpretate in modo straordinario dalla giovane e bellissima Lizzie Brocheré nei panni di Myriam e dall’altrettanto bella Olympe Borval nei panni di Nour – vede la loro amicizia rafforzarsi sempre di più fin quasi a sfiorare un amore adolescenziale, così tipico del “gentil sesso”, ricco di sfumature sensuali sulle quali si concentra l’attenzione della regista. All’arrivo dei nazisti, le leggi razziali impediranno alla madre di Myriam di lavorare, mentre la famiglia di Nour e il suo promesso sposo Khaled le impediscono con ogni mezzo di frequentare Myriam e insinuano in Nour il dubbio sulla sincerità dei suoi sentimenti verso di lei al punto da metterle, ad un certo punto del film, addirittura l’una contro l’altra. Quando Myriam viene data in sposa al ricco Raoul, un uomo adulto rapito dalla sua bellezza ma del tutto incapace di darle la dolcezza che lei vorrebbe dal suo amato, le due ragazze sono chiamate a fronteggiare una nuova crisi.
Il canto delle spose è un’interessante rivisitazione di un periodo storico che provocò tanta sofferenza in ogni angolo del mondo, declinata però in un luogo che il grande cinema non ha saputo mai descrivere in anni tanto difficili, mettendo in scena l’universalità della sofferenza umana attraverso una vicenda puramente “al femminile”. Karin Albou, francese di seconda generazione ma legata all’Africa dalle sue discendenze dirette, riesce a gettare sulla storia e la cultura del Maghreb uno sguardo non occidentalizzato. Un ottimo risultato, che è indice di grande sensibilità e capacità di ascolto.
Ma Il canto delle spose è, ancor di più, una delicata riflessione sul tema dell’amicizia tra ragazze nell’età dell’adolescenza, un’esplorazione della scoperta di sé, delle proprie emozioni, del proprio corpo. Colpisce molto la maturità che entrambi i personaggi mostrano; come se la regista volesse fornire un modello di “adolescente” diverso dall’iconografia mainstream contemporanea, votato a mettere in luce la capacità delle due ragazze di affrontare non soltanto la tragedia, ma prima ancora che essa si verifichi, una quotidianità che invece conosciamo bene, quella di una diciassettenne nella prima metà del XX secolo, fatta di problemi familiari e di promesse di matrimonio.
È bello il rapporto tra Myriam e sua madre (interpretata dalla stessa Karin Albou), disposta a dare la propria vita per salvare quella di sua figlia, ma incapace di trovare il coraggio di non troncare i sogni d’amore di sua figlia per la speranza di darle un futuro. D’altra parte, Nour affronta con grande forza il rapporto con il suo dispotico futuro marito Khaled, al quale ella si riconosce pur tuttavia legata da un sentimento d’amore forte. Entrambe portano comunque avanti un’amicizia che, nella sua infantile e adolescenziale dolcezza, nella sua purezza che le spinge a un’intimità ricca di una carica sensuale che lo sguardo di Karin Albou riesce a distillare con grande intelligenza e con un intimo e discreto pudore, si dà in tutta la sua maturità come un legame profondo tra le due giovani.
Splendida la scena in cui la bellissima Myriam è costretta da suo marito a depilarsi completamente l’inguine. La macchina da presa, pur insinuandosi nell’intimità di Myriam mostrandone ogni grazia, mantiene sempre e comunque uno sguardo “femminile”, spinto soltanto dalla ricerca profonda e instancabile di un sentimento intimo, l’unico mondo felice per le due ragazze, l’unica oasi di quiete in un mondo sempre più ostile. Come quei pochi minuti rubati al bagno turco, dapprima oasi di pace finché regna l’armonia, poi luogo di fugaci incontri fuori da sguardi indiscreti quando, sotto l’ombra del Nazismo, la madre impedisce a Nour di vedere la sua amica del cuore.
Nell’esplorazione così delicata e sapiente delle pieghe di un sentimento che anche agli occhi del sottoscritto – un uomo – si dà in tutta la sua poderosa essenzialità, Il canto delle spose è, per concludere, anche un’esplorazione, altrettanto sensibile, della componente rituale della società tunisina. Straordinaria la scena del matrimonio tra Nour e Khaled, nella quale riecheggiano tantissimi rituali tipici della cultura maghrebina, cui Karin Albou riesce a conferire una fotogenia notevole grazie al suo occhio sempre discreto ma così prossimo agli avvenimenti e così abile nel tirar fuori dagli attori, con i quali le riconosciamo di aver svolto un lavoro di gran pregio, delle sfumature decise e intense.
Simone Moraldi, da “cinemafrica.org”

