I racconti dell’età dell’oro

I racconti dell’età dell’oro

Locandina Racconti dell’età dell’oro Storie di vita ordinaria in Romania sotto il regime comunista di Ceausescu. La visita dell’ispettore, la fotografia del leader da ritoccare, un maiale consegnato erroneamente vivo da tagliare, l’imbottigliamento dell’aria: cinque leggende urbane bizzarre, ridicole, commoventi. Sono I racconti dell’età dell’oro, quegli ultimi quindici anni di dittatura che hanno visto il paese in ginocchio per la fame e la povertà.
Film collettivo alla maniera della commedia all’italiana degli anni di Risi e Monicelli, concepito collettivamente e non a staffetta, vede alla guida Cristian Mungiu, su tutt’altro registo rispetto a 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni, che firma uno dei cortometraggi, in compagnia di Höfer, Marculescu, Popescu e Ioana Uricaru.
Lirico all’esordio, grottesco in materia di comunicazioni di massa, poi comico e surreale, l’umorismo della disperazione (ma non nella disperazione, perché sono passati gli anni) prende di mira l’obbedienza cieca, le acrobazie di un popolo che s’impone di soddisfare le richieste più arbitrarie e teme l’assurdo (se il premier francese nella foto ha il cappello e Ceausescu no potrebbe sembrare un gesto di rispetto verso il capitalismo e non deve accadere).
Il neorealismo è un modello presente ma parcheggiato a latere: le operette di Mungiu e colleghi cercano il riso; sembrano dire “non eravamo cattivi, solo un po’ scemi, e ci alimentavamo a vicenda”; sono curate e talvolta furbette; guardano nello specchietto retrovisore, non sudano per l’urgenza. Eppure riescono a ridisegnare un mondo, mettendo in scena generazioni diverse e differenti reazioni, plaudendo in silenzio alla sana ironia dei giovani e scuotendo talvolta troppo affettuosamente la testa rispetto alla follia dei vecchi, spesso masochista.
Contenitore ideale e raccordo tra gli episodi è l’immagine delle scale interne di un condominio, riprese da un’angolatura affacciata sul vuoto che suggerisce la vertigine di chi osserva e la distanza di chi si muove in senso contrario, in salita, sotto sforzo.
L’immagine che questi Tales of the golden age restituiscono del loro paese di provenienza è in molti modi “corretta”, come la fotografia di Ceausescu: il colore della disperazione è stato limato fino a sparire, il carattere popolare enfatizzato. Ma la capacità di (far) sorridere è assodata e anche quella dietro la macchina da presa.

di Marianna Cappi, da “mymovies.it”

Sotto Ceausescu il maiale crepa
di Fabio Ferzetti Il Messaggero

Quattro racconti comico-grotteschi per ricordare un paese che non c’è più. Quattro “leggende metropolitane” nate nella Romania di Ceausescu e trasformate in film a episodi da un pugno di bravissimi registi esordienti ma non così giovani da non avere ricordi diretti di quell’epoca. Affiancati e coordinati da Cristian Mungiu, l’autore del geniale Quattro mesi, tre settimane, due giorni (palma d’oro a Cannes). Un film così cupo e drammatico che Mungiu, dopo, ha avuto voglia di fare qualcosa di completamente diverso “nello spirito del cinema popolare italiano anni 60-70″. L’episodio più comico di Racconti dell’età dell’oro è quello in cui un poliziotto e la sua famiglia devono trovare il modo di macellare un maiale in casa se vogliono festeggiare il Natale malgrado le restrizioni alimentari imposte dal regime, senza farsi notare dai vicini e possibilmente senza lasciarci le penne. Il più malinconico quello che vede un camionista addetto al trasporto di polli mettersi in affari pericolosi per compiacere una bella locandiera. C’è anche un episodio che viene dall’Ispettore generale di Gogol (un personaggio, non a caso, si chiama Gogu). Ma la realtà supera sempre la fantasia, figuriamoci cosa poteva succedere sotto il tiranno più surreale dell’Europa socialista quando un burocrate arrivava in un villaggio e ordinava di dipingere di bianco i piccioni per farne colombe e di liberare pecore per le strade, non mucche, perché fra gli ospiti della delegazione in arrivo c’erano anche indiani.
Ma il “racconto” più archeologico e insieme più attuale è quello in cui due malcapitati fotografi del quotidiano di partito “Scinteia” fanno i salti mortali per rimettere il cappello in testa a Ceausescu in una foto in cui il dittatore appare troppo basso accanto allo svettante presidente francese Giscard d’Estaing, e ha perfino l’aria di essersi scoperto il capo in omaggio all’ospite capitalista. Una farsa a colpi di forbici e raschietto che può suonare inverosimile in epoca di immagini digitali e photoshop, ma che al di là delle differenze tecniche mostra nella sua più grottesca evidenza il volto sempre attuale della censura. Travasando in tutti i dettagli, i gesti, le facce, le corsette, gli sguardi, gli occhiali pesanti, le assurde cravatte, le borse sotto gli occhi degli ottusi, zelanti, ignorantissimi burocrati, un’esattezza, una corposità, una concretezza fisica da applauso.
da Il Messaggero, 18 settembre 2009