La forza dei sentimenti contro le devastazioni della guerra : Karin Albou, regista francese di origini ebreo algerine, ha scelto di raccontare una tenera amicizia femminile che resiste alla follia e alla violenza della Storia. Tunisi, 1942 : Myriam e Nour sono due adolescenti che vivono nello stesso complesso di case popolari sin dall’infanzia ; il tempo le ha volute compagne di giochi, complici e confidenti. Myriam è ebrea, Nour araba : la storia comincia con la festa del fidanzamento di Nour, che vorrebbe sposare il cugino Khaled, ma questi non ha ancora trovato un lavoro. Tita, la madre di Myriam (interpretata dalla stessa regista), combina contro il volere della figlia un matrimonio di convenienza con un maturo e facoltoso medico ebreo, per sollevarsi dall’indigenza cui sono state costrette a causa delle imposizioni del regime nazista. Mentre la Storia fa il suo corso cambiano anche i rapporti tra le due ragazze : Khaled, divenuto collaborazionista delle forze occupanti, ordina alla mite Nour di non vedere più l’amica del cuore e Myriam si separa dal marito Raoul, che viene deportato ; le strade delle amiche sembrano destinate a viaggiare su binari paralleli e a non rincontrarsi, ma la guerra, artefice del loro distacco, diverrà il vero motivo del riavvicinamento, in un finale drammatico che si apre alla speranza.
Karin Albou racconta l’incidenza della Storia e della cultura sulle vite e sui corpi di due vittime innocenti, scegliendo di accompagnarle con la macchina da presa nell’intimità delle azioni quotidiane, dentro le loro umili case, ricostruite con pregevole accuratezza scenografica, o all’interno dell’ hammam, per indugiare sui loro volti teneri e impauriti o sulle pudiche nudità che evidenziano il bisogno di recuperare quella naturalezza di cui hanno perso memoria ; la costante ricerca del contatto fisico è quindi pura espressione d’affetto e l’incrocio degli sguardi chiara esigenza di solidarietà e comprensione. Ma il corpo delle donne, venerato e controllato, è anche offeso e violato dai codici di una cultura arcaica e maschilista : il dolore di Myriam durante la depilazione pubica imposta da un’usanza prematrimoniale (in una sequenza assai disturbante per il suo estremo realismo) è violenza psicologica di asservimento alle regole più che sadica tortura. La guerra vive negli occhi languidi di Nour e in quelli allucinati della sua amica, ma il conflitto non viene mai mostrato – si intravede dai fori delle grate di una finestra o è spiato dalle fessure di un nascondiglio improvvisato -, è fatto soltanto “sentire” attraverso le detonazioni delle bombe, il rombo degli aerei nemici, il passo pesante e cadenzato dei soldati o la voce degli speaker che annunciano via radio gli aggiornamenti sull’evolversi del conflitto : la dialettica dentro-fuori della grande Storia sottolinea la natura intimista del racconto ed evidenzia la netta separazione tra l’universo vivo dei sentimenti e la disumanità degli eventi. Un racconto certo imperfetto, che manca della sapienza narrativa necessaria per colpire dritto al cuore, ma che riesce ugualmente a impressionare per la delicatezza dello stile e la forza del linguaggio, in un film che conferma il talento cinematografico di Karin Albou.
Nicola Cordone, da “close-up.it”

Il canto delle spose
La guerra esporta anche nelle periferie del conflitto il suo carico d’odio divisorio. Al secondo lungometraggio di finzione, la sceneggiatrice e regista Karin Albou applica le conseguenze della tragedia generale su una di quelle amicizie femminili nate nell’infanzia, “caratterizzate – sostiene Albou – da un desiderio incosciente, un amore esclusivo, un bisogno pressante d’identificazione”. Un tipo di vincolo che incarna inoltre il complesso rapporto ebrei-musulmani e, nella gravità del frangente, le rispettive zone d’ombra (da una parte il nazionalismo arabo pro nazista, dall’altra la comunità ebraica che, per tutelare la propria “elite”, decide di consegnare ai carnefici i membri più poveri). Con relative, laceranti contraddizioni: l’ebrea Myriam ha insegnato a Nour a leggere l’arabo, mentre quest’ultima crede poi alla colpevolizzazione degli ebrei – dallo stile di vita più libero, d’influenza europea – rispetto all’accesso a scuola, lavoro, ricchezza, fino alla responsabilità sullo scatenamento della guerra; approcciando però il Corano in maniera più estesa vede che, a seconda delle parti che se ne scelgono, il testo offre opposte indicazioni sull’intolleranza.

La Storia scorre all’esterno, con propaganda antiebraica e promesse di indipendenza, interdizione dalle professioni, multe etnico-confessionali, bombardamenti, razzie, rastrellamenti che coinvolgono pure gli hammam femminili, deportazioni per lavori forzati, mentre ne “Il Canto delle spose” tutto avviene tra le mura domestiche, luogo cardine della segregazione della donna. Si dà centralità al corpo femminile (con un’elegante esposizione di nudi insolita per un film girato in un paese a maggioranza araba, e per di più diretto da una donna) come oggetto da preparare funzionalmente al desiderio maschile, in una società in cui è l’uomo a decidere, in questo caso grazie anche ai soldi o al carisma. Nella scena della depilazione pubica, vissuta insieme dalle due amiche, si tocca così il momento di passaggio e commiato arrivando alla scoperta dell’altro sesso, ma non del piacere.

La frase: “Niente lavoro, niente matrimonio”.

Federico Raponi, da “filmup.leonardo.it”

La sposa ebrea

Una festa tra donne, nella quale vengono tagliati i testicoli di un grosso animale come rituale propiziatorio. È il fidanzamento di Nour (Olympe Borval). Mentre due donne eseguono la danza del ventre, la tessera del pane infilata nella gonna di una di loro contestualizza immediatamente il tempo (e il luogo), seguita da foto dell’epoca. Siamo nel pieno della seconda guerra mondiale, in Tunisia, francesi e tedeschi si contendono il territorio. Su questo sfondo si innesta la lunga amicizia delle due sedicenni Nour, araba, e Myriam (Lizzie Brocheré), ebrea. La madre di quest’ultima vuole darla in sposa a Raoul (Simon Abkarian), un uomo molto più grande di lei, anche per pagare l’ingente multa che è stata comminata ai giudei.

Un matrimonio che non s’avrebbe da fare e quello di Nour, che invece non vede l’ora di sposare Khaled (Najib Oudghiri), prima che suo padre ci ripensi.

Un film che vive di sguardi e di inquadrature più o meno strette, in un epoca ed un contesto in cui alle donne la parola non era concessa ed in cui i grandi occhi delle due giovani attrici valgono più di qualunque discorso. All’inizio sono quasi in simbiosi, invidiose l’una dell’altra, ma pure l’una nell’altra. Poi, dalla preparazione del matrimonio di Myriam, iniziano a separarsi, fino al ricongiungimento finale, quando Nour la salva nel bagno turco e fino ancora alle ultime immagini, abbracciate, sotto i bombardamenti. Alcune inquadrature sono volutamente sfocate, come sguardi disorientati sugli eventi irrazionalmente drammatici.

Sceneggiato dalla stessa Albou, qui all’opera seconda, che si ritaglia anche l’importante e toccante ruolo di Tita, la madre di Myriam, il film è un fitto tessuto di eventi, ognuno legato all’altro, in cui la tensione sale progressivamente, pure con artifici retorici: ad esempio, quando Raoul sceglie di andare a lavorare anche lui, come gli altri ebrei più poveri, e parte col treno, accompagnato da una musica fortemente extradiegetica, un anacronistico brano di Nina Hagen, già sappiamo che non farà ritorno. Un sottile ed innocente erotismo si dipana inoltre lungo le immagini, tra i corpi spesso nudi delle due giovani ed ottime attrici, come nella depilazione di Myriam, atto letteralmente di rottura. Una storia universale di amicizia, che il contesto spaziale orientale e quello temporale vintage riescono ad impreziosire ulteriormente.
Paolo Dallimonti, da “centraldocinema.it”