L’humor di massa elisir dell’oblio nel post Ceausescu
di Mariuccia Ciotta Il Manifesto

Romani, rom, rumeni… stessa matrice, stessa lingua d’origine. Tanto che il regista Cristian Mungiu, Palma d’oro 2007, si è ispirato alla commedia italiana anni ‘60-’70 per il film collettivo, cinque episodi, I racconti dell’età d’oro, prodotto e scritto dallo stesso Mungiu, che dirige uno dei corti insieme a Uricaru, Hoffer, Marculescu e Popescu. Sono le «leggende metropolitane» dell’era Ceausescu, distillato dell’humor di massa, antidoto alla rigida e insensata disciplina di partito. Il cinema rumeno colleziona tra i tanti uno dei migliori cineasti al mondo, Lucien Pintilie, che ha restituito colori, bellezza, lacrime e memoria di una Romania inquieta e non umanamente pacificata durante la dittatura comunista. Mungiu, altra generazione, aveva circa 20 anni quando Ceausescu e sua moglie furono spazzati via a fucilate e si può permettere di scherzare con l’«età d’oro», ovvero gli ultimi quindici anni del dittatore, i peggiori per la Romania poverissima e affamata. Impossibile realizzare un film così allora, un po’ imbarazzante vederlo adesso conoscendo già l’«happy end», come sbarazzarsi politicamente dell’avversario sparandogli addosso. Ma forse la comicità, seppure amarognola, non conosce frontiere. E Mungiu inanella le sue «leggende metropolitane» intorno all’ubbidienza cieca dei rumeni. Qualcosa di grottesco, storie soprattutto di periferia rurale, di gente semplice alle prese con una logica folle. Due episodi per tutti.
Un piccolo paese si mette a festa per una visita ufficiale del partito (che all’ultimo momento sarà annullata). Servono montoni (si troveranno mucche), piccioni, striscioni, bandiere, musica… e frutta per addobbare gli alberi. Vi ricordate i limoni finti che Berlusconi voleva far appendere alle piante per il G8 di Genova? L’idea era di Ceausescu. Finisce che i notabili del paesello, saliti su una giostra per dimenticare la festa mancata, restano a girare per tutta la notte sui seggiolini volanti. Il dirigente aveva ordinato a «tutti» di salire, nessuno è rimasto per spegnere la giostra. Altro round. Fotografia di Giscard d’Estaing in visita diplomatica accanto a Ceausescu da stampare in prima pagina su Scinteia, quotidiano del partito. Fermate le macchine! Il dittatore non ha il cappello, il premier francese sì. La foto viene ritoccata, ma nessuno si accorge che Ceausescu, ora munito di cappello, il suo ce lo aveva in mano. Particolare: la prima richiesta di modifica della foto riguardava l’altezza del capo (troppo basso rispetto a Giscard d’Estaing)! Anche noi, è evidente, siamo nell’«età dell’oro». Ma non ci divertiamo tanto come i rumeni.
da Il Manifesto, 18 settembre 2009