Per un Natale dove la protagonista non sia una principessa trasformata in ranocchietta e dove la storia non sia un canovaccio ripetitivo in cui a cambiare siano solo le location, segnaliamo un piccolo film come Il canto delle Spose. Un film sulla femminilità, sulla scoperta dell’erotismo, sul rapporto con l’altro; dove per altro va inteso il diverso per casta, religione, etnia. Nour e Myriam, 16 anni, sono amiche d’infanzia. La prima, promessa sposa al cugino Khaled, è una musulmana tunisina. La seconda, è un’ebrea francese, acculturata ma ribelle.
Un’amicizia forte e complice minata nel novembre del 1942, quando l’esercito tedesco del Terzo Reich invade Tunisi, sottomettendo la comunità ebrea a una pesante ammenda. Myriam viene costretta dalla madre Tita a sposare un ricco medico ed a rinunciare ai suoi sogni. Da qui le strade delle due ragazze sembrano destinate a prendere direzioni diverse.
La regista Karin Albou, anche attrice nel ruolo di Tita, mette in scena una storia raccontata tutta dal punto di vista femminile, dove l’attenzione è posta più sulle ripercussioni che i grandi eventi storici producono sulle vite dei singoli che non sugli eventi medesimi che entrano nel racconto attraverso frammenti di parole, immagini, annunci radio, volantini caduti dal cielo, voci di soldati per le strade ed esplosioni di bombe.
Attraverso una fotografia desaturata dei suoi colori più caldi a favore di tonalità fredde quali il blu ed il grigio, uno stile di regia capace di alternare immagini a mano con movimenti di camera eleganti e funzionali, Il canto delle spose è una sorta di Amico ritrovato tutto al femminile, dove ai personaggi maschili sono affidati ruoli piuttosto marginali, ma fondamentali per creare il clima di costrizione in cui si muovono le due protagoniste.
Un film capace di alternare ai momenti più drammatici, parentesi lievi; dove gli spazi non sono semplici quinte ma assurgono a dimensione psicologica e narrativa; dove i corpi vengono mostrati, indagati, ammirati con sensuale pudicizia; dove, paradossalmente per un film così al femminile, i due momenti più toccanti sono affidati a due personaggi maschili: il padre di Nour, apparentemente integralista che mostra alla figlia il vero messaggio di fratellanza contenuta nel Corano e Raul, lo sposo promesso di Myriam, che decide per amore della sua giovane sposa di andare volontario in un campo di lavoro nazista. Alla sua partenza su un treno lager, inaspettatamente scorge sul binario la sua giovane sposa con un sussulto che dallo schermo colpisce lo spettatore, nel profondo.
Un film per chi anche durante le feste natalizie ha voglia di continuare a tenere il cervello ed il cuore accesi, al cinema….
Fabio Melandri, da “zabriskiepoint.net”

La religione non divide le amiche
di Roberto Nepoti La Repubblica

Secondo lungometraggio della regista franco-tunisina Karin Albou, Il canto delle spose è una storia al femminile ambientata nella Tunisi del 1942. Le sedicenni Nour, musulmana, e Myriam, ebrea, sono amiche da sempre. A mettere a rischio il loro rapporto intervengono l’ invasione nazista del Nordafrica e il fidanzamento di Nour con Khaled, che diventa collaborazionista. Karin mette in scena un film forte e sensuale, introducendo lo spettatore nell’ intimità di un gineceo fino a fargli provare la sensazione di respirare aromi di pelli femminili. Ma risolve ogni situazione con delicatezza: come nella scena della depilazione del pube di Myriam, dove l’ inquadratura sembra fondere le due giovani in una sola persona.
Da La Republica, 19 dicembre 2009

Il rombo del nazismo nella Tunisi del 1942
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Come si racconta la grande Storia in un piccolo film (“piccolo” in senso produttivo, s’intende)? Scegliendo un punto di vista insolito. E quello de Il canto delle spose è insolito tre volte. Perché siamo nella Tunisi del 1942, e non sono molti i film che rievocano la Seconda Guerra mondiale con gli occhi delle colonie o dei protettorati. Perché le protagoniste sono due ragazze, più attente al loro destino individuale che al futuro del mondo. Perché Myriam e Nour, amiche per la pelle come succede solo a 16 anni, vivono nello stesso cortile ma appartengono a mondi che oggi diremmo lontani e che allora erano vicini. Anche se non per molto.
Myriam infatti è ebrea, Nour araba. Myriam va a scuola, Nour deve contentarsi dell’educazione sommaria prevista per le musulmane povere. In compenso Nour sta per sposarsi anche se ha appena 16 anni, mentre la madre di Myriam vuole maritarla a uno zio che ne ha più di 40, ma è ricco e può aiutarle. La Francia collaborazionista del maresciallo Pétain dà infatti prova di zelo anche in colonia, e la radio annuncia pesanti sanzioni per gli ebrei, “colpevoli” di aver scatenato la guerra, dunque condannati a pagare i danni inflitti dalle bombe alleate in denaro o in lavoro…
Basterebbe questo sguardo così inconsueto su una tragedia vista quasi sempre con occhi europei a dire l’interesse eccezionale del secondo film della franco-algerina Karin Albou (anche attrice, è lei la madre di Myriam). La Albou infatti è bravissima a rievocare un’intera epoca in pochi scorci (un aereo tedesco che lancia volantini, la propaganda alla radio, una battuta razzista lasciata cadere fra le donne nude, arabe ed ebree insieme, nell’hammam…). Sottolineando, a volte un poco didascalicamente, le contraddizioni più sanguinose: come il fidanzato collaborazionista di Nour; o lo zio ricco che smista gli ebrei destinati ai lavori forzati, come se non fosse ebreo anche lui, in ossequio a una direttiva della comunità (“difendere l’élite”).
Ma al centro di tutto resta sempre il corpo e in particolare il corpo delle donne, corteggiato, controllato, manipolato (c’è una scena di depilazione intima dal verismo a dir poco impressionante). E in fin dei conti destinato a concentrare su di sé tutte le crudeltà dela Storia. Con una precisione e un’immediatezza che solo il cinema può rendere con tanta fedeltà.
Da Il Messaggero, 18 dicembre 2009