La vita al tempo di Ceausescu
di Roberto Nepoti La Repubblica

Regista di punta della “nouvelle vague” romena, Cristian Mungiu torna con un film di tono molto diverso da quello (4 mesi 2 settimane 3 giorni) che gli fece conquistare la Palma d’ oro a Cannes: un tono surreale, grottesco, amaramente comico. Fin dal titolo, che si riferisce agli ultimi anni della dittatura di Ceausescu, periodo orrendo ma denominato “età dell’ oro” dalla propaganda ufficiale. Il film raccoglie quattro diversi racconti, tutti ispirati ad altrettante “leggende metropolitane” del periodo e tutti scritti da Mungiu, che ne ha affidato la direzione a quattro colleghi. “La leggenda della visita ufficiale” riguarda il maquillage cui il villaggio di Vizuresti è sottoposto in previsione di una visita di funzionari politici, evento che non si verificherà mai. “La leggenda del fotografo di partito” gioca sull’ incontro tra Ceausescu e il presidente francese Giscard d’ Estaing e ci informa che la censura sulla stampa può esercitarsi attraverso una foto anche “per colpa” di un cappello. Nella “Leggenda del camionista di pollame” si scopre quanto chi trasporta merci commestibili possa, all’ improvviso, diventare sexy agli occhi di una bella locandiera. L’ ultimo episodio è “La leggenda del poliziotto ingordo”, dove apprendiamo le tecniche su come fare la festa a un maiale senza insospettire i vicini. In un modo o nell’ altro, tutti i “corti” sono variazioni sull’ eterno tema popolare della fame e dei tentativi di soddisfarla. Mongiu racconta che, dopo 4 mesi 3 settimane 2 giorni, qualcuno lo etichettò come il tipico regista da festival. Fama che ha voluto smentire ispirandosi alle atmosfere dei film italiani degli anni 60 e 70, spesso caustici ma anche “diretti” e divertenti.
Da La Repubblica, 26 settembre 2009

I sogni e gli incubi nella Romania comunista del dittatore Ceausescu
di Gian Luigi Rondi Il Tempo

L’età dell’oro era quella che la propaganda statale pretendeva, contro ogni evidenza, di definire in Romania l’età di Ceausescu. I racconti sono le leggende metropolitane che si raccontavano a mezza voce nelle interminabili file per comprare il pane o, nelle case, al riparo da orecchi pericolosi. Leggende ma, nella realtà, storie realmente accadute, con la possibilità di ripetersi perché il clima era sempre quello e la dittatura ancora non aveva smesso di imperversare ai danni della piccola gente, impaurita, affamata.
L’idea di raccontarcele l’ha avuta, anche come produttore e sceneggiatore, un regista romeno ormai arcinoto, quel Cristian Mungiu che si è vista attribuire a Cannes la Palma d’oro per il suo terribile «4 mesi, 3 settimane, 2 giorni».
Qui niente di terribile perché Mungiu e altri tre suoi colleghi hanno privilegiato la beffa tacita e l’ironia segreta, facendo il punto, di volta in volta, su vicende tutte uscite dalla cronaca, pur, talune, addirittura, nella loro aberrazione, quasi inverosimili. Si comincia, in un paesino, con l’attesa di una visita di un alto papavero del partito. Tutti si agitano, tutti puliscono, ciascuno, per prepararsi bene, perde la pace e il sonno. Poi la visita è disdetta e questi, per distendersi, montano su una giostra predisposta per l’evento. Ma non riusciranno più a scenderne…Segue il racconto più esilarante (anche se gelido): il blocco del giornale del partito perché nonostante i ripetuti ritocchi, nella foto in prima pagina sulla visita di Giscard d’Estaing a Ceausescu per questo secondo non si era trovato un atteggiamento all’altezza della sua autorità! Poi è la volta di un trasportatore di pollame che, per amore, ruba il suo carico in favore di una bella locandiera; concludendo con un poliziotto corrotto che, avuto in regalo un maiale vivo, pei macellarlo con il gas fa saltare in aria la casa.
La beffa, appunto, ma anche una sottile malinconia per il modo triste con cui si viveva in Romania in quegli anni, Con ritmi quieti, immagini nitide e realistiche, sempre senza ricerche figurative. Per far vero.
Da Il Tempo, 20 settembre 2009

Il sipario strappato

Una premessa. Il film nasce per iniziativa di Cristian Mungiu, che firma la sceneggiatura e coordina un gruppo di cinque giovani cineasti, nati fra il 1967 e il 1976. Ogni episodio è stato diretto da un solo regista, ma i titoli di coda non indicano i contributi dei singoli, con evidente riferimento ironico alla spersonalizzazione incoraggiata dal regime comunista. Un altro richiamo all’epoca della dittatura è costituito dalla scelta di proiettare il film, fin dalla presentazione al Festival di Cannes (sezione “Un certain regard”), in versioni differenti (Quando facevi la fila ai tempi del comunismo, non sapevi mai quello che avresti ottenuto, ricorda Mungiu). Così, ad esempio, la versione rumena comprende tutti e sei gli episodi realizzati ed è divisa in due parti; quella francese ne prevede cinque, l’italiana – qui considerata – soltanto quattro.
Quattro “leggende” dell’epoca comunista, che rovesciano i quadretti idilliaci della propaganda in altrettanti exempla di corruzione, incompetenza e ottusità. O almeno, così li vedrebbero i funzionari del Partito incaricati di reprimerne o almeno contenerne le conseguenze. In realtà queste leggende sono veri e propri racconti di resistenza e riscatto, nutriti di un amore profondo e sincero per l’individuo, per le sue debolezze e fragilità, che sono, in un contesto che schiaccia e annulla l’identità dell’individuo, altrettanti cavalli di Troia per mettere in crisi, sia pure per un attimo, l’ordine apparente e l’imposta serenità di un quotidiano che non consente vie di scampo. I quattro episodi del film sono altrettanti racconti di una “caduta”, di una deviazione (fisica o mentale) dal percorso prestabilito, e poco importa che la causa sia l’incoscienza, l’avidità, la fretta o la stanchezza di vivere. Un ingranaggio che s’inceppa, un passo falso, lo squillo di un telefono, il sogno di un amore (im)possibile bastano a mettere a nudo il re e la sua corte, e se il finale ricompone l’ordine iniziale, a questi anonimi eroi resta il ricordo di una libertà fugacemente accarezzata: quella di essere pieni di difetti e tratti poco edificanti, e quindi vivi.
Ne La leggenda della visita ufficiale, l’episodio politicamente più esplicito, un intero villaggio si prepara a essere passato in rassegna da importanti funzionari del Partito. La messinscena della perfezione coinvolge tutto il borgo, finché un intempestivo contrordine non innesca un meccanismo di regressione infantile che, spinto letteralmente alle estreme conseguenze, farà precipitare i papaveri locali e i navigati ispettori nel caos e nel disonore. Il tono è da commedia brillante, vagamente alla Kusturica, con momenti di puro virtuosismo (il piano sequenza che accompagna il segretario nella sua pedalata verso la casa del sindaco) e un finale amaramente beffardo (la sconsolata disillusione del pastore).
Atmosfere quasi noir per La leggenda del camionista di pollame, che esplora l’infelicità coniugale del trasportatore Grigore e la sua attrazione per la donna che lo spingerà al crimine. Toccante per la capacità di descrivere la solitudine del protagonista con una manciata di inquadrature e qualche parola a incrinare il silenzio, l’episodio è il trionfo del non-detto e del non-mostrato (che cosa accade nella seconda notte alla locanda?). L’ultima scena, con il suo gioco di sguardi e aspettative deluse, è uno sberleffo crudele.
Non altrettanto riusciti, per motivi diversi, gli ultimi due episodi. La leggenda del fotografo di partito affronta con ironia e buone intuizioni visive (la plongée nella tromba delle scale, il “fermate le macchine” realizzato come in un film muto) il ruolo dei media nella costruzione dell’immagine del Potere, ma i personaggi sono macchiette un po’ fruste (il fotografo prossimo alla pensione e desideroso innanzitutto di tranquillità, il giovane apprendista impertinente, gli ignorantissimi supervisori del Partito e così via). La leggenda del poliziotto ingordo non può non richiamare, per il tema affrontato, il mitico Pranzo reale, sia pure in scala ridotta e in versione assai annacquata. La trama secondaria (l’amicizia dei piccoli vicini di casa e i loro turbamenti di fronte all’avida e “perfetta” compagna di classe) è sviluppata molto meglio di quella principale e risulta, per il disincanto con cui ritrae un’infanzia scafata e disillusa, il vero fulcro dell’episodio.+
di Stefano Selleri, da “spietati.it”