Ragazze in cerca di identità Religiosa, sessuale, politica
di Davide Turrini Liberazione

Belle ragazze, begli occhi e bel cuore, begli sguardi da incrociare. Il canto delle spose è prima di tutto seduttivo cinema al femminile. I visi delle adolescenti Myriam (Lizzie Brocheré) e Nour (Olympe Bornal) riempiono armoniosamente il quadro. Amiche per la pelle, ravvicinate nel raccontarsi, intime nel confidarsi, comprensive nel lamentarsi di un destino che fin da ragazzine le vuole prone esecutrici di voleri altrui. Entrambe vivono nello stesso chiuso cortiletto, su due piani diversi, in una levigata Tunisi autunnale sul finire del ’42. Il Nord Africa è territorio d’occupazione nazista e la propaganda goebbelsiana spinge i “fratelli” musulmani alla guerra santa contro i nemici ebrei. Myriam è ebrea francese, orfana di padre e con una mamma (la stessa regista del film, Karin Albou) rimasta senza troppi denari in tasca. Nour è musulmana, con uno stile di vita più spartano, un velo bianco ad avvolgerle spesso il capo. Myriam dovrà sposare il ricco e adulto medico ebraico Raoul (Simon Abkarian, attore feticcio di Robert Guediguian ed Atom Egoyan) per fare in modo che la famiglia possa pagare la retta capestro richiesta dagli occupanti nazi. Nour è invece innamorata del musulmano Khaled, giovincello scavezzacollo in attesa di lavoro che presto arriverà proprio grazie al Terzo Reich.
Il canto delle spose è un fluido e tattile dramma sospinto dal “paso doble” di Myriam e Nour: l’esplorazione della loro identità sessuale attraverso il prisma dei loro corpi e la trasfigurazione del loro affetto che dovrà necessariamente attraversare la tragica impostura delle differenze razziali. Albou filma un testo classico arricchendolo di un sottile erotismo denso di coraggiosi dettagli visivi. C’è infine un coraggio infinito nel ritmare un film con silenzi e sguardi, momenti di muta contemplazione, sequenze dove parlano soltanto gli occhi e i gesti delle fanciulle. Aperta agli spiragli di bianca luce filtrata la sublime fotografia di Laurent Brunet. Distribuisce Archibald.
Da Liberazione, 18 dicembre 2009

Paola Casella
Europa

Due adolescenti, una musulmana e una ebrea, crescono insieme nella Tunisi degli anni ’40 e si scontrano con i pregiudizi razziali durante il periodo dell’occupazione nazista. Più ancora che un mondo di prevaricazione religiosa, quello delle due promesse spose – una ben contenta di maritarsi, se solo glielo permettessero, l’altra avviata ad un matrimonio di ripiego con un uomo molto più anziano – è raccontato come un mondo di oppressione maschile, a monte delle ideologie e degli schieramenti. L’unica tattica di resistenza è la solidarietà femminile che attraversa trasversalmente ideologie, razza e religione, proprio quando il potere cerca (ieri come oggi) di armare una minoranza contro l’altra, dividendole per meglio imperare. C’è qualcosa di molto tenero, ma anche di molto carnale, nel rapporto fra le due ragazze, sedicenni assai credibili nei loro desideri e nelle loro aspirazioni. La mano dietro la cinepresa è decisamente femminile, lo sguardo è morbido e sensuale, ma allo stesso tempo discreto e rispettoso della grande dignità delle sue eroine.
Da Europa, 19 dicembre 2009