I racconti dell’età dell’oro: l’ironia come arma contro i regimi

Il film si svolge negli anni della dittatura di Ceasescu. Quattro storie, quattro registi differenti sotto l’egida di Christian Mungiu, acclamato regista del film Quattro mesi, tre settimane, due giorni. Con questa pellicola Mungiu abbandona i toni cupi e malinconici della precedente opera e ritroviamo il lavoro di un regista abile nell’orchestrare le storie in maniera sobria. Il film riadatta per il grande schermo alcune leggende metropolitane che hanno tenuto in vita il popolo romeno durante il periodo della dittatura. Pare che se le raccontassero le persone in fila per ricevere il cibo per ironizzare sulla situazione paradossale e assurda generata dal sistema di potere in quegli anni bui.
Nel primo racconto ci troviamo in un paesino dove è atteso in visita un alto papavero di partito. Gli abitanti del posto si organizzano per sistemare tutto in modo che nulla sia fuori posto. Servono piccioni, montoni, musica e frutta per addobbare gli alberi. Ma la festa sarà annullata e i notabili del paese finiranno su una giostra che non si ferma più perchè il proprietario della stessa è salito assieme agli altri e nessuno è rimasto a terra per fermarla. Dovranno così attendere tutta la notte (fino a quando la benzina sarà finita) per scendere.

Il secondo episodio ci introduce nel laboratorio di stampa fotografica di “Scinteia”, giornale del partito comunista: fotografia di Giscard d’Estaing in visita diplomatica accanto a Ceausescu da stampare in prima pagina sul quotidiano del partito. La foto viene ritoccata più volte perchè secondo i responsabili del giornale il dittatore romeno appariva più basso del capitalista francese d’Estaing. Finchè verrà stampata, ma nessuno si accorgerà che Ceausescu, ora munito di cappello, ne aveva già uno in mano. Cercheranno di ritirare tutti i giornali in circolazione per evitare di rendersi ridicoli di fronte al popolo.

Il racconto più malinconico è quello di un trasportatore di polli che si innamora di una bella locandiera e per compiacerla le regala le uova che le galline fanno durante il viaggio di trasporto, credendo che nessuno se ne accorga. Verrà per questo arrestato e messo in carcere.

Nell’ultimo e più divertente episodio troviamo un poliziotto che per festeggiare il Natale con la famiglia si fa portare un maiale a casa nonostante le restrizioni alimentari imposte dal regime. Particolare: il maiale è vivo e dovranno ucciderlo senza farlo sapere ai vicini e senza lasciarci le penne. Penseranno di asfissiarlo col gas.

Quattro racconti sulla falsariga della commedia all’italiana degli anni sessanta, che ricordano le commedie di Dino Risi e Mario Monicelli. Mostrano un tipo di opposizione non frontale, ma ironica, che all’apparenza innocua è temuta dalle dittature e che soprattutto cerca di ironizzare su di un sistema perverso che il potere cerca di spacciare come il migliore. Infatti, il titolo del film riprende la definizione che la propaganda statale usava per l’età di Ceausescu.

Il raccordo tra gli episodi è rappresentato da un’inquadratura vuota delle scale di un condominio che suggerisce un senso di vertigine che crea un parallelo tra chi è “sopra”e chi “è sotto” ed è costretto a salire queste scale con sforzo per evitare di soccombere.
di Alessandro Trenti, da “schermaglie.it”

In un villaggio, il ‘compagno’ sindaco e i poveri abitanti si dannano l’anima per ben figurare di fronte al corteo ufficiale del regime. Un trasportatore di uova matura la sua piccola rivolta morale e familiare e finisce in cella. Due fotografi del giornale di partito “Scinteia” fanno maldestramente i conti con le foto di Ceauşescu. Un poliziotto deve uccidere di nascosto un maiale per ricavarne la preziosa carne. Il fil… rouge? Le contraddizioni di un’età più grigia che aurea.

Se c’è una cosa che i regimi, di qualunque epoca e colore siano, non possono eliminare (al massimo drenare, negare, photoshoppare) quella è la memoria collettiva. Ovvero: i ricordi, il modo in cui si è vissuta un’epoca, i racconti tramandati dal passaparola – leggero e sempre sfuggente alle maglie della censura – che finiscono per trasfigurare in miti o leggende: e così anche sulle vicende più dolorose o sulle pagine più sbiadite dei libri di storia, a distanza di anni ci si può anche ridere su, ricordando come eravamo, quanto sembravamo miseri o, forse, solo semplicemente ingenui. Partendo da questo presupposto, Cristian Mungiu torna a parlare della Romania del trentennio di Ceauşescu (l’aveva fatto trattando il tema dell’aborto in 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni) ma questa volta con un tono più lieve: definito solo il canovaccio, lascia ampia libertà espressiva e di montaggio ai quattro registi, cui affida la direzione di ciascuno degli episodi di cui è composto questo film-contenitore che, meno intimista e riflessivo della pellicola vincitrice della Palma d’Oro a Cannes, ricorda tanto la commedia popolare italiana ad episodi. Come recita il trailer, “i protagonisti lottano per sopravvivere alla dittatura con amore ed allegria”. Ed è proprio la sottile ironia che permea tutte e quattro le leggende metropolitane che Mungiu decide di portare in scena a fare da contraltare alla squallida e paradossale realtà rappresentata («Manca la frutta sugli alberi» – «E allora mettetecela!»). Leggende che però i veri protagonisti (contadini, funzionari di partito, ufficiali zelanti e immancabili sottoposti) considerano alla stregua di storie vere, che all’epoca si bisbigliavano all’orecchio del tizio che era in coda con noi a fare la fila per acquistare un po’ di cibo o razionare il gas. Non per morir dal ridere, ma riderne per non morire.

Lo sceneggiatore, all’epoca ventenne, si affida a chi quel periodo l’ha vissuto e rievoca così, ad uso dei più giovani, un periodo in cui di aureo v’era forse solo la superficie; anzi: neppure quella.
Fa da collante, tra un ‘quadretto’ e l’altro, l’immagine-ricorrente della scala di un condominio che, ad ogni pianerottolo, ha la sua storia da raccontare. Così accade che due fotografi debbano ritoccare l’immagine del compagno Ceauşescu, che sfigura per la sua statura e sembra mostrare deferenza rispetto al ‘capitalista’ Giscard D’Estaing; che un trasportatore aviario si ribelli al triste ménage familiare e lavorativo disattendendo le consegne; che un poliziotto arrivi ad asfissiare col gas un maiale, facendo saltare in aria la propria casa, per tenere tutta per sé la preziosissima carne; o ancora che una visita ufficiale mostri le conseguenze di seguire alla lettera anche le indicazioni di partito più assurde. Mai si ride a crepapelle e mai si cerca forzatamente il riso. Al contrario: ogni episodio porta in dote il suo ‘tono’ e così la vicenda del camionista è amara e lascia in filigrana il tema amoroso, mentre quella del maiale è la più comica. Il lirismo è, a sorpresa, consegnato invece all’episodio iniziale, quello della visita dei rappresentanti del regime: dopo le goffe acrobazie e gli alacri preparativi si scopre che la visita è annullata e uno dei funzionari, sollevato, intima a sindaco e paesani: «Tutti sulla giostra!». Solo che nessuno rimane giù per spegnerla e così, girando senza più fermarsi, il ‘democratico’ carosello realizza l’effimera uguaglianza e li mette in fila, l’uno accanto all’altro, senza dire chi sta davanti e chi dietro nella gerarchia della vita: il poliziotto tonto, il sindaco zerbino, i funzionari scrocconi e il giostraio disincantato… Tutti però intimamente distesi, librandosi quasi nell’aria al calar del sole, dalla défaillance del potere.

Il surreale dunque va a braccetto col grottesco, la (involontaria: è questa la forza della messa in scena!) comicità con l’amara malinconia e una disperazione che oggi possiamo solo percepire: al regime comunista non si fa mai diretto riferimento, se non nelle immagini di un Congresso festante che scorrono sui titoli di coda.
Eppure si può raccontare il ‘vero’ anche senza mostrare l’algida e grigia realtà del potere, filtrandolo attraverso i pettegolezzi e il passaparola. La fantasia deve superare la realtà, per poterla dire: ma dietro i volti tristi e cupi di queste marionette senza fili si nasconde il riso e anche questa è una forma di ribellione, più sotterranea, ma che lentamente erode lo status quo. D’altronde, come disse qualcuno, “una risata vi seppellirà”. Attuale.

Curiosità
Racconti dell’età dell’oro rientra in un progetto avviato da Mungiu con 4 mesi, 3 settimane e 2 giorni che intende raccontare in maniera originale i decenni del tragicomico ma tristemente sanguinario regime romeno di colui che osò definirsi “il Genio dei Carpazi”.

di Raffaele Graziano, da “hideout.it”

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