Ma che razza di matrimoni
di Luigi Paini Il Sole-24 Ore

Arabi, ebrei, francesi, tedeschi. La Tunisia del 1942, raccontata da Karin Albou in Il canto delle spose, è un incredibile, tragico mosaico. Il paese è sotto occupazione nazista, la piccola comunità ebraica è anche qui in pericolo, sempre più sottoposta alle angherie degli invasori e dei collaborazionisti. È in questo contesto che si situa il racconto della tenera amicizia tra due ragazze, l’ebrea Myriam e l’araba Nour. Entrambe, benché solo adolescenti, prossime al matrimonio: la prima con un ricco medico correligionario che però non ama, la seconda con il cugino Khaled, un giovane senz’arte né parte.
Talmente spiantato che il futuro suocero non lo vuole in casa, se prima non si sarà trovato un lavoro. Piccole storie, sullo sfondo di un dramma collettivo che la regista (franco-algerina, con ascendenze ebraiche, vissuta per qualche tempo in Tunisia) sa raccontare con intima, dolorosa partecipazione femminile. Tradimenti, viltà, meschinità, ma anche atti generosi, in un mondo che sembra aver perduto ogni speranza. Potrà mai risorgere la possibilità di convivere?
Da Il Sole-24 Ore, 3 gennaio 2010

Sesso e sentimenti di antiche etnie
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

Tunisia 1942. È un protettorato francese, ma la Francia è stata occupata dai tedeschi che sono arrivati anche li, con le loro oppressioni e quel loro efferato antisemitismo che ha già costato la possibilità di lavorare ai molti ebrei residenti da generazioni con il divieto, ai loro figli, di andare a scuola e presto con l’obbligo, per i più validi, di servigi non dissimili dai lavori forzati. Con la complicità, come in Francia, di collaborazionisti, in questo caso tutti di religione musulmana.
In mezzo due ragazze amiche da sempre, Nour, musulmana, Myriaìn, ebrea. Sono entrambe prossime a sposarsi, Nour con un cugino, Khaled, che i genitori però non le concederanno prima che non si sia trovato un lavoro, Myriam, dopo che i suoi sono stati ridotti in miseria dalle leggi tedesche, con un correligionario che ha almeno il pregio di essere rimasto ricco. Sono loro, solo i loro occhi che, spesso molto a distanza, ci manifestano gli eventi pubblici in cui vengono coinvolte, specie al momento in cui Khaled, pronto a condividere l’antisemitismo degli occupanti, vieterà a Nour di frequentare Myriam. Riunirà le due amiche un bombardamento aereo che farà scappare tutti in un improvvisato rifugio. La morte attorno permettendo loro di ridar vita a quei sentimenti reciproci che gli altri pensavano di vietare.
Si è scritta e poi portata sullo schermo questa vicenda una regista francese di origine algerine, Karin Albou, che si è già fatta conoscere per un suo film d’esordio, «La petite Jérusalem», anche quello sulla condizione delle donne in paesi non europei sulle rive del Mediterraneo.
I sentimenti, il sesso, le consuetudini di gruppi etnici ancorati a vecchie tradizioni, i riti matrimoniali, il culto della verginità. Alcuni accettati, altri sono patiti dalle sue protagoniste per un verso simili fra loro, per un altro duramente separate da circostanze non volute. Manifestati tutti da una regia quieta, con ritmi lenti, immagini scure, una recitazione attenta con le facce spesso in primo piano. Per evocare un clima, creare suggestione. Sempre in modo efficace.
da Il Tempo, 17 dicembre 2009

Anna Maria Pasetti
Il Fatto Quotidiano

Se la Storia divide, il cinema riunisce. Perché sa penetrare quelle ragioni che la Ragione distrattamente disconosce. Il canto delle spose della regista franco-algerina Karin Albou (esordio con il lungometraggio pluri-premiato La petite Jérusalem) è un felice esempio di quel cinema che scava negli angoli inesplorati della Storia. E da essi, deviando dai cliché, elabora ragioni che parlano alla modernità. Nei cine-racconti sulla Seconda guerra mondiale poco o niente si è visto del vissuto extraeuropeo, americano o giapponese. Nella Tunisi del 1942 si viene a scoprire che complici dell’insorgere delle asperità tra i nativi musulmani ed ebrei — pacifici conviventi — sono gli europei: se i colonizzatori francesi erano filosemiti, l’invasione nazista naturalmente inverte la rotta. Il film si focalizza su due amiche l6enni, Nour musulmana e Myriam ebrea. Unite da un rapporto simbiotico, ai margini di un lesbo-amore di cui ignorano ovviamente l’esistenza. Tra un bombardamento e un triste canto di nozze, la speranza oltre la violenza è racchiusa nell’intimità delle due ragazze. Un film sulla Storia dall’attualità disarmante, nutrito da voyerismo non compiaciuto sui piaceri sottili e i dolori acuti del corpo (mirabili i dettagli della ceretta inguinale), la fusione che da carnale si fa preghiera. Splendida, ciascuno al suo dio.
da Il Fatto Quotidiano, 17 dicembre 2009

Amiche come prima
Il raffinato racconto di un’amicizia al femminile in tempo di guerra.
A dispetto dell’aggettivo che la qualifica come pan-nazionale, la Seconda Guerra Mondiale è stata una complessa e sanguinosa partita a scacchi che ha visto i suoi punti nevralgici in zone geografiche ben delimitate. L’Europa è stato il teatro delle declinazioni più tragiche, mentre nel nord del Pacifico, lungo la dorsale Stati Uniti-Giappone-Cina, hanno avuto luogo le battaglie aeree e navali più tonitruanti e cruente. Ciò non toglie che anche aree geografiche e stati più “periferici” abbiano vissuto, a cavallo delle due guerre mondiali, le loro tragedie e i loro lutti. Tuttavia, tanto il cinema quanto la letteratura, almeno quelli di vasta diffusione, si sono concentrati soprattutto sulle zone nevralgiche del conflitto. In particolare la Settima Arte – che qui, ovviamente, ci interessa in maniera più approfondita – ha analizzato da vicino il precipitato di questa violenta pagina di Storia in Europa (sia che si parli di Olocausto o meno), e talvolta in America – si pensi a Pearl Harbor di Michael Bay – o nelle aree più infuocate dell’Asia. E se Baz Luhrmann è stato costretto a fare rientro in patria per mostrarci, con Australia, i risvolti più tragici del conflitto agli antipodi del suo epicentro, per quanto riguarda l’Africa essa è stata oggetto di speculazioni soprattutto da parte del cinema europeo, preoccupato, da un certo punto in poi, di dare luogo ad accorate agnizioni pubbliche in merito al passato coloniale dei paesi d’origine. A parte questo, rimane una serie di incursioni hollywoodiane, ma da Casablanca di Michael Curtiz all’incipit nel deserto Valkyrie di Bryan Singer i testi non si sono mai distinti per una analisi approfondita dei modi in cui è stata vissuta la guerra in Africa. Mancava, altinsomma, al continente, un “riferimento interno”, uno sguardo endogeno che rendesse giustizia non tanto di coloro che hanno alimentato gli aliti di guerra, ma delle popolazioni indigene che li hanno subiti, spesso a costo di dolorosi sconvolgimenti del loro tessuto sociale.
Le Chant des mariées, secondo lungometraggio per il grande schermo (in carniere, anche un cortometraggio e un lavoro per la televisione francese, tutti e due risalenti a qualche anno addietro, oltre a un breve apprendistato come aiuto regista) dell’attrice, sceneggiatrice e regista franco-algerino-tunisina Karin Albou – dopo l’esordio del 2005 con La Petite Jérusalem – è un’opera, in tal senso, talmente paradigmatica da avvalorare l’ipotesi che sia stata concepita espressamente per turare questa “falla”. Se si vuole avere uno sguardo consapevole circa ciò che è stata la Seconda Guerra Mondiale per le popolazioni nordafricane (o almeno una significativa porzione dele stesse), questo è, con molta probabilità, il testo cinematografico attualmente più valido ed esaustivo. Ambientato a Tunisi, ci offre un ritratto di capitale nordafricana, in era ancora in qualche modo coloniale, pressoché inedito. La Tunisi di Le Chant des mariées è infatti una capitale multietnica e cosmopolita, che somiglia molto, per alcuni versi, ad alcune città europee contemporanee. Mentre dal’Europa stanno per sbarcare sulle coste africane le tragiche conseguenze di Vichy, sotto forma di occupazione nazista, in un quartiere popolare della capitale nordafricana convivono gomito a gomito, e in maniera assolutamente pacifica, ebrei e musulmani, i quali altcondividono in maniera paritaria ogni aspetto della vita sociale. L’intervento nazista sarà in tal senso devastante, dal momento che la propaganda del Reich porrà le due confessioni religiose su due lati opposti della barricata, ponendo di fatto fine a decenni di convivenza.
Siamo nel novembre de 1942 quando la pellicola di Karin Albou coglie le sue due protagoniste, le sedicenni Myriam e Nour, in un tale instabile contesto. Myriam è ebrea, e vive con sua madre (interpretata dalla stessa regista). Nour è musulmana, ha una famiglia che la adora ma suo padre non vuole saperne del fidanzato Khaled, che non ritiene all’altezza della figlia, ed è fermo a non acconsentire ad accoglierlo come genero fino a quando non avrà trovato un lavoro. Le due ragazze sono vicine di casa e amiche per la pelle, condividono ogni esperienza e provano una amorevole invidia l’una nei confronti dell’altra: Myriam invidia a Nour l’amore per un “promesso sposo” già individuato; Nour “ricambia” con una “sana” invidia per costumi e precetti che nella religione dell’amica sembrano meno rigidi. Poi arrivano le truppe tedesche, e tutto cambia nelle vite delle due ragazze. Le persecuzioni naziste – che per la loro campagna antisemita arruolano giovani musulmani, tra cui proprio lo spasimante di Nour – impediscono alla madre di Myriam di lavorare, riducendola sul lastrico, e la donna si trova costretta a promettere la figlia in sposa a Raoul, un medico molto più grande della ragazza. A quel punto, tutto ciò che dapprima univa le duealt ragazze, ovvero le reciproche differenze, diventa motivo di scontro fra le opposte fazioni, e la loro stessa amicizia si fa via via più problematica. Khaled offre alla fidanzata una lettura complice e “di parte” del Corano, la stessa che arma le mani dei fondamentalisti, e la stessa famiglia di Nour impedisce alla ragazza di frequentare Myriam, accusando quest’ultima e la sua gente di essere una razza infida e buguarda; e Nour, poco a poco, inizia a convincersi che abbiano ragione…
Le Chant des mariées è, di fatto, un viaggio di scoperta di un’identità che non è mai univoca o unidirezionale. Le identità, per le protagoniste del raffinato gioco di specchi di Albou, sono molteplici, almeno quanti sono i “canoni” cui devono rispondere: c’è l’identità etnica, quella confessionale, quella familiare, e infine quella sessuale, che si permeano a vicenda, creando un sottile gioco di incastri fra elementi psicologici difficilmente conciliabili fra loro. Le violenze – soprattutto psicologiche, appunto -, che premono sulle due ragazze creano una frattura che, in qualche misura, si fa emblema della analoga frattura fra il mondo cristiano ed ebraico e l’Islam, definendo punti deboli dell’una e dell’altra confessione, ma anche origini dei conflitti – almeno in età moderna – e persino responsabilità. La risposta della regista è forse un po’ troppo consolatoria, del genere “l’amore vince su ogni cosa”, e così Le Chant des mariées si ritrova a percorrere i sentieri già intrapresi, nella Gerusalemme di oggi, dai giovani protagonisti di The Bubble di Eytan Fox, e poco importa se qui si tratta di amore fra “sorelle”, seppur non consanguinee, e nella pellicola israeliana di un amore fisico, per giunta con l’aggravio della componente omosessuale. In entrambi i casi, l’umiliazione e l’offesa tracima dalla mente al corpo, fino alle conseguenze più drammatiche, conseguenze che la regista sfiora soltanto ma che riesce in ogni caso a tematizzare per mezzo di efficaci forme metonimiche (si vedano le scene nell’hammam, che diviene col tempo il luogo degli incontri clandestini fra le due ragazze, oppure la depilazione integrale di Myriam prima di concedersi riluttante al suo promesso sposo). Rispetto a The Bubble, qui forse manca una totale coesione del racconto, e una chiusura efficace e in qualche modo “definitiva” che puntelli e rafforzi la dimensione “morale” del racconto stesso. Così com’è, in ogni caso, Le Chant des mariées rimane un sottile e raffinato apologo sulla condizione femminile, sull’immobilismo culturale e sulla predismosizione alla non comprensione reciproca di due tra le confessioni religiose più diffuse al mondo; un lavoro talvolta ondivago ma comunque incisivo, anche per merito delle ottime interpretazioni delle due giovanissime attrici protagoniste, Lizzie Brocheré che interpreta Myriam e Olympe Borval che presta il volto a Nour. Se pensiamo al fatto che si tratta di due esordienti o quasi (solo la prima vanta qualche particina in televisione in Francia), abbiamo la misura del lavoro svolto dalla regista in fase di preparazione del film.
Sergio Di Lino, da “cinemavvenire.it”

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